DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Terremoto ad Haiti: il racconto di chi è rimasto per condividere

lunedì 18 gennaio 2010

Fiammetta Cappellini, cooperante Avsi ad Haiti, ha rimandato a casa il suo piccolo Alessandro di due anni ed è rimasta ad Haiti, questo il suo racconto
Fiammetta Cappellini, cooperante Avsi ad Haiti, racconta gli ultimi due giorni trascorsi tra aiuti e organizzazione logistica per far fronte al dopo terremoto. «Ora siamo tutti in un tunnel buio. Ma sentiamo nel cuore che siamo fatti per la vita. Non da soli, ma con l’aiuto di tutti, ce la faremo»

16 e 17 gennaio 2010, Port au Prince, Haiti

Sabato c’è stata ancora una scossa forte, ha dato il colpo definitivo a vari edifici pericolanti. Ma la gente vive per strada. L’indicazione è ancora e sempre dormire fuori. Di giorno si fa in tempo a scappare ma di notte, se dormi, no.

Ieri notte eravamo in quattordici nel nostro giardinetto, il clima dei Caraibi aiuta. Avevamo tanti ospiti anche perche si preparava l’evacuazione di un gruppo di italiani.

Dopo tanti dubbi mio marito ed io abbiamo deciso di mandare nostro figlio Alessandro in Italia dai nonni, accompagnato da Diane, la moglie in gravidanza del nostro collega Andrea che lavora alla sistemazione di un acquedotto da parte di Avsi con Mlfm.

Abbiamo passato molte ore in aeroporto prima che il C130 dell’aeronautica militare partisse, il caos dell’aeroporto è grande, il personale non tutto operativo, aiuti che arrivano e stazionano, compresa la task force americana che si attendeva come la risoluzione dei problemi.

Ho avuto molto tempo per ripensarci, per capire se stavo facendo la cosa giusta. Penso di sì, che sia giusto per Alessandro andar via da questi orrori, raggiungendo la sua mezza patria. Ma è giusto che respiri una vita che sa di grandi ideali, anche rischiosi, e non di certezze borghesi. Questo ho imparato dai miei genitori, questo desidero per Alessandro. Ma il distacco è stato dolorosissimo.

Ieri abbiamo accolto nei nostri spazi di Martissat tre turni di 300 bambini che i familiari ci lasciavano per 3-4 ore per poter cercare parenti, verificare le case, capire cosa fare. In uno spazio sicuro, a giocare lontano dalla distruzione e dalla morte.

La ricezione degli aiuti e la loro dislocazione è molto difficile: strade ingombre, mezzi rari, caos. Alcune cose sono disponibili nel resto del paese, anche nei dintorni della città, ma la catena logistica ha bisogno di tempo per partire.

Il nostro materiale disponibile a Port au Prince è stato tutto distribuito a 300 persone tra giovedì, venerdì e sabato. Abbiamo ricevuto un primo stock, dall’estero, in modo rocambolesco: fondi italiani, spesi a Madrid, volo della cooperazione spagnola via dominicana e poi via elicottero a Port au Prince. Abbiamo ora i telefoni satellitari.

Un altro carico, con coperte, teli e materassi ha invece dovuto sostare in frontiera. In questo momento apprendo che il carico di materassini e sapone e altri generi di prima necessità ha varcato il confine ed è passato dalle mani del team Avsi di Santo Domingo a quello di Haiti. Era un passaggio difficile, incastrare gli orari. E pensare che fino a pochi giorni fa si faceva squillare il cellulare anche per farsi aprire il cancello.

Le UN si stanno organizzando, la Minustah ( United Nations stabilization mission in Haiti, ndr) sta iniziando a orientarsi. Confido molto in loro, avevano finalmente preso il controllo della situazione dopo anni di fuori controllo. Speriamo si rimettano in sella.

La lotta contro il tempo è sfiancante. Le giornate iniziano prestissimo e finiscono tardi. Anche se la sera non è sicuro stare in giro.

