DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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E Pio XI scrisse a Mussolini: «Gli Ebrei ci hanno donato Cristo e il Cristianesimo»

In occasione del convegno svoltosi a Desio sul tema "Pio XI e il suo tempo" è stato presentato in anteprima il volume Sollecitudine ecclesiale di Pio XI alla luce delle nuove fonti archivistiche (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2010, pagine 488, euro 40, a cura di Cosimo Semeraro, nella collana "Atti e Documenti" del Pontificio Comitato di Scienze Storiche) che raccoglie gli atti del convegno tenutosi nel febbraio 2009. Pubblichiamo la sintesi di uno dei saggi in esso contenuti.

di Francesco Malgeri

Nella sollecitudine ecclesiale di Pio XI, merita particolare attenzione la profonda e costante premura per le sorti e l'attività dell'Azione cattolica, da lui più volte definita "la pupilla dei suoi occhi e la fibra più sensibile del suo cuore". L'interesse del Papa acquista particolare rilievo di fronte ai problemi e alle difficoltà che l'associazionismo cattolico conobbe nei rapporti con un regime totalitario come il fascismo.
Le vicende legate ai fatti del maggio-giugno 1931 sono ben note.
Gli accordi del 2 settembre portarono comunque a una fase più tranquilla nei rapporti tra il regime e l'Azione cattolica. Il quadro cominciò di nuovo ad animarsi a partire dall'estate del 1936, quando l'ambasciatore Bonifacio Pignatti Marano di Custoza presentò numerose proteste circa le attività estive dell'Azione cattolica. Ci si lamentava del fatto che "a similitudine del Regime, allo scopo, non si dice tanto di contrastare queste iniziative, ma di non lasciarsi sfuggire i propri organizzati, l'Azione cattolica organizza sotto mille pretesti, riunioni di studio e di ritiro, passeggiate collettive sotto forma di pellegrinaggi, adunate specializzate a Roma e altrove, che vanno dai 5.000 fanciulli ricevuti or non è molto dal Papa, sino ai convegni regionali dei Fucini, come ai pellegrinaggi diocesani a Roma, o a... Lourdes".
La Segreteria di Stato rispose all'Ambasciata italiana con un lungo memorandum, datato 23 settembre 1936, replicando ai diversi punti sollevati, con dovizia di riferimenti e spiegazioni. Nel corso del colloquio tra Pignatti e Pio XI, il Papa sostenne tra l'altro che la "Centralità romana dell'A.c., non solo non è in contrasto con la diocesanità, ma ne è conseguenza necessaria e dottrinale e pratica". Che apparivano "assurde le diffidenze, i sospetti, i timori politici con l'A.c. - Che temere da gioventù pura e timorata di Dio e obbediente alla sua legge?". Che non potevano essere "mai giustificati atteggiamenti ostili o anche solo sospettosi contro l'A.c. più che mai inopportuni dopo la guerra etiopica e il riconosciuto apporto morale del Clero, dell'Episcopato, dalla Santa Sede". Le rimostranze dell'Ambasciata erano soltanto la premessa della nuova crisi che esplose nel dicembre del 1937 e si protrasse per tutto il 1938. Sotto questo aspetto la documentazione conservata presso l'Archivio Segreto Vaticano risulta di straordinario interesse. Ma per cogliere il senso di questa nuova crisi non va trascurato il quadro generale della politica internazionale di quegli anni. Da un lato la guerra d'Etiopia, dall'altro la collaborazione militare portata in Spagna a sostegno di Francisco Franco, contribuirono a rafforzare i rapporti tra Italia e Germania, che cominciarono a basarsi non solo sulle affinità ideologiche presenti nei due regimi, ma anche su comuni obiettivi e interessi. Hitler aveva incontrato il 24 ottobre 1936 a Berlino il ministro degli Esteri italiano, Galeazzo Ciano. Nel corso dei colloqui venne sottoscritto l'accordo che prese il nome di Asse Roma-Berlino. L'avvicinamento tra l'Italia e la Germania aveva fatto venir meno l'intransigenza di Mussolini sull'Anschluss e rendeva ad Hitler più facile l'obiettivo della conquista dell'Austria e in seguito del territorio dei sudeti.
Questo orientamento della politica estera italiana verso una sempre più stretta alleanza con la Germania nazista non piaceva in Vaticano, non era gradita alla gran parte del mondo cattolico, e faceva ormai naufragare le speranze di coloro che, in campo cattolico avevano coltivato l'idea di poter "cattolicizzare" il fascismo.
Il 31 dicembre 1937 il nunzio Francesco Borgongini Duca fu convocato dal sottosegretario agli Interni Guido Buffarini Guidi per una "dolorosa comunicazione". Gli venne in primo luogo comunicato che "Il Capo del Governo era assai dispiaciuto che l'Azione cattolica fa della politica: la cosa viene segnalata dal partito fascista, più o meno da per tutto, e quindi il Capo del Governo teme che il partito scatti e che egli non possa contenerlo. Non essendosi osservati gli accordi del 1931, si avranno fatti peggiori di quelli del detto anno". Ma al di là delle reali e consistenti accuse rivolte all'Azione cattolica, Buffarini spiegò a Borgongini Duca il nuovo quadro di politica internazionale che imponeva al fascismo una sorta di stretta di freni. Il sottosegretario affermò: "Siamo alla vigilia della guerra con la Francia e con l'Inghilterra, il Regime ha bisogno che le forze della nazione formino un tutto unico, quindi non si può ammettere che giovani cattolici dicano che l'alleanza coi Tedeschi è innaturale, e che sarebbe più naturale quella coi Francesi; né si possono ammettere atteggiamenti di remissività, che sarebbe disfattismo, mentre il regime vuole che tutte le forze siano combattive. Il Vaticano protesta contro la persecuzione tedesca, che non è di eccessiva gravità, mentre i 20 milioni di cattolici tedeschi non saranno certamente polverizzati da Hitler, e la Chiesa ha dinnanzi a se non i decenni, ma i secoli; invece non ha protestato per la persecuzione dei Rossi, feroce e sanguinosa in Spagna, dove, se i Rossi si affermano, si fa della Chiesa tabula rasa irreparabilmente".
Alla replica del nunzio che il Vaticano non faceva politica ma religione, Buffarini rispose "Datela ad intendere ai gonzi", e aggiunse che esisteva il rischio che venisse dichiarata "l'incompatibilità tra Azione cattolica e fascismo".
