DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

I POLIGAMI DELLA PORTA ACCANTO

In Italia ci sono almeno 15mila musulmani con due o tre mogli: sposarle da noi è più semplice

Naima pensava di essere una moglie, invece
è una schiava. Mohammed credeva
di essere un sultano, invece è uno schiavista.
Kalid era sicuro di essere solo loro figlio, invece
deve convivere con un altro pezzo di harem
casalingo che comprende pure la seconda
moglie di Mohammed, Fatima. Succede a
Torino, non a Casablanca, anche se questo
pezzo di città dietro il mercato di Porta Palazzo
potrebbe essere ovunque, Marocco o Tunisia,
Senegal o Egitto. Mohammed, 54 anni,
commerciante, per il Corano ha addirittura
due mogli in meno del massimo consentito
(quattro), per la legge italiana ne ha una sola
(Naima, 52 anni, regolarmente sposata in Marocco
prima di trasferirsi a Torino), ma in
realtà è un poligamo: anche se la seconda moglie,
Fatima, 31 anni, l’ha sposata in moschea
con un matrimonio Orfi che per lo stato civile
non esiste, è solo un rito temporaneo senza
vincoli legali sul nostro territorio. Dunque, si
tratta di una coppia di fatto: teorica per la legge
ma assolutamente reale, una “famiglia allargata”
non proprio unica.
Anche se mancano statistiche ufficiali,
si calcola che in Italia esistano almeno 15
mila casi di bigamia o poligamia, tutti tra
stranieri ma qualcuno anche tra italiani
convertiti. Settemila casi sono stati accertati,
e sono migliaia le segnalazioni - spesso,
drammatiche richieste di aiuto - che
giungono alle associazioni che si occupano
della tutela delle donne islamiche in
Italia, come “Acmid Donna” che sostiene
la comunità marocchina: da quando è nata,
ha ricevuto più di 4mila chiamate.
«Perché nessuna di noi accetta di dividere
il proprio marito con un’altra», racconta
Naima, la prima moglie del sultano
di Porta Palazzo. «Quando Mohammed mi
chiamò a Torino per raggiungerlo, sei anni
fa, non sapevo che lui nel frattempo
avesse sposato Fatima».
«Sono arrivata qui con nostro figlio Kalid,
e ho dovuto subire la situazione. Altrimenti
sarei stata ripudiata, non avrei
avuto un soldo né un posto dove andare.
Ma con Fatima, più bella e più giovane di
me, sono liti continue. E Kalid, che ha
quindici anni, ormai non parla più con
nessuno, sta crescendo isolato e violento,
è sempre triste e non capisce questa nostra
assurda famiglia».
Per un musulmano, diventare poligamo
è ormai più facile in Italia che al suo paese.
In Tunisia, la costituzione ha vietato la
poligamia addirittura nel 1957, dal 2003 è
scomparsa in Marocco e anche nella Turchia
“europea” è stata proibita. Qui, invece,
il trucco è facile, e il matrimonio plurimo
(proibito dall’articolo 556 del codice
penale con una pena fino a cinque anni di
carcere) può essere celebrato addirittura
in tre modi diversi.
Si può diventare poligami se si è
regolarmente sposata la prima
moglie nel paese d’origine (nell’Islam,
il matrimonio non è un
rito religioso ma un contratto
civile) e se si sposa la seconda
all’estero, nella propria ambasciata,
senza denunciare la
prima; oppure se ci si
fa raggiungere
dalla seconda
moglie,
sposata in patria,
con il
meccanismo
del ricongiungimento
famigliare;
infine, se il
secondo matrimonio
si
celebra nella
moschea italiana
dove,
volendo, il rito
Orfi permette
persino le unioni
a tempo: un’ora,
trent’anni oppure per sempre. Dunque, si
può essere poligami anche per sessanta
minuti con buona pace di Allah e della
legge italiana.
«Io non ho commesso nessun crimine,
rispetto il Corano e garantisco lo stesso
trattamento e l’identico affetto a entrambe
le mie mogli», si difende Mohammed.
«Semmai, gli ipocriti siete voi europei che
magari avete l’amante e diventate dei poligami
clandestini, mentre per noi è tutto
regolare: ci assumiamo un doppio impegno,
