DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

6 Dicembre 2016




ANCHE LO STUDIO E' AMORE, PERCHE' IN CRISTO TUTTO E' FATTO PER AMORE

Dante: "Studio... è applicazione de l'animo innamorato de la cosa a quella cosa"

Mentre preparavo la lezione mi sono imbattuto in questa definizione dantesca di 'studio': applicazione dell'animo innamorato della cosa a quella cosa. Non c'è conoscenza senza amore previo. L'intelletto si dà solo se è d'amore. Per questo studiare è questione prima d'amore e dopo di applicazione. Non possiamo spiegare se prima non studiamo. Non possiamo studiare se prima non amiamo. D'altronde studium in latino significa prima di tutto: passione. Credo che la farò incorniciare in classe. (Alessandro D'Avenia)

---------

GESU' CI RICREA, ALTRO CHE MAQUILLAGE. UNICA CONDIZIONE, FARE COME SAN GIROLAMO, DARE A CRISTO OGNI NOSTRO PECCATO CON NOME E COGNOME
Quello che faceva Gesù non era soltanto un cambiamento dal brutto al bello, dal cattivo al buono: Gesù ha fatto una trasformazione. Non è un problema di far bello, non è un problema di maquillage, di trucco: ha cambiato tutto da dentro! Ha cambiato con una ri-creazione: Dio aveva creato il mondo; l’uomo è caduto in peccato; viene Gesù a ri-creare il mondo. E questo è il messaggio, il messaggio del Vangelo, che si vede chiaro: prima di guarire quell’uomo, Gesù perdona i suoi peccati. Va lì, alla ri-creazione, ri-crea quell’uomo da peccatore in giusto: lo ri-crea come giusto. Lo fa nuovo, totalmente nuovo. E questo scandalizza: questo scandalizza! Il Signore, ha ripreso, “ci aiuti a prepararci al Natale con grande fede” perché “per la guarigione dell’anima, per la guarigione esistenziale la ri-creazione che porta Gesù ci vuole grande fede”. “Essere trasformati questa è la grazia della salute che porta Gesù. E bisogna vincere la tentazione di dire “io non ce la faccio”, ma lasciarci invece “trasformare”, “ri-creare da Gesù”. “Coraggio” è la parola di Dio: Tutti siamo peccatori, ma guarda la radice del tuo peccato e che il Signore vada laggiù e la ri-crei; e quella radice amara fiorirà, fiorirà con le opere di giustizia; e tu sarai un uomo nuovo, una donna nuova. Ma se noi: ‘Sì, si, io ho dei peccati; vado, mi confesso… due paroline, e poi continuo così…’, non mi lascio ri-creare dal Signore. Soltanto due pennellate di vernice e crediamo che con questo sia finita la storia! No! I miei peccati, con nome e cognome: io ho fatto questo, questo, questo e mi vergogno dentro il cuore! E apro il cuore: ‘Signore, l’unico che ho. Ricreami! Ricreami!’ E così avremo il coraggio di andare con vera fede – come abbiamo chiesto – verso il Natale.
Sempre,cerchiamo di nascondere la gravità dei nostri peccati. Per esempio quando sminuiamo l’invidia. Questa, invece, ha detto Francesco “è una cosa bruttissima! E’ come il veleno del serpente” che cerca “di distruggere l’altro!. Andiamo al fondo dei nostri peccati e poi darli al Signore, perché Lui li cancelli e ci aiuti ad andare avanti con fede. Un Santo, studioso della Bibbia che aveva un carattere troppo forte, con tanti moti di ira e che chiedeva perdono al Signore, facendo tante rinunce e penitenze: “Il Santo, parlando col Signore diceva: ‘Sei contento, Signore?’ – ‘No!’ – ‘Ma ti ho dato tutto!’ – ‘No, manca qualcosa…’. E questo povero uomo faceva un’altra penitenza, un’altra preghiera, un’altra veglia: ‘Ti ho dato questo, Signore? Va bene?’ – ‘No! Manca qualcosa…’ – ‘Ma cosa manca, Signore?’ – ‘Mancano i tuoi peccati! Dammi i tuoi peccati!’. Questo è quello che, oggi, il Signore ci chiede a noi: ‘Coraggio! Dammi i tuoi peccati e io ti farò un uomo nuovo e una donna nuova’. Che il Signore ci dia fede, per credere a questo”.
(Papa Francesco, Omelia a Santa Marta, 5 dicembre 2016)


------


LA VITTORIA DEL NO PROFEZIA DELLA MISSIONE DEL SALE, DELLA LUCE E DEL LIEVITO CHE SALVANO LA MASSA ACCECATA DALL'IDEOLOGIA E DALLA MENZOGNA

La piazza del Family Day costituì un fatto politico, e oggi ne vediamo gli effetti. Ma quella Piazza è stata molto di più, un evento profetico, capace cioè di leggere la realtà presente, interpretarla, e offrire un discernimento sicuro per camminare nel futuro, perché solo chi ha un passato certo come una Roccia e luminoso come il perdono può inoltrarsi senza paura nella storia. Quella Piazza fu un fatto politico perché ancorato nella fede che sorge nella Chiesa ed è fondata sulla Roccia che è Cristo, la fede verso e nella quale cammina la stragrande maggioranza di quanti vi hanno partecipato. Per questo in quella piazza non c'erano solo slogan e voti, ma volti e storie che il "potere" non ha mai compreso e accolto, perché il potere è in mano al principe di questo mondo e odia quei volti e quelle storie. Il potere arrogante di "chi governa le Nazioni" non serve ma si serve delle persone. Per questo possiamo brindare al risultato di questo referendum solo con la "serena" consapevolezza che la Storia la guida Colui che dall'alto se ne ride dei progetti dei popoli (Sal 2) invitando i governanti alla saggezza. Possiamo rallegrarci oggi solo a patto che sappiamo riconoscere in questo evento un nuovo "kairos", un tempo favorevole di conversione per tutti noi. I cristiani sono persuasi che nessun referendum offrirà mai a un uomo la capacità di amare sino alla fine sua moglie, così come nessun voto saprà dare a una donna la forza di donarsi senza riserve accogliendo suo marito esattamente come egli è. La Costituzione è un pezzo di carta molto importante ma non è Parola di Dio, si può cambiare e adeguare, così come una Legge di bilancio o sul codice della strada. Quello che, come ci hanno insegnato il Signore e il suo Apostolo Paolo, nessuna Legge può dare è la certezza del suo compimento. Può solo arginare (pochissimo) il male e impedire che la deriva morale si trasformi rapidamente in uno tsunami devastante. Ecco, oggi l'argine ha tenuto, e nonostante alcune leggi sconsiderate e sataniche siano state approvate, quel Popolo che si nutre di fede ha mostrato che quella fede ha la capacità di farsi carne e pure voto se necessario. "Per amore dei suoi figli" e di quelli di ogni italiano.... Per dare anche a un voto popolare un pochino di sapore celeste, una luce profetica sulla storia contemporanea dell'Italia offerta a chi ha o sta per prendere il potere. Arriveranno altre tempeste, ben più terribili, sono tutte profetizzate è inutile illudersi, ma se quel Popolo che scese in Piazza saprà perseverare nella Chiesa (nonostante alcune miopie) e restare saldo nella fede ancorando la casa sulla Roccia, non ci sarà da temere. La vita divina e il martirio quotidiano, fino al sangue chissà, saranno il NO a satana e alle sue menzogne che salverà il mondo, esattamente come quel giorno a Piazza San Giovanni prima e al Circo Massimo poi quel Popolo offeso e non considerato gettò le premesse del risultato di oggi. Nessuno o quasi lo riconoscerà, come nessuno sa e può riconoscere il ruolo decisivo della Chiesa nella storia. Non potrebbe essere diversamente, ma non ci preoccupa, anzi. Questo referendum rivela una volta di più il ruolo decisivo dei cristiani, anche nella società. Il ruolo cioè della luce, del sale e del lievito, che offrono se stessi per salvare una massa inconsapevolmente votata al suicidio per aver creduto supinamente alle menzogne del seduttore di tutta la terra. Ecco, dietro la vittoria del No vi sono i piccoli, le famiglie derise e dimenticate, ma senza le quali oggi l'Italia sarebbe stata un pochino peggio. E non è poco.... Coraggio allora, perché in ogni evento Dio continua a parlarci e a chiamarci a conversione, ciascuno nella sua chiamata e vocazione, chiedendo senza posa la comunione, vitale anche per chi si affaccia alla res-publica.

Antonello Iapicca Pbro

-------


AD-DIO FIDEL. A TE LA MISERICORDIA, A NOI IL DISCERNIMENTO PER NON CADERE NELLE TRAPPOLE DELLE IDEOLOGIE
"Si guasta il carro funebre..." 
La fine di Castro metafora del suo regime: la camionetta che portava l’urna con le ceneri si guasta. I soldati la trascinano fino alla tomba (LIBERO 6 DICEMBRE  2016)


----------

QUESTA LA VERA EMERGENZA: IL PECCATO CHE FERISCE CHI CI E' ACCANTO

"Turno finito, niente parto. E il bimbo nasce infermo"
Avevano fretta di andarsene dall’ospedale: due dottoresse non eseguono il cesareo e falsificano gli esami. Il piccolo è cerebroleso (LIBERO 6 DICEMBRE 2016)


-----


LA VICENDA (SINO AD ORA...) DEL PRESIDENTE RENZI E' UNA PARABOLA PER TUTTI.

"PRECIPITEVOLISSIMEVOLMENTE"

PER UNA VOLTA SIAMO D'ACCORDO CON GRASSO: "DA TRIBUTO A TESTAMENTO". 

Il video si chiama «Mille giorni di governo» e dura 5’30”. Mille giorni invecchiano: al giuramento il premier sembrava un ragazzino, al congedo il suo volto reca i segni del tempo. Le mille e una notte di un governo che ha cercato di sopravvivere anche con i racconti, come Shahrazad. Renzi si racconta con un timer che scandisce lo scorrere del tempo, con le date dei provvedimenti, dall’aprile 2014 (reato di scambio politico-mafioso) al novembre 2016 (nuova disciplina del cinema e dell’audiovisivo). Per ironia della storia, un audiovisivo che si trasforma in testamento. Renzi parla di Renzi, sempre in primo piano, come se la collegialità non esistesse, come se il suo Io fosse ingovernabile. È un testo prezioso (fatto troppo bene per essere confezionato in poche ore), la confessione di un arcangelo caduto. (Corriere della Sera, 6 dicembre 2016)


-------


"NELLA BUONA E NELLA CATTIVA SORTE". LA VERA BUONA NOTIZIA E' UNA DONNA CHE CORAGGIOSAMENTE RIVELA IL COMPIMENTO BELLO E AUTENTICO DI SE STESSA NELL'ESSERE MOGLIE SEMPRE...  

