DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
Eutanasia, 70 testimonial per chiedere la discussione in Parlamento. Un video da vedere per comprendere
«Eutanasia. Il Parlamento si faccia vivo». È il messaggio del video-appello al Parlamento con malati, medici, infermieri, cittadini e personalità dello spettacolo per la legalizzazione dell’eutanasia e il pieno riconoscimento del Testamento biologico. L’iniziativa è promossa dall’associazione Luca Coscioni. Settanta persone in 200 secondi - tra cui Marianna Aprile, Corrado Augias, Luca Barbarossa, Marco Bellocchio, Emma Bonino, Marco Cappato, Maurizio Costanzo, Rosanna D’Antona, Filippo Facci, Vittorio Feltri, Corrado Fortuna, Filomena Gallo, Giulia Innocenzi, Selvaggia Lucarelli, Marco Maccarini, Mara Maionchi, Neri Marcore’, Gianni Miraglia, Aldo Nove, Paolo Mieli, Marco Pannella, Rocco Papaleo, David Parenzo, Platinette, Roberto Saviano, Michelangelo Tagliaferri, Umberto Veronesi, Alessio Viola, Mina Welby - chiedono nel video che venga discussa in Parlamento al più presto la proposta di legge di iniziativa popolare per la liceità dell’eutanasia e il Testamento biologico, depositata dall’Associazione Coscioni nel settembre 2013 e mai nemmeno messa in calendario. Sono 80.000 le persone che hanno sottoscritto la proposta di legge in materia nei Comuni, ai tavoli e sul sito dell’associazione Coscioni.
Eutanasia – Un altro passo avanti (verso il baratro)
Olanda vicina a legalizzare la donazione di organi per chi sceglie l’eutanasia. Così la morte avrà più valore della vita
Tempi.it
Il Belgio vuole estendere l’eutanasia ai bambini. Medico: «Tanto li uccidono già, lo sanno tutti»
L'eutanasia è cattiva solo quando è nazista? Meutanasia
La politica nazionalsocialista contro i disabili portò a quei «trattamenti autorizzati», scrive Messina, che furono l’«assassinio legalizzato» di oltre «70mila persone», eliminate «attraverso iniezioni di potenti veleni o docce di ossido di carbonio», uno sterminio fermato ufficialmente solo, nell’agosto del 1941, allorché intervennero «i vescovi cattolici e i pastori protestanti», ma continuato «in strutture più decentrate». Come appunto l’ospedale di Hall, dove i 220 corpi ora riscoperti appartenevano a degenti deceduti. Lo documenta un libretto ritrovato da Seifert negli archivi dell’ospedalefra il 1942 e il 1945, 30 solo nel mese di marzo dell’ultimo anno.
Forse non tutti sono stati vittime dell’«eutanasia selvaggia», osserva Messina, voluta dal Terzo Reich, ma ad Hall «furono uccise almeno 360 persone nell’ambito del progetto di eutanasia ufficiale», senza dimenticare «il caso dei quattrocento malati “optanti” provenienti dall’ospedale di Pergine» (persone cioè che avevano scelto, in base all’accordo italo-germanico di allora, per la nazionalità tedesca). Costoro, ricorda oggi il dottor Lorenzo Toresini, allievo dello psichiatra Franco Basaglia e primario dei servizi mentali di Merano (lo riporta Messina), «una mattina furono messi su pullman con i vetri oscurati, accompagnati sino al Brennero da un gruppo di suore e poi scomparvero nel nulla».
Forse alcuni di loro erano fra i 220 malati di mente eliminati ad Hall, luogo che il Reich «pensava di trasformare Hall in uno dei centri di sterminio».
Qualche giorno prima, il Corriere della Sera ha ricordato che, «secondo uno studio di storici dell’Università di Innsbruck sulla “Sterilizzazione forzata e l’eutanasia nazista in Tirolo, Sudtirolo e Vorarlberg”, circa 3.000 persone, fra le tre regioni, furono denunciate fino al 1945 per presunte “malattie ereditarie” fra le quali i nazisti includevano anche quelle mentali. Fra il 1940 e il 1945 oltre 700 adulti e bambini con handicap furono deportati. Nello stesso periodo almeno 400 persone furono sterilizzate con la forza. È possibile quindi che fra i resti scoperti vi siano anche quelli di sudtirolesi.
Fino a pochi anni fa, infatti, in Alto Adige, in assenza di una clinica psichiatrica vera e propria, i malati venivano ricoverati o in una casa di cura di Pergine in Trentino, o proprio a Hall in Tirolo. Il periodo delle denunce va dal '38 al '45. Il personale sanitario era obbligato a denunciare i casi riscontrati. Se ne occupavano poi i Tribunali per le malattie ereditarie (uno era a Innsbruck) che potevano disporre il ricovero coatto.
Il regime aveva previsto anche ad Hall un centro per eliminare queste persone e anche un programma di eutanasia con iniezioni letali. Nessuno dei due piani fu realizzato, ma gli storici sospettano da anni che durante il nazismo centinaia di persone siano state fatte morire di fame ad Hall. Tocca ora ai patologi accertare le cause della morte delle persone i cui resti sono stati scoperti ad Hall».
