La Nuova Bussola Quotidiana
DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
Nello Utah legalizzano la poligamia. di Massimo Introvigne
La Nuova Bussola Quotidiana
Lettera aperta ai cattolici democratici del Pd. Pio Cerocchi
mandate in giro lettere in cui dichiarate e sottoscrivete il vostro impegno per la Bonino. Apparentemente una campagna elettorale come le altre, magari un po’ sottotono e tutta svolta attorno alle polemiche per l’esclusione della lista del Pdl nella provincia di Roma.
Ma di normale in queste elezioni nel Lazio, in realtà, non c’è nulla. Né sappiamo niente di più se non quello che traspare dalla storia e dall’immagine stessa della Bonino (e che voi fate finta di non capire). E se la candidata del Pd vincerà, a questo risultato – è bene dirlo subito – si sarà giunti anche grazie alla vostra malriposta abnegazione militante. E visto che voi, pur potendo, non lo dite, la farò io per primo, sperando che altri numerosi facciano altrettanto. Apriamo gli occhi finalmente: le elezioni a Roma (in particolare) e nel Lazio, che voi lo ammettiate o meno, sono una prova nazionale. Del resto, se non ricordo male, non siete stati proprio voi per primi a parlare di statura nazionale (se non europea) della candidata?
Qui non c’entra più nessun ragionamento né amministrativo, né di programma o altro: a Roma e nel Lazio è in gioco il futuro politico del nostro Paese. Infatti dietro la normalità rituale che vi vede attivi protagonisti come se fosse una campagna elettorale degli anni settanta od ottanta (volantini, santini, passa parola etc.), grazie anche al vostro aiuto determinante, i radicali raccoglieranno il frutto tardivo e imprevisto (“nostro” gentile omaggio) di una lotta di quasi mezzo secolo e che fino a ieri sembrava arenata nelle secche dell’indifferenza.
Cosa vi sarebbe costato dire di no? Un posto ion Parlamento? Una direzione in qualche ente? Che cosa,? Abbiate il coraggio di dirlo. Confessate finalmente la verità di questo errore storico. Io in questi mesi ho avuto il coraggio di avvertire i romani e i cittadini del Lazio e gli italiani, del rischio che stiamo correndo. Ma l’ho potuto fare con strumenti poveri e non forti, come quelli che sostengono voi e il progetto al quale aderite. Io lo faccio come un “quidam de populo” schierato nel centro sinistra e nel Pd, perché mi ostino a credere a un futuro di progresso sociale e umano del nostro Paese e non rinuncio per la Bonino a questa radicata convinzione.
Qui non sono in gioco la destra o la sinistra, tant’è che la vostra candidata in Lombardia si è schierata con la destra. E vi domando ancora: non vi basta questa contraddizione per capire che quello di Roma, non è uno scontro fra due schieramenti, ma una battaglia di civiltà tra due culture opposte, una umanistica e sociale ed un’altra impietosa e individualista?
Ci sono ancora alcuni giorni per spiegare a quanti più elettori si potranno intercettare, quale sia il valore della posta in gioco con questo voto. Ma io, già da oggi, vi do appuntamento alla sera del 29 marzo per farvi questa domanda: perché per sostenere quanto di più anticristiano il pensiero politico post-ideologico abbia mai concepito e messo a progetto, voi non avete esitato a spendere il nome del cattolicesimo-democratico? Perché a tutti i costi volete gettare questa nobilissima moneta in uno sporco mercato di viltà politica e di inconsistenza progettuale?
Io non vado con la destra perché è una idea che non mi è mai appartenuta e che non appartiene – ne sono sicuro – ai molti che, lo spero davvero, si rifiuteranno di votare la “vostra candidata”. E mi auguro, comunque, che indipendentemente da chi “vincerà”, di qui ad un anno, sia concesso ai cittadini di Roma e del Lazio di partecipare a nuove e più democratiche elezioni per il governo democratico della nostra Regione.
E questo anche se voi, forse inconsapevolmente, avete dissipato un patrimonio di credibilità e di valori culturali e umani, del quale nessuno vi aveva concesso l’esclusiva. E proprio non riesco a capire perché l’abbiate fatto e, ancora di più, perché non vi siate curati di spiegarlo nonostante le molte domande che in proposito vi sono state rivolte.
