DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

I SEGNI. 27 Novembre 2018


27 NOVEMBRE BEATA VERGINE DELLA MEDAGLIA MIRACOLOSA. QUELLA CHE SANTA TERESA DI CALCUTTA PORTAVA SEMPRE CON SE' E DISTRIBUIVA A TUTTI 

“Una preghiera semplice e sublime insieme che l’Immacolata stessa, apparendo a Lourdes ha indicato, è il santo rosario. Esso divenga la spada di ogni persona che si affida all’Immacolata, così come la medaglietta (la Medaglia Miracolosa) è la pallottola che abbatte ogni male”. San Massimiliano Maria Kolbe


L' origine della Medaglia Miracolosa ebbe luogo il 27 novembre 1830, a Parigi in Rue du Bac. La Vergine SS. apparve a Suor Caterina Labouré delle Figlie della Carità di S. Vincenzo de Paoli, era in piedi, vestita color bianco-aurora, con i piedi su un piccolo globo, con le mani tese le cui dita gettavano fasci di luce.

La stessa suor Caterina ci racconta l'episodio dell'apparizione:
"
Il 27 novembre 1830, che era il sabato antecedente la prima domenica di Avvento, alle cinque e mezza del pomeriggio, facendo la meditazione in profondo silenzio, mi parve di sentire dal lato destro della cappella un rumore, come il fruscio di una veste di seta. Avendo volto lo sguardo a quel lato, vidi la Santissima Vergine all'altezza del quadro di San Giuseppe.

Il viso era abbastanza scoperto, i piedi poggiavano sopra un globo o meglio sopra un mezzo globo, o almeno io non ne vidi che una metà. Le sue mani, elevate all'altezza della cintura, mantenevano in modo naturale un altro globo più piccolo, che rappresentava l'universo. Ella aveva gli occhi rivolti al cielo, e il suo volto diventò splendente mentre presentava il globo a Nostro Signore. Tutto ad un tratto, le sue dita si ricoprirono di anelli, ornati di pietre preziose, le une più belle delle altre, le une più grosse e le altre più piccole, le quali gettavano dei raggi luminosi.

Mentre io ero intenta a contemplarla, la Santissima Vergine abbassò gli occhi verso di me, e si fece sentire una voce che mi disse: "Questo globo rappresenta tutto il mondo, in particolare la Francia e ogni singola persona...". Io qui non so ridire ciò che provai e ciò che vidi, la bellezza e lo splendore dei raggi così sfolgoranti!... e la Vergine aggiunse: "I raggi sono il simbolo delle grazie che io spargo sulle persone che me le domandano", facendomi così comprendere quanto è dolce pregare la Santissima Vergine e quanto Ella è generosa con le persone che la pregano; e quante grazie Ella accorda alle persone che le cercano e quale gioia Ella prova a concederle.

Ed ecco formarsi intorno alla Santissima Vergine un quadro alquanto ovale, sul quale, in alto, a modo di semicerchio, dalla mano destra alla sinistra di Maria si leggevano queste parole, scritte a lettere d'oro: "O Maria, concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a te".
Allora si fece sentire una voce che mi disse: "Fa' coniare una medaglia su questo modello; tutte le persone che la porteranno riceveranno grandi grazie; specialmente portandola al collo. Le grazie saranno abbondanti per le persone che la porteranno con fiducia".
All'istante mi parve che il quadro si voltasse e io vidi il rovescio della medaglia. Vi era il monogramma di Maria, ossia la lettera M sormontata da una croce e, come base di questa croce, una spessa riga, ossia la lettera I, monogramma di Gesù, Jesus. 


 
In questo inesauribile piccolo "libro" della Madonna che è la Medaglia Miracolosa, troviamo anche una semplice, ma magnifica lezione "teorico-pratica" sulla tentazione. Maria si presenta a noi nell'atto di trionfare sulla tentazione e sul male: sotto i suoi piedi c'è il serpente, simbolo e sorgente dei nostri peccati, delle nostre ribellioni, dei nostri no a Dio. La tentazione è una prova e, in questo senso può essere permessa da Dio. Alcune volte, poi, è Lui stesso che ci mette alla prova. Come un orefice prova i suoi metalli preziosi col fuoco per saggiarne l'autenticità, così Dio prova la fedeltà dei suoi figli e le loro virtù anche con le sofferenze, per renderli più forti e per dare a loro una ricompensa ancora più grande, una gioia infinita che ripaga di ogni pena. La Madonna della Medaglia Miracolosa ci viene vicino e ci suggerisce i mezzi per vincere le tentazioni. 

1) Evitare le occasioni. La prudenza è una virtù che è stata praticata anche da Maria. Lei, che poggia i piedi sulla terra, schiaccia il serpente perché è ancorata a Dio: nell'apparire come la Madonna del Globo, Maria volge gli occhi e le mani al Cielo.
2) Meditare i dolori di Gesù e Maria, simboleggiati dalla Croce e dai due Cuori nel retro della Medaglia.
3) Avere un grande amore e una grande devozione all'Eucarestia, comunicandosi spesso, cosa che presuppone anche la confessione frequente.
4) Seguire la guida di un confessore che possibilmente sia sempre lo stesso. Questo ha raccomandato la Vergine anche a suor Caterina nella prima apparizione, insegnandole ad aver fiducia e a confidare tutto al suo confessore.
5) Ripetere spesso, specialmente nei momenti di più forte tentazione, la giaculatoria che Lei stessa ci ha insegnato, chiedendole, di aiutarci a vincere, ad ogni costo, per essere suoi veri figli e per dar gloria al Signore. Il solo pensiero di Maria, facilitato dalla Medaglia, è uno dei mezzi più efficaci contro la tentazione. Fra i raggi che partono dalle sue dita ci sono anche quelli che simboleggiano la grazia che Dio ha posto nelle Sue mani per aiutarci a vincere le tentazioni. Ma dobbiamo domandarla, questa grazia, perché scenda efficace sulle nostre anime! Non chiediamo solo ciò che si vede e che si tocca. Ma, se vogliamo sempre più svincolarci dal serpente e resistere alle sue seduzioni, è necessario fare un passo avanti: dobbiamo gettarci fra le braccia di Maria, dobbiamo stringerci al suo Cuore: là il serpente non potrà mai raggiungerci. La consacrazione realizza questa speciale unione con lei. Questo è il significato del globo che la Vergine tiene fra le mani, come una madre che stringe a sé e offre a Dio il suo bambino, per difenderlo dal pericolo. E se la tentazione dura e la lotta si fa più difficile, guardiamo il Cielo dove Maria ci aspetta: le stelle rappresentano il Cielo aperto, il Paradiso; là il Signore ci ha preparato un posto e là Maria ci vuol portare. San Francesco diceva: "Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto". Come l'Immacolata, teniamo anche noi gli occhi fissi al Cielo, senza dimenticare la terra nella quale dobbiamo dare testimonianza di vita cristiana, di generosità e di perdono; guardiamo a Lei che ci incoraggia, che ci sostiene nei nostri sforzi e ci premia per le nostre vittorie unendoci sempre più intimamente al suo Figlio Gesù. 

Impegno: Sotto lo sguardo di Maria, guardiamo alla nostra vita, alle nostre scelte, ai piccoli e grandi "no" che per debolezza o per egoismo diciamo a Dio e proponiamoci di fare al più presto una buona confessione. 
 
O Maria concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a te. (Fonte: Preghiere a Gesù e Maria)


PER APPROFONDIRE

CATECHESI SU SANTA CATERINA LABOURE' DEL PADRE SICARI 

https://youtu.be/ERtgPlRXj8c

VITA DI SANTA CATERINA LABOURE' 

http://www.preghiereagesuemaria.it/santiebeati/vita%20di%20caterina%20laboure.htm 

LA MEDAGLIA MIRACOLOSA

http://www.cmroma.it/index.php?option=com_content&view=article&id=70&Itemid=180





PAPA: LA GENEROSITA' DELLE PICCOLE COSE ALLARGA IL CUORE, IL CONSUMISMO E' UNA MALATTIA 

Noi possiamo fare miracoli con la generosità. La generosità delle piccole cose, poche cose. Forse non facciamo questo perché non ci viene in mente. Il messaggio del Vangelo ci fa pensare: come posso essere io più generoso? Un po’ di più, non tanto … “E’ vero, Padre, è così ma … non so perché ma sempre c’è la paura …”. Ma, c’è un’altra malattia, che è la malattia contro la generosità, oggi: la malattia del consumismo. E consiste nel comprare, sempre, cose. Francesco ricorda che quando viveva a Buenos Aires “ogni fine-settimana c’era un programma di turismo-shopping”: si riempiva l’aereo il venerdì sera e si andava in un Paese a circa dieci ore di volo e tutto il sabato e parte della domenica si passava a comprare nei supermercati. Poi si tornava. Una malattia grossa, (quella) del consumismo, di oggi! Io non dico che tutti noi facciamo questo, no. Ma il consumismo, lo spendere più di quello di cui abbiamo bisogno, una mancanza di austerità di vita: questo è un nemico della generosità. E la generosità materiale – pensare ai poveri, “questo posso dare perché possano mangiare, perché si vestano” – queste cose, ha un’altra conseguenza: allarga il cuore e ti porta alla magnanimità. Si tratta, quindi, di avere un cuore magnanimo dove tutti entrano. “Quei ricchi che davano i soldi erano buoni; quella vecchietta era santa”, evidenzia il Papa che, in conclusione, esorta a percorrere il cammino della generosità, iniziando con “un’ispezione a casa”, cioè pensando a “cosa non serve a me, cosa servirà a un altro, per un po’ di austerità”. Bisogna pregare il Signore “perché ci liberi” di quel male tanto pericoloso che è il consumismo, che rende schiavi, una dipendenza dallo spendere: “è una malattia psichiatrica”. “Chiediamo - esorta - questa grazia al Signore: la generosità, che ci allarga il cuore e ci porti alla magnanimità”.

https://www.vaticannews.va/it/papa-francesco/messa-santa-marta/2018-11/papa-francesco-santa-marta.html?fbclid=IwAR2kQIpjh6ciidLC3VsBEOIPWIR4bs6b-hp6vR5l7t5HjBjrYB600SVHkcI


ALESSANDRO D'AVENIA: LEZIONI DALLA LUNA

La prima lezione che la Luna mi ha dato è che la vita è un compimento mai del tutto acquisito. Nella sua fase crescente la Luna ci ricorda che la fragilità è vitale: niente nasce già fatto, ma la nascita inaugura un paziente viaggio verso la pienezza. La perfezione (parola che significa compiutezza e non assenza di difetti) non è pero terrena, perché il desiderio umano è infinito mentre la vita è finita. Oggi l’essere «mancanti» spesso viene preso per essere «mancati», falliti: la nostra costitutiva fragilità, invece di essere accettata come inizio di quella ricerca e di quell’impegno che riempiono di senso la vita, viene vissuta come colpa da rimuovere. L’io insoddisfatto cerca di eliminare la sua incompletezza con le prestazioni: deve dimostrare che il suo esser nato ha un senso, quando è proprio il suo esser nato che gli conferisce un senso, cioè una direzione verso il compimento di un io che non c’è mai stato prima. La vita è tendere non pretendere: è proprio la mancanza che porta a evolversi, creare, amare di più. Che cosa ti manca?

La seconda lezione che la Luna mi ha regalato è che anche nella mutevolezza c’è stabilità. Un tempo il calendario era dettato dai mesi lunari: in 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 3 secondi la Luna, con incantevole regolarità, compie due noviluni. La realtà, nella sua molteplicità e mutevolezza, si regge su una stabilità che ci protegge, e che infatti definiamo in «leggi». Anche a noi a volte capita di perdere il filo della trama della vita: ci sfugge o si aggroviglia. Ma quale «legge» ci dà senso e ci permette di dire «questo sono io», sempre e comunque, anche quando ci perdiamo? La memoria. Le cose che sono lì conservate regolano la vita: la memoria ci garantisce continuità e novità, perché solo la consistenza del passato consente di agire per il futuro nel presente. Solo l’accettazione degli eventi negativi e la gratitudine per le cose belle può trasformare il destino in una destinazione. Spesso ci illudiamo di aver bisogno di una rivoluzione per ricominciare, ma il futuro sta dietro e dentro di noi: le piante crescono potando i rami non tagliando le radici, anzi nutrendole. I ragazzi smarriti sono quelli senza radici, senza maestri che li radicano alla vita. Chiedete loro: chi sono i tuoi maestri? E saprete il loro futuro.


