DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Nuove chiese e nazionale di calcio, così risorgono i cattolici d’Egitto



Roma. Tre nuove chiese sorgeranno presto
in Egitto. L’ha deciso il presidente Abdel
Fattah al Sisi, riprendendo in mano le
pratiche che Hosni Mubarak, il rais deposto
nell’inverno di quattro anni fa, aveva
accantonato. “Ora il governo ha deciso di
accelerare i permessi per queste vecchie
domande e ha già dato il via libera per costruire
una chiesa nella nuova Cairo e due
nell’Alto Egitto. Domande che erano già
state presentate otto o dieci anni fa”, spiega
al sito Asianews il portavoce della minuscola
chiesa cattolica egiziana, padre
Rafic Greiche. Quello che non era possibile
neppure immaginare prima, ora sta per
diventare realtà. E non si tratta solo di
mattoni per edificare chiese, osserva, ricordando
che presto potrebbe essere varata
anche la legge sulla famiglia non islamica:
“Fino a oggi anche per i cristiani valeva
la sharia musulmana. Ora invece si vuole
valorizzare il matrimonio cristiano e riconoscerlo
dal punto di vista civile”, aggiunge
padre Greiche. Segnali che vanno
nella direzione di quanto al Sisi aveva
chiesto nel suo discorso all’Università al
Azhar dello scorso 28 dicembre, quando
aveva invocato dinanzi ai dotti della umma
lì convenuti una rivoluzione religiosa finalizzata
a sradicare il fanatismo islamista.
Quello è stato un evento storico, “ma non
è stato l’unico”, dice al Foglio il professor
Wael Farouq. Egiziano, musulmano, docente
di Scienze linguistiche alla Cattolica
di Milano e docente presso l’Istituto di
lingua araba all’Università americana del
Cairo, Farouq ricorda che “anche la sua visita
alla cattedrale copta di San Marco, durante
la messa del Natale ortodosso, è storica.
E’ stato il primo capo di stato che, in
duemila anni, abbia mai compiuto una visita
del genere”. Certo, è comunque opportuno
usare prudenza: “Tutte queste azioni
non fanno di lui un pioniere del pensiero
illuminato, perché in realtà ha incarnato il
cambiamento popolare avvenuto in Egitto
dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011,
che fra le sue motivazioni dirette aveva anche
il coinvolgimento del ministro dell’Interno
di Mubarak nell’attentato alla chiesa
dei due Santi di Alessandria, il 1° gennaio
2011”. Il grande cambiamento, spiega Farouq,
è dato dal fatto che “ora i cristiani
non sono più le vittime sacrificali che il regime
porge su un piatto d’argento agli
estremisti islamici”. E’ stato decisivo, spiega
il nostro interlocutore, quanto avvenuto
il 30 giugno 2013: quella “è stata una rivoluzione
contro l’islam politico”, ai cui
gruppi di riferimento “Mubarak consentiva
di portare avanti il loro lavoro di propaganda
che contribuiva a diffondere l’odio
e l’incitamento contro i cristiani”.
Quel che poco si sottolinea in occidente
è che “il cambiamento nella prassi politica
è il risultato di un movimento popolare
e di un vero cambiamento di coscienza. E’
stato sorprendente sentire le campane delle
chiese annunciare l’ora della rottura del
digiuno all’unisono con il muezzin. Ho visto
con i miei occhi – ricorda Farouq – dei musulmani
creare una chiesa in piazza Tahrir
per permettere ai cristiani di celebrare la
messa della domenica. E la stessa cosa hanno
fatto i cristiani per i musulmani, durante
la preghiera del venerdì. La visita del
presidente Sisi, in occasione della messa di
Natale, è stata possibile perché, dopo la rivoluzione
del 25 gennaio, le chiese hanno
preso a riempirsi di musulmani che venivano
a fare gli auguri”. Naturalmente, molto
hanno fatto i cristiani: se oggi la loro situazione
è migliore, “ciò lo si deve principalmente
al fatto che loro hanno abbattuto le
barriere che li isolavano. Si pensi che nei
trent’anni di governo di Mubarak dieci milioni
di cristiani non hanno regalato al calcio
egiziano nient’altro che sette giocatori,
tant’è che molti pensavano che i cristiani
non giocassero a calcio. La chiesa, infatti,
organizzava un campionato di calcio interno,
al quale partecipavano decine di migliaia
di giocatori. Questo ben esprime il totale
ritiro dei cristiani dalla vita pubblica”.

Matteo Matzuzzi

Twitter @matteomatzuzzi

Il Foglio 4 febbraio 2015

Che fine ha fatto “el continente de la esperanza”? Il declino dei cattolici in America latina, sempre meno numerosi e sempre più insipidi



Non solo sempre meno numerosi e non solo sempre più secolarizzati. C’è tanto altro da dire sui cattolici latinoamericani e sui loro conterranei protestanti, ci sono un sacco di scoperte sfiziose nell’indagine sulla religiosità dei latinoamericani realizzata dal Pew Research Center di Washington e diffusa a metà di novembre. I commenti della stampa italiana si sono concentrati sulla flessione percentuale dei cattolici sul totale degli abitanti del continente a vantaggio dei protestanti e dei non affiliati e sulle loro opinioni eterodosse in materia di dottrina morale e di diritto canonico. Mentre scendevano dal 92 al 69 per cento della popolazione sudamericana adulta fra il 1970 e il 2014 (una flessione media di mezzo punto percentuale all’anno), i cattolici assorbivano gran parte dei valori secolari, fino a dichiararsi, in molti paesi, in maggioranza favorevoli a riforme radicali della dottrina morale e della disciplina canonica cattolica includenti la legittimità del ricorso agli anticoncezionali (16 paesi su 19), l’accettabilità del divorzio (13 paesi su 19), l’introduzione dell’ordinazione sacerdotale femminile (8 paesi su 19) e del clero sposato (9 paesi su 19). Donne prete e sacerdoti sposati sono l’opzione prevalente di una minoranza di paesi ma di un numero assoluto di cattolici maggioritario, in quanto ottengono la maggioranza nei paesi più popolosi: nel solo Brasile i favorevoli all’ordinazione femminile sarebbero il 78 per cento, mentre maggioranze di cattolici favorevoli al clero sposato si trovano in Brasile, Argentina, Cile e Venezuela. In Argentina e Uruguay maggioranze assolute di cattolici sono favorevoli al matrimonio fra persone dello stesso sesso, in Cile e Messico lo sarebbero maggioranze relative.

