DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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"La prof non fu omofoba": l'Ufficio scolastico chiude il caso. Ma nessun titolo in prima pagina

Adele Caramico, docente dell'istituto Pininfarina di Moncalieri, era stata accusata di aver tenuto una "lezione anti-gay", affermando tra l'altro "gli omosessuali non sono persone normali e possono essere guariti". Le autorità scolastiche dopo l'inchiesta affidata al preside: "L'insegnante ha dato conto di tutte le opinioni sull'argomento"  


Nessun atteggiamento omofobo, nessun alterco con un allievo omosessuale, le opinioni sui "gay persone non normali, che si possono curare e guarire" alternate a quelle di segno opposto. La contestata "lezione omofoba" della professoressa Adele Caramico, insegnante di religione dell'istituto Pininfarina di Moncalieri, che aveva provocato una pioggia di critiche a partire da quelle dell'arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, non c'è stata; e, soprattutto, "Non  ci  sono  riscontri  di  elementi  aventi  rilevanza disciplinare". E' quanto afferma l'Ufficio scolastico regionale per il Piemonte, in una nota congiunta con lo stesso istituto Pininfarina, in seguito agli "accertamenti eseguiti dal professor Stefano Fava, dirigente scolastico dell’istituto", che ha sentito gli alunni della classe, lo studente protagonista della discussione con la docente e la stessa professoressa Adele Caramico che a "repubblica" aveva spiegato: "Non sono omofoba ma ripeterei quelle parole".

Nel comunicato si afferma che "la  lezione  di  religione  è  iniziata  regolarmente,  con  la  richiesta  agli studenti  di  scrivere  delle  riflessioni  sulla  bioetica  e,  in  seguito  ad  una  loro  insistente richiesta  formulata  circa  mezz'ora  dopo,  la  professoressa  ha  affrontato  in  modo appropriato il tema dell'omosessualità. Il dialogo è proseguito con un gruppo di due o tre  ragazzi, mentre il resto della classe procedeva con lo svolgimento del compito assegnato. Le diverse posizioni emerse durante la conversazione rispecchiano il dibattito corrente nella società italiana circa il tema in discussione. Dalle testimonianze dei ragazzi si riscontra che il dialogo si è svolto con serenità, con toni e termini propri di un ambiente scolastico e della sensibilità degli studenti". 

Non  si  sono  evidenziati, aggiunge la nota, "fenomeni  di  coercizione  o  proselitismo  da  parte  della professoressa,  che  durante  il  dialogo  non  ha  abusato  del  proprio  ruolo  né  ha  tenuto comportamenti  offensivi,  ma  ha  svolto  la  propria  funzione  educativa  nel  rispetto  dei diritti e della dignità degli studenti". Conclusione, "il dibattito in corso è delicato e coinvolge tutta la
società; la scuola, luogo in cui i nostri ragazzi crescono e si formano, non può restare fuori dal contesto sociale ma deve essere teatro di democrazia nel quale questi temi devono essere affrontati e dibattuti. È intenzione di questo ufficio, in accordo con il dirigente scolastico, di organizzare nei prossimi mesi un seminario formativo e informativo, che aiuti il sistema scolastico ad affrontare in modo sempre più adeguato i temi della diversità". 

La Repubblica 24 Novembre

La minoranza egemone Orgoglio omosex, diritti civili e corpo delle donne. Conversazioni


di Nicoletta Tiliacos | Il Foglio 01 Novembre 2014



La sua omosessualità non è mai stata un mistero, ma già nel 2011, quando a cinquant’anni Tim Cook raccolse l’eredità di Steve Jobs, il giornalista finanziario Felix Salmon, nel suo blog sulla Reuters, si chiedeva se l’informazione che lo riguardava fosse davvero così importante. E rispondeva di sì: era importante sapere che Cook diventava, nel suo nuovo ruolo, “il gay più potente del mondo”.

“Sono fiero di essere omosessuale e considero la mia omosessualità tra i più grandi doni che Dio mi ha dato… essere gay mi ha dato una più profonda comprensione di ciò che significa essere in minoranza e mi ha fornito una finestra sulle sfide che le persone in altri gruppi di minoranza fanno tutti i giorni”. Fierezza, sfida, minorità, opportunità: l’americano tranquillo, padrone di una delle aziende più importanti del mondo, diventa testimonial stellare delle battaglie Lgbt. Dignità e nozze gay, lotta alle discriminazioni e “omogenitorialità”: davvero tutto si tiene? Jacopo Coghe, presidente della Manif pour tous Italia, dice che “l’appello ai buoni sentimenti di Cook è l’altra faccia di una medaglia che chiama ‘uguali diritti’ qualcosa che avalla la lesione di altri diritti. Se significasse solo pari dignità delle persone, sarebbe fuori discussione. Ma nei ‘nuovi diritti’, di cui le rivendicazioni Lgbt sono parte, la posta in gioco sono i bambini, la filiazione, la generazione da un uomo e una donna: tutto questo è sotto attacco, e anche Cook dimentica che, molto prima delle religioni, l’unione feconda riguarda uomo e donna”.