Vicende, queste, che nel loro macabro disegno generale non sono un mistero per alcuno, inquadrate nella cosiddetta Aktion T4, ovvero il programma eugenetico nazionalsocialista che soprattutto dal 1939 mirò alla soppressione o alla sterilizzazione di tutte le persone affette da malattie ereditarie, tare genetiche, morbi inguaribili o allo stadio terminale e malformazioni fisiche di ogni tipo. La sigla “T4” stava per “Tiergartenstraße 4”, cioè l'indirizzo del quartiere Tiergarten di Berlino dove sorgeva la sede dalla Gemeinnützige Stiftung für Heil und Anstaltspflege, l’ente pubblico per la salute e l’assistenza sociale del regime. Era qui che il Reich pianifica la purga di ogni elemento razzialmente indegno in base a un concetto di umanità costruito sopra una idea aberrante di perfezione fisica per giustificare la quale Hitler amava citare a modello l’antica Sparta.
Del resto, la prova generale era andata già in onda durante la Rivoluzione Francese, almeno attraverso i massacri eugenetici perpetrati fra il 2 e il 6 settembre 1792, documentati dallo storico Frédéric Bluche (Septembre 1792. Logiques d'un massacre, Laffont, Parigi 1986), e il genocidio delle popolazioni cattoliche dell’Ovest francese. Con la scusa di colpire presunti “partigiani del re”, nel settembre 1792 il potere giacobino fece eliminare anche numerosi cittadini considerati di “serie b” quali sacerdoti, clochard, prostitute, malati di mente e gente non “filosoficamente pura” (il 17 ottobre 1926 Papa Pio XI beatificò 191 delle vittime dei “massacri di settembre”, quasi tutti preti) e fra 1793 e 1794, al culmine del Terrore, in Vandea si cercò di sopprimere l’intera popolazione anche in base a considerazioni proprio di tipo eugenetico.
Ora, la scoperta dello storico Seifert riporta drammaticamente di attualità quel passato orrendo e aggiunge nuove prove documentali dei crimini commessi del nazismo. Scrive giustamente Messina che, al di là di ogni espressione roboante magari sparata solo a titolo sensazionalistico, il nocciolo autentico della questione è che il ritrovamento di Hall «potrà dare un contributo notevole alla storia dell’eutanasia durante il nazismo», affinché si possa «avviare finalmente un nuovo filone di studi su un capitolo poco conosciuto del nazismo, quello dell’ “eutanasia selvaggia”».
Sacrosanto. Il primo passo che spetterà quindi certamente agli storici sarà quello d’inquadrare il problema inserendolo coerentemente nel mosaico ideologico del nazismo, ma il secondo sarà evidenziare il legame strutturale che esiste fra visioni del mondo ideocratiche e diniego del diritto alla vita degli “anelli più deboli” della catena sociale. Fu così per il nazismo. È stato così per il giacobinismo (e forse proprio il non aver fatto per tempo luce su quei crimini settecenteschi ha permesso il ripetersene nel Novecento”) ed è stato così anche nell’Unione Sovietica degli ospedali-lager riservati a quei “malati di mente” che erano gli oppositori del regime.
Gli storici dovranno spiegare la voglia di dare la “buona morte” ai soggetti giudicati “indegni” di cui sono intrisi tutti i programmi politici liberticidi e concentrazionari, e quindi il legame costante che esiste fra “buona morte” e “genetica buona”.
Grazie al lavoro scrupoloso degli storici sarà allora possibile comprendere come mai oggi l’Occidente democratico, nato proprio in opposizione agli orrori della Seconda guerra mondiale, sorto dalle resistenze ai totalitarismi, solerte nel pronunciare quel “mai più” che a suo tempo ha giustamente comportato pure il processo pubblico dei gerarchi nazisti imputati di crimini contro l’umanità, diversi dei quali sono poi stati giustiziati, possa ritrovarsi, piuttosto disinvoltamente, a discutere di quegli stessi «trattamenti legalizzati» che sono stati l’onta dei totalitarismi per poi decidere a colpi di maggioranze e di voti parlamentari chi sia da consegnare a essi.
A nessuno piace, e assai giustamente, sentirsi dare del carnefice hitleriano. Ma perché nessuno sente allora il peso che quel passato ha sul nostro presente? Perché l’eutanasia è cattiva se è nazista, ma diventa una conquista di civiltà se è democratica?
Vogliamo celebrare la Giornata della Memoria ricordando le 220 vittime del programma di eutanasia nazista i cui corpi sono stati da poco ritrovati in Austria.
Chissà cosa avrebbe da dire il famigerato Michele Serra, l’autorevole moralista che sbottò su Repubblica contro chi «desidera di rimanere in vita a oltranza». Siamo sicuri che non dirà nulla; intanto però il Partito Radicale (esiste ancora?), con felice tempismo, annuncia che su una emittente regionale toscana passerà uno spot australiano per la legalizzazione dell’eutanasia. Si spera che, nella loro incalcolabile asineria, abbiano almeno aggiunto i sottotitoli; anche perché gli australiani presenti in Toscana, ovvero gli unici capaci di comprendere lo Strine, sono soltanto 212 – e probabilmente tutti intenzionati a “vivere ad oltranza”.
Mi domando quali capriole ideologiche saranno costretti a fare i neomoralisti per giustificare questa pericolosa vicinanza tra il loro buon cuore e le “conquiste sociali” del Partito Nazista.
Sulla pagina della Wikipedia spagnola dedicata all’eutanasia, trovo un neologismo particolarmente brutto, Cacotanasia, che, nonostante l’indifferenza al ridicolo alla quale ci ha abituato il buonismo fabiofaziano, si sconsiglia ugualmente di utilizzare.
