DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

I cristiani con la valigia nella Penisola arabica e quelli immigrati in Israele


Vita e Pensiero n.1 gennaio-Febbraio 2010

Nei Paesi arabi cresce enormemente il numero degli immigrati, provenienti soprattutto dall'Estremo Oriente: per lo più cristiani, appartenenti all'intero arcobaleno confessionale. Le loro condizioni di vita e la tutela della libertà religiosa.

di Giuseppe Caffulli


Paradossi del nostro tempo. Da quasi tre decenni la terra che ha dato i natali all'islam e al suo Profeta è in testa alla classifica delle aree del mondo dove la presenza del cristia­nesimo sta conoscendo il massimo incremento. Non si tratta però di Un aumento legato a conversioni: in queste terre la possibilità di abbracciare la fede cristiana continua a essere illegale. L'incrementò ha le sue origini in un imponente flusso migratorio che interessa tutti i Paesi del Golfo.

In Arabia Saudita, su una popolazione di 27 milioni e mezzo di abitanti, si stima che gli immigrati siano oltre 8 milioni. Se si allarga lo sguardo agli Emirati Arabi Uniti (Eau, una federazione di sette emirati: Abu Dhabi, Ajman, Dubai, Al -Fujairah, Ras al-Khaimah, Sharjah e Umm al-Qaiwain, situati lungo la costa centro-orientale della Penisola arabica), il quadro è ancora più impressionante: su circa 6 milioni di abitanti, la popolazione locale non è più del 12-14%. Di questi immigrati, provenienti soprattutto dall'Estremo Oriente, fanno parte cristiani appartenenti all'intero arcobaleno confessionale. In termini numerici i cattolici sono oggi la maggioranza tra i cristiani presenti nei Paesi della Penisola arabica.

L'immigrazione in Arabia Saudita e nei Paesi del Golfo (oltre ad Arabia ed Eau, il fenomeno interessa Bahrain, Oman e Qatar) nasce con il boom petrolifero. A partire dagli anni Sessanta la sempre crescente richiesta di greggio e la necessità di sfruttare in maniera sempre più massiccia i pozzi di petrolio rendono necessario l'impiego di manodopera proveniente dall'estero. I primi lavoratori stranieri impiegati in questo nuovo miracolo economico provengono principalmente dal vicino Yemen, il Paese che ancora oggi, con i suoi 23 milioni di abitanti, è il vero colosso demografico della regione.

Fino agli anni Ottanta, i lavoratori yemeniti in Arabia Saudita superano probabilmente il milione. Le rimesse in denaro di questi immigrati costituiscono una parte importante del bilancio dello Stato yemenita. Con la prima Guerra del Golfo lo scenario cambia radicalmente. Il governo dello Yemen si schiera a sostegno di Saddam Hussein (che invade il Kuwait) e improvvisamente Riyadh e Sana'a si ritrovano nemiche. Nel 1991 almeno 800 mila lavoratori yemeniti vengono espulsi perché considerati una minaccia per la sicurezza nazionale. Da allora nessun lavoratore yemenita può più ottenere un permesso di lavoro in Arabia Saudita.

Amareggiati e disoccupati, i lavoratori yemeniti espulsi diventano vittime di un'altra discutibile politica saudita: l'esportazione della dottrina islamica sunnita wahabita. Con il moltiplicarsi nello Yemen di scuole coraniche wahabite (volute e finanziate appunto dall'Arabia Saudita) cresce in maniera significativa anche il coinvolgimento dei giovani yemeniti nelle organizzazioni jihadiste, con una ricaduta nefasta sul fenomeno del terrorismo internazionale di matrice islamica. Un terzo dei detenuti nella base americana di Guantanamo è yemenita. Yemenita è anche la famiglia di Osama Bin Laden, capo di Al Qaeda.

Con la cacciata dei lavoratori yemeniti si aprono nel sistema economico dell'Arabia Saudita (e di riflesso nei Paesi del Golfo, ugualmente schierati in politica estera su posizioni filo-occidentali) enormi falle. Dai primi anni Novanta il governo di Kiyadh si vede costretto, per garantire il livello di produzione del greggio (la voce petrolifera costituisce ancora oggi l'88% delle entrate dello Stato e il 90% delle esportazioni), a favorire l'immigrazione di un numero sempre crescente di lavoratori stranieri dai Paesi dell'Estremo Oriente, soprattutto India, Filippine, Pakistan.