Dati piuttosto scioccanti, ma per nulla gli unici interessanti della ricerca. Per esempio la secolarizzazione dei percentualmente calanti cattolici andrebbe letta in contrappunto con l’ortodossia dottrinale dei sempre più numerosi protestanti, cresciuti dal 9 al 19 per cento di tutti i latinoamericani fra il 1970 e il 2014. Che si tratti del matrimonio fra gay o del sesso fuori dal vincolo coniugale, della condanna del divorzio e dell’aborto legale, dell’omosessualità attiva o dell’uso degli anticoncezionali, i protestanti si mostrano intransigenti là dove i cattolici si rivelano lassisti. Se in alcuni paesi la maggioranza di tutti i cristiani continua a mostrarsi statisticamente contraria al matrimonio fra persone dello stesso sesso, è perché sono i protestanti a far pendere da quella parte la bilancia. Ma il ritratto del protestante sudamericano come un tipo da una parte moralmente conservatore e dall’altra sedotto dal Vangelo dell’abbondanza, cioè dalle promesse di miracoli, ricchezza e salute delle Chiese pentecostali, non corrisponde alla realtà così come emerge dall’indagine. Al contrario, mediamente i protestanti prendono più seriamente i contenuti spirituali e morali della loro fede di quanto facciano i cattolici, e sono anche più socialmente impegnati di loro.


cattolici-protestanti-america-latina-pew-research-center-tempi


Chi segue la liturgia settimanale?

Che si tratti della frequenza settimanale del luogo di culto, della preghiera personale, del digiuno quaresimale, della lettura delle Scritture, della partecipazione alle attività della congregazione o del pagamento della decima, cioè del sostegno economico alla propria Chiesa, i protestanti sopravanzano sempre i cattolici. In Argentina solo il 15 per cento dei cattolici va a Messa tutte le settimane, mentre partecipano al servizio liturgico settimanalmente il 55 per cento dei protestanti; in Brasile la percentuale dei cattolici frequentanti è un po’ più alta col 37 per cento, ma quella dei protestanti è addirittura massiccia: 76 per cento. In Cile, Perù, Venezuela, Ecuador, Argentina, Uruguay e Porto Rico i cattolici che versano una quota fissa del loro reddito alla Chiesa sono ovunque meno del 20 per cento, negli stessi paesi i protestanti che lo fanno oscillano fra il 41 e il 71 per cento. Tranne che a Panama (56 per cento), in nessun paese la maggioranza assoluta dei cattolici pratica digiuni durante la Quaresima, mentre in tutti i paesi tranne Cile, Argentina e Uruguay i protestanti che digiunano costituiscono la maggioranza assoluta del loro insieme.
Ma non è solo sullo specifico religioso che i protestanti si dimostrano più impegnati dei cattolici. Gli atteggiamenti nei confronti della povertà e del bisogno materiale riservano sorprese. L’interpretazione un tempo dominante secondo cui le Chiese protestanti latinoamericane sarebbero composte da ricchi egoisti privi di coscienza sociale e da poveracci motivati principalmente dalla speranza di beneficiare di miracoli e di vantaggi economici va in crisi quando si analizzano attentamente alcune evidenze statistiche dell’inchiesta. La grande maggioranza dei cristiani sudamericani di ogni confessione crede nella necessità di aiutare i poveri e di portare a loro Cristo. Quando però le risposte alla povertà vengono messe in alternativa fra loro, cioè viene chiesto se la prima cosa da fare coi poveri sia portare loro Cristo oppure aiutarli materialmente, la consueta divaricazione fra cattolici e protestanti riemerge: per la maggioranza dei cattolici, aiutare materialmente i poveri viene prima dell’annuncio del Vangelo, viceversa per i protestanti. In Argentina solo il 18 per cento dei cattolici ritiene che il modo più importante di aiutare i poveri sia di portare loro Cristo, mentre lo afferma il 51 per cento dei protestanti; divari superiori ai 30 punti percentuali fra cattolici e protestanti su questo argomento si registrano anche in Colombia, Bolivia, Perù e Paraguay. All’inverso, i cattolici che considerano priorità assoluta l’aiuto caritatevole ai poveri sono più dei protestanti che la pensano in questo modo in tutti e 19 i paesi sondati, anche se le differenze sono meno accentuate e si collocano fra i 10 e i 26 punti.

Ma la vera sorpresa emerge quando si chiede ai seguaci delle due confessioni se loro personalmente aiutano i poveri non solo con l’elemosina ma con varie forme di impegno. In tutti i paesi, i protestanti che dichiarano di avere preso parte ad attività caritative verso i poveri negli ultimi dodici mesi sono percentualmente più numerosi dei cattolici. I fedeli della Chiesa di Roma non ci fanno una bella figura: in maggioranza affermano che aiutare concretamente i poveri è più importante che annunciare loro Cristo, ma quando poi si tratta di mostrarsi coerenti con quello che dicono, si fanno bagnare il naso dai protestanti. I quali, evidentemente, non sono quegli spiritualisti disincarnati che si vorrebbe far credere. In particolare, in Venezuela e in Messico i protestanti coinvolti nell’aiuto umanitario sono rispettivamente il 27 e il 25 per cento in più dei cattolici. Lo stesso trend si osserva se si chiede alle persone se la loro Chiesa aiuta la gente a trovare un lavoro: dappertutto i protestanti rispondono “sì” più spesso dei cattolici. Il paese con la differenza più forte è l’Argentina, dove il 70 per cento dei protestanti risponde affermativamente alla domanda, contro il 37 per cento dei cattolici. Non ci sono invece differenze significative, tranne che in un paio di paesi, fra le risposte dei cattolici e quelle dei protestanti quando gli si chiede se la loro Chiesa cerca di convincere il governo ad aiutare i poveri.

Le ragioni della secolarizzazione

Un altro argomento dove le differenze di sensibilità fra protestanti e cattolici non sono particolarmente forti è l’aborto. I cattolici sono apparentemente più secolarizzati quando si parla di divorzio, contraccezione e matrimonio gay, ma sulla questione dell’aborto fanno eccezione solo il piccolo Uruguay e il Cile: il primo è l’unico paese dove i cattolici sono in maggioranza favorevoli all’aborto legale (solo il 44 per cento è contrario), nel secondo sono spaccati a metà fra favorevoli e contrari. In tutti gli altri paesi i cattolici si oppongono all’aborto legale con percentuali che oscillano fra il 74 e il 90 per cento, con la relativa eccezione dell’Argentina che è quotata al 69 per cento. La contrarietà dei protestanti va dal 66 per cento dell’Uruguay al 97 per cento del Paraguay.
Come si sarà notato, il paese che più insistentemente ricorre ai vertici delle opinioni di impronta secolarista è l’Uruguay. Il piccolo paese di 3,4 milioni di abitanti sul Rio de la Plata presenta il triplice primato di essere lo Stato sudamericano con meno cattolici (solo 42 per cento della popolazione), meno cristiani (solo il 57 per cento, contro un 43 di atei, agnostici, non affiliati e di altra religione) e dove i cattolici si dimostrano più secolarizzati, essendo in maggioranza favorevoli ai matrimoni fra persone dello stesso sesso e all’aborto legale. Addirittura solo il 49 per cento dei cattolici uruguaiani giudica che l’aborto come tale sia «moralmente sbagliato». Nei due paesi che con l’Uruguay confinano, Argentina e Brasile, i cattolici che vedono nell’aborto un chiaro male morale sono rispettivamente il 64 e l’80 per cento, nel poco distante Paraguay il 96 per cento. L’Uruguay costituisce un’autentica lezione storica per quei soloni intellettuali cattolici che teorizzano il disimpegno della Chiesa e dei cristiani rispetto alle leggi vigenti in un paese e la lontananza dal potere politico come condizione ideale per un migliore svolgimento della missione della Chiesa.

