DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Ragionando con Martini di peccato e Resurrezione. Eugenio Scalfari interroga il cardinale Martini

di EUGENIO SCALFARI

QUANDO fissammo la data del nostro incontro il cardinale Carlo Maria Martini mi disse che il tema sul quale desiderava si svolgesse la conversazione era la Resurrezione. Ne rimasi un po' stupito e anche preoccupato; gli feci osservare che su quell'argomento avremmo avuto assai poco da dirci. Se c'è un punto sul quale il non credente non ha alcuna possibilità di contatto con un cristiano doc come Martini è proprio quello. Ma il cardinale insistette. "Vedrà - mi disse - avremo tutti e due molte idee da scambiarci su quell'argomento. Del resto la Resurrezione è da tempo il fulcro della mia vita e ho molta voglia di discuterne con lei".

Ci siamo incontrati il 10 maggio scorso a Gallarate, nella casa di riposo della Compagnia di Gesù dove Martini alloggia da qualche anno dopo i mesi passati a Gerusalemme. In due anni questa è la terza volta che vado a trovarlo. Nel frattempo ci siamo scritti e sentiti, ormai siamo in confidenza. Io gli voglio bene e credo che me ne voglia anche lui.

Il tempo, è vero, passa con grande rapidità, ma lui non mi è parso cambiato. La voce si è affievolita, quella sì, è meno sonora o io son più duro d'orecchio; abbiamo avvicinato di più le poltrone sulle quali eravamo seduti.

"Lei ha scritto un libro di recente".

"Sì, un viaggio nella modernità. Temo che, se avrà voglia di leggerlo, non sarà d'accordo su molte cose".

"Non ne sia così sicuro: tra un credente come me e un non credente come lei i punti d'incontro sono molti, l'abbiamo già verificato".

"È vero - ho risposto - lei però me ne ha proposto uno, la Resurrezione, che ha più l'aria d'una sfida che di un terreno d'incontro. Chi come me non crede nell'oltremondo, tantomeno crede nella Resurrezione di Gesù e nella nostra. Lei però vede nel Resurrecturis il fulcro della sua vita spirituale. Può spiegarmene la ragione? In fondo si tratta di un miracolo. Pensavo che lei fosse piuttosto scettico sui miracoli".

"La Resurrezione del Cristo non è un miracolo. Il Dio che attraverso il Figlio ha assunto natura umana, dopo la morte sulla croce riassume la sua natura divina e immortale".

"Capisco. Ma la Resurrezione dei morti? Quello è un miracolo".

"È un mistero, un mistero della fede. Lei mi ha chiesto perché rappresenta, per me e per tutta la comunità dei fedeli, il fulcro della nostra vita. Cercherò di spiegarlo. La Resurrezione dei morti è un fatto storicamente positivo. Lo Spirito risorge in tutti noi. Risorge ogni giorno, risorge quando preghiamo, quando ci comunichiamo mangiando il pane e bevendo il vino del Signore, quando risorgono in noi la carità e la speranza del futuro, quello terreno e quello extraterreno. La storia del mondo non sarebbe quella che è se la speranza non alimentasse i nostri sforzi e la carità non illuminasse la nostra vita quotidiana. La Resurrezione dello Spirito è la fiamma che spinge le ruote del mondo. Lei può immaginare un mondo senza carità e senza speranza?".

"Non lo immagino infatti. Ma speranza e carità illuminano anche la vita dei non credenti o almeno di molti di essi. Noi non abbiamo bisogno della fede, l'amore del prossimo, secondo me, deriva da un istinto che opera in ciascuno di noi. È l'istinto della vita, l'istinto della socievolezza, l'istinto della sopravvivenza della specie".

"Lei pensa che quell'istinto sia sempre presente in ogni individuo?".

"Penso che sia sempre latente, ma sempre in contrasto con l'amore di sé. La vita non è che un eterno contrasto tra questi due elementi. La natura umana poggia sulla dinamica di questi due elementi".

"Ogni volta che l'amore del prossimo vince sull'egoismo dell'amore di sé, quello è il momento in cui lo Spirito risorge. Il fatto che lei lo chiami istinto non cambia la tessitura della vita: per me è la Resurrezione".

"Ma non la Resurrezione dei morti".

"Quello è un mistero della fede, un di più che ci aiuta. Io non lo chiamo miracolo, lo chiamo necessità. La necessità di vivere con carità e speranza".

"Cardinal Martini lei ha conosciuto il teologo Hans Küng? Conosce la sua teologia?".

"Eravamo tutti e due nel Concilio Vaticano II. Abbiamo la stessa età, eravamo molto giovani allora, della stessa età di papa Wojtyla. Poi l'ho incontrato varie volte, abbiamo discusso spesso, abbiamo un buon rapporto".

"Küng fa un'affermazione molto netta nel suo ultimo libro. Dice che la fede illumina la vita ma che per raggiungere la fede occorre una condizione preliminare: bisogna innanzitutto amare la vita. Amarla d'un amore profondo. L'amore per la vita è una condizione non sufficiente ma necessaria per la maturazione della coscienza. Lei è d'accordo con questa posizione?".

