DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Ma dove diavolo è finito Satana?

Avvertenza: faciloni astenersi da lettura. Perché chi pensa che il diavolo non esista dovrebbe rispolverare Charles Baudelaire: «La più grande astuzia del demonio è far credere che egli non esiste». Ma che fine ha fatto il Maligno nella teologia e nella predicazione? Tra gli scaffali Belzebù si è – in maniera variegata – ripresentato. Si trovano testimonianze di chi, per missione, si occupa di spiriti maligni.

Memorie di un esorcista (Piemme) è il nuovo titolo di padre Gabriele Amorth, intervistato da Marco Tosatti. Matt Baglio, cronista americano, ha da poco dato alle stampe Il Rito. Storia vera di un esorcista di oggi (Sperling&Kupfer). Gino Oliosi, esorcista di Verona, ha spiegato Il demonio come essere personale (Fede&Cultura). Io combatto il demonio gli fa eco don Ferruccio Sutto (Biblioteca dell’Immagine). Sutto afferma che in 13 anni ha ricevuto dal Triveneto 9 mila persone «che ritenevano di essere oggetto di attenzioni da parte di Satana».

Recente è l’agghiacciante resoconto A tu per tu con il diavolo. Una famiglia perseguitata dal maligno (San Paolo), opera di due autori anonimi. Più spirituale San Francesco di Sales e la sua lotta contro il diavolo di Gilles Jeanguenin (Paoline). Oggi sono circa 300 gli esorcisti in Italia: al Pontificio Ateneo Regina Apostolurum di Roma vi è un corso per allontanatori del Principe delle tenebre; proprio oggi a Palermo si apre un corso per esorcisti in Sicilia.

C’è chi del demonio si occupa scientificamente. Come padre Moreno Fiori, domenicano, specialista in satanismo, il cui ultimo lavoro è Spiritismo, satanismo, demonologia, edito da Aleph. Ed è Fiori, residente a Cagliari, a dar fuoco alle polveri: «La maggior parte dei libri recenti sulla demonologia non si possano ritenere di rilevante valore scientifico e di indiscutibile incidenza teologica». Come mai? «Molte di queste pubblicazioni sono di carattere divulgativo, con uno scarso apparato critico e una bibliografia spesso abborracciata. In alcuni casi poi, per esempio il teologo specializzato in demonologia Josè Antonio Fortea, redige il suo Trattato di Demonologia più completo al mondo (sic!) senza una nota critica né un riferimento al Magistero o ad opere precedenti. Il Trattato è presentato come un "libro che ci trasporta, in pieno XXI secolo, nell’universo ancestrale della possessione diabolica e ci insegna come affrontare e sconfiggere la parte più tenebrosa della Creazione". Come ritenere un’opera simile un trattato scientifico?».

Ma parlare del diavolo «fa male» alla fede? «Le pubblicazioni divulgative sul diavolo, demoni, possessioni ed esorcismi, possono fuorviare i lettori meno attenti e più semplici dal depositum fidei tramandato dal Magistero. Alcuni scritti contengono affermazioni contrarie alla dottrina della Chiesa: ad esempio la negazione dell’essere personale del diavolo, l’esasperazione del suo potere sull’uomo e nel mondo insinuano, con tale pandemonismo, perniciose credenze superstiziose che ingenerano paure».

Colpa del silenzio dal pulpito? Ovvero: quale prete parla del diavolo in un’omelia? «È vero, non si affronta questo tema che crea imbarazzo. Oppure lo si approccia in maniera retrò, non più consona al nostro tempo».

Don Chino Biscontin, docente di omiletica alla Facoltà teologica del Triveneto, è esplicito nel mettere in guardia da due estremi: «Negare l’esistenza del diavolo a causa della difficoltà postmoderna di pensarlo. Ed evitare una religione dualista per cui vi è una divinità maggiore, Dio, e una minore, il diavolo, con la sua autonomia. E invece il maligno, dopo la resurrezione di Cristo, non possiede l’autonomia di prima». Ma perché parlare di più del Maligno? «Per un guadagno: si possono sgravare le spalle degli uomini dalla responsabilità del male del mondo». Don Biscontin suggerisce un’idea: «Nell’iter teologico di formazione dei futuri preti l’insegnamento sul diavolo andrebbe reso autonomo, mentre oggi è inserito nell’antropologia teologica. Così i predicatori di domani eviteranno di dire fesserie». Ma in una predica come spiegare che il diavolo opera? «Quando si sente di adulti che schiavizzano i bambini come soldati in Africa, se si pensa alla violenza gratuita della guerra nei Balcani, in questo vedo il diavolo in azione come una forza più grande degli uomini».