Emma Fattorini, senatrice del Pd e prima firmataria di una proposta di legge sulle unioni tra persone dello stesso sesso, crede però che “non bisognerebbe farsi paralizzare dalla paura del ‘piano inclinato’. La lettera di Cook dice, in modo molto americano, alcune cose di buon senso insieme con altre più discutibili. Sono convinta che debba esserci una legge sulle unioni omosessuali, e che parlando di dignità delle persone bisognerebbe partire dalla solita domanda: quand’è che il mio diritto aggredisce il tuo? In questo modo – tagliando gli estremi, i totalmente chiusi a qualsiasi ipotesi di unione civile omosessuale e quelli del matrimonio gay – già si escludono ipotesi come l’utero in affitto, che lede certamente la dignità del corpo femminile”.

Aurelio Mancuso, anche lui del Pd, militante del movimento omosessuale italiano e presidente di Equality, è convinto che “ogni omosessuale abbia il proprio punto di vista, anche se siamo abituati a vedere le diversità di opinione assorbite dalla cultura dominante della comunità gay politicizzata, per cui ‘devi’ essere a favore del matrimonio e della maternità surrogata. E’ positivo che Cook parli di dono, che rivendichi la dignità. Non credo però che certe rivendicazioni ne facciano parte. Sono per le unioni civili che equiparino le coppie omosessuali a quelle eterosessuali, ma penso anche che la maternità surrogata, per esempio, sia lesiva del corpo delle donne, che sia usata da coppie gay o da coppie etero”. Mancuso aggiunge che “una lettera come quella di Cook in Italia sarebbe impensabile, a pari livello di responsabilità e di potere. Qui esiste una classe dirigente omosessuale che non ha bisogno di diritti, perché preferisce il privilegio dell’invisibilità. E poi l’America ha avuto Obama. Durante il suo madato da dieci sono diventati trentadue gli stati americani che riconoscono le nozze gay. In America le lobby sono una cosa seria”.
Il giornalista Daniele Scalise, per molti anni rubrichista del Foglio e autore di “Lettera di un padre omosessuale a sua figlia” (Rizzoli), dice che di fronte alla lettera di Cook ha avuto una reazione quasi desolata: “Possibile che ce ne sia ancora bisogno? Possibile che un signore di quell’età, di quell’esperienza, di quel ruolo economico e politico, debba usare toni che rimandano alla nera Rosa Parks che lotta per sedersi sull’autobus nella parte riservata ai bianchi? Detto questo, anche io penso che per me l’omosessualità sia stato un dono divino. Ma penso anche che a essere un dono divino sia la condizione umana”.

Scuola: lezioni di omosessulità con la scusa del bullismo omofobico






Questi video spiega con chiarezza che cosa accade nelle scuole italiane, spesso senza che i genitori ne siano al corrente. Con la scusa di fare la lotta ad un fantomatico “bullismo omofobico”, durante un’assemblea scolastica con la partecipazione dell’arcigay, viene insegnato ai ragazzi il rapporto omosessuale e vengono fornite indicazioni sui luoghi dove praticarlo con tanto di calendario degli “eventi”.
Non viene insegnato ai ragazzi il rispetto per chi ha un orientamento sessuale verso persone del suo stesso sesso, ma viene proprio insegnato l’orientamente omosessuale, comprese tutte le indicazioni su come e dove praticarlo.
Il tutto avallato dal preside dell’istituto con tanto di circolare, mostrata durante l’intervento dall’avv. Simone Pillon, consigliere nazionale del Forum associazioni familiari.