Il nunzio intese comunque precisare che la protesta contro la Germania non riguardava l'Asse Roma-Berlino ma la dura persecuzione operata in Germania nei confronti della Chiesa, e aggiunse: "Quindi, tutte le lamentele dell'on. Mussolini si riducono al fatto che il Papa non entra nell'Asse Roma-Berlino, il che non è possibile perché questa sarebbe vera politica". Qualche giorno dopo, il 4 gennaio Borgongini Duca ebbe un incontro con il ministro degli Esteri Ciano. Il tono di Ciano - stando alla relazione fatta da Borgongini a Pacelli - appare più prudente e misurato. Egli sembra condividere la reazione della Santa Sede sulla persecuzione in Germania, ma faceva notare che "tutti gli atti della Santa Sede contro la Germania hanno un contraccolpo in Italia".
A queste considerazioni Borgongini Duca obiettò "Non vedo Eccellenza che cosa centra in tutto questo l'Azione cattolica e perché S.E. il Capo del Governo voglia colpirla. (...) Perché colpire degli innocenti?". E aggiunse: "Quanto alla Germania l'Asse Roma-Berlino è stato proclamato quando le relazione tra la Chiesa e il Reich erano già in piena rotta: i preti nei campi di concentramento, le pastorali sequestrate eccetera. Quindi le proteste del Santo Padre, prima e dopo, non hanno e non possono avere che contenuto religioso e non riguardano l'Asse Roma-Berlino".
La questione riemerse di lì a qualche mese, e si venne a incrociare con la questione razziale, soprattutto dopo il discorso di Pio XI del 28 luglio agli allievi di Propaganda Fide, di cui si proibì la pubblicazione sulla stampa nazionale. Fu probabilmente a seguito del chiaro atteggiamento ostile di Pio XI nei confronti della politica razzista del fascismo, a provocare, il 2 agosto 1938, l'iniziativa del segretario del Pnf Achille Starace di diramare un "Foglio di Disposizioni" riservato nel quale si dichiarava la incompatibilità tra la tessera dell'Azione cattolica e qualsiasi carica ricoperta in seno al fascismo. La circolare ebbe effetti immediati in alcune diocesi, e particolarmente a Bergamo, dove il federale assunse toni anticlericali, entrando in conflitto con il vescovo Adriano Bernareggi.
In merito alla documentazione relativa alla crisi dell'agosto 1938, com'è noto il Diario di Ciano offre non pochi spunti interessanti, evidenziando anche alcune dissonanze tra le posizioni del nunzio e del Papa. Le carte di Pio XI contribuiscono, comunque, ad arricchire notevolmente il quadro. Emerge, per esempio, la lettera che il 4 agosto Pio XI scrisse a Mussolini, decidendo poi di non spedirla, ma di consegnarla al gesuita Pietro Tacchi Venturi affinché la leggesse e ne illustrasse i contenuti a Mussolini. Nella lettera il Papa manifestava la sua preoccupazione di fronte alla "gravità dei fatti che ci sono da ogni parte segnalati". Così proseguiva: "Ci commuove, innanzi tutto la questione degli ebrei, così come è agitata oggi in Italia. (...) Dovere è (...) del Nostro ministero mettere in guardia il senso cristiano della Suprema Autorità contro provvedimenti che nella comune estimazione di un Paese cattolico dal "gentil sangue latino" sapessero d'anticristiano e d'inumano. Concordi in questo con tanti nostri Predecessori, la cui condotta fu sempre una delle più belle glorie d'Italia. Noi non possiamo in nessun modo annuire a trattamenti men che umani e a misure vessatorie per le quali l'Israelita sia messo duramente al bando, come altrove avviene, dalla convivenza sociale, e minorato, se pur non privato del tutto, dei suoi diritti alla vita".
Passava poi al problema dell'Azione cattolica, che definiva "situazione veramente penosa", caratterizzata da una "campagna di calunnie" e da "minacce ed offese ad ascritti e dirigenti" a "degni ecclesiastici" e perfino a "qualche Vescovo". Precisava il Papa che "contrariamente ai patti stabiliti a comune vantaggio si è perfino giunti in più luoghi a mettere i soci dell'Azione cattolica nella dura alternativa di rinunziare a essa o di essere privati della tessera del partito fascista e di tutti i conseguenti diritti".
Consegnando questa lettera a padre Tacchi Venturi il 6 agosto gli venne anche fornito un appunto con la "mente" d'udienza, nella quale ci si riferisce in particolare ai problemi relativi alla questione della razza. Vi si legge tra l'altro: "Che avviene dei convertiti buoni cattolici? Che avviene del matrimonio? La condotta dei Pontefici verso gli ebrei è tornata ad onore dell'Italia. La Santa Sede non si è lasciata mai trascinare per questa via odiosa, pur tenendo le cose a posto. Non dimenticare che sono gli Ebrei che hanno dato al mondo Cristo e il Cristianesimo".
Recatosi da Mussolini il 12 agosto, Tacchi Venturi non mancò di richiamare il Duce sullo stato d'animo del Papa, che appariva "risoluto (...) a non sopportare in pace qualsiasi violazione dei patti sanciti con tanta solennità innanzi la Chiesa e la Società civile". Egli affermò che il Papa aveva dichiarato "con accento profondamente commosso": "Mi lascerò uccidere (...) ma saprò difendere coi mezzi che Dio ci ha posto in mano, mezzi più efficaci delle armi e dei cannoni, la libertà cui i miei figli e le mie figlie hanno diritto nella pratica della Religione Cattolica Apostolica Romana secondo le direttive del Papa".
I colloqui tra padre Tacchi Venturi e Mussolini, portarono, nell'incontro del 17 agosto, a un primo risultato tendente, per quanto riguardava l'Azione cattolica, a ribadire gli accordi del 1931, alla restituzione delle tessere del Pnf ritirate ai soci dell'A.c. e alla sostituzione del federale di Bergamo. Ma l'accordo conteneva anche un'espressione - relativa al problema della razza - che destò la vivace reazione del Pontefice. Vi si diceva che gli ebrei "possono essere sicuri che non saranno sottoposti a trattamento peggiore di quello usato loro per secoli e secoli dai Papi che li ospitarono nella Città eterna e nelle terre del loro temporale dominio". Questa affermazione suscitò una vivace reazione di Pio XI, tanto che il gesuita riferendo l'episodio al cardinale Eugenio Pacelli, pronunziò il motto Quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur, e aggiunse: "Perciò Sua santità continuò a vedere tutto il resto sotto luce oscura".
Solo il 24 agosto 1938, "L'Osservatore Romano" pubblicava la notizia dell'avvenuta intesa tra il segretario del Pnf e il presidente dell'A.c. che si richiamano al rispetto degli accordi del 2 settembre 1931, con la dichiarazione che non sussistevano limitazioni alla simultanea appartenenza all'Azione cattolica e al partito fascista.
Era l'ultimo atto di una lunga, aspra e a volte dolorosa vicenda, nella quale emerge l'immagine di un Pontefice impegnato a sostenere e proteggere "la pupilla" dei suoi occhi.