Don Severino Dianich, tra i più noti teologi italiani, evidenza che «a livello teologico oggi la presentazione sul diavolo è corretta. Invece è squilibrata nell’opinione pubblica, dove tale interesse è cresciuto molto: esorcismi, esoterismo e mistero aggrovigliano molte persone, e questo è un serio problema». Dianich boccia l’ipotesi di corsi teologici ad hoc sul diavolo: «Si darebbe un’importanza sproporzionata a questo tema». Secondo don Dianich sono due le necessità impellenti: «Un’interpretazione teologica che butti acqua sul fuoco: bisogna parlare più di Dio che in Cristo ci ha liberati dal diavolo». E poi? «È necessaria una certa critica a questa tendenza esoterica, che alla fine è un dato gnostico: rappresenta un allontanamento dalla cristologia storica del fatto-Gesù».


E sull’inferno (o inferi) è bagarre fra i teologi


M
a Cristo discese agli inferi o all’inferno? Dove e quando è nato l’inferno ? Tentano di rispondere a questi (e altri) quesiti due recenti volumi sul regno delle tenebre. A fornire u­na panoramica diacronica in chiave teologica (e non solo: sono frequenti le incursioni in ambiti ci­nematografici e persino musicali) è il poderoso e documento testo di Herbert Vorgrimler, Storia del­l’Inferno
(Odoya, pagine 606, euro 24). Dove si ri­corda la certa fede nell’Inferno di George Bernanos («l’inferno è non amare più» scrive nel suo
Diario di un curato di campagna). Mentre il grande (e cat­tolico) Graham Greene (di cui si ricorda Il potere e la gloria), in un’intervista del 1989 diceva di «non credere, non aver mai creduto, nell’Inferno».
Successore di Karl Rahner all’università di Mün­­ster, Vorgrimler attraversa l’intera storia del cri­stianesimo per mostrare origine, sviluppo e decli­nazioni del concetto di inferno. E si scoprono non poche curiosità: che, ad esempio, nel quarto van­gelo, quello di Giovanni, «non c’è nessun Inferno»: tale testo evangelico «non presenta alcun tipo di minacce associate alla parola Inferno, né alcun ri­ferimento a una qualche punizione da subirvi tra i tormenti».
Ma chi (e quando e dove) matura la concezione «classica» del regno negativo dell’Oltre tomba? Vor­grimler individua nella città di Alessandria d’Egit­to «in quanto città di incontro tra greci, ebrei e cri­stiani » il luogo dove «i testi biblici venivano consi­derati insufficienti » e si arrivò « ad accettare e­spressioni improntate alla sete di sangue e a sentimenti sadici».

L’inferno esiste. La ve­rità negata
del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli (Fede & Cul­tura, pagine 96, euro 9,50) non presenta la lungimirante docu­mentazione di Vor­grimler, ma indiretta­mente con lui polemiz­za su alcune posizioni. Ad esempio, il teologo Rahner: il domenicano ne è certo: «Per Rahner l’inferno non esiste in quanto dovrebbe com­portare l’assenza della grazia, che egli giudica inaccettabile». Ma Vor­grimler riporta un bra­no rahneriano di ben altra fattura: «Devo ca­pire che l’Inferno non solo esiste come qualsiasi altra cosa nel mondo, ma costituisce la mia vera possibilità esistenziale». Ancora: i due testi si distanziano su un altro pun­to. Ovvero, la questione se Cristo sia disceso agli in­feri o all’inferno. Cavalcoli propende per la prima: « Bisogna distinguere gli inferi dall’inferno. Cristo è disceso agli in­feri, non è disceso al­l’inferno. Scende nel­l’inferno chi muore in peccato mortale, ma essendo Cristo l’Inno­centissimo, puro da o­gni peccato, è assurdo e blasfemo, come sem­bra pensare Von Balthasar, che Cristo sia sceso all’inferno » . Vorgrimler invece sce­glie la seconda: «Biso­gna citare il Descensus Christi , la discesa di Gesù all’'Inferno' nel­l’atto della sua morte. Esso viene inteso in senso spaziale per gli stessi spiriti come un carcere».



Lorenzo Fazzini


© Copyright Avvenire 3 marzo 2010