DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Il senso del tempo ai tempi di internet


Giappone: Sbrigarsi a morire...


Se ora le grandi aziende ci spiegano come vivere


Singapore non è più un’isola felice



Dolori di successo. Dopo zombie e vampiri i romanzi per adolescenti scoprono la malattia Il nuovo filone si chiama “sick-lit” e divide i critici


Papa Borgia avvelenato per fiction. Questa è la storia vera. di Franco Cardini


Storia tragicomica di fecondazione assistita, madri single, donatori di sperma convertiti (e bambini)


Così l’Europa abolisce la differenza sessuale sopra le nostre teste. di Assuntina Morresi


Uteri in affitto, boom di richieste


Cresce nel mondo la domanda di uteri in affitto.

Sterilizzate e umiliate. Un’altra pagina nera nell’India della pianificazione famigliare


Eluana e il Presidente

Due anniversari dimenticati

Madre surrogata per 20 mila dollari rifiuta di abortire Swift, che i genitori non volevano più perché malformata


In Spagna è ormai vietato criticare le nozze gay. Un incauto ministro ne fa le spese


L'inquietante nostalgia di Stalin


L'eminenza grigia di Beppe Grillo


Nel fragoroso epilogo della sua forsennata e vittoriosa campagna elettorale, Beppe Grillo, innanzi alla folla oceanica di Piazza San Giovanni, ci ha tenuto che a chiudere il suo spettacolo (lo chiama impudicamente così, “comizio” del resto era una parola che faceva ripulsa anche a Monti) facendo parlare altre facce del movimento.

Tutti quanti sul palco, candidati e non: ecco che il microfono vien dato a Pizzarotti, il sindaco grillino di Parma, poi il siciliano, poi Beppe presenta tutti, il cameraman, la guardia del corpo, il tecnico informatico. Infine, un gesto che ha spiazzato tutti: «Non ci sarebbe stato il Movimento 5 stelle senza una persona, che è qua, per la prima volta... è una persona schiva, un manager, ha una piccola azienda, ci ha rimesso soldi e tempo, ha solo raccolto ingiurie delle più incredibili, che dietro di lui ci sia la massoneria, la J.P. Morgan, una persona come voi e come me che si è rotta i coglioni di questo mondo e lo vuole cambiare, è Gianroberto Casaleggio». Coup de Theatre. Applausi, qualche fischio, non si sa se di disapprovazione.

Casaleggio, il “guru” che sta dietro Grillo e di cui il grande pubblico ha appreso solo quando recentemente il consigliere regionale Favia ha raccontato in un fuori onda i suoi metodi e le sue idee («Casaleggio è il guru che ha costruito il movimento 5 stelle», «prende per il culo tutti», «è vendicativo»), sul palco non si era mai visto: le eminenze grigie, i pupari, quando mai si mostrano in pubblico? Eppure è successo. Eccolo, sostenuto dall’abbraccio un po’ sgraziato del comico, il guru pare un po’ torvo, la sua posizione rispetto alla massa è un po’ defilata, la testa con la caratteristica canuta tendina di capelli arruffati è leggermente china. «Grazie» dice Casaleggio, con una erre moscia che potrebbe tradire l’estrazione non esattamente popolana. «Io parlo poco, quindi stasera è una delle pochissime volte che mi vedrete parlare» dice severo.

«Io mi ricordo un famoso slogan del 1968 che diceva la fantasia al potere, ecco noi abbiamo bisogno della fantasia e della creatività per uscire da questa situazione, che è molto peggiore di quella che forse voi pensate. Però oltre alla fantasia e alla creatività, abbiamo bisogno di due cose in più: una è la trasparenza, e assieme alla trasparenza l’onestà, e assieme all’onestà la competenza. Con la trasparenza, l’onestà e la competenza cambieremo l’Italia». Applausi. «Poi volevo dirvi un’altra cosa: io e Beppe in questi quattro o cinque anni più volte abbiamo alternativamente deciso di buttare la spugna, però quando voleva buttare la spugna lui non volevo buttarla io, e viceversa, quindi siamo arrivati fino a qui, questa sera, grazie a tutti». Fine del messaggio.

La prima epifania pubblica di Casaleggio produce un messaggio che apparentemente è di una banalità sconcertante. Ma essendo la prima comunicazione diretta del guru fuori dal web e dalle stanza del movimento (Favia ha raccontato a Canale 5 anche qualche sera fa del programma fatto a porte chiuse da Grillo e Casaleggio, in base a principi di marketing) vale la pena di analizzare bene il messaggio. Tanto più che viene da un pensatore dalla radice culturale molto inquietante: per alcuni è ossessionato dai cicli arturiani, per Massimo Introvigne potrebbe essere seguace dell’ideologia tecnocratico-esoterica di Alexandre Saint-Yves d’Alveydre (1842 – 1909); certo è che, come dichiarato nel video Gaia, prodotto dalla Casaleggio Associati e fino a poco tempo fa ben visibile sulla sua pagina web con la dicitura "La nostra visione del futuro della politica", preconizza per il 2020 una guerra mondiale contro Russia, Cina e Iran (interessante dato per capire la finora fumosa politica estera del primo partito d’Italia) a base di armi batteriologiche, al termine della quale sopravviverà un miliardo di persone soltanto: con una popolazione mondiale così drasticamente ridotta, questa sarà la condizione ideale per instaurare finalmente la democrazia elettronica, in un mondo senza più stati, passaporti o rappresentanti politici, con un account web per ogni sopravvissuto che gli consente di accedere alla società.