Sfortunatamente per i radicali, anche la dicitura eufemistica (cacofemistica?) “testamento biologico”, è finita nelle grinfie hitleriane. Infatti i primi a girare un film sull’eutanasia non furono raffinati registi canadesi e spagnoli, ma i più convinti sostenitori dell’impresa eugenetica Aktion T4. A tal proposito si ricorda il capolavoro di Wolfgang Liebeneiner, Ich klage an (“Io accuso”), al cui confronto la patetica operetta di Amenabar, Mare Dentro, risulta quasi reazionaria e anti-democratica.
Leggiamo una recensione dal sito del programma Fuori Orario (Rai Tre):
«Il film, uno dei migliori realizzati nel corso del Terzo Reich, è stato realizzato con l’intento di preparare e di promuovere segretamente il programma di eutanasia voluto da Hitler. La trama narra le vicende di una giovane donna che si ammala di sclerosi multipla e chiede al marito, brillante medico, di morire prima dell’inizio dell’agonia. Incapace di trovare una cura l’uomo accoglie il suo desiderio ed è accusato di omicidio. L’intreccio psicologico è tratteggiato congrande cura e sensibilità, anche grazie al fatto che è ispirato a una vicenda reale.
Il film tuttora è bandito in Germania per il suo contenuto controverso perché pur portando lo spettatore a riflettere sull’argomento prende decisamente le difese dell’accusato. Presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 1941».
Ma quanto sono delicati e sensibili quelli di Rai Tre! In pieno delirio estetico, si rivaluta un film aberrante: altro che “grande cura e sensibilità”, il soggetto fu scritto da uno dei medici che parteciparono all’Aktion T4!
A questo punto, potremmo suggerire a Enrico Ghezzi di mandare in onda il “commovente” Jud Süß, che descriva la ribellione popolare di una comunità contadina contro la corruzione del potere; oppure, perché no, Der ewige Jude, un “affettuoso” ma accurato documentario sulla propagazione degli ebrei nel mondo, impreziosito da delicati toni animalisti.
Forse è proprio guardando questo film che Fabio Fazio ha preso a cuore la questione, tanto da proclamarsi, coi suoi morsi da pecora, custode integerrimo del decadente palinsesto di Rai Tre. L’eroico baluardo, dopo aver chinato immediatamente la testa di fronte ai timidi rimproveri del ministro dell’interno Maroni, ha posto veto assoluto sulle associazioni pro-vita: chi vuol vivere ad oltranza non ha diritto di parola.
Ma al peggio non c’è mai fine: l’orrendo baraccone tanatofilo faziano è stato recentemente superato dal “dibattito” seguito al dignitoso spettacolo sull’Aktion T4 di Marco Paolini, Ausmerzen.
L’ineffabile Lerner è riuscito ancora a ergersi a moralista-censore, eliminando qualsiasi punto critico dalla discussione. Quale goduria per Gad alzare il ditino verso il «pregiudizio contro gli zingari, che magari continua ancora oggi», o commuoversi di fronte alla volontà di Hitler di «concedere la morte per grazia a vite che non vale la pena di vivere». Eppure nelle numerose trasmissioni de L’infedelededicate al “caso Englaro”, gli ospiti hanno espresso esattamente lo stesso concetto; ma per Gad e la sinistra il “nazismo che ritorna” è rappresentato solo… dai tagli alle cattedre di sostegno!
Siamo di fronte a un vomitevole doppiopesismo che inciampa continuamente non solo nei fatti, ma anche nelle parole: si può paragonare l’eutanasia ai “respingimenti”, alla xenofobia, ai “tagli del governo”, alla pena di morte, alla “omofobia”, alle politiche demografiche della Cina ecc… ma è vietato paragonare l’eutanasia… all’eutanasia!
Per procrastinare la “resa dei conti” (teorica, ovviamente), si suggerisce a Gad &friends di tenere per sé la “bontà” del termine eutanasia e relegare gli altrettanto buoni propositi hitleriani nella definizione meutanasia, menocacofonica di cacotanasia, ma efficace, nella sua doppia negazione me-ou, a realizzare l’ennesimo meccanismo di rimozione.
totalitarismototale
Fundación suiza proeutanasia propone aplicarla a pacientes con Alzheimer

La «cultura de la muerte» va cerrando la pinza, cercenar la vida en su origen y su final. Pronto decidirán quien es digno de vivir, es cuestión de estrechar el cerco.
Hace unos meses saltaba el escándalo en Suiza, al conocerse el hallazgo de cientos de urnas con cenizas humanas en un lago de Zurich cercano a la clínica Dignitas, especializada en practicar suicidios asistidos. Como es normal, el lobby de la muerte sepultó la noticia. Es de esas que no gusta que se sepa, de mal gusto dicen.
Gracias a una situación de alegalidad del país helvético, ni las autoridades persiguen, ni la ley castiga a quienes proporcionen a los enfermos sustancias que pongan fin a sus días.
No sé si es ideológico o que le va mal el ‘negocio’ a Ludwig Minelli, director de la clínica Dignitas y busca «expandirse», proponiendo que se apliquen a otro tipo de enfermos como los pacientes de Alzheimer. Ellos ya no pueden decidir, así que:
Los parientes también deben de tener la posibilidad de adquirir drogas para el suicidio aunque no se encuentren terminalmente enfermos,
¿Qué ternura?, aunque no se encuentren terminalmente enfermos. Seguro que el socialistadoctor Muerte Montes se reconcome de envidia.
