DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Quale pessimo pregiudizio gli uomini di al Qaida hanno di sé. Per Umberto Silva, i nuovi jihadisti non odiano tanto noi quanto il loro sé

Amava l’America, lì avrebbe fatto l’università se un test non lo avesse bocciato. Così dicono i diari on line di Umar Farouk Abdulmutallab. Vi trova conferma un pensiero che da tempo vado coltivando: i cosiddetti martiri di al Qaida non ce l’hanno davvero con coloro che uccidono, e certo non li disprezzano, tutt’altro; odiano assai di più coloro che non uccidono, che dicono di amare e perfino ne sono convinti – tra poco sapremo chi sono costoro. Certo, i terroristi pubblicamente accusano, e se la contano su, che i loro bersagli sono criminali, rubano e usurpano, ma non ci credono fino in fondo, è un depistaggio opportunistico che permette loro di non mettersi in gioco, di non interrogarsi su quel che davvero stanno facendo e, soprattutto, non facendo.

Sotto sotto ammirano le loro vittime, esse hanno un qualcosa che loro non hanno più: l’anima, la vita. I terroristi non fanno che esportare alacremente il proprio terrore per la vita, cercando così di liberarsi dell’orrore di sentirsi la morte dentro; uccidono donne e uomini senza neppure conoscerli proprio e soltanto perché sono vivi, o tali comunque li pensano, tutto il resto non conta. Albert Camus diceva che il passo più difficile è non cedere all’invidia ma accedere all’ammirazione; senza questo passo si è capaci di ogni nefandezza.

Fin qui tutto fila, ma i martiri di al Qaida non sono terroristi qualsiasi, appartengono alla genia più pericolosa e inquietante, quella dei kamikaze. Il detonatore dell’invidia in questo caso non basta: non si è mai visto un invidioso che si ammazza pur di uccidere il rivale. Invidioso, del famoso zio, era Napoleone il piccolo, donde guerricciole per lui ornamentali e per noi decisive; ma non solo invidioso degli ebrei fu Adolf Hitler che, a folgorante giudizio di Salvador Dalì, “fece la guerra per perderla”. A fomentare una simile espiazione doveva esserci altro. Quindi, se non l’America o Israele o le coraggiose massaie di Baghdad… chi veramente risulta a tal punto intollerabile da spingere i terroristi al sacrificio di sé?

Il sé, per l’appunto. Quale pessimo pregiudizio gli uomini di al Qaida devono avere di sé per condannarlo a morte? Come si è formato nell’inconscio un simile giudizio? Per cercare di capirlo, di portarlo nella parola, di svolgerlo in un’elaborazione, si dovrebbe fare appello alla responsabilità, insomma si dovrebbe vivere, amare e pensare con audacia. Più comodo lasciare le cose come stanno, avvolte nella rimozione come in un sudario, e fare i martiri. In tal modo si preserva il sé, un sé che si vuole vittima immacolata, mentre s’indirizza l’accusa al diavolo straniero: è l’ultima menzogna, quella con cui ci s’inoltra nel nulla, togliendosi definitivamente dal gioco, tagliandosi le gambe pur di non fare il passo. Passo salvifico ma doloroso come tutto ciò che salva. Il terrorista ne ha sentore ma non osa, e proprio di questo si punisce, della propria viltà.

Ancora una volta dunque il terrorista s’acceca, sventurato, altro non fa nella sua esistenza, un’incessante fuga nella tenebra. Se s’inoltrasse nella via dell’intendimento e del dolore, incontrerebbe anche la seconda accusa, più dolorosa della prima, che in fondo è solo un escamotage. Dolorosa e quindi fautrice di verità, di quale accusa si tratti lo si deduce sempre dal diario di Umar Farouk, quando confessa d’essere spinto, oltre che dall’ambizione dello studio, da un altro desiderio più forte e tormentoso, quello verso le ragazze, desiderio bloccato non da un test universitario ma nientedimeno che dalla sua stessa religione, che lo costringe ad abbassare perfino gli occhi in presenza delle donne, mortificazione che un giorno troverà nell’harem l’infero riscatto.

