DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Il cardinale Comastri, un canto nella bufera

Parla dei sacerdoti, il suo nuovo libro: “Donarsi è l’unico guadagno”. Esce nel mezzo di una bufera che li vede protagonisti. Coincidenza o provocazione?
Il libro è nato come un bisogno di raccontare agli altri la gioia che provo nell’essere prete. Non riuscirei ad immaginare un’altra vocazione per me. Mi sento talmente felice di essere sacerdote, talmente grato al Signore per il fatto di avermi chiamato, che ho voluto, in qualche modo, cantare. Il libro è un canto, un canto della bellezza del sacerdozio. Ora evidentemente questo libro si trova a fare il suo percorso in un momento di bufera per i sacerdoti. Però attenzione! Anche alle origini dell’istituzione del sacerdozio c’è stato un traditore, ma gli altri undici apostoli sono morti martiri. Oggi noi constatiamo quanta debolezza ci sia nella vita di alcuni sacerdoti, ma essi non sono angeli, sono impastati di cielo e di terra, e talvolta a prevalere è la terra. C’è però una folla enorme di sacerdoti che vivono la vocazione con eroismo commovente. Sono stato recentemente in un paesino del Lazio, nella diocesi di Anagni, dove vive un sacerdote che da sessant’anni esercita il ministero nella stessa parrocchia. La gente che lo circonda di affetto e premura, mi ha detto: “Abbiamo paura di perderlo, perché con la crisi di vocazioni non sappiamo se ne riavremo un altro. Noi preghiamo che arrivi a cent’anni, magari dicendo messa seduto e sottovoce. Ci basterebbe anche questo”.

“Questo è un tempo meraviglioso per essere prete”. E’ una frase di Giovanni Paolo II che Lei ha riportato nel libro!
È verissimo, e Giovanni Paolo II lo ha dimostrato: era un prete contento, un prete felice. Diceva: “Il centro della mia giornata è la messa”. Viveva per l’Eucaristia, come padre Pio, don Bosco, il curato d’Ars, P.Annibale Di Francia, don Luigi Orione, don Guanella, don Carlo Gnocchi, che sul punto di morte, non potendo donare altro, dona i suoi occhi. Tantissimi sono i preti così.

Ma si può ancora chiamare “ meraviglioso” il tempo in cui viviamo?
Certamente, se si considera l’attualità del sacerdozio. La gente sempre più si rende conto che non si può vivere di denaro, di successo, di piaceri materiali. Tutte cose che non riempiono l’anima. C’è bisogno di qualcos’altro che può dare soltanto il prete come uomo di Dio. Alla fine è Dio che manca all’uomo.

Che cosa L’ha colpita della lettera scritta dal Papa agli irlandesi sugli abusi sessuali sui minori da parte di alcuni sacerdoti?
Il Papa ha affrontato con molto coraggio questo fenomeno, ha fatto bene a prendere decisioni drastiche, a non nascondere nulla. Però vorrei che non si facesse di ogni erba un fascio, che non si dicesse che pedofilo è uguale a prete. Questa sarebbe la più grande ingiustizia nei confronti della Chiesa, sarebbe una cattiveria atroce approfittare della debolezza di alcuni per gettare fango su tutti, sulla santità di un esercito.

Pensa anche Lei che degli scandali si stia facendo un uso strumentale?
Non c’è dubbio che è in atto una strumentalizzazione, perché se c’è un prete cattivo dicono “sono tutti così”, ma se c’è un prete santo non dicono che lo sono tutti.

Le mele marce sono comunque una percentuale minima!
Non solo minima, ma presente in tutte le categorie di persone. Il fatto veramente triste e ingiusto è che i riflettori vengono puntati soltanto sui sacerdoti, omettendo di dire che questa patologia è presente e documentata un po’ in tutti gli ambiti della società.

Nelle famiglie soprattutto! Ma quali sono, a Suo avviso, le cause che possono avere indotto dei sacerdoti a cedere in reati così gravi?
Il sacerdote vive in continua tensione spirituale, ma lo scenario in cui vive è tutt’altro che esaltante. Se non è in grado di difendersi inciampa nel fango. La cosa più curiosa è che i sassi ai sacerdoti li stanno lanciando proprio quelli che vivono nel fango. Resta comunque il fatto che il sacerdote può cadere nelle debolezze della carne se non vive in forte comunione con il Signore.

Sul prete hanno tutti qualcosa da dire, sia nel bene che nel male. E’ stato sempre così, perché?
Perché le sue scelte sono controcorrente. Il prete è uomo di Dio, è uomo del Vangelo, e il Vangelo non è mai di moda, è sempre controcorrente. Il prete è l’uomo che reputa beati i poveri, i miti, i misericordiosi, i pacifici, i puri di cuore, i perseguitati. È perciò al centro di mille contraddizioni.

Sotto accusa si mette anche il celibato. Si dice che è causa degli abusi sessuali!
Non è assolutamente vero. Non c’è nessun rapporto di causa ed effetto tra celibato e pedofilia. La pedofilia è una perversione, una malattia, una fragilità che si ritrova anche nelle persone sposate. È assolutamente una menzogna fare un’equazione di questo genere.

