DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Solennità del Natale del Signore. Omelia del Card. Carlo Caffarra

1. «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce: su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse». Cari fratelli e sorelle, il profeta narra l’evento accaduto in questa notte come l’accendersi di una “grande luce” che illumina una “terra tenebrosa”.

L’apostolo Paolo nella seconda lettura usa la stessa grande metafora per narrare lo stesso avvenimento: «è apparsa» dice «la grazia di Dio». Il termine “apparizione” suggerisce la stessa esperienza: l’irruzione di una luce improvvisa nel mondo pieno di buio e di questioni non risolte.

Anche il Vangelo quando descrive che cosa accadde ai primi testimoni del fatto accaduto questa notte, ai pastori, dice che «la gloria del Signore li avvolse di luce».

Dunque, cari fratelli e sorelle, per vivere consapevolmente il mistero che stiamo celebrando dobbiamo per così dire porci spiritualmente nell’istante in cui una sorgente luminosa s’accende e vince le tenebre. Quale luce? quali tenebre?

Alla prima domanda risponde l’apostolo Paolo: «è apparsa la grazia di Dio apportatrice di salvezza per tutti gli uomini». La luce che in questa notte apparve, è la «grazia di Dio apportatrice di salvezza».

Luce significa conoscenza della verità che vince l’ignoranza e la menzogna. A causa di ciò che è accaduto questa notte, l’uomo esce dall’ignoranza in cui si trovava circa Dio. Gli è dato di conoscere Dio, poiché può vedere la sua grazia: l’uomo questa notte può “vedere” il vero volto di Dio. Egli è il Dio che fa grazia, che usa misericordia, che dona salvezza. Nel “fondo del mistero” di Dio, l’ atteggiamento fondamentale verso l’uomo è grazia e misericordia.

Che questo sia l’intimo essere di Dio – grazia e misericordia – è mostrato precisamente dal mistero che celebriamo in questo giorno santo: Dio si è fatto uomo ed è venuto ad abitare fra noi.

L’uomo non poteva sapere quali erano i pensieri ed i progetti di Dio a suo riguardo. Anzi, data l’infinita distanza che vige fra Dio e l’uomo, questi ignorava perfino se Dio si prendesse cura di lui. Dio allora ha deciso di farsi vicino all’uomo, venendo a vivere la nostra vicenda umana non apparentemente ma realmente, facendosi uomo. È questa l’apparizione della grazia «apportatrice di salvezza»: il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare fra noi.

2. La luce della rivelazione che Dio fa di se stesso in questa notte, avvolge i pastori di luce; avvolge di luce l’uomo di ogni tempo e di ogni luogo.

«In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo … Cristo … proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» [Cost. past. Gaudium et spes 22, 1; EV 1/1385]. I pastori quella notte, vedendosi amati da Dio fino alla condivisione della loro povertà ed umiliazione, presero coscienza della loro sublime dignità. Cessarono di considerarsi “qualcosa” di socialmente irrilevante e diventarono consapevoli di essere “qualcuno” di cui Dio stesso era venuto a prendersi cura.

Se anche noi, come i pastori, andiamo specialmente a Betlemme, se ci inginocchiamo nella fede per riconoscere Dio nel mistero della sua incarnazione, ritroveremo noi stessi. Veramente nella luce di Betlemme l’uomo trova la risposta alle domande: chi sono? da dove vengo? a che cosa sono destinato? perché vivo nel mondo? Trova la risposta nella grotta di Betlemme, nella mangiatoia.

Vedendo nella fede il Dio fatto uomo per prendersi cura dell’uomo, questi prende coscienza della sua dignità, della sua vera grandezza, del valore incondizionato della sua umanità, del senso della vita. E così si immunizza da quella tirannia dello scientismo che oggi tende a considerare l’uomo come un semplice frutto casuale dell’evoluzione della materia, dentro ad un universo privo di senso.

Cari fratelli e sorelle, mai come oggi l’uomo ha bisogno di andare con umiltà a Betlemme se vuole ritrovare se stesso, se non vuole perdere se stesso, poiché mai come ora è messa in questione la verità circa l’uomo. Il primo difensore di questa verità è Colui che è Dio e si è fatto uno di noi.

Non stacchiamoci da Betlemme, non sradichiamoci da quella grotta. Chi ci propone in tutti i modi questo distacco e sradicamento, in realtà non serve realmente e sostanzialmente la causa dell’uomo. L’esito sarebbe – come la storia recente ha mostrato – la morte dell’uomo.

La luce che penetrò nella coscienza dei pastori continui ad illuminare la nostra: conosceremo il vero Dio e la verità circa l’uomo.

Solennità del Natale del Signore - S. Messa del giorno in Cattedrale

1. Cari fratelli e sorelle, la Santa Chiesa – come vi è ben noto – celebra oggi tre volte l’Eucarestia. Sia nella notte sia al mattino di questo giorno santo, essa ci invita a guardare con profondità al fatto accaduto a Betlemme. Questa sera la Chiesa ci invita a penetrare lo spessore del mistero natalizio, alla scuola del prologo al Vangelo di Giovanni che il diacono ha proclamato.