Una prospettiva mostruosa, che il Casaleggio invece rivendica come ideale.
Così, soffermiamoci su questo messaggio apparentemente banale pronunciato in Piazza San Giovanni. Grillo, in quella che potrebbe suonare come una excusatio non petita, tira in ballo la massoneria e la J.P Morgan - sui legami tra Casaleggio e la massoneria non vi sono ovviamente dati certi, sulla discussa banca d’affari J.P. Morgan invece ci scrisse un denso articolo Il Giornale, indicandola come partner della Casaleggio associati tramite la società Enamics. Quando poi Casaleggio tira in ballo il ‘68 e la creatività, non sta parlando a vanvera: sta atuando una strategia precisa. Ossia, quella di convincere il pubblico che esso è libero e indipendente, fantasioso, speciale. Uomini liberi e creativi, e non invece quello che pare da fuori: una immane massa di frustrati urlanti, membri di un partito che al suo interno ha una democrazia fittizia (i voti per le “parlamentarie”, le primarie per scegliere i deputati, sono certificati dai server di Casaleggio). Si tratta di una precisa strategia aziendale di Casaleggio.

Un servizio del giornalista di Affari Italiani Antonio Amorosi, indaga il caso della Webegg S.p.a.,società informatica prima di Olivetti e poi di Telecom, che il manager Casaleggio gestì nei primi anni 2000: la società arrivò a perdere 15 milioni di euro, ma Casaleggio comunque non rinunciava ad una sede ipertecnologica, una sala centrale a forma di uovo (per dare l’idea di essere proiettati nel futuro), voli charter per il calcetto aziendale, feste faroniche, spettacoli privati della Litizzetto, Luttazzi, Aldo Giovanni e Giacomo.. Ai dipendenti della Webegg - anche molto critici verso il management che sperperava inutilmente mentre la società andava malissimo - venne infine propinato un video che indicava i dodici “comandamenti” della Webegg. Il comandamento numero 4 dice «Il divertimento è forza creativa». Ecco la creatività al potere: convincere i dipendenti della propria creatività era un modo di motivarli, anche in tempi di crisi aziendale. Poi il decimo comandamento: «trasparenza nei rapporti interni ed esterni». Ecco la trasparenza di cui parla nella fatidica vigilia elettorale. Amorosi scova poi altri comandamenti che sono fisicamente trasmigrati dalla Webegg Spa al Movimento 5 Stelle.

Il personale degli Uffici milanesi della Webegg venne infine travasato nella Casaleggio e associati, che di fatto è il vero nucleo iniziatore dell’M5S. È la Casaleggio associati che fonda nel 2005 il blog di Beppe Grillo, organizza il V-day (dove V sta per “vaffanculo”, iniziale che rimane in maiuscolo anche in “MoVimento” e “PortaVoce”), lanci i meetup: il primo meetup, quello di Milano, infatti non nasce da un gruppo di cittadini arrabbiati, ma da un dipendente di Casaleggio, Maurizio Benzi. È il giugno 2005: il mese successivo, Grillo sul suo blog proporrà ai fan di utilizzare la piattaforma meetup per gli incontri dei suoi sostenitori.

Infine il messaggio relativo ai momenti in cui voleva buttare la spugna lui, ma non Grillo, oppure a quelli in cui voleva mollare tutto Grillo, ma non lui. L’avvertimento è chiarissimo: senza di me, Grillo non esiste. Voi, M5S, non esistete. Sic et simpliciter. Considerando che il movimento nasce fisicamente come parto della sua azienda, come non credergli?

I segreti di Grillo, tra Apocalisse e tanta volgarità. di Massimo Introvigne

È uscito un volume che fa molto riflettere. Il libro appena pubblicato dai sociologi Roberto Biorcio e Paolo Natale «Politica a 5 stelle. Idee, storia e strategia del movimento di Grillo» legge il movimento del comico genovese da una prospettiva dichiaratamente di sinistra, ma offre diverse osservazioni interessanti e utili, che del resto si ritrovano negli studi di Biorcio di qualche anno fa sulla Lega Nord, acuti anche se talora offuscati da un'antipatia militante.

La maggioranza dei commentatori, sostengono Biorcio e Natale, non capiscono il movimento di Grillo perché danno rilievo a uno solo dei tre elementi che lo costituiscono: il «partito personale» di un comico che diventa «imprenditore politico»; lo spostamento della comunicazione dalla stampa e dalla televisione a Internet; e il «populismo», una parola ormai talmente abusata da non significare quasi più nulla ma che in questo caso indica la chiamata a raccolta di quanto attribuiscono i mali dell'Italia alla «casta» dei politici di professione, che si tratterebbe di spazzare via così risolvendo d'incanto tutti i problemi. Mentre, sostengono gli autori, questi tre elementi vanno sì analizzati uno per uno, ma vanno poi anche composti insieme perché è dalla loro sintesi che nasce il successo del movimento.

Cominciamo dal primo elemento: un comico si trasforma in organizzatore politico. Qui i punti di riferimento che Grillo ha tenuto presente sono due. Il primo non è un comico - checché ne pensi qualche giornale straniero - ma è Silvio Berlusconi, il quale ha dimostrato che è possibile costruire partiti personali a partire da credito e simpatia acquisiti in campi diversi dalla politica. Stupirà non pochi elettori grillini del 2013, ma nel 1994 quando Berlusconi scende in campo Grillo si schiera con lui, dichiarando: «Sono da mandare via, da mandare via questa gente qua [i politici della Prima Repubblica], da votare gli imprenditori; ecco perché sono contento che è venuto fuori Berlusconi: lo voglio andare a votare»: 

Il secondo modello è francese, ed è un amico e mentore di Grillo, il comico Coluche (1944-1986), che lo showman genovese aveva conosciuto sul set del film «Scemo di guerra» di Dino Risi (1916-2008), di cui entrambi erano stati interpreti, nel 1985. Portare alla luce il ruolo di Coluche è un contributo importante del libro di Biorcio e Natale, anche se in un certo senso il comico transalpino aveva provato a diventare il Grillo francese e aveva fallito. In un periodo di scandali che scuotono la classe politica francese Coluche ottiene grande successo a Radio Montecarlo con uno slogan rivolto ai politici che Grillo avrebbe poi ripreso alla lettera: «Vaffanculo», e con un culto studiato della volgarità come forza sovversiva.  Licenziato da quella radio, si candida alla presidenza della Repubblica in vista delle elezioni del 1981, e comincia a volare sia nei sondaggi sia nel sostegno d'intellettuali - di sinistra - molto influenti, tra cui il filosofo Gilles Deleuze (1925-1995) e i sociologi Alain Touraine (1925-) e Pierre Bourdieu (1930-2002). 