"Sì, sono d'accordo con Küng. Penso anch'io che bisogna amare profondamente la vita per essere poi illuminati dalla grazia e dalla fede".

"Tutto sta nel capire che cosa s'intenda quando si dice "amare profondamente la vita"".

"Lei che cosa ne pensa? Che cosa vuol dire?".

"Penso a un amore responsabile. Penso a una vita che non umilii la vita degli altri, non le rechi danno ma anzi l'arricchisca di sentimenti e maturi l'umanità che è in ciascuno di noi".

"Questo è anche il mio pensiero di cristiano. L'amore per la vita concepito in questo modo è appunto la condizione necessaria anche se insufficiente che può condurre alla fede. Oppure fermarsi a quella tappa iniziale".

"Una tappa imperfetta? Non perfettamente matura"?

Capii che gli costava molto rispondere a questa mia domanda. Poi disse con un soffio di voce: "Una stilla di divino c'è in ogni uomo. Siamo le foglie dissimili di un unico albero. Non spetta a me distinguere le foglie meglio riuscite. Cristo ha detto: non giudicate".

Pioveva a scroscio fuori dalla finestra. Portarono le pillole per il cardinale e una tazza di tè per me. Le tendine sui vetri erano orlate con un ricamo che mi ricordò la mia casa di bambino e l'immagine di mia madre. Le preghiere che mi faceva recitare la sera prima del sonno. Pensai che i credenti, quelli veri, erano rimasti un po' bambini, ma poi scacciai subito quel pensiero. Ti senti superiore? Mi dissi. Sei polvere e polvere tornerai, perciò lui ha ragione: non giudicare.

Gli dissi: "Alla Resurrezione non credo, ma credo nel Golgota".

"Stavo appunto per domandarglielo. Mi dica".

"Credo nel Golgota perché lì fu celebrato il sacrificio di un giusto, di un debole, di un povero. Quel sacrificio si ripete ogni giorno ed è il vero ed unico peccato del mondo: il sacrificio, la sopraffazione, l'umiliazione del povero, del debole, del giusto. Il Golgota raffigura il peccato del mondo".

Il cardinale mi guardò come si guarda un catecumeno, uno sguardo che mi parve una carezza. Notai che aveva un tic frequente all'occhio sinistro, spesso lo chiudeva ma quando lo riapriva era ancor più espressivo dell'altro. Credo fosse l'effetto della sua sindrome parkinsoniana, la stessa malattia di papa Wojtyla.

Poi mi disse: "Sì, il Golgota rappresenta il peccato del mondo. A volte la Chiesa si occupa di troppi peccati e non tutti nella Chiesa sanno e sentono che quello è il solo, vero peccato: la sopraffazione, l'umiliazione, il disconoscimento del proprio simile tanto più se è debole se è povero se è escluso. E se è un giusto. Uno che non farebbe mai cose che umiliano la dignità della persona. Il Golgota dovrebbe essere l'inizio di un percorso penitenziale che dura tutta la vita".

Questa frase mi colpì; non avevo pensato ad un percorso penitenziale. Chi era coinvolto in quel percorso di penitenza? Glielo chiesi. Rispose: "Tutto il mondo".

"Ma il vostro Cristo non era venuto per annunciare la salvezza? Un patto rinnovato tra il Signore e gli uomini?".

"Appunto. Portò la consapevolezza del peccato che era stato commesso e la necessità di espiarlo attraverso la penitenza".

"In un altro nostro incontro lei mi parlò della necessità per la Chiesa di rivisitare il sacramento della confessione. C'è un nesso fra quel suo desiderio e quanto mi ha appena detto?".

"La confessione dev'essere per i cristiani l'inizio di un percorso penitenziale che dura tutta la vita. Se il peccato è quello che abbiamo definito come il vero peccato del mondo, l'espiazione non richiede soltanto il risarcimento materiale del danno; l'espiazione comporta molto di più: comporta la rieducazione del peccatore, la scoperta da parte sua di una vita diversa. È la scoperta della gioia e del gaudio che quella vita nuova e diversa si effonde nella sua anima".

"Cardinale, ha presente il romanzo Resurrezione di Tolstoj?".

"Ha ragione di richiamarlo. Quel romanzo racconta esattamente questo percorso. Il protagonista era un ricco e giovine signore che approfitta e stupra una minorenne. Passano gli anni e alla fine il protagonista ha perso tutto il suo patrimonio ed è condannato e deportato in Siberia, ma nella sua coscienza si è fatta strada la sofferenza per quanto ha commesso e la necessità di espiarlo. Quando l'espiazione tocca il culmine la sua anima si apre alla consolazione e alla gioia".

"Lei ha richiamato Tolstoj; anche Manzoni racconta un processo analogo e la gioia che viene dall'espiazione".

"L'Innominato, il suo pentimento, l'affanno di espiare e la pace dell'anima che provoca l'espiazione".

"La pedofilia è uno di quei peccati?".

Non avevo ancora introdotto quel tema, mi pareva che fosse imbarazzante per un porporato affrontarlo in un colloquio con chi fa professione di giornalismo. Ma in un certo senso era lui che mi ci aveva portato. Infatti rispose senza esitazione.