La Luna poi ci racconta anche che la bellezza è inscindibile dalle ombre: l’ombra terrestre può persino eclissarla, ma in realtà è sempre lì, intera. Ci sono giorni in cui l’ombra offusca i volti delle persone a cui vogliamo bene e non le riconosciamo più, e rende opache le nostre relazioni, stanche e ripetitive. È una costante delle relazioni significative: eppure l’altro è ancora intatto e da raggiungere con una nuova missione, rinnovando lo sguardo che l’abitudine ha accecato. Noi smettiamo di vedere quando ostacoliamo la luce che cose e persone meritano, siamo noi stessi a far loro ombra, come la Terra con la Luna. Ma proprio grazie alle ombre impariamo a rinnovare i gesti, a ri-conoscere e ri-trovare cose e persone. Quando una relazione — d’amore, d’amicizia, educativa — si adombra è per richiamarci a guardare l’altro con più attenzione, a chiederci di cosa abbia bisogno, a ostacolare meno la luce con le nostre ingombranti aspettative. L’ombra non è la morte della relazione ma la sfida lanciata dall’amore proprio perché si rinnovi.


La quarta lezione è che la Luna, per quanto appaia mutevole, in realtà ci rivolge sempre la stessa faccia, con gli stessi crateri e rilievi, perché il suo moto di rivoluzione e di rotazione sono sincroni: un giro su se stessa dura lo stesso tempo di un giro completo intorno alla Terra. Della sua bellezza noi conosciamo solo una faccia, e per questo poeti e registi le attribuiscono un volto. Ma una parte resta sempre inafferrabile. Quando ci assestiamo su pregiudizi e false convinzioni, la vita si incarica di porre domande a cui non avremmo mai pensato di dover rispondere. A furia di guardare sempre la stessa faccia della vita, ne dimentichiamo il lato fatto di tutto ciò che non abbiamo pre-visto, ricordandoci che la vita è sempre più grande dei nostri schemi, del nostro limitato punto di vista, legato all’adesso, al «tra cinque minuti». Allora dobbiamo affidarci allo sguardo di chi ha indagato la faccia invisibile, il mistero della vita, per lo più i poeti: quando li avete letti l’ultima volta?


I PRIMI BAMBINI GENETICAMENTE MODIFICATI SONO NATI IN CINA. USATI COME CAVIE UMANE 

Il professore He Jiankui a Shenzhen ha fatto nascere due gemelli con un gene modificato perché diventassero immuni all’Hiv. Ma secondo gli esperti «l’Aids è solo una scusa per sperimentare la tecnologia»  

Il genetista He Jiankui, dell’università di Scienza e tecnologia di Shenzhen, ha modificato il Dna di Lulu e Nana con tecnologia Crispr/Cas9 per renderlo immune all’Hiv. Undici embrioni sono andati sprecati in tentativi falliti. La notizia è stata riportata dall’Associated Press, che ha anche intervistato il professore in esclusiva.
Nessuno prima d’ora aveva mai sperimentato la tecnologia Crispr, vietata negli Stati Uniti, su esseri umani, che potrebbero anche essere definiti “cavie”. «Sento una forte responsabilità: non voglio solo essere il “primo” a fare qualcosa, ma rappresentare un esempio», dichiara He all’Ap. Il genetista non si esprime sulla liceità del suo operato, perché «sarà la società a decidere che cosa farne».
Dopo anni passati a modificare il Dna di ratti, scimmie ed embrioni in laboratorio, ha deciso di fare il grande salto, cercando famiglie disposte a prestarsi all’esperimento. Le ha trovate attraverso un’agenzia di Pechino, chiamata Baihualin. Ventidue embrioni sono stati fabbricati in laboratorio utilizzando sperma e ovuli di sette coppie. Tra il terzo e il quinto giorno di vita degli embrioni, alcune cellule sono state rimosse e modificate geneticamente. Su 22 embrioni, 16 sono stati modificati geneticamente e 11 sono andati sprecati. Una coppia di gemelli è nata, anche se solo uno dei due presenta entrambe le copie del gene in questione (CCR5) “corrette” nel modo giusto. L’altro ha solo una copia del gene corretto e può, secondo il genetista, contrarre il virus Hiv come le altre persone. Il professor He non ha sottoposto lo studio ad alcun organismo indipendente. Gli scienziati che hanno visionato le carte fornite dal genetista, attraverso l’Ap, spiegano che i test fatti sono insufficienti per dire che l’esperimento abbia funzionato e per essere certi che non ci saranno danni dovuti all’esperimento. Nessuno sa, infatti, che cosa potrebbe succedere dopo la modifica del Dna, che potrebbe essere trasmesso alle future generazioni. Il professor He ha studiato alla Rice e Stanford University, negli Usa, poi si è trasferito in Cina, dove ha aperto un laboratorio a Shenzhen e messo in piedi due aziende che si occupano di genetica. Il suo socio nella ricerca è anche suo socio in affari, il professore americano Michael Deem, che lo seguiva nell’università americana dove ha studiato. «Questo si può a malapena chiamare editing genetico», commenta il famoso genetista George Church, della Harvard University. «Almeno un gemello presenta un miscuglio di cellule e ha solo una copia del CCR5 corretto». Questo bambino «non ha alcun vantaggio in termini di protezione contro l’Hiv ma è stato lo stesso esposto a rischi sconosciuti». Tutto questo suggerisce che «l’obiettivo principale non era evitare una malattia ma sperimentare una tecnologia» su cavie umane.
Inoltre, continua, chi non possiede i normali geni CCR5 ha più probabilità di contrarre altri virus, come quello del Nilo occidentale, e morirne. Per Kiran Musunuru, dell’università della Pennsylvania, «sono stati esposti bambini a un rischio inutile visto che ci sono molti modi efficaci per non contrarre l’Hiv e anche una volta infettati, il virus è trattabile a livello medico». Non è chiaro neanche lo scopo del progetto, visto che sul consenso informato dato alle coppie c’è scritto: “Sviluppo del vaccino per l’Aids”. Per quanto riguarda le coppie, non è chiaro se abbiano ricevuto un compenso: sicuramente il trattamento di inseminazione artificiale è stato loro “offerto”. «Se succederà qualcosa a questi bambini, proverò un profondo dolore. E la responsabilità sarà tutta mia», continua He. Questo è l’unico punto su cui non ci sono dubbi. Mentre su tanti altri, restano enormi punti interrogativi.


La storia della giovane ebrea olandese, morta ad Auschwitz 75 anni fa, che scriveva: «una volta che si comincia a camminare con Dio si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata»

Si vorrebbe esser un balsamo per molte ferite». Con queste parole si conclude il Diario scritto da Etty Hillesum, giovane ebrea olandese che il 7 settembre 1943 fu deportata ad Auschwitz dove morì, secondo un rapporto della Croce Rossa, il 30 novembre 1943, 75 anni fa. Di lei Benedetto XVI, ricordando a tutti che «la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone», disse: «Inizialmente lontana da Dio […], nella sua vita dispersa e inquieta Etty Hillesum Lo ritrova proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio”».  

Non ancora conosciuto come meriterebbe, il “Diario” (pubblicato in edizione ridotta e integrale da Adelphi, insieme al volume delle “Lettere”), consente di scoprire un seme di agape che, insieme ad altri, fu impiantato nel grembo insanguinato della storia del Novecento; un seme buono che può accompagnare e sostenere in modo speciale gli uomini e le donne del nostro tempo.  

Come una pattumiera  

Etty Hillesum era nata nel 1914 in Olanda, a Middelburg, in una famiglia ebrea non praticante. Trasferitasi ad Amsterdam, si era laureata in Legge e cominciava a studiare lingue slave e a dare lezioni di russo (la lingua della madre). Era una giovane donna colta, vivace, curiosa. E molto irrequieta. Dotata di grande capacità introspettiva, all’inizio del Diario (nel 1941), si descriveva con queste parole: «Io voglio qualcosa e non so che cosa. Di nuovo mi sento presa da una grandissima irrequietezza e ansia di ricerca, tutto è in tensione nella mia testa. […] Nel profondo di me stessa, io sono come prigioniera di un gomitolo aggrovigliato, e con tutta chiarezza di pensiero, a volte non sono altro che un povero diavolo impaurito. […] A volte mi sento proprio come una pattumiera; sono così torbida, piena di vanità, irrisolutezza, senso di inferiorità. Ma in me c’è anche onestà, e un desiderio appassionato, quasi elementare di chiarezza e di armonia tra esterno e interno».  

La gratitudine  

Intenzionata a mettere ordine nel suo caos interiore, Etty si rivolse a un allievo di Jung – Julius Spier – ebreo, fondatore della psicochirologia (scienza che analizzando le mani studia la persona), con il quale poi visse una relazione sentimentale. Alla morte di quest’uomo, da lei battezzato «l’ostetrico della sua anima», gli dedicò queste parole: «Tu mi hai insegnato a pronunciare con naturalezza il nome di Dio. Sei stato l’intermediario tra Dio e me […]. Ora sarò io l’intermediaria per tutti quelli che potrò raggiungere». La limpida gratitudine verso Spier, espressa in molti passi del Diario, contrasta l’odierna pressione culturale a “farsi da sé senza vincoli né debiti con alcuno” e invita a onorare e ringraziare quanti, ad ogni generazione, insegnano “a pronunciare il nome di Dio” consegnando un tesoro del quale poi ciascuno, a propria volta, ha la responsabilità nei confronti di altri.  

Purché tu mi tenga per mano  

Mentre la guerra infuriava e le condizioni di vita si facevano sempre più drammatiche per gli ebrei olandesi, le pagine del Diario restituiscono il percorso interiore di Etty, il suo volgersi a Dio e la fiducia con cui si abbandona a Lui: «Mio Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto e nel modo migliore. Il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò se mi toccherà stare al freddo purché tu mi tenga per mano andrò dappertutto allora, e cercherò di non avere paura. E dovunque mi troverò, io cercherò di irraggiare un po’ di quell’amore, di quel vero amore per gli uomini che mi porto dentro. […] Una volta che si comincia a camminare con Dio si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata». 

L’agape di Dio  

La preghiera, per Etty (lettrice attenta della Bibbia), non si configura come un ripiegamento narcisistico su di sé né come ricerca di una appagante relazione con Dio in cui immergersi ignorando il patire altrui. Sotto questo aspetto la sua esperienza aiuta a individuare la distorsione in cui oggi può incorrere la preghiera: nella nostra epoca, minata da un dilagante narcisismo, la preghiera è esposta al rischio di trasformarsi in una tecnica di autorassicurazione psicologica, una pratica da mettere in atto per raggiungere il benessere, per “stare bene con se stessi” (ormai diventato il diktat ossessionante delle società occidentali). Pregare significava, per Etty, coinvolgersi nella dinamica dell’agape di Dio per tutti i Suoi figli: «Dobbiamo abbandonare le nostre preoccupazioni per pensare agli altri, che amiamo. Voglio dir questo: si deve tenere a disposizione di chiunque si incontri per caso sul nostro sentiero, e che ne abbia bisogno, tutta la forza e l’amore e la fiducia in Dio che abbiamo in noi stessi e che ultimamente stanno crescendo meravigliosamente in me. O l’uno o l’altro: o si pensa solo a se stessi e alla propria conservazione, senza riguardi, o si prendono le distanze da tutti i desideri personali e ci si arrende. Per me, questa resa non si fonda sulla rassegnazione che è un morire, ma si indirizza là dove Dio per avventura mi manda ad aiutare come posso».  

La vita ricca di significato  

Intanto la repressione per gli ebrei olandesi era diventata durissima: i nazisti cominciarono a condurli nel campo di smistamento di Westerbork, ultima tappa prima di Auschwitz. Nel luglio del 1942 Etty iniziò a lavorare in una sezione del Consiglio Ebraico, organizzazione che faceva da cuscinetto tra i nazisti e gli ebrei: poco tempo dopo domandò di essere trasferita a Westerbork per prestare assistenza alle persone in transito, tornando alcune volte ad Amsterdam anche per ragioni di salute. Era chiara in lei la consapevolezza del destino che attendeva il suo popolo: «Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. Continuo a lavorare con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato». Le pagine del Diario ripetutamente restituiscono la celebrazione della vita: «Di minuto in minuto desideri, necessità, legami si staccano da me, sono pronta a tutto, a ogni luogo di questa terra nel quale Dio mi manderà. Sono pronta a ogni situazione e nella morte a testimoniare che questa vita è bella». 
 
Aprire la via a Dio  

Nel luglio del 1943 i nazisti stabilirono che la metà dei membri del Consiglio Ebraico presenti nel campo rientrasse ad Amsterdam, mentre l’altra metà avrebbe dovuto restare senza poter più uscire. Etty, che pure avrebbe potuto cercare salvezza nascondendosi, scelse di restare. Voleva prendersi cura di quella umanità dolente e spaventata: «Quanto sono grandi le necessità delle tue creature terrestri, Dio mio. Ti ringrazio perché lasci che tante persone vengano a me con le loro pene: parlano tranquille e senza sospetti e d’un tratto vien fuori tutta la loro pena e si scopre una povera creatura disperata che non sa come vivere. E a quel punto cominciano i miei problemi. Non basta predicarti, mio Dio, non basta disseppellirti dai cuori altrui. Bisogna aprirti la via, mio Dio, e per far questo bisogna essere un gran conoscitore dell’animo umano. I miei strumenti per aprirti la strada negli altri sono ancora ben limitati. Ma esistono già, in qualche misura: li migliorerò pian piano e con molta pazienza».  

