DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Schiavitù. Di Rino Cammilleri

Rodney Stark, uno dei massimi sociologi delle religioni, fa un’interessante considerazione a proposito della schiavitù. Dopo aver dimostrato come la schiavitù fu abolita solo nel mondo cristiano e per motivi esclusivamente religiosi, osserva che nel mondo islamico è stata abolita solo di recente (nel 1962 in Arabia Saudita e nel 1981 in Mauritania) e dietro pressioni occidentali. Dal Rinascimento in avanti, diverse potenze coloniali europee deportarono schiavi neri dall’Africa «nonostante» i divieti papali. La deportazione dei neri verso il mondo islamico fu eguale in termini quantitativi se non superiore, e non conobbe mai obiezioni religiose. Finché l’impero ottomano ne ebbe la forza, esso preferì tuttavia gli schiavi bianchi (ogni quattro anni funzionari giravano per le province e prelevavano i bambini per farne giannizzeri o altro). Alcuni storici sostengono che gli schiavi fossero trattati meglio sotto l’islam. Dice Stark, però, che «è sufficiente osservare quanto poche siano le persone di discendenza africana nelle nazioni islamiche rispetto a quelle del Nuovo Mondo». La fertilità degli schiavi nel mondo islamico era estremamente bassa, «non solo a causa della frequente castrazione degli uomini, ma anche perché l’infanticidio era pratica comune nel caso di neonati che mostrassero una discendenza africana». Cfr. Rodney Stark, «A gloria di Dio. Come il cristianesimo ha prodotto le eresie, la scienza, la caccia alle streghe e la fine della schiavitù» (Lindau, pp. 400-401).

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La schiavitù nei secoli
Di Francesco Agnoli - 08/07/2011 - Storia - 160 visite - 0 commenti (attivi)
Per tanto tempo la storiografia sulla schiavitù è stata, per lo più, parziale e incompleta. Per due motivi. Da una parte perché si è privilegiato lo studio dello schiavitù praticata dagli europei e dai coloni americani in età moderna, ingenerando così in molti la convinzione che lo schiavismo sia stato un vizio tipicamente nostrano, una colpa limitata ad una sola epoca e ad alcuni singoli popoli.
Dall’altra perché gli stessi storici che, per motivi ideologici, hanno puntato i riflettori solamente sullo schiavismo europeo, nell’ambito della stessa forma mentis hanno privilegiato, rispetto ad una visione d’insieme, la ricerca di eventuali omissioni della Chiesa cattolica, sovente accusata di non essere stata “sufficientemente” contraria allo schiavismo stesso.
Per questo mi sembra necessario salutare con riconoscenza l’ennesima fatica di Rodney Stark, “A Gloria di Dio” (Lindau), che tra le altre cose tenta di proporre una visione globale dello schiavismo nella storia. Stark, sviscerando e comparando una sterminata quantità di studi, con una lucidità e una capacità di sintesi straordinarie, riassume dunque alcuni fatti fondamentali. La constatazione basilare di Stark è che lo schiavismo “è stata una caratteristica quasi universale della ‘civiltà’, ma era anche comune in un certo numero di società aborigene sufficientemente ricche da potersela permettere”.
Anche Roma e la Grecia antiche prevedevano “un uso estensivo del lavoro degli schiavi”, considerati oggetti, beni di proprietà, e come tali privi di qualsiasi diritto e sottoposti all’arbitrio più totale da parte dei padroni. Si può aggiungere, come ampiamente dimostrato da Aldo Schiavone in “Spartaco. Le armi e l’uomo”, che in epoca pagana non esisteva neppure il sospetto che la schiavitù in quanto tale fosse iniqua: i ribelli come Spartaco miravano alla propria liberazione, non certo alla condanna della schiavitù medesima, che anzi praticarono in prima persona nel breve periodo della loro libertà.
Se dalla Roma e dalla Grecia pagane ci spostiamo nell’Islam, scopriamo che i “musulmani raccoglievano un gran numero di schiavi nelle regioni slave dell’Europa, come pure europei presi prigionieri in battaglia o catturati dai pirati”; inoltre catturarono sempre grandi quantità di schiavi africani, prediligendo la cattura di donne, per gli harem e la servitù domestica, di bambini e di adulti maschi che però spesso venivano “evirati al momento della cattura o dell’acquisto”.
Anche l’Islam, come pure i popoli politeisti, non ha mai conosciuto alcun movimento abolizionista, ma ha subito, al contrario, l’abolizionismo europeo dell’Ottocento, ad opera di schiere di missionari e della marina britannica. Se ci spostiamo poi nell’ Africa animista, i fatti sono ben conosciuti dagli esperti, ma piuttosto ignoti al grande pubblico: “molte delle società africane precoloniali, se non tutte, si reggevano su sistemi schiavistici”, ed anzi, lo schiavismo europeo si innestò sempre su quello islamico ed interafricano.
Solo dopo questo sguardo d’insieme, sostiene Stark, possiamo contestualizzare e comprendere le specificità dello schiavismo europeo moderno.
Riguardo al quale si può sostenere, in sintesi, che le condizioni peggiori furono vissute dagli schiavi dei britannici “anglicani”, dal momento che gli inglesi non solo erano ferocemente sfruttatori, ma non battezzavano neppure i loro schiavi, né cercavano di convertirli, perché, in fondo, così facendo, impedivano che fossero in qualche modo accomunabili, almeno di fronte a Dio, a loro stessi.
Al contrario, ad “avere la legge schiavista più umana” era la Spagna, “seguita dalla Francia”: questo a causa della influenza esercitata dalla Chiesa cattolica, in prima linea, in generale se non sempre in particolare, nella difendere la natura umana e di creature di Dio anche degli schiavi.
Stark si sofferma su alcune bolle papali spesso trascurate, dalla Sicut Dudum di Eugenio IV (1431-1447), a quelle di Pio II, Sisto IV e Paolo III (1534-1549), in cui lo schiavismo appare una colpa suggerita agli uomini da Satana stesso, il “nemico del genere umano”. “Il problema non era che la Chiesa non condannava la schiavitù, quanto piuttosto che erano in pochi ad ascoltarla”, e che questa condanna, assente nel resto del mondo, anche dall’Inghilterra anglicana o dalla Danimarca protestante, scatenò spesso le ire e le persecuzioni nei confronti dei cattolici più coraggiosi nel difendere il diritto alla libertà.
Stark conclude analizzando con cura il movimento abolizionista ottocentesco: mette in luce la sua unicità (non è nato mai nulla di simile in nessun’altra cultura), la sua carica di idealismo e la sua origine prettamente religiosa. Tutto i leader abolizionisti ottocenteschi, americani ed inglesi in particolare, erano credenti e fondarono le loro argomentazioni su categorie evangeliche (Dio, Creazione, peccato…), e non su motivazioni filosofiche di altro tipo. Un’unica lacuna, nel preziosissimo testo di Stark: manca un’ analisi dell’ “abolizionismo” cristiano di età alto medievale, che, pur diverso da quello ottocentesco, fu però fenomeno di portata storica ben più rilevante Ne parleremo la volta prossima. continua (da Il Foglio, 7 luglio, 2011)

La meglio gioventù. Di Alessandro D'Avenia

Per parlare dei ragazzi bisogna guardarli e ascoltarli. Non in televisione, ma in carne e ossa. Da quando insegno ho sempre avvertito una certa distanza tra i ragazzi che incontravo in classe e quelli raccontati dai media. Il ragazzo che emerge dai media non è reale: come il marziano che cercando di decodificare i segnali usati dagli uomini senza conoscerli pensa che il semaforo rosso obblighi a fermarsi e mettersi le dita nel naso. La distanza tra realtà e rappresentazione ha lentamente scavato dentro di me il desiderio di raccontare il volto dei giovani che le telecamere non inquadrano. I ragazzi mi sembravano molto migliori di come ce li raccontano, ma non volevo cadere nell’errore opposto: una rappresentazione ideologica nell’altro senso. 

Posso essere felice?

Negli anni precedenti all’uscita del mio libro sono andato in giro per molte città italiane per conoscere realtà scolastiche diverse grazie all’esperienza di professore e a quella di esperto di educazione e media, punto di osservazione privilegiato per cogliere i bisogni di questa generazione. Dopo l’uscita del libro la mia possibilità di incontrare ragazzi di scuole e città diverse si è moltiplicata aldilà di ogni mia più rosea aspettativa, ed è stato uno dei doni più interessanti del libro. Sono stato in decine di scuole di tutto il Paese e ho incontrato migliaia di ragazzi, con un dispendio di energie ripagate cento volte tanto: chi sta con i giovani diventa giovane. Il libro era il punto d’appoggio su cui fare leva: durante gli incontri si partiva dal libro per raggiungere altri porti. Questo è accaduto senza forzature, perché erano i ragazzi stessi a porre domande a un interlocutore che ritenevano valido per il semplice fatto di aver parlato di certi temi in un romanzo. Ho trovato un’accoglienza sorprendente (in scuole di tutti i tipi), e spesso gli incontri si svolgevano in orario pomeridiano, a partecipazione libera: centinaia di ragazzi. Li ho visti rimanere oltre l’orario scolastico, ritardare l’orario del treno, organizzarsi affittando un pullman... per ascoltare un professore parlare di un libro. Mi chiedevo dove fosse la ragione di questa mobilitazione. La risposta era nelle loro domande: venivano per chiedere su dolore, morte, felicità, amore, sesso, Dio, fede, paura... Insomma quelle domande che ruotano attorno ai quesiti di sempre, riassunti nel grido: posso essere io felice? Percepivano nel libro uno spiraglio su un mondo desiderato. Niente muove le persone come la felicità, niente muove un ragazzo o una ragazza come la possibilità di raggiungerla.

