DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Cuba. Il grido soffocato delle Damas de Blanco

DI LUCIA CAPUZZI
« T
raditrici». A testa alta, con gli occhi puntati sul viso degli assalitori, hanno sopportato impassibili, per otto lunghe ore, la sequela di insul­ti. Alcune decine di donne, vestite di bianco, con un gladiolo in mano, hanno sfidato ancora una volta l’ira del regime castrista. Lo fanno dal marzo 2003 – la primavera negra –, quando l’allora Lider Maximo Fidel Castro, mentre lo sguardo del mon­do era fisso sull’Iraq, avviò una 'pur­ga' verso il dissenso. Secondo mol­ti analisti, fu un messaggio indiretto all’amministrazione Bush, per di­mostrare che il governo socialista e­ra ancora forte. In 75, tra intellettua­li, artisti, giornalisti – dal poeta Raul Rivero all’economista indipenden­te Oscar Espinoza – furono arresta­ti e condannati, con processi sommari, a pene durissime, fino a 28 anni di carcere, per spionaggio. Al­cuni furono liberati in seguito alle pres­sioni internazionali. Cinquantatré sono ancora dietro le sbarre. Per loro, si battono le Damas de Blanco. Madri, fi­danzate, mogli dei dissidenti incarcera­ti, ogni domenica, a­scoltano la messa insieme nella chie­sa di Santa Rita. Poi, marciano per la Quinta Avenida, nel centro dell’Ava­na, gridando 'Libertad!'. «Non sia­mo un movimento politico. Siamo donne disperate. Che lottano per la libertà dei loro uomini. Innocenti imprigionati per il solo fatto di ave­re idee diverse», spiega ad Avvenire
Laura Pollan, fondatrice delle Da­mas. Suo marito Hector Maseda, giornalista, è rinchiuso nel carcere di Aguica, a Matanzas, a 150 chilo­metri dall’Avana e dalla sua famiglia. Qui sconta una pena a vent’anni. «È come una condanna a morte, ha già sessant’anni», aggiunge Laura.
Finora il regime aveva tollerato le marce delle Damas. Da qualche me­se, però, le aggressioni al gruppo si sono moltiplicate. Da tre settimane, le donne non riescono a raggiunge­re la Quinta Avenida. Agenti in bor­ghese le fermano all’uscita dalla messa e intimano loro di tornare in­dietro. Dato il secco rifiuto, le don­ne vengono aggredite da gruppi fi­locastristi. Che le circondano, le in­sultano, le spingono, le minacciano. Il copione degli 'atti di ripudio', spontanei in teoria ma in pratica or­dinati dal governo, non è cambiato in mezzo secolo di Revolucion. A cre­scere è stata, però, la veemenza del-
le manifestazioni. Perfino la stampa ufficiale, che mai prima aveva men­zionato le Damas, ha cominciato ad attaccarle. Segno che la 'rivoluzione dei gladioli delle signore bianche' è diventata un problema.
Per il castrismo è un momento deli­cato. Raul, succeduto al fratello ma­lato nel 2006, ha deluso le aspettati­ve di cambiamento. Le poche rifor­me attuate – diritto dei cubani ad a­vere un pc, un telefonino, a utilizza­re Internet, a entrare negli hotel per stranieri, la concessione di terra in­colta ai contadini e la possibilità di barbieri ed estetiste di prendere in affitto il loro locale – hanno un puro carattere 'cosmetico'. Il suo pro­getto di trasformazione del sociali­smo tropicale in capitalismo autori­tario, sul modello cinese, si è arena­to ancor prima di iniziare. Per l’op­posizione, dicono fonti vicine al re­gime, dello stesso Fidel, la cui ombra peserebbe sulle spalle del fratello. Per questo, i blogger più irriverenti han­no definito Raul Ca­stro 'il numero uno e mezzo': un poten­te ma non troppo per opporsi all’an­ziano 'comandan­te'. Una leadership inadeguata ad af­frontare la dura re­cessione economica che flagella il Paese. I negozi sono vuoti, un cittadino su quattro è sen­za lavoro. Il malcontento popolare è forte. Per questo, più che per una reale coscienza politica, dato che il regime fa di tutto per impedirne la formazione, in tanti ora si avvicina­no
ai dissidenti. «Lo fanno timidamente, la paura è tanta», spiega Reyna Zapata Tamayo, madre di Orlando, il prigioniero po­litico che due mesi fa si è lasciato morire di fame per protestare con­tro le terribili condizioni carcerarie. La donna è controllata a vista dalle forze di sicurezza «Mi hanno perfi­no vietato di rispondere alle do­mande dei curiosi sull’autobus. Di­cono che devo stare muta. Altrimenti mi fanno scendere. Preferisco cam­minare che tacere», dice Reyna. Iso­lare i dissidenti per impedire che il virus della ribellione dilaghi è l’os­sessione di Raul. Mentre la repres­sione cresce, però, la fragile econo­mia cubana si sgretola. Il rischio del tracollo è concreto. A meno di un cambiamento reale. Lo ha ricono­sciuto lo stesso presidente. Nel di­scorso alla Gioventù Comunista ha parlato della necessità di una 'gran­de trasformazione'. Il divario tra pa­role e fatti a Cuba non è mai stato tanto profondo.
Ogni domenica dopo la Messa marciano a L’Avana chiedendo libertà per i loro cari. La parabola discendente di Raul Castro e i morsi della crisi





Fariñas: offro la mia vita per chiedere più libertà
il dissidente


È in sciopero della fame e della sete dal 24 febbraio. «Castro ha trasformato questo Paese in un’azienda personale»