gay-scuola


I volumetti osceni dell’UNAR e il gioco dello scaricabarile


Quante storie ci raccontano! Adesso pare che nessuno ne sapesse nulla… ma anche il quotidiano della CEI rimedia una brutta figura
Ora pare proprio che la ripugnante storia dell’Unar e dei suoi programmini scolastici stia venendo finalmente a galla.. Ma questi sono soltanto un tassello, peraltro decisivo, del più ampio disegno di distruzione della società. Una distruzione che ha la sua linea di forza nell’omosessualismo per tutti, o in subordine, nell’indifferentismo sessuale.
Avvenire ci informa con soddisfazione che si è trattato di un bluff; del tentativo, da parte di un ufficio consultivo ministeriale quale è appunto l’Unar, di far passare i libretti “educativi” ideati e poi commissionati all’Istituto Beck a spese del contribuente come provenienti dal Dipartimento delle Pari Opportunità. Quest’ultimo, per bocca del viceministro Guerra, si dichiara estraneo all’operazione perché tenuto all’oscuro di tutto. Estraneo anche il Miur, ex Pubblica Istruzione. Insomma un colpo di mano smascherato – meglio tardi che mai – a metà dell’anno scolastico e probabilmente a sperimentazione avvenuta.
Ma forse le cose non sono così rosee come appaiono ad Avvenire.
Cominciamo dalla Guerra, chiamata da Letta a sostituire la dimissionaria Idem nominata per meriti sportivi. La Guerra che la sostituisce fa parte dell’attivismo omosessualista. Una scelta casuale?
Le Pari Opportunità nascono in uno Stato la cui Costituzione garantisce la parità di diritti di tutti i cittadini di fronte alla legge. Dunque è stato creato un ministero apposito (questo il modo più sensato di intendere la sua istituzione nel 1996) per realizzare quanto è garantito dalla Costituzione ex art. 3 e nei limiti da essa indicati. E per vocazione questo Ministero mira soprattutto alla parità di trattamento tra uomo e donna in campo lavorativo tanto che, in tempi di vacche magre, diventa una appendice del Ministero del Lavoro. Del resto non sembra che in Italia le donne viaggino sui mezzi pubblici separate dagli uomini, come in Arabia Saudita.
Tuttavia, ben presto risulta chiaro che le Pari Opportunità devono servire, anche sulla scorta della predicazione comunitaria e della sua religione omosessista, a qualcos’altro. Cioè proprio alla parificazione di altre prospettive, quelle sessuali dei sessi intermedi icasticamente rappresentati dalla formula LGBTQ. E democraticamente propagandati dalle ministre precedenti succedutesi fino alla Guerra, passando per la Fornero. Ma quest’ultima, nota per il corpo a corpo con l’art.18, fa il salto di qualità, e da ministro del Lavoro con delega alle Pari Opportunità, a governo Monti già dimissionario, vara in 55 pagine le direttive per la scuola, ispirate alle raccomandazioni europee in tema di educazione alle diversità (leggi: normalità delle diversità), cioè alla introduzione nella scuola di quella fondamentale materia di studio che è la normalità dell’omosessualità, una disciplina che i medievali avrebbero senz’altro inserito nel quadrivio se fossero stati evoluti come la ministra in scadenza.
Ora, a nessuno viene in mente, dalle parti del governo, che quelle direttive intrinsecamente mostruose e lesive della libertà di educazione dei genitori, sono frutto di un abuso di potere e prive di ogni legittimità istituzionale e costituzionale. Anzi, ad esse si ispira il decreto scuola convertito in legge, e dotato di cospicui di mezzi finanziari.
Dunque, senza questo pregresso sviamento dei poteri di un organismo governativo non si capirebbe come mai l’Unar abbia preso poi l’iniziativa di emettere i documenti destinati alla scuola in nome e per conto del Dipartimento delle Pari Opportunità. Infatti questo è il punto saliente di questa vicenda: il viceministro Guerra, al di là della sbandierata presa di distanza “formale”, non sconfessa minimamente il contenuto dei documenti Unar; come, purtroppo, non lo sconfessa neppure Avvenire.
E veniamo alle dichiarazioni ministeriali. La Guerra protesta che la diffusione del materiale fatto confezionare dall’Unar con il logo della presidenza del Consiglio è avvenuta a sua insaputa. Ma non prende minimamente le distanze dal fatto che esulasse anzitutto dalle competenze del proprio Dipartimento emettere direttive per la scuola. E tanto meno prende le distanze dai contenuti. Anzi. Questi rappresentano materia “così sensibile da richiedere particolare attenzione anche al linguaggio”. Dunque, dice il viceministro pariopportunista, questa è roba delicata che va trattata con i guanti e propagandata con altra accortezza. Purtroppo sono stata scavalcata e non sono stata messa in condizione di fare le cose come si deve. E non è stato