Intanto la crisi di vocazioni esiste! Da che cosa dipende?
La crisi delle vocazioni c’è, ma prima c’è quella della vita. Oggi non si fanno più figli. L’Occidente è la terra del tramonto, perché non si ama più la vita. Questo è il paradosso: quando un popolo ricco diventa egoista, e quando diventa egoista non genera più. Madre Teresa diceva: “Sono i poveri che fanno i figli, non i ricchi. Perché i poveri hanno la capacità di sognare, la capacità di investire nella vita”. Nell’Occidente i giovani sono pochissimi e per di più corrotti. Frana l’educazione, si concede loro tutto, si esaudisce ogni loro capriccio. È difficile che nascano vocazioni in questo contesto, eppure ci sono, e questo è prodigioso! Attraversiamo un momento di vacche magre, ma non deve farci paura. Quando penso alla carenza di vocazioni mi viene in mente l’episodio biblico di Gedeone scelto da Dio per liberare il popolo dai Madianiti. Gedeone per vincere i nemici sceglie 32 mila uomini, ma il Signore gli dice che sono troppi ed è costretto a ridurre la scelta a soli 300 uomini. Questo episodio fa capire che alla fine a salvare è Dio, non certo gli uomini.

Quindi se la Chiesa rendesse facoltativo il celibato la crisi delle vocazioni resterebbe!
Esattamente, non si risolverebbe nessun problema, lo si vede nelle Chiese orientali dove il celibato non c’è.

Mi pare di capire che non La preoccupa tanto la diminuzione dei sacerdoti quanto la loro difficoltà ad esercitare il ministero nella società secolarizzata!
Quello che mi preoccupa è lo scoraggiamento. Bisognerebbe che i sacerdoti ritrovassero entusiasmo. San Giovanni Crisostomo all’inizio del V secolo diceva: “Non siamo pochi, siamo poco santi”. Aveva ragione: un prete santo segna la storia. Pensiamo come l’ha segnata il sacerdozio di Giovanni Paolo II, di padre Damiano di Molokai, di san Vincenzo de’ Paoli. I preti santi smuovono la storia e la incamminano nella direzione giusta.

A proposito di storia, è cambiato qualcosa nella vita di un prete rispetto ad alcuni decenni fa?
Il mondo nel quale viviamo è molto diverso da quello di ieri. Giovanni Paolo II in preparazione al Giubileo del 2000 disse: “Dobbiamo prendere atto che la cristianità è finita”. Nella società di una volta i valori del Vangelo erano universalmente condivisi, oggi viviamo in un mondo ad esso ostile e indifferente. Il sacerdote deve ripensare il linguaggio e le vie per annunciare il Vangelo agli uomini. Sono però convinto che oggi c’è un grande bisogno di Dio. C’è nel mondo una inconsapevole nostalgia di Dio.

La figura del sacerdote resta, perciò, necessaria!
Per certi aspetti ancora di più, perché un tempo era l’ambiente a trasmettere i valori del Vangelo, oggi esso è scomparso, per cui se venisse a mancare anche l’uomo del sacro, l’uomo controcorrente, saremmo travolti da un mare di fango.

Ma il ruolo del sacerdote è marcato più di ieri o lo è meno?
Un tempo il sacerdote era più rispettato, aveva un ruolo sociale, civile. Oggi questo si sta attenuando, però sta emergendo il suo ruolo spirituale, il suo ruolo di uomo di Dio. Ricordo che una volta Madre Teresa di Calcutta ad un giovane sacerdote disse: “Ti auguro di essere come il vetro, il quale più è pulito e meno si vede. Compito del vetro è far vedere ciò che è al di là. Ti auguro che tu sia come il vetro affinché chi ti incontra non veda te, ma Gesù che è in te”. È un dato di fatto: quando oggi un prete è pieno di Dio la gente corre da lui. Padre Pio non si è mai mosso da san Giovanni Rotondo, era la gente che lo andava a trovare perché sentiva il bisogno di un uomo di Dio. Il cardinale Shuschter nel 1954, poco prima di morire, disse ai suoi seminaristi: “Guardate, il demonio non ha paura dei nostri oratori, non ha paura dei campi sportivi, non ha paura della nostra organizzazione, ha paura dei santi. Fatevi santi. Dove c’è un santo anche questo mondo, così apparentemente refrattario al Vangelo, diventa pensoso e addirittura si inginocchia”. Aveva ragione!

Si può essere soddisfatti, in generale, di come vivono la loro vocazione i 409 mila sacerdoti sparsi nel mondo!
A mio avviso è già un miracolo che ci siano 409 mila sacerdoti; 409 mila persone che hanno il coraggio, in un mondo ostile, di spendersi per il Vangelo, correndo il rischio dell’incomprensione, della solitudine; 409 mila persone che nella quasi totalità sono persone felici di spendersi per il Signore. Questo sì che è un miracolo, un grande miracolo!

Vito Magno

Il cardinale Angelo Comastri è arciprete della Basilica di San Pietro e Vicario Generale del Papa per la Città del Vaticano.