Ogni atomo di odio  

In un tempo come il nostro – nel quale toni ringhiosi e parole di odio paiono diffondersi come un virus malefico – Etty sostiene e incoraggia quella moltitudine immensa di uomini e donne che anche oggi – ovunque sulla terra – con letizia, e non senza molti sacrifici, seminano quotidiane opere di agape: quelle infinite forme della custodia, dell’accudimento, della dedizione che tengono in piedi il mondo e che sono incanti quotidiani: mediaticamente invisibili, esistenzialmente decisivi. Annotava Etty: «L’assenza di odio non significa di per sé assenza di un elementare sdegno morale. So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma perché dovremmo sempre scegliere la strada più corta e a buon mercato? Laggiù (a Westerbork) ho potuto toccare con mano come a ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo si renda ancora più inospitale. E credo anche, forse ingenuamente ma ostinatamente, che questa terra potrebbe ridiventare un po’ più abitabile solo grazie a quell’amore di cui l’ebreo Paolo scrisse agli abitanti di Corinto».  

Sino all’ultimo respiro  

Mostrando la convinzione che l’umanità formi una catena i cui anelli sono saldati gli uni agli altri, Etty pensava anche a quanti sarebbero venuti dopo di lei e scriveva: «Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro: allora il mio successore non dovrà più ricominciare tutto da capo, e con tanta fatica». Tutti gli esseri umani nascono “in debito” con altri e sono destinati a vivere “in favore” di altri: nel Diario di Etty questa verità granitica dell’umano risplende.

 

LA VITTORIA SUL PECCATO E LA MORTE DI CRISTO CROCIFISSO NEI SUOI MARTIRI E’ LA PAROLA CHE, SEMINATA NEL “SILENZIO” DELLA PALUDE, LA TRASFORMA IN UN GIARDINO FECONDO DI FRUTTI PER LA VITA ETERNA



Anche se “Silenzio” non racconta fedelmente l’autentica storia della Chiesa in Giappone, imporporata dal sangue di moltissimi martiri, paragonabili per numero solo al martirologio della primitiva Chiesa di Roma, il film è un’occasione importante perché si conosca nel mondo l’opera di Cristo in questa terra. E’ infatti una Parola di Dio per tutti noi, e per questo, confidando che Dio può trarre il bene anche da opere cinematografiche come questa, ho preparato questo breve saggio nel quale cerco di fare giustizia al martirio di tanti fratelli e alla fede di tanti missionari che mi hanno preceduto, e ai quali devo la mia presenza in Giappone. Il loro sangue e il loro zelo hanno fecondato questo Paese, preparandolo all’evangelizzazione che, dopo tanti secoli, sembra essere ancora agli inizi. Ma proprio per questo, nonostante siano passati secoli, ci sentiamo contemporanei di San Francesco Saverio, di San Paolo Miki e di tutti gli altri. Perché in Giappone stiamo sperimentando quello che scriveva Peguy: “Tutto quello che c'è di piccolo è tutto quello che c'è di più bello e di più grande. Tutto quello che c'è di nuovo è tutto quello che c'è di più bello e di più grande. Tutto quello che comincia ha una virtù che non si ritrova mai più. Una forza, una novità, una freschezza come l’alba. Una giovinezza, un ardore. Uno slancio. Un’ingenuità. Una nascita che non si trova mai più. C'è in quello che comincia una fonte, una razza che non ritorna. Una partenza, un'infanzia che non si ritrova, che non si ritrova mai più. Ora la piccola speranza è quella che sempre comincia. Quella nascita Perpetua. Quell'infanzia Perpetua” (Il portico del mistero della seconda virtù). Nascita e infanzia perpetue che ho contemplato in Maria, la nona figlia di Carlo e Claudia Kumada, lui figlio di un regista giapponese ma romanissimo come la moglie, una famiglia in missione a Yokohama da qualche anno. Maria è una piccola martire che ha solo sfiorato questa terra, ma come una benedizione feconda nella mia vita e in quella di moltissimi altri. Il parto è stato difficilissimo, la placenta previa non ben diagnosticata ha fatto perdere ben quattro litri di sangue a Claudia, mentre per lunghissimi momenti è rimasta in apnea la piccola Maria. Mamma e figlia unite in un misterioso destino che ha fatto nascere Maria gravemente menomata. Ma solo fisicamente, perché nell’anno e mezzo in cui è stata tra noi, senza aprire gli occhi, nel totale silenzio, ci ha fissato e parlato del suo Sposo più di mille sguardi e parole. Maria è stata, ed è, la Parola di Dio fatta carne che risponde ad ogni nostro dubbio e silenzio, a quelli più sinceramente angosciati come a quelli che, superbi, esigono risposte umane ai misteri divini. Ho visto Maria un paio di giorni dopo la sua nascita, bellissima che sembrava una sposa pronta per le nozze, così semplicemente e umilmente sottomessa al suo Sposo. Prendetemi pure per pazzo, in fondo “Silenzio” ci dice chiaramente che lo siamo tutti noi sedotti dal folle amore di Cristo, ma  io l’ho visto il suo Sposo mentre abbracciava Maria nutrendola di vita attraverso le flebo; l’ho visto baciarla dolcemente con il respiratore che le donava l’ossigeno per vivere. L’ho vista come vorrei vedermi ogni giorno, come chiedo al Signore di rendere il mio essere cristiano e prete, obbediente e sottomesso alla volontà di Dio “perind ad cadavere”, allo stesso modo di un cadavere, come insegnava S. Ignazio di Loyola ai missionari della Compagnia di Gesù. Perché un missionario o è puro riflesso di Cristo, o non serve. Niente di più assurdo, lo so; addirittura illecito in quest’epoca di soli diritti e zero doveri. Eppure Maria, salita al cielo alcuni giorni fa, è in me l’immagine indelebile di quell’“infanzia perpetua” senza la quale è impossibile non solo la missione, ma la vita, ogni vita, che chiama ogni giorno a conversione per ricominciare dalle proprie debolezze bagnate dalla misericordia rigenerante del Padre. Maria è passata sulla terra muta, come un agnellino condotto al sacrificio. Maria è vissuta contemplando senza sosta lo Sposo nell’intimo della sua anima, laddove le nostre tante buone intenzioni ci impediscono di scendere, e, umili, inginocchiarci mendicando l’unica cosa buona e necessaria, l’amore di Cristo. Così, come le migliaia di martiri che l’hanno preceduta, Maria ha evangelizzato il Giappone stretta alla Croce del suo Sposo. Sul suo lettino era Lui che le scaldava il corpo troppo freddo, era Lui che le faceva compagnia, istante dopo istante, senza lasciarla un secondo. No, non era lei che viveva, ma era vivo in lei Cristo, pienamente, perché totalmente debole e bisognosa. Non poteva metterci di suo che quel corpo ferito, preparato da sempre per Cristo, sorella e sposa di Lui che ha offerto se stesso per lei, completamente e senza altra condizione che la gratuità. Il silenzio di Maria offriva a Cristo la voce per parlare al nostro cuore; i suoi occhi chiusi sul mondo dischiudevano quelli dello Sposo su ciascuno di noi che, spesso ciechi sul suo amore, ci avvicinavamo a lei. Ecco, questo è un cristiano, prete o laico non importa, un altro Cristo per il mondo. Crocifisso, perché è solo nella debolezza che tacciono le nostre parole ipocrite e si chiudono i nostri occhi avidi per lasciar posto al potere della Parola di Cristo e al suo sguardo di autentica compassione. Crocifisso come i martiri che hanno portato in sé il morire di Gesù per gli aguzzini perché tra i tormenti dell’ingiustizia risplendesse in loro la sua resurrezione. Deboli e inermi perché  la vita soprannaturale ed eterna che permette di donare la propria, sia offerta ad ogni uomo come l’unica testimonianza credibile che i peccati sono perdonati e che si può vivere già qui un anticipo del paradiso per il quale tutti siamo creati. Per questo Maria è una piccola martire, testimone innocente della fede nella quale i suoi genitori si sono aperti alla vita dopo aver avuto otto figli – “orrore” direbbe il mondo con il Padre Ferreira del film, una follia della superbia cristiana che pretende di salvarsi sulla Croce e non dalla Croce – e nella quale hanno camminato accanto a lei in questi lunghissimi mesi, con la spada che scendeva tagliente nel cuore di Claudia, e le tentazioni subdole di giustizia che, come l’“anazuri” (la tortura della “fossa” nella quale erano infilati a testa in giù i cristiani), erano pronte ad inghiottire Carlo torturandone la ragione. Ma Cristo era accanto a loro, ha vissuto in loro come in Maria, accompagnandoli insieme nel martirio che, nel mondo, dà ragione al suo amore più forte del dolore, del peccato e della morte. Entravi nella loro casa e mai avresti immaginato quello che Carlo e Claudia stavano vivendo. Guardavi e ascoltavi i loro figli sereni parlare di Maria come di un dono di Dio per la loro famiglia, rinnovata ogni giorno in una comunione soprannaturale che risplendeva nell’ordinarietà di una vita vissuta semplicemente, che significa assumere il dolore, restare crocifissi, e fare quello che c’è da fare. Compreso litigare e fare i capricci se serve, perché un bambino anche se ha fede è sempre un moccioso che si vuol far amare. Anche se, come dice Claudia, l'amore che c'è dentro questa storia non si può spiegare... Maria, come Felix, il papà di una famiglia spagnola con cui sono in missione da tanti anni salito al cielo undici anni fa e qui seppellito, come tutte le famiglie che sono in Giappone da quasi trent’anni, o da venti, o da tre, e i figli che sono cresciuti e si sono sposati, e sono anche loro qui in missione con i loro figli. E i fratelli giapponesi con i quali condividiamo le croci e la loro gloria in ogni centimetro di storia che ci attende, sperimentando che Cristo è vivo, che ha vinto il peccato e la morte, che Lui ha potere sulla “palude” che non è il Giappone ma il cuore dell’uomo schiavo del peccato, identico qui a quello di ogni altro lembo di mondo. Questi inizi nei quali seguiamo le orme dei primi missionari e cristiani giapponesi, sono il grembo dove cresce, gioiosa e grata, la fede. La nostra vita crocifissa lietamente con Cristo è la testimonianza inoppugnabile che la storia non è andata come racconta Silenzio, ma che anche oggi, qui e ovunque, può essere un prodigio di fedeltà e amore, che la Grazia plasma attraverso una seria iniziazione cristiana in una concreta comunità dove, in Cristo crocifisso e risorto, sono abbattuti i muri culturali, politici e nazionalistici. Guardo Maria, fisso i miei fratelli e vedo in loro i volti e la fede di chi ci ha preceduto, nella certezza che la stessa Grazia che opera oggi ha operato in loro. E affido alla misericordia di Dio chi è caduto e ha cercato, tra dolori inenarrabili, un’improbabile legittimazione ed esaltazione del proprio peccato. Perché, come scriveva ancora Peguy: Per non credere bisogna farsi violenza, torturarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Prendersi al rovescio, mettersi al rovescio, riprendersi. La fede è tutta naturale, tutta alla buona, tutta semplice” (Véronique – Dialogo della Storia e dell’anima carnale).

Antonello Iapicca Pbro
Takamatsu, 30 gennaio 2017



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Dio si è fatto uomo. Saresti morto per sempre se lui non fosse nato nel tempo.
Mai saresti stato libero dalla carne del peccato,
se lui non avesse assunto una carne simile a quella del peccato.
Ti saresti trovato sempre in uno stato di miseria,
se Lui non ti avesse usato misericordia.
Non saresti ritornato a vivere, se Lui non avesse condiviso la tua morte.
Saresti venuto meno, se Lui non fosse venuto in tuo aiuto.
Ti saresti perduto, se lui non fosse arrivato .

S. Agostino


Con forza rinnovo la raccomandazione di mettere tutto l'impegno
per farvi amare nei villaggi dove andrete e soggiornerete.
Compite tutte le vostre buone azioni con parole di amore
al fine di essere amati e mai detestati.
È il solo modo di portare molto frutto.