Hace casi una década que Holanda y Bélgica facultaban a los padres a eutanasiar a sus hijossi los veían malitos; bastaba que la criatura tuviese 12 años. Desde 2002 ya ni eso, la voluntad de los padres independientemente de la edad. Es un proceso lógico, no hay diferencia que se les queme con sal en el seno materno o que se les de pentobarbital de sodio después. El principio de la «pendiente resbaladiza» sin anestesia, con perdón.
Se ha llegado a una situación en la que ni siquera es necesario intentar tranquilizar con un protocolo garantista de testamento vital, basta con que cierres los ojos para que otro decida que ya no eres digno de vivir.
En estos tiempos de crisis, con un sistema de sanidad universal y asistenciario en proceso de quiebra, se convertirá en una práctica cada vez más común.
¿Cuál será el siguiente peldaño?
Quando l’eutanasia si candida a diventare spot televisivo. Australia, la libertà di scelta come parola d'ordine
di Francesco Ognibene
Tratto da Avvenire del 15 settembre 2010
L’uomo pare provato, seduto sul letto di casa in una stanza immersa nella penombra. Sulla sua figura non più giovane grava come un’ombra la sofferenza: sul volto occhiaie profonde, eppure lo sguardo è sereno, i gesti e le parole pacati e decisi. «Nella mia vita ho scelto tutto, voglio scegliere anche come morire», sta dicendo mentre ti guarda sicuro, consapevole.
Lo spot televisivo australiano che promuove l’eutanasia è minuziosamente studiato: Exit International – la multina zionale della morte on demand – sa bene che per far breccia nei Paesi dove vuole vedere legalizzata l’eutanasia la comu nicazione va calibrata con sofisticata accuratezza, in modo da scagliare i messaggi là dove i nervi emotivi e culturali sono più scoperti.
Ecco allora l’uomo con le occhiaie, e la sua serenità minacciata da una sola ipoteca: non la fine incombente – è un attore, e interpreta un paziente termi nale –, ma il divieto per legge alla pos sibilità di farsi dare la morte.
È un messaggio pubblicitario ideato per planare nel flusso indistinto di de tersivi, cellulari e pannolini, ma 'ven de' eutanasia. Quando ormai era tut to pronto per mandarlo in onda domenica in Australia, l’authority locale che vigila sulle réclame si è messa di tra verso: finché la legge federale vieta l’eutanasia non ci pos siamo fare nulla, il nostro non è un giudizio nel merito (per carità...), ci limitiamo a prendere atto dello status quo.
In cambio di 50 mila dollari, Channel Seven – emittente commerciale di Brisbane – si era impegnata a inserire lo spot di Exit nella serata televisiva del giorno di festa.
L’associazione (attiva anche in Italia) ora annuncia che non intende arrendersi, e che ci riproverà con una versione in grado di rimuovere la foglia di fico di un’obiezione da ufficio legale. Ma lo spot per piazzare il prodotto della vita terminabile a comando ha già sortito il suo effetto: settimane di polemica sui media australiani prima dell’improvviso stop di ieri consentono ai fautori dell’eutanasia di incassare un successo di marketing, indubbiamente pianificato. Abituati a usare senza scrupoli i casi estremi per orientare i sentimenti della gente verso la 'libera uscita' dalla propria esistenza (e che altro vuol dire «Exit»?), ora sono passati a uno stadio mediaticamente più raffinato: la micro-fiction sagomata sui trenta secondi dello spot, una toccante vicenda umana solo accennata, un artefatto catodico studiato a tavolino per piegare princìpi sinora intangibili. L’uomo con le occhiaie usa la password
della civiltà post-consumista: scegliere. «La vita – spiega, calmissimo – è tutta una scelta. Ho scelto di studiare ingegneria, di sposare Tina, di avere due figli, di guidare sempre una Ford. Non ho scelto di diventare un malato terminale, e nemmeno di vedere la mia famiglia vivere tutto questo con me. Ora ho fatto la mia scelta finale. Ho solo bisogno che il governo mi ascolti». L’ideologia del supermercato – poter disporre di infiniti prodotti tra i quali selezionare il più soddisfacente – finisce per celare l’oggetto stesso della scelta, tanto che la parola chiave – «eutanasia» – mai viene menzionata, così come il recente spot inglese per promuovere le interruzioni di gravidanza tra le adolescenti si guardava bene dal parlare di «aborto». Fatto sparire il vero obiettivo si esalta la libertà di scegliere, ormai promossa a indiscutibile feticcio culturale, pretesa dallo Stato come un diritto illimitato e assoluto, idolatrata e indiscutibile. Bisogna averla –, sì, quella stessa della pubblicità. Costasse pure la vita.
Australia Eutanasia, guida online per anziani
Nell’Australia meridionale (capoluogo Adelaide), il deputato indipendente Bob Such presenterà alla camera bassa del Parlamento, la House of Assembly, un disegno di legge per l’introduzione, appunto, dell’eutanasia. Lo scorso anno un’iniziativa simile, per volontà dei Verdi, era stata discussa alla camera alta, il Legislative Council, dove era stata bocciata con 11 voti contrari (9 a favore) su un totale di 22 senatori. A detta del suo ideatore, la legge consentirà l’eutanasia soltanto se è volontaria, la malattia incurabile e il dolore insopportabile. Per Such non è una norma per persone che 'semplicemente' vogliono smettere di vivere.