L'accelerazione dell'economia dei Paesi del Golfo (gli Eau nel 2008 hanno conosciuto una crescita del Prodotto interno lordo del 6,8%; l'Arabia Saudita del 4,2), con la pianificazione di grandi infrastrutture e con un'imponente crescita del settore immobiliare, rendono la Penisola arabica una delle aree di più forte immigrazione a livello planetario.

La presenza cristiana

La Penisola arabica ricade sotto la giurisdizione del Vicariato d'Arabia, la circoscrizione ecclesiastica più grande del mondo: sei nazioni che si estendono su oltre 3 milioni di chilometri quadrati (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar e Yemen), con una popolazione di oltre 60 milioni di persone. Retto dal 2005 da Paul Hinder, cappuccino svizzero, succeduto al confratello italiano Bernardo Gremoli, il Vicariato d'Arabia ha superato abbondantemente i cent'anni di vita (la sede di Aden risale al 1888). L'attuale sede si trova ad Abu Dhabi, moderna capitale degli Emirati Arabi Uniti, e può contare su sessantuno sacerdoti e un centinaio di suore di sei differenti congregazioni.

Oltre all'assistenza pastorale diretta, la Chiesa gestisce otto scuole (per un totale di 16 mila studenti, il 60% dei quali musulmani), orfanotrofi e case per portatori di handicap.Fino a pochi decenni fa, il Vicariato d'Arabia si occupava principalmente dell'assistenza pastorale di poche migliaia di stranieri che si trovavano a lavorare nella Penisola: personale delle ambasciate, impiegati e funzionari di aziende straniere...

Con l'arrivo dei lavoratori stranieri, a partire dagli anni Novanta, tutto è cambiato. Non ci sono cifre ufficiali, ma le stime del Vicariato di Abu Dhabi (sulla base delle indicazioni delle ambasciate in loco), parlano di circa 1 milione e 400 mila filippini nel solo territorio dell'Arabia Saudita, per l'85% cattolici. Non si conosce con esattezza il numero degli indiani... Ma è plausibile che il numero dei soli cattolici nel regno saudita si avvicini ai 2 milioni.

Secondo gli ultimi dati, gli abitanti degli Emirati Arabi Uniti sono circa 6 milioni, di cui 5 costituiti da lavoratori stranieri. La stragrande maggioranza di questi immigrati professa l'islam (circa 3 milioni e 200 mila), ma i cristiani sarebbero oltre un milione e mezzo, di cui 580 mila cattolici. Un buon numero è di lingua araba (oltre 100 mila, 12 mila solo ad Abu Dhabi) e proviene da Libano, Siria, Giordania, Palestina e Iraq. Sono presenti decine di migliaia di cattolici di rito orientale: maroniti, melkiti, armeni, siriani, siro-malabaresi, siro-malankaresi.... Le celebrazioni si svolgono, oltre che inglese e in arabo, in malayalam, konkani, tagalog, francese, italiano, tedesco, cingalese e tamil

In Bahrein, su una popolazione di circa un milione di abitanti, i cattolici sono 65 mila. In Oman, su 3 milioni e 200 mila abitanti, i cattolici sono 120 mila. Nel Qatar, dove è stata consacrata nel 2008 la prima chiesa cattolica, su un milione e 200 mila abitanti i cattolici sono 110 mila. Difficile dare statistiche attendibili sulla globalità del fenomeno.

Secondo fonti giornalistiche, negli Emirati Arabi Uniti sarebbero presenti circa 750 mila lavoratori provenienti dall'India, 250 mila dal Pakistan, 500 mila dal Bangladesh. Un milione d'immigrati è costituito da iraniani, afghani, malaysiani, indonesiani, cinesi e giapponesi. Mezzo milione sarebbero i filippini.

Un altro mezzo milione è formato da africani e sudamericani («Gulf News», 7 ottobre 2009). Anche per le Chiese cristiane presenti in loco non è facile offrire dati attendibili a causa della grande mobilità della popolazione cattolica (alcuni lavoratori hanno permessi molto brevi); molti cattolici si trovano poi a lavorare in zone lontanissime dalla parrocchia o dalla comunità cristiana, o vivono in campi di lavoro che impediscono libertà di movimento.

Quali condizioni sociali

La condizione dei lavoratori stranieri nella Penisola arabica non è tra le più rosee. In Arabia Saudita, uno dei regimi più repressivi del mondo, la quotidianità dei lavoratori cristiani deve ogni giorno fare i conti - oltre che con la crisi economica che ha segnato anche qui una diminuzione di posti di lavoro e del livello retributivo - con la polizia religiosa (mutawwa)-, che non tollera manifestazioni pubbliche della fede. Una situazione che viene costantemente denunciata dagli organismi internazionali che si occupano di diritti umani e libertà religiosa.