Quest'ultimo definisce, enfaticamente, l'invito di Coluche ai politici ad andare a quel paese come «le parole più importanti per la Francia dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789». I tempi, però, non sono maturi. C'è ancora la Guerra fredda, il Muro di Berlino non è caduto e nessuno dei due grandi blocchi internazionali vuole vedere un Paese strategico come la Francia consegnato a un comico imprevedibile. Coluche è minacciato di morte e intimidito dai servizi segreti, e la sua campagna finisce in tragedia quando il suo Casaleggio, René Gorlin (+1980), è assassinato in un oscuro omicidio presentato come passionale ma su cui restano molti dubbi. Coluche capisce ll'antifona, si ritira dalla campagna elettorale e invita i suoi sostenitori a votare per il socialismo autogestionario di François Mitterrand (1917-1996). Ma, anni dopo, comincia a far venire qualche idea al suo amico italiano Grillo.

Secondo elemento: Internet. Se il transito di Grillo dalle televisioni - che progressivamente lo emarginano per la sua virulenza anti-politica - all'attivismo militante su temi sociali ed ecologici comincia poco dopo l'incontro con Coluche, all'inizio il comico italiano non accoglie con particolare favore Internet. Nel 2000, anzi, alla fine di ogni spettacolo sfascia in scena un computer, considerato uno strumento dei poteri forti per lavare il cervello alla gente. Ma tutto cambia dopo l'incontro con Gianroberto Casaleggio, che per Biorcio - studioso della Lega - ha per Grillo il ruolo che per Bossi hanno gli incontri con il teorico del federalismo dell'Union Valdôtaine Bruno Salvadori (1942-1980) e con il politologo Gianfranco Miglio (1918-2001). 

Casaleggio non è solo uno dei migliori esperti italiani di marketing sul Web. È un guru, interessato all'esoterismo e - ci dicono gli autori - accompagnato da «ipotesi di appartenenza alla massoneria», che ha trasformato Internet in una religione. Il suo pensiero, sintetizzato nel volume con citazioni dirette dai suoi video, si riassume in una profezia apocalittica: siamo alla vigilia di crisi ecologiche e di «guerre ideologiche, razziali e religiose» in cui moriranno i sei settimi degli attuali abitanti della Terra. Il miliardo di sopravvissuti abolirà «i partiti, la politica, le ideologie e le religioni», sostituite da «Gaia» - un nome che in molte teorie esoteriche indica la Terra come organismo vivente e unica divinità -, la quale sarà insieme religione e politica e gestirà il mondo tramite un «nuovo governo mondiale» selezionato e organizzato tramite Internet. Cioè, precisa Casaleggio, tramite gli «influencer», quella piccola percentuale di persone che padroneggia perfettamente la Rete e crea il novanta per cento dei suoi contenuti. Persone come lo stesso Casaleggio, che però per il loro sogno di nuovo governo mondiale hanno bisogno di «portavoce» dotati di quelle «capacità di comunicare con il pubblico» - compreso quello che non ha come suo primo punto di riferimento Internet - che agli «influencer» della Rete spesso mancano. Ma che non mancano a Grillo, il quale diventa leader politico globale quando Casaleggio gli mostra la luce di Internet e la accende, creando per il comico quello che diventa uno dei dieci blog più visitati nel mondo. Senza Casaleggio non ci sarebbe Grillo come leader politico. Ma senza Grillo il guru Casaleggio sarebbe solo il capo di un piccolo movimento esoterico. 

Dove abbiamo già visto le sue prospettive apocalittiche? Precisando che i grillini sono adepti della non violenza, Biorcio e Natale paragonano le declinazioni politiche dell'utopia di Casaleggio ai manifesti delle Brigate Rosse degli anni 1970. Per me, studioso di nuovi movimenti religiosi, la teoria di Casaleggio ricorda piuttosto in modo irresistibile - anche qui, senza sospettare il guru di Grillo d'inclinazioni violente - la prospettiva della «Famiglia» del pluri-assassino Charles Manson, un pericoloso nuovo movimento religioso che attendeva l'«Helter Skelter», una guerra razziale in cui la maggioranza degli americani sarebbe morta, convincendo i superstiti a lasciarsi guidare da chi l'aveva prevista, cioè appunto Manson e i suoi adepti.

Terzo elemento: il populismo e l'avversione per la politica. E qui, suggeriscono gli autori, ben prima di incontrare i movimenti globali di «indignati» degli ultimi anni, il modello di Grillo è Umberto Bossi. Come Bossi, il Grillo elettorale non decolla immediatamente. Parte dal 3-4% delle sue liste civiche nel 2009, arriva al massimo del 7% in Emilia alle regionali del 2010. Come Bossi esplode con Mani pulite, così Grillo fa il pieno dopo gli scandali che travolgono esponenti non solo del centro-destra ma anche del centro-sinistra nel secondo decennio del XXI secolo. Il Movimento 5 stelle - il nome è assunto nel 2010 con riferimento a cinque semplici punti programmatici - diventa così il primo partito alle elezioni siciliane del 2012 e a quelle nazionali del 2013.