paghiamo molti soldi e non facciamo
torto a nessuno. Io dormo due notti con
Naima e due con Fatima, se compro un
vestito all’una lo compro anche all’altra. E
le mie mogli stanno bene, non devono sopportare
la fatica della casa da sole e si dividono
i compiti. Qui lavoriamo tutti».
Sarà, ma il sultano di Porta Palazzo
sembra raccontare una verità parziale.
L’altra faccia della medaglia la rivela
Hayam, sessant’anni, una donna senegalese
che vive in provincia di Bergamo e
che cinque anni fa ha avuto il coraggio di
lasciare il marito poligamo. «Non potevo
più sopportare la violenza e le umiliazioni.
Mio marito diceva che ero
diventata vecchia e stanca, e che
lui voleva giocare una nuova carta
del mazzo, sono le sue precise
parole. Così ha sposato un’altra
donna al consolato, lei è più giovane
e più bella e gli ha
dato pure una figlia.
Ma con me, lui ne
aveva già fatti
quattro. Anch’io
sono stata giovane,
e anche
lei invecchierà
e capirà
l’errore
che ha commesso.
Però,
poche di noi
si ribellano:
perché siamo
sole,
spesso povere
e analfabete,
senza
parenti, non
sappiamo neanche a chi chiedere aiuto.
Non alla legge italiana, perché è come se
non esistessimo».
Il vuoto legislativo è un modo per chiudere
gli occhi, anche se così soffrono migliaia
di donne, bambini e ragazzi. E non
è solo un problema nostro. Nelle periferie
francesi sono nascosti almeno 100mila casi
di matrimoni poligami, e 60mila sono
stati segnalati in Germania. È una conseguenza,
mal gestita, del pluralismo religioso
e culturale di cui gli immigrati sono
portatori, e l’aumento dei flussi migratori
non farà che rendere più vasto il problema.
In Italia vivono oltre un milione e
duecentomila musulmani, e sono ormai
50mila gli italiani convertiti all’Islam; si
calcola che quasi il due per cento di loro
sia di fatto poligamo, anche se in totale
clandestinità.
Nel segreto di questi nuclei famigliari
dai confini incerti, si consumano violenze
fisiche e psicologiche. E se il poligamo
muore, quasi sempre si scatenano risse
per l’eredità e la successione. È il momento
in cui la prima moglie “legale” di
solito si vendica sulla seconda, cacciandola
di casa senza un soldo. E il problema
s’ingarbuglia quando una di loro decide
di separarsi, anche se accade di rado: di
nuovo, il tribunale italiano non può sciogliere
legami che per lo Stato non sono
mai esistiti. Dunque, chi pagherà gli alimenti?
Proprio la mancanza di qualsiasi tutela
in caso di separazione è la prima causa
di scoraggiamento per le donne-schiave:
per mangiare, e per continuare ad
avere un tetto sulla testa, devono sopportare.
«Ma almeno finiamola col mito delle
donne islamiche che accettano la poligamia
perché fa parte della loro cultura:
è pura violenza, invece, è una cosa disumana
che provoca solo dolore», ripete
Hayam. La quale, però, è una donna che
ha studiato e ha saputo cavarsela. Molte
tra quelle come lei, in Italia non sanno
neppure comporre un numero di telefono
oppure chiedere aiuto nella nostra lingua,
o soltanto domandare dov’è la fermata
del tram più vicina.
Per reggere il peso e il piacere di un
doppio matrimonio, c’è chi ha scelto una
doppia vita però alla luce del sole. Lui è
Hassan Moustapha e vive a Brescia, dove
ha comprato una villetta bifamiliare che,
appunto, divide con le sue due famiglie: la
prima moglie al primo piano, la seconda
al secondo, in rigoroso ordine. «Così loro
non litigano e io non commetto nessuna
colpa. Perché per il Corano l’adulterio è
uno dei peccati più gravi, mentre mantenere
due o più mogli è un grande onore e
non è una cosa alla portata di tutti. Bisogna
avere generosità, denaro e molto amore.
Ho amici italiani che fanno collezione
di donne, e nessuna di loro sa dell’esistenza
delle altre: questi uomini sono forse
migliori di me?».

Maurizio Crosetti

la Repubblica, venerdì 27 novembre