DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Sergio Mattarella, Presidente. Qualche spunto per tentare di capire qualcosa


LODE CON #RISERVA AL CULTO CIVICO

di Giovanni Marcotullio

La Croce 4 febbraio 2015


Mentre seguivo lo snodo della cerimonia
di insediamento di Sergio
Mattarella, da Montecitorio al
Quirinale passando per l’Altare della Patria,
mi sembrava di risentire le parole del
caustico Padre Pizarro di Guzzanti: «Ma
tenémoseli ’sti vestitini, ’sti cappellini, ’sti
ceri... poi, aoh, è tutta gente che lavora:
che è ’sto cinismo?». Parlava della liturgia
cattolica, chiaramente, ma il paragone è
tutt’altro che gratuito: di una vera e propria
liturgia si è trattato.
Una tentazione da evitare, in questo come
in altri casi, è quella di concludere affrettatamente
che insomma è stato concesso
– per dirla con le ottocentesche parole di
Bartolo Longo – «il trionfo alla religione e
la pace all’umana società». Niente affatto,
e per più di un buon motivo: il primo e più
importante è che perlomeno da quando fu
scritta la Lettera ai Romani qualcuno (l’ebreo
di Tarso, nella fattispecie) aveva insegnato
ai cristiani a diffidare delle “pompe”
(ci torno tra poco), dal momento che il
culto doveva essere pubblico, sì, ma spirituale
(Rom 12,1-13), perché il regno di Dio
non è questione di processioni e rinfreschi
(parafrasando Rom 14,17). Ora, spirituale
significava per Paolo e significa tuttora per
i cristiani l’esatto opposto di ciò che i materialisti
intendono col termine, tanto che
il “culto spirituale” si fa “offrendo i corpi”.
Senza addentrarci ora in questioni esegetiche,
il punto è che il culto spirituale si fa
coi fatti e non con le chiacchiere, con le
leggi e non portando corone.
Tutto questo senza in alcun modo voler
sminuire l’opportunità, la sensatezza e
perfino la bellezza di occasioni di culto
pubblico come quella che ieri ha (giustamente)
paralizzato Roma e che i media
hanno portato in ogni casa d’Italia.
Manzoni scriveva che la patria si definisce
in funzione di “arme”, “lingua”, “altare”,
“memorie”, “sangue” e “cor”: le armi e il
sangue evocavano allora lo sforzo risorgimentale,
mentre oggi fanno pensare più
alle grigie cartelle esattoriali; le memorie
e la lingua si celebravano allora nei licei e
nelle targhe in ogni strada, oggi quest’ultima
la cura soprattutto mamma televisione
(coi risultati che sappiamo) e le prime vivono
in apposite “giornate”, come in riserva;
il cuore – bisogna darne atto – gli Italiani
ce lo mettono sempre, e tanto, ma un
altare ci vuole lo stesso. Lo sapevano pure
gli architetti e i committenti sabaudi (in
buona parte massoni) che alla fine del XIX
secolo hanno progettato nel Monumento
a Vittorio Emanuele II – il futuro “Altare
della Patria” – il simbolo della religione civile
della “Giovine Italia”: lo sapevano così
bene che la distruzione di Via dell’Aracoeli,
dei tre chiostri della chiesa di Santa
Maria e della torre di Paolo III fu reputata
un sacrificio necessario a tanto scopo
(in realtà non stavano nella pelle all’idea
di poter simboleggiare con l’oscuramento
della basilica che dominava il Campidoglio
l’avanzata delle “magnifiche sorti e progressive”
sull’“oscurità medievale”).
Beghe trascorse, certo, e non vale la pena
stare a stuzzicarle, anche se negli ultimi
anni qualche presidente della Repubblica
ha mostrato viva commozione davanti
al «simbolo dell’eredità di valori che le
generazioni del Risorgimento ci hanno
affidato» (così Ciampi nel 2003). È facile
che le emozioni si riversino nella retorica,
durante le “pompe”, ma basta visitare
il “monumento al bersagliere” a Porta Pia
(senza scomodare i libri) per ricordare che
a quella stessa “eredità di valori” si richiamava
continuamente, e non solo per legittimarsi,
anche la retorica mussoliniana
e fascista (per di più, quella volta Ciampi
– comunque al di sopra di certi sospetti
– parlò perfino di una “nuova giovinezza”
del monumento). Sarebbe stupido partire
di qui per affibbiare etichette a destra e a
manca, ma forse non lo è chiedersi se davvero
la magmatica “eredità di valori” risorgimentali
– da Ciampi compendiata quella
volta in “unità della Patria” e “libertà dei
cittadini” – sintetizzi esaustivamente il
cuore della “religione civile” italiana, e se
l’altare della Patria rispecchi veramente
il generoso cuore degli Italiani (nonché il
sangue lungamente versato).
È innegabile che la stessa prossimità ai fori
imperiali (guarda caso riaperti ed esaltati
durante il ventennio fascista proprio in
connessione col culto pubblico) e all’antico
colle dei sacra sollemnia romani abbia
tentato romanticamente di ricollegarsi a
un trascorso popolare non cristiano, con la
speranza, subito frustrata, di ripristinarlo
sul cristianesimo. L’utopica impresa non
riuscì all’imperatore Giuliano, con l’impero
convertito da appena un paio di generazioni,
dunque non c’è motivo di stracciarsi
le vesti per le velleità dei grembiulini.
Il paradosso, semmai, è che nello stesso
monumento sabaudo balena l’adynato, la
pretesa impossibile, di una religione civile
che voglia fare a meno del cristianesimo:
mentre infatti si accolse il proposito di
non inserire figure antropomorfe se non a
scopo allegorico – e questo escludeva en
passant la rappresentazione di crocifissi (e
croci), che allegorici non sono – si scelse
di ornare il basamento dell’immane statua
equestre di Vittorio Emanuele II con gli
stemmi dei più grandi comuni d’Italia – e lì
le croci tornarono a fioccare, perché i comuni
d’Italia erano già stati fatti quando le
direttive anticlericali dei grembiulini non
erano neppure pensabili.
Ne è risultata un’ironica allegoria politicoreligiosa,
dove simbolicamente l’icona del
re d’Italia viene sorretta da uno stuolo di
croci: allora come oggi, infatti (oggi almeno
de iure, se non de facto, allora perlomeno
idealmente, se neanche de iure)
Tutto questo senza in
alcun modo voler sminure
l’opportunità, la sensatezza
e perfino la bellezza della
liturgia politica, anzi.
Purché operi, però,
ciò che significa
l’autorità del Capo dello Stato italiano si
fondava sul popolo; la sua attuale prerogativa
di garante delle istituzioni ha come
punto di riferimento formale la Carta costituzionale
– la quale però «non è un totem
intoccabile» (parole recentissime di
Mattarella) – e come orizzonte primo ed
ultimo quel popolo che, esercitando mediatamente
la propria sovranità, lo ha eletto
per sette anni.
Che nel discorso in Parlamento Mattarella
abbia menzionato per sei volte il “popolo”
e per sette i “cittadini” (mentre solo per
tre volte ciascuna le parole “istituzioni” e
“legge”/“legalità”) è segno sicuro del “genere
letterario” del culto pubblico: dall’intento
latino di relegare i cives viene il
concetto di “religione civile” e dalle radici
greche dei termini “laos” e “pòlis” prende
il nome la “liturgia politica” – di cui ieri abbiamo
visto un ben riuscito esempio.
Ha l’intento di cementare il popolo, una
liturgia politica, e per questo ricorre all’evocazione
del sangue e delle armi, preferibilmente
fatta davanti a un altare (e
difatti il Vittoriano è diventato nel sentire
comune “l’altare della Patria” dal 1921,
quando ai piedi della “dea Roma” furono
deposte le reliquie del “Milite Ignoto”,
il quale appunto morì da soldato e non,
che so, da pasticcere). La religione civile
vuole consolidarne l’unità, e per questo fa
largo uso della lingua comune usando parole
che tocchino il cuore (non per altro
l’inno nazionale viene suonato per più di
una volta durante la cerimonia). Sembra
che da quest’analisi resti un po’ trascurata
la memoria, che resta in fondo l’anima di
ogni liturgia.
Se si ripensa a come nel medioevo si
chiamassero “sacramenta”, tra le tante
cose, anche le incoronazioni di sovrani e
i grandi gesti di governo, si può senz’altro
dire – senza tema che qualcuno ci accusi
di violare il canone tridentino dei sette
sacramenti – che abbiamo assistito ieri a
un “sacramentum”. Speriamo che servano,
questo e altri “sacramenti” simili (come la
parata del 2 giugno) a “operare ciò che
significano” (così fanno i sacramenti istituiti
da Cristo), cioè l’unità del popolo e la
libertà dei cittadini. Quando “sacra sollemnia”
sono riusciti in questo intento, dall’antica
Roma in qua, non sono mai stati soldi
buttati, perché la coesione (bene primario
di ogni comunità) non è un lusso che un
popolo possa scegliere di non concedersi,
e ciò vale anche (se non soprattutto)
in tempo di crisi. E teniamoli allora, come
suggeriva Padre Pizarro, questi pennacchi,
queste sciabole, questi tamburini e questi
trombettieri a cavallo.
Viceversa, però, non si dimentichi che
“liturgia” significa “ciò che esprime il popolo”.
Pare che fuori dal Quirinale, benché
frastornata dalle “pompe” (ossia dal
corteo), la gente si augurasse pace e lavoro,
e che così rispondesse ai giornalisti
che chiedevano invece esplicitamente le
impressioni sul rito al Vittoriano e sulla
“pompa” di autorità civili e militari.
Ogni liturgia rischia di diventare vuoto
estetismo, se perde il contatto con la memoria
grata di un popolo. Lo “spirito”, cioè
i fatti, diranno se sarà stato questo il caso
oppure no.