Ma chi vota Grillo? La sua base originale non poteva sognare le percentuali del 2013, perché rappresentava un blocco - non sociale ma culturale - per sua natura minoritario: gli «innamorati della Rete», persone in maggioranza settentrionali e laureate che hanno deciso di fidarsi soltanto di Internet, disprezzando giornali e televisione. A questi però si sono aggiunti, secondo il volume, altre tre categorie di elettori: anzitutto i «gauchisti», persone di sinistra per cui il PD si è spostato troppo al centro appoggiando il governo Monti, e chi si allea con il PD come Vendola ne condivide le colpe. Ci sono poi quelli che i due sociologi chiamano i «ragionevoli», che votano Grillo sulla base di un calcolo razionale di costi e benefici, convinti che un suo successo, per quanto effimero e problematico, possa costringere la politica a quelle riforme necessarie che i partiti tradizionali da anni promettono invano. Infine, i «menopeggio», elettori dell'estrema destra o della Lega che non condividono le idee di Grillo ma che lo considerano meno peggiore di tutti gli altri quando si tratta di criticare la «casta», le banche o l'Unione Europea. Qui il volume anticipa gli ultimi studi sui flussi dell'Istituto Cattaneo, secondo i quali, se la maggioranza degli oltre otto milioni di elettori di Grillo viene da sinistra, una parte significativa viene dalla Lega e un dieci per cento, in parte transitato da La Destra, votava a suo tempo Alleanza Nazionale.

Tenere insieme questi quattro gruppi di elettori non sarà particolarmente facile, come non lo sarà gestire una massa di deputati selezionati sul Web e che spesso non hanno mai parlato con Grillo. I problemi di democrazia interna del movimento nascono dalla sua stessa natura. Casaleggio potrebbe dire che il problema è mal posto, perché nell'epoca di Gaia comunque la democrazia rappresentativa non ci sarà più. Ma quanti fra gli eletti del Cinque Stelle, per non parlare degli elettori, davvero conoscono e capiscono le profezie di Casaleggio?

Infine, un tema cui Biorcio e Natale dedicano solo due paginette, ma che sta a cuore a me e credo ai miei lettori: il rapporto con la Chiesa. Gli studi di Franco Garelli hanno mostrato che, qualunque cosa suggeriscano loro i vescovi, i cattolici votano più o meno come gli altri italiani. Ma il Cinque Stelle richiede un supplemento di analisi. I questionari somministrati da Biorcio e Natale rivelano tra i suoi militanti ed elettori una percentuale più alta della media nazionale di non credenti e persone ostili alla Chiesa. I due sociologi osservano che il boom del 2012 e 2013 ha portato a votare Cinque Stelle anche cattolici praticanti. Ma questi rimangono in minoranza, e forse non sanno che dopo la morte della maggioranza dei terrestri e il trionfo di Gaia previsti da Casaleggio  le religioni sono destinate a sparire, sostituite dal culto esoterico della Terra Madre.

I cattolici sono del resto in buona compagnia. Nell'utopia di Casaleggio non spariranno solo le religioni ma anche il capitalismo, il socialismo e perfino i libri, che il guru di Grillo vede completamente sostituiti dalla Rete. Se però Grillo e Casaleggio sono inscindibili l'uno dall'altro, la prospettiva generale del movimento non può che essere la distruzione totale di qualunque pensiero politico - o religioso - alternativo. E chi pensa di «mettersi con Grillo» per salvare qualche poltrona assomiglia ai borghesi di cui parlavano i primi bolscevichi. Quelli che portano allegramente ai nemici la corda con cui saranno impiccati.

La Nuova Bussola quotidiana

La famiglia assomiglierà a un condominio, nella futura legge olandese


Prima a tagliare il traguardo dell’eutanasia di stato e del matrimonio gay, l’Olanda potrebbe essere presto il primo paese al mondo a prevedere per
legge che tre, quattro o più soggetti possano essere
considerati, completamente alla pari, “genitori” dello stesso figlio. “Ci sono già tra i venti e i venticinquemila bambini che vivono in famiglie patchwork
(il termine è testuale, ndr). Abbiamo bisogno di allargare il concetto di famiglia, il legame di genitorialità
non può più essere solo biologico. Non si può più dire che un bambino può avere solo due genitori”: a dichiararlo con molta sicurezza all’agenzia francese
Afp è stata, la settimana scorsa, una parlamentare
del partito verde GroenLinks, la quarantottenne ex
dirigente di Greenpeace Liesbeth van Tongeren, promotrice di una mozione parlamentare sul tema. Il
Parlamento olandese, in realtà, nello scorso ottobre,
aveva già affrontato la questione in modo preliminare, ma la difficoltà di modificare in tutta la legislazione il concetto di famiglia aveva consigliato di desistere e di studiare meglio la questione. Ora il dossier è in mano al ministero della Giustizia, il quale
dovrebbe proporre in breve tempo una proposta che,
allargando la possibile platea di genitori previsti per
un singolo individuo, risolva i molti problemi aperti dalle tecniche di procreazione medicalmente assistita (le quali, per inciso, ci avevano detto che i problemi dovevano invece risolverli).
E allora: come comportarsi, quando una coppia
formata da due donne utilizza un donatore di seme
che magari voglia veder riconosciuto il proprio legame con il bambino? O quando, come racconta l’Agenzia France Presse, si verifica una situazione come quella vissuta da Simon, sei anni, e da suo fratello Joaquin, di tre? Antefatto: due coppie omosessuali, Joram e Guillermo, Karin ed Evelien, che dividevano in amicizia l’appartamento dai tempi dell’università, decidono di mettere a frutto il loro affiatamento e di ricorrere a una doppia inseminazione
casalinga: “Evelien e Karin hanno ognuna partorito
un bambino, mentre Joram e Guillermo hanno donato ciascuno il seme per uno dei due bambini, anche se non vogliono rivelare quale sia il genitore biologico dei due figli”, racconta l’Afp.
Per la legge olandese, Simon e Joaquin sono dunque legalmente figli della coppia di donne sposate
tra loro, mentre i due padri biologici, a loro volta coniugati, non hanno su di loro nessun diritto. Tutti vivono in armonia, i piccoli fanno la spola tra la casa
delle mamme e quella dei papà, con vacanze e feste
in comune. Ma se qualcosa andasse storto, nei rapporti degli adulti tra loro? I due padri non riconosciuti “non potrebbero per esempio prendere nessuna decisione nel caso di interventi medici importanti che riguardassero i figli. E se i due uomini morissero, il fisco non accorderebbe i vantaggi sull’eredità ai quali Simon e Joaquin avrebbero diritto se
fossero riconosciuti legalmente. Se le due coppie
avessero dei contrasti, Karin ed Evelien avrebbero
il diritto di esigere da Joram et Guillermo la sparizione dalla vita dei bambini, da un giorno all’altro”.
A questo proposito, Philip Tijsma, portavoce di
un’associazione per i diritti degli omosessuali, spiega al giornalista dell’Afp che “ci saranno sempre
conflitti, ma in ogni caso sarà garantita una certa sicurezza al bambino, perché saprà che suo padre o
la sua terza madre (sic) non potrà sparire dalla sua
vita dall’oggi al domani”.
Anche il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung
ha raccontato la sua storia olandese. Susan è stata
cresciuta fino a 13 anni da madre e padre. Poi, il padre annuncia di essere gay e ora è sposato a un uomo. La madre si è a sua volta risposata. Tre padri e
una madre: che ne vogliamo fare? Non ci si arrende
al fatto che si nasce da un uomo e da una donna, e
che le altre figure affettive dovrebbero astenersi dal
rivendicare diritti sulla testa dei bambini, perché gli
affetti non si traducono in diritti. Ma è il Mondo Nuovo all’olandese, e non è un bel mondo.