Ma forse, prima del brindisi al quale i vostri alleati vi costringeranno a partecipare, vi accorgerete che queste parole che adesso non ascoltate, avranno acquistato il loro giusto peso nella storia della sinistra e per il futuro di questo Paese che vale molto di più di qualche carriera politica e istituzionale.
Pio Cerocchi
12 marzo 2010http://lavviso.wordpress.com/
I POLIGAMI DELLA PORTA ACCANTO
Naima pensava di essere una moglie, invece
è una schiava. Mohammed credeva
di essere un sultano, invece è uno schiavista.
Kalid era sicuro di essere solo loro figlio, invece
deve convivere con un altro pezzo di harem
casalingo che comprende pure la seconda
moglie di Mohammed, Fatima. Succede a
Torino, non a Casablanca, anche se questo
pezzo di città dietro il mercato di Porta Palazzo
potrebbe essere ovunque, Marocco o Tunisia,
Senegal o Egitto. Mohammed, 54 anni,
commerciante, per il Corano ha addirittura
due mogli in meno del massimo consentito
(quattro), per la legge italiana ne ha una sola
(Naima, 52 anni, regolarmente sposata in Marocco
prima di trasferirsi a Torino), ma in
realtà è un poligamo: anche se la seconda moglie,
Fatima, 31 anni, l’ha sposata in moschea
con un matrimonio Orfi che per lo stato civile
non esiste, è solo un rito temporaneo senza
vincoli legali sul nostro territorio. Dunque, si
tratta di una coppia di fatto: teorica per la legge
ma assolutamente reale, una “famiglia allargata”
non proprio unica.
Anche se mancano statistiche ufficiali,
si calcola che in Italia esistano almeno 15
mila casi di bigamia o poligamia, tutti tra
stranieri ma qualcuno anche tra italiani
convertiti. Settemila casi sono stati accertati,
e sono migliaia le segnalazioni - spesso,
drammatiche richieste di aiuto - che
giungono alle associazioni che si occupano
della tutela delle donne islamiche in
Italia, come “Acmid Donna” che sostiene
la comunità marocchina: da quando è nata,
ha ricevuto più di 4mila chiamate.
«Perché nessuna di noi accetta di dividere
il proprio marito con un’altra», racconta
Naima, la prima moglie del sultano
di Porta Palazzo. «Quando Mohammed mi
chiamò a Torino per raggiungerlo, sei anni
fa, non sapevo che lui nel frattempo
avesse sposato Fatima».
«Sono arrivata qui con nostro figlio Kalid,
e ho dovuto subire la situazione. Altrimenti
sarei stata ripudiata, non avrei
avuto un soldo né un posto dove andare.
Ma con Fatima, più bella e più giovane di
me, sono liti continue. E Kalid, che ha
quindici anni, ormai non parla più con
nessuno, sta crescendo isolato e violento,
è sempre triste e non capisce questa nostra
assurda famiglia».
Per un musulmano, diventare poligamo
è ormai più facile in Italia che al suo paese.
In Tunisia, la costituzione ha vietato la
poligamia addirittura nel 1957, dal 2003 è
scomparsa in Marocco e anche nella Turchia
“europea” è stata proibita. Qui, invece,
il trucco è facile, e il matrimonio plurimo
(proibito dall’articolo 556 del codice
penale con una pena fino a cinque anni di
carcere) può essere celebrato addirittura
in tre modi diversi.
Si può diventare poligami se si è
regolarmente sposata la prima
moglie nel paese d’origine (nell’Islam,
il matrimonio non è un
rito religioso ma un contratto
civile) e se si sposa la seconda
all’estero, nella propria ambasciata,
senza denunciare la
prima; oppure se ci si
fa raggiungere
dalla seconda
moglie,
sposata in patria,
con il
meccanismo
del ricongiungimento
famigliare;
infine, se il
secondo matrimonio
si
celebra nella
moschea italiana
dove,
volendo, il rito
Orfi permette
persino le unioni
a tempo: un’ora,
trent’anni oppure per sempre. Dunque, si
può essere poligami anche per sessanta
minuti con buona pace di Allah e della
legge italiana.
«Io non ho commesso nessun crimine,
rispetto il Corano e garantisco lo stesso
trattamento e l’identico affetto a entrambe
le mie mogli», si difende Mohammed.