NEMESI A PALAZZO CHIGI. PROPRIO CHI HA OBBEDITO ALL'EUROPA DEI MASSONI FACENDO UNA LEGGE CHE DEMOLISCE LA FAMIGLIA E L'ANTROPOLOGIA AUTENTICA E RIVELATA, TROVA NELLA MOGLIE E NELLA FAMIGLIA IL PARACADUTE PER NON SCHIANTARSI SULLA PROPRIA SCONFITTA. MATTEO, GUARDA LA MANO TESA DELLA VERITA', E RIPARTI DA LI'....

"A Matteo resta soltanto Agnese. Ma non è poco"

Agnese era lì, nel salone di Palazzo Chigi, a tre passi di distanza dal marito premier sconfitto, mentre lui annunciava le sue dimissioni irrevocabili dalla guida del governo nella sua tragica notte del referendum. Agnese era lì, in piedi,dignitosa, composta e silenziosa, con le mani raccolte,vestita non con i pizzi di Scervino delle grandi occasioni ma in pantaloni neri e maglione chiaro a collo alto, come quando si sta in famiglia in inverno, lontano dagli impegni ufficiali,e come pronta a prendere per mano il marito e riportarlo a casa tra il calore degli affetti veri.
Agnese era lì, nella sede del governo, nel giorno più amaro di Matteo Renzi, illuminato dalle telecamere di tutte le reti televisive nazionali,mentre di fronte al podio lui pronunciava il suo discorso di addio. Agnese era lì, gli era accanto, esponendola sua complicità di moglie, la sua condivisione di sentimenti, la sua indiscussa solidarietà, testimoniando come di solito solo le mogli vere sono le uniche destinate a stare vicino ai mariti nei momenti peggiori, di matrimonio, di vita o di malattia.
Agnese era lì,senzaunsorriso, senza espressione, ma quella sua presenza in piedi, in quel salone, parlava più di tanti discorsi, di tante battute e diceva: «Io sono qui, ti sono vicina come sempre, ti aspetto, quando avrai finito ti accompagno a casa dai nostri figli, che la cena è pronta». Agnese era lí, impassibile e a ciglio asciutto, lontanamille miglia dalle lacrime delministro Maria Elena Boschi nella stanza accanto, lontana dalle polemiche rumorose del gigliomagico sulla catastrofe referendaria, lontana dalle faide interne con a capo D’Alema e Bersani, lontana da quelli che avevano cantato vittoria sul filo di lana, ed anche lontana dalla valanga diNo rovesciata dagli italiani addosso a Renzi.
Agnese era lí per Matteo, per suo marito, per il bullo di Rignano sicuro e spaccone che davanti a lei recitava con voce incrinata il suoultimodiscorsodacapodelgovernoitaliano. Agnese era lìnon da first lady , ma damoglie edamadre, da compagna di vita dell’ex boy scout abituato a vincere, a prendersi quello che voleva con arroganza e spocchia, con coraggio e con violenza, dal ragazzo che calpestava le regolecondisprezzo,che esercitava il potere acquisito ridicolizzando i ruoli degli amici di partito, che denigrava i suoi predecessori, che tentava di governare con un personalismo inesperto che lo ha condotto in un colpo solo alla sua catastrofe politica. Agnese era lì,sorda agli sghignazzi festanti dei grillini in piazza,agliattacchi duri dei leghisti davanti ai microfoni, alla soddisfazione beata dei forzisti nel salotto di Bruno Vespa e ai sorrisi ironici della sinistra del Pd radunata nella sede di via delNazareno.
Agnese era lì, a schiena dritta, con lo sguardo fisso sul marito e con il dolore ben nascosto, con la delusione mascherata, senza isterie, senza drammi e soprattutto senza parole. Agnese era lì nel giorno della caduta, come nessuna moglie di premier aveva mai fatto fino ad oggi, né quella di Andreotti, di Craxi, di Ciampi,di Prodi, di Berlusconi, diMonti e di Letta, e come nessuna di loro ci ha messo la faccia, il corpo e il cuore a sostegno del marito che da rottamatore si è ritrovato rottamato. Agnese era lì, di fronte all’Italia che ha dettoNo, di fronte ai consensi divenuti dissensi, di fronte al suo uomo fino a poco prima protagonista assoluto di un’invasione mediatica e di una campagna referendaria senza precedenti,di una battaglia dura,dai toni esasperati, di una lotta corale persa con l’onore dei vinti, e lei era lì immobile e impassibile di fronte ai giornalisti che vergavano frenetici il disonore da mandare nei titoli in prima pagina all’alba.
Agnese era lì,pacata e rassicurante, mentre in mente le scorrevano veloci le immagini degli ultimi mesi, le visite di Stato, i ricevimenti, le cene con la Merkel, le foto con gli Obama, le Leopolde affollate, un mondo finito, un sipario sceso all’improvviso, una scenografia cambiata e capovolta, più reale, dalla quale emergevano con forza solo le macerie dei recenti terremoti, i barconi zeppi di immigrati che continuano ad arrivare sulle nostre coste, le strade e i ponti che crollano sotto le alluvioni, i giovani senza speranza di lavoro, la ripresa economica promessa e mai arrivata e gli italiani che non ci credono più. Agnese era lì per stare accanto a suo marito durante il suo ultimo discorso da presidente del Consiglio, il suo annuncio più sincero, per non fargli tradire l’emozione, per accoglierlo quando lui si è poi avvicinato a lei, quando le ha messo il braccio sulle spalle e si è lasciato portare via, per tornare a casa al riparo dai tanti nemici,dagli odi e dai rancori, come un marito qualunque, che si appoggia alla moglie quando ha bisogno,quando è smarrito,ma che le riconosce la forza femminile e il conforto sicuro.
Agnese era lì. (Libero, 6 dicembre 2016)


-------


“NO FEDE NO BELLEZZA”, PERCHE' L'AGIRE, TUTTO,  SEGUE SEMPRE L'ESSERE...

"IN MORTE DELLA BELLEZZA". ALDO MARIA VALLI ANALIZZA LUCIDAMENTE L'ARCHITETTURA ECCLESIALE CONTEMPORANEA CHE SCATURISCE DALLA PERDITA DELLA FEDE

Ogni volta che viene consacrata una nuova chiesa sono contento, perché Dio ha una nuova casa e le persone un luogo dove pregarlo. Se poi il luogo in cui la chiesa è consacrata è una periferia desolata, ancora meglio: in mezzo ai palazzoni-dormitorio, dove magari non c’è neanche una piazza per incontrarsi, la chiesa diventa un’isola di umanità e di speranza in un mare di grigiore reale ed esistenziale. Tra le periferie più desolate ci sono quelle romane, e dunque quando su «Roma sette», supplemento di «Avvenire», ho letto che a Ponte di Nona sarà presto consacrata una chiesa intitolata a Santa Teresa di Calcutta, ho pensato: che bello! Poi purtroppo ho visto la foto. Questa nuova chiesa, devo dire, non è brutta. È orrenda. E allora mi sono chiesto: perché? Voglio dire: perché una chiesa così orrenda? E perché le chiese nuove sono tutte immancabilmente orrende? Che cosa abbiamo fatto di male noi cattolici contemporanei per meritarci chiese che fanno letteralmente spavento? Quale colpa dobbiamo espiare? Mi piacerebbe chiederlo ai vescovi e ai responsabili diocesani che si occupano di queste cose. Qui non posso pubblicare immagini, ma vi chiedo di andare a vedere in internet. Se cercate la nuova chiesa dedicata a Santa Teresa di Calcutta, a Ponte di Nona, a Roma (via Guido Fiorini, 12) la trovate subito. Purtroppo. Penso che se avessero chiesto di disegnarla a un bambino di sei anni il risultato sarebbe stato di gran lunga migliore. Come definire questa presunta chiesa? Un magazzino? Un hangar? Un pezzo di fabbrica? Un bunker? Una casamatta? Secondo l’architetto, del quale per carità non faccio il nome, vista di profilo la chiesa può contenere l’immagine di Madre Teresa in preghiera. Ci vuole una certa immaginazione. Il problema è che, di profilo o non di profilo, questo edificio resta orrendo. Quello che dovrebbe essere il campanile sembra una lunga zanna cariata, oppure una specie di torretta industriale, o una cabina elettrica non terminata. Quanto al corpo centrale, potrebbe sembrare la tribuna di uno stadio, ma una brutta tribuna di un brutto stadio. E vogliamo parlare dell’interno? Un grande vuoto. Di una freddezza sconcertante. Penso che un deposito di frigoriferi, al confronto, trasmetta più calore. Ora torno alla domanda di prima: perché? Perché le chiese di questi nostri tempi devono essere così orrende? Perché ci siamo condannati alla bruttezza estrema, senza speranza? Perché gli architetti ai quali vengono commissionate non sanno fare altro che tirare linee dritte come se fossero alle prese con il progetto d’un supermarket? Perché ignorano del tutto il bisogno di raccoglimento e di intimità spirituale? Perché non possiedono nemmeno una briciola di senso del sacro? Ma, soprattutto, perché le nostre diocesi si rivolgono proprio a questi architetti che sembrano ignorare tutto della vita della Chiesa? Perché, a dirla tutta, i nostri vescovi commissionano chiese a chi, con ogni evidenza, la Chiesa la odia? Possibile che non ci sia in giro un architetto dotato di un minino di pietà per i fedeli e di un minimo di amore per nostro Signore? Mentre scrivo, mi viene in mente una possibile risposta. Forse è tutto un calcolo astuto. Siccome le liturgie, in queste nostre chiese di questi nostri tempi, sono spesso, a loro volta, orrende, ecco che i signori vescovi pensano: per liturgie orrende ci vogliono chiese orrende, è una questione di coerenza. Per liturgie sciatte, a base di schitarrate e canti sguaiati, con altoparlanti che ti sfondano i timpani, cori stonati,  preti che pensano di essere a un talent show e fedeli che si comportano come se fossero al centro commerciale, è giusto mettere a disposizione chiese adeguate. Non so se questo sottile ragionamento – che comunque è un’ipotesi –  sia animato anche da un intento pedagogico, ma penso di no. Probabilmente l’intento è soltanto punitivo.
Ma ecco che mi si propone un’altra risposta. E se fossimo davanti, ancora una volta, al vecchio complesso d’inferiorità che immancabilmente coglie molti nostri pastori? Se, semplicemente, facendo costruire queste chiese che sembrano magazzini, i nostri pastori pensassero di essere «moderni»? Probabilmente anche loro le considerano orrende, ma per non mostrarsi arretrati e inadeguati dicono che sono belle, innescando così un equivoco terribile e senza fine, a causa del quale gli architetti presentano progetti sempre più orrendi e i vescovi dicono che sono sempre più belli. Il problema è che le vittime finali siamo noi poveri fedeli, costretti a frequentare luoghi di culto dai quali, se non fossero stati consacrati ufficialmente, staremmo certamente alla larga, tanto sono repellenti. Mi viene da sorridere, amaramente, pensando che noi contemporanei, capaci solo di sfornare chiese orribili e agghiaccianti, ricorriamo all’espressione «secoli bui» per parlare del medioevo, quando i nostri progenitori costruivano cattedrali meravigliose, capaci di indurre a pensieri di fede perfino gli atei più incalliti. Se quelli erano «secoli bui», i nostri che cosa sono? Una cosa è certa: le chiese nuove, al contrario delle cattedrali medievali, riescono a indurre pensieri di ateismo perfino nei cattolici più devoti. Non so se ci avete fatto caso, ma nelle chiese nuove, in questi ambienti terribili che non sembrano case di Dio ma luoghi di punizione e perdizione, non si sa letteralmente dove guardare. Non avendo un’anima, non hanno un centro. Per trovare il tabernacolo, un visitatore può impiegare un bel po’, e magari alla fine non lo trova. Non c’è niente che conduca lo sguardo e lo spirito verso il cuore della chiesa. Tutto sembra pensato, piuttosto, per sviare e confondere. Tutto sembra pensato e progettato perché tra lo spazio di fuori, quello della quotidianità, e lo spazio di dentro, quello che dovrebbe essere lo spazio sacro, non ci sia alcuna differenza. Bruttezza fuori, bruttezza dentro. Anonimato fuori, anonimato dentro. Appiattimento fuori, appiattimento dentro.
Ora, io so bene che il buon Dio non si fa problemi e abita tra noi ovunque. Ma perché noi non siamo più capaci di rendergli gloria? Perché facciamo di tutto per accoglierlo male? Perché i nostri pastori si ostinano a trovargli case così terribili, così inospitali, così fredde, quasi che, anziché invitarlo a entrare, lo volessero cacciar via? Sento già la risposta: ma tu sei un vecchio conservatore e consideri brutto tutto ciò che è moderno e bello solo ciò che è antico! Eh no, cari miei. Io sarò pure un vecchio conservatore, ma considero brutto ciò che è oggettivamente brutto, e rivendico il diritto di dirlo a voce alta. E forse, se ci mettessimo in tanti, a dirlo, qualcosa potrebbe cambiare. Da Platone a san Tommaso, la bellezza è un attributo della verità e dunque di Dio. Noi invece inseguiamo la bruttezza. Perché? Solo stupidità? Solo sciatteria? No, senz’altro c’è di più. Immersi in un  pensiero che prova odio per l’idea stessa di verità e considera inesistente il bene oggettivo, non possiamo far altro che consegnarci al brutto. È fatale. Ma che questo avvenga con il timbro dei pastori mi mette una grande tristezza. Se è vero, come scrisse Dostoevskij, che la bellezza salverà il mondo, mi sa tanto che noi dobbiamo considerarci spacciati.