L’ Australia è stato tra i primi Paesi al mondo a legalizzare l’eutanasia: nel 1995 il Territorio del Nord (capoluogo Darwin) la introdusse nel suo ordinamento. La legge, entrata in vigore nel 1996, venne annullata nel 1998.
Nel frattempo almeno quattro persone furono 'aiutate' a morire.
Il dibattito eutanasico è al centro di un braccio di ferro tra Philip Nitschke, medico attivista proeutanasia, e il governo centrale di Canberra.
L’uomo è noto nel mondo per i seminari e i manuali su come togliersi la vita. Le autorità stanno facendo di tutto per bloccare i siti sul 'suicidio sicuro', ma ciò sembra non bastare: almeno 200 anziani hanno imparato a Sydney come aggirare i filtri di Internet, necessario in vista delle misure del governo per restringere l’accesso a certi contenuti nel web. Il seminario di hacking era organizzato da Exit International, l’associazione di cui Nitschke è fondatore.
Finora Canberra è riuscita a proibire la vendita del suo volume The peaceful pill handbook,
ma soltanto nelle librerie, non online. Tra i 'consigli' su come togliersi la vita Nitschke propone l’assunzione del pentobarbitone, droga per animali venduta legalmente in Messico. Exit International ha dei 'volontari' pronti a farselo spedire dall’America in Australia, dove è illegale.
Simona Verrazzo
© Copyright Avvenire 13 maggio 2010
Spagna, la «morte degna» è già legge in Andalusia
L’Andalusia è la prima regione spagnola con una legge che garantisce la cosiddetta «morte degna». Si chiama «Legge dei diritti e delle garanzie della dignità delle persone nel processo di morte»: è stata pubblicata il 7 maggio nella Gazzetta ufficiale della comunità autonoma andalusa ed entrerà in vigore il 27 maggio. Proibito parlare di eutanasia, ma…
Il governo regionale – socialista, come l’esecutivo centrale di José Luis Rodríguez Zapatero – assicura che questo testo non ha nulla a che fare con l’eutanasia attiva o il suicidio assistito, vietati (almeno per ora) dal Codice penale spagnolo. Ma l’iniziativa andalusa genera scetticismo: il Faro andaluso della famiglia e l’associazione “Hazte oir” in precedenza avevano espresso il timore che si tratti del primo passo verso l’eutanasia; uno strappo nella maglia legislativa iberica, per aprire il terreno ad una prossima riforma più radicale.
La normativa riconosce al paziente il diritto di rifiutare medicinali, interventi e terapie che potrebbero prolungare la sua vita in modo «artificiale». Il malato in fase terminale può dire no al respiratore artificiale o ad un farmaco. È una sua scelta. Il paziente ha anche il diritto a ricevere sedativi per calmare il dolore, anche se questi rischiano di accelerare la sua morte. Il testo vieta inoltre l’accanimento terapeutico e regolarizza la limitazione degli interventi di medici e personale sanitario. La legge assicurerà il rispetto della volontà del malato, anche qualora sia stata messa per iscritto precedentemente, con il testamento biologico. Dal 27 maggio tutti gli istituti sanitari andalusi – ospedali pubblici o cliniche private (anche religiose) – saranno obbligati a rispettare la norma, senza eccezioni. Nel testo, infatti, non è prevista l’obiezione di coscienza come era stato richiesto dall’opposizione.
L’Andalusia è la prima comunità autonoma spagnola a sancire i diritti dei pazienti in fase terminale, ma è probabile che altre regioni seguiranno l’esempio. Nonostante le assicurazioni del governo locale socialista, il testo contiene zone d’ombra e ambiguità, in particolare per quanto riguarda le cure palliative e la mancata garanzia del diritto all’obiezione. Il dibattito è bollente. Nessuno nega i diritti di un malato terminale a fermare il dolore, ma il testo riapre inevitabilmente la spinosa questione del significato di «morte degna». C’è chi pensa che una legge ad hoc non fosse necessaria, soprattutto in un momento in cui le reali preoccupazioni degli spagnoli sono altre. Insieme alle Canarie, l’Andalusia è la regione con il più alto tasso di disoccupazione di tutta la Spagna: è senza lavoro il 27% della popolazione attiva, ovvero 1.080.900 di persone.
di Michela Coricelli
AVVENIRE 2010-05-08
USA: tra prove di eutanasia e opposizione Cattolica
La copertura mediatica data alla riforma sanitaria negli USA è stata ampia, eppure non è stata rilevata una contraddizione che avrebbe dovuto sollevare delle perplessità: l’estensione della copertura sanitaria ad una fascia più larga di popolazione avviene contemporaneamente ad una forte riduzione di spesa per il programma di assistenza agli anziani denominato “Medicare”.
Il meccanismo di riduzione della spesa è basato sul criterio della “comparative effectiveness”, traducibile come “efficacia comparativa”, termine col quale si indica il rapporto tra il costo di una cura e il beneficio atteso. Non ci sarebbe nulla di insolito nel valutare il rapporto costo-benefici di un trattamento sanitario, il problema nasce quando nel valutare la “efficacia” di una cura si tiene conto dell’aspettativa di vita del paziente.
Ogni intervento che prolunghi l’aspettativa di vita risulterà infatti meno “efficace” se effettuato su un paziente anziano rispetto allo stesso intervento effettuato su di un paziente più giovane. Quindi, in base a questo calcolo, la medesima cura potrà essere somministrata ad un giovane e negata ad un anziano. Si tratta dunque di una eutanasia passiva, quel tipo di eutanasia con la quale al paziente viene negata una salvezza tecnicamente possibile e se ne anticipa in tal modo la morte.