In questi anni abbiamo fatto tanto per il recupero psicologico e umano dei bambini traumatizzati dalla violenza e degli uragani del 2008. Ora siamo tutti in un tunnel buio. Ma sentiamo nel cuore che siamo fatti per la vita. Non soli, ma con l’aiuto di tutti, ce la faremo.



Fiammetta e i suoi bambini



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R

iceviamo e pubblichiamo la cronaca in diretta di Fiammetta Cappellini, volontaria di Avsi di stanza ad Haiti dal 1999. Sposata con un haitiano, ha rifiutato di rientrare in Italia con la Farnesina per rimanere ad aiutare la gente del posto. È rientrato, invece, il figlio Alessandro, di due anni.

19 gennaio 2010-
Ormai ho l’ossessione della linea, quando il segnetto verde di Skype diventa grigio si ripiomba nell’isolamento.
Stasera dormiremo in casa. A Les Cayes, al sud del paese, nella zona rurale, già ieri hanno dormito in casa. I nostri due colleghi di Avsi ospitano altre cinque persone. Anche là, dove non è successo nulla di grave, si stanno allestendo campi sfollati, sono confluiti feriti negli ospedali, e la Minustah (United Nations stabilization mission in Haiti, presente dal 2004, ndr) si sta attrezzando per stoccare merce che forse arriverà via mare. Si sta decentrando la crisi.
Oggi a Cité Soleil, una città nella città di Port au Prince, abbiamo raccolto i primi dati sui bambini di cui ci siamo occupati fino al terremoto di martedì scorso.
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Stiamo cercandotutti i bambini di cui ci occupavamo fino al terremoto di martedì. In centinaia sono dispersi, ma quando ne troviamo uno... che gioia grande!


Ne seguiamo (o seguivamo?) diverse centinaia, personalmente, uno a uno, da vari anni. Li aiutavamo, con il sostegno a distanza, ad andare a scuola, avere le cose più necessarie (materasso per dormire, scarpe, divisa per la scuola, cibo), fare esperienze di ordine e di bellezza. Ci ha sempre sostenuto in questo la convinzione che una vita povera dev’essere anche degna. Un bambino senza scarpe non può andare a scuola. Si vergogna, è considerato indegno.Siamo andati a cercarli e a vedere le loro famiglie. Su un centinaio, oltre 60 hanno perso la casa o ce l’hanno gravemente danneggiata. Ma quando riesci a trovarli, che gioia grande! Quando non conosci la sorte di qualcuno, com’è bello ritrovarsi, o sentirsi dire di un bambino che sì, c’è, ma è andato dalla zia, che ha la casa ancora in piedi. Ho bussato a molte porte per avere il necessario per i nostri campi. Qualcosa abbiamo avuto, acqua, salviette, generi di questo tipo, ma cibo no.
Il cibo va accompagnato dalla Minustah. La sicurezza lo impone. Però le situazioni di violenza, che pur ci sono, mi paiono non essere così generalizzate. Certo, pare tutto appeso a un filo, un filo che per ora tiene.
L’atmosfera di Port au Prince è surreale. Da una parte le giornate sono scandite dalla presenza delle personalità mondiali più potenti, che determinano traffico, blocco delle attività, affollarsi dei media, delle forze di sicurezza. Dall’altra ti guardi intorno e pensi all’impotenza totale dell’uomo. Anche il Segretario generale dell’Onu era cosi impotente di fronte alle macerie.
Ho sentito che in Italia è cresciuto il dibattito sull’adozione temporanea di questi bambini. Ma qui già prima c’erano moltissimi abbandoni. Ora bisogna pensarci bene, se dopo il trauma del terremoto, magari con la perdita di uno o di entrambi i genitori, vale la pena trapiantarli. Bisogna pensare che ogni caso è diverso, che i bambini non sono funghi, hanno relazioni, rapporti, e reciderli può essere fatale. Meglio tendere ad aiutarli qui. A proposito di aiuto, mi è sembrata interessante la proposta del segretario generale di Avsi di destinare da parte dell’Italia metà del montepremi del gioco del lotto ad Haiti. Non risolve ma educa. E ne abbiamo tutti bisogno.