Nicoletta Tiliacos

Il Foglio


Neonati, carne da macello per i nuovi animalisti. di Rino Cammilleri


Già li immagino i grossetani quando, la mattina del 28 febbraio 2013 (fonte: Corriere Fiorentino.it), hanno visto il grande cartellone animalista. «Maremma majala!», avranno esclamato. Infatti, Grosseto è il capoluogo della Maremma toscana, e pure la scrofa evocata (majala=femmina del maiale), perché questa volta gli animalisti (autodefinitisi, come termine esotico, «vegan», più chic) hanno letteralmente fatto carne di porco di un bambolotto con le fattezze di neonato: lo hanno spezzettato, incellophanato e costretto in una confezione da banco di macelleria di supermercato. Il manifesto che ne è risultato, posto nei punti cruciali della città, invita la popolazione a diventare vegetariana, perché, come recita la scritta d’accompagnamento, «Gli animali non sono cose. Quando li mangi o li sfrutti mangi qualcuno. Non qualcosa. Diventa vegan».
In questa frase alcune cose non quagliano. Quando «sfrutto» un animale lo sto mangiando? Devo diventare, perciò, alieno (cioè, proveniente dalla stella Vega)? Mi sa di sì, visto che è roba da alieni considerare gli animali «qualcuno». Voi comprereste il ragionier Rossi al canile o al gattile? Lo leghereste con un guinzaglio al collo? Lo obblighereste a ubbidirvi? Lo portereste a fare i suoi bisogni quando dite voi? La riduzione in schiavitù è vietata dalla legge e pure dalla Costituzione, ma è questo che fanno i «vegan» e gli animalisti coi loro «qualcuno». Voi direte: sì, ma almeno non li mangiano. Be’ neanche io oserei mangiare il mio cane o il mio gatto o il mio criceto o il mio pesce rosso. La differenza sta tutta nel fatto che io non farei mai a pezzi un neonato, mentre loro sì.
Ora, non potendosene procurare uno nei cestini dell’immondizia dei reparti ospedalieri in cui si pratica l’aborto mutualizzato, o forse giudicando che un’immagine del genere, sotto cellophane, si sarebbe tramutata in un boomerang pubblicitario, si sono dirottati sul cicciobello.
Noi carnivori concordiamo sul fatto che «gli animali non sono cose». Ma dissentiamo sull’insinuazione – pagata dall’Associazione d’Idee onlus – che siano persone. Questi rousseauiani del terzo millennio vorrebbero farci credere che consumare una fettina di manzo sia cannibalismo tout court. Cioè, che noi e le bestie siamo della stessa famiglia.
Ci aveva già pensato Darwin, e aveva raccolto molti seguaci. Ancora oggi, infatti, c’è chi ci tiene davvero a discendere dagli scimpanzé e si arrabbia pure se qualcuno preferisce discendere da Adamo, il quale discese da Dio in persona.
Ora, da buoni giacobini (tutti i rousseauiani lo diventano, come la storia insegna), gli animalisti e i «vegan» non si accontentano di nutrirsi di soli ravanelli e non rompere le scatole al prossimo. No, se non hanno costretto, prima con le buone e poi con le cattive (usano anche queste, com’è noto), tutti quanti ad assoggettarsi al loro credo non sono soddisfatti.
Ormai bisogna rassegnarsi: c’è gente che deve dare un senso alla propria vita, sennò si spara. Così, diventano attivisti di ogni campagna (una delle quali è quella di cui qui trattiamo: per la precisione, l’associazione «Campagne per gli animali», con sede in provincia di Treviso, tra gli sponsor del manifesto grossetano), purché sia strampalata e abbia i crismi della novità.
Marx è superato, così è l’ora dei vegetali e della Torino-Lione. Il nuovo proletariato da liberare dalle catene dell’oppressione (per gli immigrati e i non fumatori hanno già dato) è costituito dalle bestie, e appena il Fronte di Liberazione Bestiale si sarà organizzato, assisteremo ad assalti agli allevamenti industriali e vedremo le vacche invadere, finalmente affrancate, le nostre città. Dalle Campagne per gli Animali agli Animali per le Campagne, e anche sul metrò.