San Francesco Saverio


Oggi io vengo in questo luogo, come pellegrino,
per ringraziare Dio per la vita e la morte dei Martiri di Nagasaki,
per quei ventisei, e tutti gli altri che li hanno seguiti.
Ringrazio Dio per la vita di tutti coloro, ovunque essi siano, che soffrono per la loro fede in Dio,
per la loro lealtà a Cristo Salvatore, per la loro fedeltà alla Chiesa.
Ogni epoca – passata, presente e futura – produce, per l’edificazione di tutti,
brillanti esempi della potenza che è in Gesù Cristo.
Oggi vengo alla collina dei Martiri per testimoniare il primato dell’amore nel mondo.
In questo santo luogo gente di ogni condizione diede prova che l’amore è più forte della morte.
Essi incarnarono l’essenza del messaggio cristiano, lo spirito delle Beatitudini,
così che chiunque rivolga lo sguardo su di loro
possa essere ispirato a lasciar modellare la sua vita
dall’amore disinteressato di Dio e dall’amore del prossimo.
Oggi, Io, Giovanni Paolo II, Vescovo di Roma e Successore di Pietro,
vengo a Nishizaka per pregare
affinché questo monumento
possa parlare all’uomo moderno
come le croci su questa collina
parlarono a coloro che furono i testimoni oculari secoli fa.
Possa questo monumento parlare al mondo per sempre,
dell’amore, parlare di Cristo.

San Giovanni Paolo II


Il cristiano non farebbe abbastanza per i fratelli
se non annunciasse Cristo che porta la redenzione innanzitutto dal peccato;
 se non annunciasse la realtà dell'alienazione (la "caduta")
e al contempo la realtà della Grazia che ci redime, ci libera;
se non annunciasse che per ricostruire la nostra essenza originaria
c'è bisogno di un aiuto al di fuori di noi;
se non annunciasse che l'insistenza sull'auto-realizzazione,
sull'autoredenzione non porta alla salvezza ma alla distruzione.
Se non annunciasse, infine, che per essere salvati occorre abbandonarsi all'Amore.

Benedetto XVI



Eh no, la “palude” non è mica solo il Giappone. La “palude” circonda la vita di tutti, ovunque, da sempre. Ci seminiamo il matrimonio e ogni relazione, perché la “palude” è il cuore, infido e imprevedibile, “un abisso” che rende l’uomo “un baratro” (Sal 63). Identificarla con una Nazione e la sua cultura, la storia e la religione, è forse il più fuorviante degli equivoci su cui posa il contenuto e l’impianto narrativo del libro “Chinmoku - Silenzio” di Shusaki Endo e dell’omonimo film di Martin Scorsese. “La nostra religione non può mettere radici in questo Paese perché questo Paese è una palude; non cresce niente qui, una pianta germoglia e le radici marciscono” afferma Cristobal Ferreira, Provinciale dei Gesuiti in Giappone, “prete caduto” durante le terribili persecuzioni che subirono i cristiani in Giappone. La vera apostasia è tutta in questa frase, ben più grave e gravida di conseguenze della stessa “formalità” con cui calpestare un immagine sacra, che è solo la conseguenza dell’inganno cui Ferreira ha dato credito.

Per comprendere l’autentico messaggio del libro e del film, bisogna essere chiari storicamente ed onesti intellettualmente: il Ferreira di entrambi non è quello della storia. Prima Endo e poi Scorsese hanno attinto dalla sua vicenda ciò che della loro hanno voluto, o creduto di poter identificare. Di certo non l’ha spinto all’apostasia il pensiero che un suo “korobi” – “caduta” potesse salvare altri cristiani. E’ infatti un’invenzione di Endo trascritta nell’opera teatrale “Ogon no Kuni – Il Paese dell’oro” pubblicata alcuni mesi prima di “Silenzio”. Scriveva Diego Yuki Pacheco (missionario gesuita spagnolo, profondo e serio conoscitore della storia della Chiesa in Giappone e in particolare dei suoi martiri) in un articolo del 1966 “Il sacerdote caduto nelle opere di Endo Shusaki”, che “quando Ferreira fu appeso a testa in giù sulla collina di Nishizaka non vi era lì alcun contadino sottomesso ai tormenti. Suoi compagni nella fossa erano tre sacerdoti gesuiti e uno domenicano spagnolo, due studenti gesuiti e uno domenicano, giapponesi. Tutti morirono martiri”.

Non possiamo neppure affermare che Ferreira apostatò in virtù di una conversione intellettuale al buddismo, visto che perfino nel “Kengiroku”, un libro probabilmente redatto da lui per confutare la fede cristiana opponendo ai suoi principi quelli buddisti, “Ferreira insiste più nell’attacco al cristianesimo che nella sua adesione al buddismo; nel libro non appare la minima conoscenza della dottrina buddista mentre non ci dice che Ferreira fosse diventato buddista con il cuore. L’unica cosa che manifesta è una profonda amarezza, un desiderio di vendetta contro quegli insegnamenti che un giorno furono la sua vita e dai quali non riusciva a distaccarsi” (Pacheco, ibid). 

Era entrato infatti appena sedicenne nel noviziato dei gesuiti a Campolido, in Portogallo. E a soli vent’anni parte per il Giappone dove approda, ancora studente, nel 1602. Perfezionata la formazione a Macao, torna in Giappone per fare la sua professione religiosa nel 1617, in piena persecuzione. Molto stimato dai superiori che vedevano in lui la stoffa del leader, è designato Superiore dei Gesuiti della Regione di Kyoto e infine, nel 1632, Vice Provinciale del Giappone. Dopo appena un anno cade in mano dei persecutori e il 18 ottobre del 1633 apostata dopo cinque ore di sofferenza nella “fossa”. Dopo l’abiura troviamo Ferreira al servizio del “bugyo” o governatore di Nagasaki; ormai è Sawano Chuan, il nome di un giustiziato da cui ha ereditato anche la moglie e un figlio. Gira per vari tribunali nei quali vengono giudicati altri missionari, ma non sembra essere troppo risoluto e convincente; nel 1639 a Tokyo, ripreso per la sua apostasia dal Padre Gesuita giapponese Pedro Kasui durante il processo a suo carico, Ferreira abbandona il tribunale; nel 1642 tenta di spingere all’apostasia il Padre Rubino e i suoi tre compagni, ma è respinto con veemenza e i quattro gesuiti muoiono martiri nella fossa. Il 30 settembre del 1643 torna a Tokyo come collaboratore dell’inquisitore Inoue, e stavolta riesce a ottenere l’abiura dai missionari da poco giunti in Giappone, che però ritrattarono più volte. Uno di questi, Giuseppe Chiara, ha ispirato a Endo la figura del Padre Rodriguez, il protagonista di “Silenzio”. Il nome di Sawano Chuan appare varie volte nel diario di una fattoria olandese situata nell’isola di Deshima, arcipelago di Nagasaki, che di lui ci lascia una fosca istantanea: “Un portoghese che è stato superiore dei Gesuiti da queste parti, adesso va sempre sporco e ha un cuore nero”. Diametralmente opposta, e quindi falsa e ingannevole, la figura di Ferreira che appare nel film, dove l’approdo alla fede buddista sembra averlo rigenerato e “ripulito” anche esteriormente, come del resto occorre a Rodrigo dopo la sua apostasia.

Il breve exursus storico ci aiuta a scrostare dalla figura di Ferreira la patina ideologica e ideale che gli autori gli hanno cucito addosso: “la caduta non fu dovuta ad alcun atto eroico in favore della cristianità” (Pacheco, ibid). E’ dunque basato su un’invenzione il fatto da cui il libro e il film traggono il messaggio fondamentale. Logica vuole che un presupposto falso renda inattendibile l’intero svolgimento e il risultato finale di qualsiasi ragionamento, anche se la maggior parte dei critici e degli spettatori è rimasta colpita, e spesso affascinata, proprio dal presunto sacrifico “vicario” dei due missionari. Quello che invece “Silenzio” vuol dirci è che l’apostasia è stato un atto d’amore perché ha salvato i cristiani giapponesi dalla morte a cui li condannava una religione straniera alla quale non avevano mai davvero aderito. I missionari hanno apostato perché incapaci di avere ragione della “palude” nella quale, a testa in giù, erano stati calati: “non sei stato sconfitto da me, ma da questa palude che si chiama Giappone” dice infatti alla fine l’Inquisitore Inoue a Padre Rodriguez. E’ questa la frase chiave di tutto il film.

Come afferma satanicamente Ferreira, sarebbe stato l’orgoglio dei missionari ad uccidere i cristiani. La superbia di identificarsi con Cristo e di voler piantare la sua Croce in Giappone. Quella superbia dei sacerdoti che tanto ha colpito Scorsese, come recentemente detto in un’intervista a Padre Spadaro pubblicata su “La Civiltà Cattolica”: “se davvero si ha la chiamata, come si fa ad affrontare il proprio orgoglio? Se si è in grado di eseguire un rito in cui si produce la transustanziazione, allora sì: si è molto speciali. Tuttavia, è necessario anche qualcos’altro. Sulla base di ciò che ho visto e vissuto, un buon prete, oltre ad avere quel talento, quella capacità, deve sempre pensare anzitutto ai suoi parrocchiani. Quindi la domanda è: come fa quel prete a superare il suo ego? Il suo orgoglio? Volevo fare quel film. E ho capito che con Silence, quasi sessant’anni dopo, stavo facendo quel film. Rodrigues è direttamente alle prese con quella domanda”. E risponde apostatando, perché crede all’insinuazione di Ferreira con cui il demonio gli rovesciava la realtà come un calzino: tu non vuoi apostatare per l’orgoglio di sentirti come Cristo, vedi te stesso come una transustanziazione di Cristo, mentre per superare l’orgoglio devi pensare agli altri cristiani che si fidano di te e stanno soffrendo. Apostata e così salverai te dall’orgoglio e loro dalla morte.

Apostata, e così diventerai finalmente quello che per Scorsese è un vero sacerdote: “i buoni sacerdoti che ho conosciuto hanno sempre messo da parte il loro ego. Quando lo si fa, restano soltanto le necessità — le necessità degli altri — e vengono meno le domande sulla penitenza da scegliere o su ciò è o non è la compassione. Esse diventano prive di significato”. L’ego sarebbe dunque messo da parte in favore delle necessità tutte terrene degli altri, per le quali è ovvio che la com-passione, il patire la stessa sofferenza in unione a Cristo non ha significato; se la Croce smette di essere la porta che dischiude il Cielo, diventa un’inutile sofferenza priva di significato.

Astuto come un serpente, con questo velenoso sofisma satana riesce così a trasformare  l’apostasia nel supremo atto d’amore attraverso il quale liberare i giapponesi convertiti dall’orgogliosa utopia della Chiesa europea di farli diventare cristiani alla maniera occidentale. La morte dei cristiani giapponesi, dettagliatamente e lentamente ripresa nella prima parte del film, si rivela così come un martirio alla rovescia, la testimonianza cioè del fallimento della missione, dalla quale solo l’apostasia poteva salvarli. Solo Gesù, quello di Endo e Scorsese ovviamente, lo ha capito, e ce lo dice quando invita Rodriguez a calpestare la sua immagine occidentale nella quale i missionari volevano trasformare i poveri e ignoranti contadini giapponesi. 

Non so se Scorsese abbia colto questa subdola e perversa ideologia nazionalistica di “Silenzio”, un cancro che mette in pericolo l’unità della Chiesa, come già accadde ai tempi dei grandi scismi eretici e gnostici e delle riforme dell’era moderna. Forse no, forse si è fermato alla superficie emotiva del dramma di Ferreira e Rodriguez, quella del presunto silenzio di Dio davanti alle sofferenze patite per il suo nome, rotto solo dalla voce di Gesù che incoraggia Rodriguez ad apostatare. Dice infatti che “per questo sono nato in questo mondo, per condividere il dolore degli uomini. Ho portato questa croce per il vostro dolore”. Non è possibile che Dio voglia la sofferenza, Dio ci salva dalla morte, no? E come ci salva? “Condividendo” il dolore degli uomini, sic et simpliciter, che in “Silenzio” significa lasciarsi calpestare rinunciando ad essere il Dio Onnipotente che salva dal peccato e dalla morte, per vestire gli abiti degli uomini e nascondersi in essi, come appare nella scena finale.  Insomma, può salvare solo un Dio così perversamente umile da lasciarsi sconfiggere dalla “palude”, perché il Dio orgoglioso della sua unicità uccide invece di salvare. Salva un Dio diluito nei costumi della palude che accoglie e legittima tollerante e pietoso i suoi liquami.

E’ qui, e non nell’apostasia come atto estremo d’amore, che si nasconde il messaggio più potente e velenoso del film. Ed è un veleno mortale, per l’Evangelizzazione e quindi per ogni uomo. Si tratta infatti del completo rovesciamento del cuore del cristianesimo che è l’annuncio di Cristo morto per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione. Lui è stato calpestato certo, e molto di più, piantato proprio come un seme nella “palude” più profonda e infeconda che vi sia, il sepolcro dove il cuore dell’uomo è schiavo del peccato. Si è incarnato proprio per esservi gettato e morirvi, perché non vi era altro modo perché gli uomini potessero essere riscattati e così poter dare il frutto dell’amore per il quale sono stati creati. Ma dalla “palude” Cristo è risorto, e la Chiesa lo ha sempre annunciato come il Kiryos, il Signore della morte e del peccato. Lui ha sconfitto la "palude" rigenerandola e trasformandola in un campo puro e fertile. In essa l'albero della Croce ha dato il suo frutto incorruttibile perché più forte della tortura e della morte, come la fede e l’amore per i persecutori che risplendeva nelle migliaia di martiri che, nati o venuti nella “palude”, vi hanno sparso la fragranza del profumo di Cristo.