Ma la legislazione USA non è l’unica ad aver introdotto un simile criterio di discriminazione rispetto all’età, esso infatti è già presente nel sistema sanitario inglese il quale, a sua volta, non è stato il primo ad adottarlo. Infatti la prima volta che l’eutanasia venne proposta per gli anziani (e per soggetti affetti da determinate patologie) fu a metà del XX secolo. In quell’occasione però qualcuno protestò: «Si dice che questi pazienti sono come una macchina vecchia che non funziona più… cosa dobbiamo fare di una macchina di questo genere? La mandiamo in demolizione.»
Con queste parole il vescovo cattolico di Münster in Westfalia, Clemens August Graf von Galen, nell’agosto del 1941 denunciava pubblicamente il programma tedesco di eutanasia denominato “T 4”, da Tiergartenstrasse 4, l’indirizzo dell’ente per la salute. Il programma aveva iniziato ad essere applicato nel 1938. Le sue linee ispiratrici erano due:
- La prima di natura eugenetica rivolta alla eliminazione dei portatori di handicap
-La seconda motivata dalla necessità di stornare risorse economiche dalla sanità per indirizzarle alle spese di guerra.
Il progetto eutanasico era stato promosso attraverso film e pubblicazioni per orientare il consenso e favorirne l’accettazione da parte della popolazione, ma in questo caso l’azione della propaganda non ebbe successo soprattutto per via dell’opposizione della Chiesa Cattolica.
Il programma T 4 dovette essere sospeso e Martin Borman, il segretario del Fürer, chiese di intervenire direttamente contro il vescovo von Galen. Goebbels ottenne però di rinviare il regolamento di conti per non influire negativamente sul morale dei soldati cattolici impegnati sul fronte russo. Il vescovo von Galen è stato beatificato da papa Benedetto XVI il 9 ottobre 2005.
Ma c’è una seconda notizia proveniente dagli USA che mostra dei movimenti in direzione dello stabilirsi di quella che potremmo definire una mens eutanasica, termine utilizzato da papa Ratzinger nell’enciclica “Caritas in Veritate” per denunciare il diffondersi dell’eutanasia e delle manifestazioni di abuso di dominio sulla vita.
La notizia si riferisce allo svolgimento in California, dal 15 al 18 aprile, della conferenza della MAPS (Associazione Multidisciplinare degli Studi Psichedelici) la cui finalità è promuovere l’utilizzo delle sostanze psichedeliche per i trattamenti psicoterapeutici, la terapia del dolore, l’esplorazione spirituale, per le terapie sciamaniche ed altri usi similari. Nel corso dei lavori si è discusso dell’utilizzo di droghe come LSD e l’MDMA (3,4 metilenediossimetamfetamina) comunemente conosciuta come “Ecstasy”, per il trattamento psicologico del fine vita.
Il New York Times, negli stessi giorni in cui portava i suoi attacchi a papa Benedetto XVI, si occupava in prima pagina anche della conferenza dell’Associazione di Studi Psichedelici, ma in questo caso la testata newyorkese, in un rinato spirito psichedelico da anni ‘60, non ravvisava nulla da eccepire sulle finalità dell’associazione.
Nell’articolo del New York Times veniva intervistato il dott. Grob dell’Università della California (UCLA) il quale informava i lettori del fatto che: “Grazie ai cambiamenti avvenuti negli ultimi 40 anni… la nostra cultura è più recettiva, e noi stiamo mostrando che queste droghe possono fornire benefici che i trattamenti attuali (del fine vita) non possono dare.” Per concludere infine affermando: “Sotto l’influenza degli allucinogeni gli individui trascendono la loro primaria identificazione con i loro corpi e sperimentano uno stato libero dall’ego...”
Ma anche l’idea di sostituire la religione con le sostanze psichedeliche, non è nuova, evidentemente l’insegnamento della storia è che ci sono cose che periodicamente riaffiorano. Sembrano novità ma sono solo vecchie idee che hanno cambiato faccia.
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Che triste l'occidente che tratta i vecchi come malati terminali. L'Olanda equipara la vecchiaia a una malattia grave
In Olanda è già in vigore la legge che permette l’eutanasia al malato grave che ne esprima la volontà; la proposta di permettere l’eutanasia a coloro che hanno compiuto i settanta anni, equiparando in pratica tale età ad una malattia grave, è purtroppo un’altra temibile prova della facilità con la quale gli uomini si abituano, una volta superato un “confine”, a considerare normali i comportamenti della propria cultura senza più percepirne i significati.
I costumi sociali si formano molto lentamente e l’idea che sia la società (lo Stato) ad avere il diritto di fermare la vita dell’individuo espellendolo dall’attività, viene da lontano. E’ implicita, infatti, nel concetto marxista del “lavoro” come unico scopo di vita, e nell’obbligo dell’età della pensione, un obbligo che spesso “uccide”, quando non fisicamente, psichicamente e moralmente. Invece di prendere atto della rivoluzione che la nuova durata della vita ha portato con sé, lasciando libera la persona di svolgere la propria attività fin quando voglia e regolamentando in modo diverso tutto il sistema pensionistico, gli Stati esitano a compiere i passi indispensabili in questa direzione e addirittura l’Olanda sembra voler prendere il posto di Dio o della Natura, fissandola a settanta anni. Si dirà che c’è una raccolta popolare di firme a richiederlo, ma sappiamo tutti molto bene che il “popolo” da sé non sa e non può fare nulla: sono gli organizzatori veri quelli che contano, non quelli che appaiono. Sicuramente saranno proprio questi organizzatori, se non lo farà lo Stato olandese, a sottoporre la proposta di legge al Parlamento europeo. In quel caso tutti i cittadini d’Europa ne diventerebbero responsabili.