« N
on ho febbre, la tempera­tura è tra i 36 e i 36,5 gradi. La pressione è 100 su 60. Il mio medico di­ce che il decesso potrebbe avvenire nei prossimi venti o trenta giorni». Parla del suo corpo come se non gli appartenesse Guillermo “Coco” Fariñas. Da quando, 65 giorni fa, ha deciso di tra­sformare il suo organismo in strumento di lotta politi­ca, l’ex psicologo e giorna­lista critico si sforza di rac­contare il suo lento debili­tarsi con distacco. Risponde al telefono con voce ferma. Poi, col tono asettico di uno scienziato, comincia a de- scrivere i sintomi che, gior­no dopo giorno, stanno consumando quel che resta di lui. Non mangia né beve dal 24 febbraio, quando le forze di sicurezza cubane gli hanno impedito di parteci­pare al funerale di Orlando Zapata Tamayo, il detenuto politico morto dopo 85 gior­ni di sciopero della fame. Fariñas ha deciso di «pren­dere il suo posto», perché quello che definisce un «o­micidio di Stato» non sia va­no. Zapata chiedeva condi­zioni più umane per i dissi­denti dietro le sbarre. Coco domanda la scarcerazione di 26 prigionieri politici ma­lati. Come l’ingegnere Li­brado Linares Garcia, quasi cieco, l’intellettuale cattoli­co Blas Giraldo Reyes o il giornalista Pedro Arguelles Moran. Ha perso 14 chili in due mesi. Ne pesa 67 per ol­tre 1,80 di statura. Entra ed esce dall’ospedale. Ma non è disposto a fermarsi.
Raul Castro ha detto che «non cederà al ricatto«. Se continua, lei morirà. Perché una scelta così estrema?

Il regime non me ne lascia altra. Lo sciopero della fa­me è l’unico mezzo che ho per oppormi al governo brutale e tirannico dei fra­telli Castro. Non voglio mo­rire. Ma sono disposto a far­lo.

In nome di cosa?

Della democrazia, del mio Paese, di Orlando Zapata, dei ventisei detenuti in fin di vita che il regime si osti­na a tenere dietro le sbarre. Spero che quando non ci
sarò più, il governo si deci­da a lasciarli andare. Del re­sto, lo stesso ministero del­l’Interno ha dichiarato che non sono in condizioni di restare in carcere.
Altri due prigionieri, Darsi Ferrer e Franklin Pellegri­no, hanno interrotto il di­giuno perché ritengono di essere più utili a Cuba da vi­vi piuttosto che da morti. Lei persevera nella sua stra­da…

Rispetto la loro scelta, ma resto fermo nella mia. I mo­menti fondativi di una na­zione necessitano di marti­ri. Quando morirò, il pro­fessor Felix Bonne prenderà il mio posto, lo ha già di­chiarato, come io ho fatto con Zapata. Il regime non potrà ignorarci all’infinito.

Ha conosciuto personal­mente Orlando Zapata?

Sì, era il 1991. Lui lavorava come muratore per la co­struzione dell’Hotel Parque Central all’Avana. All’epoca militava nella Gioventù Co­munista e faceva parte del­le “brigate di risposta rapi­da” che dovevano impedire gli incontri dei dissidenti. Cioè del mio gruppo, la U­nión Liberal, che si riuniva nei paraggi. Così, cominciò a parlare con noi. A com­prendere le nostre ragioni. E finì per passare dall’altra parte.

Anche lei, come Zapata, è stato nella Gioventù Co­munista. Ha perfino com­battuto in Angola. Suo pa­dre era agli ordini di Che Guevara in Congo...

Ho creduto nel castrismo. E
nel socialismo. Credo anco­ra in uno stato sociale forte. Ma Fidel Castro, e ora Raul, hanno trasformato Cuba in un’azienda personale. Il re­gime ha dato istruzione, sa­nità e speranze. In cambio, però, ci ha privato di ogni forma di libertà. Cuba è un’immensa cella di cui so­lo i Castro hanno la chiave. Io mi sono distanziato dal regime dopo la condanna a morte del generale Ochoa, nel 1989, con la finta accu­sa di narcotraffico. Ma ho i­niziato ad allontanarmi nel 1980, all’epoca dell’esodo del Mariel, quando migliaia di cubani assediarono l’am­basciata peruviana per chiedere asilo e lasciare l’i­sola. Allora mi sono reso conto di quanti volessero fuggire via.
Lei è sposato e ha una figlia di otto anni. Come vive la sua famiglia questa scelta?

Mia moglie Clara non è d’accordo, ma resta al mio fianco. Mia figlia Diosange­les non sa niente. Pensa che sia malato. Le ho scritto u­na lettera di addio, per quando sarà più grande. Le ho spiegato che suo padre l’amava e non avrebbe mai voluto lasciarla. Ma ha do­vuto. Per contribuire a dar­le un futuro di libertà. Quando il mio corpo mi fa troppo male, leggo un pas­so del Vangelo di Giovanni in cui Gesù dice: «Non c’è a­more più grande che dare la vita per i propri amici». È questo che ho cercato di spiegare a Diosangeles.

Lucia Capuzzi




© Copyright Avvenire 28 aprile 2010

CUBA/ CARDINALE ORTEGA: IL REGIME È IN GRAVE CRISI

20 aprile 2010]

Secondo il cardinale Jaime Ortega, primate cattolico all'Avana, il regime comunista dei fratelli Fidel e Raul Castro sta attraversando una delle peggiori crisi degli ultimi tempi, con la popolazione locale che critica ormai apertamente il sistema socialista. Secondo quanto riporta il sito web della Bbc, Ortega ha detto a Palabra Nueva, una newsletter cattolica locale, che nell'opinione pubblica cubana è diffusa l'idea che il governo di Raul Castro non stia attuando "rapidamente" i necessari cambiamenti. Ortega ha anche esortato le autorità cubane a liberare tutti i prigionieri politici. Cuba si trova nel mezzo della sua peggiore crisi da quando l'economia dell'isola crollò dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica, determinata oltre che dall'embargo americano, anche dalla crisi economica globale e dai recenti uragani. Secondo il prelato 73enne, la popolazione cubana parla ormai apertamente delle deficienze nel sistema socialista cubano. "Il nostro paese si trova in una situazione molto difficile", ha detto Ortega. "Certamente la più difficile dall'inizio del XXI secolo".



