DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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USA/ Le adozioni dei Vip sono il modo migliore per aiutare i bambini?

venerdì 3 luglio 2009

Madonna ha vinto recentemente presso la Corte di appello del Malawi la causa per l’adozione di una bambina di tre anni, il secondo bambino da lei adottato in questo paese. Il padre della bambina, James Kambewa, ha contestato l’adozione e protestato perché, afferma, la sua povertà gli impedisce di ottenere giustizia. In un precedente giudizio, la Corte aveva respinto l’adozione per un problema burocratico di residenza di Madonna.

Anche la prima adozione è stata difficile per Madonna, sia per l’opposizione del padre del bambino, sia ancora per problemi di residenza, perché la legge prevede che la famiglia adottante risieda nel paese per almeno 18 mesi. Questa regola, nel caso di Madonna, è stata cancellata in entrambi i casi. Circa le sue intenzioni, Madonna ha fatto questa dichiarazione: «Dopo che ho saputo che vi sono più di un milione di orfani in Malawi, mi è venuto il desiderio di aprire la nostra casa e di aiutare uno di questi bambini a sfuggire a una vita di estrema durezza, povertà e in molti casi di morte, e al contempo di allargare la nostra famiglia». Madonna ha anche costituito un ente di assistenza per gli orfani del Malawi, cui ha contribuito con milioni di dollari.

Quello di Madonna è solo l’ultimo caso di genitori celebri che ricorrono alla adozione internazionale. Josephine Baker fu l’antesignana con la sua “tribù arcobaleno” negli anni Cinquanta e Mia Farrow adottò, tra l’80 e il’90, dieci bambini da paesi stranieri, di cui il primo fu un orfano di guerra del Vietnam. Recentemente, Meg Ryan ha adottato una bambina cinese e Mary-Louise Parker, attrice single, un bambino africano, mentre Ewan McGregor e sua moglie Eve una bambina di quattro anni dalla Mongolia. La più famosa coppia in questo ambito è rappresentata da Angelina Jolie e Brad Pitt, che hanno bambini provenienti dalla Cambogia, Etiopia e Vietnam.


Secondo Robin Givhan del Washington Post, queste adozioni di alto profilo possono far sembrare i bambini dei “souvenir esotici”, ma occorre dire a loro merito, che molte di queste star sono coinvolte in cause globali. Per esempio, Mia Farrow è stata una ambasciatrice dell’Unicef e più recentemente si è mossa a favore della pace nel Darfur; Angelina Jolie collabora con l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati e ha donato 3 milioni di dollari a questa organizzazione.


In un recente articolo su Foreign Policy, E.J. Graff mette in discussione il possibile aspetto di strumentalizzazione delle adozioni internazionali, in un momento in cui la richiesta per adozioni è in forte aumento negli Stati Uniti, con i genitori potenziali disposti a pagare fino a 35.000 dollari per bambino. Vi sono anche «prove che in molti paesi i bambini sono sistematicamente comprati o rubati alle loro famiglie di nascita», tanto che alcuni paesi hanno sospeso le adozioni, almeno temporaneamente. All’inizio, le adozioni internazionali rappresentavano una misura di emergenza per le zone di guerra, ma attualmente il fenomeno è trainato dalla “domanda”, a sentire Kelley McCreery Bunkers , già consulente dell’Unicef in Guatemala.


Nel 2007, operatori dell’agenzia di adozioni francese L'Arche de Zoé sono stati accusati di frode dopo aver tentato di prendere orfani dal Sudan per darli in adozione a famiglie europee, che avevano pagato migliaia di dollari in anticipo. I bambini erano prevalentemente originari del Ciad, non erano in una situazione di bisogno immediato e avevano dei parenti. Il Ciad e il Darfur non consentono adozioni, in quanto i bambini sono per tradizione accolti in casa di parenti dopo la morte dei genitori.


L’associazione SOS Children's Villages del Canada ha rilasciato una dichiarazione dello stesso tenore sulla pendente adozione da parte di Madonna: «Siamo convinti che il posto migliore per i 145 milioni di orfani che vi sono nel mondo sia presso famiglie del loro paese. L’ideale è che siano allevati dalla loro famiglia allargata all’interno del loro contesto culturale. Quando questo sia impossibile, organizzazioni come la nostra cercano di procurare loro un ambiente famigliare culturalmente adeguato. L’obiettivo di SOS Children's Villages è in primo luogo di evitare che i bambini diventino orfani o vengano abbandonati. I genitori che devono affrontare crisi e povertà spesso non hanno le risorse e le capacità per curare i propri figli e il nostro programma di aiuto alle famiglie cerca proprio di potenziare le loro possibilità».