--------


L'UNIVERSITA' DI OXFORD DIXIT. NON CERTO UNA FACOLTA' TEOLOGICA...
LA RIVINCITA DEL PADRE, CONTRO IL "PENSIERO UNICO SECOLARIZZATO"

Università di Oxford: “Padri presenti donano equilibrio ai figli”. 
Un padre molto presente, aiuta lo sviluppo dei figli e ne fa donne e uomini più equilibrati. Ragazzini ben seguiti, infatti, hanno il 28% di probabilità in meno di avere problemi comportamentali. È quanto emerge da una ricerca dell’Università di Oxford, che ha esaminato un campione di seimila bambini, seguiti per dieci anni. Sulla stampa internazionale la notizia ha avuto una notevole eco. Proprio in una fase storica in cui spira forte in Occidente il vento di ideologie tese a destrutturare l’identità sessuale e a demolire l’istituto familiare, la scienza lucida a nuovo e ricolloca al vertice la figura dell’uomo quale pater familias. Siamo forse al tramonto della campagna di indebolimento del ruolo del padre, portata avanti fin dal ’68 dal “capitalismo edonista” di concerto con le “burocrazie politiche marxiste”?
ZENIT ne ha parlato con il prof. Claudio Risé, psicoterapeuta e scrittore, docente di Psicologie dell’educazione all’Università Bicocca di Milano.
Prof. Risé, finalmente viene rivalutata l’importanza del ruolo del padre? Per la verità dati simili, anche molto dettagliati e impressionanti, erano già noti, raccolti dal Bureau of Census Usa e altre istituzioni nazionali e internazionali, e già presentati nel mio Il padre l’assente inaccettabile, la cui prima edizione italiana è del 2003, poi tradotto in gran parte del mondo. Il fatto è che questi dati non vengono finora diffusi e presi sul serio da gran parte dei centri di potere politico ed economico, impegnati invece nell’indebolimento del padre, in quanto figura potenzialmente disturbante nei confronti della proposta omologante di figure genitoriali neutre,  portata avanti dal pensiero unico secolarizzato, fino a poco fa dominante nell’ultimo cinquantennio in Occidente.
Nel suo libro Il padre. Libertà dono (ed. Ares, 2013), Lei dice che è compito del padre fare dono della libertà al figlio. Cosa intende di preciso? In quel libro, per il quale il filosofo Pietro Barcellona ha scritto una prefazione prima di morire, ho presentato l’importanza per il buon equilibrio successivo del figlio del rapporto con la madre dal concepimento e nei primi anni dopo la nascita. Una relazione di carattere fusionale, istitutiva di forti dipendenze nel figlio e nella stessa madre ma decisiva per il benessere del piccolo. Perché il figlio “nasca” però, anche come soggetto autonomo, è necessario che il padre entri affettuosamente nella diade madre-figlio, portandovi  il “dono della libertà al figlio”. Vale a dire una proposta  di emancipazione per entrambi, attraverso specifiche pratiche e iniziative. Ciò richiede nel padre, ad esempio, una grande attenzione nello scorgere e valorizzare nel figlio tutti quegli interessi e vocazioni personali che egli normalmente esprime già dalla prima infanzia, ma che non vengono spesso colte né dalla madre, troppo preoccupata a soddisfarne i bisogni per raccoglierne le spinte emancipanti. Anche le figure educative esterne sono ancora troppo spesso immerse in un modello  unidirezionale (dagli educatori agli educandi), per cogliere le proposte e potenzialità presenti in questi ultimi. Il padre invece, vicino al figlio senza però esservi mai stato unito come la madre, è in grado di portare questo dono di libertà, in particolare se accompagnato dalla proposta e testimonianza di sviluppo spirituale e accesso al simbolico.
Quanto ha inciso sulla crisi del ruolo paterno il ’68?Il ‘68, che si è a volte autopresentato come rivolta contro il padre, è stato invece, a livello profondo, anche  una sorta di grido di aiuto verso il padre, affinché questi smettesse di crogiolarsi nell’autocontemplazione narcisistica già imperante nell’Occidente secolarizzato e si facesse interprete della necessità di “liberazione” dei giovani dall’ideologia della soddisfazione del bisogno che si intuiva già imperante allora e ancor più nei decenni a venire. Questo richiamo non fu naturalmente accolto da padri già compromessi, anche moralmente e culturalmente, dall’edonismo di massa. La società dei consumi e delle pulsioni fu anzi ulteriormente rafforzata, coinvolgendovi il più possibile anche i nuovi ribelli e decapitando le loro spinte ideali e potenzialità spirituali. Capitalismo edonista e burocrazie politiche marxiste si impegnarono con successo a far naufragare nell’opulenza e nell’immagine la spinta ideale di un’intera generazione, peraltro già confusa di suo.
È indice di stabilità che giova ai figli anche il rapporto complementare tra padre e madre?L’innegabile complementarità tra madre e padre, impressa dalla natura nella fisiologia e psicologia femminile e maschile, non implica – anzi esclude – ogni ambigua e confusiva complicità, sempre di scarso valore nel processo educativo. La complementarità è invece fondata sulla convinta testimonianza da parte di ognuno dei due della propria diversità, e dell’assoluta necessità di un accordo con l’altro per la presenza armonica dei due principi e delle rispettive forze e vocazioni.
Se è così importante l’equilibrio dei ruoli di madre e padre, cosa ne è delle cosiddette “coppie omogenitoriali”?Si tratta di esperienze recenti, con un tempo di osservazione troppo breve per fornire valutazioni e dati precisi. Inoltre quelli finora raccolti sono stati presentati su iniziativa volontaria, e non su raccolte di dati e campionature scientificamente valide. Il loro significato è soltanto di propaganda di queste nuove tecniche, e costumi. Si tratta comunque di iniziative tese a cambiare la stessa riproduzione umana, e dunque  l’umanità, finora fondata appunto sull’unione tra maschile e femminile.
Inoltre le biotecnologie fanno passi da gigante. Quali conseguenze può avere su un figlio il concepimento da utero in affitto? Hanno l’aspetto di deliri di onnipotenza individuali, sostenuti da forti interessi politici ed economici. Dal punto di vista psicologico, ma anche cognitivo e simbolico, appare evidente che un bambino nutrito da relazioni affettive ed esperienziali con un solo sesso viene privato delle risorse di quello tagliato fuori dal processo riproduttivo. Senza dimenticare la diversa qualità dei processi naturali e quelli costruiti in laboratorio. Si tratta però di altri ed enormi campi e questioni, sulle quali non desidero inoltrarmi in questo momento.