http://www.lanuovabq.it


Nievo e le ombre massoniche dietro l'Unità italiana

di Danilo Quinto02-03-2013
Di questa storia, ne parla Cesaremaria Glori, nel libro La tragica morte di Ippolito Nievo – Il naufragio doloso del piroscafo Ercole, pp. 203 – Edizioni Solfanelli. Vengono proposti documenti sorprendenti – che delineano su quali basi sia nata la cosiddetta unità d’Italia – come ad esempio la lettera che il 24 ottobre 1859, il Primo Ministro del Governo Sabaudo, il Conte Cavour, indirizza ad Antonio Genesio Maria Panizzi.
Chi era costui? Una figura di cui non si parla quasi per nulla sui libri di storia, ma di grande importanza.
Panizzi era un patriota, ma soprattutto fu direttore della Biblioteca del British Museum di Londra dal 1856 al 1866, uomo in grado di “rappresentare” in Gran Bretagna le “esigenze” dell’Italia che si andava formando. Quali erano queste esigenze? Scrive Cavour: “Carissimo Panizzi (…), il trattato di Vienna ha molte parti odiose; pure è meno odiabile di quello di Campoformio. Rispetto alle Romagne, sarà facile all’Inghilterra il far respingere l’idea delle riforme papali (…). Il Papa come Papa subirà più facilmente la perdita di una provincia che la non promulgazione nei suoi Stati del Codice Civile Napoleonico. La restaurazione papale deve impedirsi ad ogni costo; è questione non solo italiana, ma di interesse europeo”.
C’è un motivo della scarsa notorietà di Panizzi: non mettere in risalto il ruolo determinante che svolsero la Gran Bretagna e le sue organizzazioni associative, altrimenti si sarebbero potute toccare le suscettibilità delle altre potenze europee, soprattutto della Francia. Panizzi era insignito dell’Ordine del Bagno, titolo che comportava quello di Sir, concesso anche a un suo collaboratore, Lacaita, avvocato di Manduria. Panizzi e Lacaita, Luigi Settembrini, Giuseppe Pica, Carlo Poerio, Lord Russell, Palmerston, Gladstone, non vengono citati nei libri scolastici, ma nel racconto sapiente di Glori, in maniera semplice, scorrevole e mossa, si dipana la matassa intricata della storia risorgimentale italiana e i suoi legami con la massoneria (soprattutto inglese).
Grazie alla storia tragica di Nievo, Glori tratteggia un affresco storico di un’Italia intrisa di sangue italiano, versato per interessi di pochi italiani e molti inglesi. Infatti, il Regno Borbonico di Ferdinando II, pur avendo un’industria sviluppata – ad esempio, le acciaierie di Pietrarsa, con 1.800 operai, i cui macchinari dopo il 1861 furono espiantati e trasportati ad ingrandire quelli dell’Ansaldo, dove fino a quel momento lavoravano 400 operai – doveva essere abbattuto, perché costituiva un baluardo della cristianità, inviso alle cancellerie europee.
La cosa più agghiacciante, provata dalla documentazione prodotta da questo libro, è che la fine del Meridione fu determinata dallo scellerato patto tra la sua classe dirigente e il Piemonte di Cavour. Glori spiega, attimo per attimo, come Cavour cavalcò brillantemente la “tigre britannica”, per l’eliminazione del Regno delle Due Sicilie e del Papa e dice finalmente una verità riguardo al brigantaggio, diversa da quella che viene artatamente propagandata: i briganti sono patrioti con un ideale diverso. Insomma, la ricostruzione storica netta, lucida, precisa, dettagliata, dei rapporti di Garibaldi e di Cavour con la massoneria, è avvincente e, allo stesso tempo, alla coscienza del lettore si propone un interrogativo dilaniante: sono io dedito al mio lavoro, coscienzioso e idealista, come Ippolito Nievo? Sono anch’io vittima, come Nievo, di una realtà storica le cui verità sono celate?
Basti pensare che nel 1988 a Torino (convegno della massoneria), fu ammesso pubblicamente che i britannici diedero tre milioni di franchi a Garibaldi. E’ questa l’unità italiana? Noi tutti siamo l’Ippolito Nievo del 2013, figli di quel processo di “civiltà laica” (così amava definirla Cavour nella lettera a Panizzi), alternativa a quella cristiana, della quale (forse!) ha preso il posto. Nievo, infatti, già nell’agosto 1860, a pochi mesi dallo sbarco dei Mille a Marsala, si era reso conto che si stava facendo un’Italia molto diversa da quella che lui sognava e che aveva in mente quando scrisse, l’anno precedente (1859) il saggio “Venezia e la libertà d’Italia”.
In quel saggio lo scrittore veneto/friulano suggeriva e auspicava che la nuova Italia ereditasse dalla Repubblica di San Marco, più che dalla Francia, le linee guida per fondare uno Stato coeso e non diviso fra le plebi rurali e le classi agiate, come se queste costituissero due entità statuali diverse conviventi sullo stesso territorio. Nievo aveva scorto il male che la società del tempo stava acuendo, cioè la frattura fra plebi rurali abbandonate al loro stato e una sparuta minoranza di aristocratici e ricchi borghesi, mentre per fare l’Italia nuova occorreva ereditare dalla Serenissima Repubblica quell’attenzione alle plebi che avevano reso prospero e vitale il più antico stato della penisola, uno stato che non fu mai assoggettato dallo straniero.
Quell’eredità doveva essere coltivata e presa a modello per costruire la nuova Italia, apportando le necessarie modifiche per adattarsi ai tempi moderni. Nievo aveva visto che permanendo quella frattura sarebbero sorte lotte fratricide. In quel saggio, Nievo aveva diagnosticato i mali futuri dell’Italia, con molto anticipo rispetto a Gramsci, ma proponendo l’unione e la collaborazione fra le classi invece che lo scontro prevaricatore delle une sulle altre. Da non sottovalutare inoltre la raccomandazione che lo scrittore rivolgeva a chi stava costruendo l’Italia: non togliere al popolo la sua fede e la Chiesa con i suoi preti, perché era stata proprio questa a mantenere vivo lo spirito di italianità, pur nella divisione in diversi principati. Forse anche per questo motivo era divenuto inaffidabile alla nuova casta dirigente del Regno d’Italia.

