DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
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Gli adolescenti. Passeranno con gli anfibi sulle nostre certezze. Costanza Miriano
Sono una mamma di un adolescente, un preadolescente e due bambine, e grazie alla mia rispettabile esperienza ho una forte, incrollabile, solida certezza: ho totalizzato fino a oggi almeno sedicimilasessanta errori educativi. E questo nella migliore delle ipotesi, cioè nell’auspicabile caso di avere sbagliato una sola volta al giorno con ciascuno dei figli. Nella realtà potrebbero essere molti di più ma preferirei non indagare.
Nonostante conosca i limiti con cui mi occupo dei figli (dopo le ansie dei primi tempi ho eletto a mio stile un’allegra trascuratezza), mi aggiro nel mondo con incoscienza. È che io so che non sono io, né lo è mio marito, il garante della riuscita della nostra prole. Il loro Padre è un altro, ed è in cielo anche la loro vera Madre. Noi siamo supplenti, con un incarico a t.d. e pure abbastanza limitato nel tempo.
Io credo infatti che non ci sia una vera e propria tecnica educativa, pur avendo comprato a chili manuali sull’educazione delle più varie ispirazioni (e a posteriori posso dire che alcuni erano non solo inutili, ma anche decisamente dannosi, ma purtroppo non ho un caminetto), se quello che si deve insegnare è la vita. Anzi, mi viene persino il dubbio che non si possa proprio insegnare nulla di veramente fondamentale, a parte allacciarsi le scarpe possibilmente del piede annesso alla scarpa, usare forchetta e coltello senza cavare occhi a fratelli, non buttare tostapane attaccati alla spina dentro vasche da bagno piene d’acqua e sorelle. Oltre, è chiaro, alla regola base della vita (mai scarpe blu con vestito marrone).
Io penso che i figli abbiano soprattutto diritto e bisogno di due cose.
Prima di tutto vogliono essere amati. Non è scontato. Amare davvero non è facile. Vuol dire prima di tutto accettare ognuno dei figli per come è. Spettinato, puzzolente, precisino, caotico, grasso, scheletrico, antipatico, pesante o bellissimo, simpaticissimo, dolce e servizievole. Il figlio perfetto non esiste, e se è molto ordinato magari non è creativo, è simpatico ma distratto, è obbediente ma duro e giustizialista, è allegro ma capriccioso. A volte è tutte le cose insieme. A volte sa fare e dire sempre la cosa che ci fa saltare i nervi (nessuno ci conosce come loro), a volte lo vorremmo più simile a noi e riconosciamo invece in lui i difetti dell’altro genitore per i quali facciamo più fatica. Altre volte lo vorremmo diverso da noi, e ci dispiace che ci somigli nei nostri difetti, in quelli che meno vorremmo avere. Insomma, anche se persino “noi che siamo cattivi sappiamo dare cose buone ai nostri figli”, darle sempre, queste cose buone, non è affatto facile. Anche con i figli, nel caso dell’amore più istintivo e quasi animale – soprattutto per le madri – la capacità di amare davvero, con il cuore libero, capace di accogliere e di lasciare liberi, di non proiettare attese e rivendicazioni, questo amore bello, forte e pulito, questo viene solo da Dio. Solo a lui possiamo chiedere che ci insegni a guardare ai nostri figli.
Soprattutto durante gli anni dell’adolescenza, quando dovranno necessariamente andare a sperimentare la loro Babilonia, a ribellarsi, a fare le loro cavolate, a vedere se davvero quello in cui credono i loro genitori è roba buona e solida. Dovranno salire con gli anfibi sopra le nostre certezze per vedere se sono di cartongesso o di marmo, prendere a calci l’albero sotto il quale da piccoli li abbiamo portati a riposare, per vedere se è marcio dentro. In quei momenti: no panic. È tutto previsto. Passerà. Basta che reggiamo noi, e se abbiamo seminato torneranno. Arriverà un momento in cui faranno qualcosa anche se gliela abbiamo consigliata noi. Allora saranno adulti.
L’importante è che il padre rimanga a casa quando il figliol prodigo va a sperperare i suoi averi, e non si unisca alla compagnia, non vada col figlio a prostitute, rimanga a custodia della casa e non la faccia andare in malora. È il momento in cui il ragazzo se ne va con la carovana, è capitato a Maria e Giuseppe, capiterà anche a noi di stare a cercarlo per tre giorni. Aspettare in panchina, non scendere in campo, pregare per la sua felicità nella libertà, quella cosa che persino Dio ha più cara della nostra stessa salvezza.
Magari ci sono dei momenti in cui ci provoca per vedere fino a che punto possiamo volergli bene, e ancora una volta l’unica cosa da fare è alzare lo sguardo a Dio e vedere come ci ama lui. Tanto, tantissimo, anche quando facciamo delle schifezze.
La seconda cosa di cui hanno bisogno i figli è la bellezza. Sapere che la vita è una cosa bella, che vale la pena viverla nonostante tutto, sempre. Vedere in noi questa certezza, respirarla nella nostra contentezza, convincersene nella nostra fiducia.
La nostra certezza ancora una volta non può che fondarsi in Dio, perché senza di lui ho qualche dubbio sul fatto che la vita sempre valga la pena. Alla fine, dunque, quello che serve per essere buoni genitori, soprattutto nella tempesta dell’adolescenza, è quello che serve a essere santi. Esattamente lo stesso equipaggiamento. E quindi se ci preoccupiamo della nostra conversione educheremo senza nessuno sforzo aggiuntivo i nostri figli. Se vedranno che sappiamo perdere qualcosa a cui teniamo per un fratello, se vedranno che non facciamo i furbi ma anzi rischiamo pure di passare per scemi perché ci facciamo difendere dal Padre, che preghiamo seriamente, che crediamo davvero ai sacramenti, se respireranno il sacro, potranno fare tutte le esperienze che vorranno, ma torneranno a casa. Non torneranno per imparare da noi, ma da quello dal quale impariamo anche noi.
Costanza Miriano
per cinquepassi.org
Emergenza educativa tra famiglia e scuola. di Rocco Buttiglione
In che cosa consiste l’emergenza educativa del nostro tempo, sulla quale aveva tanto ha insistito Papa Benedetto XVI?
Cerchiamo di spiegarlo con un esempio che prendiamo dalla cronaca. In una scuola un insegnante ha fatto leggere a dei ragazzi di 14 anni un romanzo che contiene la storia di un amore omosessuale. Alcuni genitori si sono arrabbiati ed hanno denunciato alla autorità giudiziaria gli autori dell' esperimento. Noi non sappiamo bene come sono andati davvero i fatti. Abbiamo solo letto i resoconti dei giornali.Non pronunciamo pertanto nessun giudizio su questo caso particolare.
Partiamo da esso, semplicemente, per porre una questione di carattere generale. E’ giusto che in una scuola si legga un romanzo a contenuto omosessuale a dei ragazzini di quattordici anni senza che i genitori ne siano informati ed abbiano dato il loro assenso?
E inoltre: se io genitore dico che non voglio che mio figlio sia esposta a letture omosessuali vuole dire questo che sono omofobo o che odio gli omosessuali?
Chi ha il diritto di educare
Prima di appartenere alla scuola a allo stato mio figlio appartiene a me (più esattamente a mia moglie e a me, cioè alla famiglia). Dice San Tommaso che il bambino è contenuto nella sua famiglia “quasi in quodam utero spirituali”. In quello spazio protetto nessuno ha il diritto di raggiungerlo senza il consenso della famiglia. Il compito ed il diritto all’educazione della scuola, dello stato ed anche della Chiesa vengono dopo ed hanno un carattere sussidiario. Sussidiario in questo caso vuol dire che essi entrano in azione per aiutare e sostenere il compito educativo della famiglia ma non possono mai ed in nessun modo sostituirsi ad essa od agire in modo contrario alle sue intenzioni, ai suoi valori ed alle sue convinzioni. SanTommaso ci credeva così tanto che pensava che non fosse lecito somministrare il battesimo ad un bambino senza il consenso dei genitori. Perfino il diritto soprannaturale della Chiesa a salvare le anime si ferma davanti al diritto naturale della famiglia sul proprio bambino.
Purtroppo nel nostro tempo San Tommaso non è più una autorità universalmente riconosciuta e quindi rafforzeremo la nostra argomentazione con la autorità di Sigmund Freud, che ha il vantaggio di essere ebreo e pure ateo, quindi non sospetto di vicinanza alla Chiesa Cattolica. Freud ha inoltre il vantaggio di non dirci solo che è così ma di aiutarci anche a capire perchè è cosí. Il bambino forma la sua coscienza in un dialogo originario con la madre (e poi anche con il padre). Quando è molto piccolo il bambino non è neppure in grado di distinguere la propria identità da quella della madre. Poi, progressivamente, il bambino si separa dalla madre. Allora avviene un processo inverso: Il bambino non è più nella madre ma la madre adesso ( ed il padre) è nel bambino. ll bambino interiorizza i genitori, li sente presenti in se stesso e nel dialogo con essi sviluppa la propria individualità, la propria coscienza e la propria personalità morale. Questo dialogo è la forma prima ed originaria di educazione. Non solo e non tanto con dei discorsi ma con l'esempio ed il proprio modo di essere i genitori trasmettono ai figli i valori fondamentali che nella vita hanno riconosciuti come veri. Ha scritto una volta Platone, nella sua Settima Lettera, che le cose di maggior valore ( i valori fondamentali) non si possono scrivere sulla carta ma si scrivono, attraverso la convivenza e la partecipazione dell' uno alla vita dell' altro, nelle anime degli uomini. Questa scrittura è riservata alla famiglia se non altro perchè solo essa è in grado di svolgere questo compito. Se altri tentano di intromettersi forse riusciranno a ostacolare la famiglia nel suo compito fondamentale di trasmissione di valori ma certo non riusciranno a sostituirla.