Donare il tempo

Mi ha colpito il fatto che mentre molti adulti mi ringraziano o criticano per quello che faccio o dico, per la mia performance, i ragazzi ringraziano soprattutto per il tempo che dedico loro: «Grazie per il suo tempo» è il grazie più frequente. Così ho capito che prima ancora di giudicare i ragazzi che ho di fronte devo giudicare l’uso che faccio del mio tempo: quanto tempo dedico ai miei alunni al di fuori delle ore in classe? Tempo di quello vero: che prendi e butti via per loro. Donare tempo è l’unica forma di amore reale: Dio si è fatto tempo per regalarci il senza tempo. Il ringraziare per il tempo donato manifesta due punti forti di questa generazione: la silenziosa richiesta di ascolto da parte degli adulti (che rinfacciano loro proprio il fatto di non ascoltare, ma perché una persona ascolti deve essere prima ascoltata) e la capacità di ringraziare quando riconoscono la gratuità. Sono attratti dalla vita come dono, non come prestazione o come consumo egoistico.

Niente effetti speciali

Negli incontri non vado a fare pubblicità al mio libro, ma vado a complicare le loro vite, a spronarli, a metterli in crisi. Molti di loro escono in crisi, una crisi positiva, una benedizione, la crisi di chi scopre che può liberare delle forze imprigionate. Solo a contatto con la ricerca della verità le forze di un ragazzo si liberano, la libertà è messa in gioco. Non uso effetti speciali, solo le parole. E la parola che loro vogliono sentire non è quella che dà soluzioni, quella non l’ascoltano, ma la parola accompagnata da occhi che brillano, la parola vissuta, la parola che cerca la verità e la ama senza nascondere la fatica e gli insuccessi. Questi ragazzi hanno bisogno di persone che manifestino di non avere paura di vivere, anche se la vita fa tremare e non bisogna nasconderlo, solo così cominciano a generare la vita e si sentono spronati a farlo, nell’età in cui il loro corpo scopre di essere fatto per generarla. Ma abbiamo talmente anestetizzato la verità e virtualizzato la realtà che le verità più evidenti come il corpo, l’amore, il sesso, il dolore, la morte, la felicità, Dio... diventano allegorie ideologiche, ingabbiate in interpretazioni preconfezionate prima ancora di essere vissute, e questo vale anche in ambito cattolico.
Ho visto ragazzi creare canzoni, pezzi teatrali, balli, video ispirati al libro. Ho ascoltato confidenze disperate di ragazzi che non riuscivano a trovare un adulto a cui chiedere aiuto, ho visto ragazzi alla ricerca di un sogno diverso da ciò che si può comprare. Mi sembra di avere a che fare con una generazione che è stata generata biologicamente ma non culturalmente, e quindi è privata di un ordine simbolico e narrativo grazie al quale interpretare esperienze ed emozioni. Se manca il senso si perdono i significati. Dolore senza significato, vita senza significato, sesso senza significato... Ecco cosa cercano: una capacità di lettura della realtà, che se viene a mancare oscilla tra labilità delle emozioni (più forti sono, più mi sento vivo) e dipendenza dal più forte, dal così fan tutti (conformismo). Entrambi gli atteggiamenti scavano un pozzo di dolore nei loro cuori, una prigione interiore di noia e incertezza.

C’è bisogno di adulti

Quali le risorse da intercettare? Infinite. La loro fame è maggiore, perché più profonda. Più difficile da raggiungere perché più facilmente soddisfatta da surrogati.
Ho incontrato ragazzi che a 14 anni hanno già messo in piedi business leciti da centinaia di euro, ho incontrato ragazzi che a 16 anni hanno inventato una radio dal computer di casa loro, ho incontrato ragazzi generosi e disposti a mettersi in gioco per gli altri, se solo qualcuno sfida le loro vite e le inserisce in un orizzonte più grande. Ho incontrato anche ragazzi cinici, scettici: già arrugginiti e disincantati alla loro età, rifugiati in un mondo piccolo piccolo di affetti privati e ossessivi, droghe e disturbi di vario tipo, senza interessi o passioni, se non quelle capaci di scatenare adrenalina.
Ecco cosa mi ha scritto sul blog (profduepuntozero.it) una sedicenne: «Prova un giorno a travestirti da insegnante precario e a insegnare a una terza aziendale, dove sono tutti ragazzi che spacciano a cui non importa nulla di avere un diploma... O semplicemente nella mia classe, ghetto di ragazze popolari che arrivano la mattina strafatte di canne e dormono tutto il tempo con la testa sul banco... Prova a insegnare Dante, Boccaccio e Petrarca a dei ragazzi che non sanno cosa vuol dire amare la vita... E i professori si lasciano trasportare, un po’ come quei ragazzi, a quella stessa condizione, pensando che non ci sia più nulla da fare. Il più di volte troviamo insegnanti con poca voglia di vivere, quindi di lavorare, quindi di insegnare. Allora la domanda che sorge è se non bisogna cambiare il mondo adulto prima di voler cambiare il mondo adolescenziale, prima di lavorare sull’insegnamento lavoriamo sugli insegnanti». Accolta la provocazione le ho risposto che sono stato precario sino all’anno scorso (33 anni), che ho cambiato due volte città (Palermo, Roma, Milano), che ho cominciato a insegnare alle medie e in un doposcuola di un quartiere disastrato della mia città natale. Ho incontrato ragazzi del liceo, ma anche di istituti professionali, tecnici, nautici e chi più ne ha più ne metta, e non li ho trovati meno motivati e reattivi dei primi, anzi, gli incontri più interessanti li ho avuti proprio in questo tipo di realtà. Le ho poi chiesto spiegazione su alcune delle dinamiche autodistruttive descritte e mi ha risposto: «Non tutti sono capaci di costruire il ponte della comunicazione tra alunni e insegnanti, certi ci provano ma usando un legno scadente che si distrugge alla prima bufera. Allora si rinuncia a ricostruirlo con gli strumenti giusti e si resta bloccati ognuno dalla propria parte senza possibilità di congiunzione. A me personalmente la distanza fa paura. Fa paura a molti ragazzi. Hanno paura che nessuno in realtà possa davvero arrivare a concepire almeno in parte il loro dolore, spesso perché a casa, la famiglia non si rende conto del disagio e li abbandona emotivamente a loro stessi, così quando arrivano a scuola cercano in qualche modo di attirare una silenziosa attenzione, cercano di esternarlo con comportamenti "animali", sfogando una rabbia e una tristezza davvero spaventose. Ai ragazzi forse importa avere un diploma, il problema è che se non hanno le basi affettive indispensabili per affrontare la crescita con le sue difficoltà, non avranno le energie necessarie per arrivare a guadagnarselo. Se però sono stanchi a 16 anni e la vita ti annoia, probabilmente l’apatia affettiva li ha già svuotati e non sanno come andare avanti, con che forza e per quale scopo. I genitori sono lontani anni luce sensibilmente parlando. Allora ci provano con gli insegnanti, insomma con qualcuno che ricordi loro, e chiedono aiuto attraverso i loro comportamenti. Abbiamo pochi professori che se ne accorgono, pochi quelli che ci tengono davvero. Per questo sei l’eccezione che conferma la regola. C’è bisogno di adulti: chi c’è? Se fossi un’insegnante mi rimboccherei le maniche per fare la mia parte, non emarginando nessuno. Se fossi un’insegnante cercherei di sfruttare al meglio gli attrezzi che ho a disposizione». Io meglio non avrei saputo dirlo.

«Prof, avremo un futuro?»

La meglio gioventù c’è, ma la meglio "non-gioventù" dov’è? Il problema restiamo noi adulti e la cultura che abbiamo costruito attorno a questi ragazzi. Così mi scrive una maturanda: «La prof di italiano ci ha detto: Smettete di sognare, non ne vale la pena... perdete solo tempo... vivete con i piedi per terra perché con una generazione senza futuro e senza valori come la vostra solo vivendo razionalmente riuscirete a concludere qualcosa... Non date retta a certi professori che vi spingono a osare... a puntare in alto... a credere che ogni tanto la botta di "fortuna" arrivi per tutti... la fortuna non esiste... esistono solo raccomandazioni e raccomandati... quindi rassegnatevi...».
La misura alta del quotidiano di cui parlava il beato Karol è spazzata via.Il criterio di felicità è ridotto al successo e non alla capacità di sognare la vita che ci è stata data, accettare e trasformare il destino che abbiamo in una vita personale, vivendo per la ricerca di verità, bene e bellezza nello spazio consentito dai nostri limiti e pregi. La razionalità è pura funzione pragmatica. «Ho paura prof, tanta paura, paura di crescere, paura che la prof abbia ragione, paura di sognare. Sono demoralizzata perché mi rendo conto che forse non avremo mai davvero un futuro. È così brutto a 18 anni pensare questo...».