Perché la Chiesa e i suoi figli, missionari in virtù del battesimo, vivono la vita di Cristo che ha preso dimora in loro, come ammoniva San Paolo la comunità di Roma: Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. A maggior ragione i missionari inviati ad evangelizzare, che hanno sempre portato nel cuore il mistero su cui si fonda la missione espresso da San Paolo: “A Dio piacque salvare gli uomini con la stoltezza del Kerygma, della predicazione del Vangelo”. Scriveva l’allora Cardinale Ratzinger:

“… Basilio il Grande si riallaccia all'autopresentazione del profeta Amos, il quale, nella traduzione greca del libro del profeta, diceva di sé: "Io ero uno, che taglia i sicomori". La traduzione si fonda sul fatto che i frutti del sicomoro devono essere incisi prima del raccolto, poi maturano entro pochi giorni. Basilio scrive: "Il sicomoro è un albero, che produce moltissimi frutti. Ma non hanno alcun sapore, se non li si incide accuratamente e non si lascia fuoriuscire il loro succo, cosicché divengano gradevoli al gusto. Per questo motivo, noi riteniamo, (il sicomoro) è un simbolo per l'insieme dei popoli pagani: esso forma una gran quantità, ma è allo stesso tempo insipido. Ciò deriva dalla vita secondo le abitudini pagane. Quando si riesce a inciderla con il Logos, si trasforma, diviene gustosa e utilizzabile". Christian Gnilka commenta così questo passo: "In questo simbolo si trovano l'ampiezza, la ricchezza, la fastosità del paganesimo... ma anche si trova qui il suo limite: così come è, è insipido, inutilizzabile. Necessita di un cambiamento totale, ma questo cambiamento non distrugge la sostanza, ma le dà la qualità che le manca... D'altra parte la trasformazione necessaria non potrebbe essere sottolineata in modo più forte dal punto di vista dell'immagine se non proprio dicendo che si rende commestibile, ciò che prima non era fruibile. Nella 'fuoriuscita' del succo inoltre sembra alludersi al processo di purificazione". Ancora una cosa si deve notare: la trasformazione necessaria non può derivare da una proprietà dell'albero e del suo frutto - è necessario un intervento del coltivatore, un intervento dall'esterno. Applicando questo al paganesimo, a ciò che è proprio della cultura umana, ciò significa: il Logos stesso deve incidere le nostre culture ed i suoi frutti, cosicché ciò che non era fruibile venga purificato e non divenga soltanto fruibile, ma buono”. Per questo, “l'evangelizzazione non è un semplice adattarsi alla cultura, ovvero un rivestirsi con elementi della cultura nel senso di un concetto superficiale di inculturazione, che ritiene siano sufficienti un paio di innovazioni nella liturgia e espressioni linguistiche cambiate. No, il vangelo è un taglio - una purificazione, che diviene maturazione e risanamento. E' un taglio, che esige paziente approfondimento e comprensione, cosicché esso sia fatto nel momento giusto, nella fattispecie giusta e nel modo giusto, che esige quindi sensibilità, comprensione della cultura dal suo interno, dei suoi rischi e delle sue possibilità nascoste o anche palesi. Così è evidente che questo taglio "non è affare di un momento, al quale dovrebbe poi semplicemente seguire una ovvia maturazione", ma è necessario un continuo paziente incontro fra la Parola e la cultura, mediato dal servizio dei credenti... La fede cristiana è aperta a tutto ciò che di grande, vero e puro vi è nella cultura del mondo, come Paolo ha ben espresso nella lettera ai Filippesi: "Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri" (4,8). La fede conosce e ricerca i punti di contatto, recupera ciò che vi è di buono, ma è anche opposizione a ciò, che nelle culture sbarra le porte al vangelo. E' un "taglio". E' quindi stata anche sempre critica delle culture e deve essere proprio anche oggi impavida e coraggiosa. Gli irenismi non aiutano nessuno. Hugo Rahner ha mostrato questo efficacemente nel suo lavoro sulla "pompa diaboli": del rito battesimale fa parte infatti la rinuncia alla "pompa del demonio". Che cosa è? da che cosa qui il cristiano si separava? Di fatto la parola si riferiva innanzitutto al teatro pagano, ai giochi del circo, nei quali lo scannamento di uomini era divenuto uno spettacolo ricercato, crudeltà, violenza, disprezzo dell'uomo era il culmine dell'intrattenimento. Ma con questa rinuncia al teatro si intendeva naturalmente la degenerazione di una cultura, dalla quale innanzitutto doveva separarsi colui che voleva diventare cristiano e che si impegnava a vedere nell'uomo un'immagine di Dio e a vivere come tale. Così questa rinuncia battesimale è espressione sintetica del carattere critico nei confronti della cultura che è tipico del cristianesimo ed un contrassegno per il "taglio", che qui si rende necessario" (J. Ratzinger, Intervento al Convegno “Comunicazione e cultura, 9 novembre 2002) .

Questa lunga citazione illumina la sfida che nel presente sollecita la Chiesa, identica a quella del mondo pagano nei primi secoli del cristianesimo e a quella che affrontarono i missionari nel Giappone del '500 e del '600. Ce lo dicono i documenti che testimoniano lo zelo inesausto per diffondere capillarmente il Vangelo e il cristianesimo e, contemporaneamente, per approfondirlo nel cuore dei giapponesi, a prezzo di fatiche sovrumane. Al primo annuncio del Kerygma seguiva l'istruzione catechetica, spesso fatta anche di notte, realizzando un catecumenato che accompagnava i candidati al battesimo attraverso esami esigenti per saggiarne la fede. E accadeva anche che si lasciassero attendere un tempo differendo i tempi di amministrazione del sacramento sino alla maturazione della fede. Potevano darsi anche casi di istruzioni più brevi a causa dello scarso numero di missionari, ma in genere, anche se più breve, la formazione fu molto seria, come testimoniano i frutti delle migliaia di martiri, che, dalle tantissime testimonianze dei loro stessi aguzzini, dimostravano di sapere molto bene perché e per Chi morivano.

Come accadde ad esempio a Nagasaki: "Sui volti di tutti appariva una certa letizia, ma in Ludovico era particolare. A lui gridava un altro cristiano che presto sarebbe stato in paradiso, ed egli, con gesti pieni di gioia, delle dita e di tutto il corpo, attirò su di sé gli sguardi di tutti gli spettatori. Antonio, che stava di fianco a Ludovico, con gli occhi fissi al cielo, dopo aver invocano il santissimo nome di Gesù e di Maria; intonò il salmo «Laudate, pueri, Dòminum», che aveva imparato a Nagasaki durante l’istruzione catechistica; in essa infatti vengono insegnati ai fanciulli alcuni salmi a questo scopo. Altri infine ripetevano: «Gesù! Maria!», con volto sereno. Alcuni esortavano anche i circostanti a una degna vita cristiana; con questi e altri gesti simili dimostravano la loro prontezza di fronte alla morte" (Dalla «Storia del martirio dei santi Paolo Miki e compagni» scritta da un autore contemporaneo).

Oltre ad essere ben formati prima del battesimo, i cristiani furono curati anche dopo con grande amore e lungimiranza dai missionari che provvidero ad organizzarli in piccole comunità ben strutturate attraverso la fioritura di carismi che garantivano una feconda vita di fede. Liturgia, preghiera e carità erano i pilastri su cui fondavano queste comunità, che permettevano ai loro membri di vivere e difendere la fede nella comunione anche quando non potevano essere assistite da un missionario. Nelle comunità Cristo era vivo in ogni fratello, dove si vedeva come il "taglio" di cui parlava il Cardinal Ratzinger avesse generato una reale conversione. In esse si viveva un amore autentico tra i fratelli, che risplendeva all'esterno nella sua forma più pura e gratuita che è il martirio. Nei missionari e nella comunità sperimentavano sperimentavano la gratuità dell'amore di Cristo che li aveva accolti e amati così come erano, senza aspettare la loro conversione. Il Vangelo li aveva raggiunti nel loro paganesimo, schiavi dei peccati, e lo avevano visto nei missionari che erano arrivati sin lì senza sapere chi essi fossero. Sapevano però che senza Cristo la loro vita non era salvata, non era cioè piena e compiuta.

Questa esperienza fu tanto forte da legarli indissolubilmente ai Padri e alla comunità che era diventata la loro nuova Patria. Erano fratelli nei quali la Grazia aveva abbattuto le barriere del censo, dell'istruzione e della condizione sociale. Proprio perché erano diventati cittadini del Cielo seppero amare in un solo corpo offrendo la propria vita per i loro connazionali: "Il nostro fratello Paolo Miki, vedendosi innalzato sul pulpito più onorifico che mai avesse avuto, per prima cosa dichiarò ai presenti di essere giapponese e di appartenere alla Compagnia di Gesù, di morire per aver annunziato il vangelo e di ringraziare Dio per un beneficio così prezioso. Quindi soggiunse: Giunto a questo istante, penso che nessuno tra voi creda che voglia tacere la verità. Dichiaro pertanto a voi che non c’è altra via di salvezza, se non quella seguita dai cristiani. Poiché questa mi insegna a perdonare ai nemici e a tutti quelli che mi hanno offeso, io volentieri perdono all’imperatore e a tutti i responsabili della mia morte, e li prego di volersi istruire intorno al battesimo cristiano" (Ibid).

In “Silenzio” invece, anche le scene del martirio sono fredde, dure e strazianti ma, al di là di una certa compostessa tipicamente giapponese, non vi è traccia dello zelo e della gioia, dell'amore a Cristo e ai persecutori che la storia ci ha invece lasciato. I martiri appaiono come dei poveri ignoranti che, ingannati, sono condotti alla morte per conquistare un utopico paradiso dove non si soffrirà più. Per giungere ad affermare questo, Endo, e Scorsese con lui, operano l'azzeramento dell’antropologia biblica e cristiana basata sulla dottrina del peccato originale e del bisogno della redenzione operata da Cristo per mezzo dei sacramenti che amministra la Chiesa. Dottrina che proprio la Chiesa del Concilio di Trento nella quale erano formati i missionari, aveva ribadito chiaramente, sollecitata dall’eresia protestante. Dalla Riforma in poi infatti, il peccato originale è il nemico numero uno degli intellettuali illuminati che hanno avuto influenza anche su certi settori della Chiesa. In fondo, nell’esperienza di Scorsese da lui stesso raccontata a Padre Spadaro, del peccato non vi è traccia, solo l’impatto con lo scandalo del male su cui il cristianesimo e i sacramenti non sembrano avere potere: “mi ricordo che uscivo per strada dopo la fine della Messa e mi chiedevo: com’è possibile che la vita vada avanti come se niente fosse accaduto? Perché non è cambiato niente? Perché il mondo non viene scosso dal corpo e dal sangue di Cristo? È questo il modo in cui ho sperimentato la presenza di Dio quando ero molto giovane”.

Certo che si cade mille volte al giorno, figuriamoci, ma ciò non significa che Cristo non abbia potere. Ma forse né Endo, né Scorsese hanno mai conosciuto, per una povera e insufficiente formazione nella fede, che nel mondo c’è eccome un posto per uomini deboli come Kichijiro. Quel posto è la Chiesa, madre e maestra, che ci accoglie nelle sue  viscere rigeneranti, attraverso sacramenti che non sono una superficiale e impotente smacchiatura dei sensi di colpa, come appaiono quelle che impartisce Rodriguez a Kinjiro. I sacramenti sono la partecipazione al Mistero Pasquale di Cristo che ha il potere di perdonare e ridonare la Grazia perduta. La confessione compie nel cuore dell’uomo il miracolo di rendere feconda la sua “palude”. Il peccato, come la "palude", non è invincibile. È ostinato come il demonio, ma Cristo ha sconfitto entrambi, per sempre. E i cristiani partecipano della sua vittoria già in questo mondo, proprio quando la "palude" sembra assorbirci e Dio tace.

Un cristiano di qualunque epoca, razza, cultura, nazione, religione, sperimenta la propria trasfigurazione nella notte oscura, la presenza di Dio nella propria carne ma ben al di là dei limiti umani, come una primizia della vita eterna da gustare nella sofferenza e nella morte. Mentre “sembra che non cambi nulla, il mondo viene scosso dal corpo e sangue di Cristo” che uniscono a Lui i cristiani   nel martirio sofferto con una letizia scandalosa, che fa inciampare sul cammino razionalista e materialista perché testimonia il Cielo, senza la cui certezza sarebbe davvero un “orrore” perdere la vita ingiustamente. Ma benedetto scandalo, senza il quale come potrebbe l’uomo intuire che esiste molto di più di quello che l’ideologia ha stabilito?