© Copyright Liberal

Su internet gruppo di intellettuali all’assalto dei dissidenti cubani. Appello al mondo in difesa della "democrazia popolare" a partito unico

Il regime dei fratelli Castro passa al contrattacco. Un nuovo sito www.porcuba.org ha lanciato un appello mondiale in difesa dell'isola ribelle e contro il Parlamento europeo. «Per condannare l'intromissione negli affari interni» del «paradiso» socialista al sole dei Caraibi. Strasburgo è colpevole di aver condannato L'Avana a causa della morte di Orlando Zapata, un prigioniero politico, che il 23 febbraio è morto dopo 85 giorni di sciopero della fame.

L'appello alla firma è rivolto a «intellettuali, accademici, attivisti nel sociale, pensatori critici e artisti» come si legge nella prima pagina del sito sotto un titolo di altri tempi: «En Defensa de Cuba». Dall'11 marzo, quando il Parlamento dell'Ue ha condannato l'isola caraibica, la mobilitazione firmaiola mondiale è stata un po' scarsa. Fino a ieri l'appello aveva raccolto 2430 adesioni, compreso uno sparuto gruppetto di italiani guidato dall'inossidabile Gianni Minà. Il sito in spagnolo, inglese e francese si presenta con una carrellata di foto: dai giovanissimi pionieri, ai bandieroni di Cuba, misti a spiagge e folklore.

L'aspetto incredibile è il testo dell'appello preparato dalla fantomatica Rete in difesa dell'umanità. Al primo punto del proclama anti-Ue si condividono le preoccupazioni di Strasburgo solo per «chiedere l'immediata e incondizionata liberazione di tutti i prigionieri politici nel mondo, compresi quelli dell'Unione europea». Secondo i firmatari «por Cuba» l'invito alle istituzioni europee «di concedere l'appoggio incondizionato e incoraggiare l'inizio di una pacifica transizione verso la democrazia a Cuba» è quasi una dichiarazione di guerra. Per gli amici di Castro «non è solo un atto di interferenza» ma punta ad imporre «un solo modello di democrazia», come se ne esistessero centomila. Al punto 4 dell'appello viene diligentemente spiegato che «la ricerca di una profonda democrazia trascende la forma e punta a inventare nuove vie autenticamente rappresentative, non necessariamente ristrette al multipartitismo». In pratica a Cuba si sta bene così: governati da mezzo secolo dal partito unico. Ovviamente Zapata, che per protesta si è lasciato morire in carcere, viene bollato come un delinquente comune.

Il primo degli italiani a firmare è stato Gianni Minà, il giornalista sportivo famoso per la sua intervista «maratona» a Castro durata 16 ore. Sul suo sito accusa le «Damas en blanco», le madri e mogli dei prigionieri politici che protestano contro il regime, di essere al soldo della Cia.

Per ora le adesioni italiane all'appello «por Cuba» sono miseramente sette. Carlo Frabretti è nato a Bologna, ma vive in Spagna. Non a caso è il fondatore dell'Alleanza degli intellettuali antimperialisti. Gli accademici fanno la parte del leone. Il veneziano Piero Gleijeses è professore di Politica estera americana all'università John Hopkins. Nel 2003 è stato decorato dal Consiglio di Stato di Cuba.
Gennaro Carotenuto insegna Scienze della comunicazione all'università di Macerata. Luciano Vasapollo, docente alla Sapienza di Roma, è reduce, come osservatore, dalle elezioni in Bolivia. Lo scorso ottobre, assieme all'unica donna firmataria, Rita Martufi, ha partecipato in Canada al convegno internazionale «degli studiosi marxisti militanti». Emilio Lambiase, un altro firmatario italiano, è invece un architetto che ama le due ruote. Sul sito dell'Associazione Italia-Cuba gli hanno dedicato un articolo per la sua pedalata in «omaggio alla Rivoluzione cubana»: oltre 950 chilometri da Santiago de Cuba, dove iniziò l'avventura di Fidel Castro, all'Avana.

Il Messico è il Paese da dove stanno arrivando più firme per la «difesa di Cuba». Anche la Spagna registra decine di adesioni. Qualche firma arriva da Stati Uniti, Francia, Olanda, Belgio ed una dall'Ucraina. Poca roba in confronto alle 6000 firme raccolte nelle ultime settimane in Spagna per la petizione: «Io accuso il governo cubano». Fra i firmatari il regista Pedro Almodóvar, il cantante Miguel Bosè e lo scrittore Mario Vargas Llosa. Tutta gente che non è al soldo degli Stati Uniti. L'appello «chiede la liberazione immediata e senza condizioni» dei prigionieri politici a Cuba.