17 gennaio 2010: “Sabato c’è stata ancora una scossa forte, ha dato il colpo definitivo a vari edifici pericolanti. Ma la gente vive per strada. L’indicazione è ancora e sempre dormire fuori. Di giorno si fa in tempo a scappare ma di notte, se dormi, no. Ieri notte eravamo in quattordici nel nostro giardinetto, il clima dei Caraibi aiuta. Avevamo tanti ospiti anche perche si preparava l’evacuazione di un gruppo di italiani. Dopo tanti dubbi mio marito ed io abbiamo deciso di mandare nostro figlio Alessandro in Italia dai nonni, accompagnato da Diane, la moglie in gravidanza del nostro collega Andrea che lavora alla sistemazione di un acquedotto da parte di Avsi con Mlfm. Abbiamo passato molte ore in aeroporto prima che il C130 dell’aeronautica militare partisse, il caos dell’aeroporto è grande, il personale non tutto operativo, aiuti che arrivano e stazionano, compresa la task force americana che si attendeva come la risoluzione dei problemi. Ho avuto molto tempo per ripensarci, per capire se stavo facendo la cosa giusta. Penso di sì, che sia giusto per Alessandro andar via da questi orrori, raggiungendo la sua mezza patria. Ma è giusto che respiri una vita che sa di grandi ideali, anche rischiosi, e non di certezze borghesi. Questo ho imparato dai miei genitori, questo desidero per Alessandro. Ma il distacco è stato dolorosissimo. Ieri abbiamo accolto nei nostri spazi di Martissat tre turni di 300 bambini che i familiari ci lasciavano per 3-4 ore per poter cercare parenti, verificare le case, capire cosa fare.
In uno spazio sicuro, a giocare lontano dalla distruzione e dalla morte. La ricezione degli aiuti e la loro dislocazione è molto difficile: strade ingombre, mezzi rari, caos. Alcune cose sono disponibili nel resto del paese, anche nei dintorni della città, ma la catena logistica ha bisogno di tempo per partire. Il nostro materiale disponibile a Port au Prince è stato tutto distribuito a 300 persone tra giovedì, venerdì e sabato. Abbiamo ricevuto un primo stock, dall’estero, in modo rocambolesco: fondi italiani, spesi a Madrid, volo della cooperazione spagnola via dominicana e poi via elicottero a Port au Prince. Abbiamo ora i telefoni satellitari. Un altro carico, con coperte, teli e materassi ha invece dovuto sostare in frontiera. In questo momento apprendo che il carico di materassini e sapone e altri generi di prima necessità ha varcato il confine ed è passato dalle mani del team Avsi di Santo Domingo a quello di Haiti. Era un passaggio difficile, incastrare gli orari. E pensare che fino a pochi giorni fa si faceva squillare il cellulare anche per farsi aprire il cancello.
Le UN si stanno organizzando, la Minustah ( United Nations stabilization mission in Haiti, ndr) sta iniziando a orientarsi. Confido molto in loro, avevano finalmente preso il controllo della situazione dopo anni di fuori controllo. Speriamo si rimettano in sella.
La lotta contro il tempo è sfiancante. Le giornate iniziano prestissimo e finiscono tardi. Anche se la sera non è sicuro stare in giro.
In questi anni abbiamo fatto tanto per il recupero psicologico e umano dei bambini traumatizzati dalla violenza e degli uragani del 2008. Ora siamo tutti in un tunnel buio. Ma sentiamo nel cuore che siamo fatti per la vita. Non soli, ma con l’aiuto di tutti, ce la faremo".