È per questo che il compito primario della educazione, ed il diritto corrispondente, ricade sulla famiglia, che è l’unica in grado di esercitarlo.
La trasmissione dell’identità sessuale è parte fondamentale del compito educativo
L'educazione si svolge in grandissima parte attraverso l’imitazione. il bambino impara a diventare un essere umano adulto responsabile e maturo guardando al padre e la bambina guardando alla madre. Essi guardano al genitore del loro stesso sesso con gli occhi che hanno in fronte ma con un altro occhio, con un occhio interiore, guardano al padre con gli occhi della madre e viceversa. Se lo sguardo che il padre rivolge alla madre è uno sguardo innamorato esso coinvolge anche il bambino. Il bambino non ha bisogno fondamentalmente di un padre e di una madre. L’utero spirituale in cui il bambino è veramente a suo agio è l’unità, cioè l’amore del padre e della madre. Quando questo processo si compie in modo soddisfacente il bambino inscrive nel cuore il desiderio di riprodurre quella unità, un giorno, nella famiglia che fonderà. In questo modo il bambino impara ad uscire dal suo egocentrismo ed egoismo originario e si scopre fatto per una comunità umana. Se la sua è una famiglia cristiana e lui è battezzato e noi vogliamo usare il linguaggio della teologia, diremo che così il bambino impara a sviluppare una personalità “comunionale”. Tutto questo è legato strettamente con l’acquisizione di un ruolo sessuale. Guardando a mio padre, imparo insieme cosa vuol dire essere un uomo maschio, sviluppare le virtù di un uomo maschio e costruire comunità con una donna dando vita ad una famiglia. L’apprendimento delle virtù è legato strettamente con quello del ruolo sessuale. L’apprendimento del ruolo sessuale, d’altro canto, è legato a sua volta con l’apprendimento di una certa idea del ruolo sessuale opposto. San Giovanni Paolo II ha dedicato il suo primo ciclo di catechesi, dopo la sua elezione al Pontificato proprio al tema della differenza sessuale. Lo ha intitolato “Maschio e Femmina lo creò”. La differenza sessuale non è un accidente nell’ uomo ma è costitutivo della sua umanità. Siamo uomini non da soli ma insieme, in un vincolo di reciprocità che sta alla base della famiglia. Naturalmente le virtù non si esercitano solo nella famiglia. Gli archetipi che si apprendono nella vita della famiglia, si svolgono poi nelle multiformi esperienza e magari esperienze di paternità e maternità spirituale integrano o anche risanano ciò che nelle prime esperienze all' interno della famiglia si è sviluppato in modo contorto consegnando infine alla vita un individuo danneggiato. Non è mia intenzione in alcun modo dare una immagine idilliaca della famiglia. Sono ben consapevole che nella famiglia nascono anche tutte le nevrosi e le psicosi e le ombre che gravano sulla vita dell’uomo. Se il processo della educazione si compie in modo imperfetto o anche a rovescio ne derivano conseguenze drammatiche e per sostenere la persona nel suo cammino saranno necessari massicci interventi riparativi.
Nella famiglia nasce tutto il bene e tutto il male dell’uomo perchè nella famiglia nasce l’ uomo.
Rovesciamo adesso per un momento la prospettiva. Fino ad ora abbiamo guardato al processo della educazione dal punto di vista del figlio. Adesso lo guarderemo invece dal punto di vista dei genitori. I genitori hanno il compito di trasmettere ai figli i valori. Non i valori in astratto come li si possono trovare descritti in un manuale di assiologia (la teoria dei valori) ma i valori in concreto come li hanno sperimentati nella loro vita. Il modo in cui per la più gran parte di noi diventa concreta la comunione, diventa sperimentabile la dimensione comunionale dell’ esistenza, è quando ci innamoriamo. Allora rompiamo la prigione della nostra individualità egoistica e poniamo il centro della nostra esistenza non in noi stessi ma nella persona amata, oppure più esattamente al centro dello spazio che ci congiunge con la persona amata. Poi nascono i figli e quello spazio si popola ulteriormente. Questa è la grande avventura che ha dato gusto e sapore alla nostra vita e vogliamo proporla ai nostri figli. È forse la cosa più preziosa che abbiamo da trasmettere e comunicare. La trasmissione dei valori in cui consiste la educazione è connessa con la identità sessuale. Rettamente intesa la identità sessuale stessa, la femminilità o la virilità, è un valore o almeno è il supporto dei valori. Vivere la femminilità e la virilità, la maternità e la paternità sono cammini verso la verità dell’uomo.
Virilità e femminilità sono valori culturali
Oggi spesso si dice che è necessario liberarci dagli stereotipi culturali tradizionali che riguardano la sessualità. Su questo punto è importate fare chiarezza. Se si vuole dire che nel passato e anche nel presente si sono ostacolate le donne nelle carriere professionali con il pretesto di una certa visione della femminilità questo è giusto. Se ancora si vuole dire che il peso del lavoro domestico è stato scaricato in modo sproporzionato sulle spalle delle donne questo di nuovo è giusto.
Nel dibattito attuale sugli stereotipi sessuali è in gioco però molto più che questo. La femminilità come tale è trattata come uno stereotipo culturale ed un ostacolo al pieno sviluppo della personalità della donna.
La differenza fra i maschi e le femmine è segnata fondamentalmente dal fatto che il frutto del concepimento rimane con la madre. La gravidanza, il parto, l’allattamento ed il particolare legame (evidentemente diverso da quello con il padre) che questi avvenimenti vissuti insieme stabiliscono fra madre e bambino: questo è il nucleo della identità femminile. Che diventare madre comporti un dispendio eccezionale di energie emozionali e fisiche è sicuramente vero e che questo dispendio renda di per se la donna meno competitiva sul mercato del lavoro e delle professioni è certamente vero. Nella ideologia dominante la contraccezione sistematica e l’aborto sono il modo di slegare fra loro sessualità e procreazione e di liberare la donna dal destino della maternità.
La femminilità certamente è un dato culturale. Si nasce femmine ma donne si diventa. Si diventa donne, però, elaborando il dato naturale, biologico, della potenzialità di diventare madri. Nel corso della storia umana tutte le culture hanno cercato di aiutare le bambine a diventare donne assumendo la maternità come destino positivo. La nostra è la prima cultura che incita le bambine a rifiutare la maternità ed omogeneizzare la propria autoidentificazione ed il proprio orizzonte di vita a quello dei maschi.
San Tommaso direbbe che la maternità è un “bonum arduum”. Costa molta fatica ma ne vale la pena. Una sfida educativa fondamentale all’interno della sfida educativa più generale è convincere le giovani donne che vale la pena di diventare madri. Da questo, in un certo senso, dipende tutto. Se la donna sceglie la maternità sarà lei stessa a portare il maschio ad accettare la paternità come destino ed a ricostituire la famiglia.
Quando le moderne filosofie decostruzionistiche ci dicono che i ruoli sessuali non sono naturali, hanno ragione ma solo in un certo senso. La cultura non è un qualcosa di arbitrario e non può mai essere opposta alla natura. La cultura è il modo in cui l' uomo elabora il significato della natura nella quale è immerso. Il vero punto di dissenso fra noi e le filosofie decostruzionistiche è però ancora un altro. Noi crediamo che la evoluzione culturale della umanità che giunge fino a noi sia sostanzialmente positiva. I ruoli sessuali che nel corso di questa evoluzione sono stati elaborati, la femminilità e la virilità, hanno conferito senso e valore ad un numero infinito di donne e di uomini. Attraverso di essi miliardi di esseri umani sono venuti al mondo. Su di essi si è costruita la nostra letteratura, la pittura e la scultura e le arti figurative, l' insieme della nostra cultura. Possiamo porci davanti alla Beatrice di Dante o alla Primavera di Botticelli e riscaldare la nostra anima al loro cuoco se contemporaneamente poniamo nel nulla l' archetipo del femminile? Ma ancora al di là di questo come sarebbe piatta e noiosa la nostra quotidianità se non fosse illuminata dalla differenza sessuale e come darebbe vuota la nostra vita se non la avesse riempita una storia d' amore con una donna da cui poi sono nati i nostri figli.
La perdita degli archetipi della virilità e della femminilità è poi anche la causa di conseguenze sociali devastanti: non nascono più bambini ed i pochi che nascono spesso non hanno una famiglia che li accolga e li educhi. Intere grandi nazioni (fra cui l’Italia) sembrano avviate ad uscire dalla storia e non sappiamo come fare ad assicurare le pensio ni e la assistenza sanitaria degli anziani in un mondo occidentale in cui diminuisce vertiginosamente il numero dei giovani lavoratori.
La famiglia e la scuola hanno il diritto di proporre i ruoli genitoriali "tradizionali"
A conclusione di questo ragionamento diciamo che la famiglia ha il diritto di proporre ai propri figli i ruoli sessuali e genitoriali " tradizionali". Fa parte del compito educativo ed è in qualche modo precontenuto nel dinamismo proprio della esperienza educativa, anche prima di un qualunque sforzo cosciente in questo senso, che i padri trasmettano ai figli un modello di virilità e le mamme trasmettano alle figlie un modello di femminilità. La scuola non ha il diritto di interferire con la trasmissione dei valori relativi alla sessualità ed ha, se mai, il dovere di sostenere lo sforzo educativo della famiglia, e ciò per due ragioni:
In generale, come abbiamo detto, il compito di educare è della famiglia ed un intervento della scuola non coordinato con quello della famiglia può fare solo danno.