consultato, come avrebbe dovuto, neppure il Ministero della Pubblica istruzione (manteniamo per chiarezza la tradizionale denominazione). Non dice, la signora, che è inaudito andare ad insegnare a bambini ed adolescenti la bellezza dell’omosessualità e delle sue possibili varianti. E non dice neppure che in ogni caso non è compito del suo Dipartimento occuparsi della scuola per la quale c’è un apposito Ministero. Lamenta anzi di non essersi neppure potuta consultare per lumi con quest’ultimo (è venuto a mancare un apporto prezioso). E non ha torto la Guerra, dal momento che alla Pubblica Istruzione c’è la signora Carrozza, la quale ha fatto stanziare dieci milioni di euro per formare gli insegnanti alla iniziazione di bambini e adolescenti alla bellezza del gender e della cultura omosessualista, con eventuali applicazioni pratiche. Chi meglio della ministra Carrozza avrebbe potuto dare suggerimenti alle Pari Opportunità sulla educazione al gender e all’omosessualità?
Per riassumere, per la viceministra non è indecente il contenuto del materiale confezionato dall’Unar, né la pretesa usurpazione da parte del suo dipartimento di poteri educativi. No, la cosa disdicevole è la inosservanza delle precedenze e una cattiva gestione di tutta la faccenda.
A questo punto Avvenire interviene in prima persona per dimostrare il proprio apprezzamento alla signora viceministro che, bontà sua, avrebbe smascherato il bluff dell’Unar. E si mette in perfetta sintonia con questa sapiente pokerista. Anzi, si preoccupa di riaffermare la necessità e la urgenza, per la scuola, di sradicare il bullismo, quella che appare ormai come la vera piaga nazionale. Roba da fare impallidire mafia, droga, malavita comune, corruzione, e altre amenità.
Peccato che il bullismo sia l’ultima trovata, in fatto di linguaggio, elaborata proprio nell’area della lobbistica omosessualista, per inventare a proprio vantaggio una realtà da sfruttare per ogni uso mediatico e propagandistico. Come la famosa “discriminazione” omofobica, che non esiste ma che è capace di tradursi in legge dello Stato.
Ed infatti nella dogmatica dell’Unar-Pari Opportunità, il bullismo significa non il gavettone o lo sgambetto o altri scherzi praticati dai ragazzi ai danni dei propri compagni dalla notte dei tempi, ma il fatto di apostrofare il proprio compagno che appaia effeminato, con uno dei termini che nel linguaggio popolare identificano la tendenza omosessuale. Il che (a rigore per i cultori della materia dovrebbe non suonare troppo disdicevole) è diventato da un giorno all’altro una forma di persecuzione di dimensioni tali da dominare sinistramente tutta la vita della scuola. Ma tant’è. Infatti, oggi quello che bisogna combattere con ogni mezzo è soprattutto quel perverso sentimento interiore che impedisce di condividere la bellezza dell’omosessualità (di recente teorizzata in modo spettacolare da Wladimiro Guadagno, noto cattolico praticante caro alla chiesa genovese).
Insomma, il bullismo sta all’omofobia come i documenti culturali per la scuola – di Miur e Unar – stanno al disegno Scalfarotto.
Tuttavia Avvenire si spinge oltre e, facendo proprie le parole della Guerra, dice la sua sul metodo da usare: il bullismo va combattuto, ma non con “l’imposizione di punti di vista quanto meno discutibili e il capovolgimento di valori e tradizioni millenarie”. Dunque apprendiamo con non poco stupore che l’ideologia omosessualista e l’ideologia di genere cui si è ispirata l’Unar rappresentano, per il quotidiano della Cei, “punti di vista quanto meno discutibili” anche perché tendono a capovolgere “valori e tradizioni millenarie”. Per esempio quelli legati al primo libro della Genesi, che, per Avvenire, dovrebbe conservare ancora almeno un valore antiquario. Come se la secolare tradizione della pizza napoletana potesse essere soppiantata di punto in bianco dall’Hamburger. Un po’ troppo pensa Avvenire. Facciamolo con calma, magari parliamone prima con Parolin.
Avvenire si mostra in sintonia anche con il sottosegretario Toccafondi quando lamenta che l’Unar “sembra voler imporre un’impronta culturale a senso unico”, mentre una materia così delicata “richiede attenzione ai contenuti e al linguaggio”.
Insomma, basterebbe usare il bon ton, e magari introdurre con garbo anche qualche idea in senso contrario, e dalla dialettica degli opposti potrà uscire hegelianamente la nuova civiltà scolastica.
Tradotto invece in un linguaggio più propriamente ecclesiastico, anche l’orizzonte diAvvenire deve essere dominato dall’idea che i veri cattolici debbano comunque vestire i panni dell’agnello, in modo da permettere ai lupi di affondare i denti sul morbido. Pare la pensi così anche l’arciprete di S. Maria Maggiore.