L’epoca delle passioni tristi


La meglio gioventù c’è, non c’è però speranza, perché le utopie si sono rivelate tali. La meglio gioventù c’è: c’è quella forte, con alle spalle famiglie forti, che stanno già costruendo il loro futuro e non aspettano altro che il tempo faccia il suo corso con chi li ha preceduti (la società italiana è una piramide rovesciata, pochi giovani portano il peso di un’Italia che invecchia). C’è la gioventù fragile, che soccombe sotto i colpi del cinismo e del disfattismo di chi spesso non vuole fare i conti con i propri fallimenti, ma anche questi cercano interlocutori per sopravvivere e a volte la loro fragilità esplode in richiami che non si possono ignorare: dipendenze, disturbi alimentari, suicidi. Sono i frutti più maturi della dittatura del relativismo. Ho sentito una professoressa dire, dopo un mio incontro: «A scuola dobbiamo seminare dubbi, non certezze». Io non semino certezze, ma voglia di vivere per la verità, il bene e la bellezza. L’alternativa non è tra dubbi e certezze, ma tra senso e non senso della vita. L’epoca delle passioni tristi (titolo di un libro che ogni educatore dovrebbe leggere) è l’epoca che ha imbrigliato le risorse migliori, perché la ricerca della verità è stata rimossa dal centro della società e delle relazioni. Non si genera vita perché si ha paura di vivere e si ha paura perché non c’è verità da seguire.
Chi paga la dittatura relativista sono quelli che per essenza sono fatti per la verità: i giovani. Le loro passioni tristi sono la nostra mancanza di vita interiore e di tempo, il nostro attaccamento alle cose prima che alle persone, la nostra fatica a donare, la nostra ebbrezza di carriere e consumi. Valgano le parole del rabbino di un romanzo di S.Zweig: «È più forte chi si aggrappa all’invisibile di chi confida nel percepibile, perché questo è effimero, quello permanente». Avremo il coraggio di tornare ad aggrapparci all’invisibile?

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Coscienza degli animali Incoscienza umana

Se il pollo vale più dell'embrione


di Giacomo Samek Lodovici
06-07-2011


Michela Brambilla, Umberto Veronesi, Dacia Maraini, Margherita Hack e Maurizio Costanzo: sono solo alcuni dei nomi altisonanti che hanno promosso il manifesto «La coscienza degli animali», che afferma che «Chi rispetta la Vita deve rispettarne ogni forma. Chi è crudele con gli animali lo è anche con gli esseri umani». E ancora: «Gli animali hanno un elevato livello di consapevolezza, coscienza, sensibilità e molti di loro hanno la capacità di sviluppare sentimenti», cosicché «Il primo diritto degli animali è il diritto alla vita». La Brambilla e Veronesi sono inoltre vegetariani e, per l’oncologo più famoso d’Italia, «Dobbiamo cominciare a trasferire i principi etici […] non far soffrire, non essere violenti e non uccidere […] anche al mondo animale».

Ora, sia chiaro: l’uomo non è il proprietario della creazione, bensì ne è l’amministratore, deve dunque prendersene cura, non deve devastarlo, deve rendere conto all’Autore del mondo. Ma questo non toglie che ne possa fare un giusto uso. Perciò, si può legittimamente discutere sul dolore inutilmente inflitto agli animali (e su cosa sia inutile si potrebbero fare molte disquisizioni opinabili), ma di sicuro è ineccepibile cibarsi di animali.

Uno dei più importanti antesignani di Brambilla & co è il filosofo Jeremy Bentham (1748-1832), secondo cui tra l’uomo e l’animale non sussiste una differenza qualitativa, perché – per questo filosofo inglese – il requisito che può tracciare dei confini tra i viventi non è la razionalità, ma la capacità di provare dolore. Per Bentham, tra l’uomo e l’animale non c’è una distinzione qualitativa, bensì solo di grado. Così, dice Bentham, «c’è stato un giorno […] in cui la maggior parte delle specie umane, sotto il nome di schiavi, veniva trattata dalla legge esattamente come lo sono ancora oggi […] le razze inferiori degli animali», ma «può arrivare il giorno in cui il resto degli animali del creato potrà accampare quei diritti di cui non si sarebbe mai potuto privarli, se non per mezzo della tirannia».

Si dirà che per Brambilla e Veronesi la differenza tra l’uomo e gli animali è anche qualitativa; ma, allora, il trattamento riservato all’uomo dev’essere enormemente diverso da quello verso gli animali: sono d’accordo Brambilla e Veronesi? In realtà, nelle loro dichiarazioni tale differenza tende a sfumare, quando essi affermano che gli animali hanno consapevolezza e coscienza. Ora, non vogliamo qui stare a fare (o chiedere loro) una definizione di questi termini. Il punto essenziale che va chiarito e tenuto fermo è il seguente: se negli animali superiori si trova una qualche forma di “intelligenza”, nondimeno essa è qualitativamente inferiore a quella umana.

Lo rileva già in modo magistrale Aristotele, nel primo libro della Politica. Infatti (rimando per approfondimenti al mio articolo Uomo e animale: così diversi…, «il Timone», 99 [2011],), l’animale si accorge solo di alcune cose, cioè solo di quelle utili/dannose, piacevoli/dolorose, pericolose/vantaggiose e le altre cose del mondo non le percepisce; per contro, l’uomo si accorge di tutte le cose e non solo di quelle che gli possono essere utili/nocive e si interroga non solo sull’utilità/nocività, ecc. delle cose, ma anche sulla loro natura, cioè si chiede: «che cos’è questa cosa?», perché vuole conoscerla anche a prescindere dalla sua eventuale utilità/dannosità, vuole conoscere anche la verità sulle cose, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto.

Inoltre, come ha scritto il filosofo Paolo Pagani, una cosa è usare oppure adattare qualcosa per farne uno strumento, come fanno sia l’uomo sia gli animali; un’altra è fabbricare strumenti, come fa solo l’uomo. È vero che nel 2000 una scimmia è stata indotta, grazie ad un lungo addestramento, a scheggiare delle pietre, ma ciò non costituisce una smentita della differenza qualitativa tra l’uomo e l’animale, bensì è un mero esempio di comportamento imitativo.

Potremmo proseguire a lungo sulla differenza qualitativa uomo-animale: dovremmo parlare di vari altri aspetti peculiari dell’uomo, come la libertà, la capacità di amare (ben diversa dalla cura animale, cfr. il mio articolo che ho già citato), il senso estetico, il senso etico, ecc.

Qui possiamo solo aggiungere che, a ben vedere, Bentham pare più conscio di una cosa che Brambilla e Veronesi non evidenziano. L’uccisione che gli animali ricevono dall’uomo di solito è meno dolorosa di quella che generalmente li coglie in mezzo agli altri animali: «La morte che ricevono da noi comunemente è, e può essere, una morte più veloce, e per questo meno dolorosa, di quella che li aspetterebbe nell’inevitabile corso della natura».

Inoltre, se la Brambilla è davvero convinta della differenza qualitativa tra l’uomo e l’animale, perché non si batte, e molto più energicamente, per la protezione degli esseri umani? Qualora per lei gli esseri umani allo stadio di embrione non fossero persone, si batta – e molto più energicamente che per gli animali – per i poveri, per gli sfruttati, per i derelitti, per gli handicappati, ecc. Se si dedicasse a questa causa, distogliendo per questo motivo parte delle sue energie e del suo tempo dalla promozione del turismo (alla cui tutela è designata Ministro della Repubblica), la elogeremmo volentieri.

Infine, un commento alla dichiarazione di Margherita Hack: «La scuola porti i bambini a vedere gli allevamenti intensivi, a sentire le urla strazianti dei vitellini o dei maialini, a verificare come un pollo cresce in gabbie in cui lo spazio per muoversi è pari a due terzi di un foglio A4». Ebbene, ci stiamo, ma ad un patto. Che la scuola italiana faccia anche vedere a tutti gli studenti il filmato “l’urlo silenzioso” (o qualcosa di analogo) in cui si vede, con gli ultrasuoni, un concepito d’uomo cercare di sfuggire, di divincolarsi, di scampare agli strumenti di un chirurgo che pratica un aborto e che lo ghermisce, lo dilania, e lo smembra. Ammesso e non concesso (ma non possiamo qui argomentare al riguardo) che l’embrione non sia persona, vale forse meno di un pollo?


Così Rodney Stark smaschera le menzogne sulla fede

di Maurizio Ormas
Tratto da Il Sussidiario.net il 29 giugno 2011

Il cristianesimo ha favorito oppure ostacolato il progresso scientifico? Ha lavorato per il superamento della schiavitù o non l’ha piuttosto giustificata o quanto meno scusata? Quanto alla caccia alle streghe, non è stato forse artefice e vittima di un’ossessione che ha provocato un numero sterminato di vittime?

In questo pregevole lavoro pubblicato solo adesso in edizione italiana – il volume era uscito negli Stati Uniti nel 2003 – l’autore, sociologo della religione, intende superare la riduzione operata da Émile Durkheim nel primo decennio del ‘900 nei confronti delle religioni in generale e dei monoteismi in particolare, in forza della quale esse consisterebbero solamente nella partecipazione a riti e rituali allo scopo di rafforzare «i vincoli fra individuo e società […] essendo il Dio solo una rappresentazione figurativa della società». Tale riduzione finì con l’imporsi nella cultura occidentale divenendo una vera e propria nuova ortodossia delle scienze sociali. Da allora la religione venne sì concepita come capace di consacrare l’ordine esistente nelle società, ma non già di produrre lei stessa implicazioni morali come sviluppo della volontà di Dei percepiti dalla sociologia come insignificanti e sostanzialmente secondari alla religione stessa.

Rodney Stark, invece, si propone di mostrare come la presenza degli Dei costituisca la sostanza del fenomeno religioso e sia il criterio ispiratore delle organizzazioni religiose. Le religioni quindi, dando corpo alla volontà del Dio in cui credono, creano civiltà; non ne sono il frutto, come affermano Durkheim e i suoi seguaci. In particolare, il Dio cristiano è all’origine della civiltà occidentale che non si spiegherebbe senza la fede nella sua onnipotenza, onniscienza e razionalità.