www.faustobiloslavo.eu


© IL GIORNALE ON LINE

HASTA LA VICTORIA! I dissidenti cubani in sciopero della fame muoiono in carcere e il regime in affanno

di Maurizio Stefanini

Quando si cammina a Cuba, specie
per le strade più vecchie, sono
molte quelle case che tu le guardi, e ti
chiedi: ma come farà a stare in piedi?
Mura che cadono, vernice scrostata,
finestre rotte… Eppure, reggono. Un
giorno, qualcuno, con un po’ di buona
volontà, decide che è ora di dare una
risistemata, e comincia col risistemare
una vite. In quel momento, crolla
tutto”. Dopo la morte, il 23 febbraio
scorso, di Orlando Zapata Tamayo, dopo
ottantatré giorni di sciopero della
fame, anche il dissidente Guillermo
Fariñas Hernández è finito in ospedale,
l’11 marzo scorso. E il 10 marzo Félix
Bonne Carcassés, un terzo dissidente,
ha annunciato che se Fariñas
muore si metterà a sua volta a fare
sciopero della fame a oltranza al suo
posto. “Questa è Cuba. La vite che fa
crollare tutto potrebbe essere Zapata,
Fariñas, o semplicemente la rissa a
un mercato durante la coda a un banco
di pomodori”.
L’apologo lo racconta al Foglio Yoani
Sánchez: l’ormai leggendaria blogger
che, dopo aver lasciato gli studi di
filologia per andare in esilio in Svizzera,
ha deciso di tornare in patria
“per non darla vinta al regime”, e ha
utilizzato la pratica di Internet che si
era fatta tra le Alpi per lanciare Generazione
Y. “Un Blog ispirato da
gente come me, con nomi che iniziano
con o contengono una y. Nati nella Cuba
degli anni Settanta e Ottanta, marcati
dalle scuole al campo, dalle bamboline
russe, dalle uscite illegali e
dalla frustrazione”. Il suo sito è arrivato
a quattordici milioni di visitatori
al mese, mentre altre 68 mila persone
la seguono tra Facebook e Twitter,
contro i diecimila appena che frequentano
il sito di Fidel Castro. Time
l’ha classificata tra “le cento persone
più influenti del 2008”, anche se per
sopravvivere fa la guida turistica non
autorizzata. E ha avuto in Spagna un
premio Ortega y Gasset del giornalismo
e negli Stati Uniti un Maria
Moors Cabot Award, che però non le è
stato concesso di andare a ritirare.
Così come non le è stato consentito di
andare né alla Fiera del Libro di Torino,
né al Congresso internazionale
della lingua spagnola a Valparaíso, in
Cile. Anzi, lo scorso 6 novembre è stata
per la prima volta aggredita fisicamente.
“Niente sangue ma lividi, colpi,
capelli strappati e botte in testa,
reni, ginocchia e petto”, raccontò dopo
essere stata liberata: o meglio, buttata
giù da una macchina. A tirarcela
dentro a forza, trattenercela per venti
minuti e picchiarla a colpi di judo e
karate, mentre stava dirigendosi a
una marcia-performance musicale
pacifica, tre agenti della Sicurezza di
stato in abiti civili.
Botte in quantità erano state distribuite
anche durante lo sciopero della
fame di Zapata, quando vari oppositori
avevano cercato di scendere in
piazza per appoggiare la sua protesta.
E almeno trenta persone sono state
arrestate dopo la sua morte, per impedir
loro di recarsi al funerale. L’analisi
di Yoani Sánchez è che sia proprio
in questo diverso tipo di repressione
la principale differenza tra Fidel
Castro e suo fratello Raúl: “In passato
– ci spiega – il governo cercava di
infliggere ai dissidenti la morte civile.
Non c’era possibilità di esprimersi,
non c’era possibilità di organizzarsi,
tutti i percorsi di una possibile critica
e protesta erano sistematicamente
tagliati. Grazie a Internet e alle
nuove tecnologie, però, i cittadini sono
riusciti lentamente a ricostruire
alcuni percorsi. E così ora si sta passando
a un tipo di repressione diversa:
secca, molto intimidatoria. C’è una
paramilitarizzazione della polizia, ci
sono agenti dei Servizi che si presentano
in borghese a pretendere di agire
come se fossero agenti in uniforme”.
Se vogliamo, insomma, dal modello
totalitario sovietico, Cuba sta
tornando al più normale autoritarismo
arbitario della tradizione latinoamericana.
“Sì: da una repressione
asettica a una repressione brutale”.
Eppure, segnali di apertura non sono
mancati, da quando è al potere
Raúl. La stessa Yoani Sánchez si è
trovata il suo lavoro di blogger un po’
semplificato, quando il regime ha
concesso anche ai cittadini cubani di
acquistare tessere prepagate per accedere
ai punti internet degli hotel
per stranieri: anche se a prezzi di sette-
dodici dollari all’ora, in un paese
dove il salario medio è di 17 dollari al
mese. La povertà limita anche la portata
della prima grande riforma di
Raúl: la liberalizzazione dell’acquisto
di elettrodomestici. Di questi giorni è
poi l’annuncio della prossima chiusura
di cento imprese agricole considerate