ProlifeUnar

CAR TONE PRO GAY VIETATO DAL GOVERNO NELLE SCUOLE ELEMENTARI. Così la Francia oscilla tra la lotta all’omofobia e l’indifferentismo sessuale

Ci voleva la faccia tosta di Luc Chatel, il
ministro francese dell’Educazione, per
bloccare la diffusione nelle scuole elementari
di un cartone animato contro l’omofobia.
Il ministro, già tesoriere dell’Ump
e fedelissimo del presidente Nicolas
Sarkozy, ha accolto le proteste “in rispetto
alla neutralità della scuola” dell’ex
ministro per la Casa, Christine Boutin, che
è anche presidente del Partito cristiano
democratico.
Il caso nasce dall’iniziativa di un regista,
Sébastien Watel, che ha voluto realizzare
un “cortometraggio poetico” per raccontare
in 26 minuti come evolve lo sguardo
sui rapporti amorosi omosessuali. Nel
trailer, molto poetico e naïf, si vede una
gattina viola, Agathe, che sale di notte su
un castello in riva al mare, guardando la
luna. Fuori campo, una voce femminile
commenta: “La vecchia Agathe aspetta ancora
il suo principe azzurro”. Una seconda
voce femminile annuncia: “Stasera raggiungerò
il mio sole in barca”. Segue il monito
di un vecchio sapientone: “La Luna è
matta a innamorarsi del Sole”. Poi entra
in scena un verde pesce gatto: “Agathe come
gattina è molto gentile, anche se sta
sempre a raccontare vecchie favole di
principi e principesse”. E in primo piano
compare un giallo pesce luna: a quel punto
il verde pesce gatto confessa: “Stanotte
ho incontrato Léon, il pesce luna, che mi
ha fatto brillare come un sole. Ma non me
ne devo innamorare, perché non somiglia
affatto a una principessa”. Segue pedagogia
per gli alunni delle elementari: “Non
l’ho ancora detto alla nonna che la mia
principessa è lui… ne sarà talmente delusa.
Ma Léon, non voleva che ci nascondessimo,
amava troppo la luce”. Infatti sorge
il sole e i due nuotano felici e contenti.
E’ un po’ troppo, anche per un paese
emancipato come la Francia, dove l’amore
omosessuale, sin dai tempi dei Valois,
non è mai stato tabù. “Questo film vuole
dire a bambini di otto-dieci anni che l’amore
tra un uomo e una donna è fuori moda,
mentre la giovinezza, e quindi l’avvenire,
è l’amore tra persone dello stesso sesso”,
ha commentato la Boutin. E Chatel si
è convinto: “Va bene combattere l’omofobia,
va bene sensibilizzare gli alunni di licei
e scuole medie, ma trattare questi temi
alle elementari mi sembra prematuro”, ha
detto il ministro, annunciando per fine
febbraio una campagna nazionale contro
l’omofobia, ma criticando un’iniziativa privata,
messa in piedi da una società di produzione
bretone, col sostegno dei dipartimenti
di Bretagna, Côtes d’Armor, Finistère
e del comune di Rennes.
Adesso però è guerra. A sinistra, i sindacati
degli insegnanti e un’associazione di
genitori, brandendo le statistiche sui suicidi
di alunni gay, chiedono al ministro di
ritrattare. “E’ proprio alle elementari che
deve iniziare la battaglia contro l’omofobia,
prima cioè che vengano interiorizzati
stereotipi culturali e comportamenti discriminatori”.
A destra, altre associazioni
denunciano il filmato per incitamento all’omosessualità,
mentre l’appello del settimanale
Les 4 vérités contro il cartone ha
raccolto in dieci giorni 15.600 firme.

Marina Valensise

Il Foglio 5 febbraio 2010

Non importa. Quando lo stato si mette a educare, ecco cosa ne esce.

Riprendiamo questo video, ringraziando della segnalazione Alessandro Giorgiutti e Il Colvile. È sempre utile conoscere il proprio habitat, e necessario quando diventa pericloso.

Diversi. Ma più uguali degli altri. GB: La rigida applicazione delle leggi contro l’omofobia ha reintrodotto di fatto il reato di opinione

di Rodolfo Casadei

Dipendenti pubblici licenziati, benemerite organizzazioni cattoliche dedite agli affidamenti e alle adozioni costrette a chiudere i battenti, pastori protestanti arrestati, madri in lacrime per il figlio affidato a una coppia gay. E una scia di cause legali che crea non pochi imbarazzi al sistema giudiziario britannico. L’applicazione delle leggi contro l’omofobia nel Regno Unito si sta risolvendo in una riduzione delle libertà di cui i cittadini godevano e in una reintroduzione dei delitti d’opinione nel paese un tempo famoso per la libertà di parola. Gli esempi si accumulano sempre più frequenti.


Denise Haye, 25 anni, era un’impiegata del distretto di Lewisham (Londra). Finito l’orario di lavoro surfando (autorizzata) su internet ha deciso di lasciare un commento in uno spazio apposito del sito del Movimento dei gay e delle lesbiche cristiani (Lgcm) nel quale ha citato i passi biblici che mettono in guardia dalle pratiche omosessuali. È stata denunciata ai suoi datori di lavoro dalla pastora lesbica Sharon Ferguson che si è sentita vittima di «un attacco personale senza provocazione». È stata prima sospesa e poi licenziata dall’ente pubblico per cui lavorava. Miguel Hayworth, 29 anni, è un pastore cristiano di strada. Lo scorso mese di agosto è stato minacciato di arresto dalla polizia di Manchester e poi arrestato e rilasciato su cauzione da quella di Maidstone (Kent) per aver citato nei suoi sermoni (autorizzati) sulla pubblica via brani della Lettera ai Romani e della prima Lettera ai Corinti critici nei confronti dei comportamenti omosessuali. Motivo: le sue parole avrebbero «incitato l’odio razziale e religioso».


Non va meglio a chi manifesta lealmente i propri scrupoli. Gary McFarlane, cristiano pentecostale, avvocato e tutor al Trinity Theological College di Bristol, era un counsellor di Relate, la più grande onlus britannica specializzata in problemi di relazioni familiari e di coppia. Dopo un corso di specializzazione in terapia psico-sessuale, ha fatto presente al proprio superiore che, pur avendo per anni fatto counselling anche a coppie omosessuali, avrebbe avuto problemi di coscienza ad occuparsi pure della loro terapia psico-sessuale. Il superiore ha fatto filtrare il colloquio ad altri elementi del personale, che hanno raccolto firme contro di lui in una lettera aperta in cui lo etichettavano come “omofobo” e lo invitavano ad andarsene. L’organizzazione lo ha poco dopo licenziato per «grave cattiva condotta» (motivazione poi bocciata dal tribunale, che però non ha ordinato la sua riassunzione). Sheila Matthews, pediatra cristiana e consulente medico della commissione della contea di Northamptonshire che decide sulle adozioni, aveva chiesto di potersi astenere dal voto nei casi in cui si doveva decidere l’assegnazione di bambini a coppie omosessuali. Il dirigente responsabile dei servizi per le famiglie e l’infanzia l’ha immediatamente rimossa dalla commissione. In seguito a una campagna di stampa la pediatra, che da cinque anni forniva i suoi servizi alla contea, è stata rimessa al suo posto ma senza più facoltà di voto su tutte le decisioni di adozione (non solo quelle relative a coppie omosessuali).