Figli in provetta di tre genitori


Un esperimento finito male dieci anni fa e i nuovi esseri umani manipolati dalla tecnoscienza

Il 9 maggio del 2002, una commissione della Food and Drug Administration, l’agenzia di farmacovigilanza americana, discusse pubblicamente un fatto straordinario: fra il 1998 e il 2002, in tre cliniche degli Stati Uniti erano nati con fecondazione assistita più di ventitré bambini con un Dna appartenente a tre persone, due donne e un uomo. Per la prima volta nella storia dell’umanità era stata manipolata la linea germinale – cioè i gameti – di alcuni esseri umani mediante una particolare procedura, chiamata “trasferimento ooplasmatico”, che consentiva di trasmettere questo loro particolarissimo Dna alle generazioni future, contrariamente a quanto stabilito dalle più importanti convenzioni internazionali, da quella di Oviedo e dell’Unesco sul genoma. Ma poi, considerato l’elevato numero di malformazioni verificatesi in quei nati, e la scarsità di studi su animali e di dati pre-clinici a disposizione, la FdA decise di bloccare quel tipo di procedure.
La notizia avrebbe dovuto fare scalpore almeno quanto ne aveva suscitato la nascita della pecora Dolly per clonazione, considerata anche la spregiudicatezza dell’esperimento in sé, applicato alla procreazione di esseri umani nonostante studi pregressi insufficienti, e con ben poche certezze sulla salute dei bambini nati a seguito di queste manipolazioni. Una superficialità e un cinismo non nuovi, purtroppo, nel settore della fecondazione assistita, ma non per questo meno raggelanti. Ma nonostante la portata e le inaccettabili modalità con cui era stata condotta, l’intera vicenda rimase a conoscenza dei soli “addetti ai lavori”. La si può trovare citata, per esempio, in nota in un parere del nostro Comitato nazionale per la bioetica su chimere ed ibridi, in riferimento a un verbale di una riunione dell’Hfea, l’authority inglese su fecondazione assistita ed embriologia. Non sappiamo cosa ne sia stato di quei bambini con un Dna unico al mondo, proveniente da tre persone. Le modifiche genetiche potrebbero aver avuto effetti in questi anni, potrebbero averne nei successivi, o forse nei loro discendenti o forse mai: a tutt’oggi, di queste persone la letteratura scientifica sembra aver perso le tracce. Ma il tentativo di procreare esseri umani con Dna di tre persone non è mai stato abbandonato nei laboratori. L’attenzione degli studiosi non è mai venuta meno, anzi, è cresciuta nel tempo, tanto che lo scorso anno l’Hfea ha lanciato una consultazione pubblica sull’argomento, in Gran Bretagna, per informare l’opinione pubblica della possibilità di ammettere questo tipo di pratiche nelle cliniche inglesi e verificare l’accettazione di questo tipo di esperimenti, in vista della possibilità di renderli leciti.
La procedura è stata presentata sempre nella solita chiave terapeutica, e cioè come innovativa terapia genica delle linee germinali, allo scopo di prevenire malattie ereditarie: “Medical frontiers debating mitochondrial replacement”, è il titolo che campeggia nel sito dell’Hfea, nella sezione dedicata all’argomento. Che poi ne possano nascere dei bambini con il Dna di tre persone diverse, è tutto sommato una conseguenza secondaria alla quale si dà poco rilievo, almeno da parte istituzionale. La consultazione si è chiusa lo scorso dicembre e i risultati debbono ancora essere resi pubblici.
Nello scorso ottobre e a dicembre l’importante rivista scientifica britannica Nature ha pubblicato due articoli sull’argomento. Nel primo, alcuni ricercatori dell’Oregon hanno spiegato di essere riusciti a produrre linee staminali embrionali umane fecondando ovociti geneticamente modificati in laboratorio: un Dna complessivo, quello degli embrioni ottenuti, ancora una volta riconducibile a tre persone – due donne e un uomo – ma formato con una tecnica differente rispetto a quella applicata negli Stati Uniti più di dieci anni prima. I ricercatori riferiscono che più della metà degli embrioni umani prodotti presenta anomalie, molto più che negli stessi esperimenti sui macachi, effettuati in precedenza dal medesimo gruppo di ricerca.
Due mesi più tardi, in un secondo articolo, un team di scienziati dal New York Stem Cell Foundation Laboratory e dal Columbia University Medical Center ha illustrato una tecnica più sofisticata della precedente, che consente la produzione di ovociti modificati apparentemente privi di anomalie.
La notizia è rimbalzata sui media di tutto il mondo – dall’Economist al Wall Street Journal – che hanno ripetuto il mantra della nuova scoperta per prevenire malattie ereditarie, spesso glissando sul “particolare” patrimonio genetico dei nascituri. Il copione, insomma, è sempre lo stesso: in nome di ipotetiche terapie per patologie attualmente incurabili, si cerca di far accettare dall’opinione pubblica, e di far autorizzare giuridicamente, qualsiasi esperimento tecnicamente realizzabile sugli esseri umani, nel tentativo di ridisegnarne i tratti fondanti. Il presunto fine è, in questo caso, impedire la trasmissione di alcune malattie ereditarie, dovute ad anomalie del Dna mitocondriale; il mezzo è la modifica delle linee germinali umane e la creazione di esseri umani con un Dna inesistente in natura, proveniente da tre persone. Ma il vero fine è saggiare l’onnipotenza della tecnoscienza, costi quel che costi.
L’autore principale della prima ricerca pubblicata su Nature, che ha avuto la maggior eco, è Shokurat Mitalipov, uno dei ricercatori che sulla stessa rivista, nel novembre del 2007, spiegava di essere riuscito a produrre linee cellulari staminali embrionali clonate di macachi con la stessa tecnica con cui era stata fatta nascere la pecora Dolly: sarebbe dovuta essere la dimostrazione che quella modalità di clonazione funzionava in esseri viventi complessi come i primati, e quindi, in futuro, negli esseri umani. Letto il testo dell’articolo, numeri alla mano, l’esperimento si rivelava evidentemente fallimentare. Ma soprattutto gli autori molto sfortunati: nello stesso periodo lo scienziato giapponese Yamanaka pubblicava il lavoro decisivo sulle sue iPS – le staminali pluripotenti indotte – che metteva la parola fine a quel filone di ricerca sulla clonazione e che gli avrebbe aperto la strada al Nobel.