inefficienti, con la ricollocazione
di quarantamila lavoratori: una notizia
che va messa assieme, da un lato,
alla progressiva chiusura dei “comedores
obreros”, le mense che davano
un pasto gratis ad almeno 3,5 degli
11,2 milioni di cubani; dall’altro, all’iniziativa
di affittare a privati 1,7 milioni
di ettari di terre demaniali, i cui
affittuari avrebbero il permesso di assumere
braccianti e di stipulare altri
tipi di contratti.
Oltre a qualche abbozzo di Perestroika,
c’è stato qualche esperimento
di Glasnost. Ad esempio “Juventud
Rebelde”, organo ufficiale della
Unión de Jóvenes Comunistas de Cuba,
che ha inaugurato una moderata
fronda: attaccando la censura, criticando
la “verticalità sociale”, chiedendo
di “cambiare tutto ciò che deve
essere cambiato”. E il 21 gennaio
alla tv c’è stata una clamorosa puntata
di “Mesa Redonda”, una specie di
“Porta a Porta” locale, che aveva infranto
un tabù clamoroso. “A Cuba c’è
razzismo, anche se di bassa intensità
e di tipo psicologico e non istituzionale”,
avevano riconosciuto gli intervenuti.
L’antropologo Pablo Rodríguez
aveva ammesso che “sebbene non vi
siano ghetti neri, esista una coesistenza
e la violenza razziale non sia su
grande scala”, tuttavia “esiste una notevole
violenza verbale”. L’economista
Esteban Morales aveva spiegato
che dopo il 1962 qualsiasi dibattito
sul tema era stato rimosso “per non
mostrare divisioni della società cubana
di fronte agli Stati Uniti”. E lo storico
Heriberto Feraudy dopo aver
detto che “a molti sarebbe sembrato
impossibile che si realizzasse un dibattito
in tv su questo tema” aveva aggiunto
che le leggi e le “missioni internazionaliste”
non bastano contro il
“male che sussiste nelle menti”, se
non le si accompagna con “l’azione
culturale”. Insomma, “il razzismo esiste:
non solo per eredità della società
anteriore, ma per imperfezioni della
società attuale”.
Intanto era già in corso la protesta
che avrebbe portato alla drammatica
morte del “negro” Zapata. E se Raúl
l’ha deplorata, la stampa ufficiale non
ha mancato di insistere sul fatto che il
defunto era un “delinquente comune”.
Di professione muratore e idraulico,
Zapata era stato in effetti processato
nel 1993 per violazione di domicilio;
nel 2000 per lesioni non gravi, truffa
e possesso di arma bianca; nel 2002
per alterazione dell’ordine e disordine
pubblico. Incarcerato il 6 dicembre
del 2002, era stato posto in libertà condizionata
il 9 marzo del 2003. Ma a
quel punto si era unito a uno sciopero
della fame di dissidenti, e il 20 marzo
2003 si era ritrovato tra i 75 arrestati
della cosiddetta “Primavera nera”. Disadattato
radicalizzatosi in carcere
nel contatto con i detenuti politici, come
spesso accade nelle rivoluzioni, o
oppositore diffamato, come pure accade
nei regimi autoritari, Zapata aveva
continuato a ribellarsi e ad accumulare
condanne. Anche qui, il dissenso e
la famiglia sostengono che erano le
guardie del carcere a picchiarlo in
continuazione. La stessa decisione di
intraprendere lo sciopero della fame
che l’ha portato alla tomba sarebbe
stata dovuta ai tre ultimi pestaggi ricevuti.
Un’ulteriore denuncia è sui diciotto
giorni di privazione dell’acqua
cui il “ribelle” sarebbe stato sottoposto,
per costringerlo a mangiare.
Quando è arrivato in ospedale aveva
la schiena piagata, ed era talmente
consumato che hanno dovuto mettergli
le flebo sul collo.
Fariñas, a differenza di Zapata Tamayo,
non è un proletario, ma un intellettuale,
con un passato di integerrimo
rivoluzionario. Entrambi i suoi
genitori lottarono contro Batista, suo
padre accompagnò il Che in Congo nel
1965. E lui, dopo aver frequentato una
scuola militare in Unione sovietica,
combatté nella “missione internazionalista”
in Angola. Ferito diverse volte
in combattimento, nel 1980 era tra i
militari di guardia all’ambasciata del
Perù, nel tentativo di impedire la fuga
di massa dei cosidetti “marielitos”.
Costretto a lasciare le Forze armate
per i postumi delle ferite in Angola, si
iscrisse all’università e ottenne una
laurea in Psicologia. Ma dopo la fucilazione
del generale Ochoa, suo antico
comandante, lasciò per protesta il
Partito comunista. In galera finì una
prima volta nel 1995, dopo aver denunciato
per corruzione la direttrice
dell’ospedale pediatrico in cui lavorava.
Creatore di un’agenzia di stampa
indipendente, più volte aggredito da
agenti del regime, dal 1995 in poi si è
messo diciannove volte in sciopero
della fame. Nel 2005 addirittura per
sette mesi, chiedendo la libertà di accesso
a Internet per tutti i cubani. L’ultima
protesta è iniziata il giorno dopo
la morte di Zapata, e ha come obiettivo
la liberazione di ventisei prigionieri