L’Uruguay avrebbe potuto avere una traiettoria storica simile a quella di uno dei suoi vicini se non fosse stato per le politiche laiciste che ha coerentemente perseguito fin dal 1861, quando il governo nazionalizzò i cimiteri su tutto il territorio nazionale, sottraendoli alle chiese. Poco dopo vennero approvate leggi che proibivano alla Chiesa di avere un ruolo nell’educazione pubblica e di rilasciare certificati matrimoniali. Nel 1919 la nuova Costituzione, che sostituiva quella del 1830, sanciva la totale separazione fra Stato e Chiesa. La secolarizzazione proseguì con la rimozione dei riferimenti religiosi dai nomi di quasi tutte le città e villaggi (non restano che San Carlos e Rosario) e con l’eliminazione del nome di Dio dai giuramenti delle massime cariche dello Stato. Oggi l’Uruguay presenta i tassi di religiosità di gran lunga più bassi fra i paesi analizzati dall’inchiesta del Pew Research Center. Meno di un terzo degli uruguaiani (28 per cento) dichiara che la religione è molto importante per la sua vita, (mentre in nessun altro paese questo valore è inferiore al 41 per cento e nella maggioranza si colloca fra il 70 e l’80 per cento); solo il 29 per cento prega ogni giorno e solo il 13 per cento va in chiesa almeno una volta alla settimana. Nel confinante Brasile il 61 per cento degli adulti prega quotidianamente e il 45 per cento va in chiesa almeno settimanalmente. Gli uruguaiani pregano poco e vanno in chiesa ancora meno, ma molto spesso fanno gli scongiuri. Risulta infatti che il 53 per cento dei cattolici e il 42 per cento degli atei e dei senza religione credono nel malocchio. La media generale del paese è del 46 per cento, che è superiore ai valori registrati in paesi molto religiosi come Bolivia, Paraguay, Perù, Messico, Colombia, eccetera. Chi non crede in Dio comincia a credere a tutto, diceva Chesterton.

La moralità degli indigeni

Un’ultima notazione la meritano i popoli indigeni dell’America latina. Nell’inchiesta del Pew Research Center non c’è nulla che si riferisca direttamente a loro: nella nota metodologica viene indicato il numero dei rispondenti per ogni paese, ma non l’estrazione etnica degli intervistati. Qualche dato però si può estrapolare. I paesi che contano la più alta percentuale di popolazione indigena pura sono la Bolivia (45 per cento), il Guatemala (40,5), il Perù (32,5) e l’Ecuador (25). Ebbene si tratta anche di alcuni dei paesi dove maggiore è l’ostilità al matrimonio omosessuale (contrari fra il 65 e l’83 per cento), dove gli atti omosessuali sono considerati immorali (fra il 73 e il 91 per cento), si giudica l’aborto immorale (fra l’85 e il 96 per cento) e si vuole che non sia legalizzato (fra il 75 e il 92 per cento). Chissà cosa ne pensano i liberal sempre pronti a esaltare le culture indigene contro la tradizione giudaico-cristiana.



 Tempi.it 



18 febbraio 2014


DIZIONARIO


Chiacchiere

Vi dico la verità, sono convinto che se ognuno di noi facesse il proposito di evitare le chiacchiere, alla fine diventerebbe santo! È una bella strada!

Papa Francesco, Angelus del 16 febbraio 2014



Il fachiro, lo stregone e la pazienza di Dio, 


«Considerate perfetta letizia, quando subite ogni sorta di prove»: «La pazienza non è rassegnazione, è un’altra cosa». Appare come «un invito a fare il fachiro»: la pazienza, sopportare «le cose che noi non vogliamo», permette di «maturare la nostra vita. Chi non ha pazienza vuole tutto subito, tutto di fretta. Chi non conosce questa saggezza della pazienza – ha messo in evidenza - è una persona capricciosa, come i bambini che sono capricciosi», a cui nulla va  bene. E «la persona che non ha pazienza non cresce, rimane nei capricci del bambino, non sa prendere la vita come viene: o questo o niente»; ecco, «questa è una delle tentazioni: diventare capricciosi». «E l’onnipotenza» di volere ottenere subito una cosa, come succede ai farisei che domandano a Gesù un segno dal cielo: «Volevano uno spettacolo, un miracolo... Confondono il modo di agire di Dio con il modo di agire di uno stregone – ha osservato Francesco - E Dio non agisce come uno stregone, Dio ha il suo modo di andare avanti. La pazienza di Dio. Anche Lui ha pazienza. Ogni volta che noi andiamo al sacramento della riconciliazione, cantiamo un inno alla pazienza di Dio! Ma il Signore come ci porta sulle sue spalle, con quanta pazienza, con quanta pazienza! La vita cristiana deve svolgersi su questa musica della pazienza, perché è stata proprio la musica dei nostri padri, del popolo di Dio, quelli che hanno creduto alla Parola di Dio, che hanno seguito il comandamento che il Signore aveva dato al nostro padre Abramo: “Cammina davanti a me e sii irreprensibile”». Il Pontefice ha parlato del popolo di Dio citando la Lettera agli Ebrei: «Ha sofferto tanto, sono stati perseguitati, ammazzati», però ha avuto «la gioia di salutare da lontano le promesse» del Signore. E «questa è la pazienza» che «noi dobbiamo avere nelle prove: la pazienza di una persona adulta, la pazienza di Dio». E questa pazienza esiste, è quella «del nostro popolo»: «Quanto paziente è il nostro popolo! Ancora adesso! Quando andiamo nelle parrocchie e troviamo quelle persone che soffrono, che hanno problemi, che hanno un figlio disabile o hanno una malattia, ma portano avanti con pazienza la vita». E «non chiedono segni, come questi del Vangelo, che volevano un segno. Dicevano: “Dateci un segno!”. No, non chiedono, ma sanno leggere i segni dei tempi: sanno che quando germoglia il fico, viene la primavera; sanno distinguere quello. Invece, questi impazienti del Vangelo di oggi, che volevano un segno, non sapevano leggere i segni dei tempi, e per questo non hanno riconosciuto Gesù». 

Omelia a Santa Marta, 17 febbraio 2014



La morte e il Papa

Ora, a quasi 54 anni, riconosco che quella piccola riflessione serale è il punto di riferimento di tutta la mia vita successiva riguardo al problema della morte. Quella sera, senza provare paura, sentii che un giorno sarei morto, e mi sembrò la cosa più naturale.

Da una lettera inedita di Padre Bergoglio



Cambio epocale


«Siamo definitivamente usciti dall’età sacrale e dall’età barocca; dopo sedici secoli [dall’età costantiniana] che sarebbe vergognoso calunniare oppure pretendere di ripudiare, e i cui gravi difetti non sono contestabili, inizia un’età nuova, nella quale la Chiesa ci invita a meglio comprendere la bontà di Dio nostro padre, e ci chiama a riconoscere al contempo tutte le dimensioni di questo hominem integrum di cui il papa [Paolo VI] parlava nel suo discorso del 7 dicembre 1965, nella seduta ultima del Concilio. Ecco compiuto il grande rovesciamento in virtù del quale non sono più le cose umane che si prendono cura di difendere le cose divine, ma sono le cose divine che si offrono di difendere le cose umane.»