"La pedofilia è il più grave dei peccati, non umilia soltanto la persona e il debole, ma viola addirittura l'innocente. Aggiungo: nei casi che si sono verificati nella Chiesa i colpevoli sono addirittura sacerdoti e vescovi che hanno come primo compito quello di educare i giovani e i giovanissimi e quindi debbono frequentarli per adempiere il loro magistero. Ci può essere peccato più grave di questo?".

"La Chiesa però condanna il peccato ma perdona il peccatore. Non c'è contraddizione? Il Papa ha assunto un atteggiamento assai rigoroso in questi ultimi mesi e ha anche imposto un criterio di trasparenza invitando i vescovi e i parroci a informare l'autorità giudiziaria distinguendo il reato dal peccato. Vorrei capire se tutto ciò rappresenta un'innovazione del diritto canonico".

"Non mi occupo di diritto canonico perché in questo caso ha ben poco rilievo. Quanto alla denuncia del reato all'autorità giudiziaria, direi che si tratta di un atto assolutamente dovuto, la pedofilia è un grave reato in tutti i codici del mondo e va perseguito. Ma, trattandosi di solito di persone avanti negli anni, è lecito prevedere che la pena inflitta dall'autorità giudiziaria avrebbe un'esecuzione relativamente breve. Comunque non è quello il punto. Ritorno al tema della penitenza e dell'espiazione. Si perdona il peccatore che compia un percorso penitenziale che durerà quanto dura la sua vita terrena. L'espiazione dev'essere così intensa da colmare quell'anima e da farle assumere il compito di risarcire chi ha subito il sopruso. Dico risarcire ma non mi riferisco a risarcimenti materiali che pure sono dovuti. Mi riferisco a un rapporto di anime. L'anima del peccatore non avrà altro fine che redimersi, risarcire i sentimenti violati, risorgere. Solo in quel modo ritroverà la pace e la gioia".

Aveva parlato tutto d'un fiato gesticolando e agitandosi sulla sua poltrona; anche la voce era salita di tono, tanto che poi si abbandonò affannato e socchiuse per un momento gli occhi.

Il suo assistente, un giovane prete con un volto intelligente e modi pieni di premura, fece capolino per la seconda volta: quella pausa nella nostra conversazione lo aveva forse allarmato. "Forse è stanco", dissi, ma a quel punto il cardinale fece un gesto per dire che non era affatto stanco e voleva continuare. Gli chiesi se c'erano stati nella storia della Chiesa dei santi che prima erano stati peccatori. "Molti" rispose. "Il fatto più significativo della loro vita è stata appunto la loro conversione dal peccato alla grazia della fede insieme all'inizio di quel percorso penitenziale che li ha accompagnati fino alla morte". Gli chiesi qualche nome. "Gliene dico uno per tutti, il fondatore della nostra Compagnia, Sant'Ignazio. Lo ha raccontato lui stesso, peccò a lungo e fortemente, per dirla con Lutero; la sua conversione fu totale, la sua espiazione lunghissima, accompagnata da un amore per la vita e per le opere tra le quali appunto la fondazione d'una Compagnia che dopo quattrocent'anni è ancora uno dei pilastri della nostra Chiesa".

Era passata più di un'ora e capii che il nostro incontro si avviava alla fine ma avevo ancora molte cose da chiedere. In particolare c'era un tema che mi stava a cuore: il rapporto tra la missione pastorale della Chiesa e la sua organizzazione istituzionale e gerarchica. Insomma la Chiesa come missione e la Chiesa come centro di potere.

"Ricorda, cardinal Martini? Lei mi raccontò, in un nostro precedente incontro, che all'inizio del Conclave che elesse cinque anni fa l'attuale Pontefice lei ricordò ai suoi confratelli riuniti nella Sistina che il Conclave doveva eleggere il Vescovo di Roma. Il Papa infatti ha quella funzione in quanto Vescovo di Roma e tale deve sempre rimanere. Lei non mi spiegò allora il senso di quel suo discorso, vuole dirmelo adesso?".

"Il senso può risultare oscuro per chi non opera nella Chiesa e per la Chiesa, ma per noi è chiarissimo. I Vescovi sono i successori degli apostoli e ad essi Gesù dettò una sola missione: andate e predicate alle genti la verità e la carità, diffondete il Verbo, indicate la via. Questa è la missione dei Vescovi, pastori di anime. Ma Gesù sapeva anche che quella missione doveva essere racchiusa entro una guaina che ne proteggesse l'essenza e la preservasse nel corso dei secoli e dei millenni. Quella che lei chiama istituzione è appunto la guaina organizzativa, le Congregazioni, la Curia, la finanza, i tribunali ecclesiastici. Servono a preservare la missione pastorale che rappresenta l'essenza della Chiesa".

"Il Papa è il Vescovo di Roma ed è il capo della missione pastorale e dell'istituzione. E così?".

"Il Papa è il Vescovo che siede sulla sedia che fu di Pietro. La missione pastorale è il suo compito prevalente. Il fatto che sia anche un teologo o un diplomatico o un organizzatore è secondario. È e dev'essere soprattutto un pastore di anime che esercita quella vocazione insieme a tutti gli altri Vescovi".