In questo libro l’autore prende in esame, fra gli altri, quattro fenomeni che nel bene e nel male caratterizzano la storia della cultura europea: la lotta contro le eresie, la nascita e lo sviluppo della scienza, la tragedia della caccia alle streghe e la fine della schiavitù. È la concezione cristiana del Dio unico che è logos (ragione), e di cui l’uomo è immagine, che è in grado di spiegare questi fenomeni e di rispondere ad alcuni nostri interrogativi. Fra gli altri: perché le chiese più rigorose in campo dottrinale e morale soffrono meno i colpi della secolarizzazione rispetto a quelle che si adeguano alla mentalità corrente e si arrendono alle istanze dell’opinione pubblica espressa dai media?

Secondo Stark ciò accade perché «le fedi a tensione più elevata offrono ai propri membri un’esperienza molto più appagante di quanto facciano le chiese permissive, a basso costo». Per questo si sono generati in passato e si generano nel presente movimenti di riforma religiosa che favoriscono la formazione di sette ereticali, quando non sono accolti o perché minacciano la struttura dell’organizzazione ecclesiastica o perché sono portatori di una visione incompatibile con la sua ortodossia. Stark rimanda così alla perenne dialettica fra «la chiesa del potere e la chiesa della pietà», quella che il nostro don Sturzo individua tra due correnti: la mistica e l’organizzativa che «sono perenni nella chiesa e la pervadono da un capo all’altro e dal basso in alto. […] Ma da un lato e dall’altro i limiti possono essere e sono stati sorpassati, fino all’eresia e fino alla mondanizzazione. Così l’una fa da freno e l’altra da spinta».

Ancora: perché la scienza nacque nell’Europa medievale piuttosto che in Asia, conferendo all’Europa un potere che le consentì di estendere la sua autorità politica e intellettuale al mondo intero? Sarebbe stato possibile senza la concezione di un Dio dotato di consapevolezza, razionale e onnipotente, creatore di un mondo plasmato dal suo logos e retto da leggi razionali che all’uomo è lecito e perfino doveroso indagare e scoprire?

Perché per secoli, quasi tutti gli europei istruiti hanno creduto che le loro società fossero vittime di una terribile macchinazione, quella delle “streghe”, che avrebbero giurato fedeltà a Satana e gioito nell’infliggere sofferenza, morte e distruzione al loro prossimo? Bastano a chiarire questo fenomeno le spiegazioni abitualmente fornite? Quella che crede che esistessero davvero persone vendute a Satana e intanto ammicca al fenomeno contemporaneo dei vari gruppi Wicca che aspirano ad acquisire poteri occulti e a far rinascere la stregoneria. Oppure quella che ipotizza che quelle donne soffrissero di una malattia mentale non diagnosticata o che le società a cui appartenevano fossero afflitte da follia collettiva. O quella per cui le presunte streghe fossero vittime del sessismo dei loro inquisitori che intendevano così colpire chi si sottraeva a ruoli prestabiliti nell’ambito delle relazioni sessuali. O che il tutto possa essere spiegato coi cambiamenti sociali intervenuti nell’epoca in cui si accesero più numerosi i roghi che intendevano estirparle. O che fossero l’oggetto delle ossessioni di un clero celibatario sessualmente represso – ma quale ossessione, allora, animava lo zelo dei pastori protestanti sposati quando erano loro a condannare le streghe?

Stark esamina e rifiuta queste spiegazioni e ne propone una sua: fu l’esigenza razionale di chiarire perché la magia popolare praticata prevalentemente da donne “curatrici” sembrava funzionare anche meglio della “magia della chiesa” (le preghiere, le benedizioni rituali, i pellegrinaggi, la liturgia) a spingere teologi che erano le migliori menti dell’epoca ad attribuire al satanismo la causa di tale apparente successo. Ciò fu, in sostanza, «il risultato della ragione e della logica applicate a una falsa premessa».

Quanto alla schiavitù, essa, argomenta Stark, non ebbe fine per la sua inefficienza, come una certa scuola di pensiero insegna, e «l’emancipazione non fu il risultato di un complotto capitalista» che intendeva utilizzare meglio la forza lavoro degli schiavi. La fine della schiavitù, sostiene Stark citando Vogel, «fu l’esecuzione politica di un sistema immorale all’apice del suo successo economico, voluta da persone ardenti di fervore morale» e religioso.

In questo libro provocatorio, ricco di citazioni tratte da un ampio spettro di autori (anche se prevalentemente di area anglosassone), Stark smaschera dunque la superficialità e i pregiudizi, non solo di molti storici ma di intere scuole storiografiche, e con puntigliosa ironia ne indica gli errori e i fraintendimenti non sempre involontari. Questo volume, infine, mostra con una serie sterminata di esempi come i pregiudizi ideologici delle varie scuole non solo abbiano compromesso l’imparzialità di cordate intere di storici, ma li abbiano talora indotti a forme di aperta denigrazione del cristianesimo e in particolare del cattolicesimo.

Come osserva il medievista Jeffrey Burton Russel «ciò che comunemente sappiamo su scienza, religione, stregoneria, schiavitù e sette religiose, purtroppo, è falso. Questo libro chiarirà le cose a chiunque abbia una mente abbastanza aperta per trarre degli insegnamenti dalla sua lettura».

Rodney Stark
A gloria di Dio. Come il cristianesimo ha prodotto le eresie, la scienza, la caccia alle streghe e la fine della schiavitù
Lindau - Torino - 2011 - pp. 555.

D'Avenia o Moccia: parlare d'amore?

Autore: Erica  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
domenica 3 luglio 2011

Bianca come il latte rossa come il sangue, nella rilettura di una diciottenne
TRAMA: Leo è un sedicenne come tanti: ama le chiacchiere con gli amici, il calcetto, le scorribande in motorino e vive in perfetta simbiosi con il suo iPod. Le ore passate a scuola sono uno strazio, i professori “una specie protetta che speri si estingua definitivamente”. Così, quando arriva un nuovo supplente di storia e filosofia, lui si prepara ad accoglierlo con cinismo e palline inzuppate di saliva. Ma questo giovane insegnante è diverso: una luce gli brilla negli occhi quando spiega, quando sprona gli studenti a vivere intensamente, a cercare il proprio sogno.
Leo sente in sé la forza di un leone, ma c’è un nemico che lo atterrisce: il bianco. Il bianco è l’assenza, tutto ciò che nella sua vita riguarda la privazione e la perdita è bianco. Il rosso invece è il colore dell’amore, della passione, del sangue; rosso è il colore dei capelli di Beatrice. Perché un sogno Leo ce l’ha e si chiama Beatrice, anche se lei ancora non lo sa. Leo ha anche una realtà, più vicina, e, come tutte le presenze vicine, più difficile da vedere: Silvia è la sua realtà affidabile e serena. Quando scopre che Beatrice è ammalata e che la malattia ha a che fare con quel bianco che tanto lo spaventa, Leo dovrà scavare a fondo dentro di sé, sanguinare e rinascere, per capire che i sogni non possono morire e trovare il coraggio di credere in qualcosa di più grande.

“Bianca come il latte, rossa come il sangue” non è solo il racconto di un anno di scuola; è un testo coraggioso che, attraverso il monologo di Leo, ora scanzonato e brillante, ora più intimo e tormentato, racconta cosa succede nel momento in cui nella vita di un adolescente fanno irruzione la sofferenza e lo sgomento e il mondo degli adulti sembra non aver nulla da dire.


PERCHÉ PROPRIO QUESTO TITOLO?
“Bianca come il latte, rossa come il sangue” rappresenta i due colori della vita di Leo. Imparerà a conoscerli così profondamente bene fino a quando le due parole si uniranno a dare come risultato un termine terribile perché incomprensibile agli occhi di un giovane: la leucemia. Leo, attraverso un percorso fatto di dolore darà un nuovo significato ai due colori. Il bianco non sarà più il vuoto, il nulla, l’assenza. Diventerà il colore della purezza, della pulizia, dell’innocenza, della nascita. Il rosso non sarà solo l’amore ma diventerà il colore del movimento, dell’attività e del coraggio. Il coraggio della crescita. Attraverso la realizzazione dei suoi sogni. Evitando, una volta realizzati, di vederli come spesso accade agli adulti, pieni di difetti.
PERCHÉ IL NOME BEATRICE?
Lo scrittore ha scelto il nome Beatrice per vari motivi.
Innanzitutto voleva ancorare la sua storia ad un testo che ama e che gli ha cambiato la vita, e che secondo lui troppo pochi leggono (La Divina Commedia ovviamente).
Voleva che la sua Beatrice fosse un personaggio di confine tra terra e cielo, come è stata per Dante. Senz’altro nel romanzo Leo idealizza Beatrice, ma Beatrice è la realtà, non un’idea di donna. La sfida che D’Avenia ha cercato di affrontare è stata quella di raccontare che a volte il paradiso si nasconde nella realtà anche più incomprensibile e dolorosa. Beatrice porta Leo nella realtà, come accade a Dante e come accade ad ogni uomo che trovi sul suo cammino una donna vera.

In un intervista fatta allo scrittore gli viene posta la seguente domanda:
«I giovani, agli occhi degli adulti, vivono un lungo letargo che li fa apparire apatici: l’adolescenza. Leo ha una vibrazione che lo rende maturo, vivo, partecipe del mondo. È sempre necessario un passaggio attraverso il dolore per imparare?»