J. Maritain, Le Paysan de la Garonne


Un eroe cristiano

Andreas Hofer, il capo della resistenza tirolese contro gli invasori giacobini e napoleonici, venne alla fine sconfitto e catturato. Una newsletter dell’Associazione Culturale La Torre riporta un episodio che avvenne ad Ala, città in cui l’Hofer prigioniero sostò prima di essere tradotto a Mantova, dove lo attendeva il processo e la fucilazione (20 febbraio 1810). Passò la notte recitando il rosario sotto lo sguardo beffardo dei carcerieri. Questi, un soldato e un ufficiale, si addormentarono dopo un’abbondante bevuta. Ma rischiarono di non svegliarsi più per via della esalazioni mortifere della stufa a carbone. Hofer, malgrado lo stordimento, anziché approfittarne per fuggire andò a svegliare gli altri soldati, che si precipitarono a salvare i due commilitoni. Andreas Hofer, un eroe cristiano.

Rino Camilleri


Una storia contro i nuovi medici nazisti

Sono giorni di terribile e spudorato infanticidio in Europa, con l'approvazione in Belgio della prima legge per l'eutanasia pediatrica e dei bambini disabili. Così mi è tornata in mente una storia che pochi, credono, conoscano. Parla di due bambini che nacquero la stessa notte nello stesso villaggio in Austria. Il maschio gridava in maniera vigorosa, era forte e sano. La femmina aveva una voce flebile e soffriva della sindrome di Down. Questa bambina sarebbe stata di aiuto ai genitori, che una volta malati non potevano permettersi una domestica. La figlia disabile si prese cura di loro. I medici austriaci a distanza di tanti anni non ricordano il nome di quella bambina. Ma non possono dimenticare quello del maschio: Adolf Hitler.

Giulio Meotti
Il Foglio




Padri clericali e padri avventurieri

Una riflessione da incorniciare...


Sento due parole: Montecassino e casa di Nazareth. Ricordi la famosa battuta, la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali? Ecco, c’è una responsabilità che noi abbiamo come uomini e come donne, come padri e come madri, davanti a quello che abbiamo incontrato. Il momento storico in cui viviamo è un gran casino. Esattamente come lo era al tempo di Benedetto. Allora, dopo il crollo totale di una civiltà, non un prete, ma un laico, un giovane, un semplice battezzato, Benedetto, è ripartito dall’essenziale, Cristo, e ha trascinato con sé tutti e un grande papa, Gregorio, ha ricostruito tutto da lì. E poi è andata sempre così. Pensa a secoli dopo, quando l’Europa sembrò ai vertici della sua potenza e invece ancora una volta l’edificio eccelesiale stava di nuovo per crollare, Gesù parla a una persona, le dice: «Ripara, ricostruisci la mia chiesa». E chi è costui? Un ecclesiastico? Un cardinale? Un vescovo? Un teologo? Un papa? No, è Francesco, un ragazzo di Assisi.
Tutto il cristianesimo è una storia di laicità, di uomini e di donne travolti dalla vita di Gesù. Purtroppo noi abbiamo ancora questa immagine terribilmente clericale, invece è stato sempre così, battezzati, uomini, donne, nel momento più cupo, quando il papato sembrava lì lì per diventare il cappellano del re di Francia, chi salva il papato? Ancora una volta una laica, una ragazza analfabeta, una popolana, Caterina da Siena.
Il cristianesimo è una grande storia di popolo. Ma noi ci siamo dimenticati che il sacerdozio ministeriale è solo un servizio al sacerdozio universale. Siamo noi battezzati, Re, sacerdoti e profeti. Siamo tenuti a questa testimonianza. Basta star lì ad aspettare che sia la gerarchia ecclesiastica a dirci fai questo e quest’altro. Pensa a Nazareth, di cosa stiamo parlando? Di una accademia teologica? Di un episcopio? No, la casa di un falegname, un padre, una madre, un figlio. È da lì che si scatena tutto, non da una mente o da una struttura sofisticata.
Ci siamo rotti e strarotti di sentire preti e cosiddetti laici (che magari si definiscono pure atei o agnostici) che parlano del Concilio in termini clericali, cioè di potere e di rivendicazione di un potere. Il Concilio Vaticano II siamo noi. Noi lo facciamo perché siamo noi i laici cristiani, il popolo cristiano. Il Vaticano II non ha forse richiamato la responsabilità della gente, dei laici, dei padri e delle madri? Dice due cose il Concilio: basta il battesimo a testimoniare Cristo e, secondo, il cristianesimo è popolo. Punto e stop. Per cui, anche qui, sottraiamo ai chierici e ai teologi il Concilio Vaticano II. Liberiamoci!
Posso darti due chicche di Péguy? Le conosci, ma oggi godono di particolare attualità e non solo per queste stronzate di genitori A e B. «C’è un solo avventuriero al mondo – scrive Péguy – e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo, solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. Lui naviga su questa rotta immensamente larga. Lui solo non può affatto passare senza che la fatalità si accorga di lui. Gli altri scantonano sempre, possono permettersi di infilare sotto la testa. Lui, lui deve nuotare di spalle, deve risalire tutte le correnti, deve infilare le spalle, il corpo e tutte le membra. Gli altri scantoneranno sempre, sono carene leggere, sottili come lame di coltello, lui è la nave grossa, pesante come bastimento da carico». Capisci? Questo è il momento dei padri e delle madri. Noi difendiamo la nostra fede. E basta. Non c’è da aspettarsi niente da altri, teologi, apparati, chierici, niente: siamo noi, difendiamo i nostri figli, le loro anime e la loro avventura umana.
E questa è una specie di carezza che da Péguy arriva alla nostra generazione. «Si tratta di sapere se le nostre fedeltà moderne, voglio dire se le nostre convinzioni cristiane in pieno mondo moderno assalite da tutti i venti, battute da tante prove e che sono uscite intatte da questi due secoli di prove intellettuali (e noi potremmo dire da questi quarant’anni, ndr), non ricevano una singolare bellezza, una bellezza non ancora ottenuta, una grandezza singolare agli occhi di Dio. Le nostre fedeltà sono delle cittadelle, cittadelle crociate come quelle che trasportavano popoli interi e gettavano dei continenti gli uni sugli altri sono rifluite su di noi oggi, sono ritornate fino nelle nostre case. Il più piccolo di noi è letteralmente un crociato. Noi tutti siamo degli isolotti battuti nel mare da un’incessante tempesta e le nostre case sono tutte delle fortezze nel mare». Come dire, tiriamo fuori i nostri attributi e riprendiamoci la nostra responsabilità nel mondo. Perché basta il nostro battesimo. Come ci è stato insegnato dal nostro maestro Giussani, il solo battesimo ci abilita a testimoniare Cristo. Tanto è vero che nel corso dei secoli il popolo cristiano ha difeso la fede pagando con la vita anche quando i chierici, le avanguardie, se l’erano data a gambe.