Colpo di scena: è Maometto che Umar Farouk odia?! Anche, in quanto Padre fondatore, legislatore che con i suoi divieti avrebbe posto le basi della rovina della sua seppur remota discendenza. Ma naturalmente il più colpevolizzato di tutti è l’ultimo anello, quel Alhaij Umaru Murallab che molte voci dicono uomo assai industrioso e liberale, ma che evidentemente al figliolo appare come un cerbero: si vede quel che si vuol vedere quando per viltà, pigrizia o un qualsivoglia tornaconto si rinuncia allo sguardo. Sempre ci si detesta quando non si riesce a fare il passo ma ci si rifugia nell’accusa; sennonché stavolta, dopo il breve accenno nel diario, proprio perché più diretta e insostenibile, l’accusa è stata ricacciata nell’inconscio, che lì rimanga con tutta la sua straripante carica esplosiva eternamente pronta all’innesco ma eternamente abortita. Ché non negli aerei quanto nella parola occorre che la carica deflagri, in mille parole, mille parole cambiano il libro della vita; se ciò non avviene l’accusa si fa sempre più micidiale e avida di sangue.

Quale accusa? Anche per la modalità con cui è stata messa in atto, essa pare raccontare di figli che non devono nascere e di un figlio non nato. Urla Umar Farouk: “Padre, tu mi hai fatto così! Così vile. Anzi, proprio non mi hai fatto, tu eri altrove, distratto mi hai abbandonato. Così io non sono venuto alla luce ma sempre vivo nella tua ombra, l’ombra della malinconia dei non nati. La mia menzogna altro non è che la tua, quando mi mostri in giro pubblicamente come tuo figlio ed erede, o quando mi rinneghi come se io gettassi ombra su di te e non piuttosto tu su di me. Facciamola finita! Io ti smaschero allontanando per sempre da me questa parvenza miserabile di esistenza che tu, per vanità, mi hai appiccicato addosso. Guarda Padre com’è veramente tuo figlio: morto, e tutti guardino, a tua eterna vergogna, ché inutilmente arrabatti le tue benemerenze e ti dissoci. Noi siamo complici in eterno. Ma io nella mia morte sarò glorioso, su di te invece ricadranno i brandelli di carne della tua carne. Guardami, Padre, non vedi che brucio!?”.

Per il suo rogo di eroe Umar Farouk si era scelto una platea cosmica, tra cielo e terra; tanti altri meno esibizionisti si sono accontentati di finire tritati con le cipolle nei mercati iracheni. Cambia la scena, eguale il movente: i kamikaze non si sacrificano pur di uccidere l’altro, ma sacrificano l’altro pur di uccidersi. Per barare fino all’ultimo, non funziona quel semplice suicidio che spesso è tacciato di viltà dalla pubblica opinione o, peggio ancora, di vendetta traversale. No, per il martire di al Qaida non deve esserci ombra di sorta a offuscare il lampo accecante della gloria. Per questo snobistico tentativo di nobilitare la viltà, per tale suprema vanità tessuta con la pelle di tanti innocenti, questi assassini passeranno il tempo a pavoneggiarsi con Lucifero nel ghiaccio eterno.

Insomma, se non si ha l’audacia di fare il passo verso la responsabilità, di alibi e capri espiatori se ne trovano a iosa, consci, inconsci, preconsci e soprattutto precotti. A iosa s’incontrano, di questi tempi, anche i gatti e le volpi del deserto: gli sciacalli dal volto umano. Per soddisfare la propria volontà di potenza – ma chissà, forse a loro volta un tempo erano ragazzi malinconici – costoro aspettano gli Umar Farouk al varco, e amorevolmente offrono loro… Siamo in presenza della forma più terrificante di eutanasia.

di Umberto Silva