«In principio era il Verbo … tutto è stato fatto per mezzo di lui». Cari fratelli e sorelle, queste parole illuminano la “stoffa” di cui è fatta la realtà: la realtà di noi stessi, la realtà del mondo. La realtà – noi stessi, il mondo – ha avuto origine dal Verbo, dalla Sapienza di Dio. Essa quindi non è priva di senso, ma è interamente abitata da un’intima ragionevolezza. In essa è impressa e da essa è espressa, sia pure in modo limitato, la stessa Sapienza di Dio, il Verbo che è presso Dio ed è Dio. Il mondo intero, amavano dire i grandi teologi del Medioevo, è un’opera d’arte divina, di cui l’uomo è l’interprete.

Dio e mondo non stanno di fronte l’uno all’altro come due grandezze separate ed indipendenti, dal momento che “tutto è stato fatto per mezzo del Verbo”. Siamo condotti a capovolgere la tendenza, oggi così diffusa, ad affermare nella spiegazione della realtà il primato dell’irrazionale – del caso o della necessità – e di ricondurre ad esso anche la nostra libertà.

«Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo». La divina Sapienza che «per l’universo penetra e risplende» [Paradiso I, 2], illumina in modo particolare l’uomo, ogni uomo. Unica fra tutte le creature, solo la persona umana è partecipe della Sapienza divina. Ed essa dimostra questa sua peculiarità in due modi: scoprendo la sapienza divina inscritta nel mondo; ordinando secondo ciò che conosce essere bene l’esercizio della sua libertà. «La luce vera, quella che illumina ogni uomo», risplende infatti e nella grande impresa delle scienze con relative tecnologiche e nella coscienza morale. È il Verbo che è la luce vera, che regola il mondo e in modo speciale l’agire umano: l’uomo è partecipe in modo unico di questa luce.

«La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolto». Cari fratelli e sorelle, queste parole ci introducono nel cuore del dramma dell’uomo, che oggi non raramente cerchiamo di trasformare in gaia farsa, ma che spesso diventa immane tragedia.

Quelle parole - «ma le tenebre non l’hanno accolto» - ci conducono alla realtà originaria del peccato nella storia dell’uomo. Il rifiuto da parte dell’uomo di lasciarsi illuminare dalla luce vera è l’inizio del «mistero di iniquità». Esso è prima di tutto allontanamento dalla verità contenuta nel Verbo, che «era presso Dio», che «era Dio e senza il quale «niente è stato fatto di tutto ciò che esiste», poiché «il mondo fu fatto per mezzo di lui».

Non accogliendo la luce vera, la luce del Verbo, l’uomo eleva la sua ragione a misura ultima della realtà, per decidere da se stesso ciò che è buono e ciò che è cattivo. Dio ha fatto brillare nell’uomo la luce del suo Verbo, donandogli la coscienza morale, perché l’immagine rifletta il suo modello, la Sapienza eterna del Verbo. Il dramma che diventa «mistero di iniquità» è il rifiuto da parte dell’uomo di quella Fonte, per la pretesa della ragione umana di diventare misura autonoma ed esclusiva di ciò che è bene e di ciò che è male.

Alla originaria ragionevolezza della realtà subentra il disordine e l’assurdo prodotto da una libertà impazzita.

2. «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Cari fratelli e sorelle, all’uomo che brancola nel buio appare la luce, poiché «la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo».

L’intima intelligibilità di ogni realtà, il senso di ciò che esiste, che una ragione umana elevatasi a misura suprema ha smarrito, si rendono visibili, tangibili. La verità è una Persona: è Gesù, il Verbo fattosi carne. Non è una dottrina da imparare, una legislazione universale da accogliere. È una Persona che ci interpella: ci è aperta una strada per “toccare” l’Infinito.

L’uomo, ogni uomo, ritrova il senso della sua vita aderendo nella fede alla persona di Gesù. Essendo Gesù la Sapienza incarnata, aprendoci mediante la fede ad essa, noi usciamo dal potere delle tenebre. Gesù, infatti, è la luce della vita [cfr. Gv 8, 12]; è il pastore che guida e nutre chi lo ascolta [cfr. Gv 10, 11-16]; è la via, la verità e la vita [cfr. 14, 6]. Pertanto in Lui l’uomo ritrova pienamente se stesso.

“La grazia della verità venne per mezzo di Gesù Cristo”. Non una qualsiasi verità, ma la verità che Dio è amore; che Dio si prende cura dell’uomo. Non una qualsiasi verità, ma la verità ultima circa il destino dell’uomo: questi è talmente prezioso agli occhi di Dio, che Dio per salvarlo si fa uomo.

Cari fratelli e sorelle, la luce che risplende in chi incontra nella fede il Verbo fatto carne, ci aiuta ad andare oltre una ragione che si è autolimitata a misurare il verificabile, e ad esercitare la nostra libertà come intima adesione al bene.

A chi è ancora capace di ascoltare il mormorio confuso del cuore che invoca vera beatitudine, il Natale è l’ultima possibilità offerta all’uomo di recuperare il vero senso della vita, seguendo la strada della verità: in Cristo Dio ha detto all’uomo l’ultima e definitiva parola.