------

Amoris laetitia. Card. Müller: “Non rinnega il magistero precedente”
Il dibattito sulla Amoris laetitia, che va avanti ormai dalla sua pubblicazione avvenuta nell’aprile 2016, si è arricchito di un ulteriore contributo del cardinale Gerhard Ludwig Müller. In un’intervista all’agenzia austriaca Kathpress, il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha risposto ai dubbi sollevati nei giorni scorsi da quattro cardinali, in modo particolare sul capitolo 8, dedicato al discernimento delle situazioni “irregolari”. Premettendo di parlare “con l’autorità del Papa” e di non poter “partecipare alla diatriba delle opinioni”, il cardinale Müller specifica anche che il Santo Padre potrebbe “incaricare” il suo dicastero di risolvere la controversia. “In questo momento – ha detto il porporato tedesco – è importante che ognuno di noi rimanga obiettivo e non si lasci trascinare in una sorta di polarizzazione e meno ancora contribuisca a rinfocolarla”. In merito all’interrogativo stimolato dalla Amoris laetitia, ovvero se i divorziati risposati possano, in casi eccezionali, essere riammessi all’eucaristia, e quindi i pronunciamenti dei pontefici precedenti non siano più validi, Müller fa presente che il magistero precedente è ancora valido e cita, a tal proposito, il veto posto nel 1994 dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, suo predecessore, alla lettera pastorale dei vescovi Kasper, Lehman e Saier, che annunciavano la permissione dell’eucaristia ai divorziati risposati. Il cardinale Müller ha quindi ribadito che “l’indissolubilità del matrimonio deve essere il fondamento dottrinale incrollabile per l’accompagnamento pastorale”, mentre il principale obiettivo di papa Francesco, con la Amoris laetitia, è quello di aiutare le famiglie e i matrimoni in crisi a trovare “una via che sia in corrispondenza con la volontà sempre misericordiosa di Dio”. In conclusione il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede esprime l’auspicio che le vere o presunte lotte dottrinali all’interno del Vaticano si risolvano con la “vittoria della verità” e non con il “trionfo del potere”. Non è la prima volta che Müller interviene sul capitolo 8 dell’ultima esortazione apostolica. Lo scorso maggio, durante una conferenza presso il Seminario Conciliare di Oviedo, il cardinale aveva ribadito che la Amoris laetitia non è affatto in contrasto con la Familiaris consortio di San Giovanni Paolo II, che indicava ai divorziati risposati, come unico modo per ricevere la comunione, il vivere castamente, “come fratello e sorella” (cfr FC 84). “Se la Amoris laetitia avesse voluto cancellare una disciplina tanto radicata e di tanta rilevanza l’avrebbe detto con chiarezza e presentando ragioni a sostegno – aveva dichiarato Müller in quell’occasione -. Invece non vi è alcuna affermazione in questo senso; né il papa mette in dubbio, in nessun momento, gli argomenti presentati dai suoi predecessori, che non si basano sulla colpevolezza soggettiva di questi nostri fratelli, bensì sul loro modo visibile, oggettivo, di vita, contrario alla parole di Cristo”. “Cambiare la disciplina in questo punto concreto- aveva aggiunto il cardinale tedesco – ammettendo una contraddizione tra l’eucarestia e il matrimonio, significherebbe necessariamente cambiare la professione di fede della Chiesa, che insegna e realizza l’armonia tra tutti i sacramenti, tale e quale l’ha ricevuta da Gesù. Su questa fede nel matrimonio indissolubile, non come ideale lontano ma come realtà concreta, è stato versato sangue di martiri”.


-------


Abe in visita a Pearl Harbor Giappone e Stati Uniti chiudono i conti con la Storia

NEW YORK Dopo Hiroshima, Pearl Harbor. Barack Obama e Shinzo Abe chiudono la doppia operazione politico-diplomatica. Il 27 maggio scorso il presidente americano aveva visitato la città giapponese distrutta dalla bomba atomica del 6 agosto 1945. Il prossimo 26 dicembre, il premier nipponico arriverà nella base navale americana bombardata a sorpresa il 7 dicembre del 1941. Date, simboli della grande storia che i due leader hanno trasformato in questo 2016 nell’occasione per archiviare definitivamente le antiche ostilità. Il modo più plateale, più solenne per consolidare l’alleanza chiave tra Stati Uniti e Giappone. Obama ha cercato su tutti i fronti possibili di chiudere i conti con il passato: Cuba, Vietnam e, appunto, Hiroshima. Shinzo Abe, politico conservatore e nazionalista, sta cercando di emancipare il Paese dai sensi di colpa maturati nel Dopoguerra e dalla conseguente irrilevanza militare nel mondo. L’attacco a Pearl Harbor è forse l’immagine ancora più potente di quella bellicosa aggressività nipponica che Shinzo Abe vuole oggi sostituire con uno status di moderna e pacifica potenza armata. L’allora presidente americano Franklin Delano Roosevelt definì quel 7 dicembre «il giorno dell’infamia». Il blitz nelle Hawaii fu concepito dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto, come risposta all’embargo petrolifero deciso dal governo americano per appoggiare la Cina e gli altri Paesi asiatici occupati o minacciati dal Giappone. Circa 350 aerei piombarono nella baia, affondando la flotta alla fonda e uccidendo circa 2.000 persone. Il premier giapponese visiterà il memoriale, dove sono custoditi i resti della nave da battaglia Arizona. Gli staff di Tokyo e di Washington sono al lavoro per allestire un cerimoniale simile a quello che abbiamo visto la scorsa primavera a Hiroshima. Questa volta toccherà ad Abe pronunciare il discorso più atteso. È chiaro che nelle previsioni di Obama e, probabilmente anche in quelle di Shinzo Abe, tutta questa coreografica manovra sarebbe proseguita con Hillary Clinton alla Casa Bianca. Ma, per quello che si è visto finora, Donald Trump potrebbe essere un interlocutore ancora più interessante per l’ambizioso nazionalismo di Abe. Non a caso il premier giapponese è stato il leader straniero più lesto a ottenere, il 18 novembre, un appuntamento nella Trump Tower. Le mosse successive del neo presidente americano, però, hanno attirato l’attenzione dei giapponesi. Trump si è spinto fino alla provocazione nei confronti della Cina, prima telefonando alla presidente di Taiwan e ieri, insistendo con un tweet: «I cinesi ci chiedono forse il permesso quando svalutano la moneta?». Il Giappone ora vuole verificare quali siano le reali intenzioni di Trump. Fonti del «transition team», il comitato che sta gestendo le consegne alla Casa Bianca, fanno sapere che il nuovo presidente non avrebbe nulla in contrario se il Parlamento di Tokyo modificasse la Costituzione, aprendo la strada al riarmo del Paese. (CORRIERE DELLA SERA, 6 DICEMBRE 2016)


-------


UN LIBRO DA LEGGERE: IL DEMONIO DIETRO AD HITLER, NEMICO DI CRISTO E DEI SUOI FRATELLI.

Anticristiano e antiborghese, i rimpianti finali di Hitler
Nella prefazione Giorgio Galli rilegge in chiave esoterica ciò che Adolf Hitler dice nel libro Il mio testamento politico (Bur, pp. 154, e 13), che raccoglie alcune conversazioni del 1945, oggi riproposte in Italia dopo un’edizione del 1961. Ma nel testo ci sono anche altri motivi d’interesse. Qui il razzista Hitler, per cui gli Usa multietnici sono un «gigante dai piedi d’argilla», si distacca dal determinismo genetico e indica come connotato cruciale degli odiati ebrei la «struttura mentale»: preferisce il «razzismo spirituale» a quello biologico. Poi accentua la polemica anticristiana e antiborghese. Rinnega Vichy e si duole di non aver aiutato «i lavoratori della Francia a realizzare la loro rivoluzione». Condanna il franchismo, «regime di profittatori capitalisti, fantocci della cricca clericale». Ammette di aver condotto una «politica dei reazionari piccolo borghesi» inadeguata ai suoi progetti. Rimpianti di un uomo finito, ma anche sintomi di una vocazione rivoluzionaria che smentisce l’idea del Terzo Reich come prodotto del capitalismo. (Corriere della Sera, 6 dicembre 2016)


----


-->

1 Dicembre 2016




PREGARE PER I MORTI E PER I VIVI

Quanti modi diversi ci sono per pregare per il nostro prossimo! Sono tutti validi e accetti a Dio se fatti con il cuore. Penso in modo particolare alle mamme e ai papà che benedicono i loro figli al mattino e alla sera. Ancora c’è questa abitudine in alcune famiglie: benedire il figlio è una preghiera; penso alla preghiera per le persone malate, quando andiamo a trovarli e preghiamo per loro; all’intercessione silenziosa, a volte con le lacrime, in tante situazioni difficili per cui pregare. Ieri è venuto a messa a Santa Marta un bravo uomo, un imprenditore. Quell’uomo giovane deve chiudere la sua fabbrica perché non ce la fa e piangeva dicendo: “Io non me la sento di lasciare senza lavoro più di 50 famiglie. Io potrei dichiarare il fallimento dell’impresa: me ne vado a casa con i miei soldi, ma il mio cuore piangerà tutta la vita per queste 50 famiglie”. Ecco un bravo cristiano che prega con le opere: è venuto a messa a pregare perché il Signore gli dia una via di uscita, non solo per lui, ma per le 50 famiglie. Questo è un uomo che sa pregare, col cuore e con i fatti, sa pregare per il prossimo. E’ in una situazione difficile. E non cerca la via di uscita più facile: “Che si arrangino loro”. Questo è un cristiano. Mi ha fatto tanto bene sentirlo! E magari ce ne sono tanti così, oggi, in questo momento in cui tanta gente soffre per la mancanza di lavoro; penso anche al ringraziamento per una bella notizia che riguarda un amico, un parente, un collega…: “Grazie, Signore, per questa cosa bella!”, anche quello è pregare per gli altri!. Ringraziare il Signore quando le cose vanno bene. A volte, come dice San Paolo, «non sappiamo come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26). E’ lo Spirito che prega dentro di noi. Apriamo, dunque, il nostro cuore, in modo che lo Spirito Santo, scrutando i desideri che sono nel più profondo, li possa purificare e portare a compimento. Comunque, per noi e per gli altri, chiediamo sempre che si faccia la volontà di Dio, come nel Padre Nostro, perché la sua volontà è sicuramente il bene più grande, il bene di un Padre che non ci abbandona mai: pregare e lasciare che lo Spirito Santo preghi in noi. E questo è bello nella vita: prega ringraziando, lodando Dio, chiedendo qualcosa, piangendo quando c’è qualche difficoltà, come quell’uomo. Ma il cuore sia sempre aperto allo Spirito perché preghi in noi, con noi e per noi. (PAPA FRANCESCO, CATECHESI GENERALE DEL 30 NOVEMBRE 2016)

-------

IN SIRIA I BAMBINI E I GIOVANI CRISTIANI RISCHIANO LA VITA, IN ITALIA LA METTONO A RISCHIO PER NOIA E VUOTO PNEUMATICO….