Alessandro risponde:
«Non è necessario il passaggio attraverso un dolore potente come quello che Leo sperimenta, ma l’adolescenza è in sé dolore in quanto fase di passaggio dal mondo magico dell’infanzia alla fatica della vita vera, piena di incertezze. Ogni rito di passaggio nella vita è doloroso, ma il dolore del transito dell’adolescenza è un dolore di “parto”: nasce una creatura nuova; un uomo e una donna capaci di affrontare l’unica vita che hanno a viso aperto».

Per lo scrittore gli adolescenti non cambiano nel profondo. Le domande, le battaglie, i sogni, le sconfitte sono le stesse di tutti gli uomini da secoli. Ciò che è cambiato è la rapidità con cui si entra in contatto con il mondo. Molti anni fa tutto era più graduale; adesso tutto ti arriva addosso subito e la quantità di messaggi confonde la possibilità di decodificarli in una età di per sé già confusa per i mutamenti personali.
Nel romanzo questo si vede nel continuo cambiare di Leo, che si lascia guidare dalle emozioni, ma a poco a poco trova la rotta...
D’Avenia ci dice dunque che occorrono parole che i ragazzi capiscano, gesti che loro apprezzino. Come ha saputo fare in quell’unica ora di supplenza in una quinta ginnasio di un liceo classico di Roma il “professore”. Delicatamente, ma anche per caso, si è intrufolato nella loro quotidianità. Rubando loro solo un’ora. Ma rendendosi comprensivo e partecipe con le sue storie, con la sua sensibilità. E sarà anche grazie all’incontro con questo professore che Leo inizierà il suo totale percorso verso il cambiamento.

Se riflettiamo un attimo, è la stessa esperienza affrontata da Dante. Come Dante conosce? Attraverso degli incontri che gli svelano ciascuno un pezzo di realtà, attraverso i diversi personaggi che lo introducono a tutti gli aspetti della vita; uomini che lo incuriosiscono e a cui lui può domandare. Fino all’ultimo incontro, nel paradiso, in cui gli sarà svelata la totalità della realtà.
Così dovremmo fare con tutto! Per esempio lo studio: se non fa parte della meravigliosa avventura della conoscenza di sé, se ognuno non fa esperienza nel quotidiano del grande viaggio di Dante, a che pro studiare? Studiare è incontrare pezzi di realtà, persone che hanno qualcosa da dire alla nostra vita! Non dobbiamo pensare che i momenti difficili, le paure, i dubbi non ci saranno mai, perché ciò è inevitabile. Lo stesso Dante, come noi, era confuso, impaurito. Ma poi ha incontrato Virgilio, Beatrice, Bernardo. Degli amici. Occorre incontrare qualcuno che ti prenda per mano e ti introduca alla conoscenza della realtà. Occorre un maestro. Qualcuno che non si sostituisca a te, ma che ti richiami, ti sostenga, che tenga sempre desto il tuo cuore. E che ti incoraggi quando sbagli, perché anche l’errore fa parte dell’avventura del conoscere! Dovremmo imparare a vedere la scuola come luogo di educazione, come luogo in cui un ragazzo è introdotto alla conoscenza di sé e della realtà.
Proprio all’inizio del viaggio nel Purgatorio, Catone si rivolge a Virgilio e lo sollecita a cingere i fianchi di Dante con un giunco; poi lo invita a lavargli il viso e gli occhi per liberarlo di tutto il sudiciume accumulato durante il viaggio all’Inferno, perché non sarebbe conveniente presentarsi a un angelo del paradiso con gli occhi offuscati dalle nebbie infernali.
In queste parole è contenuta una grande idea. Catone invita Virgilio a lavare il volto e gli occhi di Dante; lui da solo non è in grado di farlo. Ci sono sui suoi occhi delle squame, che gli impediscono di vedere chiaramente la strada che lo conduce verso la luce, la chiarezza, la realizzazione della felicità. Si sono depositate nel tempo a causa dell’abitudine al male, della distrazione, dei condizionamenti del potere, dei cattivi consiglieri. Uno non può far nulla per togliersi queste squame, il più delle volte neanche se ne accorge. Perciò viviamo così, con la vista offuscata. Ci vuole il sapone, ci vuole l’acqua. Cosa sarà mai questa saponetta, questo detergente? Chiaro, è la vera amicizia, il vero amore!
Ma come è raro oggi trovare gli amici veri, che abbiano una grande passione per noi, per il nostro destino, per il nostro bene.
E ancora più raro è trovarlo in un’ esperienza di innamoramento. Sia l’amicizia che l’amore tendono a diventare possesso, uso, strumentalizzazione dell’altro, delle proprie idee, del proprio piacere, della propria istintività.
Ci vuole una riscossa, che consiste nell’incontrare qualcuno che avendo scoperto la grandezza del proprio cuore, ami a tal punto la grandezza del nostro da dirci: alza lo sguardo, tu sei fatto per le stelle, tu sei fatto per la luce, non la luce artificiale, abbagliante della discoteca, ma la luce della verità. Ma cosa è questa verità? Un uomo che è presente! Un uomo che conosce il tuo cuore, che non ne rinnega la grandezza. Uno che scommette sul tuo cuore perché è certo che quel che tu desideri è possibile. Questo è il vero amico e il vero amore!

ALESSANDRO D’AVENIA PER ME...
Un giovane ma serio e grande uomo questo D’Avenia. Leggendo il libro sono rimasta assolutamente colpita dalle tematiche affrontate dall’autore. Non è stata la semplice storiella d’amore tra due adolescenti… Penso di non aver mai letto un libro in cui venivano sfiorati tutti gli interrogativi, i pensieri, le paure che provo anch’io, ma che provano credo anche gli adulti. Per me leggere questo romanzo è stato un vero e proprio percorso, un viaggio, che è servito a Leo, ma devo ammettere anche a me, a conoscersi davvero, a riscoprirsi piano piano e infine a rinascere. E’ riuscito a fare esperienza della morte di Beatrice e a ridare appunto al bianco e al rosso due significati più profondi e completi, diversi da quelli di partenza. Ciò che traspare dalle righe è uno scrittore, ma prima di tutto un uomo umile; si vede che ci tiene ai suoi personaggi, tanto da sembrare reali, quasi come fossero i miei compagni di classe e il mio professore. Sono sicura che qualsiasi scrittore che pubblica libri esclusivamente per far successo, guadagnare, diventare noto, non riuscirebbe a scrivere neanche un decimo di “Rossa come il sangue, bianca come il latte”. E sinceramente mi fanno solo sorridere alcuni critici che lo hanno definito “troppo semplice”. Io dico che si possono usare le parole più semplici, banali, scontate, ma quello che mi ha lasciato questo romanzo, il suo significato, è più profondo di un manuale di 2000 pagine di chissà quale autore; e il motivo è semplice: D’Avenia ha parlato della pura realtà di tutti i giorni, dei problemi che coinvolgono tutti gli uomini. Eccezionale, questo è l’aggettivo che attribuirei ad Alessandro e al suo libro!

CONFRONTO TRA ALESSANDRO D’AVENIA E FEDERICO MOCCIA
Leggendo qualche articolo in Internet molte volte ho trovato commenti di persone che associano i libri di Federico Moccia (es. “Tre metri sopra il cielo”, “Ho voglia di te”, “Amore 14”), al romanzo di D’Avenia.
A mio avviso non esiste il minimo paragone perché D’Avenia mostra di conoscere bene le inquietudini, le paure e i desideri di noi ragazzi.
Nei libri di Moccia, l’amore è solo un sentimentalismo fatto di emozioni effimere, false, vaghe, teso al reciproco possesso e alla soddisfazione sessuale. 

In questo libro si respira invece un’autenticità che permette di comprendere che l’amore, anche quello adolescenziale, è fatto d’attrazione, follia, capacità di sacrificio, offerta di sé, di lacrime, ma anche di gioia, che sprizza da tutti i pori; insomma che l’amore vero è un dono imprevisto.

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Perchè il Medioevo non è quello di Eco

di Giovanni Fighera
Tratto da La Bussola Quotidiana il 2 luglio 2011

Quando si sente parlare di Medioevo nei dibattiti televisivi, sui giornali o a scuola, fuoriesce l’inveterato luogo comune, per la verità considerato spesso quasi assunto dogmatico, di un’epoca oscurantista e buia.

È un pregiudizio che la storiografia settecentesca ha diffuso nella produzione letteraria, pamphlettistica, giornalistica e saggistica del secolo, ma i germi di questa sarcastica denuncia della decadenza dell’epoca cristiana per eccellenza hanno infestato i secoli seguenti, giungendo fino a noi.

La storiografia più recente, guidata da quella Regine Pernoud che è stata definita la «Signora Medioevo», ha sfatato questo mito negativo e molte pubblicazioni hanno iniziato a rendere merito a un’epoca di fioritura economica, tecnologica, scientifica, artistica e letteraria. Nella cultura comune, però, l’immagine dei «secoli bui» è ben lungi dal morire. La visione dominante è, infatti, quella che lo scrittore Umberto Eco ha trasmesso ne Il nome della rosa: superstizione, roghi, streghe, ignoranza, chiesa corrotta ed eresie sono gli ingredienti dominanti per un mondo di intrighi che sembra più rispondere ad esigenze costruttive di un giallo che ad un’ipotesi di ricostruzione storica veritiera. Così, anche a scuola, la pressoché totalità degli studenti conosce questo Medioevo da Nome della rosa, proprio perché gran parte del mondo dei professori continua a trasmettere nelle proprie lezioni una tale immagine preconfezionata.