La vicenda più nota resta certamente quella delle undici agenzie cattoliche per l’assistenza alle adozioni: in base alle Sexual Orientations Regulations del 2007 devono prestare i loro servizi anche alle coppie omosessuali desiderose di adottare bambini oppure chiudere i battenti. Cosa che ha già fatto una di esse, la Catholic Children’s Society di Westminster. Catholic Care di Leeds e Father Hudson’s Society, invece, hanno tentato la via dei tribunali appellandosi all’articolo 18 della legge, che stabilisce che «una onlus può legittimamente riservare i suoi servizi solo a persone di un determinato orientamento sessuale se è stata istituita per fornire benefici a quel determinato gruppo». Una disposizione evidentemente pensata per permettere alle organizzazioni gay di non essere a loro volta accusate di discriminazione nei riguardi dei non omosessuali. Le agenzie cattoliche hanno cercato di usarla a loro vantaggio, chiedendo di poter modificare gli statuti per poter dichiarare che i loro servizi erano riservati alle coppie eterosessuali. Il Charity Tribunal ha respinto la loro richiesta: gay e lesbiche continueranno a essere i soli, nel Regno Unito, a poter legalmente praticare la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale. Il tribunale ha inoltre stabilito che le due agenzie dovranno pagare 120 mila sterline (128 mila euro) di spese processuali: qualche mese prima il presidente della corte Alison McKenna aveva dichiarato che il Charity Tribunal avrebbe garantito «un accesso a basso costo alla giustizia». Nonostante la batosta finanziaria Catholic Care ha deciso di inoltrare ricorso alla Corte suprema, che si esprimerà nel marzo prossimo.

«Ritardato» chi non si allinea
Un altro tribunale dovrà decidere il destino della battaglia legale di un signora cattolica di Brighton contro l’assegnazione di un suo figlio di 10 anni in affidamento permanente a una coppia di omosessuali maschi che gestiscono un hotel in cui vivono. Vittima di un esaurimento nervoso da cui non si è più ripresa dopo la fine del suo matrimonio con un uomo violento, la donna ha accettato che il suo ragazzo andasse in affidamento temporaneo, ma quando questo si è trasformato in permanente ha manifestato la sua preferenza per coppie che fossero cattoliche o almeno eterosessuali. I servizi sociali hanno deciso diversamente. La Baaf, Associazione britannica per l’adozione e l’affidamento, ha rifiutato di commentare la vicenda. Sul suo sito internet, nel maggio scorso, i critici delle adozioni a coppie omosessuali sono stati definiti «omofobi ritardati». Dopo la protesta di associazioni di portatori di handicap la parola “ritardati” è stata rimossa dal sito. Sta di fatto che anche l’“omofilia” e la paura di essere etichettati “omofobi” possono giocare brutti scherzi: due anni fa un rapporto della onlus Kidscape ha affermato che abusi sessuali su 5 dei 18 bambini affidati nel giro di 15 mesi a una coppia gay di Wakefield, nello Yorkshire, sono stati scoperti tardivamente per motivi legati alla correttezza politica. Alcuni assistenti sociali erano convinti che una coppia di omosessuali maschi non presentasse rischi di pedofilia. Altri, secondo il rapporto, «avevano chiaramente paura di essere giudicati omofobi. Il timore di apparire discriminatori li ha indotti a non agire». La commissione per gli affidamenti di Wakefield aveva a suo tempo approvato senza esitazioni la richiesta dei due uomini (poi condannati a sei e cinque anni di prigione) di accogliere solo bambini maschi, perché i due non si sentivano in grado di accogliere bambine.


