DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Deforestazione, un dramma mondiale

Le conseguenze più gravi incombono sull'agricoltura africana

di Alessandro Giovannozzi

Le foreste tropicali, gli animali che vi abitano e le culture umane che in esse si sono sviluppate nel corso dei millenni costituiscono ancora nell’immaginario collettivo un mondo misterioso. La cinematografia internazionale, negli ultimi decenni, ha cercato di svelare questo mondo, restituendone molto spesso un’idea lontana dalla realtà e a volte decisamente distorta.

Va tenuto presente che le foreste pluviali tropicali, che si estendono per vasti tratti dell’Africa occidentale, così come quelle ancora esistenti in America latina o in Asia, costituiscono ecosistemi molto fragili ed unici nel loro genere. Si stima infatti che esse ospitino ancora circa metà delle specie animali a tutt’oggi conosciute, nonché una grande varietà di forme di vita vegetale. Solo recentemente sono state scoperte nuove ulteriori specie di vertebrati, celate da sempre dall’intricata vegetazione e, probabilmente, sono ancora numerose quelle da scoprire e da classificare. A ciò va aggiunta una grande moltitudine di etnie e culture umane, alcune delle quali dal futuro ancora incerto: il pensiero corre ai Pigmei in Africa o alle tante culture Indios dell’Amazzonia. Inoltre, insieme agli oceani, le foreste contribuiscono all’approvvigionamento di ossigeno presente sul Pianeta, creando quella serie di condizioni necessarie alla regolarità delle precipitazioni su scala globale, quindi ad attività umane come l’agricoltura. Di conseguenza è facile comprendere come questi ambienti risultino di estremo interesse e valore sotto il punto di vista scientifico e culturale, assicurando il perdurare della stessa vita sulla Terra.
I dati in nostro possesso, però, non sembrano riflettere questi valori: agli inizi del '900, in Africa occidentale, esistevano circa 500.000 km2 di foresta pluviale ma, nell’arco di quasi un secolo, tale estensione si è ridotta del 77,2% a causa dello sfruttamento commerciale del legname e della conversione delle foreste in terre per l’agricoltura. Il restante 22,8% è per la gran parte in via di degrado (dati FAO, 1997).
Al di là dei facili allarmismi, per lo più basati su deboli basi scientifiche, le conseguenze di lungo termine di questa rapida deforestazione non sono state ancora comprese nella loro completezza. Tuttavia questa riduzione della superficie forestale, è molto probabilmente una delle cause all’origine degli accentuati periodi di siccità che hanno colpito alcuni paesi quali il Niger, il Mali, il Burkina Faso ed il Kenya tra la fine degli anni ’90 ed i primissimi anni del 2000, rendendo ancor più critiche le già precarie economie locali.
Le cause che hanno portato nel recente passato a questa rapida riduzione della superficie forestale sono molteplici. Ad esempio, fino a metà degli anni ’90, per una ditta estera di sfruttamento forestale, l’Africa occidentale era un luogo abbastanza caro dove investire, a causa delle difficoltà dei trasporti, della cronica instabilità dei governi locali, così come del relativo valore del franco Cfa. A partire dal 1994, la sua svalutazione di circa il 50% del valore originario ed il seguente crollo dei prezzi hanno reso l’investimento estero sul taglio del legname in Africa altamente remunerativo. Poi, verso la fine degli anni ’90, a questa forte svalutazione è seguito il crollo del prezzo del caffè a Wall Street e di conseguenza nelle borse europee ed internazionali.
Il caffè (Coffea robusta) viene coltivato nelle zone di foresta dove le chiome “ad ombrello” dei grandi alberi costituiscono naturalmente un ottimale grado d’ombreggiamento e contribuiscono a mantenere un elevata umidità del terreno. In seguito al crollo dei prezzi d’acquisto del caffè di circa 3/4 del suo precedente valore di mercato (da 12.000 a meno di 4.000 franchi CFA, ovvero da circa 18,293 a 4,57 euro al sacco!) i piccoli e medi agricoltori hanno potuto constatare sulle loro tasche che, quella che era fino ad allora considerata una coltura altamente redditizia (cash crop), con questi prezzi di vendita, diveniva palesemente impossibile far quadrare i già precari bilanci familiari.
Con il risultato che gran parte degli agricoltori hanno sradicato a malincuore le proprie piantagioni, in favore di colture più redditizie e a più rapido accrescimento come ad esempio il mais o la canna da zucchero. Queste colture però, al contrario del caffè, richiedono forte illuminazione ed ecco che ettari ed ettari di foresta sono stati tagliati e dati alle fiamme con tutto ciò che questo può comportare in termini negativi di regimazione delle acque pluviali, livelli di falda e di possibile perdita di biodiversità.
Soprattutto il mais, come è noto, svolge un’azione fortemente depauperante a livello di fertilità del suolo ed in mancanza di conoscenze tecniche su come ripristinare tale fertilità perduta, nel giro di uno o due anni il raccolto risulta essere tanto scarso che non giustifica economicamente neanche il tempo impiegato per la semina, neppure in tali realtà socio-economiche. Il campo, a questo punto, viene quindi abbandonato poiché quello che era il fertile terreno forestale si è trasformato in una landa desolata e pressoché sterile. Verrà poi scelto un nuovo appezzamento di foresta ed il ciclo ricomincia...



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