“Vi testimonio la mia grazia: vivere al fianco dei martiri cristiani in Siria”

Suor Maria Guadalupe, missionaria dell’Ive, racconta la sua esperienza e punta l’indice verso le bugie dei media occidentali e quelle potenze “che parlano di diritti umani e appoggiano l’Isis”
Tra le varie immagini che scorrono sullo schermo dietro di lei, ce n’è una che ritrae un gruppo di famiglie durante un pic-nic che sembra svolgersi in un parco di una pacifica città occidentale. Gli abbracci amichevoli, i volti distesi e sorridenti, gli abiti dignitosi suggeriscono che siano persone spensierate. Stupisce sapere invece che quella foto è stata scattata a un gruppo di cristiani di Aleppo, in Siria, non molti mesi fa. È gente, quella che sorride e che mantiene la schiena dritta, che convive quotidianamente con la morte, consapevole che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo di vita.
Questa immagine racchiude il senso delle parole pronunciate da suor Maria Guadalupe de Rodrigo, missionaria argentina dell’Istituto del Verbo Incarnato (Ive), nel corso della conferenza che ha tenuto ieri all’Università Europea di Roma a proposito della sua esperienza in Siria.
La suora dell’Ive non esita a definire “una grazia” il poter vivere al fianco di questi nuovi martiri della fede cristiana: persone d’ogni età e censo, che affrontano la spada degli estremisti islamici come un premio del Signore.
L’esperienza di suor Maria Guadalupe in Siria ha inizio nel gennaio 2011, a seguito di un periodo in Egitto. Dopo aver sperimentato la discriminazione che vivono i cristiani nel Paese delle sfingi, la giovane vede come un’occasione per rilassarsi il trasferimento ad Aleppo, un vero e proprio crogiolo inter-religioso, ove regna la pace, la convivenza, la prosperità.
Passano appena due mesi dal suo arrivo, tuttavia, e la situazione del Paese precipita inopinatamente. A marzo iniziano le prime manifestazioni di protesta contro il Governo di Assad. “I media occidentali parlavano di dimostrazioni pacifiche svolte da cittadini siriani per chiedere democrazia, ma noi che eravamo lì possiamo testimoniare tutt’altro”, spiega la suora.
La fase embrionale dei tumulti si è sviluppata a Dar’a, nell’estremo sud del Paese. Alcune ragazze originarie di quel villaggio, ospiti nel centro d’accoglienza per studentesse dell’Ive ad Aleppo, testimoniano a suor Maria Guadalupe e alle sue consorelle che “gruppi di stranieri, lo si notava dall’accento, entravano nei villaggi armati fino ai denti per uccidere i cristiani”.
Fin da subito l’elemento religioso si configura quindi come determinante. Eppure la stampa sembra non volersene accorgersene. Anzi, suor Maria Guadalupe ravvede una precisa volontà a disinformare l’opinione pubblica su quanto sta avvenendo in Siria.
Quando le proteste si estendono in tutto il Paese e giungono anche ad Aleppo, spiega la religiosa, “abbiamo visto dalle nostre finestre, con i nostri occhi, migliaia di persone scendere in strada per manifestare solidarietà ad Assad. Ebbene, dopo poche ore quelle stesse immagini nei media venivano fatte passare come sommosse contro il regime”.
Le accuse della suora sono rivolte a una stampa connivente con la comunità internazionale, vera responsabile della mattanza siriana. “La Siria era indipendente e ricca, per questo gente in giacca e cravatta ha voluto servirsi di gruppi armati per disgregarla”, denuncia. E lamenta inoltre che le sanzioni nei confronti di Damasco sono servite soltanto a sfinire la popolazione, aggiungendo un dettaglio spinoso: “Nel 2012 è stato rimosso l’embargo al petrolio, quando i pozzi erano in mano ai ribelli, anche all’Isis. Forse è stato fatto per permettere a questi gruppi di finanziarsi?”.
È una domanda che appare tristemente retorica dinanzi alla realtà descritta subito dopo da suor Maria Guadalupe. La coalizione a guida statunitense “ha fatto solo scena – accusa -, gli aerei passavano sopra le postazioni dell’Isis ma non bombardavano”. E questo – incalza – “vuol dire che li appoggiavano”.
Il terrorismo – spiega la religiosa – “è sostenuto da chi ci parla di democrazia e diritti umani”. E poi – si domanda – “perché dovremmo imporre la democrazia ai siriani? Perché dovremmo far cadere un Governo che loro stessi hanno scelto e che garantisce convivenza e pace?”.
La riposta è presto detta: per interessi economici e politici delle potenze occidentali. Questi scopi, per inciso, “vanno a coniugarsi con gli interessi religiosi dei fondamentalisti islamici, che vogliono eliminare tutti coloro che il Corano definisce come infedeli”.
Nel buio di una feroce persecuzione, si agita però un bagliore di luce che dona speranza. È quello della moltitudine di martiri che rafforza la fede cristiana. Si illuminano gli occhi di suor Maria Guadalupe, quando descrive la determinazione dei siriani fedeli a Cristo nel non rinnegare la propria fede dinanzi ai loro boia.
La religiosa parla di “miracoli” che stanno avvenendo nella Siria falcidiata dal conflitto.  Spiega che “prima della guerra, molta gente di Aleppo, città del divertimento e degli eccessi, viveva una fede un po’ superficiale, mondana. E la decisione, la disponibilità al martirio di quegli stessi cristiani oggi, è veramente un miracolo”. Si tratta – soggiunge – “di una grazia che il Signore sta dando loro”.
Considerare la morte come una possibilità concreta, di ogni giorno, “ci fa tornare all’essenziale”. Suor Maria Guadalupe spiega che i cristiani siriani investono la gioia non più su qualcosa che chiunque può toglier loro, bensì “nella vita eterna”.
“Questo spirito – prosegue – ci contagia, possiamo partecipare stando lì alla grazia dei martiri e non abbiamo paura, nonostante siamo ormai abituati ad ascoltare costantemente il suono delle bombe”.
Un contagio che dovremmo auspicare anche noi, per reagire . “Loro subiscono una persecuzione cruenta – osserva -, ma ce n’è una incruenta, che vivono i cristiani in Occidente, a causa di leggi contro la vita, il matrimonio, la famiglia, la libertà di esprimere la propria fede”.
A tal proposito suor Maria Guadalupe racconta che un cristiano siriano, profugo in Spagna con moglie e figli, lo scorso anno è rimasto impressionato dal fatto che l’amministrazione comunale di Madrid volesse vietare l’esposizione in pubblico di presepi. “Se questa è la vostra democrazia, meglio il nostro dittatore”, le parole dell’uomo.
E forse non è un caso che – come ha ribadito la religiosa – in Siria i cristiani li stanno difendendo non i Paesi europei, ma la Russia e l’esercito siriano. Questi ultimi stanno strappando Aleppo ai jihadisti proprio nelle ultime ore. (ZENIT)

L'ULTIMA FOLLIA, SDRAIATI DI NOTTE ALL’INCROCIO. NELLA SFIDA GLI ADOLESCENTI SI GIOCANO LA VITA


SENIGALLIA - La fotocamera dello smartphone è accesa, pronta a immortalare prove di coraggio da esibire sui social. Capita così che un giorno un genitore, sbirciando tra le frequentazioni del figlio, si imbatta in una foto che ritrae un suo amico sdraiato sullo Stop della segnaletica stradale. Un 18enne ripreso in quella che voleva essere una goliardata, esibita su Facebook forse per strappare qualche risata agli amici. Uno scatto che ha finito però per allarmare i familiari. Da qualche mese nella zona industriale della Cesanella, frazione di Senigallia, c’è chi si diverte a farsi immortalare in fotografie con le pose più assurde. Il traffico è scarso e i ragazzi possono fare di tutto indisturbati, anche sdraiarsi per strada e scattare una foto. La polizia municipale ha appreso solo ieri di quanto si sta verificando da qualche mese in quella zona e ha già previsto di intensificare i controlli. Goliardate sporadiche che potrebbero però rivelarsi pericolose. I giovanissimi della Cesanella nelle scorse settimane hanno fatto parlare di sé quando, sorpresi da un residente lungo la pista ciclabile del quartiere, sono stati visti picchiarsi. All’apparenza una lite ma di fatto solo un modo per provocarsi qualche graffio, così da poterlo poi immortalare e postare su Instagram. Il coraggio che si misura con i lividi. Negli stessi giorni a Marzocca alcuni ragazzini aspettavano sdraiati sulle strisce pedonali l’arrivo delle auto per poi spostarsi all’ultimo minuto in viale Maratea oppure accovacciati pronti a saltare sul marciapiede, per evitare di essere investiti in viale della Resistenza. Una lunga serie di aneddoti assurdi ma tristemente reali che annovera anche i giovani che piombano all’improvviso in mezzo alla strada in via Berardinelli, fermando le auto, come fosse una richiesta di aiuto, ma che poi scappano quando queste si fermano per non travolgerli. Pratiche folli dove spesso c’è il branco che incita a provare, come chi si è rifiutato, venendo emarginato, ha raccontato ai genitori. Dove in palio c’è la paghetta dei genitori. 
(LEGGO.IT)

-------------


P OS T - T RU T H
Post-verità

Aggettivo. Denota circostanze
in cui, nel formare l’opinione
pubblica, i fatti oggettivi sono
meno influenti delle emozioni
e delle credenze personali.
Oxford English Dictionary


ECCO UNA PRIMA RASSEGNA DI POST-TRUTH (NON QUELLE CHE CI SMERCIA IL PENSIERO UNICO…)