In secondo luogo esiste un interesse pubblico a che si mantengano e si rafforzino i ruoli sessuali e genitoriali " tradizionali". Attraverso questi ruoli i bambini vengono generati ed educati e gli anziani vengono sostenuti ed assistiti fino alla morte. La alleanza fra le generazioni mantiene in vita la nazione e le permette di attraversare la storia. I ruoli sessuali "tradizionali" sono orientati alla formazione della famiglia e la famiglia a sua volta svolge una funzione fondamentale di interesse pubblico che legittima il ruolo particolare che le assegna la Costituzione italiana. Questi ruoli possono essere ripensati, aggiornati, adeguati a nuove esigenze ma non possono essere messi da parte, archiviati, privati del giusto riconoscimento sociale.
Ma questo atteggiamanto non implica intolleranza verso le minoranze?
È cresciuta nelle nostre società, negli ultimi anni ed in modo totalmente legittimo, una accresciuta sensibilità verso le minoranze che rischiano di essere emarginate o di non potere esercitare liberamente i loro diritti.
Guardiamo adesso di nuovo al problema della formazione della identità sessuale dal punto di vista di un giovane omosessuale che non riesce ad accettare o comunque non vuole accettare il modello che la sua famiglia e la scuola propone. Che fare? Arrivato ad una certa età egli ha il diritto di decidere per se stesso e nessuno deve disprezzarlo o rifiutarlo per questo. Soprattutto la famiglia ha un dovere di rispetto e di accoglienza. Mia figlia è mia figlia e rimane mia figlia anche quando fa delle scelte o compie delle azioni che io non condivido o anche giudico gravemente errate. Io ho il diritto di proporre ai miei figli i miei valori ed i miei modelli di comportamento, non ho invece il diritto di imporli. I figli sottopongono l'eredità dei valori che ricevono dai genitori ad un esame critico e trattengono ciò che è confermato dalla esperienza della loro vita. A volte la trasmissione della identità sessuale non riesce per le ragioni più diverse. Questo non può essere ragione per rompere il vincolo dell’affetto e della solidarietà all’interno della famiglia. Abbiamo anche il dovere di insegnare, nella scuola, il rispetto verso gli omosessuali e dobbiamo lottare in ogni modo contro la violenza rivolta verso gli omosessuali.
Fin qui credo si possa costruire un consenso generale. Alcuni vogliono andare ancora oltre e dicono che i bambini andrebbero esposti nella scuola a modelli eterosessuali ed a modelli omosessuali su di un piede di parità. Questo non è accettabile perchè violerebbe il diritto dei genitori alla educazione dei figli ed anche ignorerebbe la posizione particolare che la Costituzione italiana riconosce alla famiglia.
Altri ancora vorrebbero eliminare dai documenti scolastici le espressioni "papà" e "mamma" sostituendole con " genitore 1" e " genitore 2" per non fare sentire in imbarazzo i bambini adottati da coppie omosessuali ( anche se, per la verità, la legge italiana non consente l' adozione alle coppie omosessuali). Ora deve essere chiaro che come una maggioranza non ha il diritto di limitare la libertà di espressione di una minoranza allo stesso modo la minoranza non ha il diritto di limitare la libertà di espressione della maggioranza. Essere minoranza non è cosa vergognosa e non si vede perchè non si debba dire a un bambino che fa parte di una minoranza se questi, in effetti, fa parte di una minoranza. I tentativi di imporre regole come quella del divieto di indicare i ruoli genitoriali sembrano esprimere più che la volontà di proteggere le minoranze una ostilità non dissimulata verso le maggioranze ed una volontà di indebolire la loro identità culturale.
Dobbiamo accettare il fatto che altri siano diversi da noi, e quindi le maggiorane devono imparare a non discriminare le minoranze. Dobbiamo però anche accettare il fatto che noi siamo diversi da altri e quindi accettare la nostra condizione di minoranza quando effettivamente in una condizione di minoranza ci veniamo a trovare.
La protezione dei diritti delle minoranze non può tradursi in una negazione del diritto della maggioranza ad esprimersi ed a manifestare la propria identità culturale.
Non c’è inoltre educazione senza proposta di un modello. In questo due elementi devono sempre essere tenuti presenti: proporre non è imporre. La libertà della persona deve sempre essere rispettata e, inoltre, il modello non sempre o forse anche raramente si realizza nella sua pienezza. Quando diciamo che la famiglia " tradizionale" è il modello che deve essere proposto nel sistema educativo sappiamo benissimo che il modello non si realizza sempre nella sua pienezza. Esistono famiglie monoparentali nelle quali uno dei genitori manca. Talvolta manca perchè è morto lasciando una vedova e degli orfani, talvolta manca perchè è andato via o perchè non c'è mai stato. La struttura familiare si organizza però, per quanto possibile, in analogia al modello originario. Anche famiglie con due genitori (adottivi) omosessuali si organizzano imitando il modello familiare originario tanto che è difficile comprenderle fuori del tentativo di imitare in qualche modo quel modello. Si dice talvolta che oggi abbiamo diversi modelli di famiglia. in realtà non è cosí: abbiamo un modello e diverse varianti imitative. Le varianti imitative vanno certo rispettate ma non possono essere messe sul medesimo piano del modello originario, se non altro perchè non svolgono la medesima funzione sociale o comunque non possono svolgerla in modo ottimale.
Una vera alternativa al modello della famiglia " tradizionale" potrebbe sorgere solo nel momento in cui fossimo in grado di separare interamente la procreazione dalla sessualità producendo dei bambini in un utero artificiale. Ma vogliamo farlo? E come educare o socializzare un essere che non ha sentito per nove mesi il battito del cuore della madre e viene al mondo senza quel legame emotivo originario che è poi la base di tutto lo sviluppo emotivo e cognitivo successivo. Forse fra non molto questo sarà tecnicamente possibile ma non tutto quello che è tecnicamente possibile è anche eticamente, umanamente e quindi anche giuridicamente accettabile. Ogni bambino ha il diritto di nascere dall’amore di un padre e di una madre e di crescere nell'amore di un padre e di una madre. Questo diritto non sempre viene rispettato ma noi abbiamo la responsabilità di fare in modo che le condizioni concrete della generazione e della educazione si avvicinino per quanto possibile a questo modello.
La Sfida educativa
La sfida educativa ha molte dimensioni. In un certo senso ogni generazione si confronta con la sfida di trasmettere alla generazione che viene dopo l' insieme dei valori che ha riconosciuto come veri. Ad ogni generazione questa sfida educativa assume una forma diversa ed una forma diversa deve assumere anche la risposta alla sfida. La verità sull' uomo è una e non cambia nel tempo. I modi però in cui questa verità può essere falsificata sono infiniti e proprio in questo consiste la sfida: rispondere alla riduzione o deformazione cui la verità nel nostro tempo è esposta.
Nel nostro tempo questa sfida è particolarmente radicale. Essa tocca la radice stessa del processo educativo: la identità sessuale che è parte fondamentale del movimento attraverso il quale il soggetto acquisisce la sua identità personale. l modo in cui ci rapportiamo alla nostra sessualità decide per buona parte del fatto che ci costruiamo una
personalità aperta alla comunione con gli altri uomini o una personalità chiusa, ripiegata su se stessa, per la quale l' altro può essere ridotto ad essere solo uno strumento per la affermazione di noi stessi.
Un livello della sfida riguarda il livello della legislazione e della comunicazione di massa. bisogna reagire al tentativo di impedire l’affermazione pubblica del modello "naturale". Di famiglia che, in Italia, è anche il modello costituzionale. Bisogna resistere alla pretesa della parificazione di tutti i modelli, cioè alla pretesa che, negli anni della formazione, il bambino e l' adolescente siano esposti a tutti i modelli possibili di orientamento sessuale su di una base di parità. Questa pretesa assume la sua forma più pericolosa quando si pretende di escludere dalla sfera della educazione qualunque proposta educativa attinente alla sessualità, magari sostituendola con una "educazione sessuale" limitata alla spiegazione del funzionamento degli organi sessuali. Non c' è vera educazione sessuale che non sia contemporaneamente educazione dell' affettività. L' affermazione di un modello deve essere accompagnata in modo esplicito dall' insegnamento del rispetto e della tolleranza per chi faccia una differente scelta di vita.
Un altro livello della sfida, più profondo e più radicale, riguarda le famiglia. Molte voci cercano di dissuadere la famiglia dall' assumere in pieno il proprio compito educativo. Occorre invece incoraggiare la famiglia a credere in se stessa ed a svolgere fino in fondo la propria funzione ed il proprio ruolo. Ciò che decide della capacità educativa della famiglia è l'amore. Si impara originariamente ad essere uomini ed ad essere donne guardando all’amore dei genitori.
Che fare in tutti quei casi nei quali i genitori non sono stati all' altezza del loro compito ed i figli presentano vite danneggiate, personalità in difficoltà. Questi casi sono tutt' altro che rari. In un certo senso essi costituiscono la generalità perchè il compito è cosí alto da eccedere le forze anche della migliore delle famiglie. Arrivato ad una certa età, inoltre, il giovane si ribella alla famiglia di origine ed inizia un riesame di tutti i valori ricevuti
per decidere cosa ci essi definitivamente fare proprio. Chi assiste ed accompagna il giovane in questa tappa della vita?