(©L'Osservatore Romano - 15-16 febbraio 2010)

La guerra dei cristeros in Messico. Pio XI e i Cristeros

Pio XI e i Cristeros

Esasperato da un potere anticristiano insopportabile, il popolo messicano insorge per liberare la propria patria. Un sacrificio che non trova il consenso di molti vescovi e finisce tragicamente. Le encicliche di Pio XI che accompagnano il calvario del Messico nel secolo scorso.

di Alberto Leoni,
da Il Timone (05/2009)


Se l'obiettivo è quello di comprendere, possiamo almeno tentare, nei limiti del possibile, di "fare storia": tentare, cioè, di ricreare il momento culturale e politico del tempo in cui altre persone, non diverse da noi, più o meno dotate di coraggio e intelligenza, dovettero compiere scelte decisive e difficili. E questo non per tout comprendre et tout pardonner, non per essere indulgenti ad ogni costo ma per chiederci cosa avremmo fatto alloro posto, in modo da capire e prevedere come a potremmo essere giudicati noi, a nostra volo; ta, fra settant'anni.

Il pontificato di Pio XII (1939-1958) è fortemente legato a quello del suo predecessore, di cui fu il segretario di Stato e il collaboratore più stretto e capace. Di conseguenza, per comprendere le scelte di Pio XII è inevitabile guardare all'opera di Pio XI (1922-1939), e alla sua lunga battaglia contro le ideologie del tempo. Solitamente si dà risalto al conflitto contro fascismo, nazionalsocialismo e comunismo, al prezzo, però, di dimenticare la lotta di papa Ratti contro nazionalismo, laicismo e massoneria. La visione eurocentrica degli storici e dei pubblicisti finisce per restringere il campo d'indagine e a non valutare nella sua importanza l'evento che diede più dolore a Pio XI e che lo vide impegnato per dieci anni, ossia la guerra dei "cristeros" in Messico. Non è un caso, infatti, che le encicliche su questo argomento siano ben tre ed esaminarne lo sviluppo può offrire più di una chiave interpretativa per gli avvenimenti degli anni '40.

L'esperienza diplomatica del futuro papa Pio XI, Achille Ratti, ebbe un debutto infuocato come nunzio apostolico in Polonia nel 1918.

Coraggioso come sempre, Ratti non fuggì dalla Varsavia assediata dai bolscevichi ma vi rimase per vederne la disfatta nell'agosto del 1920, con il cosiddetto "miracolo della Vistola", quando le truppe polacche fermarono alle porte della capitale l'Armata rossa, ben più numerosa del loro esercito. Eppure, per quanto gioisse di una vittoria così straordinaria e decisiva per le sorti dell'Occidente, Ratti non mancò di sottolineare come il nazionalismo polacco fosse dannoso e contagiasse anche il clero, distruggendo le possibilità di una pace duratura con la Germania. Un giusto patriottismo è sicuramente un bene morale da perseguire, ma non quando l'amore per la patria diventa "spirito di separazione". «Un nazionalismo esagerato - dirà papa Ratti nel 1938 - non è cristiano, non è religioso e finisce col non essere neppure umano». E l'altro grave male morale è il laicismo, «la peste dell'età nostra", come afferma nell'enciclica Quas primas (11 dicembre 1925). "Si cominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti: si negò alla Chiesa il diritto - che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo - di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all'arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell'irreligione e nel disprezzo di Dio stesso». In questa visione profetica dello scontro fra Chiesa e ideologie ha un valore fondamentale la festa di Cristo Re, istituita proprio con l'enciclica Quas primas.