Al Quirinale torna un cattolico senza prediche

Renato Farina

Non ha nominato Dio.
Non ha citato ilVangelo.
Non si è ispirato alla figura di santi.
Da questo
si capisce che con Sergio
Mattarella è tornato un cattolico
al Quirinale. Un tipo
di cattolico alla Cossiga e allaMoro(se mai fosse andato
sul Colle). Non c'entrano
qui le differenze di idee politiche
e di temperamento. Li
unifica lo stile alieno da inflessioni
bigotte, da genuflessioni
esibite (...)
(...) nel momento in cui si agisce in
quanto autorità dello Stato. In privato
tutto: preghiere, letture, adorazioni
eucaristiche, processioni. Cossig astette
rigidamente in piedi davanti a papa
Giovanni Paolo II da capo dello Stato
(dall’85al’92). Lo vidi con l’anca e il femore rotti gettarsi
ai piedi di papa Ratzinger da senatore a vita (2007). Anche
Andreotti era della stessa pasta: messa
e comunione tutte le mattine, ma poi
discuteva e qualche volta dava ragione
al diavolo. I cattolici non sono islamici.
Non identificano i poteri di Dio e
di Cesare. Del resto la nostra civiltà si
fonda sull’idea cristiana di libertà purificata da scontri e incontri con l’illuminismo.
Questo non comporta affatto che un
presidente cattolico metta il suo credo
tra parentesi. Sarebbe una cosa ben
miserabile la fede se non plasmasse le
scelte decisive di una persona. Ma la responsabilità
è tua, solo tua, caro Sergio
- gli dice la Chiesa.
In questo senso, essere cattolici lascia molto più liberi e in un certo senso
più soli che essere comunisti. Il Partito
comunista ha sempre avuto la pretesa
di essere una Chiesa con i suoi sacramenti e le sue scomuniche.
Ma non esiste laicità tra i comunisti.
Non esiste distinzione tra coscienza personale e direzione
del partito. Giorgio Napolitano ne è stata
la prova. Il primo interesse
è stata la Ditta.
Un cattolico liberale alla Cossiga
mette davanti la coscienza. Obbedisce
a essa. Al Papa e alla coscienza.
Spesso è un dramma. Ma, senza, la vita
sarebbe banale. Cossiga si batté come un leone perché fosse portato sugli
altari il cardinale John Henry Newman.
Benedetto XVI lo ascoltò facendolo
beato. E beatificò le celebri parole:
«Se fossi obbligato a introdurre la religione
nei brindisi dopo un pranzo (il
che in verità non mi sembra proprio la
cosa migliore), brinderò, se volete, al
Papa; tuttavia prima alla coscienza,
poi al Papa».
Il Dio cristiano si è incarnato e il suo
Vicario sta a San Pietro: non è il Grande Architetto dei massoni che sta a dormires opra
le nuvole. Dioc’è e c’entra.
Ma poi te la giochi con Lui l’ultimo giorno.
Non ci sono fatwe o ukaze del Comitato
centrale. Il Papa non manda
pizzini.
Ho paragonato Mattarella a dei giganti.
Abbasso subito l’asticella. Bisogna
vederlo negli atti, quanto salterà
in alto. Per ora si coglie questa sua dimensione
di cattolicesimo quotidiano
da come ha pronunciato la frase
«sostenere la famiglia risorsa della società» (non ha detto «le» famiglie). Ha
ripetuto 12 volte, ed è stato il sostantivo
più usato, «volto/volti»: quello
«spensierato dei bambini», quelli dei
malati. Non le alture delle grandi visioni:
ma scorgere l’infinito nelle facce.
È tornata fuori la questione se Mattarella sia stato avversato dai
«ciellini» in
memoria di antiche contrapposizioni.
Non esiste. Proprio no. Storie diverse,
ma che c’entra? Di certo il suo percorso è passato attraverso altri maestri
e amicizie, ma la Chiesa è grande e noi
siamo piccoli uomini, che duriamo un
attimo. Di che militanza sia lo attesterebbero le lacrime di Rosy Bindi durante il suo discorso:
in effetti sono stati entrambi dirigenti
dell’associazionismo
cattolico diciamo così di sinistra, con
preferenza data ai teologi rahneriani,
scusate l’arabo. Dunque talebani pauperisti.
Ma no. C’è qualcosa di più profondo:
la comunanza nello stesso tipo
di dolore. Rosy assisté agli ultimi respiri del suo maestro Vittorio Bachelet ucciso
dai colpi delle Br, nelle braccia di
Sergio spirò il fratello Piersanti, straziato da Cosa nostra.
Da quella mescolanza di fede e sangue amato derivò il loro
impegno politico. Questo li rende non
banali. Avversabile, avversabilissima
la Rosy; Sergio vedremo.
Ho citato Cossiga, quasi fosse l’ultimo cattolico lassù sul Colle.
Qualcuno
mi dirà: e Oscar Luigi Scalfaro? Alt! In
realtà l’ultimo presidente cattolico
che ha avuto l’Italia è stato Ciampi.
L’Osservatore Romano lo ha certificato pubblicando un’intervista di Arrigo
Levi. Testimonia Ciampi:«Sua Santità
mi invitava la mattina. Lui dicev amessa
nella sua piccola cappella, nel suo
appartamento, alla presenza di poche
suore. Andavamo con mia moglie. Seguivamo
la messa». Passava per laico
azionista. Si convertì? Successe qualcosa.
Vide papa Wojtyla a tu per tu. Dopo pochi istanti ci fu
«non dico una confessione,
ma un incontro in cui ci
aprimmo il cuore. Ricordo che mi commossi.
Nessuno lo seppe». Misteri. Ma
cattolico lo diventò. Secondo il cardinale Dziwisz,
stava per capitare la stessa
cosa tra Giovanni Paolo II e il suo
amico Pertini. Si recò per vederlo in
punto di morte. Ma la moglie Carla gli
sbarrò la porta. E Oscar Luigi Scalfaro.
Questi sì ufficialissimamente cattolico.
Pubblicò un libro con le sue prediche.
Non alludiamo a discorsi, ma proprio a omelie.
Il titolo era«Amen!». Chi
sono io per giudicare. Lascio perciò la
parola a Ciriaco De Mita: «Per amor di
Dio. Sergio è un cattolico vero, siciliano,
coerente. Scalfaro era un ipocrita,
un clericale del nord». Amen!