politici in gravi condizioni di salute.
“E’ ora che il mondo si renda conto di
quanto questo governo è crudele, e ci
sono momenti nella storia dei paesi in
cui ci debbono essere martiri”. Anche
Fariñas è negro.
E’ negro anche Bonne: ingegnere e
professore, fu uno dei quattro arrestati
nel 1997 per “azioni contro la sicurezza
nazionale dello stato cubano” e
“sedizione”: aveva diffuso uno scritto
sul quinto congresso del Partito comunista
cubano. E’ negro Manuel Cuestua
Morúa: un leader del dissenso di
ispirazione socialdemocratica vicino
alle sinistre europee, in passato accusato
da altri dissidenti di essere troppo
morbido col regime. Ma sul caso
Zapata è stato durissimo: “Se la sono
presa con lui perché era negro!”. E’
negro Juan Carlos González Marcos
“Pánfilo”: disoccupato e alcolista, nei
mesi scorsi, grazie a YouTube, aveva
fatto ridere mezzo mondo per come
aveva cominciato a irrompere sugli
schermi, reclamando in modo sconclusionato
contro la fame dei cubani:
condannato a due anni, è stato rilasciato
ma sotto stretta sorveglianza. E’
negro il medico Óscar Elías Biscet:
cattolico antiabortista condannato a
venticinque anni, perennemente in
cella di punizione. E’ negro Darsy Ferrer,
condannato con la pretestuosa imputazione
di “acquisto illegale di cemento
al mercato nero”. Ed è negro
Jorge Luis Pérez “Antúnez”: dopo diciassette
anni di carcere per “propaganda
nemica orale” vive tuttora assediato
dalla polizia politica. “Come Zapata,
anch’io sono stato torturato per
il colore della mia pelle”, denuncia.
“Questa rivolta dei negri è l’aspetto
nuovo”, spiega al Foglio Carlos
Carralero, scrittore esule in Italia e
presidente dell’Unione per le libertà
a Cuba, che ha inviato all’Unione europea
una protesta sull’“intolleranza
feroce del regime dei fratelli Castro”.
Carralero ricorda tra questi “negri ribelli”
anche Juan Almeida García:
ora coordinatore del suo gruppo, figlio
di quello che fu il numero tre e il
negro più illustre del regime, il comandante
Juan Almeida Bosque. Carralero
dice che “a Cuba, in questo
momento, ci sono sei-settemila dissidenti
dichiarati. I prigionieri politici
nessuno sa quanti siano veramente,
neanche Elizardo Sánchez”. Ovvero il
promotore di quella Commissione cubana
dei diritti umani e riconciliazione
nazionale, che cerca affannosamente
di tenere il conto basandosi
sulle testimonianze dei detenuti liberati.
“L’ultima stima era di 211”. Carralero
ce ne ricorda un altro in pericolo
di vita: Ariel Sugler Tamayo, cui
tre anni di detenzione hanno fatto
perdere sessanta chili. “Ha terribili
problemi di reni, emorragie intestinali,
tonsillite cronica, il fratello dice
che ha tutti gli organi compromessi”.
“Il sacrificio di Orlando Zapata ha
segnato un prima e un dopo nella lotta
per i diritti umani”, dice Antúnez.
“Molti che hanno sempre appoggiato
il sistema totalitario adesso si interrogano
su che tipo di regime è questo
che definisce terrorista chi muore di
sciopero della fame”. “La gioventù sa
che in questo sistema non ha più futuro”.
“La supposta liberalizzazione
di Raúl non è stata che un’illusione
creata dai media stranieri”, ci dice
infine Yoani. “I pochi ritocchi cosmetici
non hanno potuto influire veramente
nella vita privata. La gente,
che pure aveva molte aspettative, è
rimasta delusa. E per questo la repressione
è aumentata”. D’altronde,
ogni tentativo autentico di riforma
non farebbe che precipitare la crisi.
“Raúl non è stato eletto dal popolo,
ma ha ricevuto un feudo per il quale
risponde a chi glielo ha dato. Al fondo,
il suo obiettivo è solo guadagnare
il tempo che gli serve per concludere
la sua vecchiaia in pace e morire nel
suo letto, senza dover fuggire in esilio
o essere chiamato in tribunale a rendere
conto”.
Molti attribuiscono a Raúl Castro
una propensione per il modello cinese:
un’apertura economica accompagnata
dal mantenimento dell’autoritarismo
politico. “E’ un’alternativa che
avrebbe potuto essere costruita a partire
dalle riforme economiche del
1994, quando fu consentito ad esempio
di aprire i ristorantini privati”,
spiega Yoani. “Ma poi, su chi aveva
guadagnato qualcosa con il proprio
lavoro si sono sempre abbattute periodiche
sfuriate ‘antiborghesi’, l’economia
è tornata a essere centralizzata,
e anche sull’ultima apertura in
agricoltura pesano questi precedenti.
Non c’è certezza del diritto, la gente
non sa se guadagnando e comprandosi
così una macchina o una casa non
finirà per essere punita e riespropriata
come ‘profittatrice’. D’altra parte
noi siamo cubani, non cinesi. A Cuba
non c’è una cultura che possa continuare
a tenere la gente sottomessa,
una volta che le forze produttive vengano
liberate”.