Meno conosciuto è il fatto che il regista Steven Spielberg e sua moglie hanno adottato due ragazzi afroamericani di qui e sono impegnati nello sforzo di trovare famiglie per le decine di migliaia di bambini assistiti dagli orfanotrofi di Los Angeles. Mezzo milione di bambini è attualmente affidato all’assistenza, il 20% in attesa di essere adottato, e con un terzo di neri.

La situazione di questi bambini è molto difficile, anche perché molti vengono maltrattati e non assistiti adeguatamente, nonostante le sovvenzioni dello Stato e, di solito, ci vogliono da tre a cinque anni prima che un bambino venga accolto stabilmente da una famiglia. Tra un terzo e la metà di quelli che escono all’età di 18 anni da questi enti di assistenza finisce per strada nel giro di due anni. Inoltre, si sta diffondendo la preoccupazione che le adozioni siano spinte più dal desiderio di coppie benestanti di formare la propria famiglia, e non innanzitutto dal bisogno dei bambini orfani o abbandonati di avere una famiglia cui appartenere.



© Copyright Il Sussidiario

Da oggi si possono adottare gli embrioni congelati anche in Italia

Roma. Possibilità di adottare embrioni
congelati abbandonati, così come accade
negli Stati Uniti, e attribuzione del costo
della loro crioconservazione ai centri di
procreazione medicalmente assistita: sono
queste le novità salienti contenute nella
relazione della Commissione di studio
sugli embrioni congelati, istituita nello
scorso giugno dal sottosegretario ai temi
bioetici, Eugenia Roccella, allo scopo di
“affrontare le questioni di carattere giuridico,
etico e scientifico relative alla conservazione
degli embrioni nei centri di
procreazione medicalmente assistita, e alla
formulazione del consenso informato
da parte delle coppie”. E’ confermato il divieto
assoluto di distruzione degli embrioni
non impiantati, come già prescritto dalla
legge 40. La crioconservazione può infatti
“essere interrotta solo in due casi:
quando si possa impiantare l’embrione
scongelato nell’utero della madre o comunque
di una donna disposta ad accoglierlo,
o quando sia possibile accertarne
scientificamente la morte naturale o la definitiva
perdita di vitalità come organismo”.
La commissione ribadisce inoltre
che “ogni eventuale indagine sugli embrioni
debba essere esclusivamente osservazionale
e non debba comunque avere
alcuna finalità selettiva e/o eugenetica”. Il
documento punta sulla responsabilizzazione
diretta dei centri per quanto riguarda
l’obbligo di creare il numero strettamente
necessario di embrioni per ogni impianto,
e così minimizzare il fenomeno dei
sovrannumerari. In questo senso va letta
anche la disposizione che attribuisce i costi
della loro conservazione ai centri stessi
e non alle coppie, come è avvenuto finora.
Questo particolare ha fatto immaginare
che sia definitivamente tramontato il
progetto di superbanca per gli embrioni
“orfani” avviato dall’ex ministro Girolamo
Sirchia nel 2005 presso l’ospedale Maggiore
di Milano. In realtà, la decisione in merito
sarà presa dal ministero della Salute
nei prossimi giorni. Il documento della
commissione ha avuto solo due voti contrari
su tredici. Sono quelli del biologo
Carlo Alberto Redi e del giurista Amedeo
Santosuosso, entrambi convinti che una
“donazione” alla ricerca dei sovrannumerari
sia più compatibile con il loro rispetto:
“Dietro consenso della donna e con
precise regole”, ha specificato Redi, mentre
Santosuosso sottolinea il permanere
dell’incertezza “sulla sorte da riservare ai
circa trentamila embrioni criopreservati”
in Italia. Dei quali, però, nemmeno tremila
sono da considerare davvero “orfani”,
perché degli altri sono i genitori a non
aver deciso l’abbandono.
La possibilità dell’adozione di embrioni
orfani da parte di coppie disponibili
era stata già sollecitata nel 2007 da un parere
del Comitato nazionale di bioetica. Il
quale ha trasmesso al Consiglio superiore
di sanità, che ne discuterà domani, il suo
parere su un altro tema diventato d’attualità
nelle ultime settimane, e cioè la possibilità
di donazione di reni da parte di cosiddetti
“samaritani”, cioè persone “disponibili
a dare un rene a strutture mediche
e a beneficio di sconosciuti”. Venerdì
scorso, il Cnb ha approvato a maggioranza
un documento che considera accettabile
quel tipo di donazione (contrari tre dei
componenti cattolici: Francesco D’Agostino,
Lucetta Scaraffia e Maria Luisa Di Pietro),
purché siano garantite in ogni modo
la “spontaneità, gratuità e rifiuto di qualunque
approccio a forme anche larvate o
indirette di mercato”. E purché sia assicurata
la totale assenza di contatti tra donatore
e ricevente, “analogamente a quanto
avviene in altre circostanze (assunzione
pubblica del dono di sangue o del midollo
osseo o di parte del fegato)”.