1) VIOLENZA SULLE DONNE? SILVANA DE MARI

Nel marzo del 2012 ha fatto molto scalpore un dato rivelato da Ritanna Armeni, secondo la quale la violenza sulle donne "è la prima causa di morte in tutta Europa per le donne tra i 16 e i 44 anni". Un paio di mesi dopo Barbara Spinelli, sul Corriere della Sera, aveva fatto una rivelazione simile: "La prima causa di uccisione [morte] nel mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l'omicidio (da parte di persone conosciute)". Nel giugno dello stesso anno è intervenuta sul tema Rashida Manjoo, special rapporteur dell'ONU sulla violenza contro le donne, secondo la quale "[...] in Italia la violenza domestica è la prima causa di morte per le donne fra i 16 e i 44 anni di età".
A queste affermazioni se ne sono aggiunte innumerevoli altre. La signora Boldrini parla di strage continua e appende drappi rossi. La signora Cirinnà ha affermato a un corso di aggiornamento dell'ordine dei giornalisti ( settembre 2016) che padre e madre sono uno stereotipo e un pregiudizio e ha aggiunto che le donne assassinate da un uomo sono più numerose di quelle morte di cancro ( 77000). 
Dio , in cui credo profondamente, mi dia testimonianza del fatto che la mia stima per le capacità cognitive delle suddette signore sta a un granellino di sabbia come il granellino di sabbia sta all'universo, ma nemmeno loro possono credere alla veridicità di questi numeri. 
Per coloro che si siano persi le puntate precedenti le donne assassinate ogni anno sono circa 130, gli uomini assassinati 400, gli uomini suicidi circa 3200, non mille come ho scritto io sbagliando in un precedente post. Le le donne suicide sono circa 800 e il suicidio è doppio nelle donne sole. L'emergenza di questo paese quindi è il suicidio, dovuto alla spaventosa situazione economica che strangola la gente, che obbliga uomini perbene a essere disoccupati, donne che vorrebbero essere madri a non osare farlo, famiglie a perdere la casa per pignoramento, imprenditori costretti a fallire per eccesso di crediti, anziani a cercare qualcosa nei cassonetti. Ci sono 208 pratiche mediche cui è stato tolto il carattere di gratuità: una di queste è la terapia antalgica per metastasi ossee e l'altra è la risonanza magnetica anche nei bambini a rischio di idrocefalo. L'emergenza è il suicidio di un paese morto, assassinato e venduto che sta chiaramente morendo senza un futuro. Perché hanno tutti mentito? Perché si sono tutti inventati che l'emergenza è il femminicidio e i medici obiettori ? Per distrarre l'attenzione dal suicidio, dalla disperazione, dall'impossibilità di vivere, dai 12 miliardi di euro spesi in un'accoglienza indiscriminata che sta causando disastri e morti in mare, certo, ma non è solo questo. Un regime per poter diventare in tutto e per tutto dittatoriale , anche a fronte di un'ancora apparenza di democrazia elettiva, deve scardinare di un popolo il passato e l'istituzione familiare. Contro il femminicidio la vera sfida è il cambiamento culturale, hanno affermato i geni: quindi la nostra cultura non va bene, va cambiata, la scuola, gli insegnanti, persone che eseguono le circolari del ministero spiegheranno il maschile e il femminile: l'etica dei figli amministrata dallo stato, mi viene la nausea solo a scriverlo. Quella che deve saltare è l'istituzione familiare, gli uomini che amano le donne, le donne che amano gli uomini. Una volta saltata la famiglia un popolo diventa spazzatura, lo zerbino. La vera violenza contro le donne è il suicidio. La vera violenza contro le donne è una tassazione talmente atroce che impedisce di diventare madri. La vera violenza contro le donne è la disoccupazione dei loro uomini. La vera violenza contro le donne sono i miserabili 4 mesi di congedo per maternità, il dover tornare al lavoro quando il piccolo ha 4 mesi e ha un disperato bisogno di mamma. la vera violenza contro le donne è la pornografia, la vera violenza contro le donne è la mostruosa nauseante filiazione di Vendola e Lo Giudice.
Giù le mani dai nostri uomini. Giù le mani dalle nostre famiglie. Giù le mani dai nostri figli. Andate al diavolo. 


2) “FIDEL” AL PUEBLO O A SE STESSO? MA  SAPPIAMO A CHI E’ DAVVERO FEDELE COLUI IL QUALE, NEL NOME DEL POPOLO O DELLA FIDANZATA, VENERA E SERVE SOLO SE STESSO…

 

PERCHE’ ALL’INCUBO SOPRAVVIVE IL SOGNO
Michele Serra su Castro e la “revolucion”

….E’ il fascino della rivoluzione come avventura di pochi che dirottano la storia; come evento improbabile eppure possibile, come se la storia fosse un romanzo ancora da scrivere, una trama ancora da decidere. L’esatto contrario di quella «fine della Storia» che divenne, sul finire del millennio, la deprimente ossessione di un Occidente impigrito, spaventato dalla sua propria inerzia, forse un poco istupidito dal benessere.
«Si può fare», questo è il racconto di Fidel; e si può fare persino sotto il naso della superpotenza che incombe a un tiro di gommone, e che passerà i decenni successivi nel tentativo al tempo stesso protervo e goffo di riportare all’obbedienza la piccola isola ribelle, in una delle più efficaci, impagabili ripetizioni del mito di Davide e Golia. Se Usa-
Urss era Golia contro Golia, il cozzo speculare tra due giganti ugualmente convinti di
incarnare la Verità, capitalismo contro comunismo, Ovest contro Est, Usa-Cuba è
il gigante che scopre il topo proprio sotto casa, e cerca di schiacciarlo; e non ci riesce,
perché il topo è scaltro, il topo è coraggioso.
Tutto quello che è venuto dopo – i fallimenti dell’economia pianificata, la persecuzione dei dissidenti, l’opprimente conformismo di ogni dittatura – è importante; ma evidentemente non quanto quello che è avvenuto prima. La rivoluzione castrista è più rimarchevole e più affascinante, per l’immaginario del mondo, del regime castrista. E quando il giovane Fidel disse «mi giudicherà la storia», lo sapeva benissimo che è dei giovani ottanta del Granma che rimarrà la narrazione, e molto meno di quanto è accaduto dopo.
È una delle (tante) cose che Donald Trump non può capire; e che Obama aveva probabilmente capito. (VANITY FAIR)


------

E QUI UN POCHINO DI VERITA’, CELATA DIETRO ALLA SEDUZIONE DELLA PSEUDO-RIVOLUZIONE


Soldi, soldati e stragi Fidel padre padrone di tutti i terrorismi
In più di mezzo secolo Cuba ha appoggiato, armato e addestrato killer in tutto il mondo
Settantamila soldati inviati a combattere in sanguinose campagne d'Africa e al fianco degli arabi contro Israele, armi, addestramento e rifugio sicuro a Cuba per terroristi e guerriglieri di mezzo mondo in nome del marxismo leninismo.
Il libro nero del comunismo di Fidel Castro comprende un ampio capitolo internazionale, che oggi tutti sembrano dimenticare. A cominciare dai messaggi di cordoglio dei leader mondiali, compreso il nostro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che soffrono d'amnesia sul mezzo secolo di regno di Fidel. E sulla destabilizzazione internazionale portata avanti da Castro in nome delle revolucion mondiale.
Fra gli anni Sessanta ed Ottanta le baionette cubane sono intervenute in mezzo mondo cominciando con Che Guevara in Congo ed in Bolivia, dove è stato ucciso. Nel 1973 durante la guerra dello Yom Kippur contro Israele, Castro inviò 4mila consiglieri per dar man forte agli arabi. Nulla in confronto alle sanguinose campagne d'Africa volute dal lider maximo su richiesta dell'Urss. Nel 1977 Cuba intervenne con 15mila uomini e armi pesanti in Etiopia per difendere il dittatore Menghistu nella guerra con la Somalia per l'Ogaden. Dieci anni dopo 55mila cubani con carri armati, elicotteri e caccia bombardieri hanno puntellato il governo filo sovietico di Luanda, in Angola, combattendo contro i ribelli appoggiati dagli Usa e truppe sudafricane. Il regime dell'apartheid è stato condannato dal mondo, ma Castro viene ancora oggi lodato. Nonostante le truppe cubane ed i loro alleati locali abbiano usato il napalm per distruggere interi villaggi lungo il confine con la Namibia uccidendo tutti i maschi dai dieci anni in su. L'area fu soprannominata «il corridoio di Castro».
A guidare le truppe d'intervento in Africa in nome della fratellanza comunista si era distinto il generale Arnaldo T. Ochoa Sánchez, detto «El Moro». Rivoluzionario della prima ora assieme ai fratelli Castro è caduto in disgrazia nel 1989. L'accusa di traffico di droga verso gli Usa in collaborazione con il cartello di Medellin e tradimento lo hanno portato davanti ad un plotone di esecuzione assieme ad altri alti ufficiali. Ancora oggi si sospetta che l'accusa fosse un paravento e che in realtà l'eroe della rivoluzione volesse opporsi a Castro in vista del crollo del muro di Berlino.
Solo lo scorso anno Cuba è stata stralciata dalla lista nera Usa dei paesi canaglia, sponsor del terrorismo. Nel mezzo secolo al potere il lider maximo ha appoggiato, armato ed addestrato guerriglieri e gruppi terroristici in America Latina, Africa e Medio Oriente. Negli ultimi anni il Dipartimento di stato americano non smetteva di denunciare che «il governo cubano continua a fornire un rifugio sicuro a diversi terroristi». Compresi gli spagnoli dell'Eta, ma in passato anche i terroristi dell'Ira hanno trovato riparo all'Havana. Nel dicembre 2015 Basil Ismail, rappresentante a Cuba del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) ha tenuto un accorato intervento in appoggio all'Intifada davanti ai rappresentanti del Partito comunista cubano come Clara Pulido Escandel, del Comitato centrale e Rene Gonzalez, eroe delle rivoluzione, a lungo incarcerato negli Stati Uniti. L'Fplp, che aveva contatti con lo stragista Carlos è ancora nella lista nera dei gruppi del terrore di Usa, Canada ed Unione europea.
Castro in persona ai lavori della Conferenza tricontinentale a Cuba del 1966 aveva annunciato il progetto di lotta armata internazionale dichiarando che «i proiettili non le le urne» servono a prendere il potere. Secondo il lider maximo il mondo era pronto «per una lotta armata rivoluzionaria» internazionale e gli stessi leader comunisti dell'America latina che non volevano farsi coinvolgere erano bollati come «traditori, destrorsi e deviazionisti». I cubani aiutarono i sandinisti a conquistare il potere in Nicaragua. Fin dall'inizio hanno dato man forte alle Farc colombiane e appoggiato le Pantere nere americane. I palestinesi, anche nel periodo del terrore di Settembre nero, sono sempre stati finanziati, addestrati e armati da Castro.  (F. BILOSLAVO, IL GIORNALE 30 NOVEMBRE 2016)

CUBA CAPITALE DELL'ABORTO

Tra i tanti crimini commessi, anche questa è un’eredità di sessant’anni di comunismo imposto a tutta l’isola da Fidel Castro, morto novantenne lo scorso 25 novembre.