"Tuttavia per gran parte della sua storia la Chiesa è stata soprattutto dominata dal potere dell'istituzione, i Papi sono stati dei capi di Stato e perfino dei guerrieri. Il potere temporale ha soverchiato la missione pastorale".

"Non penso che l'abbia soverchiata, ma certo spesso è accaduto che il potere e la sua conservazione abbiano avuto un'importanza eccessiva e la missione pastorale ne abbia subito i contraccolpi".

"È ancora così anche oggi?".

"Questi difetti sussistono ancora, il potere temporale, in altre forme, è ancora una tentazione all'interno della Chiesa. Ma quello che noi chiamiamo il popolo di Dio, i fedeli, il clero con cura di anime, le associazioni e il volontariato cattolico, costituiscono la vera guaina di custodia della nostra essenza".

"Le faccio un'ultima domanda perché sto abusando del suo tempo. La Chiesa per compiere la sua missione deve avere contatti con i poteri pubblici che incontra nel suo cammino. Talvolta incontra regimi di dittatura e tirannide, altre volte regimi democratici. Sono forme politiche indifferenti per la Chiesa oppure essa è chiamata a fare una scelta tra di loro?".

"La Chiesa deve fare una scelta anche se deve includere sistemi politici estranei alla sua concezione. Anzi è proprio nei territori dove la libertà e l'eguaglianza sono negate che la testimonianza della Chiesa diventa preziosa. Ma per me non c'è dubbio: la Chiesa che rivendica la libertà religiosa, per ciò stesso condivide principi di libertà, di eguaglianza, di inclusione, di rispetto della dignità delle persone. Questi principi valgono, debbono valere, anche all'interno della Chiesa dove il Papa esercita la sua missione insieme all'Episcopato e al popolo di Dio, nelle varie forme conciliari che la nostra organizzazione prevede".

L'incontro era finito. Il giovane sacerdote era rientrato per aiutare il cardinale ad alzarsi. Io gli dissi: "La prossima volta voglio vederla saltare alla corda". Mi guardò sorridendo e disse: "Torni presto". Poi mi accarezzò il viso con un tocco leggero. Feci altrettanto con lui. Eravamo tutti e due un po' commossi. Fuori continuava a piovere.

(13 maggio 2010)

© Copyright La Repubblica

Martini: chi accusa la Chiesa e il papa è un ipocrita

Il cardinale Carlo Maria Martini ha rotto il suo sibillino silenzio sugli attacchi alla Chiesa a motivo della pedofilia (vedi due post più sotto) con un’intervista al prossimo numero del mensile “30 Giorni” diretto da Giulio Andreotti, che sarà in edicola il 15 aprile.

Nell’intervista, raccolta da Gianni Valente, il cardinale Martini così si esprime sull’argomento:

D. – Queste sono settimane di tempesta per lo scandalo della pedofilia. Come valuta questa situazione? Quale richiamo emerge per la Chiesa in queste circostanze?

R. – Tutto questo certo può aiutare in tutti l’umiltà. Ma valgono anche le parole di Gesù: ci sono state azioni gravi, e chi ha scandalizzato i piccoli, sarebbe meglio per lui che gli fosse messa una macina da mulino al collo e fosse gettato nel mare. Questo non toglie che si registra anche una grande ipocrisia. C’è una totale libertà sessuale, la pubblicità utilizza motivi sessuali anche per i bambini.

D. – Come difendere il papa dai tentativi di chiamarlo in causa in queste vicende?

R. – Il papa non ha bisogno di essere difeso, perché a tutti è chiara la sua irreprensibilità, il suo senso del dovere e la sua volontà di fare del bene. Le accuse lanciate contro di lui in questi giorni sono ignobili e false. Sarà bello constatare la compattezza di tutti gli uomini di buona volontà nello stare con lui e nel sostenerlo nel suo difficile compito.

D. – Nella lettera ai cattolici irlandesi, Benedetto XVI ha richiamato a tutti il digiuno, la preghiera, la lettura della Sacra Scrittura e il sacramento della confessione “per ottenere la grazia della guarigione e del rinnovamento per la Chiesa in Irlanda”.

R. – Queste cose valgono per le comunità in cui sono avvenuti questi casi come valgono per tutta la Chiesa. Ma per i protagonisti di questi casi, dove c’è una perversione e una compulsione interna, ci vuole anche l’intervento degli psicoterapeuti. Si tratta di capire il perché di queste compulsioni, e come è possibile dominarle, e gli altri mezzi non entrano in questo aspetto specifico.

"Mai detto ripensare il celibato, ma ripensare la forma di vita del prete". Card. Martini smentisce stampa estera

"Non ho mai detto che l'obbligo del celibato dei preti deve essere ripensato". Così l'ex arcivescovo di Milano, cardinale Carlo Maria Martini, smentisce le frasi attribuitegli dalla stampa austriaca e tedesca. Il porporato ha spiegato di non aver mai parlato con l'edizione domenicale del quotidiano Die Presse e ha detto di essere rimasto "molto sorpreso" nel vedere ripresa anche sui media italiani "un'espressione che non corrisponde al mio pensiero".