La persecuzione
In Messico, la massoneria e il laicismo avevano sferrato un attacco alla Chiesa di straordinaria violenza quale di rado si è visto nella storia. Dopo la rivoluzione che aveva abbattuto la dittatura di Porfirio Diaz (1876-1911), nel 1917 era stata promulgata una nuova Costituzione che, in buona sostanza, legalizzava la persecuzione contro la Chiesa, impedendone la libertà. Vi erano stati poi atti clamorosi, come l'attentato dinamitardo del 1921 alla reliquia della vergine di Guadalupe, fallito in modo inspiegabile. Nel 1924 salì al potere Plutarco Elias Calles (1877-1945), così feroce da autonominarsi "nemico personale di Dio". Il 12 febbraio 1925 Calles istituì una chiesa messicana che, tra le tante bestialità, sostituì il vino con l'acqua di mezquite per la Consacrazione. I cattolici protestarono civilmente e pacificamente mentre le violenze si estendevano e iniziavano a cadere i primi cattolici militanti. Il 2 luglio 1926 fu emanata una modifica della legge penale (Legge Calles) con cui si disponeva la consegna delle chiese a laici nominati dai sindaci. Il 25 luglio, l'episcopato rispose disponendo la sospensione del culto in tutte le chiese del Messico a partire dal 10 agosto. Ormai era la guerra e non soltanto di parole. Come reazione agli assassini di laici e religiosi scoppiarono ben 64 rivolte armate fra agosto e dicembre 1926 e Pio XI, che già aveva protestato con forza presso il governo messicano, diffuse l'enciclica Iniquis afflictisque il 18 novembre 1926. In essa il Papa paragonava i martiri messicani a quelli uccisi dalla Francia rivoluzionaria e lodava il loro eroismo indomito.

L'episcopato e la resistenza armata
Va notato come Pio XI non esprimesse parole di condanna o di approvazione per la resistenza armata. Da parte dei vescovi, invece, vi furono atteggiamenti contrastanti e, si badi, tutti basati sulla dottrina della Chiesa in materia di "guerra giusta". Dei quattro requisiti previsti dalla Chiesa, era indubbio che sussistessero sia 1) la causa grave che 2) l'esaurimento di mezzi pacifici tesi a scongiurare lo scontro. Era assai dubbio, però, 3) un possibile esito positivo ed era quasi certo che 4) la lotta armata avrebbe portato più danni di quanti non intendeva evitarne.

In ogni caso, i vescovi appoggiarono la protesta, ma non la ribellione armata e furono pochi i sacerdoti che seguirono i Cristeros nella guerriglia. Il governo, dal canto suo, aveva pensato di poter avere la meglio con facilità sugli insorti ma, nel corso del 1927, apparve chiaro che il terrore scatenato dai federali non portava al controllo delle province ribelli. Nel 1928, grazie a una sempre migliore organizzazione, dovuta al comando del generale Enrique Gorostieta Y Velarde (1891-1929), le forze governative erano in crescenti difficoltà e, all'inizio del 1929, la stessa città di Guadalajara, una delle più importanti del paese, rischiava di cadere in mano ai Cristeros.

Le sofferenze inflitte alla popolazione dai governativi erano state, però, spaventose e i morti si contavano a centinaia di migliaia. Questa strategia del terrore, alla fine, pagò, e la Chiesa, per evitare ulteriori sofferenze, si dispose alla trattativa mentre i Cristeros erano vittoriosi in campo militare.

In effetti fu la stessa notizia della negoziazione in corso a demoralizzare gli insorti e Gorostieta protestò con veemenza contro l'episcopato: «Ogni volta - scrisse ai vescovi il 16 maggio 1929 - che la stampa ci dice che un vescovo fa da parlamentare coi "callisti", sentiamo come uno schiaffo in piena faccia, tanto più doloroso in quanto viene da coloro nei quali speriamo di trovare conforto, una parola che dia respiro alla nostra lotta: una parola che, con rare eccezioni, non abbiamo mai ricevuto. Fino a quando (i vescovi) si sentiranno più vicini ai carnefici che alle vittime? Se i vescovi ritengono che la nostra Guardia Nazionale fosse l'unica strada che ci lasciava il despota dovranno consultarci... Se i vescovi ci disapprovano e non terranno conto di noi, se dimenticano i nostri morti... allora respingeremo tale atteggiamento come indegno e traditore».

Il 2 giugno 1929 il generale Gorostieta rimaneva ucciso in un agguato. Le trattative venivano concluse il 21 giugno 1929 e i monsignori delegati, Ruiz Flores e Pascual Diaz Barreto, furono isolati dal mondo esterno e raggirati, così che il governo messicano ottenne la riapertura delle chiese senza abrogare la legislazione antiecclesiastica. Men che meno si tenne conto dei Cristeros, per i quali non venne ottenuta la minima garanzia. Il generale Jesùs Degollado Guizar († 1957), che aveva preso il posto di Gorostieta, diffuse il seguente messaggio con cui veniva smobilitata la Guardia nazionale cristera: «La Guardia Nazionale scompare, non tanto perché vinta dai nostri nemici, quanto perché abbandonata, in realtà, da coloro che dovevano beneficiare, per primi, del frutto prezioso dei suoi sacrifici e della sua abnegazione. Ave Cristo! Per te andiamo verso l'umiliazione, l'esilio, forse a una morte gloriosa, vittime dei nostri nemici, con il nostro amore più fervente, ti salutiamo e ti acclamiamo ancora una volta, re della patria nostra. Viva Cristo Re! Viva Santa Maria de Guadalupe! Dio, Patria e Libertà!». Negli anni successivi centinaia di ufficiali Cristeros vennero sistematicamente assassinati.