Mentre in molti – troppi, pure in Italia – celebrano la sua figura, bisognerà che qualcuno ricordi chi è stato davvero il “Comandante in Capo della Rivoluzione cubana”. E cosa continua ad essere il regime da lui instaurato e guidato ora dal fratello Raúl.
Per ovvie ragioni, ci concentreremo sui temi inerenti la nostra mission.
A parte l’oppressione esercitata contro i cattolici, Fidel Castro ed il bandito Ernesto Che Guevara hanno violentemente perseguitato gli omosessuali.
Non è un caso che a Cuba l’aborto sia gratuito e disponibile su richiesta, nonostante per le ragazze di età inferiore ai 16 anni ci sia bisogno del consenso dei genitori. E non è nemmeno un caso che il tasso di omicidi di bambini innocenti prima della nascita sia tra i più elevati del mondo ed il più alto tra i Paesi membri dell’ONU. Tempo fa abbiamo raccontato la storia del medico cubano Óscar Elías Biscet, arrestato e torturato (e ancora tenuto sotto controllo dalla polizia) per il solo fatto di essersi rifiutato di effettuare aborti.
InterPressNews Service nel 2013 riferì che il numero di adolescenti cubane che abortisce supera di tre volte quello di quante decidono di portare a termine la gravidanza. Inoltre sono numerosissime le donne che tra i 15 e i 19 anni hanno già avuto uno o più aborti.
Di fatto, l’aborto è usato come mezzo di controllo delle nascite. 
E vantarsi, come fa il regime, di avere un basso tasso di mortalità infantile è una vera presa in giro. Ciò infatti è dovuto al gran numero di bambini ammazzati prima ancora di nascere. Cuba sta attraversando da tempo un vero inverno demografico, un problema solitamente tipico dei Paesi ricchi. Nel “paradiso” castrista però il motivo sta nella paura del futuro: i cubani temono di non poter sfamare i loro figli.
I danni morali portati dal comunismo sono incommensurabili. La mentalità abortista è ormai patrimonio comune. Anche a causa degli orribili programmi di educazione sessuale imposti nella scuola di regime.
Ecco il lascito di Fidel Castro a Cuba. Oltre – lo ripetiamo – a tutta la serie di morti, torture, persecuzioni perpetrate in sei decenni.
Destano dunque molta perplessità le parole di “profondo dolore” espresse per la morte del sanguinario dittatore dal Patriarca ortodosso di Mosca Kirill. Come mai in Russia promuove la campagna per l’abrogazione totale dell’aborto e poi piange l’abortista Fidel?
Federico Catani
Fonte: LifeSiteNews

---------

Apprendere solo osservando gli altri. Sartre scoprì i «neuroni-specchio»

L'enfer, c'est les autres, sosteneva Jean-Paul Sartre nel dramma “A porte chiuse”, intendendo con questo che se i rapporti con gli altri sono contorti, viziati, allora
l'altro per noi è l'inferno. Vero è anche il contrario perché, nel bene come nel male, noi
ci specchiamo nel volto degli altri e ciascuno ci rimanda qualcosa della nostra immagine contribuendo a farci pensare di noi quel che pensiamo e a diventare poi quello che siamo. Gli altri rappresentano un elemento essenziale per la conoscenza di noi stessi e del nostro stesso io, sosteneva Sartre che con il suo pensiero filosofico era arrivato esattamente là dove, anni dopo, avrebbero portato le ricerche di tre neuroscienziati dell' Università di Parma: Giacomo Rizzolatti, Vittorio Gallese e Leonardo Fogassi con la scoperta «casuale» dei neuroni specchio.
La chiamano Serendipity e la storia della Medicina, a cominciare dalla scoperta della penicillina, ne è abbastanza costellata ma, sicuramente, nel mondo delle Neuroscienze, questa scoperta ha rappresentato una vera e propria rivoluzione copernicana perché ha permesso di indagare su questioni una volta ritenute troppo soggettive e quindi lontane dalla oggettiva indagine scientifica, ponendo le basi neurofisiologiche dell'empatia, dell'amore, del desiderio e della bellezza, dell'identità e delle interazioni sociali. Come dunque il nostro cervello Ci mette in relazione con gli altri? «I neuroni specchio sono cellule motorie che si attivano sia durante l'esecuzione di movimenti finalizzati, sia osservando movimenti simili e seguiti da altri individui» spiega Gallese «In pratica, lo stesso neurone che controlla l'esecuzione di una propria azione risponde anche all' osservazione della stessa azione eseguita da altri». Questo meccanismo, definito di «rispecchiamento» è alla base dei comportamenti mimetici e di apprendimento imitativo. «Analoghi meccanismi sono presenti nel nostro cervello anche per le emozioni e le sensazioni» precisa il neuroscienziato «le stesse aree cerebrali che si attivano quando proviamo dolore o disgusto, oppure esperiamo una sensazione tattile, si attivano anche quando vediamo gli altri provare le stesse emozioni e sensazioni». Secondo Gallese
grazie al meccanismo della «simulazione incarnata» noi abbiamo la possibilità di accedere in parte al mondo dell'altro dall'interno.«L'altro è per noi anche qualcosa di più e di diverso da un oggetto da comprendere e interpretare. L'altro è un altro tu».
Gallese spiega che le Neuroscienze cognitive ci hanno fatto comprendere che il confine tra ciò che chiamiamo “reale” e il mondo immaginario e immaginato è molto meno netto di quanto si potrebbe pensare e che la nostra naturale propensione mimetica si manifesta al sommo grado proprio nell'espressione artistica e nella sua fruizione.
«Quando ci disponiamo a vivere un'esperienza estetica (guardando un quadro, leggendo un romanzo o andando a teatro o al cinema) in qualche modo noi abbassiamo la guardia nei confronti del mondo reale e liberiamo energie che investiamo in emozioni e sentimenti nel rapporto con la finzione narrativa che paradossalmente può dimostrarsi più vivida della realtà della vita quotidiana.
Vedere e immaginare di vedere, agire e immaginare di agire, esperire un’emozione e immaginarsela, si fondano sull'attivazione di circuiti cerebrali in parte identici, grazie alla “simulazione incarnata”». Secondo Gallese, lo stesso vale per stimoli veicolati da strumenti di comunicazione di massa come schermi video, computer, tablet e telefonini che portano ad un ribaltamento delle proporzioni tra reale e virtuale.
«Per milioni di uomini e donne il rapporto con la realtà avviene sempre di più attraverso la sua rappresentazione mediatica ed è reale solo ciò che i mezzi di comunicazione di massa rappresentano. Ciò vale per i telegiornali o i reality shows, come per i social
networks. "Gli errori di valutazione che spesso commettiamo su cosa pensino gli altri derivano almeno in parte dall'essere immersi in un mondo di informazioni condivi se con persone molto simili a noi, quasi tutte scelte da noi. 
Le Neuroscienze, avendo la possibilità di decostruire e comprendere le modalità con cui il corpo si interfaccia col mondo reale e con quello digitalizzato, possono " svelarne il gioco", fornendo strumenti per progettare nuovi contesti e nuove mediazioni e, forse in un futuro futuribile, persino i mattoni con cui realizzarli». (LIBERO, 1 DICEMBRE 2016)

---------

SCONNETTERSI SI PUÒ

Gli abitanti di Facebook sono 1,7 miliardi, 400 milioni in più rispetto a quelli della Cina. Tre su quattro però non sanno se resteranno ancora a lungo sul pianeta blu. È quanto emerge da una ricerca di Kaspersky Lab condotta su un campione di cinquemila persone in dodici Paesi, Italia compresa, secondo cui il 78 per cento degli utenti ha pensato di chiudere definitivamente il proprio account. Tecnicamente è semplice: per cancellarsi da Facebook basta andare nelle impostazioni e seguire la procedura indicata (stando attenti a rimuovere anche tutte le app collegate e i giochi). Nella pratica è tutto un altro paio di
maniche: chi ci prova è frenato da una serie di «alibi». Il 62 per cento degli utenti teme di non essere più in contatto con amici e parenti, il 21 ha paura di perdere foto e altri ricordi online, il 18 utilizza abitualmente le credenziali di accesso al social per usufruire di servizi sul web. Il 30 per cento, infine, è convinto che, qualsiasi cosa farà, continuerà
a essere spiato dal grande fratello internettiano. Caso per caso, proviamo qui sotto rassicurarli tutti. (VANITY FAIR)

--------

XAVIER DOLAN, SPECCHIO DEI TEMPI

«Senza lavoro, senza soldi, solo, perennemente fatto, e con capelli orribili»: ecco a voi l’adolescenza di XAVIER DOLAN. Poi, a vent’anni, il successo con il suo primo film.

Ho trascorso anni di niente: non avevo un lavoro, non avevo soldi, vivevo in un piccolo
appartamento ed ero perennemente fatto. I miei amici erano all’università oppure recitavano. Ero solo. Be’, a parte il gatto».

In un’intervista a Vanity Fair, un paio di anni fa disse che desiderava una relazione stabile con un uomo e avere figli. Ha fatto progressi in tal senso?
«Mi piacerebbe, ma a oggi non è successo. Sto cercando di capire se davvero abbia bisogno di stare con qualcuno per avere un bambino».

Potrebbe crescerlo da solo?
«Con un amico. Entrambi desideriamo avere figli e nessuno dei due ha una relazione. Ma è anche vero che prima di potermi prendere cura di un altro dovrei essere in grado di prendermi cura di me stesso. Cosa che non ho fatto negli ultimi otto anni». (VANITY FAIR)