Antonio Socci a Luigi Amicone, Tempi.it






LE NOTIZIE



3 minuti per vedere il miracolo della vita Un viaggio emozionante dal concepimento alla nascita

Bellissima intervista a Socci: «Basta aspettare il consenso dei preti o del mondo. Tocca a noi, padri e madri, affrontare il caos»

Il Vangelo di Marco si basa sulla testimonianza di Pietro




Il Papa: "Signore, dacci oggi il nostro amore quotidiano". Dialogo con i fidanzati

Il Papa: Cuore e Precetti

Quella lettera (inedita) di Padre Bergoglio



Ricordiamo anche i preti uccisi nelle foibe




Pietro Sambi Nunzio di Dio

Erminia: non c'è amore più grande...


“Enciclopedia del Dolore” tedesca: il dolore fetale è un dato scientifico. Il dr. Carlo Bellieni conferma che i feti possono soffrire già alla 20ma settimana dal concepimento

La legge del più forte è atroce? Dipende se il debole è un cucciolo di elefante o di uomo

Libretti Unar. Ricostruzione di un pasticcio (e di una strategia)








Pietro Sambi Nunzio di Dio


Autore: Larese, Silvio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
lunedì 27 gennaio 2014

Riportiamo la recensione di un bel libro su Mons. Sambi. In questa epoca che sembra avara di santi e di testimoni, la sua vicenda umana, cristiana e spirituale indica un cammini di speranza per gli uomini.
Il libro è edito da Cantagalli

«Un grande Pastore della Chiesa e un grande Missionario del Vangelo di Cristo». Così il cardinale Angelo Sodano, già Segretario di Stato e Decano del Collegio cardinalizio, definisce monsignor Pietro Sambi (Sogliano al Rubicone 1938 – Baltimora 2011), arcivescovo e nunzio apostolico. Il giudizio è contenuto nel contributo inviato per il libro di Valerio Lessi, Pietro Sambi Nunzio di Dio, edito da Cantagalli.
Anche l’attuale Segretario di Stato, mons. Pietro Parolin, ha voluto testimoniare «la dedizione e la gioia con cui l’arcivescovo Sambi ha servito la Chiesa». Lo ha fatto con un messaggio inviato alla presentazione del libro svoltosi a Roma nella Sala Marconi della Radio Vaticana. Monsignor Parolin ha voluto sottolineare i grandi ideali che caratterizzarono l’ esistenza di Sambi: «anzitutto un profondo amore a Cristo e alla Chiesa, a cui non mancò di unire sempre un autentico spirito di serenità di fronte alle impegnative vicende della comunità ecclesiale e dei popoli». Secondo il Segretario di Stato, Sambi rappresenta «un esempio di fedeltà agli ideali che devono animare ogni sacerdote e ogni pastore nell’esercizio della propria missione».
Bastano questi due autorevoli giudizi per comprendere perché la diocesi di San Marino Montefeltro e la Fondazione internazionale Giovanni Paolo II (in quel momento rappresentate entrambe da mons. Luigi Negri) abbiano incaricato il giornalista riminese di scrivere la biografia del nunzio apostolico. Ma è anche la lettura del libro a restituire pienamente la statura umana, spirituale, culturale e diplomatico di un ecclesiastico che, se la morte non lo avesse colto inaspettatamente, lo troveremmo oggi membro del collegio cardinalizio e responsabile degli affari economici della Santa Sede.
Valerio Lessi (autore, fra le altre, delle biografie di don Oreste Benzi e di Enrico Bartoletti, segretario della Cei negli anni Settanta) ripercorre tutto l’itinerario percorso da Sambi, partendo dalle umili origini di una famiglia contadina di Sogliano, proseguendo con la formazione ricevuta in seminario e gli studi teologici e giuridici, fino ad approdare ai primi incarichi diplomatici quale segretario di nunziatura (Camerun, Gerusalemme, Cuba, Nicaragua, Algeria, Belgio, India). Quattro ampi capitoli sono invece dedicati alla sua attività nelle quattro sedi dove è stato nunzio dopo che Giovanni Paolo II l’ha eletto alla dignità arcivescovile: Burundi, Indonesia, Gerusalemme e Stati Uniti. Lessi ha basato la sua ricostruzione attraverso numerose interviste con quanti hanno visto e conosciuto monsignor Sambi in azione, ed attingendo anche alle interviste e alle dichiarazioni pubbliche del diplomatico romagnolo. «Ovunque sia stato – ha detto l’autore nel corso della presentazione romana del libro – monsignor Sambi ha lasciato il segno. A colpire gli interlocutori era la sua genuina umanità romagnola esaltata e valorizzata dalla profonda fede; l’intelligenza nel capire e immergersi in situazioni difficili; la sua capacità di entrare in rapporto con tutti, umili e potenti; il coraggio della testimonianza e la volontà di difendere la libertà della Chiesa e la pace tra i popoli».
Le qualità di Sambi (che amava definirsi «sacerdote per vocazione, storico di formazione, diplomatico per obbedienza») sono confermate anche dai luoghi, sempre “caldi” e di frontiera, ai quali è stato destinato dalla Santa Sede. Nella sua biografia troviamo la Cuba di Fidel Castro (con il leader maximo chiacchierate notturne e piatti spaghetti), il Nicaragua sconvolto dalla rivoluzione sandinista, il Burundi tormentato dagli scontri tribali fra hutu e tutsi dove a trent’anni di distanza la sua opera di riconciliazione è ancora ricordata con profondo affetto e gratitudine.
Altrettanto complicata è stata la missione in Indonesia, paese a maggioranza musulmana, dove monsignor Sambi ha dovuto far fronte alla crisi di Timor Est. Quando nel 1988 torna in Terra Santa, si distingue per la perfetta organizzazione del viaggio di Giovanni Paolo II in occasione del Grande Giubileo del 2000 e per aver contribuito a risolvere la crisi dell’assedio alla Basilica della Natività durante la Seconda Intifada. A Gerusalemme mostra anche le sua qualità di pastore: una delle attività che preferisce è incontrare i pellegrini italiani e spiegare loro il senso del pellegrinaggio nei luoghi santi. Lui stesso amava raccontare di aver riscoperto la figura di Gesù Cristo, uomo vivo e non un pensiero o un ideale astratto, durante il suo primo soggiorno a Gerusalemme.
Attività diplomatica e testimonianza di fede si richiamano e si intrecciano in monsignor Sambi. Accade anche quando Benedetto XVI lo nomina nunzio negli Stati Uniti. È il momento in cui esplode lo scandalo degli abusi sessuali del clero che profonde ferite ha provocato nella Chiesa e nella società americana. Il libro riporta i giudizi lucidi del prelato romagnolo, chiamato anche ad organizzare (con successo) un difficile viaggio del pontefice. Il volume ricorda anche che con le sue indicazioni contribuisce ad un profondo rinnovamento dell’episcopato americano. Gli americani, documenta il libro di Lessi, lo hanno ribattezzato Super-Nuncio, sia per la sua instancabile attività sia per la sua esuberante umanità.
Sugli Stati Uniti il libro riferisce un episodio ignoto in Italia: monsignor Sambi che ha l’idea di un film documentario che poi ottiene anche la nomination agli Oscar. God is the bigger Elvis (questo il titolo) racconta la storia di Dolores Hart, monaca di clausura, che negli anni Sessanta era attrice di successo ed era stata protagonista di almeno due film insieme a Elvis Presley.