La fine della guerra civile
A migliaia di chilometri di distanza il testo degli arreglos fu sottoposto all'attenzione del Papa quando ormai non era più possibile tornare indietro. Il cardinal Tommaso Boggiani, già nunzio in Messico, dal quale era stato espulso, disse di aver visto piangere il Pontefice di fronte a quella sconfitta così dolorosa: una sconfitta perché lasciava totalmente indifeso chi aveva lottato con tanta abnegazione e continuava a morire gridando "Viva Cristo Re!". Il prezzo della libertà, o del suo fantasma, era stato altissimo: 250.000 morti, dei quali 30.000 erano federali e 15.000 Cristeros. Era una guerra che non si poteva continuare.

Da allora la politica dei Concordati con le diverse nazioni si accentuò, tanto che, nel pontificato di papa Ratti, ne furono stipulati ben ventinove con regimi di ogni...
tendenza politica. Ma l'opposizione al totalitarismo, di qualunque segno o colore, divenne ancora più incrollabile, sempre mediata dalla diplomazia del cardinal Pacelli, al fine di non provocare altri martiri.

Così il 29 giugno 1931 il Papa diffondeva l'enciclica Non abbiamo bisogno contro i soprusi del governo fascista e il 29 settembre 1932 tornava a occuparsi del Messico con la Acerba animi. Era un'enciclica amara e commovente, in cui si sentiva tutta la delusione per i patti che erano stati violati dal governo ma nella quale, con carità pari all'energia si ammoniva chi «spinto più dall'ardore della difesa della propria fede che non dalla prudenza, necessaria soprattutto in momenti così delicati... avesse supposto nei Vescovi intendimenti contraddittori» affinché «si persuada ora che tale accusa è del tutto infondata»: e se l'attuazione di tali direttive dovesse riuscire di scandalo ad alcuni fedeli essi sarebbero stati ritenuti «disobbedienti ed ostinati».

Il 13 giugno del 1933 viene pubblicata l'enciclica Dilectissima nobis sull'oppressione della Chiesa in Spagna, ben tre anni prima dell'inizio della guerra civile. Ma è nel marzo del 1937 che la combattività di un Papa già molto malato arriva al culmine quando vengono scritte e diffuse ben tre encicliche, la Mit brennender sorge (14 marzo) in cui «con viva ansia e stupore.. si denuncia il nazionalsocialismo come intrinsecamente malvagio; la Divini Redemptoris (19 marzo) contro il comunismo ateo e infine, ancora una volta, il Messico con la Firmissimam Constantiam del 28 marzo 1937 dove si auspica una partecipazione del laicato per risolvere gli immensi problemi nazionali.

Ciò che stupisce, in questo Magistero, è la costanza incrollabile, tesa a salvare la Chiesa da pericoli quali mai aveva dovuto affrontare in tutta la sua storia. La prudenza di Pio XI, continuata dal suo successore, dovette arrivare al punto di non poter impedire il martirio di chi aveva difeso la Chiesa con coraggio insuperato.

Ed è questa prudenza che, spesso, non viene compresa dai fedeli che non hanno le responsabilità dei vescovi.


RICORDA
«Lo giuro solennemente per Cristo e per la Santissima Vergine di Guadalupe Regina del Messico, per la salvezza della mia anima: 1) mantenere assoluto segreto su tutto quello che può compromettere la santa causa che abbraccio; 2) difendere con le armi in mano la completa libertà religiosa del Messico. Se osserverò questo giuramento, che Dio mi premi, se mancherò, che Dio mi punisca» (Giuramento dei Cristeros).


BIBLIOGRAFIA
Le encicliche di Pio XI in Enchiridion delle encicliche, voI. 5, Pio XI 1922-1939, EDB, 1999, 3 ed.
Emma Fattorini, Pio XI, Hitler e Mussolini. La solitudine di un papa, Einaudi, 2007.
Achille Ratti - Papa Pio XI nel 1500 anniversario della nascita, a cura di Franco Cajani, I Quaderni della Brianza, gennaio-aprile 2008.
Si ringrazia per l'aiuto l'ing. Agostino Gavazzi di Desio, presidente del Comitato esecutivo de "I Quaderni della Brianza".
Dossier L'insurrezione dei Cristeros messicani (1926-1929) in Nova Historica, n.25/2008.
Paolo Gulisano, Viva Cristo Re! Cristeros: il martirio del Messico 1926-1929, Il Cerchio, 1999.
Associazione Culturale "Identità Europea" [a cura di], "Viva Cristo Re!". Il Martirio del Messico, Mostra presentata al Meeting per l'amicizia fra i popoli (Rimini 1999), Itaca, 1999.