Non è un caso se proprio Kichijiro è per Scorsese “il più affascinante e intrigante di tutti i personaggi… chi c’è accanto a Rodrigues? Kichijiro. Egli era stato, si scopre, il grande maestro di Rodrigues. Il suo mentore. Il suo guru, per così dire. Ecco perché Rodrigues lo ringrazia alla fine”. Meglio sarebbe dire il suo catechista sulla via dell’apostasia. Era accanto a lui come guru per svelargli l’impossibile conversione di un uomo secondo la dottrina cattolica, e indicargli l’unica via possibile di salvezza, quella di stare accanto agli altri per evitargli sofferenza e martirio. Questa “iniziazione all’apostasia” non può che culminare nell’identificare la "palude" con il Giappone tout-court, come con qualunque altra nazione o situazione. Ma così si finisce con l’impantanarsi e si tarpano le ali all’evangelizzazione. Se la “palude” è buona così come è, anzi, contiene valori migliori di quelli portati dal cristianesimo (e di valori il Giappone ne ha, e ben lo sapevano e lo sanno i missionari), beh ditemi perché andare a disturbare i giapponesi che ci vivono dentro. Al massimo si può offrire il sapere occidentale (che comunque deve moltissimo al cristianesimo), così come afferma Ferreira, fiero di insegnare scienza (un’altra cosa che non ha fondamenti storici, vista la sua formazione): “E’ appagante essere finalmente utile in questo paese”. Eh sì, quanto è difficile restare nella trincea missionaria quando non è appagante per la carne… La croce quotidiana della solitudine, la difficoltà della lingua, tutto perché anche un solo giapponese possa conoscere Cristo. Se Cristo ha salvato la propria vita e vivere senza di Lui è un non vivere, beh questo è molto più che appagante, è Cristo che colma la tua vita che si fa prossima a chi non lo conosce, ed è il salario di ogni missionario.

Ma se un missionario dimentica il primo amore per sposare il pensiero mondano secondo cui l'uomo non soffre a causa del peccato, è destinato  inevitabilmente a cadere nel complesso di inferiorità del cristianesimo nei confronti del mondo. Una volta accolta l'idea che l'uomo soffre a causa delle contingenze nelle quali è costretto a vivere (vedi le ideologie assassine di ogni epoca) il passo al relativismo è fatto. La dottrina cattolica sarebbe insufficiente a comprendere e risolvere i drammi dell'uomo perché chiusa in dogmi che non tengono conto della realtà cangiante della storia.

Questa conclusione segna la rinuncia alla metafisica che costituisce uno dei problemi più grandi che deve affrontare la Chiesa contemporanea. Per essere fruibile e funzionale alla salvezza dovrebbe adeguare i suoi insegnamenti fondamentali alle religioni locali, alle nuove realtà che la società viene presentando, ai nuovi diritti che essa reclama come alle diverse religioni e culture dei popoli, perché, come afferma il Ferreira post-abiura: “un albero che prospera in una terra può seccarsi in un’altra; è lo stesso per l’albero del cristianesimo. Le foglie si seccano qui, le gemme muoiono”. Per questo non è strano ascoltare da alcuni teologi e, purtroppo, da alcuni Pastori, le stesse parole di uno degli inquisitori durante il primo incontro del Governatore Inoue con il Padre Rodriguez: “La dottrina che portate voi potrebbe essere vera in Portogallo o Spagna, e noi l’abbiamo studiata per molto tempo. Abbiamo concluso che in Giappone non è utile, anzi pericolosa”.

Utilità… Bisognerebbe fermarsi un bel po’ di tempo per raccontare dell’utilità del cristianesimo in Giappone, degli incontri frequenti che ebbero molti missionari con uomini di cultura e di corte. Tra gli altri spicca il Padre Organtino, missionario italiano, in Giappone dal 1570, amato da tutti al punto che anche l’imperatore Nobunaga lo invitava a casa sua. Ma, al di là del contributo scientifico e artistico del cristianesimo (frutto di quel processo descritto da Ratzineger), resta la questione dell’utilità. Per cosa dovrebbe essere utile il cristianesimo in Giappone come in qualunque altro Paese? Sappiamo per certo che in Giappone, come sempre e ovunque accaduto nella storia della Chiesa, il cristianesimo ha apportato un decisivo miglioramento della vita quotidiana delle persone. Vi invito a leggere i libri di Rodney Stark, in particolare “Ascesa e affermazione del cristianesimo” nel quale illustra come questo, partendo da un pugno di uomini, riuscì a mettere radici e propagarsi nell’Impero Romano, per concludere che “quello che il cristianesimo offriva ultimamente ai convertiti non era nulla di meno della loro umanità”. Come accadde in Giappone, e non solo un’utopica speranza in un “paraiso” dove non ci sarebbero più lavoro, né tasse, né debiti.

Per i giapponesi infatti, il cristianesimo è stato “utile” per lo stesso motivo per cui lo era stato per i missionari che lo testimoniavano, e per ciascuno di noi. Soprattutto gli ultimi, i piccoli, come sempre accade dal Vangelo in poi, hanno visto il paradiso incarnato in quegli uomini venuti da lontano mossi esclusivamente dall’amore a Cristo e per ciascuno di loro. Ciascuno di loro era finalmente importante per qualcuno che li amava gratuitamente, e per loro aveva lasciato tutto. Importanti per qualcuno che aveva rischiato la vita, e la perdeva tra mille privazioni, consumandola senza sosta, perché la loro era importante. La loro qui ed ora, perché è qui ed ora che ci si gioca il paradiso. Attualmente molti ridono sotto le mentite spoglie accademiche dello zelo per la salvezza eterna dei giapponesi che ardeva nel cuore di tutti i missionari. Ridono con elucubrazioni intellettuali con cui vorrebbero convincerci che, in fondo, il cristianesimo che parla di Vita e dannazione eterne non è utile ma addirittura dannoso. Per questo in Giappone non avrebbe mai davvero attecchito e continua a non espandersi. Teologia e prassi medievali, europocentriche e romane che veicolano solo fondamentalismo e divisioni ci dicono. Ma si tratta di goffi tentativi per dissimulare la propria incredulità nella vita eterna, il vero “utile” portato dai missionari.

Per questo, molta predicazione ha smesso di parlare dei Novissimi, del paradiso e dell’inferno, concentrandosi sull’immanente. Ma se non esiste il Cielo, “se Cristo non è davvero risorto, vana è la nostra fede, e noi siamo da compiangere più di tutti gli uomini”. Sì, anche più degli aguzzini che hanno torturato e ucciso migliaia di cristiani in Giappone. E così sembra essere nel film, dove perfino Inoue appare un uomo “pratico, non crudele”, che esige dai fedeli e dai missionari “solo una semplice formalità” per salvare la pelle. Certo, per chi non crede alla resurrezione la "forma" può perfettamente differire dalla "sostanza", come in Giappone anche oggi appare evidente. Per chi ha apostatato la fede cattolica per abbracciare un vago umanesimo relativista una religione che insegna che se non è bonificata la “palude” la vita resterà sempre un’infinita ipocrisia è pericolosa e dannosa; essa infatti desterebbe le coscienze delle persone, strappandole alla subalternità nei confronti della cultura e dei suoi costumi.

I missionari conoscevano bene il principio della morale cristiana sintetizzato da San Tommaso d’Aquino per il quale “agere sequitur esse - l'agire segue l'essere”; annunciando Cristo avevano offerto ai giapponesi la possibilità di accogliere l’“essere” nuova creatura in Lui, e quindi una nuova e autentica forma di “agire”. Finalmente divenute persone, per loro, anche se contadini poveri, umiliati e disprezzati, non esistevano più formalità che potessero contraddire l’essere che avevano ricevuto gratuitamente. Quell’essere era Cristo vivo in loro, una vita sovrabbondante che li muoveva nell’amore che rendeva impossibile calpestare una pur semplice immagine di Colui che li aveva riscattati colmando di senso la propria vita. Calpestando l’effige di Cristo avrebbero calpestato anche se stessi, nei quali quell’immagine era stata impressa indelebilmente nel battesimo.

Il martirio affrontato dalla stragrande maggioranza dei cristiani testimoniando con l’agire della loro vita i contenuti della fede, rivela quanto profondamente si fossero estese le radici di quel nuovo essere che avevano accolto con la predicazione e la cura dei missionari nelle comunità da loro fondate. Risibili appaiono quindi le affermazioni di Ferreira per cui i giapponesi avrebbero aderito solo ad una loro interpretazione del cristianesimo. Essi morivano perdonando, e vorrei proprio sapere quando "il sole che muore e risorge ogni giorno" abbia perdonato qualcuno insegnando a fare altrettanto. O come il buddismo e lo shintoismo, che hanno certo una visione della vita dopo la morte, abbiano informato le anime dei loro fedeli con l’amore dei nemici. Solo chi si è scoperto impotente nella “palude” del proprio cuore infettato dal demonio, e amato lì, e perdonato, e ricreato come figlio di Dio, può offrire, cantando, la propria vita abbracciando nel perdono i propri aguzzini.

E’ triste constatare come questa idea costituisca oggi la base per rileggere la missione della Chiesa in Giappone. In un articolo dal titolo “La missione ne Giappone secolarizzato” il gesuita giapponese Shun'ichi Takayanagi, sostiene che sia d’obbligo "un mutamento di paradigma nei confronti del concetto di missione e dei modi di esercitarla". "Anche se la 'missione' ha ottenuto un grande risultato nel Giappone del XVI secolo, non è più possibile raggiungere un simile successo nei tempi odierni, caratterizzati da un rapido progresso della cultura materiale e da un elevato livello di vita. Proprio per questo l’antiquata concezione della missione, che proviene dall’epoca coloniale occidentale del XIX secolo e sopravvive nel subconscio di molti missionari, stranieri e autoctoni, deve essere sostituita da una nuova concezione del popolo con il quale e per il quale si lavora. La nuova strategia dell’annuncio del Vangelo deve diventare espressione del bisogno di religione degli uomini di oggi. Il dialogo deve approfondire la nostra concezione delle altre religioni e della comune esigenza umana di valori religiosi… Certamente la religione può far crescere e maturare gli uomini, ma in casi estremi l’appartenenza a una religione può anche pervertire la natura umana. Il cristianesimo è in grado di impedire il fanatismo e questa sorta di perversione? Questo è per noi un interrogativo assillante, che dobbiamo porci nell’esercizio della nostra attività missionaria. La storia passata del cristianesimo, a questo riguardo, non è certo ineccepibile. […] In particolare, alcuni intellettuali giapponesi, sebbene in maniera vaga e quasi inconscia e ispirandosi alla cultura politeistica giapponese, cominciano a chiedersi se le religioni monoteiste, in ultima analisi, possano mostrarsi veramente tolleranti verso i membri di altre religioni. […] Questi intellettuali ritengono che il terreno culturale politeista dello scintoismo giapponese possa assicurare un approdo morbido alle altre religioni”.

Questi ragionamenti non fanno altro che pormi la questione se per caso la “palude” non sia tanto la religione ma il potere, politico e religioso spesso intrecciati tra loro, all’epoca di Ferreira come oggi, con lo gnosticismo di impronta massonica che, subdolo, stende la sua ombra sinistra anche sul film. L’esperienza mi insegna che, per Inoue e i suoi convertiti come Ferreira, la parola "Giappone" non è altro che una scusa per nascondere le proprie gravi responsabilità nell’eccidio dei cristiani. Altro che apostasia per amore. Interessante quanto scritto circa il film dal vescovo ausiliare di Los Angeles Robert Barron in un post sul suo blog “Word and Fire”: "Ciò che mi preoccupa è che tutto questo concentrarsi sulla complessità e la polivalenza e l'ambiguità della vicenda sia al servizio dell'élite culturale di oggi, che non è molto diversa dall'élite culturale giapponese [di quattro secoli fa] messa in scena nel film. Quello che voglio dire è che l'establishment laico dominante preferisce sempre i cristiani che sono vacillanti, incerti, divisi e ansiosi di privatizzare la loro religione. Ed è viceversa fin troppo portato a squalificare le persone ardentemente religiose come pericolose, violente e, lasciatemelo dire, neppure tanto intelligenti. Mi chiedo se Shusaku Endo (e forse anche Scorsese) in realtà non ci abbia invitato a distogliere lo sguardo dai sacerdoti e a volgerlo invece verso quel meraviglioso gruppo di laici coraggiosi, devoti, dediti, che hanno sofferto a lungo e hanno mantenuto viva la fede cristiana nelle condizioni più inospitali immaginabili e che, nel momento decisivo, hanno testimoniato Cristo con la propria vita. Mentre Ferreira e Rodrigues, con tutta la loro formazione specialistica, diventavano i cortigiani a libro paga di un governo tirannico, quella gente semplice rimaneva una spina nel fianco della tirannia”.