Non è infrequente che nelle maglie della polizia cadano con accuse il più delle volte false o pretestuose i cristiani meno tiepidi che si adoperano per tenere viva la fede nelle comunità cristiane (vedi il caso di Brian Savio O'Connor, un cristiano indiano imprigionato nel 2004 per essere stato trovato in possesso di bibbie e libri religiosi).

A differenza di altri contesti, i lavoratori stranieri in Arabia Saudita e nei Paesi del Golfo non cercano l'integrazione. Si trovano in queste terre con l'intenzione di tornare un giorno a casa o di emigrare nuovamente verso Usa, Canada o Australia. Una norma prevede poi che non venga rinnovato il permesso di soggiorno per i lavoratori con oltre 60 anni. Ne consegue che la Chiesa d'Arabia non ha un nucleo stabile. È formata oggi da fedeli, in massima parte giovani, che nella migliore delle ipotesi restano cinque, dieci o al massimo vent'anni.

Ci sono poi gravi situazioni di squilibrio sociale. Tra i cristiani ci sono pochi facoltosi e una gran massa di poveri, senza alcuna sicurezza sociale. I lavoratori delle fasce più basse hanno scarse tutele, anche se gli Eau, all'inizio di novembre 2009, hanno firmato con il governo di Manila un protocollo d'intesa che offre maggiori protezioni ai lavoratori filippini e Peter Sutherland, speciale rappresentante del segretario delle Nazioni Unite al Forum mondiale sulla migrazione e lo sviluppo, che si è tenuto ad Atene il 4-5 novembre scorso, ha lodato i passi avanti di Abu Dhabi in materia. C'è poi un vero e proprio traffico di braccia, lavoratori che vengono portati nel Golfo clandestinamente dalle organizzazioni criminali.

E ancora la tratta delle donne, specie dalle Filippine e dall'Europa orientale, per la prostituzione. Molte vengono illuse con la promessa di un lavoro e poi si ritrovano schiave. Quelle che fuggono trovano spesso rifugio presso le organizzazioni caritative della Chiesa cattolica, che offre un servizio di assistenza psicologica e legale per chi desidera rientrare nel proprio Paese.
La crisi sta comunque toccando anche la Penisola arabica, con un rallentamento generalizzato dell'economia. Dopo anni d'inflazione attorno all'1%, nel 2008 in Arabia Saudita c'è stata un'impennata dei prezzi che ha portato l'inflazione oltre l'11%.

Il governo di Riyadh sta tentando di risolvere questa crisi con un progetto di «saudizzazione». Si vorrebbe limitare per il futuro l'ingresso di nuovi immigrati (favorendo nei fatti anche l'espulsione di milioni di operai presenti nel Paese illegalmente) per sostituirli con maestranze locali. Costretti dalla crisi, molti sauditi stanno tornando a svolgere lavori che fino a poco tempo fa ritenevano indegni o troppo faticosi, e che erano quindi affidati a lavoratori stranieri. Questa «saudizzazione» ha un risvolto anche religioso: limitare al massimo l'accesso di immigrati musulmani appartenenti allo sciitismo, la confessione musulmana da sempre in contrasto con quella sunnita praticata in maniera maggioritaria nella Penisola arabica.

I limiti della libertà religiosa

Quello della libertà religiosa è il tasto dolente in Arabia Saudita. Secondo l'annuale rapporto sulla libertà religiosa pubblicato il primo maggio scorso dalla Commissione Usa sulla libertà religiosa internazionale (Uscirf), l'Arabia Saudita rientra nei cosiddetti Paesi che destano «particolare preoccupazione» (Countries of Particular Concern). Tra i meno attenti alla libertà religiosa, ci sono anche Myanmar, Cina, Corea del Nord, Eritrea, Iran, Iraq, Nigeria, Pakistan, Sudan, Turkmenistan, Uzbekistan, Vietnam.

Per quanto concerne l'Arabia Saudita, il Rapporto riconosce qualche limitata riforma e qualche timida apertura sul versante del dialogo religioso. Ciò nonostante, il governo vieta ancora ogni forma di espressione religiosa pubblica che non rientri nella dottrina islamica sunnita e non ossequi la particolare interpretazione dell'islam wahabita. La Commissione accusa inoltre le autorità saudite di sostenere, a livello internazionale, gruppi che promuovono «un'ideologia estremista che contempla, in qualche caso, violenze contro i non islamici e contro i musulmani di diversa osservanza».