Ratzinger: Le chiese sono diventate nostre imprese, di cui siamo orgogliosi o ci vergogniamo


Una metafora per la natura della Chiesa

Una Chiesa che venga considerata solo dal punto di vista politico, cioè contro tutta la sua storia e la sua natura, non ha alcun senso e la decisione di rimanere in essa, se è una decisione esclusivamente politica, non è leale anche se si presenta come tale.
Ma di fronte alla situazione attuale, come si può giustificare la permanenza nella Chiesa? In altri termini: se vuole avere senso, la scelta a favore della Chiesa deve essere di carattere spirituale – ma come si può motivare una simile scelta spirituale? Vorrei dare una prima risposta di nuovo con un paragone e con il ricorso a un’affermazione fatta in precedenza per descrivere la situazione attuale.
Avevamo detto che noi, con la nostra analisi approfondita della Chiesa, siamo arrivati talmente vicino a essa che non riusciamo più a percepirla nel suo complesso.
Questo pensiero si può approfondire ricorrendo a un’immagine che i Padri della Chiesa scoprirono nella loro meditazione simbolica sul mondo e sulla Chiesa. Essi spiegarono che nella struttura del cosmo materiale il ruolo della luna è una metafora di ciò che la Chiesa rappresenta per la realizzazione della salvezza nel cosmo spirituale- religioso. Viene ripreso qui un antichissimo simbolismo della storia delle religioni (i Padri non hanno mai parlato di "teologia delle religioni", ma l’hanno attuata), in cui la luna, come simbolo tanto della fertilità e della fragilità, della morte e della caducità, quanto anche della speranza nella rinascita e nella resurrezione, era l’immagine dell’esistenza umana, "patetica e insieme consolatrice".
Il simbolismo lunare e quello terrestre si fondono spesso: la luna, nella sua fugacità e nella sua rinascita, rappresenta il mondo dell’uomo, il mondo terreno, questo mondo che è limitato dal bisogno di ricevere e che ottiene la propria fertilità non da se stesso, ma da qualche altra parte, dal sole.
In questo modo il simbolismo lunare diventa anche il simbolo dell’essere umano, così come esso si manifesta nella donna, che concepisce ed è fertile in forza del seme che riceve. I Padri applicarono il simbolismo lunare alla Chiesa soprattutto per due motivi: per la relazione luna-donna (madre) e per il fatto che la luce della luna non è luce propria, ma luce del sole, senza il quale essa sarebbe solo oscurità; la luna risplende, ma la sua luce non è sua, bensì di qualcun altro. Essa è buio e luce allo stesso tempo. In se stessa è oscurità, ma dona luminosità in virtù di un altro, di cui riflette la luce. Proprio per questo essa rispecchia la Chiesa, che illumina pur essendo essa stessa buio; non è luminosa in virtù della propria luce, ma riceve quella del vero sole, Gesù Cristo, cosicché – sebbene essa stessa sia solo terra (anche la luna non è che un’altra terra) – è tuttavia in grado di illuminare la notte della nostra lontananza da Dio - la luna narra il mistero di Cristo.
Non si devono forzare i simboli; ciò che hanno di prezioso consiste proprio in una ricchezza di immagini che si sottrae agli schematismi logici. Tuttavia oggi, nell’epoca del viaggio sulla luna, si impone un ampliamento del paragone, con il quale si metta in evidenza, confrontando il pensiero fisico e quello simbolico, lo specifico della nostra situazione anche rispetto alla realtà della Chiesa.
L’astronauta e la sonda lunare scoprono la luna solo come roccia, deserto, sabbia, montagne, ma non come luce. E in effetti essa è in se stessa soltanto questo: deserto, sabbia, roccia. Tuttavia, per merito di altri e in funzione di altri ancora, essa è anche luce e rimane tale anche nell’epoca dei viaggi nello spazio. E’ quindi ciò che non è in se stessa.
L’altro, ciò che non è suo, fa comunque parte anche della sua realtà. Esiste una verità della fisica e una verità poetico-simbolica e l’una non annulla l’altra. Allora chiedo: questa non è forse un’immagine molto precisa della Chiesa?
Chi la esplora e la percorre con la sonda spaziale, può scoprire solo deserto, sabbia, roccia, le debolezze dell’uomo, i deserti, la polvere e le altezze della sua storia. Tutto ciò le appartiene, ma non rappresenta la sua effettiva realtà.
L’elemento decisivo è che essa, benché sia solo sabbia e sassi, è di certo anche luce in virtù di un altro, del Signore: ciò che non è suo, è veramente suo, la sua effettiva natura, anzi, la sua natura consiste nel fatto che essa non vale per ciò che è, bensì solo per ciò che non è suo. Essa esiste in qualcosa che è al di fuori di essa e ha una luce che, pur non essendo sua, costituisce tutta la sua essenza. Essa è "luna" -mysterium lunae – e così riguarda i credenti, perché proprio così essa è il luogo di una costante scelta spirituale.
Poiché il significato espresso in quest’immagine mi sembra di importanza decisiva, prima di tradurlo dal linguaggio metaforico in affermazioni oggettive, vorrei chiarirlo meglio con un’altra osservazione.
Dopo la traduzione in tedesco della liturgia, secondo l’ultima riforma, mi si presentava continuamente una difficoltà linguistica nel recitare un testo, che appartiene proprio a questo stesso contesto e che è sintomatico per ciò di cui si tratta qui.
Nella traduzione tedesca del Suscipiat si dice: il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio "per il bene nostro e di tutta la Sua santa Chiesa".
A me veniva sempre spontaneo dire: "E di tutta la nostra santa Chiesa".
In questa difficoltà linguistica viene alla luce tutta la problematica che stiamo trattando e diventa chiaro il fatto che siamo incorsi in una deviazione di prospettiva.
Al posto della Sua Chiesa è subentrata la nostra e con essa le molte chiese: ognuno ha la propria.
Le chiese sono diventate nostre imprese, di cui siamo orgogliosi o ci vergogniamo, tante piccole proprietà private che stanno una accanto all’altra, chiese soltanto "nostre, che noi stessi costruiamo, che sono opera e proprietà nostra, e che noi vogliamo trasformare o conservare come tali.
Dietro alla "nostra Chiesa" o anche alla "vostra Chiesa" è scomparsa la "sua Chiesa".
Ma solo quest’ultima interessa e se non esiste più anche la "nostra" Chiesa deve abdicare.
Se fosse soltanto nostra, la Chiesa sarebbe solo un inutile gioco da bambini.