"Il settimanale non ha interloquito con me direttamente - ha spiegato Martini -. Ha piuttosto ripreso una mia lettera ai giovani austriaci. Ma il testo di tale lettera da me approvato diceva: 'Occorrerebbe ripensare alla forma di vita del prete' intendendo così sottolineare l'importanza di promuovere forme di maggiore comunione di vita e di fraternità tra i preti affinché siano evitate il più possibile situazioni di solitudine anche interiore".

"Sono pertanto rimasto molto sorpreso - ha proseguito l'ex arcivescovo di Milano - nel vedermi attribuita una espressione che non corrisponde al mio pensiero. Anzi, ritengo sia una forzatura coniugare l'obbligo del celibato per i preti con gli scandali di violenza e abusi a sfondo sessuale".

© Copyright Tgcom

Card. Martini: "Ripensare il celibato obbligatorio". Articolo apparso sul quotidiano austriaco Die Presse.

In esclusiva per la "Die Presse" scrive il cardinale Carlo Maria Martini sulle modalità per risolvere la crisi dopo i casi degli abusi. Al di là di risposte tradizionali.



Che cosa può fare la Chiesa per evitare abusi futuri e la violenza nella sessualità? Oltre a prendere i colpevoli e guardare le vittime negli occhi e pensare ad una terapia, dovremo porci domande fondamentali nella necessità di riconquistare la fiducia perduta.
Come può la Chiesa promuovere la convivenza tra uomo e donna per raggiungere l'obiettivo di una vita di successo nell'essere stesso della famiglia? Il celibato obbligatorio per il sacerdote, inteso come un modo di vita, deve essere riconsiderato. Le questioni fondamentali della sessualità devono essere affrontate in un dialogo con la nuova generazione odierna, attraverso le scienze umane e gli insegnamenti della Bibbia. Solo la discussione aperta nella Chiesa può restituire credibilità e correggere gli errori e rafforzare il ministero della Chiesa per il popolo.


Alcuni insegnamenti della tradizione devono essere trasmessi in modo che il messaggio biblico illumini la dignità di ogni essere umano. Nel difficile periodo in cui il mondo intero sembra fissato sui lati oscuri della Chiesa, vogliamo alzare gli occhi e vedere anche se
è in arrivo qualcosa di nuovo. Oggi vi sono nuovi luoghi nel mondo dove curare la coscienza umana. Dove fiorisce l'amore di Dio che ci ha sorpreso attraverso la sua salvezza incarnata da persone che lo sappiano rivelano? Le persone che gestiscono la chiesa e i sacerdoti avranno bisogno di un cuore docile per aiutare sui temi della convivenza e sulle questioni centrali della vita. Se si ascolta ciò che la prossima generazione ci chiede, prima di dare le nostre risposte predefinite, costruiremo insieme ciò che costituirà il terreno futuro. Quando guardiamo i bambini dobbiamo alzare gli occhi a Dio, al potere che supera le forze umane e che ci è dato, potere che ora è tenuto a garantire la speranza in questa società del benessere, dove la Chiesa può adempiere la sua missione di essere luce per il mondo.

Nella sua recente lettera pastorale alla Chiesa d'Irlanda il Papa Benedetto XVI, ha parlato con grande apertura e preoccupazione per l'abuso dei bambini e per i ritardi da parte dei membri e soprattutto dei leader della chiesa. Il verdetto del Santo Padre è molto chiaro e aderisce alle parole di Gesù: "Sarebbe meglio per colui che seduce uno di questi piccoli che credono in me, essere gettato in alto mare con una macina al collo" (Matteo 18:6).

Gesù,
dopo aver messo al centro i bambini, ci pone su questo confine affidandoci il compito di garantire tutti i bambini bisognosi della chiesa. I trasgressori devono assumersi la responsabilità per l'ingiustizia e sottoporsi al diritto ecclesiastico e a quello secolare. Con la stessa risoluzione, il Santo Padre invita a fare tutti gli sforzi possibili per assicurare, per quanto possibile, alle vittime al risarcimento e la guarigione, per le vittime e anche i delinquenti malati. Ora è fondamentale la prevenzione, che richiede la partecipazione attiva delle diverse componenti della Chiesa e di professionisti.

Con la Chiesa in Austria sono stato collegato ai tempi della mia formazione nell'Ordine dei Gesuiti. Più tardi ho avuto un incontro con il cardinale Konig e con i confratelli che operano nel ministero a servizio della gioventù in un momento particolarmente agitato. L'anno scorso ho risposto alle domande dei giovani a Vienna e ho scritto loro una lettera. Oggi la nostra missione per i giovani soffre la contraddizione dello scandalo per l'abuso su alcuni di loro, ma non dobbiamo rinunciarvi e dobbiamo cercare nuove vie.