Qui incontriamo il ruolo sussidiario della scuola che integra la paternità e la maternità secondo la carne con una paternità ed una maternità spirituale. Il carisma della educazione deve certo essere coltivato con la applicazione e lo studio. Esso è tuttavia originariamente un dono di Dio che si apprende nella sequela delle grandi figure di educatori che Dio periodicamente suscita e ci fa incontrare. Si tratta di uomini e donne con una capacità di paternità e di maternità cosí potente da riparare e fare rifiorire vite danneggiate.
http://www.fedescienza.it/
Per chi suona la campanella. Le occupazioni studentesche ai tempi del Faraone
Ha fatto rumore, né poteva essere altrimenti, l’intervento su La Stampa di qualche giorno fa del sottosegretario all’Istruzione, Davide Faraone. Tema, le occupazioni studentesche, ormai diventate un appuntamento fisso di ogni stagione scolastica. Nei confronti delle quali il sottosegretario ha mostrato una certa simpatia, al punto che sarebbe ben disposto a “istituzionalizzarle”. “Il governo crede così tanto nell’autonomia scolastica – dice il sottosegretario – che pensiamo che i singoli istituti potrebbero prevedere, se lo ritenessero utile, momenti simili, di autogestione programmata, come esperienza curriculare da far fare ai ragazzi”. Oibò. Addirittura prevedere l’autogestione nei curricula? Non è un po’ troppo? Evidentemente non per Faraone, che d’altra parte di occupazioni se ne intende, visto che a suo tempo anche lui le ha fatte. “Esperienze di grande partecipazione democratica che ricordo con piacere”, dice. “In alcuni casi più formative di ore passate in classe”, aggiunge. Talmente formative da forgiare nientemeno che la classe dirigente del paese. “Chissà quanti hanno cominciato a fare politica, o vita associativa, o hanno scoperto la passione civile, proprio partendo questa esperienza. O ancora, quanti sono diventati leader di un’azienda durante un’occupazione studentesca. Anche in questi contesti si seleziona la classe dirigente”.
Premesso che sulla classe dirigente italiana, soprattutto quella formatasi durante le contestazioni, occupazioni e via protestando, ci sarebbe molto da (ri)dire, e in alcuni casi da ri-dere, il punto è un altro: che bisogno c’è di occupare quando, come hanno giustamente sottolineato i docenti del Liceo Virgilio di Roma in una lettera al Corriere, già esistono “ampie forme di partecipazione studentesca”? E soprattutto: è davvero, come dice Faraone, un momento di “grande partecipazione democratica”, o non piuttosto un gesto prepotente di una minoranza a discapito dei più, che o non sono interessati alle magnifiche sorti e progressive della scuola italiana, o pur essendolo semplicemente preferiscono comunque andare in classe e seguire le lezioni, e si vedono impediti e privati di un diritto sacrosanto, legittimo tanto (anzi direi di più) quanto quello di chi vuole protestare?
E poi, andiamo: è proprio sicuro Faraone che le occupazioni siano quei momenti idilliaci di confronto dialogo e partecipazione di cui parla, o non piuttosto aule ridotte a discariche, canne e alcool a go go, musica a tutto spiano e cazzeggio annoiato con qualche accenno di (inconcludente) discussione che di notte cede il passo ad altre forme di approfondimento? Discutere sulla scuola e su questo o quel progetto riforma non solo va bene ma è doveroso, e ben vengano argomenti e proposte da parte degli studenti. Ma al di fuori dell’orario scolastico. Prima, cari occupanti in servizio permanente effettivo, imparate come si deve a leggere, parlare articolando possibilmente frasi di senso compiuto, scrivere mettendo i congiuntivi al loro posto e fare di conto (magari senza computer), poi discutete quanto e come volete. Nel rispetto delle regole e degli altrui diritti.
Premesso che sulla classe dirigente italiana, soprattutto quella formatasi durante le contestazioni, occupazioni e via protestando, ci sarebbe molto da (ri)dire, e in alcuni casi da ri-dere, il punto è un altro: che bisogno c’è di occupare quando, come hanno giustamente sottolineato i docenti del Liceo Virgilio di Roma in una lettera al Corriere, già esistono “ampie forme di partecipazione studentesca”? E soprattutto: è davvero, come dice Faraone, un momento di “grande partecipazione democratica”, o non piuttosto un gesto prepotente di una minoranza a discapito dei più, che o non sono interessati alle magnifiche sorti e progressive della scuola italiana, o pur essendolo semplicemente preferiscono comunque andare in classe e seguire le lezioni, e si vedono impediti e privati di un diritto sacrosanto, legittimo tanto (anzi direi di più) quanto quello di chi vuole protestare?
E poi, andiamo: è proprio sicuro Faraone che le occupazioni siano quei momenti idilliaci di confronto dialogo e partecipazione di cui parla, o non piuttosto aule ridotte a discariche, canne e alcool a go go, musica a tutto spiano e cazzeggio annoiato con qualche accenno di (inconcludente) discussione che di notte cede il passo ad altre forme di approfondimento? Discutere sulla scuola e su questo o quel progetto riforma non solo va bene ma è doveroso, e ben vengano argomenti e proposte da parte degli studenti. Ma al di fuori dell’orario scolastico. Prima, cari occupanti in servizio permanente effettivo, imparate come si deve a leggere, parlare articolando possibilmente frasi di senso compiuto, scrivere mettendo i congiuntivi al loro posto e fare di conto (magari senza computer), poi discutete quanto e come volete. Nel rispetto delle regole e degli altrui diritti.
I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti
I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, che non esistono, ma di adulti che come loro e prima di loro siano affamati di verità e bellezza, di significato e di felicità. Genitori che, pur con tanti limiti e in mezzo a tanti errori, desiderano dare la vita per qualcosa di grande. (Massimo Camisasca)
Discorso alla Città nella Solennità di san Prospero
(24 novembre 2014)
Cari Amici, cari Fratelli e Sorelle,
illustri Autorità, papa Francesco, con il Sinodo straordinario dei Vescovi che si è da poco concluso, ha posto all’attenzione della Chiesa e del mondo la realtà della famiglia. Egli ritiene, come tutti noi, che la famiglia sia il cuore della Chiesa e della società. È nella famiglia, infatti, che si imparano e si vivono le dimensioni fondamentali della vita. Si impara che l’amore ci precede, entra a trasformare la nostra esistenza creando dei legami che diventano fondamentali. Nella famiglia si impara l’apertura agli altri, alla nuova vita dei figli, si impara l’importanza dell’educazione, il rispetto delle altre persone, soprattutto attraverso la scoperta che i figli non ci appartengono e che, in definitiva, noi non apparteniamo a noi stessi. In occasione della festa di san Prospero, nostro patrono, intendo dunque parlare, quest’anno, della famiglia, affrontando di essa un aspetto particolare: i figli, come dono e responsabilità. Il discorso del Vescovo in occasione della festa di san Prospero vuole parlare a tutta la Città, non per imporre una visione ideologica della vita, ma per proporre alcune osservazioni ed esperienze che possono aiutare a leggere ciò che di profondamente umano vi è nella nostra esistenza e anche ciò che va recuperato e riscoperto. Parlare della famiglia e sostenere la realtà familiare non vuol dire, da parte mia, difendere un passato, semplicemente una tradizione, qualcosa di arcaico che si vuole salvare a tutti i costi. Sostenere la famiglia vuol dire, invece, riscoprire un bene che può costituire un grande punto di costruzione per il nostro futuro. Tutti quanti siamo chiamati, perciò, a riscoprire la realtà della famiglia, a riscoprire ciò che in essa vi è di fondamentale per la vita degli uomini e ciò che può costituire un bagaglio di speranza per la nostra vita presente. Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes, ha messo in luce in modo originale il valore personale dell’amore nella famiglia (1) . Accanto al suo scopo generativo, ha messo in rilievo il bene del rapporto fra le persone, marito e moglie, genitori e figli, come una caratteristica propria della vita familiare. In questo mio discorso alla Città, desidero parlare della famiglia come luogo naturale della vita, come luogo capace di mettere al mondo un nuovo essere umano e di assicurare ad esso una stabilità di accoglienza, che solo la famiglia può dare. Sono consapevole di tutte le fragilità che sono presenti nella realtà familiare. Essa ha però dentro di sé, proprio per il patto di stabilità che la costituisce, la grande promessa di assicurare al figlio un luogo che lo aiuti a crescere adeguatamente. Parlo di tutto ciò nella consapevolezza che l’Italia è uno dei Paesi più colpiti dal fenomeno della denatalità. In meno di dieci anni, dagli anni Settanta agli anni Ottanta, siamo scesi da 900mila nascite a 300mila, per poi attestarci intorno a 550mila unità. Il progressivo cambiamento dei modelli di fecondità della popolazione italiana ha portato il livello di ricambio generazionale sotto la soglia dei due figli per donna da più di trent’anni e ciò, unitamente al progressivo invecchiamento della popolazione, ha condotto alle conseguenze drammatiche che oggi affrontiamo. Se verranno confermati i parametri di questi anni avremo una popolazione di ultra sessantacinquenni, i nonni, che se adesso supera di mezzo milione quella dei nipoti, nel 2030 potrebbe superarla di 6 milioni. Ci sono poi le ragioni economiche e sociali di questa denatalità, che sono, tra l’altro, il costo dei figli, la difficile conciliazione soprattutto tra lavoro e impegni familiari, il costo delle abitazioni e la disoccupazione giovanile.