L’idea che l’Europa sia ormai una civiltà in declino è molto diffusa. Forse è giunto il momento di riflettere seriamente su questa convinzione, cercando di guardare a noi stessi nel modo più oggettivo possibile. La prima prova di questo declino, la più certa, per quanto possa sembrare il contrario, è l’aver fissato gli indicatori dello “sviluppo” nel campo di una economia ristretta al mercato, alle merci, alle monete, un campo nel quale non rientra nessuna delle qualità che hanno caratterizzato per secoli la civiltà europea e che conduce a considerare “morti viventi” quelli che non producono. E’ un PIL in termini di “pensiero” quello di cui abbiamo bisogno e che forse siamo ancora in grado di recuperare.
Ida Magli
(c) Il Giornale, 13 aprile 2010
Il Canada si scopre pro life: bocciata la legge a favore dell’eutanasia
dell’Associazione nazionale dei medici
invita addirittura a cancellare la parola
“eutanasia” dal vocabolario a favore
di “aiuto compassionevole” o “appropriate
misure”. Eppure in quello stesso paese
la lobby pro life pare funzionare davvero
benissimo. Ieri pomeriggio il Parlamento
di Ottawa ha bocciato sonoramente la legge
che voleva introdurre nei suoi confini il
suicidio assistito e l’eutanasia, con 228 voti
contrari e soltanto 59 favorevoli. Cinquantanove
deputati di cui due si sono oltretutto
precipitati a spiegare di aver sbagliato
a votare: sia chiaro a tutta l’assemblea,
al di là della confusione del momento,
che erano contrari alla dolce morte.
La legge stracciata si chiamava C-384,
l’incubo dei cattolici e di molti conservatori
canadesi. Il suo nome è legato a quello
della sua promotrice, Francine Lalonde,
agguerrita e brizzolata deputata del Bloc
Québécois che dal 2005 cercava a più riprese
di farla approvare. Per anni il testo
è rimasto incastrato nella macchina parlamentare
canadese, bloccato fino a ieri dai
vari rinvii alle urne e relativi slittamenti
d’agenda. In più, nonostante il clamore
mediatico, i sondaggi che gli attribuivano
gran favore da parte dei medici e la libertà
di coscienza lasciata dai leader dei
partiti, in aula faticava ad allargare il suo
consenso oltre il Bq. In tutto il Parlamento
gli ha dedicato tre ore di discussione in
due anni. Scopo dichiarato della legge – e
di Lalonde, paladina della morte degna ed
ex malata di cancro lei stessa – era permettere
ai cittadini di scegliere come porre
liberamente fine alla propria vita. O
meglio, evitare il carcere a chi decideva di
aiutare un altro a morire. Quest’altro,
però, poteva essere un malato terminale,
ma anche un depresso, o semplicemente
una persona stanca di vivere. L’importante
era che avesse compiuto 18 anni e che
fosse “apparentemente lucido”. Nel corso
dei mesi non era stato però chiarito dai
promotori che cosa si intendesse, con esattezza,
per “apparentemente lucido”. E alla
maggioranza dei parlamentari la legge
Lalonde è sembrata uno scivoloso passo in
avanti verso la spartana eliminazione dei
disabili senza il loro consenso. In aula il
segretario alla Salute del governo conservatore
di Harper, Stephen Fletcher, ha
chiesto che fosse messa agli atti la sua
astensione dal voto. Del testo aveva detto
che era “difettoso” perché avrebbe potuto
sollevare la società dalla sua responsabilità
di un sostegno sociosanitario ai pazienti
ammalati che volevano vivere. E poteva
anche sembrare che in Canada ci si
volesse sbarazzare degli anziani, proprio
mentre i vicini americani, intenti a riformare
la sanità, erano già stati accusati di
voler “staccare la spina alla nonna”. Il ministro
ha dichiarato che ai pazienti in difficoltà
va il massimo del sostegno, ma ha
messo anche in chiaro che secondo lui
“l’individuo è il responsabile ultimo del
suo destino”. Stephen Fletcher si muove
da anni su una sedia a rotelle motorizzata.
La questione, si sono detti fra gli scranni
i deputati, non si può però chiudere
qui. Così cinque di loro, di maggioranza e
opposizione, hanno annunciato la creazione
di un comitato parlamentare nonpartisan
ad hoc. Fra i loro obiettivi – oltre
a quello di coinvolgere più colleghi possibili,
compresi quelli del Bq – c’è occuparsi
di studiare le cure palliative, le
strutture che ospitano i malati terminali,
l’assistenza domiciliare e le condizioni
dei disabili nel paese. La promessa è
quella di darsi molto da fare, fra ricerche
e recupero dei materiali preparati dagli
esperti, per produrre raccomandazioni
vincolanti entro la fine della legislatura.