© Copyright Il Foglio 18 marzo 2010

Ha svelato gli aborti a Cuba Il dr. Biscet langue nel gulag

Roma. Due giorni fa il Wall Street Journal,
sotto il provocatorio titolo di “Viva
Zapata”, ha denunciato la precaria condizione
di salute del dottor Oscar Biscet,
soprattutto a causa delle torture da lui
subìte in carcere. “Il dottor Biscet è gravemente
malato, sofferente per ipertensione
e gastrite cronica”, recita un altro
rapporto di Human Rights First. “Le condizioni
in cui si trova ad affrontare la condanna
a 25 anni – conseguente a un processo
privo di garanzie giuridiche nel
2003, scaturito dalla sua azione non violenta
in difesa dei diritti umani – risultano
in progressivo peggioramento”.
Dopo che il dissidente Orlando Zapata
è morto in carcere a seguito di un logorante
sciopero della fame (a Cuba i dissidenti
non morivano dal 1972), è il dottor
Biscet adesso a rischiare grosso nelle carceri
castriste. Seguace di Martin Luther
King e ammiratore del Dalai Lama, medico
imbevuto della filosofia della disobbedienza
di Henry David Thoreau, il dottor
Biscet è l’uomo che ha gridato al mondo
la verità sugli aborti a Cuba. Per questo
risiede da anni in un gulag caraibico.
Biscet aveva appena sostenuto pubblicamente
Zapata: “Orlando sta cercando la
libertà per tutti i cubani”. Figlio di una
modesta famiglia operaia, Biscet ha ricevuto
la tipica educazione scolastica comunista.
Il dottore ha la pelle scura come
Mandela. Ma a differenza del leader della
lotta all’apartheid, il nome di Biscet
non suscita lo stesso entusiasmo. Eppure,
con la sua condanna a venticinque anni
di carcere, è uno dei massimi “prigionieri
di coscienza” al mondo. Si trova nella
stessa isola dove sorge Guantanamo, ma
nella parte sbagliata, lontana dai riflettori
dell’opinione pubblica internazionale.
“Rivanol, metodo per distruggere la vita”
Il dottor Biscet ha iniziato la sua lunga
resistenza al regime comunista quando
scoprì che a Cuba si praticavano l’infanticidio
e una serie di metodi spietati di
aborto. A Cuba nel 1996, ultimo anno per
cui sono disponibili dati comparabili, si
erano fatti 209.900 aborti, cioè 77,7 aborti
per ogni mille donne tra i quindici e i
quarantaquattro anni, contro gli 11,4 italiani.
Il livello più alto del mondo, dopo
gli ottantatré del Vietnam. Significa quindi
che a Cuba ci sono più bambini abortiti
che nati. Dopo la denuncia di Biscet,
Hilda Molina, scienziata di fama internazionale
e fondatrice del Centro Internacional
de Restauración Neurológica cubano,
già deputata all’Assemblea del potere
popolare e insignita dal regime di
ben undici decorazioni, aveva restituito a
Fidel le undici decorazioni. Adesso il regime
non le permette di uscire da Cuba.
Le è andata comunque meglio di Biscet,
che è diventato dissidente denunciando
l’uso del farmaco abortivo Rivanol,
di cui diceva che “se faceva cilecca il
suo compito era supplito dal rifiuto di assistenza
al bambino nato vivo”. Ci ha
scritto anche un libro fatto uscire come
un samizdat, “Rivanol: A method to destroy
life”. Dopo aver definito il sistema
sanitario cubano “questo genocidio fatto
legale” (in una lettera aperta a Fidel Castro),
il dottor Biscet sta scontando venticinque
anni per queste poche righe: “Il
cordone ombelicale viene tagliato ed essi
sono lasciati morire per emorragia, oppure
sono avvolti in fogli di carta e asfissiati”.
E’ così che si uccidono i nuovi nati
nel paradiso castrista. Gli esuli cubani lo
chiamano il “Gandhi del Caribe” e in tanti,
soprattutto i repubblicani statunitensi,
vorrebbero ora vederlo insignito del Nobel
per la pace. “Biscet está loco”, Biscet
è pazzo aveva sentenziato il líder máximo.
Il medico anticomunista e antiabortista
è disposto a pagare fino in fondo per
la sua protesta non violenta. Gli hanno
spento addosso sigarette accese. L’hanno
martoriato per piegarlo al silenzio. Di lui,
della sua odissea di figlio della rivoluzione
rinnegata, oggi sappiamo soltanto grazie
alla moglie, Elsa Morejón, suo unico
ponte telefonico con il resto del mondo.
Due anni fa, l’allora presidente americano
George W. Bush premiò Biscet con la
medaglia della libertà. Alla Casa Bianca,
per ritirare la massima onorificenza civile
americana, andarono il figlio e la figlia.
Non si contano più le volte in cui Biscet
è entrato e uscito dal gulag. Al momento è
rinchiuso in una cella senza bagno né luce
solare. Come latrina, il dottore utilizza
un buco a terra infestato dai vermi.

© Copyright Il Foglio 4 marzo 2010

Il regime di Cuba ha fucilato 5mila dissidenti in 50 anni

***
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di Roberto Fabbri

Drammatica denuncia di un gruppo di dissidenti impegnati in un ambizioso progetto di riconciliazione nazionale

Dal 1959, quando ha preso il potere, il governo comunista dei fratelli Fidel e Raul Castro ha giustiziato con il sistema della fucilazione fino a cinquemila persone dopo «processi sommari e irregolari». Lo afferma un rapporto diffuso da un gruppo di dissidenti che difende la possibilità di un processo di riconciliazione nazionale.
«
La nostra commissione ritiene che nel corso di mezzo secolo l'attuale esecutivo ha fatto fucilare tra le tremila e le cinquemila persone», dice il rapporto firmato da Elizardo Sanchez, ex prigioniere politico e portavoce della Commissione cubana di diritti umani e riconciliazione nazionale (Ccdhrn, al bando ma tollerata dal regime comunista).
La Ccdhrn rilancia una proposta avanzata nel 1987, la «riconciliazione nazionale senza esclusioni che sarebbe una specie di amnistia nazionale sotto il segno della verità e della giustizia» e che «nonostante i timori del potere dell'Avana, sarebbe appoggiata dalla stragrande maggioranza della nazione cubana, sia dell'isola che in esilio». Un obiettivo che appare, nella migliore delle ipotesi, velleitario.

Da: www.ilgiornale.it

Il Papa: A Cuba Spero che continuino a moltiplicarsi i segni concreti di apertura all'esercizio della libertà religiosa

Discorso del Papa al nuovo ambasciatore di Cuba presso la Santa Sede


L'uomo è il primo capitale da salvaguardare


CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 10 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo giovedì in udienza Eduardo Delgado Bermúdez, ambasciatore di Cuba presso la Santa Sede, in occasione della presentazione delle Lettere credenziali.

* * *

Signor Ambasciatore,

1. Con immenso piacere la ricevo in questo solenne atto in cui presenta le Lettere che l'accreditano come Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Repubblica di Cuba presso la Santa Sede, dando così avvio all'importante missione che il suo Governo le ha affidato. La ringrazio per le sue attente parole e per il saluto che mi ha trasmesso da parte dell'Eccellentissimo signor Raúl Castro Ruz, Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, che contraccambio con i miei migliori auguri per la sua alta responsabilità.

2. Fra speranze e difficoltà, Cuba ha raggiunto un deciso protagonismo, principalmente nel contesto economico e politico dei Caraibi e dell'America Latina. D'altro canto, alcuni segni di distensione nelle sue relazioni con i vicini Stati Uniti lascerebbero presagire nuove opportunità per un avvicinamento reciprocamente proficuo, nel pieno rispetto della sovranità e del diritto degli Stati e dei suoi cittadini. Cuba, che continua a offrire a numerosi paesi la sua collaborazione in aree vitali come l'alfabetizzazione e la salute, favorisce così la cooperazione e la solidarietà internazionali, senza che queste siano subordinate ad altri interessi se non l'aiuto alle popolazioni bisognose. È auspicabile che tutto ciò possa contribuire a trasformare in realtà l'appello che il mio venerato Predecessore, Papa Giovanni Paolo ii, lanciò nel suo storico viaggio nell'isola: «Possa Cuba aprirsi con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e possa il mondo aprirsi a Cuba» (Discorso nella cerimonia di benvenuto a La Habana, 21 gennaio 1998).