Eppure, la manipolazione genetica di cui stiamo parlando, spacciata come prevenzione delle anomalie del Dna mitocondriale, oltre al problema del Dna innaturale e alla modifica ereditaria delle linee germinali, fa rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta: ripresenta cioè il problema della clonazione umana, in termini ancora più pesanti di quelli posti dalla nascita della pecora Dolly.
Per capire meglio, dobbiamo entrare nel merito delle tecniche utilizzate. Un gamete femminile, cioè un ovocita, è una cellula che ha il 99,9 per cento del suo patrimonio genetico nel Dna del nucleo, e lo 0,1 per cento al di fuori del nucleo, nei mitocondri, che si ereditano solo  per via materna, tramite, appunto, gli ovociti, poiché i mitocondri presenti negli spermatozoi si distruggono subito dopo la fecondazione, e non vengono trasmessi alla prole.
La prima tecnica utilizzata per eliminare i mitocondri portatori di anomalie genetiche, era il trasferimento ooplasmatico: dopo la manipolazione in laboratorio, l’ovocita aveva mitocondri “sani” insieme a quelli “anomali”, con il Dna in totale proveniente da due donne. Abbandonata questa strategia a seguito dei fallimenti e del pronunciamento della FdA, le tecniche attualmente possibili sono tre, tutte basate sul trasferimento nucleare, in analogia con la clonazione da cui è nata Dolly.
 La prima, proposta nell’articolo di Nature, consiste di nuovo in una manipolazione degli ovociti, una variante rispetto a quella precedente: i mitocondri anomali di una donna sono sostituiti con quelli sani di un’altra donna. E’ una specie di eterologa in cui la “donatrice” cede solo una parte dei propri ovociti a una donna che ne ha di geneticamente difettosi. Il Dna difettoso viene eliminato, e quello sano, della “donatrice”, non contribuisce ai tratti somatici del bambino che eventualmente nascerà. Una procedura che può essere utilizzata anche per tentare di “ringiovanire” gli ovociti di donne biologicamente anziane. Con la fecondazione in vitro dell’ovocita modificato, l’embrione risultante avrà anche il contributo genetico del maschio, e quindi di tre persone complessivamente, in cui c’è una “madre biologica parziale” che ha contribuito solo per una parte degli ovociti, cioè i mitocondri.
La seconda procedura possibile prevede invece la sostituzione dei mitocondri malati con quelli sani mediante un trasferimento nucleare fra zigoti, cioè embrioni al primo stadio di sviluppo, quello monocellulare: in sostanza, si manipolano due embrioni per formarne un terzo, che può essere trasferito in utero ed eventualmente dar luogo a una gravidanza. Anche in questo caso l’eventuale nato da un embrione così ottenuto avrebbe il patrimonio genetico riconducibile almeno a tre persone: il Dna nucleare appartiene alla coppia portatrice di anomalie mitocondriali, quella che cerca di avere un figlio sano. I mitocondri appartengono alla donna che ha messo a disposizione un embrione sano, e quindi sono geneticamente legati a questa donna.
Presso l’Università di Newcastle sono stati condotti esperimenti di questo tipo, utilizzando embrioni provenienti da trattamenti di fecondazione in vitro ma non trasferiti in utero perché anomali. Il Nuffield Council – un importante comitato etico inglese – in un report sull’argomento, rende anche conto di notizie secondo le quali in Cina cinque embrioni così modificati sono stati trasferiti in utero, e successivamente abortiti, sia volontariamente sia spontaneamente.
Si è discusso, in letteratura, se questa procedura potesse essere considerata una clonazione, e la risposta data generalmente è negativa, poiché non è duplicato nessun individuo, e neppure nessun embrione. C’è però anche chi la considera una clonazione contestuale alla distruzione dell’embrione clonato.
Diversa la terza possibilità, invece, per ora solo ipotizzata, che sarebbe sostanzialmente una clonazione multipla: un embrione con anomalie mitocondriali viene disgregato nelle sue cellule singole, i blastomeri, dai quali sono estratti i nuclei, che vengono poi trapiantati negli ovociti di una seconda donna, precedentemente enucleati, con mitocondri sani. Il risultato è una serie di embrioni tutti uguali fra loro, nel Dna nucleare, tanti quanti gli ovociti enucleati: è una vera e propria clonazione riproduttiva, dove però non si tratta di produrre una copia identica di un essere vivente adulto (come nel caso della pecora Dolly), ma di formare embrioni identici fra loro, clonando un embrione iniziale.
Anche solo da una descrizione sommaria come questa appena fatta, si possono trarre alcune conclusioni. La prima è che la complessità raggiunta dalle nuove tecnologie chiede sempre più di entrare nel merito scientifico dei singoli esperimenti per darne adeguate valutazioni; la seconda è che già esistono persone, al mondo, con un patrimonio genetico modificato, fatte nascere in esperimenti che meriterebbero una stigmatizzazione innanzitutto da parte della comunità scientifica e medica, per il fatto stesso di essere stati condotti. Di queste persone sarebbe importante conoscere le sorti e lo stato di salute. E’ inoltre evidente più che mai l’estrema vulnerabilità di tante coppie che accedono alle tecniche di fecondazione assistita, e la difficoltà, da parte di chi ne avrebbe il dovere e/o la competenza, nel monitorare quel che sta accadendo. La terza è che ancora una volta si copre, con la scusa di nuove terapie, il tentativo di ridisegnare in laboratorio esseri umani, manipolandoli nei primissimi istanti della loro esistenza, spesso senza conoscere neppure le conseguenze e i rischi di quelle manipolazioni.
di Assuntina Morresi