Ma questo probabilmente non basterà al
vero vincitore della battaglia contro la C-
384: per Alex Schadenberg, a capo del
network Euthanasia Prevention Coalition,
“la battaglia non è finita”. Almeno
fino a quando ci sarà da combattere per
“una vita dignitosa”. Ringalluzzita dal
successo ottenuto in aula, nel ringraziare
parlamentari e sostenitori la coalizione
pro life ha deciso di rilanciare. Fra gli
obiettivi che si propone di perseguire con
altrettanta meticolosità e impegno (e,
s’immagina, equivalenti risultati), oltre
alle cure palliative c’è il miglioramento
dei servizi dedicati ai disabili, il cambiamento
radicale dell’approccio nei loro
confronti e l’eliminazione della piaga dei
maltrattamenti ai danni degli anziani. Finanche,
con una botta di grandeur un po’
complicata da mettere in pratica, l’istituzione
di una “efficace strategia di prevenzione
nazionale contro i suicidi”.
Valentina Fizzotti
© Copyright Il Foglio 23 aprile 2010
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Cari nonni, alla larga dall’Olanda
«La vita è un diritto, non un dovere. | |
© Copyright Avvenire 15 aprile 2010
L’eutanasia fa paura? Basta cambiarle nome
Nell’editoriale datato 29 marzo e apparso sulla rivista scientifica Canadian Medical Association Journal , Ken Flegel e Paul C.
Hébert affermano che la parola «eutanasia» non significa più nulla di preciso. Alcuni la intendono come un modo di uccidere un’altra persona, per altri è invece un atto di misericordia e compassione. A leggere l’articolo pare che, per i due medici in questione, eutanasia sia solo quella attiva, cioè un’azione positiva che mira alla soppressione di un soggetto malato.
Quella omissiva è derubricata addirittura ad «appropriata misura palliativa». Infatti il rifiuto di alimentazione e idratazione, della ventilazione artificiale e delle pratiche di rianimazione, a detta dei due ricercatori, rappresenta solo un atto che lenisce il dolore del paziente. Questo è certo, dato che poi il paziente muore.
editoriale è emblematico perché mette in evidenza una strategia molto usata dal fronte pro- choice, favorevole ad aborto ed eutanasia: cambiare il senso delle parole per cambiare la percezione della realtà. Non diciamo «omicidio del consenziente» o «aiuto al suicidio»: tutti comprenderebbero di che cosa si tratta e rifiuterebbero simili pratiche. Occorre trovare un’altra parola che suoni suadente e che celi dentro di sé la terribile realtà cui si riferisce. Il termine «eutanasia» non va più bene perché ormai molti l’associano all’omicidio. Allora da una parte occorre collegare «eutanasia» solo a quelle azioni che direttamente e attivamente procurano la morte di una persona (vedi iniezione letale). E dall’altra trovare una diversa espressione per indicare la morte di una persona a seguito di omissioni di cure già in atto o di mezzi di sostentamento vitale (acqua e cibo).
L’
Piergiorgio Welby nel suo libro Lasciatemi morire scrive che «dobbiamo arrenderci all’evidenza, la parola 'eutanasia' non piace, anzi, stimola sentimenti di ripulsa». E allora propone «biodignità, ecomorire, finescosciente». Tali termini non hanno avuto alcuna fortuna, ma altre espressioni sì: dignità del morire, diritto a morire, lasciar morire, autodeterminazione nel fine vita. Tutti maquillage per nascondere un fatto brutale: l’uccisione di un essere umano, consenziente o meno, da parte di un altro.
Icanadesi Flegel e Hébert mettono sul tavolo un’altra interessante questione: è eutanasia la somministrazione di un narcotico che allevia le sofferenze del malato ma che può provocarne la morte? Per rispondere dobbiamo fare ricorso al principio del duplice effetto che riguarda quegli atti in grado di produrre due effetti: uno positivo (come la diminuzione del dolore) e uno negativo (ad esempio, la morte del paziente). Affinché la somministrazione di un antidolorifico che può avere effetti letali sia lecita dal punto di vista morale e quindi non configuri un atto eutanasico occorre rispettare tutte le seguenti condizioni.
1. Stato di necessità: non ci devono essere altre soluzioni percorribili. Se esistesse un altro farmaco capace di sedare il dolore e privo di effetti letali, allora si dovrebbe usare quel preparato.
2. L’atto deve essere in sé moralmente buono o neutro: provocare la diminuzione del dolore è atto lecito. 3. Non si deve ricercare l’effetto malvagio direttamente, ma lo si deve sopportare come effetto non voluto. Non somministro oppiacei al fine di far morire il paziente, ma con l’intenzione di farlo soffrire di meno, tollerando l’effetto negativo della sua morte come conseguenza collaterale non ricercata. 4. L’effetto malvagio non deve essere ricercato nemmeno come mezzo, come effetto intermedio per provocare l’effetto buono.
Sbaglierebbe chi somministrasse morfina per far morire il paziente al fine di non farlo soffrire più (la morte come strumento di eliminazione del dolore). 5.
Ci deve essere una proporzione tra effetto buono e effetto cattivo. La sedazione con effetto letale è praticabile solo quando il paziente è in fase terminale: il vedersi accorciato un tempo di vita che è già di per sé risicato è bilanciato dal guadagno avuto nel soffrire meno. Se manca una sola di queste condizioni è eutanasia.
La rivista ufficiale dei medici canadesi dice basta con l’uso di un termine sul quale grava una percezione popolare troppo negativa. E teorizza che se si vuole far accettare la morte provocata di un paziente basta spostare il significato dei concetti Un 'trucco' che va conosciuto e smascherato
Anche in Italia la «neo-lingua» di fine vita
| ◆ Una Messa a Parigi per Lejeune |
© Copyright Avvenire 1 aprile 2010