Nicoletta Tiliacos

© Copyright Il Foglio 28 aprile 2010

Bambini prima affidati e poi tolti. L'Italia dei genitori «usa e getta». Gian Antonio Stella

Spesso sono solo un «parcheggio» temporaneo. Raccolta di firme per cambiare la legge

Società

Bambini prima affidati e poi tolti
L'Italia dei genitori «usa e getta»

Spesso sono solo un «parcheggio» temporaneo. Raccolta di firme per cambiare la legge

Una scena di «salvatore questa è la vita», il film di Gian  Paolo Cugno che racconta di un professore che chiede l'affidamento di  un allievo orfano di genitori
Una scena di «salvatore questa è la vita», il film di Gian Paolo Cugno che racconta di un professore che chiede l'affidamento di un allievo orfano di genitori
MILANO — Ma vengono prima, per la legge, i diritti dei bambini abbandonati o quelli degli aspiranti genitori? È quello che ti domandi leggendo sul sito dell'associazione «La Gabbianella» la testimonianza di Claudio e Cinzia che, come scrivono, sono stati «trafitti a tradimento da una brutta storia di affido». Al centro di questa storia c'è una piccola, Micha, dalla vita travagliata: i primi due mesi (disastrosi) coi genitori naturali, poi in ospedale per denutrizione, poi in «parcheggio d'urgenza» presso una famiglia finché, al sesto mese, viene data in affido a Claudio e a sua moglie. Coi quali resterà per quindici mesi. Felici. A un certo punto, un giudice del Tribunale dei minori, evidentemente informato di come sta crescendo la piccola, chiede ai due se abbiano pensato all'adozione. Claudio e Cinzia sanno di avere qualche anno in più rispetto a quelli previsti dalla legge per chi adotta figlioletti così piccoli. Ma il giudice spiega loro che «si potrebbe procedere verso una adozione speciale/nominale».

Neanche il tempo di sperarci e arriva la doccia fredda: Micha andrà in adozione a un'altra famiglia. I due non capiscono: «Il pediatra si arrabbia quando lo informiamo, dice che dobbiamo prendere un avvocato, questa bimba ha già sofferto tanto nella sua breve vita, ora ha raggiunto un equilibrio, un ulteriore passaggio in un'altra famiglia sarebbe distruttivo. Dice che, se veramente le vogliamo bene, dobbiamo fare di tutto affinché Micha resti dov'è». Portando a sostegno varie testimonianze, cercano di spiegare al presidente del tribunale che la cosa non ha senso e potrebbe danneggiare la bimba: Risposta: «Vi ringraziamo per quello che avete fatto, l'adozione speciale è prevista in casi particolari, questa bambina ha migliori opportunità di vita, ci sono coppie che hanno una domanda di adozione da tre anni quindi con più diritti di voi». Ma come: i diritti di una coppia che desidera un figlio, per quanto diritti legittimi, vengono prima di quelli della creatura che è in ballo? Per carità, magari l'inserimento della piccola si rivelerà alla lunga positivo (l'inizio, a leggere Claudio e Cinzia, è stato traumatico), ma il tema resta: andava privilegiato il bene della bambina o i diritti degli aspiranti genitori? E non sarebbe opportuno un po' di buon senso, in casi come questi, per evitare questi traumi ai piccoli? Il guaio è che di casi così ce ne sono diversi.