3. Come molti altri paesi, anche la sua Patria subisce le conseguenze della grave crisi mondiale che, in aggiunta ai devastanti effetti dei disastri naturali e all'embargo economico, colpisce in modo particolare le persone e le famiglie più povere. In questa complessa situazione generale, si sente sempre più l'urgente bisogno di un'economia che, edificata su solide basi etiche, ponga la persona e i suoi diritti, il suo bene materiale e spirituale, al centro dei propri interessi. In effetti, il primo capitale che si deve salvaguardare e salvare è l'uomo, la persona nella sua integrità (cfr. Caritas in veritate, n. 25).

È importante che i Governi si sforzino per porre rimedio ai gravi effetti della crisi finanziaria, senza trascurare per questo i bisogni primari dei cittadini. La Chiesa cattolica a Cuba, che in questo momento, e come sempre, si sente vicina alla popolazione, vuole contribuire con il suo modesto ed effettivo aiuto. Desidero altresì sottolineare come la maggiore cooperazione raggiunta con le Autorità del suo Paese abbia permesso la realizzazione di importanti progetti di assistenza e di ricostruzione, specialmente in occasione delle catastrofi naturali.

4. Spero che continuino a moltiplicarsi i segni concreti di apertura all'esercizio della libertà religiosa, così come è accaduto negli ultimi anni, ad esempio, la possibilità di celebrare la Santa Messa in alcune carceri, lo svolgimento di processioni religiose, il restauro e la restituzione di alcuni templi e la costruzione di case religiose, o il poter contare sulla sicurezza sociale da parte dei sacerdoti e dei religiosi. Così la comunità cattolica svolgerà più agilmente il suo specifico compito pastorale.

Al fine di avanzare lungo questo cammino, soprattutto a beneficio dei cittadini cubani, sarebbe anche auspicabile che si potesse continuare a dialogare per fissare insieme, seguendo forme simili a quelle che si stabiliscono con altre Nazioni e rispettando le caratteristiche proprie del suo Paese, un quadro giuridico che definisca convenientemente le relazioni esistenti e mai interrotte fra la Santa Sede e Cuba, e che garantisca un adeguato sviluppo della vita e dell'azione pastorale della Chiesa in questa Nazione.

5. La Chiesa cattolica si sta preparando con grande ardore, nella sua Patria, alla celebrazione, nell'anno 2012, del Quarto Centenario del ritrovamento e della presenza della benedetta immagine della Virgen de la Caridad del Cobre, Madre e Patrona di Cuba. Questo amato titolo mariano è un simbolo luminoso della religiosità del popolo cubano e delle radici cristiane della sua cultura. In effetti, la Chiesa, che non si può confondere con la comunità politica (cfr. Gaudium et spes, n. 76), è depositaria di uno straordinario patrimonio spirituale e morale che ha contribuito a forgiare in modo decisivo l'«anima» cubana, dandole un carattere e una personalità propri.

A tale proposito, tutti gli uomini e le donne, e soprattutto i giovani, hanno bisogno oggi, come in qualsiasi altra epoca, di riscoprire quei valori morali, umani e spirituali, come ad esempio il rispetto per la vita dal suo concepimento fino al suo termine naturale, che rendono l'esistenza dell'uomo più degna. In tal senso, il principale servizio che la Chiesa presta ai cubani è l'annuncio di Gesù Cristo e del suo messaggio di amore, di perdono e di riconciliazione nella verità. Un popolo che percorre questo cammino di concordia è un popolo con una speranza di un futuro migliore. La Chiesa, inoltre, consapevole del fatto che la sua missione sarebbe incompleta senza la testimonianza della carità che nasce dal Cuore di Cristo, ha messo in atto nella sua Patria numerose iniziative di assistenza sociale che, sebbene di dimensioni ridotte, hanno raggiunto molti malati, anziani e disabili. Una dimostrazione evidente di questo amore è anche la vita e il lavoro di tante persone che si sono lasciate illuminare e trasformare dal messaggio di Cristo, come il Beato José Olallo Valdés, alla cui beatificazione, la prima celebrata in terra cubana, ha assistito l'Eccellentissimo signor Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri.

Confido inoltre che questo clima, che ha permesso alla Chiesa di dare il suo modesto contributo caritativo, favorisca anche la sua partecipazione ai mezzi di comunicazione sociale e alla realizzazione di compiti educativi complementari, conformemente alla sua specifica missione pastorale e spirituale.

6. Non voglio concludere il mio discorso senza rivolgere un ultimo pensiero al sempre nobile, lottatore, sofferente e lavoratore popolo cubano, esprimendogli di cuore la mia vicinanza e il mio affetto, mentre non smetto di affidarlo nella mia preghiera al Signore, autore di ogni dono.

Signor Ambasciatore, la prego di voler trasmettere il mio deferente saluto alle più Alte Autorità della Repubblica di Cuba, mentre le formulo, Eccellenza, i miei migliori auspici affinché compia felicemente e proficuamente l'alta Missione che oggi inizia presso la Santa Sede, e invoco su di lei, sulla sua famiglia e sui suoi collaboratori, abbondanti doni dell'Altissimo, per intercessione di Nuestra Señora de la Caridad del Cobre.

[Traduzione dal testo in spagnolo a cura de L'Osservatore Romano]