© Copyright Die Presse.com

MARTINI DRY. Studio ragionato dell’ultima stagione spirituale del Card. Martini

di Paolo Rodari
E’dal 23 giugno scorso che l’arcivescovo
emerito di Milano Carlo
Maria Martini, 83 anni il prossimo
febbraio, cura una rubrica dedicata
alla fede sul Corriere della Sera rispondendo
alle domande poste dai
lettori. Il tratto delle risposte è inconfondibile:
interventi problematici,
in non pochi punti infarciti di se, di
ma e di forse, quasi non volesse mai
arrivare a ledere le diverse sensibilità
di coloro che si accostano a quanto
scrive. Ma, insieme, niente a che
vedere col Martini prima maniera,
quello del biblista ed esegeta gesuita
prestato per ventidue anni (dal 1980
al 2002) alla diocesi più ricca d’Italia
e, forse, più prestigiosa del mondo:
Milano. Quello, insomma, che alla rigorosa
predicazione di Joseph Ratzinger,
e soprattutto a quella profetica
ma altrettanto cristallina di Karol
Wojtyla, contrapponeva metodicamente
pagine di interventi e interviste
ricolme di dubbi e “zone grigie”.
In special modo quando in ballo c’erano
i temi della vita, del nascere e
del morire, Martini interveniva lanciando
idee-manifesto che dai più
erano giudicate come una contrapposizione
netta al magistero petrino. Così
in molti leggevano le parole di Martini
che ribaltavano sistematicamente
l’intero “evangelium vitae” dei due
Pontefici.
Che il Martini ultima maniera sia
diverso da quel primo Martini, lo dicono
i testi. Gli interventi contenuti
nelle sette pagine di risposte ai lettori
che il Corriere ha offerto da giugno
a oggi. E, insieme, lo dice al Foglio
uno che Martini lo conosce bene: Massimo
Introvigne, direttore del Center
for Studies on New Religions. Introvigne
è torinese come l’emerito di Milano:
“Conosco Martini fin dai tempi in
cui non era cardinale e frequentavo il
liceo dei gesuiti di Torino”, spiega.
“Poi l’ho frequentato quando lui era
rettore al Pontificio Istituto Biblico.
Non è mai stato un progressista alla
Edward Schillebeeckx o alla Hans
Küng. Martini, a differenza di altri,
non pensa che l’etica cattolica sia
sbagliata. Non pensa che la morale
cattolica debba essere demolita. Semplicemente
egli vede innanzi a sé la
deriva secolarista che rifiuta e rigetta
la morale cattolica. E allora ritiene
che adattare la morale in cui anch’egli
crede fermamente alla morale secolare
possa aiutare la chiesa a recuperare
posizioni, fedeli. Martini, insomma,
è un progressista pratico, non
teorico. Il suo errore è sociologico: è
il medesimo errore che compie la
chiesa episcopaliana negli Stati Uniti:
apre ai vescovi gay e lesbiche col
plauso del New York Times e del Washington
Post e non si rende conto
che, nonostante il plauso della stampa
laica, dimezza ogni anno i propri
membri. Però oggi Martini è diverso:
mi sembra che nella rubrica di lettere
del Corriere sia molto più rimarcata
in lui la nostalgia per la morale cattolica,
per l’etica cattolica in cui egli
crede nonostante tutto, piuttosto che
la volontà di adattarla allo spirito dei
tempi”.
L’ultima rubrica di Martini sul Corriere
è di alcuni giorni fa. In apertura,
Martini stupisce andando contro corrente.
O meglio, contro la corrente che
una volta era tra i primi a percorrere.
I lettori gli parlano di una chiesa che
non sa più riconoscere “la purezza e
l’umiltà del Vangelo”, una chiesa che
non sa portare avanti riforme “necessarie
come è quella dell’abolizione
del celibato dei preti”, una chiesa
“che sta morendo perché manca la
passione e la sofferenza”. Martini non
risponde dicendo che sì, è tutto vero,
ma occorre resistere. Non attacca la
chiesa istituzionale che dovrebbe lasciare
spazio al popolo di Dio, all’attivismo
dei laici, alla voglia di fare dei
fedeli della base. Al contrario, dice
che secondo lui la chiesa, la chiesa di
Benedetto XVI, “non è mai stata così
fiorente come essa è ora”. Non solo:
“Può esibire una serie di Papi di altissimo
livello” e “teologi di grande valore
e spessore culturale”. E ancora:
“Malgrado alcune inevitabili tensioni
interne, la chiesa si presenta oggi unita
e compatta, come forse non lo fu
mai nella sua storia”. Niente a che vedere,
insomma, con dichiarazioni del
passato. Come quelle scritte in “Conversazioni
notturne a Gerusalemme”.
Qui si definisce un “ante-Papa”, “un
precursore e preparatore per il Santo
Padre”. Insomma uno che detta la linea
al Papa, che gli dice come e in che
modo muoversi e agire.
Quando il 23 giugno Martini inizia
la collaborazione col Corriere ricorda
il suo motto episcopale: “Preso dalla
Regola pastorale di san Gregorio Magno
– dice – il mio motto suona così:
‘pro veritate adversa diligere’, e cioè
per il servizio della verità essere
pronto ad amare le avversità. Oggi la
