DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Una chiesa sulla montagna dove Gesù parlò delle beatitudini Israele La Domus Galileae voluta dai fondatori dei Neocatecumenali. Di Angela Pellicciari

“Beati gli afflitti”, “beati quelli che hanno fame e sete della giustizia”, beati i perseguitati “per causa mia”: sono le Beatitudini, il discorso più incredibile mai fatto da un uomo dotato di autorità. Il luogo delle beatitudini non è un posto qualsiasi per i cristiani. È anche il monte su cui Gesù aveva dato appuntamento dopo la risurrezione: ed infatti, sempre Matteo, racconta che gli undici “andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato”. Ma dove sta la montagna delle beatitudini? In tutti i principali luoghi della vita, della morte e della risurrezione di Cristo, sono state costruite nel corso dei secoli chiese e basiliche, più o meno importanti, più o meno belle. Sul monte delle beatitudini nulla (o quasi).

Ora non è più così. È stato Giovanni Paolo II, nel suo pellegrinaggio in Israele nel 2000, ad inaugurare la prima parte di quell’inusuale, grande, e modernissima costruzione, che è la Domus Galileae. Sorta su un terreno di proprietà della Custodia di Terra Santa, la Domus è stata voluta dai fondatori del Cammino neocatecumenale Kiko Argüello e Carmen Hernandez. Abbiamo chiesto a don Rino Rossi, cuore organizzatore e padre spirituale della Domus, come mai i cattolici, dopo duemila anni, abbiano deciso di costruire sul monte delle beatitudini un edificio avveniristico, chiamato Domus: “Il Cammino neocatecumenale -risponde- pone il discorso della montagna al centro della nuova evangelizzazione. Naturale che i suoi iniziatori abbiano desiderato di edificare proprio in quel punto una casa per ospitare le comunità in pellegrinaggio in Terra Santa. La Domus, però, non è un centro di accoglienza per i soli cattolici. Da quando Giovanni Paolo II ha celebrato qui un’eucarestia per 50.000 giovani del Cammino provenienti da 72 nazioni, gli israeliani sono stati incuriositi ed attratti da questa nuova realtà che hanno visto in diretta TV a reti unificate. Basti pensare che lo scorso anno sono stati più di 100.000 gli ebrei che ci hanno fatto visita». La Domus si articola su 15.000 mq: un’estensione notevole su cui sorgono, incastrati uno nell’altro, spazi diversi adibiti a funzioni diverse. Quali sono le principali destinazioni degli ambienti della Domus? «Innanzi tutto c’è il Santuario della Parola, cioè il luogo in cui si fa la scrutatio della Bibbia alla presenza del Santissimo Sacramento. Dice Gesù: scrutate le Scritture perché esse parlano di me. Poi c’è la biblioteca: al centro della sala, che è circolare ed è sovrastata da una grande calotta di cristallo, sotto una capanna di vetro è custodita un’antichissima Torah; una chiesa dominata da un’icona gigantesca di 56 mq raffigurante a colori vivissimi il giudizio universale; un auditorium per i congressi internazionali con una vista spettacolare sul lago di Tiberiade. Al centro della Domus c’è un monastero con una cappella per l’adorazione perpetua e, all’interno del monastero, un seminario missionario Redemptoris Mater (uno degli 80 seminari che il Cammino ha costruito in tutto il mondo)». Quali sono i rapporti che legano la Domus alle varie tipologie di chiese cristiane presenti in Galilea? «Il Cammino è un servizio all’evangelizzazione offerto a tutta la chiesa locale nei suoi vari riti: latino, greco-cattolico, maronita ed ortodosso. Di fatto l’ecumenismo di cui tanto si parla, da noi è una realtà della vita di tutti i giorni: sono nate comunità neocatecumenali in tutte le chiese locali, comprese le ortodosse». Quale pensa sia la ragione del successo della Domus al di là di ogni ragionevole aspettativa? «Senz’altro la bellezza. La Domus è un edificio di straordinario impatto estetico e dalla bellezza sono attratti tutti: ebrei, cristiani ed atei. Chi viene, rimane affascinato. Nella sua bimillenaria storia la chiesa ha sempre saputo che la lode a Dio va celebrata con il massimo dell’arte di cui l’uomo è capace. Dopo alcuni decenni di trascuratezza e noncuranza, Kiko e Carmen sono tornati con forza alla tradizione della bellezza cristiana. Non a caso Dostojevsky scriveva: “il mondo sarà salvato dalla bellezza”. La bellezza è Cristo».

© Copyright Il Tempo