La famiglia, luogo della generazione
Vorrei riflettere con voi, allora, su che cosa significa generare dei figli, un bene prezioso che è diventato sempre più raro nel nostro Paese. Mentre nel mondo animale esiste la riproduzione, cioè la produzione di nuovi esseri per la salvaguardia della specie, nel mondo degli uomini si parla piuttosto di generazione o di procreazione. La parola generare contiene il riferimento a un’origine, génos. La stessa parola ci collega con il genere maschile e femminile e con la genealogia, cioè con un filo che unisce generati e generandi. Il generare ha quindi a che fare con la differenza originaria, con l’uomo creato come maschio e come femmina. Nello stesso tempo nell’umano il generare non è solo un’azione in avanti — pro-creare — ma ci fa anche guardare all’indietro, al fatto che i generanti, i genitori, sono essi stessi generati, essi stessi dei figli. Noi oggi, figli del nostro tempo, viviamo in un presente dilatato, ci concepiamo spesso come se fossimo noi l’inizio assoluto della storia e dimentichiamo la inscindibilità del generare e dell’essere generati. Ogni figlio ha un nome proprio, ma ha anche un cognome, vale a dire fa parte di una storia familiare, ha una genealogia, porta su di sé i geni di molte generazioni, sia da parte della madre che da parte del padre, e ha un rapporto diretto con i nonni che spesso se ne prendono cura, soprattutto nel nostro Paese nel quale i nonni rappresentano una grande risorsa per la famiglia. L’esperienza positiva e bella delle famiglie con bambini adottati o in affido, ci aiuta a non assolutizzare tutto ciò, ma le particolari fatiche e difficoltà che deve attraversare la famiglia adottiva, anziché contraddire quanto finora affermato, ne mettono in luce l’importanza. Quando abbiamo detto che solo la famiglia genera, abbiamo voluto dire che in essa l’uomo e la donna si uniscono mettendo in comune dei patrimoni genetici e simbolici che vengono da lontano e che danno origine a un nuovo essere umano. Nel far questo capiscono che la vita che hanno donata è essa stessa un dono che hanno ricevuto. La novità che introduce nel mondo il nuovo nato è una novità assoluta, non una trasformazione di ciò che già esiste. Generare persone, dunque, è una novità universale che esiste in tutti i tempi e in tutti i luoghi della terra. Come ha scritto Hannah Arendt, «in ogni nascita un nuovo inizio appare all’interno del mondo, un mondo nuovo è virtualmente giunto all’esistenza» (2) . Questo mondo nuovo è la persona. Dire persona non è la stessa cosa che dire individuo. Noi non siamo degli esseri solitari, ma degli esseri in relazione. Come ha scritto papa Francesco nella Lumen Fidei, «la persona vive sempre in relazione. Viene da altri, appartiene ad altri, la sua vita si fa più grande nell’incontro con altri. E anche la propria conoscenza, la stessa coscienza di sé, è di tipo relazionale, ed è legata ad altri che ci hanno preceduto: in primo luogo i nostri genitori, che ci hanno dato la vita e il nome. Il linguaggio stesso, le parole con cui interpretiamo la nostra vita e la nostra realtà, ci arriva attraverso altri, preservato nella memoria viva di altri. La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande» (3) .
Il figlio: dono o diritto?
Oggi c’è poca consapevolezza della novità e del bene insito nella nuova vita che viene alla luce, lo sentiamo come un diritto più che come un dono. Un diritto degli adulti, della coppia e, a volte, addirittura del singolo, che non vuole privarsi di questa significativa esperienza. La novità della nascita, la novità della presenza di un nuovo essere umano — che viene sì dalle nostre viscere, ma è fin da subito altro da noi, è subito persona con una sua dignità — cede il passo di fronte al “bisogno” realizzativo dell’adulto. Il figlio tende a diventare il prolungamento del genitore che facilmente si rispecchia in lui e affida a lui il senso della sua vita. Diventa la sua “pre-occupazione”. La maggiore sensibilità che abbiamo oggi nei confronti dei bambini — che è sicuramente un fatto positivo — si traduce troppo spesso in forme di possesso sottile che impediscono al padre e alla madre di svolgere il loro compito educativo. Tutto ciò costituisce un’ipoteca per uno sviluppo libero del bambino.
Questo aggrapparsi degli adulti ai pochi bambini che mettono al mondo è anche il segno della fragilità della coppia che cerca la sua consistenza prevalentemente nell’intesa emotiva e poco nella responsabilità nei confronti del partner e dei figli. La famiglia ha perso così il suo ancoraggio nella coppia stabile. Oggi poi, con la messa in discussione della differenza sessuale come prerequisito della unione coniugale, la famiglia rischia non solo di perdere qualche pezzo, ma di perdere la sua stessa identità. Essa infatti si fonda sull’unione stabile tra un uomo e una donna che mettono in comune i loro corpi, i loro affetti, i significati delle loro vite che hanno ereditato dalle loro famiglie e li trasformano, secondo la loro sensibilità, coinvolgendosi in un progetto generativo.
Ripartire dalla coscienza di essere figli
Come possiamo allora riprendere questo aspetto elementare della famiglia (cioè il figlio come dono) senza smarrirci nella falsa strada del diritto degli adulti? Dobbiamo ripartire dalla condizione di figli, da questo vincolo di dipendenza che è una delle radici più profonde della condizione umana. Tutti noi siamo figli, tutti i bambini sono figli. Il figlio rimanda, esige i suoi genitori e la sua genealogia. Questo è il suo diritto fondamentale: che venga riconosciuto come figlio, che venga riconosciuto il suo luogo generativo, che gli sia garantita una vita famigliare, come sta scritto nella Convenzione sui diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite del 1989. Il figlio più difficilmente costruirà la propria identità quando non può vivere, attraverso la sua condizione di figlio, in stretta relazione con chi l’ha generato. Il diritto del bambino-figlio ad avere una famiglia è un diritto, dunque, di identità. Tale diritto, purtroppo, a volte è “tradito” dalla pretesa dei genitori di avere “un figlio a tutti i costi”, ed è ricercato anche attraverso strade, come la fecondazione eterologa o l’utero in affitto, che rendono problematico per il figlio conoscere le sue origini. Nascere con un vuoto di origine alle spalle, non sapendo chi è il padre o la madre o sapendo che il padre ha il volto anonimo di chi ha dato il seme e la madre l’utero, è una verità drammatica per il figlio (4) . I vuoti relativamente alle origini si traducono in lacune gravi dell’identità perché rendono impossibile la narrazione della propria storia personale. Ma anche gli adulti che si mettono su questa pericolosa china fatta di diritto, possesso e controllo del figlio perdono un aspetto fondamentale dell’esperienza: il fatto che il figlio è un dono, un inatteso, una sorpresa. È la vita stessa dei figli, nei suoi caratteri di novità e imprevedibilità, che smentisce l’illusione del controllo e che richiama i genitori ad un atteggiamento di servizio umile e gratuito nei confronti della vita. Come dice san Giovanni Paolo II nella Lettera alle Famiglie: «Il bambino fa di sé un dono ai fratelli, alle sorelle, ai genitori, all’intera famiglia. La sua vita diventa dono per gli stessi donatori della vita, i quali non potranno non sentire la presenza del figlio, la sua partecipazione alla loro esistenza, il suo apporto al bene comune loro e della comunità familiare» (5).
Il figlio come “compito”
Il dono del figlio è contemporaneamente un compito per i genitori. Si apre qui il grande tema dell’educazione. Il figlio deve essere condotto responsabilmente e amorevolmente lungo l’itinerario che dall’infanzia porta alle soglie della maturità. L’educazione è il proseguimento della generazione. Il compito educativo della famiglia deve accompagnare il figlio a incontrare le cose e l’intera esistenza. Dice Papa Benedetto XVI: «Educare — dal latino educere — significa condurre fuori da se stessi per introdurre alla realtà, verso una pienezza che fa crescere la persona» (6) , perché realizzi qualche cosa di bello e di buono, perché realizzi la propria vocazione. Occorrerà mettere in conto anche gli insuccessi e i sacrifici. Il sacrificio è una cosa di cui noi post-moderni facciamo fatica a comprendere il valore. Eppure è molto faticoso educare ed è anche molto faticoso per i genitori di oggi chiedere rinunce, porre limiti alle richieste dei figli: temono di perdere il loro affetto. Le insicurezze e le fragilità dei genitori impediscono loro di stabilire un rapporto libero con i figli. Rendono più debole e ambigua la loro autorevolezza. Sono ricattati dal loro bisogno di ricevere affetto e riconoscimento da parte dei figli. È giusto che i figli occupino un posto importante nella vita. Sono un bene insostituibile, ma non possono essere il senso della vita. Non sono fatti per riempire il vuoto delle nostre esistenze, per consolarci delle nostre ferite, ma perché insieme, attingendo al comune Mistero del dono della vita, realizziamo la nostra vocazione. È particolarmente luminosa a questo proposito l’esperienza di Chiara Corbella ed Enrico Petrillo che hanno accolto i loro bambini “malati” come un dono che Dio faceva loro, certi che quei bambini avevano una missione misteriosa da svolgere e loro, come genitori, erano chiamati ad accompagnarli per il tempo che Dio aveva stabilito. Accompagnarli nella loro vocazione per riconsegnarli a Lui 7 . Oggi i genitori sono in difficoltà nel condurre i figli a realizzare la loro vocazione, sono incerti sui criteri da adottare nelle difficili e complicate scelte dell’esistenza, non sanno che cosa ultimamente desiderare per sé e di conseguenza per i figli. Per questo l’attaccamento dei genitori è più di tipo narcisistico che progettuale. I figli non sono visti come nuova generazione che si affaccia alla vita, ma piuttosto come coloro che riempiono il vuoto esistenziale del genitore. Per questo si tende a trattenerli in casa.