Il «gran Papa alpinista». Un pensiero su Pio XI


Anche il Gran Lombardo non se ne dimenticò se all'inizio del terzo capitolo di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957), rievocando l'Italia in apparenza disciplinata sotto il regime del Mascellone, ricorda le "lunghe teorie di nerovestite" che, "affittato er velo nero da cerimonia a Borgo Pio, a piazza Rusticucci, a Borgo Vecchio, si attruppavano sotto ar colonnato, basivano a Porta Angelica, e poi traverso li cancelli de Sant'Anna, p'annà a riceve la benedizzione apostolica da Papa Ratti, un milanese de semenza bona de Saronno de quelli tosti, che fabbricava li palazzi. In attesa de venì finarmente incolonnate loro pure: e introdotte dopo quaranta rampe de scale in sala der trono, dar gran Papa alpinista".
L'inesattezza sul luogo di nascita conta meno delle altre caratterizzazioni. Accanto alla professione di bibliotecario, sin dall'inizio del pontificato il tratto che più colpisce in Achille Ratti è infatti la sua passione alpinistica, tòpos obbligato per memorialisti e biografi (da Novelli a Galbiati, da Confalonieri al recente Chiron), subito consacrato negli Scritti alpinistici del sacerdote Dottor Achille Ratti (ora S. S. Pio Papa XI), curati da Giovanni Bobba e Francesco Mauro ed editi a Milano nel 1923 dagli stampatori Bertieri e Vanzetto.
Venuto alla luce nel cinquantenario della sezione milanese del Club Alpino Italiano (Cai) con cinque scritti redatti per la rivista mensile dello stesso Cai, il volume ebbe particolare fortuna con traduzioni in inglese (1923, con prefazione del grande alpinista Douglas Freshfield), spagnolo, tedesco e francese (1925), mentre del 2007 è persino una versione ungherese. La riproposizione in anastatica degli Scritti alpinistici costituisce la seconda parte del bel volume di Domenico Flavio Ronzoni, Achille Ratti, il prete alpinista che diventò papa (Missaglia, Bellavite, 2009), pubblicato in un anno quasi troppo denso di anniversari rattiani: il settantesimo della morte (1939), l'ottantesimo della firma dei Patti Lateranensi (1929), il novantesimo della nomina a nunzio apostolico in Polonia e dell'ordinazione episcopale (1919), il centoventesimo dell'ascensione al Monte Rosa (1889) e il centrotrentesimo della prima messa (1879).
Nella prima parte del volume - introdotto dal vescovo di Ventimiglia-San Remo Alberto Maria Careggio, e da Annibale Salsa e Carlo Lucioni, rispettivamente presidente nazionale e presidente della sezione milanese del Cai - Ronzoni ricostruisce i tratti dell'alpinismo praticato da don Ratti, col suo "impareggiabile amico e ormai vecchio compagno di escursioni alpine" Luigi Grasselli (1847-1912); e al tempo stesso lo inserisce in un quadro più vasto, quello dell'alpinismo ottocentesco nel quale un ruolo non trascurabile svolse il clero e il mondo cattolico, da Pierre Chanoux ad Amé Gorret, da Antonio Stoppani a Pier Luigi Frassati.
Il Papa anche sul soglio pontificio non dimenticò la sua antica passione se il 20 agosto 1923, scrivendo al vescovo di Annecy per proclamare san Bernardo di Mentone patrono degli alpinisti, affermò senza mezzi termini che "tra tutti gli esercizi di onesto diporto nessuno più di questo (...) può dirsi giovevole alla sanità dell'anima nonché del corpo. Mentre, col duro affaticarsi e sforzarsi per ascendere dove l'aria è più sottile e più pura si rinnovano e si rinvigoriscono le forze, avviene pure che coll'affrontare difficoltà d'ogni specie si divenga più forti pei doveri anche più ardui della vita".
A conferma del valore innanzitutto morale della pratica alpinistica, quasi sei anni dopo, commentando il 13 febbraio 1929 a studenti dell'Università Cattolica di Milano la recentissima firma dei Patti Lateranensi, Pio XI ebbe a confidare che "qualche volta siamo tentati di pensare (...) che forse a risolvere la questione ci voleva proprio un Papa alpinista, un alpinista immune da vertigini ed abituato ad affrontare le ascensioni più ardue". (paolo vian)



(©L'Osservatore Romano - 26-27 ottobre 2009)



Achille Ratti nunzio apostolico in Polonia

Diplomazia da sesto grado superiore


In occasione del novantesimo anniversario dell'ordinazione episcopale di Achille Ratti e della sua nomina a nunzio apostolico in Polonia, si è svolto a Desio un incontro nel corso del quale è stato presentato il volume Achille Ratti, il prete alpinista che diventò Papa di Domenico Flavio Ronzoni (Missaglia, Bellavite, 2009, pagine 264, euro 25) e il nunzio apostolico in Polonia ha pronunciato una prolusione della quale pubblichiamo ampi stralci.