Notevole è, invece, la fioritura culturale, sociale, artistica e perfino giuridica di quest’età, così come emerge attraverso le fonti di archivio spesso poco lette e studiate. Per tanti secoli, nel Medioevo, le opere rimangono anonime, sono realizzazione di bottega, appartengono ad una collettività e sono, talvolta, frutto della cooperazione di un gruppo di artigiani o di una comunità cittadina. Per tanto tempo, cioè, il valore di un’opera non è percepito tanto in relazione all’artista, bensì per il pregio tecnico, per il messaggio veicolato e per il fine che si prefigge. L’oggetto rappresentato è più importante dell’autore così che l’attenzione sia incentrata totalmente sulla rappresentazione. Si pensi, ad esempio, al teatro medioevale, quasi tutto anonimo, ma non per questo di scarso valore. L’anonimato, la «concezione collettiva dell’opera», però, più che motivi di demerito e di scarsa considerazione artistica attribuita all’opera sono sintomi della percezione dell’uomo medioevale di appartenere ad un popolo di credenti, di un sentimento religioso che sente vivo il legame col Mistero che si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. È interessante notare che, nel Medioevo, per la prima volta nella storia il popolo stesso coopera spontaneamente alla realizzazione delle grandi opere monumentali. In un contesto in cui il benessere sociale è ben lungi dal nostro, molti dedicano il proprio tempo libero gratuitamente per edificare i templi del Signore, le case del popolo di Dio, le Chiese.

La concezione organica ed unitaria della cultura tipica dell’epoca si trasfonde, così, nelle realizzazioni artistiche che comunicano il legame profondo del particolare con il Tutto, con l’Ideale, con il Mistero, con Cristo. Basterà recarsi a Perugia ad ammirare la stupefacente fontana realizzata da Nicola e Giovanni Pisano tra il 1274 e il 1278, guardare le statue dedicate ai simboli, alle virtù teologali, ai segni zodiacali per rendersi conto che l’opera d’arte medioevale risente di questo sforzo didattico ed educativo teso a sussumere le conoscenze fondamentali e ad introdurre al significato della realtà. Le cattedrali sono, così, Biblia pauperum, la Bibbia dei poveri, occasione di scoperta e di conoscenza del mondo. Le opere d’arte sono, spesso, delle summae, ovvero le enciclopedie medioevali. L’arte è, per questo, sommamente pedagogica, didattica ed educativa. L’epoca delle cattedrali che svettano verso il cielo, della musica gregoriana e polifonica, della Divina commedia, della Cappella degli Scrovegni di Giotto, delle storie di S. Francesco nella Basilica di Assisi, l’epoca di castelli e città turrite: questa è l’epoca medioevale. Chi visitando Siena o S. Gimignano, Todi o Rothenburg o. d. T. o, ancora, le meravigliose città della Provenza avrebbe il ben che minimo dubbio a sconfessare la tradizionale definizione di Medioevo come epoca buia ed oscurantista?

Il Medioevo è, invece, l’epoca del culto del bello. Grandi geni, come Dante e Giotto, hanno illuminato con lo splendore delle loro opere un’epoca che sente profondamente l’identità tra ontologia ed estetica, che avverte che la presenza del bello pervade tutta la realtà. Il Medioevo esprime quello sguardo nuovo sulla realtà che scaturisce dall’avvento di Cristo. «Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Secondo la fede cristiana, ovvero secondo quanto hanno tramandato gli apostoli, i testimoni diretti della vita di Cristo (o, meglio, degli anni della sua missione), il Logos, l’Essere, che ha le prerogative della bontà, della verità e della bellezza, si è incarnato e da allora abita in mezzo a noi. Si è presentato a noi diversamente da come ci aspettavamo. Nella povertà, nella semplicità, Cristo ha mostrato a noi il volto più profondo dell’Essere, la profondità della realtà che è amore. Ha offerto tutto se stesso per noi, morendo in croce.

Se la Bellezza si è incarnata ed abita in mezzo a noi, la sua rappresentazione non sarà più l’esito di una mente geniale, ma la testimonianza di questa storia della salvezza e della rivelazione culminata nel punto in cui l’Infinito, il Mistero, ha assunto la condizione umana e si è rivelato per la nostra redenzione. È questo il culmine della rivelazione. L’artista addirittura potrà rappresentare Dio, fatto che la tradizione ebraica escludeva, così come pure tutte le religioni e le filosofie orientali. Scrive, infatti, il teologo siriano san Giovanni Damasceno (676-749): «Perciò con fiducia io rappresento Dio non come invisibile, ma diventato visibile per la partecipazione della carne e del sangue. Io non raffiguro l’infinità visibile, ma la carne di Dio che è stata vista». Così, nell’arte figurativa il volto umano recupera una personalità, diventa individuale, non è più un’astrazione ideale, ma è espressione di una persona unica e irripetibile, nel suo dramma e nella contingenza in cui vive, piena di dignità ancor più nella sofferenza che sopporta. Il volto di Dio, che ha assunto le nostre sembianze, è ora rappresentabile in Gesù Cristo, che ha sofferto per l’uomo fino a morire in croce. Cristo è vero Dio e vero uomo: un paradosso per la saggezza antica pagana. Nell’arte classica, invece, il vertice nell’espressione artistica si raggiunge nella rappresentazione di un volto ideale, fuori dal tempo, imperturbabile, perché massima virtù è il dominio delle proprie passioni e il controllo di sé. Per raffigurare la divinità l’artista greco utilizza l’immagine di un uomo perfetto.

Nella nuova prospettiva cristiana la realtà vale in quanto tale, ma anche perché rimando alla Realtà, quella definitiva, che sta oltre il sensibile. La rappresentazione della bellezza visibile è, per questo motivo, sempre suggestiva, nel senso che «porta con sé un senso, un significato» che sta oltre: è, in questa prospettiva, potente rimando alla bellezza del Dio invisibile. La realtà è, quindi, segno e l’artista vuole, perciò, veicolare il senso profondo del reale. Per questo si può parlare di lettura figurale e simbolica della realtà. Il concetto di figura ben rappresenta la nuova mentalità cristiana. Con queste parole il grande filologo tedesco Erich Auerbach (1892–1957) descrive il concetto di interpretazione figurale: «L’interpretazione figurale stabilisce fra due fatti o persone un nesso in cui uno di essi non significa soltanto se stesso, ma significa anche altro, mentre l’altro comprende o adempie il primo. I due poli della figura sono separati nel tempo, ma si trovano entrambi nel tempo, come fatti o figure reali; essi sono contenuti entrambi […] nella corrente che è la vita storica». L’Antico Testamento è figura del Nuovo Testamento. Tutti noi, secondo tale impostazione, siamo «figura» ovvero profezia di quello che saremo, poi, nell’Aldilà, prefigurazione dello status animae post mortem, cioè della condizione della nostra anima dopo la morte.

Oltre che figurale la cultura medioevale è fortemente simbolica perché rimanda al senso globale, al tutto, all’orizzonte ultimo, al Dio creatore. Potremmo definire «simbolico» ciò che unisce il particolare con l’universale, con il tutto. Più nello specifico il simbolo consiste nell’uso di un animale, di una persona, di un oggetto per esprimere un’altra realtà più profonda. L’uso di un simbolo deve essere comprensibile e interpretabile dalle persone appartenenti alla comunità di un certo luogo e di un certo tempo. Ogni epoca ha, quindi, i suoi simboli. L’esempio che segue permetterà, forse, di capir meglio la natura simbolica della cultura e dell’arte medioevale. Se dovessimo rappresentare il mondo e la realtà con un puzzle, potremmo affermare che l’uomo medioevale possiede pochi pezzi del puzzle rispetto all’uomo d’oggi, ma ha ben chiara quale sia l’immagine da ricomporre; l’uomo medioevale ha, cioè, ben presente il significato positivo del reale. Questa certezza sulla positività della realtà proviene dalla consapevolezza del nesso inscindibile tra verità e bellezza. Presente anche nella cultura classica, questo nesso troverà, poi, nell’arte cristiana la sua formula nell’illuminante definizione di bellezza come splendore del vero.

La concezione medioevale del bello fin qui espressa trova una sua perfetta formulazione teorica nel pensiero di s. Tommaso (1225-1274) che afferma che il bello è una caratteristica dell’Essere, assieme al vero e al bene. Il bello è evidente, luminoso, trasparente nella forma, per cui si può percepire con facilità senza il procedimento analitico tipico della scienza. È dotato anche di integrità, ovvero la compiutezza in tutte le sue parti permette di cogliere la forma dell’oggetto. Infine, fondamentale per la bellezza di un’opera è la proporzione delle parti, che determina l’armonia nel suo insieme. Per s. Tommaso, bello è ciò che, visto, piace. Si rimane, quindi, affascinati e avvinti nella contemplazione della bellezza, ancor prima di conoscerla. Certo, questa attrattiva della bellezza diventa strumento di conoscenza, perché ci sprona ad una intelligenza del reale, cioè ad una «lettura in profondità» (il termine «intelligenza» deriva per l’appunto da intus legere). Il piacere estetico deriva dalla contemplazione dell’oggetto bello: è un piacere disinteressato, che non mira al possesso. Il possesso porterebbe ad un deturpamento della cosa bella e alla scomparsa dell’atteggiamento estatico che porta a goderne. Si avrebbe, così, un decadimento ovvero una corruzione del primigenio impatto che il bello produce alla sua vista.

Il bello desta una potente attrazione proprio perché richiama alla verità e alla bontà dell’Essere. È diabolico fermarsi solo al piacere che il bello produce senza metterlo in relazione con l’Essere di cui l’oggetto o la persona bella è riverbero. Il diabolico consiste, infatti, nella separazione del particolare dal significato, dall’universale. S. Tommaso arriva, poi, ad affermare che, in realtà, ogni ente è dotato delle prerogative del bello e ha, perciò, una sua intrinseca bellezza, anche se non sempre noi riusciamo a coglierla.