Scriveva infatti San Francesco Saverio: i missionari “che verranno saranno molto perseguitati perché dovranno andare contro tutte le loro sètte e dovranno manifestare al mondo e spiegare come sono ingannevoli i modi e le maniere che i bonzi hanno per prendere denaro dai secolari. E in questo non dovranno mai essere tolleranti, soprattutto quando diranno [ai bonzi] che non possono liberare le anime dall'inferno (dato che essi vivono di questo) e proibiranno il peccato contro natura cosi diffuso tra loro; dovranno superare fatiche e per questo e per molti altri motivi, saranno assai perseguitati in tutti i modi” (San Francesco Saverio, Lettera 90).

Lo sguardo lucido e disincantato sull’essenza della missione non lasciò mai Saverio e i missionari che lo seguirono; non furono le sconfitte e neanche i successi a cancellare dalla loro mente e dal loro cuore l’intenzione “di spiegare e palesare la verità, per quanto essi (i bonzi) ci possano contraddire, poiché Dio ci obbliga ad amare di più la salvezza del nostro prossimo che non la nostra vita corporale”. Il cimento di ogni evangelizzazione si trova infatti in questo duplice amore, per coloro ai quali il missionario è inviato e per la Verità alla quale egli è vincolato e di cui è testimone, in virtù del dovere di annunciarla a chi ha il diritto di ascoltarla: “Essendo noi e loro tanto all'opposto nel modo di sentire Dio e di come si devono salvare le genti, non mancherà molto che noi saremo perseguitati da essi (i bonzi), e non soltanto a parole. In questi luoghi quello che noi pretendiamo è di portare le genti alla conoscenza del loro Creatore, Redentore e Salvatore Gesù Cristo nostro Signore. Viviamo con molta fiducia, sperando in Colui che ci darà le forze, la grazia, l'aiuto e il favore per mandare avanti tutto questo. Noi non intendiamo avere divergenze con i monaci, ma neanche per timore di loro tralasceremo di parlare della gloria di Dio e della salvezza delle anime: ed essi non ci potranno fare più male di quanto Dio nostro Signore permetterà loro. E il male che da parte loro ci venisse, rappresenta una grazia che ci farà Dio nostro Signore se, per suo amore e servizio, e zelo delle anime, ci abbreviassero i giorni della vita ed essi fossero gli strumenti per mezzo dei quali finisca questa continua morte in cui viviamo e si adempiano in breve i nostri desideri, andando a regnare per sempre con Cristo. Noi desideriamo, con l'aiuto, il favore e la grazia di nostro Signore, di adempiere questo precetto, dandoci Lui la forza interiore per manifestarlo in mezzo a tante idolatrie come vi sono in Giappone” (San Francesco Saverio, Ibid).

La caduta di Ferreira e di Rodriguez mostra come, in loro, questi sentimenti si fossero per lo meno raffreddati. Accettiamolo ma non canonizziamolo. E non scomodiamo il “silenzio” di Dio, perché di questo hanno scritto sulla loro carne moltissimi santi, ed è cosa ben diversa. Certo il “silenzio” è presente nel libro e nel film, ma non è quello che sembra soffrire Padre Rodriguez. Nelle scene nelle quali ne parla, dove prega e si dimena in preda a crisi psichiche, appare strumentale. In esse non vi è alcuna tensione; studiate per catturare l’attenzione su un dramma interiore, non riescono a coinvolgere. Appare piuttosto un uomo formato superficialmente, senza un vero rapporto d’amore con Cristo, al quale si rivolge quasi meccanicamente, sottolineando altrettanto meccanicamente un presunto suo silenzio. Piuttosto, romanzo e film veicolano un altro silenzio, quello di Dio dinanzi alla “palude” identificata con il Giappone. Dio è silente agli orecchi di Ferreira e di Rodriguez, come di Endo e Scorsese, perché parla le parole di suo Figlio che i missionari avevano sì imparato nella lontana Europa, ma che per loro erano ormai diventate  incomprensibili. Come lo sono alle orecchie e al cuore di molti cristiani contemporanei immersi nella “palude” del mondo, dove hanno perduto la fede perché non sono stati formati sperimentandone il potere.

Dio è silente perché non deve dire nulla alla “palude” se non, come in battesimo perverso, immergersi in essa lasciandosi assorbire e trasformare dalla cultura e dalla religione del posto. Ma ciò significa un rovesciamento del Mistero Pasquale che, se suppone la Croce e l’assurdo, non salva nessuno. Le parole con le quali Gesù, perfettamente adattato e inculturato nella "palude", rompe il silenzio che avvolge Rodriguez - “vieni avanti adesso, va tutto bene, calpestami, comprendo il tuo dolore, sono nato in questo mondo per condividere il dolore degli uomini, ho portato questa croce per il vostro dolore… la tua vita è con me adesso. Calpesta…” – sono una bestemmia. Etimologicamante "diffamano" Dio perché lo presentano inginocchiato e sconfitto dinanzi all’idolatria, impotente dinanzi alla palude.

Il Gesù di Endo e Scorsese assume sì il peccato, ma per benedirlo e legittimarlo. E’ ovvio, se il presupposto è quello che Scorsese ha spiegato nell’intervista a Padre Spadaro: “fin da ragazzo mi sono convinto che la pratica non è qualcosa che avviene soltanto in un edificio consacrato e nel corso di certi riti svolti a una certa ora del giorno. La pratica è qualcosa che accade fuori, sempre. Praticare (la fede cattolica), davvero, è fare qualsiasi cosa tu faccia, di buono o di cattivo, e riflettere su questo. Questa è la sfida. Eh no, la prassi della fede cristiana non è fare “qualsiasi cosa”; questo è invece il relativismo di stampa gnostico-massonica che precipita nell’assurdo di rinnegare il bene nel nome del bene per spiegare e piegare il male. Il mondo infatti, ingannato dalla suadente menzogna del demonio, non riesce a venire a capo del male, dal terremoto agli omicidi. Il male è presente, fa male, ma non possiamo estirparlo. Allora, ed è la via più facile perché quella delle rivoluzioni è decisamente più faticosa, seguendo le originali istruzioni del serpente di fronte all’albero della conoscenza del bene e del male, che decida l’uomo; o meglio, che gli intellettuali illuminati stabiliscano quando il bene sia male e quando questo sia bene. Esattamente quello che “Silenzio” mette in bocca a Ferreira (non male come la sua figura di iniziato…), per il quale il santo desiderio di piantare la Croce di Cristo nella “palude giapponese” è orgoglio e superbia, a causa della quale Dio stesso punirebbe il Giappone. Al contrario, l’apostasia, ovvero calpestare la Verità che sola può rendere liberi, costituirebbe il bene della salvezza della vita qui ed ora.

Quel ralenty goffo e grottesco che riprende l’apostasia di Rodriguez con cui Scorsese vorrebbe coinvolgerci nel drammatico parto dell'amore più grande, ci sembra invece il replay di un fallo violento in una partita di calcio. E in fondo, che cos’è l’apostasia se non un intervento a piedi uniti del demonio che ci fa cadere a terra con le gambe spezzate? Sappiamo bene che lo scandalo della sofferenza altrui e le pene della propria sono il campo preferito del demonio per tentarci e riportare vittoria. E i missionari fiaccati dalla persecuzione erano deboli al punto giusto. Nella grande maggioranza la potenza del Signore Risorto si manifestata pienamente vincendo la paura, accompagnando nella letizia e nella pace missionari e laici al martirio. In questi due no.

Ma almeno per questo vale la pena vedere il film. Essi sono infatti una Parola di Dio che chiama a conversione tutti noi, vescovi, preti, suore, mariti e mogli, padri e madri, figli, fratelli, tutti. Perché l’orgoglio è sempre in agguato, impedendoci di accogliere il perdono. L’ha intuito anche Scorsese, ma purtroppo seguendo Endo, ha fornito al problema dell’orgoglio una risposta che lo esalta in una maschera di compassione.
 
Invece l’esperienza fatta nella Chiesa ci dice che l’orgoglio si supera solo con le lacrime, come accadde a Pietro, scelto da Gesù come Roccia su cui fondare la Chiesa. Anche lui, il primo Papa, ha apostatato, e solo per salvare se stesso. Come accade purtroppo anche a me, e a te immagino, molte volte. La morte fa paura, accidenti se la fa. E non parlo solo della morte fisica, nemmeno della “fossa” o dei tormenti riservati ai martiri di ogni generazione. Parlo della morte di ogni giorno, di fronte alla quale apostatiamo, soffocati dalla mano gelida della paura. “Perché devi soffrire? Dio non esiste, e se esiste è un mostro geloso di te. Mangia e diventerai come Lui”. E noi mangiamo, ci ribelliamo, ci autodeterminiamo, tagliamo con Dio, apostatiamo, calpestiamo e moriamo. Quante volte ci guardiamo allo specchio scoprendoci identici a Ferreira, “sporchi fuori e scuri nel cuore?”. Forse anche oggi, perché anche oggi il demonio, brandendo la paura della morte, ci tiene schiavi della sua volontà malvagia, e ci spinge a peccare.

Il peccato è la morte, quella oscura che portiamo dentro e ci sporca fuori, riducendo il nostro cuore a una “palude”. Ma un gallo ha cantato per Pietro innescando le lacrime del pentimento, il primo passo della conversione con cui si riconosce la "palude" del proprio cuore per chiedere umilmente il perdono a Cristo che conosce da sempre quello che l'uomo accecato dall'orgoglio non riesce a vedere. Non a caso da allora il gallo è il simbolo di ogni Vescovo, testimone fedele della risurrezione, pastore della Chiesa che ha sperimentato il perdono su cui Cristo l'ha fondata. Le lacrime di pentimento infatti, troveranno sempre le viscere di  misericordia della Chiesa pronta ad asciugarle, infondendo però la Grazia e la forza di non peccare più.

La vita di un cristiano è una milizia, perché la “fossa” appare ogni giorno dinanzi a noi. Forse è il bambino down che porta in grembo tua figlia. Forse è lei stessa malata e non ce la fai più dallo strazio. Forse è tuo padre che soffre da mesi per un male incurabile e invalidante, e davvero il suo corpo sembra prigioniero in una gabbia. O quel tuo amico malato di Sla che ti implora di lasciarlo andare. Forse è quel conoscente divorziato a causa di sua moglie, si è risposato, ha due bellissimi bambini e in totale fanno cinque, e ora si sente rifiutato dalla Chiesa perché non può ricevere la comunione. Forse è tuo cugino gay, che ama alla follia il suo compagno e vorrebbe tanto sposarsi, e muore dalla voglia di essere padre. Forse è quel vicino di casa che è così avaro da impedire di mettere l’ascensore nel condomino e tua suocera invalida sono due anni che è confinata a casa. Forse è il mondo intero, i politici, i ricchi, i fascisti e i comunisti, i russi e gli americani, che fanno guerre e sfruttano i popoli e ora pure l’ambiente, che osano mangiare ancora gli animali. Forse è tuo marito che ti ha lasciato per una ventenne rumena. O forse sei tu stesso, che hai subito un’ingiustizia sul lavoro, che ti hanno calunniato, derubato, abbandonato.

Allora, chi ti sta parlando mentre sei calato nella “fossa”, dentro la “palude” che è il male dentro e fuori di te? Il nostro Signore Gesù Cristo crocifisso e risorto, o Ferreira, ovvero la caricatura blasfema e beffarda con cui sempre si traveste il demonio? Per caso, nel segreto del cuore, anche attraverso il bombardamento dei mass media in mano alla massoneria, non ci sta convincendo dell’impotenza di Dio di fronte al peccato, spingendoci ad apostatare una fede irragionevole e non credibile tanto per i giapponesi di ieri e di oggi, quanto per l’uomo contemporaneo ormai libero da ogni tabù e fiero delle sue conquiste culturali e civili? “Una cosa orribile… pensate alle sofferenze che avete inflitto a quelle persone solamente per il vostro sogno egoista di un Giappone cristiano” diceva Ferreira a Rodriguez.