Riportiamo qui di seguito la mail inviata il 15 gennaio da Fiammetta. Una cronaca lucida e tempestiva del dramma che ha investito la gente di Port-au-Prince. (Più sotto, le mail dei giorni precedenti)

16 gennaio 2010 -
Una catastrofe. Mai un terremoto di tale portata aveva devastato Haiti, anche se per ora è impossibile valutare appieno le conseguenze del sisma che martedì 12 gennaio 2010, le 16.53 ora locale, quasi le 23 in Italia, ha colpito l’isola di Haiti e in particolare la capitale, Port-au-Prince, dove AVSI lavora dal 1999 con tanti progetti e attività. Si teme che i morti siano centinaia e centinaia. L’ennesima catastrofe che ha nuovamente messo in ginocchio la popolazione, quella sopravvissuta, già stremata dalla povertà.
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Manca corrente, si è spento tutto, i generatori sono merce rara. Anche per la sede operativa di AVSI a Milano non è semplice comunicare con la sua équipe



La buona notizia per AVSI è che tutti i 6 espatriati (5 italiani e 1 francese) sono fortunatamente vivi.
Mentre stiamo cercando di rintracciare anche tutti i 100 collaboratori nazionali. Difficile anche avere notizie in breve tempo di tutte le famiglie che AVSI sostiene in Haiti attraverso i vari progetti, come il sostegno a distanza. “Chiediamo a tutti gli amici che ci hanno aiutato di continuare a farlo per questa emergenza, di avere tanta pazienza e di pregare.”

Le comunicazioni sono quasi impossibili, manca corrente, si è spento tutto, i generatori sono merce rara. Anche per la sede operativa di AVSI a Milano non è semplice comunicare con la sua équipe.
Fiammetta



15 gennaio 2010- "Ragazzi ciao, oggi vi mando poche righe via chat, stasera le nuvole impediscono anche questi pochi collegamenti.
La giornata l’abbiamo trascorsa prima a rintracciare il nostro personale nelle due bidonvilles Cité Soleil e Martissant, di alcuni non conosciamo ancora la sorte, mentre altri sono felicemente ricomparsi sani e salvi. Purtroppo abbiamo avuto la prima certezza di una perdita tra le nostre file, Junior, un giovane mediatore comunitario. Era molto capace, sempre allegro. Poi abbiamo lavorato alle emergenze, anzitutto quella sanitaria e quella igienica.
I corpi giacciono ovunque. A Cité Soleil abbiamo allestito un primo tendone di accoglienza. I senzatetto sono innumerevoli. Iniziamo dai bambini, perduti, soli. Stiamo procurando altri tendoni, materassi e coperte e generi di prima necessità.
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Dalla Farnesina ci hanno comunicato la possibilità di evacuare. Gli occhi di Alessandro mi impediscono di scappare

Cominciamo ad avere riferimenti nelle Nazioni Unite, abbiamo saputo la sorte di alcuni amici e colleghi. Alcuni destini tragici. Il dolore è forte, pensare a quei volti ci mette grande tristezza. Abbiamo buone notizie dai Camilliani, Padre Gianfranco Lovera e i fratelli sono in piedi, il loro ospedale è fitto di gente. Li aiutiamo. Una giornata tremendamente intensa, anche se complessivamente oggi la situazione pare essere stata meno caotica, forse perché abbiamo ritrovato alcuni punti di riferimento: la Minustah è operativa. Non abbiamo visto episodi di sciacallaggio, ci pare che le persone siano shockate, sgomente, ma attente agli altri. Vedremo nelle prossime ore. Dalla Farnesina ci hanno comunicato la possibilità di evacuare. Ora, per me non ci penso proprio. Guardavo il mio piccolo Alessandro. Chissà cosa lo aspetta. Ma la nostra grande speranza non crolla, anzi cresce. Affermare la vittoria della vita sulla morte e ricostruire l’umano è ora il nostro compito qui.
State con noi. Ciao, Fiammetta".