di Józef Kowalczyk
Arcivescovo Nunzio Apostolico in Polonia

Prefetto della Biblioteca Vaticana, il prelato Achille Ratti fu nominato visitatore apostolico per la Polonia il 25 aprile 1918 con la lettera apostolica In maximis. Non aveva allora ancora esperienza diplomatica, ma possedeva altre importanti caratteristiche: competenza e autorità scientifica, padronanza del diritto canonico, talento organizzativo e capacità di prendere rapide ed opportune decisioni. Il 19 maggio 1918 lasciò Roma e, attraverso Milano, Monaco e Berlino, raggiunse Varsavia la sera del 29 maggio.
In Polonia erano noti la sua passione per l'alpinismo e i risultati conseguiti in quest'ambito, come per esempio il raggiungimento della punta Dufour (4634 metri) o la prima traversata - insieme a don Luigi Grasselli - del colle Zumstein (4450 metri) del Monte Rosa nel 1889 e la salita al Monte Bianco nel 1890 con discesa verso l'Italia per una nuova via che ancora oggi porta il nome "Via Ratti-Grasselli".
Bisogna qui ricordare che egli giunse in Polonia prima ancora della fine della prima guerra mondiale, quando il popolo polacco, dopo 123 anni di inesistenza dello stato, sperava in un prossimo riacquisto dell'indipendenza. In realtà, la ottenne l'11 novembre 1918.
All'inizio l'ambito territoriale della sua giurisdizione avrebbe dovuto comprendere solamente la metropoli di Varsavia, ovvero quello che era il Regno di Polonia - costituito nella spartizione russa del 1815, al posto del Ducato di Varsavia, come parvenza di libertà della Polonia - ma don Ratti non protestò, quando venne nominato "Visitatore Apostolico per la Polonia", poiché questo titolo, come affermò, rispondeva maggiormente alle aspirazioni dei polacchi, tendenti alla costituzione di una Polonia collegata ai territori di tre spartizioni. Egli tuttavia cercò di non evidenziare questo titolo, per evitare eventuali pretese e obiezioni da parte delle altre nazionalità e in particolar modo dei lituani. Le competenze del visitatore apostolico non comprendevano il territorio polacco, occupato in precedenza da Prussia e Austria, per i quali continuarono a essere competenti le nunziature di Vienna e di Monaco. Tuttavia alla fine della prima guerra mondiale, fedeli, ecclesiastici e vescovi - prima nella parte di territorio occupato dall'Austria (novembre 1918) e successivamente in quella sotto l'influenza della Prussia (inizio del 1919) - iniziarono a rivolgersi a Ratti come visitatore apostolico dotato di ampie competenze, con diversi tipi di problemi e anche con richieste di grazie, dispense e interventi.
Già come visitatore apostolico, s'impegnò molto per conoscere bene il Paese nel quale era stato inviato e la sua complessa situazione prima della spartizione. Dopo aver ottenuto l'autorizzazione dalle autorità occupanti tedesche e austriache a spostarsi liberamente nel Regno di Polonia, compì il primo viaggio al santuario mariano di Jasna Góra (luglio 1918), in seguito visitò la diocesi di Kielce. Nel corso dei successivi viaggi (novembre 1918), visitò le diocesi di Sandomierz, Cracovia, Lublino, Podlasie, Breslavia e Plock. Non visitò solamente la diocesi di Sejny, per la quale non ottenne l'autorizzazione dalle autorità militari tedesche. Su invito dei rappresentanti della diocesi di Chelm, che gli avevano riferito la situazione religiosa della loro regione e gli avevano chiesto aiuto, per contrastare la propaganda del rito greco cattolico condotta dalle autorità ucraine e dall'arcivescovo greco cattolico Andrzej Szeptycki, il visitatore Ratti il giorno 17 settembre 1918 giunse a Chelm. Nella chiesa locale celebrò una messa con solenne Te Deum e impartì ai partecipanti la benedizione papale. Visitò anche l'ospedale locale, il convento e la nuova scuola elementare. Nel rapporto per la Sede apostolica - basandosi sulle proprie osservazioni e sui documenti analizzati - il visitatore dichiarò non necessario, promuovere il rito greco cattolico in quella regione.
Sulla strada del ritorno, il 18 settembre 1918, Ratti si fermò a Dêblin e, su richiesta del vicario militare austriaco, celebrò una messa per i soldati e la gente del posto. Successivamente, pose particolare attenzione alle attività pastorali per i soldati. Nei primi mesi della Polonia indipendente risolse il problema piuttosto complesso, relativo alla nomina dell'ordinario militare polacco. Quando il 4 febbraio 1919 il primo ministro del governo polacco (Ignacy Jan Paderewski) chiese a Ratti il consenso per la nomina temporanea del vescovo Gall come ordinario militare, prima che si formalizzasero le relazioni diplomatiche tra la Repubblica polacca e il Vaticano, già il giorno seguente informò il primo ministro, che il Papa aveva designato il vescovo Gall come ordinario militare in Polonia, con tutte le prerogative relative a questo ruolo.
Nella relazione sulla visita apostolica nel territorio del Governatorato generale di Lublino, merita di essere evidenziata la considerazione sulle relazioni tra occupanti e la popolazione nei territori occupati dall'Austria e dalla Germania. Ratti, già all'inizio del viaggio, si accorse che esse si differenziavano in modo sostanziale. Sotto l'occupazione tedesca una barriera alta e fredda divideva occupanti da occupati, invece sotto l'occupazione austriaca, era possibile osservare dei segni chiari di benevolenza.
Alle iniziative di Ratti si deve l'accelerazione del processo di riconoscimento formale dello stato polacco, da parte della Sede apostolica. All'inizio Papa Benedetto xv avrebbe dovuto formalizzare il riconoscimento in presenza di un'apposita delegazione della Polonia. Tuttavia, a causa del ritardo dell'arrivo della delegazione a Roma, Ratti decise di non indugiare a lungo e il 30 marzo 1919, a nome della Sede apostolica, consegnò a Varsavia a Paderewski "il formale riconoscimento del rinato Stato Polacco e del suo governo".