C’è un cattolico (vero) al Colle

di Marco Politi 

Torna sulla scena politica, e ai massimi livelli, una personalità cattolica – fortemente cattolica dal punto di vista della fede e della cultura – mentre sono ormai naufragati i tentativi di ricreare un partito confessionale e in una fase cui papa Francesco ha sancito che il Vaticano non vuole assolutamente più muovere pedine nella politica italiana. Perché tocca alla Cei interloquire con le istituzioni della Repubblica. È un evento degno di attenzione, non senza cogliere i due paradossi che lo caratterizzano. IL PRIMO è che al suo “capo - lavoro” (l’elezione di Mattarella) il king-maker Matteo Renzi è stato costretto. Sospinto quasi fisicamente a cercare una personalità dal profilo alto e non manovrabile in seguito al rifiuto dei suoi interlocutori politici di accettare ciò che nei mesi passati aveva in mente: un “tec - nico” o qualche altra invenzione, magari ammantata dalla retorica di un nome femminile. Il che dimostra che con Renzi si può trattare soltanto da posizioni di fermezza (come è accaduto con il rinnovo della Corte costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura, quando in Parlamento vennero rimandate al mittente proposte inadeguate. Idem, quando Napolitano gli ha impedito di procedere a nomine inconsistenti per la carica di ministro degli Esteri poi ricoperta da Gentiloni). Il secondo paradosso è che sin dalle prime sue parole Sergio Mattarella ha evidenziato che cosa sia sul serio la tradizione cattolica democratica e sociale, mostrando in controluce le debolezze culturali che contrassegnano l’agi - re del presidente del Consiglio. A fronte di un premier, che per paura di sporcare la sua immagine di “vincente” fugge sistematicamente dal disagio sociale –si tratti dell’alluvione di Genova o dei tumulti razzisti di Tor Sapienza – il nuovo presidente della Repubblica ha evocato per prima cosa le difficoltà degli italiani, ha rivolto la sua attenzione alla gente comune che non può partecipare ai deliri della Leopolda dove si inneggia con tifo da stadio “al posto fisso che non c’è più”, ha ricordato le ferite sociali del Paese, mettendo in luce ciò che nella narrazione renziana non esiste mai: l’aumento, in questa crisi, di ingiustizie, nuove povertà, emarginazione e solitudine. È un primo spartiacque tra una cultura cattolica nutrita dal concilio Vaticano II – senza bisogno di scomodare papa Francesco, che pure si muove sulla stessa lunghezza d’onda – e lo stile alla Matteo che privilegia soltanto il rapporto con i Soggetti Forti (si ricordi l’impegno fulmineo con cui ha bloccato la Google Tax e l’insistito schierarsi con Marchionne a prescindere). Per vivere in politica una “idea del cattolicesimo”, come si è formato al meglio nel Novecento, non basta certo qualche frettolosa frequentazione di scoutismo. Il cardinale Bagnasco notava giorni fa il tormento che colpisce “moltissime famiglie che non arrivano da tempo alla fine del mese, anziani che attendono le loro magre pensioni mangiando pane e solitudine, giovani che hanno paura per il loro futuro incerto”. Questo orizzonte è assente dai proclami del premier, ma ben presente nella mente del presidente Mattarella. Intriso del cattolicesimo socialmente impegnato (nutrito degli insegnamenti dei papi che vanno da Giovanni XXIII al Giovanni Paolo II, da Paolo VI a Francesco) è anche l’impera - tivo, contenuto del discorso del giuramento del nuovo capo dello Stato, a combattere mafia e corruzione. Due termini introvabili nel discorso di investitura di Renzi al Senato. E si farebbe torto all’intelligenza di Matteo attribuirlo a distrazione. C’è ancora un dato che salta agli occhi. Il primo passo di Mattarella è stato di andare alla Fosse Ardeatine, le sue parole sulla Resistenza e la lotta al nazifascismo sono un chiaro riallacciarsi al cattolicesimo politico repubblicano, nato dall’oppo - sizione alla dittatura fascista. Un richiamo alla “memoria” nazionale, che a Berlino come a Parigi come a Washington non viene mai archiviata, ma che non dice nulla ad un premier che si è vantato di una “profon - da sintonia” con Silvio Berlusconi, notoriamente smemorato su questi temi. DUNQUE, c’è un cattolico al Quirinale. Una prova, valida per stagioni future, che il cattolicesimo può essere produttivo anche senza casacca partitica. E una boccata d’aria fresca in un panorama politico generalmente privo di cultura, in omaggio alla rottamazione delle visioni del mondo. Potrebbe forse servire a rilanciare finalmente l’idea che la politica ha bisogno di un retroterra culturale. Speriamo.



ALDO BONOMI: MATTARELLA E LA VOGLIA DI COMUNITÀ


Giuseppe Frangi
(Vita.it)
Sette volte la parola comunità ricorre nel testo, per altro breve, con cui il neo presidente Sergio Mattarella si è presentato oggi in Parlamento. Una parola attorno alla quale Aldo Bonomi ha lavorato con anni di ricerche, di riflessioni, di percorsi sul campo. Una parola che sembrava essersi drammaticamente persa nel marasma della globalizzazione e che oggi invece viene richiamata con chiarezza e con lucidità al primo posto delle priorità.
Sorpreso da questa insistenza di Mattarella sul tema della comunità?
A posteriori no. La sua formazione discende dal personalismo cristiano alla Mounier e quindi ci sta che il tema della comunità assuma un posto centrale nella sua visione.
Non rischia di essere una propsettiva passatista?
Nient’affatto. Per un motivo che è molto chiaro nel percorso fatto da Mattarella in questo suo primo discorso pubblico da presidente. Lui è partito dalla constatazione che oggi ci troviamo di fronte alla solitudine dei soggetti, come conseguenza di altre emergenze come l’ingiustizia, la disparità sociale, la povertà. La solitudine è l’esito più grave di queste ferite sociali. È partendo da questa constatazione che Mattarella si pone il tema della comunità. È un tessuto di comunità, il livello a partire dal quale si possono affrontare le emergenze sociali che assillano la vita di tanti. Questo ha una conseguenza, molto chiara nello stile di Mattarella.
Quale?
Che esprime una concezione diversa di leadership. Il leader non è quello che trascina il consenso di cittadini disposti a seguire, ma è colui che sollecita la mobilitazione degli stessi cittadini. Pur nella sobrietà estrema dello stile, il discorso è un discorso che punta a mobilitare.
Tornando al tema della comunità, è importante questa insistenza di Mattarella?
Certamente. Anche perché è una categoria evocata al fianco di situazioni diverse. Parla di comunità per quel che riguarda le relazioni internazionali. Ma ne parla anche per indicare la questione dell’immigrazione, dove fa riferimento non genericamente agli stranieri, bensì alla “comunità degli stranieri”. Anche in questo caso è un cambio di prospettiva, perché si riconosce non la somma sociologica degli individui, ma l’articolazione di cittadini che si mettono insieme. Come ho accennato, la comunità è vista come risposta alla solitudine. Un‘idea che è emersa molto chiara nel finale del discorso dove Mattarella si è augurato che l’Italia sia «popolo che si senta davvero comunità». 

Mattarella, la buona commozione
Marina Corradi Avvenire 4 febbraio 2015
L'aula di Montecitorio gremita e composta, come nelle grandi occasioni. Applausi, molti, caldi, per le parole del presidente. Parole belle, ponderate, quasi, si potrebbe dire, accoglienti: come pensate per includere il Paese intero, con le sue differenze e i suoi travagli, e portarlo idealmente in quell’aula. Siamo abituati a un Parlamento spaccato e frammentato, siamo abituati agli scontri e agli insulti; e anche sappiamo che quei deputati e senatori sono espressione solo di una parte del Paese – perché in molti, ormai, nemmeno vanno più a votare. 

Eppure la faccia e le parole di Sergio Mattarella producono su chi sta ad ascoltarlo una commozione: perché riescono a risvegliare un sentimento di unità. Un’unità, dice schiettamente il presidente, «difficile, fragile, lontana» e insidiata dalla crisi con le sue crescenti povertà. Eppure un’unità che occorre ritrovare. 

Altre parole, l’assemblea applaude ancora. Molte volte. Fa uno strano effetto, questa concordia fra uomini normalmente tanto divisi. Ma sarà vera, ti chiedi, o avrà ragione il corsivetto di un militante sul blog di Grillo, che insinua che gli onorevoli applaudono solo perché ora si sentono il posto garantito? Commento cinico, e però sai che anche questo stanno dicendo nei bar. 

E però dalla faccia e dalla voce di Mattarella emana qualcosa che tiene avvinto chi ascolta. Quella mitezza forse, cui non siamo più abituati. La fermezza che indovini dietro agli occhi chiari. E quella volontà di includere tutti, perché non sia estraneo nessuno. E’ l’accenno alle nuove forze politiche emerse in Parlamento, e ai giovani deputati, e alla loro capacità di indignazione, cui Mattarella chiede di farsi costruttiva capacità di cambiare.

È la coscienza del dramma che si consuma nel Mediterraneo e lascia ogni giorno sulle coste nostre, ma coste anche d’Europa, uomini, donne e bambini, in fuga e sfiniti. È, soprattutto, l’immagine finale, che guarda fuori dall’aula, alle strade italiane. «Il volto della Repubblica – dice il presidente – è quello che si presenta nella vita di tutti i giorni: l’ospedale, il municipio, la scuola, il tribunale...».

Vero. La Repubblica, agli occhi nostri, è in quegli edifici grandi, spesso vecchi, sulla cui facciata sventola, magari ingrigito e sfilacciato, il tricolore. Sono le aule dei nostri figli, le solenni scale dei tribunali, le sale d’attesa degli ospedali. Posti in cui andiamo per chiedere qualcosa di importante: maestri e professori degni, e giudici capaci di giustizia, e medici che ci sappiano curare. La Repubblica è anche nelle facce che incontriamo in quei corridoi. Dove andiamo trepidanti, sapendo le lungaggini della burocrazia e l’affanno degli sportelli sovraffollati – oppure l’indifferenza che raggela. La Repubblica abita lì, e noi ne abbiamo bisogno, e insieme ne proviamo diffidenza e amarezza, troppo avendo saputo di corruzioni, sperperi, inefficienze.

E tuttavia Mattarella, i suoi occhi trasparenti, le parole misurate e quasi succinte – come avesse voluto evitarne scrupolosamente qualsiasi di inutile – sortiscono in molti di noi che stiamo a ascoltare una commozione cui, stupiti, cediamo. Qualcosa di simile a ciò che prende ascoltando l’inno di Mameli: per quanto disincantati siamo, si affaccia tenace la consapevolezza di una comune storia e appartenenza.
Avviliti dai vizi e dalla inconsistenza di questa Italia, sfiduciati come siamo in tanti, il volto e l’espressione di questo giurista siciliano tuttavia ci hanno costretto a starlo a ascoltare. A desiderare di credergli. A pensare che forse possiamo sperare.