14 gennaio 2010- "Carissimi, riassunto della giornata di ieri, mercoledì 13 gennaio 2010, con il collega di AVSI Jean Philippe, che è di stanza a casa mia, perché la sua è crollata. Oggi ci siamo finalmente resi pienamente operativi. Obiettivo della giornata: valutare la situazione e vedere come utilizzare le nostre risorse. Siamo partiti di buonissim’ora per sfruttare tutte le ore di luce, visto che non c’è corrente. Visto in giornata di ieri altre organizzazioni: cis, mrt, unicef, oim, ufficio nostro, msf ospedale e capo missione, OCHA, ONU base logistica.

Abbiamo cominciato da Citè Soleil, la bidonville nella quale lavoriamo con tante attività, educative, di alfabetizzazione, diritti umani, formazione, ecc. Abbiamo trovato una situazione disastrosa. Gli edifici di maggiori dimensioni sono crollati. Segnalo solo per citarne qualcuno: la parrocchia, la scuola nazionale, la scuola cattolica Foyer Culturel, storicamente teatro di molte nostre iniziative. Tutto distrutto.

Il commissariato e il comune invece si sono salvati. Il nostro centro di appoggio psicosociale è in piedi, ma danneggiato. Non funzionale in questo momento, ma con pochi lavori potrebbe. Il numero di vittime a Citè Soleil è molto elevato, pur non essendo una delle comunità più toccate.

Dopo 12 ore dal sisma, l’unico ospedale che serve una popolazione di almeno 200.000 persone non funzionava. Dentro una sola infermiera, abbandonata a se stessa, senza alcun materiale, senza un medico, con l’aria stralunata di chi cerca di cavarsela in qualche modo in un vero inferno. Nel cortile dell’ospedale, feriti gravissimi e moltissimi cadaveri, buttati sull’asfalto, in pieno sole. Vedeste quanti bambini, a volte senza un arto o con ferite così terribili da essere non identificabili al volto. Una cosa terribile. L’unica parola che ci ha detto, in quella stanza di morte è stata: “un dottore, vi prego”... le abbiamo promesso che lo avremmo trovato.
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L'ultima parola che ci ha detto, in quella stanza di morte, è stata "un dottore, per favore". Le abbiamo promesso che l'avremmo trovato



A Citè Soleil non siamo stati in grado di trovare che circa il 30 per cento del nostro personale locale. Di un altro 20 per cento riusciamo ad avere notizie. Degli altri non si sa nulla. Moltissimi, quasi tutti, hanno vittime in famiglia o hanno perso la casa. Comunque il personale è disponibile, soprattutto i ragazzi. Sono bravissimi. In mezz’ora abbiamo potuto disporre di un’equipe di 18 persone. Come valutazioen per Citè Soleil direi quindi: ancora urgenza. First step: medica e scavo (tra le macerie). Da fare attenzione alla creazione di dinamiche di dipendenza dagli aiuti e di crisi sociale/popolare per aiuti sensibili come cibo.

Situazione molto tesa già ieri. Ieri abbiamo lavorato sulla logistica per assicurare a msf di poter lavorare. Abbiamo aperto la strada tra le macerie, altrimenti non sarebbero mai arrivati. Abbiamo messo in piedi l’équipe, creato un minimo di spirito di squadra e riconfortato gli animi dei nostri. Operativamente, abbiamo cercato di rendere possibile l’ingresso di msf a Citè Soleil. Ora hanno una squadra operativa e noi facciamo un po’ di appoggio. Li supportiamo ancora uno o due giorni per l’arrivo del cargo, per spostare la merce, poi proseguiranno da soli. Abbiamo un debriefing domani con loro per la questione cadaveri. Se si identifica un sito, ci siamo offerti con le squadre per scavare, per seppellirli. Mi sono anche offerta di negoziare il sito con i capi banda, visto che la zona, come sapete, è tutta controllata da feroci bande armate.