Il 6 giugno 1919 si concluse la missione del visitatore apostolico e Ratti fu nominato primo nunzio apostolico nella rinata Polonia. Importante anche aggiungere che egli il prelato Ratti sapeva che le autorità polacche stavano appoggiando la sua designazione come nunzio apostolico. Alla luce di questa situazione già il 30 novembre 1918 pregò il segretario di Stato di inviare al suo posto, a Varsavia, qualcuno più adatto, più giovane e capace di orientarsi nelle sfumature e nei meandri delle attività diplomatiche. Tuttavia la Sede apostolica fu di altro parere e indicò proprio lui per l'adempimento di quest'incarico che presentava non comuni difficoltà. Si può pensare che proprio l'efficacia dell'attività fino a quel momento svolta da Ratti come visitatore apostolico, fece sì che Papa Benedetto xv e il suo segretario di Stato il cardinale Gasparri non avessero dubbi su chi affidare l'incarico.
Achille Ratti fu elevato alla dignità di arcivescovo titolare di Lepanto e nominato nunzio apostolico. Le lettere credenziali furono consegnate al Capo dello stato polacco, Józef Pilsudski, il 19 luglio 1919. Il 28 ottobre, nella cattedrale di Varsavia, ricevette la consacrazione episcopale dalle mani dell'arcivescovo di Varsavia Aleksander Kakowski. Come nunzio apostolico, Ratti collaborò strettamente con l'arcivescovo di Varsavia, risolse positivamente alcune "sommesse" controversie relative all'incarico di decano del corpo diplomatico, al quale aspirava il deputato francese Eugenio Pralon. Attraverso il suo intervento nei confronti del governo, l'ambasciata polacca fu promossa al rango di ambasciata di prima classe presso la Sede apostolica, e la nunziatura apostolica a Varsavia fu portata allo stesso rango delle nunziature di Vienna, Parigi e Madrid, diventando nunziatura di prima classe.
Uno dei compiti, che la Sede apostolica aveva affidato al proprio rappresentante in Polonia, era quello di tentare di regolamentare le relazioni tra Stato e Chiesa. Il principale ostacolo sulla via della normalizzazione delle relazioni tra Stato e Chiesa, era determinato dalla mancanza di una costituzione del Paese. Nonostante questo iniziarono i lavori finalizzati alla stipulazione di un concordato. Vale la pena ricordare che una delle ultime azioni del nunzio Ratti, prima di lasciare la Polonia, fu la convocazione della "Commissione Papale" il 23 maggio 1921, composta da rappresentanti dell'episcopato e ordini religiosi maschili, con l'incarico di preparare un progetto di concordato.
È poco noto che nel 1921, nel 600° anniversario della morte di Dante Alighieri, il nunzio chiese a Ulrico Hoepli, noto editore di Milano, di fornire la biblioteca universitaria di Varsavia di pubblicazioni sul sommo poeta. Hoepli spedì quindici volumi della propria casa editrice, che comprendevano i capolavori di Dante e gli studi sul poeta. Grazie a questa iniziativa, l'università di Varsavia ebbe la possibilità di partecipare alle commemorazioni dell'anno di Dante. Dopo la partenza di Ratti dalla Polonia, il rettore ed il senato accademico dell'università di Varsavia, invitarono l'uditore della nunziatura Ermenegildo Pellegrinetti, al presidio generale del comitato d'onore della Polonia (Prezydium Generalnego Polskiego Komitetu Honorowego) per commemorare Dante. Il 9 novembre 1921 il senato accademico dell'università assegnò all'arcivescovo di Milano, Ratti, il titolo di dottore honoris causa.
Il nunzio Ratti si impegnò per lo sviluppo della scienza cattolica. Tramite i suoi interventi presso il segretario di Stato e il dicastero della curia romana, fu istituita e sviluppata l'Università cattolica di Lublino (fondata nel 1918) e anche le facoltà teologiche delle università statali di Varsavia, Vilnius e Poznan. Dedicò anche molta attenzione alla vita degli ordini religiosi, e nel 1920 contribuì a istituire una nuova diocesi a Lódz, definita, nella corrispondenza con la Sede apostolica, come la Manchester polacca.
Non si dovrebbe dimenticare che dal 20 aprile al 12 dicembre 1920, il nunzio Ratti ebbe anche il ruolo di alto commissario della Chiesa dei territori plebiscitari dell'Alta Slesia, della Prussia e della Masuria. Ruolo questo molto delicato e inoltre limitato dalle numerose riserve da parte del segretario di Stato, che in realtà si esplicarono in una passiva osservazione dell'andamento della situazione. Il cardinale Gasparri suggerì indirettamente al nunzio che, nell'espletamento di una missione così delicata, avrebbe dovuto parlare e agire il meno possibile. Non ci si può meravigliare che in tale scottante situazione politica, lo svolgimento di questo ruolo, causò al nunzio Ratti, dispiaceri e incomprensioni, anche se adempì all'incarico con onestà e piena fedeltà. Durante la guerra polacco-bolscevica il nunzio fu uno dei pochi diplomatici, che rimase a Varsavia rafforzando e sollevando lo spirito dei difensori della capitale nell'agosto del 1920. Quest'atteggiamento del nunzio fu riconosciuto non soltanto dagli abitanti di Varsavia. Durante la prima seduta del parlamento del 24 settembre 1920, dopo la fine dell'invasione bolscevica, le autorità statali tramite il primo ministro, espressero pubblicamente la gratitudine alla Sede apostolica e al suo rappresentante, per il sostegno morale dato durante i giorni di maggior pericolo per la popolazione.
Il 18 aprile 1921 il segretario di Stato Gasparri, lo informò che Papa Benedetto xv, aveva intenzione di metterlo alla guida dell'arcidiocesi di Milano. La sua missione come nunzio terminò ufficialmente con la lettera papale del 16 maggio 1921. Il 4 giugno il nunzio Ratti lasciò Varsavia. Il governo polacco, avendo apprezzato i suoi meriti per la nazione, lo premiò con la medaglia dell'Aquila Bianca, a lui consegnata il 2 febbraio 1922, qualche giorno prima, (e qualcuno dice nello stesso giorno), della partenza per il conclave, nel quale fu nominato Papa.



(©L'Osservatore Romano - 26-27 ottobre 2009)