-------


LO TSUNAMI NEL ROMANZO DI LAURENT MAUVIGNIER…

11 marzo 2011, lo tsunami provocato da un violentissimo terremoto al largo del Giappone fece quasi trentamila morti. Quello stesso giorno però, mentre la tragedia si abbatteva sull’isola del Sol Levante e sulla centrale di Fukushima,
molte altre persone in viaggio ai quattro angoli del pianeta amavano, soffrivano o morivano, magari guardando alla televisione quanto stava accadendo in Giappone. Proprio l’imprevedibile legame tra la catastrofe giapponese e le piccole catastrofi
individuali è al centro del nuovo affascinante romanzo di Laurent Mauvignier,
(Feltrinelli, trad. di Yasmina Mélaouah, pagg. 320, euro 18). Un romanzo come un lungo viaggio che snocciola una quindicina di storie da Gerusalemme a Mosca, dalla Tanzania alla Florida, da Roma a Dubai, dal Mare del Nord alle coste della Somalia. Sfruttando una lingua sempre carica di tensione, lo scrittore francese propone una ricca e variegata tela romanzesca in cui si trova di tutto – amicizia, amore, morte, sesso, follia, violenza, sogni e frustrazioni – e i cui personaggi sono colti nel momento in cui le loro vite giungono a un punto di svolta. Come se la scossa del terremoto giapponese avesse sconvolto anche il loro equilibrio interiore. Insomma, sfruttando il caso e la simultaneità, la circolazione delle informazioni e le differenze di condizione, l’ambizioso romanzo-mondo di Mauvignier si propone come uno specchio di quella globalizzazione in cui tutti siamo immersi. 
«Il romanzo è nato qualche anno fa durante un soggiorno a Villa Medici, a Roma», racconta il romanziere. «Nella vostracapitale s’incrociano i destini di moltissime persone provenienti da tutto il mondo. Lo stesso accade in moltissimi altri luoghi del pianeta. L’umanità non si è mai spostata così tanto».
I continui spostamenti cambiano la nostra relazione con i luoghi e la geografia? «Paradossalmente, la condizione itinerante annulla lo spazio. La velocità e la facilità dei viaggi rendono gli spostamenti quasi inutili, riducendo il mondo a una sequenza di scenografie intercambiabili. Anche nei posti più belli o interessanti i turisti
pensano innanzitutto a farsi i selfie, dimostrandosi spettatori distratti incapaci di cogliere la verità dei luoghi. Quello che però m’interessa è la soggettività dei viaggiatori del XXI secolo, i quali, ovunque vadano, si portano dietro storie, desideri, nevrosi». Come scrive nel romanzo, dietro l’esotismo ritroviamo i nostri terrori...
«Sì, dietro il bisogno di altrove, ci sono le nostre paure. In viaggio poi siamo lontani dai nostri riti quotidiani, perdiamo punti di riferimento e abitudini. Ci ritroviamo in una situazione di vuoto indefinito che favorisce la perdita di equilibrio, l’instabilità, la trasformazione. Forse il viaggio è il sintomo di una svolta possibile».
Molte delle storie presenti nelle sue pagine implicano la fine delle illusioni... «Spesso è così. Si viaggia per colmare un vuoto, per trovare qualcosa che ci manca nella vita, ma non è detto che lo si trovi in un altrove. Dietro i viaggi dei turisti c’è spesso una lacuna o un fallimento da cancellare. C’è qualcosa di misterioso».
Il suo romanzo sembra indicare che nel mondo della circolazione frenetica delle informazioni siamo tutti legati a uno stesso destino? «Certamente. Siamo tutti immersi
nella globalizzazione, anche se ciascuno per conto proprio. Siamo soli e spesso isolati, ma sempre dipendenti gli uni dagli altri. Per questo le storie del mio romanzo non sono singoli racconti indipendenti ma una suite di storie più o meno collegate le une alle altre. Senza dimenticare che in fondo abbiamo tutti le stesse paure, gli stessi desideri, le stesse incertezze. Il denominatore comune dell’umanità e proprio il terreno un po’ arcaico delle sensazioni e dei sentimenti. Che poi è quello che ci permette di capire gli altri anche quando sono molto diversi da noi, a patto però di mostrarsi aperti e disponibili».
Perché ha scelto lo sfondo del terremoto del 2011?
«Quel terremoto spostò di qualche centimetro l’asse della terra e l’onda dello tsunami impiegò un anno a spegnersi completamente dall’altra parte del pianeta. Al di là della catastrofe e delle migliaia di morti, queste due conseguenze esemplificano perfettamente il fatto che siamo tutti legati a un’unica realtà dove tutto circola. Quello che accade in Giappone ha un impatto sulla vita di chi sta dall’altra parte del pianeta».
Il denominatore comune è la tragedia? «Più che la tragedia m’interessava la sensazione di un’urgenza che nasce dalla possibilità di una catastrofe imminente, sensazione oggi molto diffusa. Viviamo come se ad ogni istante la terra potesse venirci a mancare sotto i piedi, proprio come durante un terremoto».
La globalizzazione oggi fa sempre più paura, tanto che si moltiplicano i muri reali e simbolici che cercano di limitarne gli effetti... «La cosa più inquietante è che si sta tornando all’idea che le differenze siano insormontabili, motivo per cui non sarebbe più
possibile comprendere gli altri».
Sulla scrivania ha una frase di Kafka: «Se un libro non ci sveglia con una botta sulla testa, perché leggere?». «Mi sembra una bella frase. I libri devono essere esperienze forti.
Devono lasciare una traccia in noi, devono cambiarci almeno un po’. Molti libri appena letti vengono subito dimenticati, altri però ci aiutano a cambiare il nostro modo di vedere il mondo e di resistergli. Mi piacerebbe che i miei romanzi appartenessero almeno in parte a questa seconda categoria». (LA REPUBBLICA, 1 DICEMBRE 2016)


-----

I bambini intelligenti? Non usano il tablet ma si sporcano nel fango e sI arrampicano sugli alberi

 

Secondo una ricerca condotta di recente, è emerso che un bambino su dieci oltre ad ignorare i comunissimi giochi come un-due-tre stella, campana, palla avvelenata, non sa andare in bici e non si è mai arrampicato su di un albero.
Tantissimi bambini passano, piuttosto, interi pomeriggi in casa, davanti al computer o alla televisione, perdendo tutta una serie di esperienze all’aperto estremamente importanti per la loro crescita. Nello specifico, la ricerca si è concentrata sulle abitudini di 12.000 famiglie con bambini di età compresa tra i 5 e i 12 anni; in più di dieci paesi è risultato che i bambini giocano all’aria aperta in media 30 minuti al giorno.
Negli Stati Uniti quasi il 50% dei bambini in età prescolare esce a giocare fuori casa solo alcuni giorni a settimana. Non cambia di molto la situazione sposandosi nel Regno Unito: il 20% dei bambini non ha mai provato ad arrampicarsi su un albero e il 64% gioca all’aperto anche meno di una volta alla settimana. Secondo quanto messo in luce, non esiste alcuna correlazione tra il tempo trascorso a giocare all’aperto, il reddito delle famiglie o la percezione del livello di sicurezza del vicinato. È una tendenza generale che esula dallo status socio-economico: sostanzialmente, i genitori non vogliono che i propri figli si sporchino nel fango, giochino da soli con altri bimbi o si arrampichino sugli alberi.
I bambini di oggi, diversamente dai bambini di un tempo, da adulti, sicuramente, non avranno ricordi d’infanzia legati al divertimento e giochi all’aria aperta. Allo stato attuale, soltanto il 21% dei bambini gioca all’aria aperta tutti i giorni, nonostante al 71% dei loro genitori veniva concesso.
Purtroppo, questa privazione è realmente penalizzante per i bambini. Giocare all’aperto con altri coetanei, sporcarsi di terra e fango, sono attività che, oltre a rendere i bambini più felici e attivi, hanno una positiva incidenza sulla loro salute e sul loro sviluppo fisico-emotivo. La sedentarietà dei bambini non è una loro scelta. In moltissimi casi, si tratta di genitori stanchi di mille altre attività che, per pigrizia, preferiscono restare in casa con i loro figli per occuparsi della gestione della casa e della vita familiare in generale. I bambini, piuttosto, devono essere spronati, quanto più possibile, a vivere e a giocare a contatto con la natura e con i coetanei, devono poter esplorare e sperimentare nuove attività.
La sicurezza, la salute, la pulizia sono soltanto scuse dei genitori per evitare ai bambini di fare particolari attività. Se i vestiti si sporcano…a casa si lavano! Il giusto compromesso è sorvegliarli, lasciandoli liberi di fare nuove esperienze. La natura, con i suoi parchi e boschi, rappresenta per i bambini, senza alcuna ombra di dubbio, un ambiente sano, ricco di stimoli e sfide, in grado di dare libero sfogo alla loro fantasia, grazie alla quale riusciranno a creare una moltitudine infinita di giochi e attività.
Perché i bambini devono giocare all’aria aperta e con i coetanei? Ci sono tantissime buone e valide ragioni perché i più piccoli trascorrono del tempo a giocare all’aperto con i loro coetanei. Giocare all’aperto rappresenta un’ottima lezione di vita per il bambino: può imparare ad autocontrollarsi, a risolvere i problemi, a prendere decisioni, a seguire le regole… Ad esempio, comprenderà che per essere accettato dal gruppo dovrà, non solo rispettare determinate regole, ma dovrà anche controllare alcuni dei suoi comportamenti. Con i coetanei, giocando all’aria aperta, spesso il bambino si troverà in situazioni difficili. Se vorrà uscirne a testa alta, deve necessariamente imparare a gestire le emozioni. Se esempio, vorrà arrampicarsi su un albero, inizialmente avrà paura, ma se sarà di fronte ai suoi amici, riuscirà a dominarla.
Quando un bambino gioca fuori casa sicuramente si sente molto più libero, ecco perché preferisce dedicarsi a giochi esclusivamente frutto della immaginazione, creatività ed intelligenza. Tutto quello che si incontra nella natura stimola l’immaginazione dei bambini: non si tratta di giocattoli concepiti per un uso specifico, piuttosto di cose che possono essere utilizzate a seconda della creatività di ognuno. Ecco perché i bambini che giocano all’aria aperta imparano ad apprezzare sin da subito le piccole cose della vita e ad essere responsabili e indipendenti. Quando il bambino gioca all’aperto con i coetanei, è lontano dai genitori; mancando la figura del mediatore adulto, imparerà a risolvere i suoi problemi da solo ma a sbagliare a sue spese, almeno finchè non troverà la soluzione giusta ai suoi bisogni. Tutto questo lo aiuterà a diventare un adulto più sicuro e consapevole. Nel gioco libero e non guidato, i bambini possono esplorare i loro interessi senza alcuna pressione.
Il bambino, senza la continua supervisione degli adulti, potrà sviluppare, più facilmente, le sue competenze sociali, sarà più empatico e sensibile. Il gioco sociale sarà un modo naturale per fare nuove amicizie, permetterà lui di imparare a stare con gli altri, di relazionarsi con gli altri in modo equo; gli permetterà di capire che per divertirsi ha bisogno di stare con i suoi compagni di gioco. Il gioco non è soltanto un’attività importante per lo sviluppo, è la fonte primaria della felicità, del benessere e della soddisfazione. Il gioco all’aperto libera l’energia del bambino e crea in lui una piacevole sensazione di serenità e tranquillità. Secondo quanto emerso da uno studio condotto presso la Cornell University, i bambini che vivono in città e che trascorrono poco tempo a contatto con la natura hanno livelli più elevati di ansia e stress, rispetto a quelli che vivono in zone rurali, i quali, a loro volta, anche molto più resistenti alle avversità.
A tal proposito, due scrittrici britanniche, Jo Schofield e Fiona Danks, hanno scritto di recente un libro intitolato “Go Wild -101 things to do outdoors before you grow up” (che tradotto significa “101 cose da fare all’aria aperta prima di diventare troppo grande”). Nel libro sono raccolte tutte le attività che i bambini possono fare usando la natura come vera e propria area giochi. Le attività spaziano da quelle più tradizionali a quelle più innovative quali nascondino, campana, palla avvelenata, mosca cieca, un- due -tre stella, ecc. Inoltre, per convincere i bambini a schiodarsi dal divano, pc e/o tv, gli Esperti del National Trust (Fondazione britannica nata per tutelare gli spazi verdi e i luoghi storici del Regno unito), considerate le basse percentuali di bambini che giocano all’aperto (1 su 10), hanno stilato un divertente elenco di attività da fare assolutamente prima dei 12 anni, tutte rigorosamente all’aperto.
Solo per citarne qualcuna:
Arrampicarsi su un albero;
Costruire un rifugio,
Far volare un aquilone,
Correre sotto la pioggia,
Lanciare palle di neve,
Rotolarsi giù per una collina,
Organizzare una caccia al tesoro
Mantenersi in equilibrio sul tronco di un albero caduto,
Correre a braccia aperte a mo’ di deltaplano….ecc.
http://www.scuola.store/


-->