Prendiamo quello di Mathias raccontato da Daniela Assembri: «Durante le feste di Natale del 2005, sono passata dagli uffici dei Servizi sociali del Comune della mia città ed ho chiesto se c'era un bambino che avesse bisogno del calore di una casa, per Natale. Avevo già avuto due esperienze di affido e in quegli uffici mi conoscevano. L'assistente sociale mi ha subito proposto un bambino nato da pochi giorni e ancora ricoverato nel reparto maternità dell'ospedale. La giovane famiglia aveva dei problemi. Ho detto di sì con entusiasmo. Mi avrebbero fatto sapere. A metà gennaio 2006 mi confermano l'affido. E così due operatrici dell'Ufficio minori mi portano a casa Mathias, avvolto in una copertina; mi danno alcuni ragguagli sul latte e sugli incontri da fare con i genitori e se ne vanno». Da quel momento, per due anni abbondanti (i due anni fondamentali per la vita di un bambino, quelli in cui impara a camminare, parlare, mangiare, giocare...) lo Stato mostra di fidarsi ciecamente della donna, che è single e vive da sola, senza un marito o un compagno. Una delega piena, totale: «Le assistenti sociali non sono mai venute a casa mia, non hanno mai visto l'ambiente di Mathias, il suo gatto, i suoi giochi, le persone che mi hanno aiutato ad allevarlo (in particolare mio fratello) o che lo hanno tenuto con tanta attenzione e affetto (i miei cari amici)». Finché il giudice decide che il bimbo «parcheggiato» dalla signora Daniela (la quale per lui ha fatto mille rinunce adattandosi all'incertezza burocratica: «Gli compro già il lettino o basterà la carrozzina? E il box? E il girello? E un seggiolino più grande per l'auto? E un nuovo passeggino? E le vacanze? E il mio ritorno al lavoro dopo la maternità? E l'eventuale iscrizione all'asilo?») va dato in adozione. A Daniela? Neanche a parlarne: Mathias le sarà anche affezionato e lei si sarà spesa l'anima per essere una buona mamma, ma santo cielo: non è sposata! Non ha un marito! Per lo Stato va bene come parcheggiatrice, non di più. Ha tirato su lei il bambino e passato lei le notti in bianco quand'era malato e gli ha insegnato lei a dire «mamma» e gli ha mostrato lei la prima volta la luna? Stia al suo posto! E poi tutte quelle domande alle assistenti sociali: cosa sarà del bambino? Dove andrà? La nuova mamma e il nuovo papà sono a posto? Gli vorranno bene? Diamine: non son mica fatti suoi! Conclusione: il piccolo viene tolto a quella che fino a quel momento è stata sua mamma praticamente senza un passaggio delle consegne: «Non ho mai incontrato la famiglia adottiva, pare che sia stata la famiglia stessa a non volermi conoscere».

È giusto così? Vale per Daniela la single, vale per famiglie tradizionali in senso pieno. Come quella, racconta il sito della Gabbianella (www.lagabbianella.org) che accolse la piccola A. e i suoi fratellini: una coppia con «ben cinque figli naturali, che per undici anni ha accolto in affidamento dei bambini, accompagnandoli poi verso altre famiglie adottive o nella loro stessa famiglia naturale». Anche questi genitori «usa e getta»: utilizzati dallo Stato per parcheggiare i tre fratellini e poi scartati per l'adozione di A. (affidata loro quando aveva meno di due mesi) nonostante il parere contrario del Tutore dei minori e del neuropsichiatra, entrambi schierati perché la bimba non venisse spostata dall'ambiente in cui era cresciuta. Per questo «La Gabbianella» presieduta da Carla Forcolin, autrice di più libri sul tema (uno per tutti: Io non posso proteggerti) ha avviato una raccolta di firme per chiedere ai parlamentari un ritocco, messo a punto dall'avvocato Lucrezia Mollica, alla legge 184/83 che regola la materia: «Qualora l'affidamento di un minore si risolva in un'adozione, a causa del mancato recupero della famiglia d'origine, vanno protetti i rapporti instauratisi nel frattempo tra affidati e membri della famiglia affidataria. Va quindi favorita la permanenza del bambino nella famiglia in cui egli già si trova; ove ciò non sia possibile, va comunque tutelato il mantenimento di un rapporto affettivo con la famiglia affidataria, nelle forme e nei modi ritenuti più opportuni dagli operatori, dopo aver ascoltato la famiglia affidataria stessa e la futura famiglia adottiva». Buon senso. Solo buon senso.



© Copyright Corriere della Sera 19 aprile 2010