negazione della verità assume spesso
la figura dell’omissione voluta e colpevole,
condizionata dalla paura o
dall’interesse, o anche dalla paciosità:
mi guardi il Signore da queste
trappole!”. E, in effetti, è da tutte le
trappole, anche da quelle che in passato
lo portavano su terreni teologicamente
limacciosi e a volte poco chiari,
che Martini sembra voler rifuggire
in questa sua ultima età: non tanto la
stagione dell’esilio assoluto in quel di
Gerusalemme (Martini ha trascorso
sei anni in Terra Santa dopo essersi
ritirato da Milano) quanto quella del
grande cardinale che, grazie a una
proposta fattagli dal Corriere, torna
sacerdote tra la gente, parroco di fedeli
che tutte le domande, tutti i dubbi,
anche i più banali o inconsueti, vogliono
risolti. Torna semplice sacerdote,
Martini, come probabilmente
non è riuscito a essere quando guidava
Milano e si dedicava tra gli innumerevoli
impegni a divulgare attraverso
libri e conferenze il suo credo
in tutto l’orbe.
Il 30 agosto il titolo della sua rubrica
è: “I divorziati e l’amore coniugale”.
Un lettore dice di andare in chiesa
tutte le domeniche ma di astenersi
dalla comunione perché “ritengo ingiustificato
che la chiesa cattolica
continui ad escludere i divorziati risposati”.
Martini non risponde usando
le medesime parole pronunciate
in una conversazione con Armando
Torno e don Luigi Verzé a Milano: qui
chiese un Concilio per ridiscutere il
“no” all’eucaristia per queste persone.
Sul Corriere scrive che “bisogna
fare di tutto per salvare anche i naufraghi”.
Come? “Tocca alla chiesa deciderlo.
Noi possiamo solo pregare,
soffrire e attendere”. Ma, insieme,
puntualizza che è “importante anzitutto
non favorire in nulla né la leggerezza
né l’infedeltà, promuovere la
perseveranza, difendere l’amore coniugale
dai pericoli che ne minacciano
la perennità”.
Ha sorpreso, nell’ultima rubrica, la
presa di posizione del cardinale sulla
presenza del crocefisso nelle aule
scolastiche e in altri luoghi pubblici.
Martini che la scorsa primavera aveva
scritto che nei confronti dell’islam
è anzitutto la chiesa che “deve combattere
pregiudizi diffusi e nemici immaginari”
perché “i fondamentalisti
esistono da entrambe le parti”, sul
Corriere dice altro: “Tutti – scrive –
devono tener conto delle tradizioni e
delle sensibilità della gente. Chi viene
dal di fuori (dell’Italia, ndr) deve
imparare e rispettare tutto ciò”. E ancora:
il dialogo tra religioni deve presupporre
“stima sincera per le credenze
e le tradizioni degli altri. Non
si richiede affatto di mettere tra parentesi
le proprie credenze”.
A proposito di “Conversazioni notturne
a Gerusalemme”. E’ qui che
Martini mette in pagina un attacco
pesante alla “Humanae Vitae” di
Paolo VI. Nel libro divulgato nel 2008
non senza forti appoggi ecclesiastici,
distribuito gratuitamente dalle riviste
dei gesuiti di Milano “Popoli” e “Aggiornamenti
Sociali”, e recensito con
toni entusiastici su quest’ultima rivista
dal suo direttore, padre Bartolomeo
Sorge, e su Repubblica da Eugenio
Scalfari, Martini attacca frontalmente
la decisione di Montini di pubblicare
l’enciclica. “Lo fece – scrive il
cardinale – nonostante già nel 1964
una commissione composta da specialisti
dei settori della medicina, della
biologia, della sociologia, della psicologia
e della teologia presentasse a
Paolo VI un parere esauriente sui temi
che furono in seguito trattati nella
enciclica”. Montini tuttavia, “con un
solitario senso del dovere e mosso da
profonda convinzione personale, pubblicò
il testo. E sottrasse scientemente
l’argomento ai dibattiti dei padri
conciliari; in questa materia volle assumere
una responsabilità altamente
personale”. Martini nel libro ricorda
anche Giovanni Paolo II che “ha seguito
la via di una rigorosa applicazione
dell’enciclica: non voleva che
su questo punto sorgessero dubbi. Pare
che avesse perfino pensato a una
dichiarazione che godesse del privilegio
dell’infallibilità papale”. E, quindi,
dice la sua: “Dopo l’Humanae Vitae,
i vescovi austriaci e tedeschi, e
molti altri vescovi, hanno seguito, con
le loro dichiarazioni di preoccupazione,
un orientamento che oggi potremmo
portare avanti. Quasi quarant’anni
di distanza (un periodo lungo quanto
il passaggio di Israele nel deserto)
potrebbero consentirci una nuova visione”.
Parole pesanti. Parole che
non ricorrono nelle risposte ai lettori
del Corriere. I temi della vita e della
bioetica, le battaglie su aborto, eutanasia
e quant’altro non ricorrono mai
nei titoli che danno il leit motiv della
rubrica. E difficilmente si trovano
passaggi espliciti nei testi. Anzi, non
se ne trovano proprio. Basti pensare,
ad esempio, che le ultime parole di
Martini dedicate alla bioetica sono sì
di quest’anno (settembre 2009) ma si