Invece una genuina posizione educativa fa sì che il genitore, attraverso un rapporto affidabile, sia un testimone che la vita ha un senso e accompagni il figlio a cercarlo e a trovarlo. E lui stesso, in questo viaggio, sa riproporsi gli eterni “perché”, sa rilanciare la speranza. «È compito di coloro che si sono assunti la responsabilità di genitori — scriveva significativamente il mio predecessore, mons. Adriano Caprioli, nella sua ultima Lettera pastorale — di rendere ragione al figlio della promessa che essi hanno fatto mettendolo al mondo: la promessa per cui “c’è una speranza nella tua vita”» (8) . Da questo punto di vista, è altamente educativo per un figlio vedere una madre e un padre che pregano assieme, che hanno un punto di riferimento più grande di loro, a cui chiedono forza e sapienza. I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, che non esistono, ma di adulti che come loro e prima di loro siano affamati di verità e bellezza, di significato e di felicità. Genitori che, pur con tanti limiti e in mezzo a tanti errori, desiderano dare la vita per qualcosa di grande. In questo senso, l’esperienza della paternità e della maternità è un grande dono innanzitutto per i genitori stessi, anche sul piano spirituale. Proprio perché è un compito che quasi supera le loro risorse, può diventare la strada per trarre fuori da se stessi la parte migliore: pensiamo alla capacità di donarsi, di uscire da sé, di sperare, di avere pazienza...; è una nuova vita non solo per il bambino, ma anche per i genitori stessi. Diventare genitori è un’esperienza che li “costringerà” ad affidarsi, a mettersi in mani più grandi. La grandezza, la complessità e la fragilità della vita familiare possono diventare l’occasione per scoprirsi sempre più figli, per riconoscersi piccoli, per imparare ad abbandonarsi, a chiedere e a sperimentare la provvidenza del Padre. Diventare papà e mamme significa assomigliare di più a Dio, che ama come padre e madre, ma significa anche diventare più figli: figli insieme come coppia e figli insieme ai propri figli.
La missione della famiglia: umanizzare l’umano
L’educazione aiuta la vita dei figli a fiorire, affinché, a loro volta, producano nuovi frutti vitali. In questo modo la famiglia “umanizza l’umano”. Che cosa significa? Per diventare pienamente umani occorre imparare innanzitutto cosa voglia dire voler bene, occorre fare esperienza di legami affidabili, del gusto e della fatica di lavorare per un progetto di vita buona. Tutto questo una famiglia lo può dare indipendentemente dal grado di istruzione. Sono spesso le famiglie più semplici, più povere a testimoniare questi “legami affidabili”. Talvolta quanto più si è studiato, tanto più si è portati a pensare che educare sia dare competenze. Lo scopo della famiglia non è dare competenze, ma rendere umani, cioè aiutare l’altro a diventare persona compiuta: la famiglia insegna la fiducia, la speranza, la capacità di perdono, insegna a vedere con realismo anche quella quota di male che segna inesorabilmente la vita di ognuno. L’uomo può amare se prima ha riconosciuto un amore gratuito su di sé. La famiglia è il luogo dove il soggetto umano fa l’esperienza affettiva e morale elementare, basilare, sperimenta di essere voluto e amato e impara, così, a prendersi cura dell’altro. Essere figli è cronologicamente la prima e decisiva esperienza che ciascuno di noi ha fatto in seno alla propria famiglia, ed è anche quell’esperienza dalla quale dipenderà in buona parte la capacità di vivere da fratelli, di essere sposi, padri e madri. Come nella vita relazionale, anche per quanto riguarda la vita spirituale i genitori sono i primi mediatori e testimoni della fiducia, della speranza e dell’amore che Dio ha per noi, creando così nella famiglia un contesto in cui la fede può più facilmente nascere e fiorire. I genitori educano innanzitutto attraverso la cura del loro legame e rimanendo aperti alla vita. Infatti, l’arrivo di un figlio o di un fratello in una famiglia è il segno che c’è una “sorgente” ancora viva, e non solo biologicamente; significa che c’è stato un atto d’amore. Proprio il prolungamento di quest’atto d’amore è il primo regalo che i genitori sono chiamati a dare ai figli e che essi cercano: tenere vivo nella coppia il volersi bene. I bambini e i ragazzi non hanno solo bisogno di essere amati, ma hanno bisogno di vedere che è possibile e vale la pena amarsi. Da questo nascerà la loro fiducia e la capacità di creare dei legami stabili. Una comunione educativa Tutto quanto ho detto finora può far sorgere in noi la domanda: ma è possibile vivere questo compito così complesso? Sì, perché i genitori non sono soli, non sono chiamati ad essere autosufficienti. Anzi, proprio la gravità del loro compito fa avvertire loro, in modo quasi naturale, il bisogno di una comunione con altre famiglie, con cui condividere gioie, preoccupazioni, scelte educative. Il cuore della vocazione dei genitori è proprio questa apertura che sono chiamati a vivere di fronte alla propria inadeguatezza. Dio sempre assegna un compito all’uomo perché questi, attraverso la missione che gli è affidata, abbia a comprendere che da solo non può far nulla (cfr. Gv 15,5). Il compito che Dio affida ad ognuno è sempre anche un espediente per farci entrare nella comunione, per farci capire che siamo fatti per la comunione. Una famiglia che si concepisse da sola, che si ripiegasse su sé stessa, contraddirebbe la sua essenza più profonda. Oltre che sull’amicizia con altre famiglie, sul sostegno materiale e spirituale di tante persone e sulla comunità cristiana, i genitori possono contare su molte istituzioni che collaborano alla loro opera educativa. Spetta ad essi la responsabilità di scegliere i luoghi più adeguati per la formazione dei loro figli, ma devono poter contare su altre istituzioni e su altri adulti che, nel rispetto dei diversi ruoli, si assumano anch’essi il loro compito educativo. Si comprende, da questo punto di vista, che la possibilità di un’effettiva scelta della scuola, uno tra i più importanti di questi luoghi, è una questione decisiva. Occorrono però anche politiche familiari serie, che sostengano le famiglie valorizzando i soggetti sociali che possano rigenerare quella rete comunitaria che rende più facile l’impresa educativa. Come ha ricordato papa Francesco con un proverbio africano, parlando al mondo della scuola italiana, «c’è bisogno di un villaggio per far crescere un bambino» (9) .
+ Massimo Camisasca,
Vescovo Reggio Emilia
Basilica di san Prospero, 24 novembre 2014
1 - Cfr. Gaudium et Spes, 47-52; in particolare n. 49: «Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà, quell’amore abbraccia il bene di tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale». )
2 - H. ARENDT, La nature du totalitarisme, Payot, Paris 1990, 342.
3 - Santo Padre FRANCESCO, Lumen Fidei 38.
4 - Ho già accennato a questa drammatica realtà nella mia nota sul Gender citando, tra l’altro, le ricerche di E. Scabini e S. Agacinski: «vuoto di origine: […] l’itinerario a ritroso che l’umanità oggi rischia di percorrere trascina al ribasso la persona dal riconoscimento al misconoscimento, all’indifferenza, all’incuria»: E. S CABINI , La crisi dei fondamentali dell’umano. Riscoprire l’attrattiva dei fondamentali, in «Tempi», 17 maro 2014. «Non ci si è per nulla preoccupati degli effetti che [l’impossibilità di risalire ai genitori biologici] potrebbe produrre nei figli stessi. […] Adesso li conosciamo meglio, poiché molti di questi figli rifiutano, più tardi, di essere prodotti fabbricati con l’aiuto di provette congelate e vorrebbero sapere a quale uomo o a quale donna, in altre parole a quali persone, debbano la vita, per potersi iscrivere in una storia umana. […] Il problema dei bambini a venire, cioè delle future generazioni, è che nessuno li rappresenta sulla scena politica democratica: non possono manifestare, né essere ricevuti, né essere ascoltati. Non costituiscono alcuna forza. Il legislatore deve però preoccuparsi delle condizioni della loro venuta»: S. A GACINSKI , La metamorfosi della differenza sessuale, in Vita e Pensiero, n. 2, 2013.
5 - SAN GIOVANNI PAOLO II, Lettera alle famiglie 11.
6 - BENEDETTO XVI, Messaggio per la XLV Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 2012, 2. Parlando del compito educativo della scuola papa Francesco utilizza espressioni simili: «Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà. Almeno così dovrebbe essere!» (FRANCESCO, Discorso al mondo della scuola italiana, 10 maggio 2014).
7 - Cfr. S.TROISI – C. PACCINI, Siamo nati e non moriremo mai più. Storia di Chiara Corbella Petrillo, Porziuncola, 2013.
8 - ADRIANO CAPRIOLI, Vigilate: ecco sto alla porta e busso. Lettera Pastorale per il biennio 2010-2012 [2010], 23.9 - FRANCESCO, Discorso al mondo della scuola italiana, 10 maggio 2014.
Fonte: http://www.laliberta.info/wp-content/uploads/2014/11/Omelia-San-Prospero.pdf
Dirigenti scolastici a scuola di omosessualismo
Riccardo Cascioli
Dirigenti scolastici di tutta Italia convocati a Roma il 26 e 27 novembre. Scopo: una full immersion per imparare la “dottrina gender” e riproporla in tutte le scuole d’Italia. Così la dittatura omosessualista avanza a tappe forzate per conquistare la scuola e le nuove generazioni, in attuazione di quella “Strategia nazionale 2013-2015 per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, che fu adottata dal governo Monti nell’aprile 2013 (decreto del ministro Fornero, sotto la cui direzione agiva il Dipartimento per le Pari Opportunità).