Sono i richiami a ciò che ci tiene insieme – mentre sempre fra noi parliamo di ciò che divide. Il nome del piccolo Stefano Taché, ucciso nell’attacco terrorista alla Sinagoga di Roma, nel 1982: «Aveva solo due anni. Era un nostro bambino», dice Mattarella, ed è bello quell’accento – «nostro», figlio di tutti noi. Bello perché ricorda che, ancora, siamo un popolo. E allora la sfiducia con cui guardiamo all’Italia, da amarezza verso gli "altri", si converte nella coscienza che l’Italia siamo anche noi. Serve, dice il Presidente, «la tenace mobilitazione di tutte le risorse», perché la democrazia non è una conquista definitiva, ma si fa ogni giorno. Ogni mattina, di nuovo. (Mentre, oscure ma vicine, incombono spaventevoli minacce di nemici che vorrebbero cancellare la nostra civiltà).

E quindi siamo rimasti a guardare la faccia di quest’uomo che dicono della Prima Repubblica, con un po’ di speranza che spingeva per farsi largo nella nostra stanchezza di italiani della Seconda. Ingenui, sentimentali, sciocchi? Siamo abituati a dubitare e diffidare. Ma non concedendo fiducia a nessuno non si vive, non si va avanti. Lasciamo allora che la faccia mite di quest’uomo salito al Quirinale ci spinga, singolarmente, a sperare.

Chesterton: Il fondamento della libertà è in Dio. Quella profezia sui banchieri di Wall Street



di Paolo Gulisano

Gilbert Keith Chesterton non è uno scrittore del secolo passato, ma del futuro prossimo. Nella produzione decisamente abbondante, consona al suo autore, che ci ha lasciato, accanto alle ben note opere narrative, tra le quali spiccano i racconti di Padre Brown, nonché i romanzi, ricchi di immaginazione fantastica, da Il Napoleone di Notting Hill a L'Osteria Volante a L'uomo che fu Giovedì, troviamo una produzione saggistica assolutamente eccezionale: il suo talento ebbe modo di sfornare opere come Ortodossia o le biografie di santi come Francesco d'Assisi e Tommaso d'Aquino, e altro ancora.

CHESTERTON LEGGE PROFETICAMENTE LA REALTÀ

Dopo anni di oblio, Chesterton sembra tornato di moda: lo si ripubblica, si offrono (finalmente) al pubblico italiano diversi inediti, e se ne parla in incontri e convegni. Se ne mette in evidenza – e giustamente – lo spirito apologetico del cristianesimo, ma c'è anche un altro fondamentale aspetto da sottolineare del grande giornalista e scrittore inglese: la sua capacità di leggere profeticamente la realtà. Già negli anni 30 scriveva e discuteva di eugenetica, ma non solo: vide in anticipo tutti i guasti che avrebbero prodotto i sistemi politici che a vario titolo soffocavano le libertà autentiche, in particolare giudicando con straordinaria preveggenza i guai di un moderno "stato servile" dove l'uomo è espropriato della sovranità personale, della possibilità di disporre del proprio lavoro, del proprio tempo, persino dei propri talenti.

PRENDERE SUL SERIO LA REALTÀ NELLA SUA INTEGRITÀ

Chesterton scrisse in una lettera alla fidanzata, agli inizi del proprio impegno giornalistico: "È facile, a volte, donare il proprio sangue alla patria, e ancora più facile donarle del denaro. Talvolta è più difficile donarle la verità". Urgeva in lui il desiderio appassionato di salvaguardare le coscienze e il pensiero dei suoi connazionali dai veleni della propaganda di parte, con tutte le sue falsità e menzogne.
L'intento di Chesterton era quello di prendere sul serio la realtà nella sua integrità, a cominciare dalla realtà interiore dell'uomo, e di adoperare fiduciosamente l'intelletto – ovvero il buon senso – nella sua originale sanità, purificato da ogni incrostazione ideologica.

USO SAPIENTE DEL PARADOSSO

Di fronte ai mali della Modernità, e, al loro progressivo affermarsi, Chesterton non rispose con pessimismo recriminante, ma con la lieta ribellione del cristiano.
Con l'uso sapiente del paradosso, Chesterton non si limita a far sorridere il lettore. Gli svela che il mondo lasciato a se stesso diventa sempre peggiore. La conseguenza più deleteria della scristianizzazione non è stato il pur gravissimo smarrimento etico, ma lo smarrimento della ragione. Il mondo che rifiuta Dio, che gli volta le spalle, che vuole fare a meno di Lui, impazzisce. Il rapporto individuo-società, libertà personale-ordinamento civile, ovvero persona-stato, è uno dei nodi cruciali della modernità. Uno dei modi più originali di affrontarlo è stato rappresentato dal movimento inglese del Distributismo, cui novant'anni fa Chesterton diede vita insieme agli amici Hilaire Belloc, scrittore, giornalista e parlamentare, e Vincent MacNabb, frate domenicano irlandese.

IL DISTRIBUTISMO, OVVERO UN'ALTERNATIVA AL CAPITALISMO E AL SOCIALISMO

Un problema mai risolto, si potrebbe obiettare, quello della "terza via" tra liberismo capitalista e socialismo collettivista, e forse superato dai tempi. In realtà quanto avviene oggi, i segnali di sostanziale fallimento della globalizzazione, ci invitano a riprendere seriamente in considerazione la questione, e una riscoperta del pensiero di Chesterton è quanto mai attuale.
Chesterton e i suoi amici distributisti avevano identificato nello "Stato servile", capitalista o marxista è indifferente, l'asservimento dell'uomo allo Stato o al proprietario, e alle loro pretese.
Al contrario, secondo il Distributismo, le persone dovrebbero essere messe in grado di guadagnarsi da vivere senza dover contare sull'uso della proprietà altrui. Esempi di persone che si guadagnano da vivere in questo modo sono gli agricoltori che possiedono la loro terra e le relative macchine (oppure in consorzio con altri agricoltori); gli artigiani che possiedono i loro strumenti, e che attraverso essi possono sviluppare il loro talento e la loro creatività. Il Distributismo prevedeva inoltre un approccio corporativo, o cooperativo, che prevedeva la co-proprietà di comunità locali più grandi di una famiglia, ad esempio, partner in un business oppure in un consorzio, pur sempre permanendo in una forma di indipendenza aziendale.
Il Distributismo, inoltre, prevedeva l'eliminazione, o una profonda rielaborazione, del sistema bancario, con un ruolo molto diverso dei governi in campo economico, ad esempio tramite accordi fiscali con tali piccole (se non piccolissime) imprese, finalizzati all'incentivazione della fiducia delle banche nei confronti dei creditori fruitori del credito sociale e dello sviluppo della fiscalità monetaria.

IL FONDAMENTO DELLA LIBERTÀ STA IN DIO

Utopie? In realtà Chesterton non fa che richiamarsi esplicitamente a quei principi di dottrina sociale cattolica che affondano le proprie radici nell'esperienza benedettina (Ora et labora) ed espressi modernamente in diverse encicliche papali.
Chesterton e i distribuisti ritenevano che ogni autorità, nella famiglia, nel negozio, nell'azienda, nella regione, nello stato non esiste mai, in nessun caso, a beneficio di coloro che la posseggono e ne fanno uso. Nessun padrone ha il diritto di sfruttare un solo uomo. Eppure ogni epoca, nota Chesterton, ha cercato di produrre una sua versione della tirannide e dello schiavismo. Il governo deve governare, ma mai divenire un tiranno; i governati devono obbedire, ma non devono mai adattarsi a divenire schiavi.
Il fondamento della libertà - a differenza di quanto recitano le diverse ideologie da duecento anni - sta in Dio. Dimenticare che Dio è l'unica fonte di autorità è un cominciare ad offrire a Cesare quel che è di Dio, venerare la Bestia dell'Apocalisse e adorare ciò che desidera primeggiare.
Il vero dramma della modernità, pertanto, sta nella scelta tra Dio e gli idoli, tra la civiltà cristiana e il nuovo paganesimo che adora potere, denaro e lussuria.
 

Il Sussidiario, 7 febbraio 2013

Chi possiede la ricchezza mondiale?


La serietà del problema è inversamente proporzionale a quanto se ne parla: il mondo è in mano ad una élite sempre più ricca, a spese del resto della popolazione, tant'è che oggi circa metà della ricchezza è detenuta dall'1% della popolazione mondiale. Il rapporto di ricerca Working for the few diffuso da Oxfam presenta i dati di questo squilibrio. 
Vediamoli in punti:
- lo 0,7% della popolazione mondiale possiede quasi la metà delle ricchezze planetarie
- il reddito di 85 super ricchi equivale a quello della metà della popolazione mondiale;
- 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza economica è aumentata negli ultimi 30 anni;
-i più ricchi nascondono al fisco 21.000 miliardi di dollari in una rete di paradisi fiscali;
- negli Usa, l’1 per cento dei più ricchi ha intercettato il 95% delle risorse a disposizione dopo la crisi finanziaria del 2009, mentre il 90% della popolazione si è impoverito;
- in Europa, la politica di austerity ha gravato sulle classi povere e sulle classi medie a causa dell’enorme pressione dei mercati finanziari, dove i ricchi investitori hanno invece beneficiato del salvataggio statale delle istituzioni finanziarie;
- in India, il numero di miliardari è aumentato di dieci volte negli ultimi dieci anni;
- in Africa, le grandi multinazionali – in particolare quelle dell’industria mineraria/estrattiva – hanno evitato l’imposizione fiscale e le royalties, riducendo in tal modo la disponibilità di risorse che i governi avrebbero potuto utilizzare per combattere la povertà.
 Il Rapporto aggiunge che questa crescente disuguaglianza è stata possibile per l'influenza che le élite economiche e finanziarie hanno sulla politica dei loro paesi. Ad esempio in ambito fiscale: dalla fine del 1970 la tassazione per i più ricchi è diminuita in 29 paesi sui 30 per i quali erano disponibili dati.
Working for the few  è stato pubblicato, in occasione del World Economic Forum di Davos, inaugurato il 21 gennaio, al quale anche Papa Francesco ha mandato un messaggionel quale ha chiesto «di fare in modo che la ricchezza sia al servizio dell’umanità e non la governi».