Fatte queste due cose (assicurato l’ospedale e risolta questione cadaveri) possiamo attivarci per iniziative più di ricostruzione.
Pensavo: aprire il centro come ufficio di appoggio. Requisire i locali della vicina scuola OPJED (possiamo farlo, sono nostri partner) per fare accoglienza a famiglie senza tetto o per orfani. Iniziare identificazione vittime legate al nostro sostegno a distanza. Al momento però nessuno dei tre partner sembra reperibile, nemmeno la coordinatrice Sherline. Appena possibile, necessita distribuzione di kits cucina per il cibo, quindi pentole, taniche eccetera, vestiti, teli da usare tipo tende, materassini da campo, coperte leggere (pensavamo di usare le salviette ikea che ci ha dato UNICEF). Chissà…
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Mi sono offerta di negoziare coi capi banda, visto che la zona è tutta controllata da feroci bande armate



Ci siamo poi spostati a Martissant, altra zona “feroce” di bidonville nella quale lavoriamo. Siamo andati dapprima all’ospedale msf: un girone infernale. Due medici e dieci persone per centinaia e centinaia di vittime. Da non sapere dove metter i piedi. Abbiamo visitato i nostri uffici, quelli delle basi locali dell’Unione Europea, FED e centro appoggio UE3: non danni gravi, quasi nulla, agibili, pronti all’uso.

Abbiamo lasciato messaggi scritti alle équipes, appuntamneti per i prossimi giorni, indicazioni, ma nessun risultato. L’unica equipe in azione è il FED. Hanno fatto il censimento per lo stato delle nostre scuole. A ieri pomeriggio su 8, 2 sono totalmente perse, 2 gravemente danneggiate. Di tutta la nostra équipe terreno qui a Martissant (15 persone + 15 mediatori) solo 5 assistenti sociali e un coordinatore sono reperibili e in grado di lavorare. Da notare comunque che quasi tutti hanno riportato ferite lievi e hanno famiglie in mezzo alla strada. Ma hanno assicurato disponibilità a lavorare a tempo pieno.

A Martissant la situazione è da ecatombe in alcuni quartieri come Grande Ravine, Descaiettes e TiBwa. Comunque per la cronaca la nostre casette OCHA hanno resistito. Molti feriti gravi non riescono a raggiungere gli ospedali. Molti bambini hanno bisogno di interventi urgenti di aiuto. L’ufficio FED è diventato un naturale punto di appoggio, la gente che ha perso la casa si è radunata lì davanti. E da questi che vorremmo cominciare. Pensavamo di aprire l’ufficio e adibire le sale ai bambini secondo fasce di età. Possiamo prenderne in carico fino a 250 contemporaneamente. Un’inezia, ma meglio di niente. Vorremmo istituire un servizio di accoglienza per bambiini, in modo da dare ai genitori la possibilità di andarsi a cercare le proprie cose o quel che ne resta, in casa. Cominceremmo anche a fare il punto su case distrutte, case da risistemare, orfani e bambini non accompagnati.

Appena possibile, necessita distribuzione di: stesse cose di cui sopra per Citè Soleil. Per Les Cayes, la zona a sud ovest dove sta il nostro Tito Ippolito, per il momento non ha avuto problemi, stiamo ospitando in casa e giardino altre organizzazioni.

Situazione casa mia:
- carburante e generatore funzionante, autonomia almeno 8-9 giorni a ritmo
pieno, se razioniamo la corrente anche 2 settimane.
- cibo secco scorta per 4 giorni. Cibo fresco finito.
- acqua potabile: 1 giorno di autonomia. Ma possiamo trattare l’acqua
della cisterna. In tal caso: massimo 10 giorni.
- Gas cucina per una settimana.
- Benzina auto ne ho per tre giorni al massimo
- No acqua corrente, ma acqua per lavarsi disponibile.

Urgenza: la comunicazione. Fateci arrivare qui benedetti satellitari! Ciao, Fiammetta