Negli Emirati e negli altri Paesi del Golfo il panorama però è diverso. La situazione è di sostanziale tolleranza religiosa, pur in un quadro di regole ben definite. Testimonianze di questa apertura sono le comunità che il Vicariato d'Arabia può contare nell'area: una parrocchia nel Bahrein e una in Qatar; sette negli Emirati: due ad Abu Dhabi, due a Dubai, una a Sharjah, una ad Al-Fujairah e una a Ras al-Khaimah; quattro parrocchie sono nell'Oman (due delle quali a Muscat). Poi ci sono quattro comunità nello Yemen, un Paese che registra progressi ma dove sono ancora aperte le ferite degli episodi di violenza nei confronti dei cristiani (basti pensare all'assassinio delle tre suore di Madre Teresa il 27 luglio 1998).

Sostanzialmente ogni emiro è libero di fare la sua politica religiosa e i cristiani si trovano a vivere in condizioni diverse a seconda dell'entità politica in cui si trovano a operare. Non dobbiamo pensare che la tolleranza religiosa e la libertà di culto siano paragonabili a quelle dell'Occidente: tutto si concentra negli spazi concessi alla parrocchia, senza possibilità di esporre simboli all'esterno e senza possibilità di fare attività pubblica. Ma per la Chiesa d'Arabia, che per bocca del suo vescovo si definisce «pellegrina», quella vissuta negli Emirati e nei Paesi del Golfo è una situazione di privilegio.

Viceversa, in Arabia Saudita l'assistenza pastorale è praticamente impossibile. I milioni di fedeli che si trovano al di là della cortina di ferro dell'islam sono raggiunti di tanto in tanto, in maniera spesso rocambolesca, da qualche sacerdote in incognito che assicura la consacrazione del pane eucaristico distribuito poi dai laici nelle varie comunità.

Le emergenze pastorali

Sul piano pastorale l'emergenza principale della Chiesa d'Arabia è legata alla carenza di strutture. Si contano parrocchie con 40 mila, perfino 100 mila fedeli. Spesso è impossibile accogliere tutti i fedeli che desiderano assistere alle celebrazioni o chiedono assistenza pastorale. È poi difficile districarsi tra gli interessi e le sensibilità dei diversi gruppi nazionali - almeno 90 - senza provocare tensioni e incomprensioni.

Il numero dei sacerdoti è limitato ed è assai difficile strappare nuovi visti per aumentarne il numero. Non è nemmeno facile reperire preti adatti alla missione in quest'area particolare: uno dei requisiti fondamentali è che parlino diverse lingue. Inoltre i fedeli vivono dispersi, lontani dalle parrocchie; molti lavorano nei villaggi che sorgono in pieno deserto, oppure sulle piattaforme petrolifere, in zone dove non è assolutamente possibile raggiungerli.

La maggior parte non ha mezzi di trasporto o non è in grado di pagare il biglietto o non ottiene il permesso dai rispettivi datori di lavoro. Una delle questioni cruciali - fa sovente notare Paul Hinder - è proprio quella di proteggere questi fedeli dalla tentazione di farsi assorbire dall'islam. Cosa che effettivamente capita: se chi è musulmano trova posti di lavoro migliori e meglio pagati, la conversione diventa per molti una strada comoda e facile di promozione sociale.

Quale sarà la sorte di questi lavoratori cristiani nei prossimi anni? Difficile dirlo. Intanto la loro presenza, a livello numerico, dipende dalla situazione politica ed economica che si andrà profilando nell'area. Il mondo in cui vivono - non lo possiamo dimenticare - è totalmente imperniato sull'islam. Tanto che allo stato attuale è difficile pensare a un'apertura sul versante dei diritti umani e della libertà religiosa, anche se la gran massa di lavoratori non musulmani nella Penisola arabica è un fatto che non si può più tacere o negare. E, prima o poi, bisognerà che qualcuno inizi a tener conto delle esigenze non solo economiche di questi cristiani con la valigia

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Giuseppe Caffulli è direttore delle riviste edite in Italia dalla Custodia di Terra Santa («Eco di Terrasanta», mensile; «Terrasanta», bimestrale), oltre che della testata online www.terrasanta.net. Da oltre un decennio si occupa di ecumenismo e dialogo tra le religioni.È autore del volume Fratelli dimentìcati.Viaggio tra i cristiani del Medio Oriente (2007)



Israele. I nuovi immigrati sotto i razzi

di Giorgio Bernardelli



Si chiamava Manee Singueanphon, aveva 33 anni. Aveva lasciato la sua famiglia in Thailandia tre anni fa, per andare a lavorare nelle serre del moshav Netiv Ha’asara, un villaggio agricolo israeliano ad appena 400 metri dal confine con la Striscia di Gaza. Proprio mentre era al lavoro nell’azienda agricola, il 18 marzo è rimasto ucciso, ferito mortalmente dalle schegge di un razzo Qassam sparato da Gaza da un gruppo di miliziani palestinesi.