Tempi

Cancellare e creare parole non rimuove la verità. Omosessualità, omofobia e umanità

di Francesco D’Agostino

Tratto da Avvenire del 21 ottobre 2009

Mi piacciono, e non poco, Gianna Nannini e la sua musica. Non mi convince affatto, invece, il Gianna Nannini- pensiero. Come artista ' impegnata', Gianna si ritiene legittimata a dire la sua sull’amore e la sessualità.
Non è certo il suo ' impegno' che fa problema, ma la sua capacità di cogliere davvero la specificità dei problemi. Non c’è dubbio che il film ' Viola di mare', che si incentra tutto sul tema dell’omosessualità, e di quella femminile in particolare, sia stato pensato da Donatella Maiorca, regista, e da Gianna Nannini, autrice della colonna sonora, come un’opera che dovrebbe mordere nella realtà concreta di oggi, un appassionato contributo alla causa della liberazione da secolari pregiudizi e tabù ormai intollerabili. «Io quella parola la cancellerei dal vocabolario», dice la Nannini, commentando il film. La parola è «omosessualità». E continua: «Se è amore, è amore e basta; non c’entrano i sessi, non puoi fare distinzioni, questo sì, questo no». La giornalista che raccoglie e dà tanta evidenza a questa opinione, Natalia Aspesi, non esita a calarla nella «fosca realtà italiana del 2009», in cui il Parlamento ha bocciato la legge che doveva condannare l’omofobia e «il Vaticano continua a occuparsi più di sesso che di spirito» (dalla ' Repubblica' del 17 ottobre).
Credo che molti condivideranno l’opinione di Gianna Nannini, nella densa formulazione «l’amore è amore e basta». La condivideranno, purtroppo, come illuminante. Invece è esattamente il contrario. Poche parole, infatti, sono oscure e ambigue come «amore», pur nella sua apparente, estrema semplicità. Amore ha sempre bisogno di essere aggettivato. Parliamo di amori adolescenziali e senili, felici e disperati, passionali e cerebrali, sadici e masochistici, mistici e carnali, tristi e gioiosi, dolcissimi e violenti, materni e filiali, fraterni e sororali. Sono amore (almeno etimologicamente) anche la bibliofilia e tutte le diverse forme di attaccamento passionale alle cose. E sono forme di amore tutte le parafilie, dalla zoofilia alla dendrofilia. È amore la necrofilia ed è amore la pedofilia. Sono amore il narcisismo e il feticismo. Così come, naturalmente, è amore anche l’omofilia (in tal modo faccio contenta la Nannini e non uso la parola «omosessualità»).
Insomma, la realtà dell’amore umano è talmente complessa e intricata, che è come minimo molto ingenuo sperare di sbarazzarsene con una battuta, sostenendo che con essa «i sessi non c’entrano». Tutto, letteralmente tutto quello che concerne l’uomo, ha a che fare con la sua identità sessuale e con l’amore, nelle mille forme, a volte sublimi, a volte perverse, che esso è in grado di assumere. Il sempre più frequente tentativo, ben esemplificato dalla battuta di Gianna Nannini, di sottrarre l’amore ai condizionamenti dell’esistenza è solo uno dei tanti segni della crisi antropologica del nostro tempo, che si nutre di illusioni contrapposte: si vuole ' liberare' l’uomo, da una parte cancellando dal vocabolario una parola (come appunto «omosessualità»), dall’altra introducendo nel diritto penale un’altra (come «omofobia»). Sia chiaro a tutti (è ormai indispensabile dover ripetere simili avvertimenti): non intendo affatto banalizzare o sminuire la gravità delle violenze contro gli omosessuali: sono degne di una repressione, anche penale, ferma e decisa, accompagnata ovviamente da un’adeguata pedagogia individuale e sociale contro questa e qualsiasi altra forma di discriminazione. Ma non ci si illuda: l’impegno contro queste, così come contro qualsiasi altra forma di violenza brutale e crudele, non passa attraverso la rimozione di una seria riflessione antropologica sull’amore e delle tante contraddizioni e delle tante forme di disordine con cui la sessualità si manifesta dentro e fuori di noi.
Non è ironizzando sul Vaticano (che si occuperebbe di sesso più che di spirito!), non è desessualizzando l’amore o desessualizzando l’identità maschile e femminile (fornendo in cambio confuse teorizzazioni in merito a una pretesa identità di «genere») che aiuteremo le persone a essere se stesse. La verità non va rimossa, anche quando ci appare enigmatica e fonte di sofferenze: siamo indissolubilmente sesso e spirito, e possiamo ammalarci nell’anima così come nella carne, che può ben essere anche essa, come diceva Mallarmé, «triste», tanto quanto lo spirito. Riflettiamo seriamente su noi stessi: le fughe nel vuoto del pensiero non servono a nulla e non aiutano nessuno.

Quella telerissa sull'omofobia

Due protagonisti dell'aspro scontro andato in onda su Canale 5, Alessandro Cecchi Paone (difensore dei gay) e Renato Farina (difensore della famiglia), spiegano al Giornale perché non sia stato possibile discutere con toni pacati. Il video del "duello" in tv

Milano - La video-rissa a «Domenica 5» rilancia il tema omofobia nel nostro Paese. Il momento della trasmissione durante il quale la tensione ha raggiunto il clou è stato quando Alessandro Cecchi Paone, difensore delle coppie gay, è stato aggredito verbalmente da Maurizio Ruggiero, integralista e cattolico. A quel punto la conduttrice Barbara D’Urso è intervenuta nel tentativo di sedare l’alterco che rischiava di trascendere ulteriormente.