 Tabella Richezza


http://www.documentazione.info/


DIOS, EL REY Y EL JUICIO DE TOMÁS MORO

Comentario al discurso del Papa ante el Parlamento británico


Por William Newton

TRUMAU, Austria, 22 septiembre 2010 (ZENIT.org).- Es conocido el dicho de Mark Twain de que la historia no se repite, pero a veces rima. El pasado viernes, en Westminster Hall, Londres, se produjo una de estas ocasiones.

En este edificio, en julio de 1535, santo Tomás Moro fue condenado a muerte por traición, al no reconocer la autoridad suprema del soberano temporal, el Rey, sobre la autoridad de la Iglesia y sobre el Papa.

Han tenido que pasar quinientos años para que el viernes de la semana pasada John Bercow, sucesor de santo Tomás Moro como presidente de la Cámara Baja, diera la bienvenida al sucesor del Papa Clemente VII, al dirigirse al Parlamento Británico reunido.

Benedicto era plenamente consciente del significado de la ocasión y no tuvo reparos en recordar a los parlamentarios reunidos lo que estaba en juego en el juicio de santo Tomás Moro. Benedicto señaló que “el dilema que tuvo que afrontar Moro en aquellos difíciles tiempos” fue “la perenne cuestión de la relación entre lo que pertenece al César y lo que es de Dios”.

El objetivo del discurso de Benedicto XVI –y uno de los significados de toda su visita al Reino Unido- era, por consiguiente, “reflexionar… sobre el espacio adecuado de la creencia religiosa dentro del proceso político”.

Benedicto XVI señaló que “los interrogantes fundamentales en juego en el juicio de Moro siguen presentándose hoy” y entre estas cuestiones la más importante es esta: “¿Apelando a qué autoridad se pueden resolver los dilemas morales?”

Moro, y todos los hombres y mujeres de su tiempo en Inglaterra, fueron obligados –bajo pena de muerte- a preguntar y responder a este interrogante: ¿Sobre qué base se puede decidir la cuestión moral del divorcio y el nuevo casamiento? ¿Cuál fue el fundamento de la opinión de quien tenía el poder político (rey Enrique VIII), y en qué se basaban los principios morales perennes, defendidos por la Iglesia?

Fundamentos

Ha cambiado mucho en Inglaterra desde el punto de vista político en los quinientos años que siguieron pero la cuestión permanece: ¿Hay algunas bases éticas de la sociedad civil y política que sencillamente no pueden ser cambiadas por quienes ejercen el poder, incluso si el poder es democrático?

La respuesta de Benedicto XVI es, por supuesto, sí, porque “si los principios morales que sustentan el proceso democrático no se determinan por algo más sólido que el consenso social, la fragilidad del proceso [democrático] se hace demasiado evidente”.

Aquí, sin duda, el Santo Padre piensa, entre otras cosas, en las leyes antivida aprobadas por el Parlamento Británico y otras democracias de recientes décadas, al dictado del “consenso social” pero contrarias al bien verdadero de la sociedad.

Benedicto XVI no mencionó directamente el aborto, la eutanasia y la experimentación con embriones, pero dió otro ejemplo del sacrificio de los fundamentos morales de la sociedad. Refiriéndose a la actual crisis financiera global, recordó a su audiencia que esto demuestra a la sociedad lo que puede esperarse cuando los fundamentos éticos se sacrifican al interés privado y al pragmatismo.

Afirmó que “hay un amplio consenso de que la falta de un sólido fundamento ético en la actividad económica ha contribuído a las graves dificultades [económicas] que experimentan hoy millones de personas en todo el mundo”.

Insistiendo en este punto, recordó a los parlamentarios “uno de los logros especialmente notables del Parlamento británico”, la abolición del comercio de esclavos. El Santo Padre indicó que la campaña que condujo a esta legislación que marcó un hito, se construyó “no sobre el terreno cambiante de la opinión pública” (de hecho la población se mantenía como mucho ambivalente), sino “sobre principios éticos firmes, arraigados en la ley natural” y, se podría añadir, liderados por cristianos dedicados a ello tales como William Wilberforce.

Tras esta afirmación, Benedicto XVI trató sobre la réplica obvia: “¿Dónde se puede encontrar el fundamento ético de las decisiones políticas?”. Respondió señalando que “las normas objetivas que gobiernan la acción correcta son accesibles a la razón, prescindiendo del contenido de la revelación”. En contra de las afirmaciones del relativismo, la razón humana puede conocer lo que es verdad y lo que es correcto. Aquí, por supuesto, se refiere a nada menos que la ley natural.

Luz que guía

Por lo tanto, si las normas morales objetivas pueden ser conocidas por la humana razón, incluso sin revelación, ¿cuál es el papel de la religión, y especialmente la fe cristiana, en la sociedad? No consiste, afirmó Benedicto, en suplir estas normas morales y, por supuesto, no en ofrecer un anteproyecto para estructurar la política y la vida económica de un país. Más bien, “ayuda a purificar y arrojar luz sobre la aplicación de la razón para el descubrimiento de principios morales objetivos”.

De acuerdo con esto, es, en muchos casos, un papel “correctivo”, lo que significa que ayuda a guiar a la razón en su búsqueda de normas morales y su concreta aplicación, una guía que se necesita porque el pecado a menudo dificulta a la razón en su búsqueda de la verdad. El Santo Padre advirtió que “sin el correctivo proporcionado por la religión… la razón [también] puede ser presa de distorsiones, como cuando es manipulada por la ideología, o aplicada en un modo parcial que no tiene en cuenta la dignidad de la persona humana”.

Benedicto XVI recordó a su audiencia que “este mal empleo de la razón... fue el que situó el comercio de esclavos en el primer lugar”, cuando este comercio se fundó sobre la negación de principios morales que la sola razón debería haber afirmado, por ejemplo la igualdad de todos los hombres y su inherente dignidad.

El Papa señaló que esta función “correctiva” de la fe y la revelación no es siempre acogida en muchas sociedades democráticas actuales. Admitió que a veces hay buenas razones para ello. Aquí, se refirió al sectarismo y fundamentalismo, que calificó de fe religiosa privada de razón.

La cuestión es que la razón necesita a la fe, y la fe a la razón: “Hay un proceso en dos direcciones”. Siendo este el caso, Benedicto XVI pidió a su audiencia –hombres y mujeres con poder político en el Reino Unido- hacer lo que puedan para asegurar “un diálogo profundo y coninuado” entre “el mundo de la racionalidad secular y el mundo de la fe religiosa” para “el bien de nuestra civilización”.

A la luz de la importancia crítica de este diálogo entre razón y fe, Benedicto XVI dijo que no puede sino “expresar [su] preocupación por la creciente marginación de la religión, especialmente el cristianismo, que se está produciendo” en muchos países, incluído el Reino Unido.

Se refirió también a “signos preocupantes de una falta de aprecio… de los derechos de los creyentes a la libertad de conciencia y de religión”. Aquí, sin duda, pensaba en las recientemente establecidas leyes (llamadas) antidiscriminatorias aprobadas en el Parlamento Británico que, entre otras cosas, dan derechos exagerados a las personas homosexuales (incluyendo el derecho de adopción) a expensas de la libertad religiosa. Las agencias de adopción católicas han sido obligadas a plegarse a esto o cerrar.

Silencio

El Papa señaló también que “hay quienes querrían defender que la voz de la religión sea silenciada, o al menos relegada a la esfera puramente privada”.

Especialmente, hablando al día siguiente, en la vigilia de la beatificación del cardenal John Henry Newman, Benedicto XVI dijo que “Newman describiría el trabajo de su vida como una lucha contra la creciente tendencia a ver la religión como un asunto puramente privado y subjetivo”.

A la luz de esta tendencia “privatizadora”, que el Papa fuera invitado a visitar el Reino Unido por la Reina y su Gobierno (y no por los obispos) –que la visita fuera una visita de Estado- tiene un inmenso significado. Benedicto XVI, de obra y de palabra, pone el acento en la verdad de que las sociedades actuales, incluyendo las modernas democracias, no pueden actuar sin “religión en la plaza pública”.

Santo Tomás Moro, después de todo no fue sino el buen servidor del Rey y mejor de Dios; fue buen servidor del Rey porque lo era mejor de Dios. La comunidad política necesita la influencia del cristianismo para lograr su objetivo.

En la invitación sin precedentes al Santo Padre para dirigirse al Parlamento Británico, algo simplemente inconcebible incluso hace unos pocos años, luce el faro de la esperanza de que el cristianismo pueda seguir siendo una luz guía para la sociedad.