Sintetizzando, dunque, quanto sin qui visto a proposito dell’estetica cristiano-medioevale, possiamo, senz’altro, affermare che una delle idee centrali della sua concezione del bello è la coincidenza di verità, bontà e bellezza. La verità, nella prospettiva cristiana, porta sempre con sé l’idea del bene e coincide con una Persona, Cristo, che ha indicato la via per il nostro compimento. Secondo la lettura cristiana, però, anche l’arte classica è riverbero dell’Essere. L’artista cristiano, allora, non censura l’arte classica, anzi la rilegge, la ripropone e la reinterpreta cogliendo anche nelle opere del passato i semi di verità ivi presenti, ovvero i semi del Logos per usare un’immagine del filosofo cristiano Giustino. Così, immagini tipiche della tradizione pagana vengono, talvolta, ripresentate nella nuova arte con un significato nuovo, talvolta addirittura forzato ed erroneo. Celebre è, ad esempio, la rilettura che nel Medioevo si è proposta della IV egloga delle Bucoliche di Virgilio 70 a. C. - 19 a. C.).

La concezione amorosa dantesca e la figura di Beatrice sono tra le più efficaci espressioni della bellezza medioevale. Beatrice è bella proprio perché figura di Cristo. Si pensi alla Vita nova, opera che racconta l’inizio del cambiamento di Dante a partire dall’incontro con questa donna. La donna è, qui, miracolo, meraviglia, segno stesso del divino nella realtà, possibilità per l’uomo di elevarsi e di andare verso il cielo. Nel rapporto con la donna l’uomo ha la possibilità di realizzarsi e di compiersi. Se Cristo è la via e, nel contempo, la verità, e se Beatrice è figura di Cristo, allora anche Beatrice è via per andare a Dio. Questa è la bellissima idea sottesa alla concezione d’amore dantesca espressa nella Vita nova: la donna è «cristofora», il rapporto dell’uomo con lei è sacramentale. Certo, permane in Dante tutta la consapevolezza della possibilità di peccare e di cadere nel peccato di idolatria: rimanere troppo vicino a Beatrice, fermare lo sguardo solo su di lei è il rischio che l’uomo corre tutti i giorni e siamo invitati alla vigilanza, perché nessuna conquista è ottenuta una volta per tutte. Altrimenti, Beatrice può essere per noi la Francesca del V canto dell’Inferno.

Quella della Chiesa complice del Fascismo è una leggenda nera

Chi ne esce meglio è Don Sturzo
di Luca Negri
Tratto da L'Occidentale il 3 luglio 2011

Ci vuole ancora poco a finire etichettati come “clericofascisti”. Basta dichiararsi di destra e al contempo cattolici perché scatti l’automatismo della poco simpatica definizione da parte di chi è in possesso di una conoscenza superficiale della storia del Ventennio.

Non sono in pochi a dare per scontata una indubbia complicità del Vaticano con il regime, un legame stretto ed una precisa identità di vedute e scopi fra Pio XI, Pio XII e Mussolini. Poi c’è la prova inconfutabile: la frase tramandata dai libri di scuola ed attribuita a papa Ratti che salutava Mussolini come “uomo della Provvidenza”. Ebbene quella frase è un falso, una distorsione. Pio XI disse che “forse ci voleva un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare” per arrivare alla conciliazione fra Stato e Chiesa dopo sessant’anni di guerra nemmeno tanto sotterranea. Non proprio la stessa cosa, considerando poi quel “forse” che sparì del tutto nella stampa fascista. La riflessione del Papa, più un sospiro di sollievo che un’acclamazione del Duce, fu strumentalizzata dal regime e nacque la leggenda del pontefice pronto ad ungere con olio santo l’uomo di Predappio neanche fosse Carlo Magno nella notte di Natale dell’800 dopo Cristo.

Gran parte delle leggende e delle comode superficialità su quelle vicende sono smentite da un volume appena edito da Rizzoli, La Chiesa di Mussolini. I rapporti tra fascismo e religione. La firma è già una garanzia, dato che è quella di Giovanni Sale, padre gesuita con cattedra di Storia della Chiesa contemporanea nella Pontificia Università Gregoriana di Roma, redattore de “La Civiltà Cattolica” ed autore del fondamentale Hitler, la Santa Sede e gli ebrei (Jaka Book): poderoso volume che, basandosi su documenti inediti dell’archivio vaticano, ha demolito la “leggenda nera” che vuole Pio XII troppo tiepido nell’aiutare gli ebrei se non addirittura simpatizzante nazista. Con questo nuovo lavoro Sale, sempre con l’ausilio di documenti e non di preconcetti, analizza i rapporti fra la Chiesa cattolica e il fascismo dal primo dopoguerra fino al fatidico 1929, anno del Concordato. Le sorprese sono molte. Il soglio pontificio, infallibile sul piano dottrinale ma non su quella politico – come ogni istituzione umana – commise certo degli errori, ma non può certo essere accusato di complicità.

Chi ne esce peggio, tanto per cambiare, è proprio il preteso uomo della Provvidenza. Mussolini non ebbe mai una visione coerente sulla questione religiosa. Come suo solito, ricorda Sale, “si lasciò guidare dal fiuto politico astuto e opportunista”. Non era cristiano e tanto meno cattolico, professava una vaga spiritualità che si voleva un po’ nicciana e un po’ hegeliana. Era convinto in cuor suo che la fede nella Chiesa e in Cristo, come tutte le altre religioni, fosse una fase storicamente e psicologicamente immatura della coscienza umana. Il XX secolo avrebbe finalmente sotterrato quelle superstizioni per fare spazio al culto dello Stato forgiatore dell’Uomo Nuovo. Nell’attesa non si poteva prescindere dalla forza rappresentata dal Vaticano, soprattutto se si era intenzionati a governare l’Italia. Non potendo rivaleggiare con la Chiesa sul suo stesso campo, ritenendo gli italioti non ancora maturi per la verità, decise di venire a patti, con gran delusione di tutti i fascisti anticlericali, dei massoni che lo avevano aiutato nella conquista del potere e dei futuristi entusiasti “svaticanatori” d’Italia.

Fu così che il primitivo programma dei Fasci di combattimento, targato 1919, che pretendeva la confisca dei beni delle congregazioni religiose, fu ben presto accantonato. Mussolini era stato fin dalla gioventù un accanito mangiapreti, autore socialista di pamphlet ateistici ed eretici e di un romanzetto scandalistico di stampo anticlericale; ma quei testi diventarono quasi introvabili durante il Ventennio, fatti sparite per ordine dell’autore. Non che avesse cambiato idee, semplicemente c’erano milioni di compatrioti cattolici da non scandalizzare troppo. Se è vero che durante la sua unica visita in Vaticano, nel febbraio del 1932, non si inginocchiò né baciò la mano del pontefice, decise per mero calcolo di mettere ordine all’ingarbugliata situazione famigliare: fece battezzare moglie e figli e portò all’altare donna Rachele nel 1925, dopo vent’anni di unione civile. Per prendere le distanze dal liberalismo cavouriano si mise a dichiarare che la separazione fra Stato e Chiesa era “assurda quanto la separazione tra spirito e corpo”. In realtà voleva che lo Stato diventasse Chiesa e lui, come Duce, il suo papa.

Ma quello vero di Papa, Pio XI, cosa pensava di Mussolini? Cosa ne pensavano i gesuiti? Il peggio che si può dire è che considerarono il fascismo un male minore rispetto al bolscevismo ateo e materialista (le notizie che arrivavano dalla Russia certo non rassicuravano sul trattamento riservato ai cristiani…); almeno il movimento dei fasci non era fondato su di una dottrina strutturata e decisamente ostile. Forse era possibile emendarla, cristianizzarla; ci credettero in molti, compresi grandi intellettuali come Giuseppe Ungaretti e Giovanni Papini. Ma al Papa non sfuggiva certo il doppio gioco fascista: lusinghe alla curia romana ma bastonate e spedizioni squadriste a preti, attivisti, cooperative bianche nelle province. I gesuiti videro subito nelle camicie nere i continuatori delle politica laicista dei liberali con l’aggiunta dei metodi violenti tipici del socialismo massimalista. Insomma ci si fidò poco, anche se con i primi provvedimenti del governo Mussolini il crocefisso tornò sui muri dei luoghi pubblici.

Il Vaticano poi criticò aspramente l’istituzione dell’Opera Nazionale Balilla, denunciandone la vocazione totalitaria nel campo educativo e criticando lo Stato etico come del tutto contrario alla dottrina cattolica. Da quel tentativo di plasmare le menti giovanili riuscì almeno a salvare l’esistenza dell’Azione cattolica che rimase l’unica organizzazione di massa non assorbita nella struttura del regime e al cui interno si poté sviluppare buona parte della futura classe dirigente repubblicana. In sintesi, la Chiesa di Roma operò con realismo e ponderazione. Forse con qualche prudenza di troppo ma è bene considerare che la dottrina cattolica tradizionale insegnava l’obbedienza all’autorità civile legittimamente investita del potere pubblico.