Presenti in studio anche Alba Parietti, generalmente favorevole all’abolizione delle discriminazioni sessuali, e due coppie gay che chiedono di potersi sposare legalmente. Il dibattito ha immediatamente preso una piega litigiosa come sempre accade dinanzi a due punti di vista diametralmente opposti. Renato Farina, editorialista de «il Giornale», vista l’impossibilità di un dialogo civile, ha preferito abbandonare lo studio.

- Cecchi Paone: in tv provocatori omofobi

- Farina: nell'arena dialogo impossibile

- Guarda il video del "duello" in tv


Omofobia o montature?

Lo strano dilagare dell’epidemia omofobica. Aggressioni dopo cortei: coincidenza? Curiosa scomparsa dell’esito delle indagini. La regia dell’arcigay. Altre montature venute alla luce.
Il 12 ottobre è stato diffuso dagli organi di stampa la notizia dell’aggressione a Roma di due omosessuali, che è stata subito strombazzata come episodio di “omofobia”.
Da quello che si legge nella cronaca locale del 12 ottobre, nel giornale di Roma Tempo (consultabile online: http://iltempo.ilsole24ore.com/2009/10/12/1080362-picchiati_grido_camerati.shtml), l’aggressione effettuata da sei teppisti fascistoidi non sembra essere avvenuta perché i due sono omosessuali, ma perché non hanno ricambiato il saluto fascista:
«Sei ragazzi sugli scooter li circondano e fanno il saluto fascista: “Camerata, camerata, camerata”. I due non ricambiano il gesto, sono gay: uno viene colpito col casco alla testa e con una ginocchiata ai genitali. Poi i tre scooter si dileguano».


Tutto l’episodio è ricostruibile dalle sole affermazioni degli aggrediti. Con questo non s’intende dire che se lo siano inventato; anzi è credibile proprio perché da quello che hanno riferito non risulta affatto che siano stati aggrediti in quanto omosessuali. A parte ciò che è riferito sopra, hanno anche affermato: «… hanno visto il nostro modo di vestire come un affronto [da notare: erano vestiti non in modo da apparire omosessuali, ma “in stile Skinhead sharp”, come si legge nello stesso articolo] o forse hanno solo capito che siamo una coppia gay». Quel «forse hanno solo capito che siamo una coppia gay», detto da chi vuol far intendere che si tratta certamente di un’aggressione “omofoba”, fa capire quanto egli stesso ne sia convinto…
Ma per essere equi con i due protagonisti, bisogna anche osservare che molto probabilmente non sono neanche stati loro a voler montare il caso. Infatti, sempre nell’articolo di cronaca, si legge che dopo l’aggressione (avvenuta – si badi – poco prima delle due del pomeriggio) sono tornati a casa; «ma le telefonate di solidarietà lo hanno convinto [quello dei due che ha subito il pestaggio] e ieri sera col suo fidanzato è andato al pronto soccorso del policlinico Umberto I, e stamattina presenteranno denuncia in Procura, assistiti dal legale dell'Arcigay». Quindi dalle ore 14 in cui hanno subito l’aggressione, sono andati al Pronto Soccorso la sera. Ma al Pronto Soccorso che si va a fare dopo diverse ore dall’incidente: per farsi un bicchierino o una partita a briscola?
Pare che, “decodificando e mettendo in chiaro” il “linguaggio” dell’articolo, si può capire come il malcapitato sia stato – diciamo così – persuaso (questa sembra la traduzione di “telefonate di solidarietà”) a creare il caso; e se no l’Arcigay che ci sta a fare? Resta comunque il fatto che nei giorni successivi non se n’è più sentito parlare. Né si è più saputo dalle cronache locali se davvero è stata presentata denuncia in Procura. Ma questo è secondario.
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· Un caso simile al precedente potrebbe essere quello di metà settembre scorso, anch’esso immediatamente bollato come “esplosione dell’odio omofobico” quando, in realtà, gli inquirenti hanno appurato che si trattò di un litigio per un sigaretta (Cfr. http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/un-litigio-il-pestaggio-del-gay/2109613 ).
· Infine, la notizia di poche ore fa: a Napoli un professore sarebbe stato aggredito da tre ragazzi perché omosessuale. Un lancio di venerdì 16 ottobre delle 12.14, informa invece che “NAPOLI (16 ottobre) - Si sono presentati questa notte i tre ragazzi che ieri pomeriggio avrebbero aggredito un professore omosessuale, insultandolo e picchiandolo. I giovani hanno respinto ogni addebito di natura razzista, spiegando di aver litigato per altri motivi con l'uomo” (Cfr. http://www.rss-notizie.it/article_napoli_professore_omosessuale_aggredito_i_tre_ragazzi_si_presentano_in_caserma__3564915.htm ).
Tuttavia, la cosa più curiosa di tutte è che solo a una piccola lobby etica sia venuto il dubbio che la stranissima epidemia omofobica italiana sia una montatura, mentre nessuna testata giornalistica professionista abbia ritenuto opportuno dedicare un servizio al tema.
FattiSentire.net
Milano, 18/10/2009