* * *
William Newton es profesor ayudante (MMF) en el Instituto Teológico Internacional, Trumau, Austria, y miembro asociado de facultad en el Instituto Maryvale, Birmingham, Reino Unido.

Il Papa: Non si lasci oscurare il fondamento cristiano che sta alla base delle libertà del Regno Unito

DISCORSO DEL PAPA DURANTE LA VISITA ALLA REGINA ELISABETTA II


Nel Palazzo Reale di Holyroodhouse ad Edimburgo


EDIMBURGO, giovedì, 16 settembre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso tenuto questo giovedì da Benedetto XVI nel Palazzo Reale di Holyroodhouse, ad Edimburgo, durante la visita alla Regina Elisabetta II e alle più alte autorità dello Stato.




* * *

Maestà,

grazie per il Suo gentile invito a compiere una visita ufficiale al Regno Unito e per le Sue cordiali parole di saluto, a nome del popolo britannico Nel ringraziare Vostra Maestà, mi permetta di estendere i miei saluti a tutto il popolo del Regno Unito e porgere con amicizia la mano a ciascuno.

È un grande piacere per me iniziare il mio viaggio salutando i Membri della Famiglia Reale, ringraziando in particolare Sua Altezza Reale il Duca di Edimburgo per il suo gentile benvenuto datomi all’aeroporto di Edimburgo. Esprimo la mia gratitudine all’attuale e ai precedenti governi di Vostra Maestà ed a quanti hanno collaborato con essi al fine di rendere possibile questa occasione, fra cui Lord Patten e il precedente Segretario di Stato Murphy. Vorrei pure prender atto con profondo apprezzamento del lavoro svolto dal “All-Parliamentary Group on the Holy See”, che ha grandemente contribuito al rafforzamento delle relazioni amichevoli che esistono fra la Santa Sede e il Regno Unito.

Nel dare inizio alla visita al Regno Unito nella storica Capitale della Scozia, saluto in maniera speciale il Primo Ministro Salmond ed i rappresentanti del Parlamento scozzese. Come le Assemblee del Galles e dell’Irlanda del Nord, possa anche il Parlamento scozzese crescere nel suo essere espressione delle nobili tradizioni e della distinta cultura degli scozzesi ed adoperarsi per servire i loro interessi migliori in spirito di solidarietà e di premura nei confronti del bene comune.

Il nome di Holyroodhouse, residenza ufficiale di Vostra Maestà in Scozia, evoca la “Santa Croce” e fa volgere lo sguardo alle profonde radici cristiane che sono tuttora presenti in ogni strato della vita britannica. I monarchi d’Inghilterra e Scozia erano cristiani sin dai primissimi tempi ed includono straordinari Santi come Edoardo il Confessore e Margherita di Scozia. Come Le è noto, molti di loro hanno esercitato coscienziosamente i loro doveri sovrani alla luce del Vangelo, modellando in tal modo la nazione nel bene al livello più profondo. Ne risultò che il messaggio cristiano è diventato parte integrale della lingua, del pensiero e della cultura dei popoli di queste isole per più di un millennio. Il rispetto dei vostri antenati per la verità e la giustizia, per la clemenza e la carità giungono a voi da una fede che rimane una forza potente per il bene nel vostro regno, con grande beneficio parimenti di cristiani e non cristiani.

Troviamo molti esempi di questa forza per il bene lungo tutta la lunga storia della Gran Bretagna. Anche in tempi relativamente recenti, attraverso figure come William Wilberforce e David Livingstone, la Gran Bretagna è direttamente intervenuta per fermare la tratta internazionale degli schiavi. Ispirate dalla fede, donne come Florence Nightingale servirono i poveri e i malati, ponendo nuovi standard nell’assistenza sanitaria che successivamente vennero copiati ovunque. John Henry Newman, la cui beatificazione celebrerò fra breve, fu uno dei molti cristiani britannici della propria epoca la cui bontà, eloquenza ed azione furono un onore per i propri concittadini e concittadine. Questi e molti altri come loro furono mossi da una fede profonda, nata e cresciuta in queste isole.

Pure nella nostra epoca possiamo ricordare come la Gran Bretagna e i suoi capi si opposero ad una tirannia nazista che aveva in animo di sradicare Dio dalla società e negava a molti la nostra comune umanità, specialmente gli ebrei, che venivano considerati non degni di vivere. Desidero, inoltre, ricordare l’atteggiamento del regime verso pastori cristiani e verso religiosi che proclamarono la verità nell’amore; si opposero ai nazisti e pagarono con la propria vita la loro opposizione. Mentre riflettiamo sui moniti dell’estremismo ateo del ventesimo secolo, non possiamo mai dimenticare come l’esclusione di Dio, della religione e della virtù dalla vita pubblica conduce in ultima analisi ad una visione monca dell’uomo e della società, e pertanto a “una visione riduttiva della persona e del suo destino” (Caritas in veritate, 29).

Sessantacinque anni orsono la Gran Bretagna giocò un ruolo essenziale nel forgiarsi del consenso internazionale del dopo-guerra, il che favorì la fondazione delle Nazioni Unite e diede inizio ad un periodo di pace e di prosperità in Europa, sino a quel momento sconosciuto. Negli anni più recenti la comunità internazionale ha seguito da vicino gli eventi nell’Irlanda del Nord, i quali hanno condotto alla firma dell’Accordo del Venerdì Santo ed alla devoluzione di poteri all’Assemblea dell’Irlanda del Nord. Il governo di Vostra Maestà e quello dell’Irlanda, unitamente ai leader politici, religiosi e civili dell’Irlanda del Nord, hanno sostenuto la nascita di una risoluzione pacifica del conflitto locale. Incoraggio quanti sono coinvolti a continuare a camminare coraggiosamente insieme sulla via tracciata verso una pace giusta e duratura.

Il governo e il popolo sono coloro che forgiano le idee che hanno tutt’oggi un impatto ben al di là delle Isole britanniche. Ciò impone loro un dovere particolare di agire con saggezza per il bene comune. Allo stesso modo, poiché le loro opinioni raggiungono un così vasto uditorio, i media britannici hanno una responsabilità più grave di altri ed una opportunità più ampia per promuovere la pace delle nazioni, lo sviluppo integrale dei popoli e la diffusione di autentici diritti umani. Possano tutti i britannici continuare a vivere dei valori dell’onestà, del rispetto e dell’equilibrio che hanno guadagnato loro la stima e l’ammirazione di molti.

Oggi il Regno Unito si sforza di essere una società moderna e multiculturale. In questo compito stimolante, possa mantenere sempre il rispetto per quei valori tradizionali e per quelle espressioni culturali che forme più aggressive di secolarismo non stimano più, né tollerano più. Non si lasci oscurare il fondamento cristiano che sta alla base delle sue libertà; e possa quel patrimonio, che ha sempre servito bene la nazione, plasmare costantemente l’esempio del Suo governo e del Suo popolo nei confronti dei due miliardi di membri del Commonwealth, come pure della grande famiglia di nazioni anglofone in tutto il mondo.

Dio benedica Vostra Maestà e tutte le persone del Vostro Reame. Grazie.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]

Cosa sono disposti a fare i Governatori delle regioni per la famiglia?

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 22 marzo 2010 (ZENIT.org).- Il Forum delle associazioni familiari ha pubblicato e diffuso un manifesto in cui chiede ai candidati ai Consigli regionali delle 13 Regioni che voteranno i prossimi 28 e 29 marzo di prendere posizione sui temi familiari che incrociano le competenze regionali.

Le adesioni al manifesto verranno rese pubbliche e comunicate alle famiglie aderent alle 498 associazioni che costituiscono il Forum così da costituire un criterio di scelta elettorale.

Il testo del manifesto, i moduli per l’adesione e il materiale informativo è disponibile nel sito www.forumfamiglie.org.

Nel manifesto il Forum riporta gli articoli 29, 30, 31, 117 e 118 della Costituzione in cui la Repubblica italiana riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio e la privilegia “con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose”.

Il manifesto è diviso in sezioni e proposte. Per proteggere la relazione coniugale e genitoriale/iliale quali fondamenti della famiglia per esempio il Forum propone: percorsi di formazione propedeutici al matrimonio civile e concordatario; percorsi di sostegno alla genitorialità naturale, all’adozione e all’affido e promozione dell’associazionismo familiare.

Per intervenire a sostegno delle famiglie e della maternità nell’accoglienza della vita dal concepimento al termine naturale, per la piena realizzazione delle legittime aspirazioni di paternità, e maternità, per la salvaguardia del diritto di ogni uomo a nascere il Forum sostiene il diritto dei bambini a crescere con un padre e una madre legati da una unione stabile.

Per arrestare l’inverno demografico per lo sviluppo della nostra cultura e della nostra società, il manifesto del Forum propone: la prevenzione dell’aborto, la presa in carico dei minori 0-3 anni, la riforma e riqualificazione dei consultori e l’assistenza socio-sanitaria integrata e accudimento in famiglia per anziani, malati e disabili.

Per rafforzare la comunità educante composta da genitori e mondo scolastico il Forum chiede: buoni scuola o vaucher educativi per l’accesso alla scuola statale e paritaria; sostegno alle famiglie per il materiale didattico; sviluppo e sostegno a un sistema di istruzione e formazione professionale iniziale anche per contrastare la dispersione scolastica; una maggior interazione scuola-famiglia anche mediante l’istituzione di un Garante regionale dell’educazione.