Chi però esce meglio dalle vicende di quegli anni e dal libro di Sale che le racconta è don Luigi Sturzo. Il Partito Popolare da lui fondato nel 1919 aveva un programma economico-sociale riformatore, si ispirava alle verità cristiane ma non si definiva “partito cattolico”, non prendeva la religione “come elemento di differenziazione politica”, era indipendente e autonomo dalla gerarchia ecclesiastica e dalla organizzazioni di Azione cattolica. Si oppose alla legge Acerbo e Sturzo pagò con una violenta campagna giornalistica orchestrata dai fascisti (mentre molti militanti popolari sparsi per l’Italia assaggiarono più di un manganello). Il Ppi fu anche contrario alla ritirata sull’Aventino delle opposizioni dopo il delitto Matteotti, convinto che la violenza fosse da combattere politicamente senza lasciare campo aperto a Mussolini nelle sedi parlamentari.

Il Duce però intendeva distruggere il cattolicesimo politico per conquistare le masse al fascismo e dunque pretese l’allontanamento dello scomodo sacerdote. Roma sacrificò Sturzo, costretto ad un esilio lungo ventidue anni, ma riuscì a strappare i Patti Lateranensi. Con il Trattato internazionale fu istituita la nascita dello Stato del Vaticano (sovranità territoriale che poteva dare “l’evidenza della libertà ed indipendenza della Chiesa”) con il Concordato che regolava i rapporti fra Stato e Chiesa finiva l’epoca del laicismo istituzionale ed intransigente. Fu Mussolini a raccogliere i primi benefici della pacificazione del 1929: ebbe inizio la fase del consenso più esteso alla sua politica. Ma quando si dovette ricostruire l’Italia dopo il disastro della Seconda Guerra mondiale lui non c’era più e stava passando alla storia come unico responsabile. La Chiesa era invece ancora in piedi, nei suoi conventi e fra le mura del Vaticano aveva nascosto e protetto più di un membro del Cln romano.

L’onestà: da virtù cristiana a virtù capitalista

Normalmente si pensa ai venditori, nella migliore delle ipotesi, come dei bugiardi e nella peggiore come dei perfetti imbroglioni. In questo modo si viene a creare un’etica per l’uomo comune e un’etica per l’uomo dedito al commercio. Ha un senso, anche economico, questa distinzione? Noi crediamo di no.
Sicuramente questa distinzione non esisteva nel Medioevo, quando il mercante aveva la stessa etica degli altri cattolici. La virtù dell’onestà nell’età di mezzo si andava ad unire all’altro concetto del buon nome o della buona fame. Il mercante era onesto non solo per evitare le fiamme dell’Inferno, ma anche per avere una buona fama, per non infangare il nome della famiglia ed anzi renderlo sempre più rispettabile. L’importanza di appartenere ad una famiglia con un nome rispettabile non era solo un buon viatico per gli affari, ma era una necessità tout court.
Nel Medioevo, in cui l’analfabetismo era piuttosto diffuso, era molto importante la parola data che risultava vincolante. Per esempio l’eresia Catara che predicava l’inutilità dei giuramenti, minava alla base la stessa civiltà occidentale. Se non era possibile giurare, come ci si poteva impegnare reciprocamente, per qualsiasi interazione umana, dal vassallo che prestava fedeltà al suo signore garantendogli di accorrere in sua difesa, al semplice scambio di beni agricoli fra contadini? Quindi l’onestà da virtù cristiana diventava essenziale per il mercante per i suoi affari: chi avrebbe mai fatto affari con un mercante di cui era nota la disonestà?
L’onestà si trasforma in una virtù capitalista, con buona pace di chi pensa che il capitalismo nasca in ambiente protestante e non cattolico.
Ma l’onestà continua ad essere un valore “capitalista”? La risposta è piuttosto ovvia: si. Comprereste qualcosa da un operatore economico di cui è nota la disonestà? Tra l’altro, l’onestà ha un suo valore economico bene definito che è il valore economico che si riconosce alla marca. Tutti o quasi compreremmo una Ferrari ad occhi chiusi. Perché? Perché è un marchio affermato, ma detto in altre parole, la compreremmo perché ha una buona fama, di auto di qualità. Non ci aspettiamo di trovare difetti in una Ferrari, al contrario di altre marche. Certo nel concetto di marca c’è molto di più che solo una buona fama, c’è il concetto di stile di vita e di tutti un’altra serie di fattori più o meno ponderabili che si possono trovare in un buon manuale di marketing. Ma una marca avrebbe un valore se l’associassimo ad un’azienda disonesta? Non credo proprio.
Quella virtù dell’onestà del mercante medievale che si traduceva nella buona fama, la ritroviamo nel moderno concetto di marca. In conclusione non credo che ci possa essere un’etica negli affari diversa da quella dell’uomo comune. A lungo andare, se un operatore continua ad avere comportamenti scorretti, quanto può durare nella comunità, prima che ne venga espulso? Certo oggi il mondo è grande, non è il villaggio medievale, ma con i nuovi mezzi di comunicazione forse è ancora più piccolo. Dopotutto hanno licenziato dei dipendenti per opinioni scritte su Internet, volete che un operatore disonesto possa farla franca per sempre?
Un esempio di onestà è una famosa multinazionale alimentare: Mc Donalds. Si è cercato in tutti i modi di distruggerne la reputazione dicendone di tutti i colori e sinceramente non si capisce perché tanto odio, eppure la società è ancora qui viva e vegeta. Questo perché, sostanzialmente, la società è più o meno onesta: quando una persona si reca in un Mc Donalds si aspetta di trovare del cibo più o meno decente ad un prezzo modico e nulla più. Nessuno si aspetta dei piatti da gran gourmet o del cibo dietetico o biologico. Semplicemente Mc Donalds vende cibo economico e non pretende altro, la gente lo sa e non si fa ingannare da tante maldicenze che puntano a distruggere la società.
Queste considerazioni generali hanno delle importanti conseguenze sull’idea di creare nuove regole sempre più rigide per gli operatori di mercato. Sono proprio necessarie, se il mercato fa fuori comunque l’operatore disonesto? Qualcuno potrebbe obiettare sui costi che l’espulsione “naturale” potrebbe comportare rispetto a quella ex-legge. Il discorso però può facilmente rovesciato: quanto costa imporre nuove regole a tutti gli operatori per evitare i danni di pochi operatori disonesti? Il costo complessivo quale sarà nei due casi? E poi siamo sicuri che regole più stringenti impediscono l’agire dell’operatore disonesto?
Se pensiamo ai salvataggi delle banche, il messaggio che è passato è che non si è puniti per i propri errori. In soldoni, gli operatori che hanno sbagliato con più o meno malafede hanno ricevuto soldi pubblici!
L’idea che debba essere la legge ad espellere l’operatore disonesto parte dal presupposto che la persona non sia in grado di tutelarsi da solo e lo Stato-Mamma lo debba tutelare. Possiamo accettare questa prospettiva?
In conclusione, al di là dei costi da stimare c’è anche un problema di libertà. Ammettendo che sia meno costoso imporre delle regole rispetto al naturale decorso del mercato, siamo sicuri che non convenga sopportare quel costo in più in cambio di una maggiore libertà?
Vito Foschi

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Gli storici Mieli e Ranzato: ecco la violenza atea nella Spagna del 1936

Il noto storico, giornalista ed intellettuale laico Paolo Mieli, ex direttore deIl Corriere della Sera e attuale editorialista, ha recensito sul noto quotidiano, il libro di Gabriele Ranzato, docente ordinario di Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Pisa, intitolato “La grande paura del 1936” (Laterza 2011).

Nell’affrontare la storia della guerra civile spagnola ha spiegato come fu la sinistra comunista a permettere l’ascesa del dittatore Franco. Si è anche a lungo soffermato sull’avversione di questa area atea e anticlericale nei confronti della Chiesa. Dopo aver elencato le inevitabile colpe della Chiesa, come l’insensibilità alle aspirazioni di emancipazione delle classi subalterne, riprende le parole di Ranzato: «le sinistre spagnole misero in atto contro la Chiesa una vera e propria persecuzione religiosa».

Il 17 marzo, l’ateo Manuel Azaña scriveva al cognato: «Ho perso il conto delle località in cui hanno bruciato chiese e conventi». Allo scoppio della guerra civile erano ben 239 i luoghi di culto dati alle fiamme. Innumerevoli i roghi di quadri confessionali precedentemente accatastati nelle piazze, le violazione dei tabernacoli e delle ostie consacrate, sparse a terra per essere calpestate. Moltissimi i cadaveri di parroci e vescovi disseppelliti, la tassazione dei funeralicattolici (talvolta impedimento alla loro stessa celebrazione), il divieto per i simboli cristiani sulle tombe, laproibizione della processione pasquale, l’equiparazione della Settimana Santa a una «riunione clandestina» con conseguenti arresti, l‘impedimento delle prime comunioni dei bambini, cani lasciati liberi di scorrazzare nelle città con un crocifisso al collare. «Non occorre essere credenti - puntualizza Ranzato - per sentire e capire quanto dolore e quanto risentimento provocassero queste ferite alle coscienze religiose, cui spesso si accompagnarono altre grandi e piccole vessazioni, come il divieto o la tassazione delle immagini esposte nella pubblica via, o dei rintocchi di campana». Si passa poi a descrivere della «leggenda delle caramelle avvelenate»: si fece infatti diffondere la voce (ovviamente infondata) che suore e dame cattoliche andavano distribuendo tra i bimbi bonbon letali che avevano già prodotto un’ecatombe di bambini. Le folle di anticlericali aggredirono così monache e pie donne giudicate sospettate di aver provveduto a quegli avvelenamenti, il tutto nell’ormai consueta indifferenza delle autorità di polizia. Nella foto un cadavere di una suora arsa viva.

Secondo Mieli dunque, «la storia della Spagna negli anni che precedettero (e in parte determinarono) la Seconda guerra mondiale si comincia a scrivere soltanto ora».




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