«Semmai, gli ipocriti siete voi europei che
magari avete l’amante e diventate dei poligami
clandestini, mentre per noi è tutto
regolare: ci assumiamo un doppio impegno,
paghiamo molti soldi e non facciamo
torto a nessuno. Io dormo due notti con
Naima e due con Fatima, se compro un
vestito all’una lo compro anche all’altra. E
le mie mogli stanno bene, non devono sopportare
la fatica della casa da sole e si dividono
i compiti. Qui lavoriamo tutti».
Sarà, ma il sultano di Porta Palazzo
sembra raccontare una verità parziale.
L’altra faccia della medaglia la rivela
Hayam, sessant’anni, una donna senegalese
che vive in provincia di Bergamo e
che cinque anni fa ha avuto il coraggio di
lasciare il marito poligamo. «Non potevo
più sopportare la violenza e le umiliazioni.
Mio marito diceva che ero
diventata vecchia e stanca, e che
lui voleva giocare una nuova carta
del mazzo, sono le sue precise
parole. Così ha sposato un’altra
donna al consolato, lei è più giovane
e più bella e gli ha
dato pure una figlia.
Ma con me, lui ne
aveva già fatti
quattro. Anch’io
sono stata giovane,
e anche
lei invecchierà
e capirà
l’errore
che ha commesso.
Però,
poche di noi
si ribellano:
perché siamo
sole,
spesso povere
e analfabete,
senza
parenti, non
sappiamo neanche a chi chiedere aiuto.
Non alla legge italiana, perché è come se
non esistessimo».
Il vuoto legislativo è un modo per chiudere
gli occhi, anche se così soffrono migliaia
di donne, bambini e ragazzi. E non
è solo un problema nostro. Nelle periferie
francesi sono nascosti almeno 100mila casi
di matrimoni poligami, e 60mila sono
stati segnalati in Germania. È una conseguenza,
mal gestita, del pluralismo religioso
e culturale di cui gli immigrati sono
portatori, e l’aumento dei flussi migratori
non farà che rendere più vasto il problema.
In Italia vivono oltre un milione e
duecentomila musulmani, e sono ormai
50mila gli italiani convertiti all’Islam; si
calcola che quasi il due per cento di loro
sia di fatto poligamo, anche se in totale
clandestinità.
Nel segreto di questi nuclei famigliari
dai confini incerti, si consumano violenze
fisiche e psicologiche. E se il poligamo
muore, quasi sempre si scatenano risse
per l’eredità e la successione. È il momento
in cui la prima moglie “legale” di
solito si vendica sulla seconda, cacciandola
di casa senza un soldo. E il problema
s’ingarbuglia quando una di loro decide
di separarsi, anche se accade di rado: di
nuovo, il tribunale italiano non può sciogliere
legami che per lo Stato non sono
mai esistiti. Dunque, chi pagherà gli alimenti?
Proprio la mancanza di qualsiasi tutela
in caso di separazione è la prima causa
di scoraggiamento per le donne-schiave:
per mangiare, e per continuare ad
avere un tetto sulla testa, devono sopportare.
«Ma almeno finiamola col mito delle
donne islamiche che accettano la poligamia
perché fa parte della loro cultura:
è pura violenza, invece, è una cosa disumana
che provoca solo dolore», ripete
Hayam. La quale, però, è una donna che
ha studiato e ha saputo cavarsela. Molte
tra quelle come lei, in Italia non sanno
neppure comporre un numero di telefono
oppure chiedere aiuto nella nostra lingua,
o soltanto domandare dov’è la fermata
del tram più vicina.
Per reggere il peso e il piacere di un
doppio matrimonio, c’è chi ha scelto una
doppia vita però alla luce del sole. Lui è
Hassan Moustapha e vive a Brescia, dove
ha comprato una villetta bifamiliare che,
appunto, divide con le sue due famiglie: la
prima moglie al primo piano, la seconda
al secondo, in rigoroso ordine. «Così loro
non litigano e io non commetto nessuna
colpa. Perché per il Corano l’adulterio è
uno dei peccati più gravi, mentre mantenere
due o più mogli è un grande onore e
non è una cosa alla portata di tutti. Bisogna
avere generosità, denaro e molto amore.
Ho amici italiani che fanno collezione
di donne, e nessuna di loro sa dell’esistenza
delle altre: questi uomini sono forse
migliori di me?».
Maurizio Crosetti
la Repubblica, venerdì 27 novembre