Il manifesto del Forum tocca anche i temi della famiglia, del lavoro e del sociale. In merito al sistema fiscale il Forum chiede l’introduzione del quoziente familiare che consideri l’effettivo peso di ogni membro della famiglia nel computo delle aliquote delle imposte regionali e locali. E un nuovo computo delle tariffe dei servizi improntata ad una progressiva diminuzione delle tariffe stesse al crescere del numero dei componenti familiari (acqua, luce, trasporti).

In conclusione il Manifesto del Forum indica le priorità per la prossima legislatura, e cioè l’approvazione e - dove già esiste - piena applicazione della legge regionale sulla famiglia: che sia adeguatamente finanziata, preveda provvidenze per le singole famiglie, istituisca una consulta regionale delle associazioni familiari, realizzi un’effettiva sussidiarietà verso le famiglie e le associazioni familiari che si impegnano ad offrire servizi (albo delle associazioni familiari), e consideri un momento pubblico di verifica con cadenza annuale o biennale (conferenza regionale sulla famiglia).

Tra le priorità per la prossima legislatura, viene proposta l’istituzione della V.I.F. (Valutazione di Impatto Familiare) secondo cui ogni decisione che possa riguardare anche indirettamente la famiglia deve essere preceduta e corredata da una valutazione in grado – se negativa – di imporre la riprogrammazione del provvedimento ovvero la sua decadenza.

Infine, si evidenzia la necessità di una valutazione del nuovo regime di federalismo fiscale e delle sue ricadute sulla famiglia, cogliendo l’opportunità per giungere ad un fisco regionale a misura di famiglia e l’approvazione di specifici provvedimenti per sostenere la stabilità e arginare la crisi della famiglia, con percorsi di formazione per fidanzati e giovani coppie, servizi di consulenza e conciliazione coniugale e mediazione familiare.

Ritratto di Emma Bonino

Un vecchio articolo comparso su Lo Stato diretto da Marcello Veneziani, e a lungo presente anche sul sito dei radicali, ora rimosso:


Emma, l'uomo giusto per il Quirinale. Emma for president. Emma l'infaticabile operatrice umanitaria, l'unanimemente elogiato commissario europeo per gli aiuti a chi soffre, specialmente donne e bambini:"le vittime innocenti", secondo la retorica giornalistica.

Nessuno si ricorda più di un'altra Emma. E di altre donne, e di altri bambini. Anche perché quei bambini non ci sono e non ci potranno essere mai più. La foto che pubblichiamo in apertura di questo servizio (cioè la foto in apertura di articolo, ndr) è la testimonianza scioccante di un passato che la Bonino oggi non rinnega ma che certo non vorrebbe riesumare, date le sue ambizioni

Se ogni politico nasconde qualche scheletro nell'armadio, Emma Bonino cela un cimitero di 10 mila bambini non nati e da lei spesso personalmente eliminati con una indifferenza orgogliosa e agghiacciante. Negli anni '74-75, quelli in cui infiamma la battaglia che poterà alla legge 194, la Bonino diviene con Adele Faccio una leader di quella che ancora oggi Marco Pannella chiama una "battaglia per i diritti civili".

Soprattutto, fonda il Cisa e si fa promotrice dell'aborto "per aspirazione", alternativa pratica ed economica ai "cucchiai d'oro", cioè agli infami interventi compiuti - fuorilegge ma dietro prezzolatissima parcella - da alcuni medici o praticono nostrani. Quello mostrato dalla foto è proprio un intervento di quel tipo, eseguito con la pompa di bicicletta davanti al fotografo al quale la giovane e bella militante rivolge il suo sorriso.

Il metodo è chiamato Karman e normalmente viene eseguito con un aspiratore elettrico, che però costa "un mucchio di quattrini e poi pesa a trasportarlo nelle case per fare aborti nelle case". Così spiega la deputata radicale alla giornalista Neera Fallaci di Oggi, mostrando gli oggetti accanto a lei (a sinistra nella foto), bastano una pompa da bicicletta, un dilatatore di plastica e un vaso dentro cui si fa il vuoto e in cui finisce "il contenuto dell'utero". Un kit per il fai-da-te, come oggi usano fare le iper-femministe per ingravidarsi da sole.

"Io - spiega Emma - uso un barattolo da un chilo che aveva contenuto della marmellata. Alle donne non importa nulla che io non usi un vaso acquistato in un negozio di sanitari, anzi è un buon motivo per farsi quattro risate". Un'allegra scampagnata: "L'essenziale per le donne è fare l'aborto senza pericolo e senza soffrire, non sentirsi sole e angosciate". Già perché mai? "Entro il secondo mese non ci sono problemi: si può fare il self-help, l'auto assistenza, un discorso rivoluzionario delle femministe francesi e italiane. Dopo il secondo mese mandiamo le donne a Londra".

La Bonino, oltre a essersi sottoposta a un aborto clandestino, tramite il Cisa nel 1975 ha eseguito in Italia e a Londra, in dieci mesi, 10.141 aborti. Cioè diecimila omicidi, secondo la legge vigente all'epoca. A parte che anche altri leggi sindacali vengono infrante comunemente dai consultori boniniani: "Per le militanti che lavorano a tempo pieno il rimborso spese è di 150 mila lire al mese senza contributi né ferie: d'agosto chi non lavora non prende una lira".

Per non parlare poi dell'apologia di reato, "nessuno ci ha denunciato, eppure abbiamo tenuto anche una conferenza stampa. Come se dei ladri venissero a dire: abbiamo fatto tot rapine, l'anno prossimo ne faremo il doppio", e delle minacce: "Come farebbero a processarci tutte? E le reazioni della piazza?". Una denuncia, però alla Bonino arriva, per associazione e istigazione a delinquere, e finisce in prigione un paio di settimane. Quando i radicali chiamano la battaglia per la legalizzazione dell'aborto una lotta "per i diritti civili" dimenticano di dire che le 800 mila firme da loro raccolte propedeuticamente alla 194 erano per l'abrogazione delle disposizioni fasciste "sulla difesa della razza" e non solo contro il divieto di abortire.

Così come la sentenza della Corte costituzionale che spianò la strada alla legge parlava soltanto di "non equivalenza" tra diritto alla salute e alla vita dell'embrione e della madre, un principio secondo cui si potrebbe semmai sostenere il diritto a interrompere la gravidanza in caso di pericolo reale per quest'ultima e non - com'è secondo la norma approvata - per qualsiasi motivazione.

Lazio elezioni. La Diocesi di Roma: non concedere deleghe a chi rappresenta valori anticristiani, fingendo di volerli rappresentare

Nota del Vicariato di Roma

In merito alle imminenti elezioni regionali


Pubblichiamo una nota del Vicariato di Roma in merito alle imminenti elezioni regionali

In questi giorni di campagna elettorale, segnata da un clima tutt'altro che sereno, qualche organo di stampa e privati cittadini si sono domandati perché "la Chiesa ufficiale nel Lazio non parla", trattandosi di una competizione "anomala" rispetto al confronto tra i tradizionali schieramenti. La risposta più semplice è che forse non ce n'è bisogno, tanto sono chiare le posizioni. Ma un paio di considerazioni mette conto farle, a prescindere dal problema delle liste. Anzitutto il rispetto che si deve ai cittadini, che non sono dei fanciulli spensierati, a cui si devono dispensare buoni consigli e ricordare di continuo i valori in gioco. Nel contesto di una crisi economica così grave che toglie la serenità a tante famiglie e getta nello sconforto gran parte dei giovani, tutt'altro che speranzosi per il loro futuro, le promesse elettorali riscuotono poca attenzione, perché purtroppo molto bassa è la fiducia verso la classe politica in generale. I pastori della Chiesa, che nell'esercizio del loro ministero incontrano la gente ogni giorno, e la comunità ecclesiale restano convinti che le parole che si ascoltano volentieri sono quelle confermate dalla testimonianza della vita e dall'impegno concreto e coerente.
Secondo. La società a cui aspiriamo che, nel rispetto delle regole democratiche e di chi non la pensa come noi, è impegnativo costruire e per la quale ci battiamo, ha un "chiodo fisso" a cui appendere tutto, che è la dignità della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio, e il suo sviluppo integrale, che - come insegna il Papa - "riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione". Dunque l'uomo considerato non solo nel suo essere terreno, ma nella prospettiva eterna, senza la quale "il progresso umano in questo mondo rimane privo di respiro", perché "chiuso dentro la storia, esso è esposto al rischio di ridursi al solo incremento dell'avere" (Caritas in veritate, 11). Il progetto politico che sosteniamo considera diritti "irrinunciabili", quanto al riconoscimento che all'esercizio effettivo, la libertà religiosa, la difesa della sacralità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, le libertà fondamentali della persona, la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna, aperta alla maternità e paternità responsabile, la libertà educativa e di istruzione, il lavoro retribuito secondo giustizia, la cura della salute, l'apertura agli immigrati in un sistema di leggi che coniughi insieme accoglienza, legalità e sicurezza, la casa, la salvaguardia del creato. In una parola, il bene comune che è tale solo se assicura l'insieme delle condizioni di vita sociale grazie alle quali i cittadini possono conseguire il loro perfezionamento. Questi diritti e valori umani e civili, i cittadini cristiani - per i quali la fede non è un sentimento elastico che si modella a piacimento e ad ogni circostanza ma la ragione di senso e il fine della vita - intendono sostenere anche con il proprio voto. Non è possibile dunque equiparare qualunquisticamente tutti i progetti politici, perché non tutti incarnano i valori in cui crediamo. Né si possono concedere deleghe di rappresentanza politica a chi persegue altro progetto politico, che ci è estraneo e che non condividiamo. E deploriamo ogni forma di propaganda elettorale, spacciata come sostenitrice della visione cattolica, ma che tale non è.