Il corso di formazione – ma sarebbe più corretto dire “di rieducazione” – è organizzato dal MIUR (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca) e dall’UNAR (l’Ufficio Nazionale Anti-discriminazioni Razziali ormai votatosi alla diffusione dell’ideologia di genere) con la collaborazione del Servizio LGBT di Torino e della Rete RE.A.DY (clicca qui), ovvero la Rete nazionale delle Pubbliche Amministrazioni impegnate nella promozione dell’ideologia omosessualista.
È la più clamorosa smentita alla pretesa - espressa in una lettera al nostro giornale - del sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi di scaricare la responsabilità di certi programmi “educativi” lontano dal proprio ministero. Ma è anche la dimostrazione della inattendibilità delle promesse del ministro Stefania Giannini che in un question time alla Camera lo scorso 5 giugno – secondo quanto riportato da Avvenire - aveva affermato: «Mai più gender nelle scuole». Erano i giorni dello scandalo al Liceo Giulio Cesare di Roma e del Liceo Muratori di Modena, il ministro Giannini aveva assicurato che «sarà evitato il ripetersi di tali eventi», di cui aveva attribuito la responsabilità proprio a quella “Strategia nazionale eccetera…”, che oggi viene riproposta come fonte di questi corsi di formazione che hanno come obiettivo tutte le scuole di ogni ordine e grado.
Sui contenuti dei corsi non c’è alcun dubbio: sono divisi in cinque sezioni: la prima è curata dal Servizio LGBT di Torino (Torino è la città che funge da segreteria nazionale del RE.A.DY) e consiste nell’illustrazione della posizione dell’Italia quanto al riconoscimento dei diritti e delle politiche LGBT rispetto all’Europa (possiamo immaginare che dovremo muoverci rapidamente per metterci al passo con gli altri paesi). A seguire la presentazione dell’indagine ISTAT su “La popolazione omosessuale nella società italiana”, finanziata dal Dipartimento per le pari opportunità (ovviamente con i soldi delle nostre tasse). Si passa poi a una lezione su “Lessico e stereotipi”, vale a dire l’imposizione di un linguaggio gay-friendly così che già dalla scuola materna – tanto per fare un esempio - si dovrà insegnare che non c’è una sola famiglia, ma tante famiglie diverse (forse che la diversità non è una ricchezza?). E guai al bambino che dirà “papà” e “mamma” e a chi oserà ripetere quella terribile affermazione sentita in casa “Di mamma ce n’è una sola”. E poi ancora un focus sul ruolo del MIUR e degli Uffici scolastici regionali in questa bella campagna di rieducazione nelle scuole, con «strumenti di governance per l’inclusione delle tematiche LGBT nel mondo della scuola» e presentazione della campagna “Tante diversità uguali diritti”. Né potrebbe ovviamente mancare l’affronto del «fenomeno del bullismo omofobico e transfobico a scuola», tanto più che sono già pronte le linee guida in materia, come abbiamo scritto alcuni giorni fa.
Ma non è finita, perché altre due ore di lavoro saranno dedicate alla presentazione di “buone pratiche” realizzate con alcune associazioni LGBT in ambito educativo e scolastico, cui seguiranno tre workshop.
Per chi va a scuola dunque non pare esserci scampo, il processo di trasformazione delle scuole in “campi di rieducazione” – espressione ripresa da papa Francesco – è ormai ben avviato. Fatta salva la possibilità di interventi politici che blocchino questa deriva, ai genitori che vogliono ancora esercitare il proprio diritto/dovere di educazione dei figli non resta che cercare tutele giuridiche per sottrarre i propri figli a lezioni non volute. Qui vi linkiamo due modelli di lettere – preparate dai Giuristi per la Vita, li trovate in fondo all'articolo - per chiedere per i propri figli l’esonero da eventuali lezioni “speciali” in questa settimana dedicata alla lotta contro la violenza e la discriminazione, ma anche nel corso dell’anno.
Resta un’ultima breve considerazione: si avvicina rapidamente il momento in cui saranno le scuole paritarie a entrare nel mirino. Si vincolerà l’eventuale contributo statale o comunale all’adozione o alla produzione di programmi che veicolano l’ideologia di genere. E molte scuole cattoliche si troveranno allora davanti all’alternativa: chiudere o adottare programmi “inclusivi” che contraddicono apertamente il Magistero della Chiesa. Forse bisognerebbe cominciare a pensarci.
La nuova bussola quotidiana
Adolescenza. Articoli molto interessanti
Incandescenti Inafferrabili
Per me l’adolescenza è lava. Sì, quella roba lì, lava di vulcano: cova sotto la crosta, ribolle, ogni tanto si manifesta con fumosi sbuffi di calore, se tracima poi sono guai. Distrugge. E’ bene tenerla perennemente sotto osservazione. Mi piace osservarla, diciamo che sono costretto.
Non mi limito infatti a ricordare la mia adolescenza, quella vissuta nell’ambito della mia famiglia di origine dove ci sono stati esiti durissimi, purtroppo tragici. Da anni affronto da padre l’adolescenza di mia figlia, che va per i diciannove e a giugno ha l’esame di maturità. Un traguardo che di solito segna la fine del periodo adolescenziale, la “maturità” dovrebbe a quel punto insediarsi, ma viviamo un tempo in cui l’incandescenza magmatica propria della lava viene considerata, a torto, una condizione da preservare. Io stesso, che da quasi due decenni sono padre, mi abbarbico a tratti attorno a una curiosa sindrome di Peter Pan che insieme ricerco e detesto.
Sono curioso di ascoltare cosa si dirà il 12 dicembre, perché gli adolescenti sono davvero belli e ribelli. Forse, meglio ancora, belli se ribelli. L’adolescenza quieta non ho avuto il privilegio di ammirarla né in me né nelle mie immediate vicinanze, dunque sono stato quasi costretto ad innamorarmi dell’irrequietezza di questi incandescenti inafferrabili. La lava del vulcano che erutta è anche bella da vedere. Da lontano. Per chi sta nelle vicinanze possono essere guai.
Sono stato un adolescente ribelle, mia figlia non ne parliamo, mia sorella ha dato alla questione dell’inafferrabilità un significato fisicamente tragico e tremendo. Ho visto nelle adolescenze attraversate l’affacciarsi del senso e il trionfo del non senso. Non noto enormi differenze tra la condizione di spirito di noi teenager di fine Anni Ottanta e di quelli del Terzo Millennio. Siamo tutti alla ricerca spasmodica di qualcosa che ci riempia il cuore.
Questi belli, ribelli, incandescenti, inafferrabili chiedono due cose: certezze e identità. Sono personaggi pirandelliani, uno nessuno centomila, ma hanno un solo desiderio: consistere. Uscire dalla condizione magmatica, diventare consistenti. La lava è roccia fusa. Quando finisce la sua corsa giù per le pendici del vulcano, roccia ridiventa.
Lo iato che questi ragazzi misurano tra il proprio essere e il proprio voler essere può diventare causa di progettualità o di disperazione. Io non ho capito ancora bene come fare per dare a mia figlia strumenti che riducano questa distanza che anche lei misura dentro se stessa. Vengo alla catechesi per trovare qualche idea ben confezionata. Che si fa? Si limitano le ambizioni? Si insegna realismo? Si sostengono i sogni, che pure sono sempre acerbi e spesso irrealizzabili, per non tarpare le ali? Si accetta la ribellione? La si incentiva anche memori di quanto siamo stati ribelli noi e di quanto abbiamo fatto dannare i nostri genitori? Non si fa nulla? Si aspetta la fine delle “crisi adolescenziali”, facciamo che “ci pensa la vita”?
Non lo so. Ho tanti punti interrogativi. Alla fine della sua inquietissima adolescenza mia sorella Ielma ha giocato una terrificante partita a scacchi con chi le voleva bene e non si è fatta afferrare da chi è arrivato con un secondo di ritardo davanti ad una mortifera finestra aperta. Al capolinea (fittizio?) dell’esame che dall’adolescenza dovrebbe traghettarla nella maturità mia figlia arriva con un bagaglio pieno di ambizioni e sogni, la maggior parte dei quali probabilmente irrealizzabili, ma ricca dell’entusiasmo necessario per coltivarli almeno per un po’. Io mi ricordo adolescente in tumulto, giovane “uomo in rivolta” che leggeva Camus, oggi serenamente consapevole di non avere alcuna nostalgia di quei lunghi anni faticosi, incandescenti e magmatici. Guardo gli amici di mia figlia, mi ricordo dei miei e capisco che l’ambizione di annullare la distanza tra il proprio essere e il proprio voler essere è un’ambizione quasi insana. Ma agli adolescenti è forse giusto non dirlo. Sono belli (e ribelli) anche perché la coltivano, ognuno a suo modo, nella loro irrequietezza ribelle.
Si sentono come il Sisifo di Camus che tanto mi ha convinto da ragazzo, schiacciati da un masso da portare sulle spalle su per la montagna sapendo con certezza che una volta arrivati in cima rotolerà giù. Ridiscendono il crinale per ricominciare lo sforzo, lo ridiscendono con la velocità della lava incandescente, negli occhi uno sguardo di sfida. E’ la sfida che può riempire il cuore di un ragazzo: quella contro il non senso anche quando il non senso, l’assurdo, sembra spadroneggiare.