trovano in una recensione scritta di
un saggio di Ignazio Marino.
Se c’è un martiniano doc, questi è
don Giovanni Nicolini. Mantovano, fu
a Bologna che conobbe e frequentò
Giuseppe Dossetti. Quindi la lunga
amicizia con Martini che l’ha sostenuto
nel progetto di fondazione della comunità
le Famiglie della Visitazione.
Dice don Nicolini al Foglio che Martini,
prima di inaugurare la sua rubrica
di lettere al Corriere, “ha sempre
svolto interventi di audacia spirituale
ma mai duri”. E ora, in questa sua terza
età, “continua con questa linea
seppure sia maggiormente la sapienza
dell’anziano a venire fuori. Mi pare
che riesce a vedere tutto come da
una pace superiore. Riesce a offrire
un giudizio realistico sulla vita della
chiesa al di là delle polemiche”.
C’è una certa parte della chiesa
che più volte ritorna a parlare della
questione del celibato dei preti. Non
è un dogma, si sa, ma una consuetudine
che, tuttavia, più volte sia Giovanni
Paolo II che Benedetto XVI hanno
detto di non voler che la chiesa disattenda.
Martini, invece, spesso ha ricordato
anche altro. Ad esempio è
dopo quanto detto nel dialogo con
don Verzé che le sue parole suscitano
feroci polemiche: “E’ una questione
delicatissima. Io credo che il celibato
sia un grande valore, che rimarrà
sempre nella chiesa: è un
grande segno evangelico (ethos, ndr).
Non per questo è necessario imporlo
a tutti”. Diversa, invece, la risposta
che sull’argomento Martini dà a un
lettore del Corriere lo scorso 27 settembre.
“Eminenza, le scrivo perché
vorrei avere una chiara e soddisfacente
risposta riguardo a una questione
che forse può apparire banale
ma per me invece molto importante:
perché i sacerdoti non possono sposarsi?”.
Così risponde Martini: “I sacerdoti
possono sposarsi di fatto anche
nella chiesa cattolica, quando appartengono
ai riti orientali. In quel
caso si richiede che il prete prima si
sposi, poi sarà ordinato prete. Ma
nella chiesa di occidente è prevalso
da molti secoli l’uso di dare il sacramento
dell’ordine solo a coloro che
fanno professione di vita celibataria.
Sono molte le ragioni sia spirituali
che sociali di questo fatto. Esse si rifanno
alla lode che Gesù fa della verginità
per il Regno e allo stesso esempio
di Gesù”. Nessun accenno, dunque,
al fatto che il celibato sacerdotale,
pur essendo importante, può non
essere imposto a tutti. Soltanto un’asciutta
spiegazione del perché in occidente
i preti non si sposano.
Beninteso, c’è ancora nel Martini
del Corriere il chiaroscuro, lo sfumato,
il detto e non detto, l’affondo ardito
su tematiche scottanti e poi la ritrattazione.
Ma a prevalere non è mai
la parte che dà scandalo. Come non
dà scandalo, ma anzi affascina, il fatto
che è qui, nella risposta a queste
lettere, che viene fuori anche il Martini
più intimo, sconosciuto ai più. Accade
d’un tratto il 26 luglio. Un lettore
gli dice di aver perduto la fede e
gli domanda: “Potrò ritrovarla? Avevo
in me due forme di fede, in Dio e
nella chiesa romana. Perduta la seconda,
ho annullato anche la prima...”.
La risposta di Martini è sincera
e personale: “Il suo itinerario intellettuale
è molto simile al mio. Ho
percorso un po’ le stesse tappe, ma le
mie conclusioni sono state di continuata
adesione alla fede nel Dio biblico,
pur ammettendo che la storia
della chiesa delinea dei momenti più
oscuri e dei passi falsi. Ma la concezione
che il Dio di Gesù Cristo mi dà
della vita, della morte, del senso della
vita umana e dell’eternità mi soddisfa
e mi nutre, anche quando sto
lottando con qualche difficoltà a credere.
Queste ed altre lettere ricevute
mi pongono di fronte alla domanda
più generale: come recuperare la
gioia della fede e della preghiera?
Non do consigli astratti, ma porto
quattro immagini. La prima è quella
di una cascata di montagna: se l’acqua
non si butta coraggiosamente, imputridisce.
La seconda è quella dell’alpinista
di fronte a una parete ripida.
Ha bisogno almeno di tre appigli:
nel nostro caso sono un uomo di consiglio,
il buon umore e qualche buon
libro. La terza immagine è quella del
mormorio di un vento leggero. Questa
è la preghiera fatta a partire da qualche
Salmo, meditata nel profondo del
cuore. La quarta immagine è quella
di chi sale in elicottero e vede un più
vasto panorama, che gli dà orientamento
e chiarezza. Ho sperimentato
in me stesso che le difficoltà contro la
fede crescono a misura che si rimpicciolisce
il quadro di riferimento”.
Martini non affonda il coltello nella
contrapposizione tra chiesa istituzionale
e chiesa dei fedeli. Traspare tutto
il suo amore per la fede vissuta
nell’intimo, personalmente, ma nello
stesso tempo non attacca. Semplicemente
dà quattro buoni consigli per
non smarrire la via.

Il Foglio 5 gennaio 2010