(©L'Osservatore Romano - 15-16 marzo 2010)

Quei cattolici pro-Bonino

di Mario Palmaro

Un’inchiesta svela la confusione che regna tra tanti cattolici italiani. Non pochi che si dicono “impegnati” voteranno la donna-simbolo dell’abortismo. Il grido di allarme di monsignor Negri: è il segno di una profonda crisi dottrinale.


[Da «il Timone», n. 91, Marzo 2010]

Chi l’avrebbe mai detto? Emma Bonino, leader storica dei radicali italiani, che viene sostenuta da una fetta del mondo cattolico “impegnato”. Non è fantascienza, ma cronaca di queste settimane: per la carica di governatore della Regione Lazio, Bonino sarà la candidata del Partito democratico. E potrà contare sul voto di alcuni politici di estrazione democristiana, come Franco Marini e Maria Pia Garavaglia, ma anche di non pochi esponenti della “base” cattolica, che le hanno pubblicamente accordato il loro appoggio.

Bonino for President

Lo ha rivelato il Foglio, che è andato a tastare il polso alle parrocchie del Lazio per capire quale aria tirasse per la “pasionaria” abortista. Dall’inchiesta emerge un quadro inatteso, dominato da attestati di stima e da dichiarazioni di voto per la Bonino. A Viterbo, la responsabile della mensa della Caritas dichiara di «avere molta fiducia in Emma Bonino, una persona onesta». «Certo — prosegue la signora — c’è il problema delle posizioni estreme sul divorzio e sull’aborto, ma bisogna avere rispetto per le opinioni altrui è superare le divisioni». Un avvocato della curia dice di sentirsi «tutelato dalla Bonino sul piano delle garanzie costituzionali e dei diritti». «E poi — aggiunge — è una persona seria”. Il direttore di un quotidiano locale, che si definisce «cattolico figlio di don Milani», dice che voterà Bonino «per la sua attenzione agli ultimi». A Latina un sacerdote, responsabile della pastorale sanitaria, spiega che «Emma Bonino è agli antipodi da me, ma è una candidata di mediazione, e sulla gestione del bilancio mi ispira fiducia». Un’attivista del movimento dei Focolarini spiega che «c’è la consapevolezza della integrità morale della Bonino, che ha mostrato coerenza nell’attenzione agli ultimi». Sempre a Latina I’ex presidente di un consultorio diocesano parla di «un nome di prestigio come quello di Emma Bonino». Ovviamente il Foglio raccoglie anche qualche testimonianza di cattolici che criticano la candidatura della radicale. Ma, nel complesso, la sensazione è una sorprendente onda favorevole che si solleva nella pancia del cattolicesimo “impegnato”.

Chi è Emma?

Emma Bonino è una storica esponente della cultura radicale che non rinnega nulla delle famose sedicenti “battaglie di civiltà”, combattute con una straordinaria coerenza tra teoria e prassi. Lo testimoniano alcune impressionanti fotografie in bianco e nero ripubblicate di recente dal quotidiano Libero, foto che mostrano Emma Bonino impegnata a provocare l’aborto a una donna con l’ausilio di una pompa per biciclette. Scene molto crude che risalgono agli anni Settanta, quando i radicali si davano da fare per praticare I’aborto, allora vietato dalla legge. Emma Bonino oggi prosegue con infaticabile impegno la sua militanza nell’accampamento radicale, vera e propria “chiesa” anticattolica. I radicali stanno al cattolicesimo così come l’antimateria sta alla materia. Il loro impegno è infaticabile, costante, inesauribile, generoso, astuto, intelligente. Al punto che il fenomeno radicale sembra possedere delle connotazioni preternaturali. I radicali sono dei praticanti rigorosi, professano un anticattolicesimo ortodosso, argomentato, dottrinale. Si occupano di tutto ciò che sta a cuore al Papa e alla Chiesa, tenendo immancabilmente una posizione speculare. Il loro obiettivo è cambiare le leggi, ma soprattutto capovolgere la mentalità dell’opinione pubblica, disseminare l’errore come il loglio nel campo di grano, coltivandolo con cura maniacale, affinché alla fine il loglio sostituisca il grano senza che il contadino nemmeno se ne accorga. In questi ultimi quarant’anni i radicali sono stati degli straordinari vincitori. Spettacolari perdenti sul piano del loro consenso elettorale — sempre insignificante — ma vincitori nell’aver trasformato poco alla volta il quadro politico in una diffusa galleggiante macchia di pensiero radicale. Nel Lazio hanno piazzato con straordinario tempismo la Bonino, imponendola a un Partito democratico che, a dispetto di certi sommessi rigurgiti teodem, non è affatto estraneo alla ideologia radicale, ma ne rappresenta invece l’incarnazione di massa. La verità è tragicamente questa: che i marxisti, morto Marx, Mao e l’Urss, si son fatti radicali. Trovandosi così gomito a gomito con la tradizione liberal libertaria che tanto avevano aborrito.

Chi sono i cattolici?

Non basta: i cattolici che hanno aderito al progetto politico progressista, irretiti soprattutto dalla famosa “opzione preferenziale per i poveri”, ora si ritrovano a “digerire” la candidatura di un personaggio che è, obiettivamente, completamente estraneo all’identità cattolica. A meno che questa identità non sia, essa stessa, una vaso di creta che può essere in ogni momento riplasmato a vantaggio delle alchimie politiche. Occorre ammettere che il pensiero radicale è penetrato all’interno dell’accampamento cattolico, il che spiega il carosello di giudizi favorevoli a Emma Bonino raccolti dalla voce di persone impegnate in curie e parrocchie. Evidentemente, da alcuni decenni il mondo cattolico è in debito di dottrina. E non solo nella sua “sinistra”. Il cattolicesimo spesso è stato trasformato o in grigia burocrazia formale inquadrata nel piccolo cabotaggio clericale; oppure, in alternativa, è stato ridotto a un fatto esperienziale, con forti connotazioni emotive. Nell’uno come nell’altro caso, la dottrina è stata, semplicemente, dimenticata. Il risultato è una popolazione cattolica spesso animata dalle migliori intenzioni, ma che ha convinzioni, principi, criteri di riferimento totalmente alternativi e contraddittori.

Il giudizio della Chiesa

Queste elezioni regionali offrono altri esempi di candidature “imbarazzanti” per il mondo cattolico, a cominciare dal Piemonte, dove il Partito democratico rinnova la sua fiducia a Mercedes Bresso, personalità da sempre in simbiosi con la cultura radicale e anti-vita, e che nel 2009 si dichiarò disponibile ad aiutare Beppino Englaro nel suo “progetto”. Ebbene, in quella regione la Bresso sarà sostenuta dall’Udc, il “partito cattolico” di Pierferdinando Casini e di Rocco Buttiglione. In un simile scenario, serpeggia un certo disorientamento, e in molti si chiedono: ma un cattolico può votare veramente qualunque candidato? C’è una sola risposta esatta: no. L’insegnamento della Chiesa è chiarissimo: ci sono principi non negoziabili — essenzialmente in materia di vita umana, famiglia, matrimonio, educazione — sui quali non è possibile scendere a compromessi. Un politico favorevole ad aborto, eutanasia, “matrimoni” gay, non va votato, se non si vuole diventare suoi complici sul piano morale. Ma è altrettanto vero che tale consolidata dottrina è troppo spesso taciuta o ignorata. E nel silenzio colpevole di chi dovrebbe parlare, prosperano incredibili giudizi come quelli raccolti dal Foglio.

Ricorda

«Perché di fronte a una candidatura dichiaratamente contro la Chiesa una parte del mondo cattolico si mostra privo di atteggiamento critico? È la domanda che mi sono posto dopo aver letto l’inchiesta del Foglio a Viterbo che ha evidenziato come per molti cattolici non fa difficoltà la candidatura della Bonino nel Lazio. Se facessimo la medesima inchiesta in altre regioni, vorrei dire in tutte le regioni d’Italia, il risultato sarebbe lo stesso di Viterbo. Perché il dato è uno e chiede d’essere guardato: stiamo crescendo generazioni assolutamente incapaci di giudizio critico sulle cose. (…) A volte sembra che il dialogo che impostiamo con chi non crede altro non sia che una resa senza condizioni. Nel nome del dialogo ci dimentichiamo chi siamo. E dimenticandoci chi siamo sono sempre gli altri ad avere ragione, ad avere la meglio».
(Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro)

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