Le stesse parole che ci sentiamo ripetere in ogni talk-show, serie televisiva, romanzo e film, perfino a Sanremo: quante sofferenze state infliggendo tu e la Chiesa senza compassione a tua figlia e al “prodotto del suo concepimento” down, a tuo padre e a tutti i malati incurabili piccoli e grandi, ai depressi cronici; e poi ai divorziati e ai risposati, agli omosessuali e a ogni “gender” in divenire. A quanti bambini orfani e abbandonati che potrebbero avere l’affetto di quella che vi ostinate a non accettare come famiglia. E alla terra, che riscaldate senza vergogna e che continuate a riempire senza curarvi di quanti fratelli condannate alla fame; e agli animali, senza capire che sono come noi, anzi, migliori perché uccidono solo per fame (sic… basta conoscere i gatti e il loro amore per topi e lucertole). Ma non capisci? Difendendo cocciutamente la fede cristiana che la Chiesa ti ha imposto lavandoti il cervello, fai soffrire anche te; che fai ancora su quella Croce rifiutando di farti giustizia, scendi subito, così crederemo che davvero ami chi invece stai trascinando nel dolore e nella morte; i tuoi figli capisci? tuo padre e tua madre, la carne della tua carne stai uccidendo con la tua fede! Davvero “una cosa orribile”, calpesta accidenti, oggi Gesù sarebbe favorevole ad aborto ed eutanasia, anche all’inseminazione artificiale e alla sperimentazione genetica eccome, Lui è venuto sulla terra per realizzare l’amore più grande, togliere la sofferenza, mica per vendere oppio ai popoli. Il vero Gesù infatti, sarebbe l’anticristo, quello che Vladimir Sergeevic Soloviev ha descritto così bene nelle pagine del romanzo omonimo, cameo nascosto nella trama del film.

Guardiamoci dentro, e diamo uno sguardo fuori, non siamo così lontani da questo, purtroppo.  Ma le parole sataniche di Ferreira, così attuali, possono essere accolte solo da una “palude” dove Cristo non è mai stato seminato. Da chi non ha ricevuto una seria iniziazione cristiana dove la fede possa maturare per crescere sino alla statura adulta. Da un cuore come quello di Endo, che nell'altra opera "Vita di Gesù Cristo" afferma che la risurrezione di Gesù Cristo è un mito inventato dalla prima comunità cristiana, in sintonia con la teologia liberale e protestante di tipi come Rudolf Bultmann. Ma se Cristo non è risorto, “mangiamo e beviamo, perché domani moriremo”. E si muore, e si resta incastrati nelle angosce esistenziali tra il bene che si vorrebbe aver compiuto e il male che invece si fa. Senza un autentico pentimento, che nasce solo dalla coscienza di aver perduto Cristo e la sua vita, si comprende il bisogno compulsivo di sentirsi accolti e perdonati del povero Kinjiro. Ma mi domando, Scorsese cattolico, ha mai conosciuto il vero volto della Chiesa? Forse no, se nell’intervista con Spadaro afferma una posizione nichilista rispetto alla salvezza, “qualcosa che nessuno può conoscere. Al momento della tua morte, se sarai cosciente, saprai se hai raggiunto la salvezza? Come lo saprai? Quel che è certo è che non lo sai mentre vivi. L’unica cosa che puoi fare è vivere una vita quanto più dignitosa possibile”. E qui le responsabilità sono di quelle comunità locali che da tempo hanno silenziosamente apostatato chiudendosi all’evangelizzazione. Molti hanno creduto alle parole di Ferreira, spinti anche dalla persecuzione che suppongono l’amore e la Verità, dalle sofferenze e dai fallimenti, non diversi oggi da quelli di ogni stagione missionaria. Il successo non fa per la Chiesa, e personalmente ne so qualcosa, per esperienza. Gesù ci aveva avvertiti: sale, luce e lievito, un corpo che si consuma sulla Croce per amore, quello vero però…

“Silenzio” invece ci dice che per essere accolti, il cristianesimo e la Chiesa devono lasciare i panni sterili della donna brutta che non piace a Inoue e al mondo, rinnegare cioè la fede dei padri, europea e inadatta, e con essa il Vangelo, e indossare un vestito giapponese, o, più semplicemente, un abito mondano. In fondo è il vero motivo che ha spinto Endo a scrivere le due opere sui missionari apostati. In un’intervista diceva di sé: “mi fecero ricevere il battesimo quando ero ancora bambino. Quando me ne resi conto ero già vestito con un abito straniero che non si adattava bene al corpo. Non so quante volte nella mia gioventù ho cercato di togliere e buttare via quel vestito che io non avevo scelto. Probabilmente dipendeva dal fatto che, pur considerandolo straniero, non potevo prescindere da esso. A poco a poco cominciai ad adattare quel vestito straniero al mio corpo, ma dovevo cucirlo di nuovo nella forma di un vestito giapponese” (Intervista apparsa sulla rivista “Chuo Kooron, Novembre 1966). Queste parole, che potrebbero essere le nostre anche se siamo occidentali, illuminano e svelano il senso della scena finale e decisiva del film, l’approdo esistenziale di Endo e probabilmente di Scorsese. Come potrebbe essere il nostro, come lo è di alcuni anche nella Chiesa, in Europa e nei territori di missione. La Chiesa ha un’unica possibilità in Giappone e in ogni altro Paese, creare una via indigena al cristianesimo. Una via giapponese, come una via catalana o maori, milanese o aborigena, latino americana o africana. E perché no una via scientifica, una eugenetica, rivoluzionaria, adultera e così via? Tutte vie “compassionevoli” che sanno a gnosticismo massonico, e che riducono l’uomo in cenere, proprio come si chiude la vicenda terrena di Rodriguez. Ma accettare l’idea di Endo significa anche accettare anche che il cristianesimo è un vestito che non si adatta alla vita dell’uomo. Certo che non si adatta, perché la Chiesa non è in Giappone e nel mondo per sposare la sua “palude”, ma per annunciare e testimoniare Cristo a ogni uomo, lo Sposo che è venuto e ha preso la sua carne per rivestirla del suo vestito splendente di resurrezione.

Probabilmente il cristianesimo è rimasto addosso a Ferreira, come si evince da quel “Nostro Signore” scappatogli dopo l’abiura, che si affretta a negare di aver detto. D’altronde il sacramento dell’Ordine, come quello del battesimo, è indelebile; non fa automaticamente schivare l’inferno, ma imprime un carattere che ti resta cucito dentro. Appunto, dentro. Ma fuori? Quel crocifisso celato negli abiti funebri di Rodriguez è il ghigno finale e apparentemente vittorioso del demonio, anche se per Scorsese alla fine egli è tornato alla fede. “Tu non sei stato sconfitto da me, ma da questa palude che è il Giappone, dove il cristianesimo è diventato una cosa strana, diversa”, sono le ultime parole di Inoue a Rodriguez, e rappresentano bene il sibilo del serpente (forse inconsapevolmente Scorsese ritrae strisciando sul tatami l’Inquisitore mentre le pronuncia) che è riuscito a fargli cambiare l’abito perché gli aveva cambiato il cuore; un altro “agire” perché in Rodriguez vi era ormai un altro “essere”.

Ma se il cristianesimo non ha il potere di cambiare l’essere, a che serve? Il cambio, la conversione appunto, la metanoia, il cambio di mentalità, per sua natura non è a livello esclusivamente interiore, pena lo scadere nel sentimentalismo, religione così di moda. La conversione si vede, come un bicchiere pulito all’interno che splende all’esterno. L’essere rinato in Cristo vive esteriormente il suo agire. Nascosto in un vestito giapponese cucito per un funerale buddista il crocifisso di Endo e Scorsese è solo una tragica caricatura che sembra far dire a Cristo ironicamente quel “benevenuto in Giappone” che Inoue aveva detto a Rodriguez come segno di vittoria.

Qualsiasi via umana al cristianesimo, per quanto nobile, non può finire che bruciata nell’irrilevanza. Qualsiasi via superbamente e satanicamente soggettiva al cristianesimo è inutile e dannosa perché lascia nella “palude” chi invece pretenderebbe di salvare. Invece nel silenzio Dio ha risposto con la Parola fatta carne, il Figlio che da quel giorno in cui fu crocifisso fuori Gerusalemme, ha fatto di ogni “palude” il suo Golgota. Per trasformarla, con la sua Croce, in un giardino, quello dell’Eden perduto a causa della stessa menzogna che “Silenzio” ci sussurra velenosamente nel cuore. E’ vero che molti cristiani sono rimasti nascosti durante più di due secoli, ma non è stato, come dice Inoue, grazie all’apostasia dei missionari. No, pur tra tante difficoltà, senza eucarestia e confessione, senza presbiteri, e per questo dimenticando molte cose e cadendo in qualche sincretismo, loro sì che hanno conservato il cuore limpido e puro in Cristo.

E’ stata una Grazia, chiaro, ma non di certo il trionfo della via giapponese al cristianesimo come molti, purtroppo, proprio in questa terra vorrebbero realizzare. La prova è che, scoperti proprio perché attirati da un prete, non hanno nascosto la loro fede, e molti , intorno al 1870, duecento anni dopo l’abiura di Ferreira, hanno offerto la vita per Cristo. Bambini, adulti, anziani, uniti nella stessa comunità che secoli prima i missionari aveva fondato, con la forza di quell’essere nuovo che era Cristo accolto nel battesimo, custodito nella preghiera e per questo vivo in loro, hanno testimoniato con il sangue quel nuovo modo di agire che è l’unica via autentica del cristianesimo. Perché Cristo ha piantato la sua Croce in ogni “palude”, anche quella di un grembo che gesta un figlio malato, anche nel letto di un malato terminale, nel tuo matrimonio, in ogni ingiustizia. E salva dalla morte con il suo amore che infonde senso e pace ad ogni dolore. L’amore che ha vinto la morte e ci fa partecipi, già nella “palude”, della sua resurrezione. La vita da risorti gestata in noi come nei cristiani giapponesi di tre secoli fa dalla Chiesa, Sposa feconda e non sterile del Signore, è il cammino luminoso del cristianesimo, offerto gratuitamente a ogni uomo di ogni luogo e di ogni generazione. Anche nella nostra, dove siamo chiamati a combattere la buona battaglia per difendere la fede nella speranza certa della corona, annunciando il Vangelo alle Nazioni in obbedienza alle ammonizioni di San Paolo a Timoteo: Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina”. E’ la via dell’evangelizzazione, quella che ci ha indicato il Signore risorto, come ha spiegato il Cardinale Ratzinger. Vi lascio queste sue parole che illuminano di speranza il nostro cammino nella storia:

“Nessuno vive solo. Il richiamo al rapporto fra vangelo e cultura vuole mettere in luce questo. Divenire cristiano necessita un rapporto vitale, nel quale si possano realizzare risanamento e trasformazione della cultura. L'evangelizzazione non è mai soltanto una comunicazione intellettuale, essa è un processo vitale, una purificazione ed una trasformazione della nostra esistenza, e per questo è necessario un cammino comune. Perciò la catechesi deve necessariamente assumere la forma del catecumenato, nel quale si possano compiere i necessari risanamenti, nel quale soprattutto viene stabilito il rapporto fra pensiero e vita. Eloquente è al riguardo il racconto, che Cipriano di Cartagine (+ 258) ha dato della sua conversione alla fede cristiana. Egli ci racconta che prima della sua conversione e battesimo non poteva affatto immaginarsi, come si potesse mai vivere da cristiano e superare le abitudini del suo tempo. Egli fornisce in proposito una cruda descrizione di quelle abitudini, che ricorda proprio le Satire di Giovenale, ma anche fa pensare al contesto vitale, nel quale oggi devono vivere i giovani: si può qui essere cristiani? non è questa una forma di vita superata? Quanti si chiedono questo, a ragione in realtà parlando da un punto di vista puramente umano. Ma l'impossibile, così narra Cipriano, fu reso possibile per la grazia di Dio ed il sacramento della rinascita, che naturalmente è considerato nel luogo concreto, nel quale esso può divenire efficace: nel cammino comune dei credenti, che aprono una via alternativa da vivere e la mostrano come possibile. Qui siamo ora di nuovo al tema della cultura, al tema del "taglio". Infatti Cipriano parla proprio della violenza delle "abitudini", cioè di una cultura, che fa apparire la fede come impossibile. Più di cento anni dopo Gregorio di Nazianzo (+ 390) esalta la conversione di Cipriano con le seguenti parole: "Per le sue conoscenze... rendono testimonianza anche le opere, di cui egli compose molte e notevoli per il nostro argomento, dopo che, grazie alla bontà di Dio, 'che tutto crea' e 'volge al meglio' egli aveva messo in salvo la sua formazione precedente portandola da questa parte e aveva sottomesso l'irragionevolezza alla ragione". Proprio perché egli sul cammino della conversione, mediante il taglio del Logos, ha trasformato la cultura del suo mondo, egli ha "messo in salvo" ciò che di essenziale e di vero essa conteneva. Mediante l'incisione nel sicomoro della cultura antica i Padri l'hanno nel complesso "messa in salvo" per noi e trasformata da strumento marcio in un frutto grandioso. Questo è il compito, che oggi è a noi proposto nei confronti della cultura secolarizzata del nostro tempo” (J. Ratzinger, Intervento al Convegno “Comunicazione e cultura, 9 novembre 2002).







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