Da Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI "Perchè siamo ancora nella Chiesa", Rizzoli

Una sola famiglia umana. La presenza della Chiesa è l’unica fonte di fiducia e di speranza

Autore: Oliosi, don Gino Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
giovedì 28 ottobre 2010

La presenza della Chiesa, quale popolo di Dio in cammino nella storia in mezzo a tutti gli altri popoli, è l’unica fonte di fiducia e di speranza
La presenza della Chiesa, quale popolo di Dio in cammino nella storia in mezzo a tutti gli altri popoli, è l’unica fonte di fiducia e di speranza

«La Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato offre l’opportunità, per tutta la Chiesa, di riflettere su un tema legato al crescente fenomeno della migrazione, di pregare affinché i cuori si aprano all’accoglienza cristiana e di operare perché crescano nel mondo la giustizia e la carità, colonne per la costruzione di una pace autentica e duratura. “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni e gli altri” (Gv 13,34) è l’invito che il Signore ci rivolge con forza e ci rinnova costantemente: se il Padre ci chiama ad essere figli amati nel suo Figlio prediletto, ci chiama anche a riconoscerci tutti come fratelli in Cristo.
Da questo legame profondo tra tutti gli esseri umani nasce il tema che ho scelto quest’anno per la nostra riflessione: “Una sola famiglia umana”, una sola famiglia di fratelli e sorelle in società che si fanno sempre più multietniche e interculturali, dove anche le persone di varie religioni sono spinte al dialogo, perché si possa trovare una serena e fruttuosa convivenza nel rispetto delle legittime differenze. Il Concilio Vaticano II afferma che “tutti i popoli costituiscono una sola comunità. Essi hanno una sola origine poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra (At 17,26); essi hanno anche un solo fine ultimo, Dio, del quale la provvidenza, la testimonianza di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti” (Dich. Nostra Aetate, 1). Così, noi “non viviamo gli uni accanto agli altri per caso; stiamo tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini e quindi come fratelli e sorelle” (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2008, 6).
La strada è la stessa, quella della vita, ma le situazioni che attraversiamo in questo percorso sono diverse: molti devono affrontare la difficile esperienza della migrazione, nelle sue diverse espressioni: interne o internazionali, permanenti o stagionali, economiche o politiche, volontarie o forzate. In vari casi la partenza dal proprio Paese è spinta da diverse forme di persecuzione, così che la fuga diventa necessaria. Il fenomeno stesso della globalizzazione, poi, caratteristico della nostra epoca, non è solo un processo socio – economico, ma comporta anche “un’umanità che diviene sempre più interconnessa”, superando confini geografici e culturali. A questo proposito la Chiesa non cessa di ricordare che il senso profondo di questo processo epocale e il suo criterio etico fondamentale sono dati proprio dall’unità della famiglia umana e dal suo sviluppo nel bene (Caritas in veritate, 42). Tutti, dunque, fanno parte di una sola famiglia, migranti e popolazioni locali che li accolgono, e tutti hanno lo stesso diritto di usufruire dei beni della terra, la cui destinazione è universale, come insegna la dottrina sociale della Chiesa. Qui trovano fondamento la solidarietà e la condivisione.
In una società in via di globalizzazione, il bene comune e l’impegno per esso non possono non assumere le dimensioni dell’intera famiglia umana, vale a dire della comunità dei popoli e delle Nazioni, così da dare forma di unità e di pace alla città dell’uomo e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio” (Caritas in veritate, 7). E’ questa la prospettiva con cui guardare anche la realtà delle migrazioni. Infatti, come già osservava il Servo di Dio Paolo VI, “la mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli” è causa profonda del sottosviluppo (Populorum progressio, 66). E – possiamo aggiungere – incide fortemente sul fenomeno migratorio. La fraternità umana è l’esperienza, a volte sorprendente, di una relazione che accomuna, di un legame profondo con l’altro, differente da me, basato sul semplice fatto di essere uomini. Assunta e vissuta responsabilmente, essa alimenta una vita di comunione e condivisione con tutti, in particolare con i migranti; sostiene la donazione di sé agli altri, al loro bene, al bene di tutti, nella comunità politica locale, nazionale e mondiale.
Il Venerabile Giovanni Paolo II, in occasione di questa stessa Giornata celebrata nel 2001, sottolineò che “(il bene comune universale) abbraccia l’intera famiglia dei popoli, al di sopra di ogni egoismo nazionalista. E’ in questo contesto che va considerato il diritto ad emigrare. La Chiesa lo riconosce ad ogni uomo, nel duplice aspetto di possibilità di uscire dal proprio Paese e possibilità di entrare in un altro alla ricerca di migliori condizioni di vita”. Al tempo stesso, gli Stati hanno il diritto di regolare i flussi migratori e di difendere le proprie frontiere, sempre assicurando il rispetto dovuto alla dignità di ciascuna persona umana. Gli immigrati, inoltre, hanno il dovere di integrarsi nel Paese di accoglienza che si deve a tutti gli esseri umani, specie se indigenti, con la valutazione delle condizioni indispensabili per una vita dignitosa e pacifica per gli abitanti originari e per quelli sopraggiunti” (Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2001, 13).
In questo contesto, la presenza della Chiesa, quale popolo di Dio in cammino nella storia in mezzo a tutti gli altri popoli, è fonte di fiducia e di speranza. La Chiesa, infatti, è “in Cristo sacramento, ossia segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1); e, grazie all’azione in essa dello Spirito Santo, “gli sforzi intesi a realizzare la fraternità universale non sono vani” (GS, 38). E’ in modo particolare la santa Eucaristia a costituire, nel cuore della Chiesa, una sorgente inesauribile di comunione per l’intera umanità. Grazie ad essa, il Popolo di Dio abbraccia “ogni nazione, tribù, popolo e lingua” (Ap 7,9) non con una sorta di potere sacro, ma con il superiore servizio della carità. In effetti, l’esercizio della carità, specialmente verso i più poveri e deboli, è criterio che prova l’autenticità delle celebrazioni eucaristiche (Mane nobiscum Domine, 28).
Alla luce del tema “Una sola famiglia umana”, va considerata specificamente la situazione dei rifugiati e degli altri migranti forzati, che sono una parte rilevante del fenomeno migratorio. Nei confronti di queste persone, che fuggono da violenze e persecuzioni, la Comunità internazionale ha assunto impegni precisi. Il rispetto dei loro diritti, come pure delle giuste preoccupazioni per la sicurezza e la coesione sociale, favoriscono una convivenza stabile e armoniosa.
Anche nel caso di migranti forzati la solidarietà si alimenta alla “riserva” di amore che nasce dal considerarci una sola famiglia umana e, per i fedeli cattolici, membri del Corpo Mistico di Cristo: ci troviamo infatti a dipendere gli uni dagli altri, tutti responsabili dei fratelli e sorelle in umanità e, per chi crede, nella fede. Come già ebbi occasione di dire, “accogliere i rifugiati e dare loro ospitalità è per tutti un doveroso gesto di umana solidarietà, affinché essi non si sentano isolati a causa dell’intolleranza e del disinteresse“(Udienza Generale, 20 giugno 2007). Ciò significa che quanti sono forzati a lasciare le loro case o la loro terra saranno aiutati a trovare un luogo dove vivere in pace sicurezza, dove lavorare e assumere i diritti e doveri esistenti nel Paese che li accoglie, contribuendo al bene comune, senza dimenticare la dimensione religiosa della vita.
Un particolare pensiero, sempre accompagnato dalla preghiera, vorrei rivolgere infine agli studenti esteri e internazionali, che pure sono una realtà in crescita all’interno del grande fenomeno migratorio. Si tratta di una categoria anche socialmente rilevante in prospettiva del loro rientro, come futuri dirigenti, nei Paesi di origine. Essi costituiscono dei “ponti” culturali ed economici tra questi Paesi e quelli di accoglienza, e tutto ciò va proprio nella direzione di formare “una sola famiglia umana” (…).
Cari fratelli e sorelle, il mondo dei migranti è vasto e diversificato. Conosce esperienze meravigliose e promettenti, come pure, purtroppo, tante altre drammatiche e indegne dell’uomo e di società che si dicono civili. Per la Chiesa, questa realtà costituisce un segno eloquente dei nostri tempi, che porta in maggiore evidenza la vocazione dell’umanità a formare una sola famiglia, e, al tempo stesso, le difficoltà che, invece di unirla, la dividono e la lacerano. Non perdiamo la speranza, e preghiamo insieme Dio, Padre di tutti, perché ci aiuti ad essere, ciascuno in prima persona, uomini e donne capaci di relazioni fraterne; e, sul piano sociale, politico ed istituzionale, si accrescano la comprensione e la stima reciproca tra i popoli e le culture» [Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2011].