Se negli occhi di un ragazzo stanco e annoiato sappiamo accendere quello sguardo di sfida al non senso lo vedremo presto o tardi consistere, da lava (ri)diventare roccia. In quella consistenza il bell’adolescente, incandescente e ribelle, troverà serenità.
Bisogna fargli immaginare Sisifo felice.
Mario Adinolfi
per cinquepassi.org
per cinquepassi.org
L’adolescenza non è un tempo a parte.
Io mi ricordo quell’urgenza. Di significato per tutto, in tutto. Di totalità nei rapporti, nell’istante da vivere. Quel desiderio di capire, di essere capita. Quell’esigenza che tutto c’entri, che non ci sia un secondo perso. Che il tempo abbia un valore infinito. Il desiderio di uno sguardo che ti entri nelle ossa, che dia un nome a quel mucchietto di ossa che sei. Quell’impressione di essere nella pelle sbagliata. Quella voglia di essere parte di una cosa grande. Di una vita, di una giornata, che valga la pena di essere vissuta. Che sia all’altezza dei desideri. Me lo ricordo come fosse ora.
Me lo ricordo perché è ora. Perché quel groviglio di insoddisfazione che costituisce quel momento di grazia (di naturale grazia) che chiamiamo adolescenza è il distillato di quello che siamo. Sempre. Tutta la vita. Noi siamo esattamente quel senso di scomodità, di inadeguatezza. Solo che poi, man mano che si cresce, l’istinto a “sistemarsi”, tra lavoro e spesa, bollette o figli, è come se sospendesse sotto una finta necessità o un triste cinismo quel grido vero.
Voglio dire che l’adolescenza non è un tempo a parte. Mi ricordo mio padre che, forse per sdrammatizzare certi scontri che avevo con mia mamma, diceva :. Come dire: passerà. Io pensavo: “Non hanno capito niente”. E adesso, nonostante la tenerezza che provo per la pazienza dei miei genitori, posso dire che avevo ragione io. Desiderare tutto e non trovare niente che lo soddisfi non è una crisi passeggera. E’ il grido della vita. L’unico grido vero. Perciò gli adolescenti, se si va oltre la forma di quel grido, non sono dei marziani. Se vogliamo ucciderli, guardiamoli sperando che passi il prima possibile. No, è l’età in cui la natura, per grazia, ci rende veri, un essere solo con quel desiderio infinito di cui siamo fatti. Può esplodere come ribellione o senso di inadeguatezza, voglia di provare tutto o di non provare più niente. Può prendere i tratti del rifiuto o dell’ingordigia. Persino della malattia. Ma il motore è sempre lo stesso. E’ quell’urgenza che spinge.
Un momento di grazia e di libertà. Perché mai come in quel momento (altro dono della natura) sei capace di attaccarti a quello che ti attrae. Mai come allora sei generoso nel dare tutto di te. Una dinamica, anche questa, che vale per tutta la vita. Per una vita che sia vita. Ma in quel momento è come se ti venisse naturale, come se la natura ti spingesse a essere quello che, poi, devi esercitarti ad essere.
Per questo quello che cambia la vita di un adolescente, che ne decide il presente e il futuro, non è, secondo me, l’educazione, la famiglia, gli amici o gli studi. E’ semplicemente la fortuna di trovare un padre. O una madre. Che non è detto (anzi, non lo è quasi mai) che sia il padre o la madre che l’hanno generato. E’ un adulto che vive lo stesso suo desiderio. La stessa sua urgenza. E che perciò può dirgli con autorevolezza, perché lo vive per sé: “ Guarda che non sei sbagliato, guarda che quel desiderio che senti traboccare è giusto, sacrosanto, è anche il mio, quella tensione infinita è quello che fa di te un uomo o una donna. E c’è qualcuno che può soddisfarla. Sta con me e prova a vedere se ho ragione”. Sta con me non perché io posso risponderti, ma perché, stando con me, tu possa camminare nella direzione giusta. Quella in cui ti troverai a essere oggetto di uno sguardo che dà senso a te. E a tutto.
E i genitori? Non contano più? Contano tantissimo. Io devo ai miei genitori se ho incontrato padri e madri che sono stati decisivi per la mia vita. Contano nella misura in cui favoriscono ai figli di poter trovare adulti così. Allora anche il rapporto con il padre e la madre che ti hanno generato, tanto più se vivono la stessa tensione tua, prima o poi cambia. Fiorisce. Diventi grato per la vita. Perché capisci, magari senza che loro nemmeno lo sappiano, che ti hanno dato molto più del cibo, delle vacanze, degli studi.
Io per mio figlio, che fra poco compirà due anni, desidero solo questo. Che a 13, 14 anni possa incontrare un adulto così. Chiedo che possa incrociare lo sguardo di qualcuno che lo rassicuri sul fatto che la vita è buona, che c’è un significato e che il desiderio di cui è fatto non è sbagliato.
Me lo ricordo perché è ora. Perché quel groviglio di insoddisfazione che costituisce quel momento di grazia (di naturale grazia) che chiamiamo adolescenza è il distillato di quello che siamo. Sempre. Tutta la vita. Noi siamo esattamente quel senso di scomodità, di inadeguatezza. Solo che poi, man mano che si cresce, l’istinto a “sistemarsi”, tra lavoro e spesa, bollette o figli, è come se sospendesse sotto una finta necessità o un triste cinismo quel grido vero.
Voglio dire che l’adolescenza non è un tempo a parte. Mi ricordo mio padre che, forse per sdrammatizzare certi scontri che avevo con mia mamma, diceva :
Un momento di grazia e di libertà. Perché mai come in quel momento (altro dono della natura) sei capace di attaccarti a quello che ti attrae. Mai come allora sei generoso nel dare tutto di te. Una dinamica, anche questa, che vale per tutta la vita. Per una vita che sia vita. Ma in quel momento è come se ti venisse naturale, come se la natura ti spingesse a essere quello che, poi, devi esercitarti ad essere.
Per questo quello che cambia la vita di un adolescente, che ne decide il presente e il futuro, non è, secondo me, l’educazione, la famiglia, gli amici o gli studi. E’ semplicemente la fortuna di trovare un padre. O una madre. Che non è detto (anzi, non lo è quasi mai) che sia il padre o la madre che l’hanno generato. E’ un adulto che vive lo stesso suo desiderio. La stessa sua urgenza. E che perciò può dirgli con autorevolezza, perché lo vive per sé: “ Guarda che non sei sbagliato, guarda che quel desiderio che senti traboccare è giusto, sacrosanto, è anche il mio, quella tensione infinita è quello che fa di te un uomo o una donna. E c’è qualcuno che può soddisfarla. Sta con me e prova a vedere se ho ragione”. Sta con me non perché io posso risponderti, ma perché, stando con me, tu possa camminare nella direzione giusta. Quella in cui ti troverai a essere oggetto di uno sguardo che dà senso a te. E a tutto.
E i genitori? Non contano più? Contano tantissimo. Io devo ai miei genitori se ho incontrato padri e madri che sono stati decisivi per la mia vita. Contano nella misura in cui favoriscono ai figli di poter trovare adulti così. Allora anche il rapporto con il padre e la madre che ti hanno generato, tanto più se vivono la stessa tensione tua, prima o poi cambia. Fiorisce. Diventi grato per la vita. Perché capisci, magari senza che loro nemmeno lo sappiano, che ti hanno dato molto più del cibo, delle vacanze, degli studi.
Io per mio figlio, che fra poco compirà due anni, desidero solo questo. Che a 13, 14 anni possa incontrare un adulto così. Chiedo che possa incrociare lo sguardo di qualcuno che lo rassicuri sul fatto che la vita è buona, che c’è un significato e che il desiderio di cui è fatto non è sbagliato.
Elisa Calessi
per cinquepassi.org
per cinquepassi.org
Solo l’anticipazione del senso giustifica l’anticipazione della vita
«Possiamo noi imporre ad un bambino quale religione vuole vivere o no? Non dobbiamo lasciare a quel bambino la scelta?». …
La vita stessa ci viene data necessariamente senza consenso previo, ci viene donata così e non possiamo decidere prima «sì o no, voglio vivere o no».
E, in realtà, la vera domanda è: «E’ giusto donare vita in questo mondo senza avere avuto il consenso – vuoi vivere o no?
Si può realmente anticipare la vita, dare la vita senza che il soggetto abbia avuto la possibilità di decidere?».
Io direi: è possibile ed è giusto soltanto se, con la vita, possiamo dare anche la garanzia che la vita, con tutti i problemi del mondo, sia buona, che sia bene vivere, che ci sia una garanzia che questa vita sia buona, sia protetta da Dio e che sia un vero dono. Solo l’anticipazione del senso giustifica l’anticipazione della vita.
La vita stessa ci viene data necessariamente senza consenso previo, ci viene donata così e non possiamo decidere prima «sì o no, voglio vivere o no».
E, in realtà, la vera domanda è: «E’ giusto donare vita in questo mondo senza avere avuto il consenso – vuoi vivere o no?
Si può realmente anticipare la vita, dare la vita senza che il soggetto abbia avuto la possibilità di decidere?».
Io direi: è possibile ed è giusto soltanto se, con la vita, possiamo dare anche la garanzia che la vita, con tutti i problemi del mondo, sia buona, che sia bene vivere, che ci sia una garanzia che questa vita sia buona, sia protetta da Dio e che sia un vero dono. Solo l’anticipazione del senso giustifica l’anticipazione della vita.
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