La globalizzazione avviene di fronte a quella cultura che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita escludendo Dio dalla cultura e dalla vita pubblica con una conseguente ideologia riduzionista dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura: la persona viene ridotta ai suoi geni o ai suoi neuroni, l’amore ridotto a chimica, la famiglia ridotta a un accordo, i diritti vengono ridotti a desideri, la democrazia a procedura, la religione a mito, la procreazione a produzione in laboratorio, il sapere a scienza esperimentabile e calcolabile, i valori morali vengono ridotti a scelte, la culture a opinioni, la verità a sensazione, l’autenticità a coerenza con la propria affermazione. Non è difficile vedere come questo tipo di cultura rappresenti un taglio radicale e profondo non solo con il cristianesimo ma più in generale con le tradizioni religiose e morali dell’umanità: non sia quindi in grado, come la globalizzazione richiede, di instaurare un vero dialogo con le altre culture, nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente, escludendo ogni principio morale che sia valido per se stesso cioè universale, oltre a non poter rispondere alle domande fondamentali sul senso e la direzione della nostra vita. Perciò questa cultura che predomina in Occidente nella quale Dio non compare più direttamente è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente bisogno di speranza affidabile cioè di nuova evangelizzazione. Per una sola famiglia umana Cristo nel suo Copro, nella Chiesa non è solo utile ma indispensabile, come pure la conseguente vita eterna oltre la morte materiale, una meta così grande da giustificare la fatica storica del cammino.

Lovanio l’apostata. L’università cattolica più antica d’Europa vuole disfarsi della sua ingombrante etichetta

Mentre uno dei collegi tra i più esclusivi del mondo, il collegio cardinalizio, si riassesta e riorganizza al proprio interno con 24 nuove entrate tra le quali, a sorpresa, non figurano i nomi di due arcivescovi in sedi d’eccezione – Giuseppe Betori di Firenze e Braulio Rodríguez Plaza di Toledo –, una delle più prestigiose istituzioni cattoliche d’Europa, l’antica Università di Lovanio, sembra voler cedere definitivamente il passo al mondo, al secolo, alla cultura laicista votata all’espulsione della cattolicità dal discorso pubblico. E’ di queste ore la notizia che il rettore del nobile ateneo, Mark Waer, ha detto d’essere intenzionato a espungere una volta per tutte l’aggettivo “cattolica” dalla denominazione dell’università. Si tratta di un requiem clamoroso per una dizione un tempo simbolo di un mondo del quale andare fieri, un addio che assume contorni bizzarri se si leggono le motivazioni che spingono a questo storico passo. Sul banco degli accusati ci sono Roma, il Papa, la curia romana, la sua funzione di watchdog della dottrina cattolica. A detta di Waer, Roma ha superato ogni decenza, ogni limite del consentito. Primo: predica bene ma razzola male, come gli scandali della pedofilia nel clero sembrano dire. Secondo: è retrograda, reazionaria, chiusa, come le critiche al Nobel per la medicina, il “papà” della fecondazione in vitro, Robert Edwards, dimostrano.
La Conferenza episcopale belga sembra inerte di fronte alla proposta di Waer. Anche l’arcivescovo conservatore di Malines-Bruxelles e primate del Belgio, André-Joseph Léonard, sembra potere poco o nulla contro quello che la scorsa primavera, davanti alla Pontificia commissione biblica, Benedetto XVI ha definito come l’emergere di una nuova dittatura, “la dittatura del conformismo”. Ha detto: “C’è un conformismo per cui diventa obbligatorio pensare come pensano tutti, agire come agiscono tutti”. E ancora: “La sottile aggressione contro la chiesa, o anche meno sottile, dimostrano come questo conformismo può realmente essere una vera dittatura”. Del resto, molto poco Léonard aveva potuto fare anche contro un altro clamoroso sfondamento della cultura secolarista all’interno della cattolicità: lo sventramento da parte della polizia belga della tomba del prestigioso cardinale Léon-Joseph Suenens alla ricerca di carte segrete che volevano inchiodare “il grande orco”, l’ex primate del Belgio Godfried Danneels ritenuto colpevole di aver offerto copertura a preti pedofili. Fu il primo gesto clamoroso che dimostrò anche una certa arrendevolezza della chiesa. Una chiesa abbandonata a se stessa, a paure un tempo ritenute di poco conto. Léonard, allora, provò ad alzare la voce dicendo che le incursioni della polizia erano scene degne del “Codice da Vinci”.
Ma insieme disse, diplomaticamente, che “la giustizia deve fare il suo corso”. Sono decenni che Lovanio non ha pace. Fondata nel 1425 da Papa Martino V, è stata punto di riferimento dell’intellighenzia cattolica europea. Dopo il Vaticano I venti nuovi l’hanno attraversata, fino all’espulsione della sezione francofona, forzatamente trasferita a Louvain-la-Neuve con l’avallo dei vescovi del paese. Nella vecchia Lovanio l’ala fiamminga ha promosso dottrine incompatibili, soprattutto in campo biomedico, con la morale cattolica. C’è anche chi ha cercato di proporre la legittimità, ai sensi canonici, delle coppie gay. Il tutto con il silenzio delle gerarchie. Stante così le cose espungere l’aggettivo “cattolico” altro non sarebbe che prendere atto di un dato di fatto: Lovanio cattolica non lo è più. Della cosa se n’era accorto, anni fa, anche monsignor Edouard Massaux, “rettore di ferro” di Lovanio fino al 1986. Pochi giorni prima di morire disse: “Rifiuto e proibisco formalmente la presenza ai funerali di una delegazione ufficiale dell’Università di Lovanio che dopo il mio ritiro ha pubblicamente ritenuto di dover prendere le distanze dall’istituzione della chiesa”. Così, tempo addietro Massaux. E oggi? Un colpo, prima o poi, potrebbe venire direttamente da Roma, dalla curia romana, oggi la grande nemica della nuova Lovanio.

di Paolo Rodari
Il Foglio giovedì 21 ottobre 2010