Veniva dunque dall’altra parte del mondo la vittima dell’ultima fiammata di violenza che ha scosso la Terra Santa. E questa tragedia ha portato alla ribalta il volto più invisibile del conflitto che insanguina il Medio Oriente. Perché questi lavoratori nei moshav di frontiera, pur non essendo né israeliani né palestinesi, vivono comunque in prima linea, condividono le sofferenze e i rischi di questa guerra infinita.?

Non è ­un caso che la vittima sia proprio un thailandese:­ è da questo paese dell’Estremo Oriente che proviene, infatti, la stragrande maggioranza dei lavoratori che hanno preso il posto dei palestinesi come manodopera nelle serre israeliane. Un processo iniziato a metà degli anni Novanta, ma che ha avuto un’impennata in seguito alla seconda Intifada.

In Israele i thailandesi arrivano attraverso le società di manpower, le agenzie di collocamento del mercato del lavoro globale. Le aziende agricole del Negev che hanno bisogno di personale a costi competitivi per le proprie coltivazioni di fiori, frutta o ortaggi da esportazione si rivolgono, a Tel Aviv, al mediatore di una società che sta a Bangkok. Questi poi va a reclutare i contadini nei villaggi del suo paese. Va a colpo sicuro tra i proprietari di campi troppo piccoli per sfamare davvero le proprie famiglie. Propone loro di andare a lavorare nelle serre in Israele, dove­ è possibile mettere da parte un po’ di soldi. Parla loro di 50 mila dollari in cinque anni, che­ è poi il termine massimo del visto rilasciato per motivi di lavoro dalle autorità israeliane. Intanto – però – per pagare il viaggio e la "commissione" il contadino deve dare in ipoteca il proprio campo al proprietario dell’agenzia. E per il primo anno gli 800 dollari al mese che il bracciante rimanderà alla famiglia in Thailandia serviranno solo a saldare il debito.?

Che la storia di Manee Singueanphon sia andata più o meno così lo si intuisce dalle battute dei dieci compagni di lavoro intervistati all’indomani della sua morte a Netiv Ha’asara dal "Jerusalem Post". Era un uomo buono, voleva molto bene a sua moglie, hanno raccontato gli altri thailandesi al cronista, che ha subito notato una scatola di cartone in cui essi raccoglievano un po' di soldi per la vedova. Gli hanno anche detto che cosa fanno loro quando suona l’allarme perché sta arrivando il razzo Qassam: si gettano a terra e sperano che cada da un’altra parte, per poi ricominciare a lavorare.?

Quanti sono i thailandesi in questa situazione oggi in Israele? Si parla di alcune decine di migliaia. Secondo i dati dell’ufficio centrale di statistica nel 2007 – l’anno in cui Singueanphon­ è arrivato in Medio Oriente – sono entrati in Israele col visto di lavoro 10600 thailandesi. Quasi tutti maschi e per tre quarti di un’età compresa tra i 15 e i 34 anni. Nel 2008, invece, i nuovi ingressi dalla Thailandia sono scesi a 5800. Ma la stessa fonte dice anche che negli stessi due anni 16100 thailandesi hanno lasciato Israele per fare ritorno a Bangkok. Dunque – grosso modo – arrivi e partenze si equivalgono. Ed è ­un dato tipico delle dinamiche della manodopera straniera in Israele. Gli stranieri, infatti, non possono rimanere nel paese per più di cinque anni. E se perdono il posto, non potrebbero trovarne un altro in un settore diverso da quello per cui sono stati reclutati. Tutto questo, però,­ è vero solo sulla carta. Perché in realtà un sistema del genere – dettato dalla preoccupazione tutta israeliana di non intaccare per via demografica l’identità ebraica dello Stato – non­ è per niente funzionale alle esigenze del mercato del lavoro. E infatti nel paese il fenomeno dei clandestini dilaga.?

I numeri in proposito sono controversi. Le ultime stime ufficiali – diffuse dal governo Netanyahu nel dicembre scorso – parlano di un totale di 255 mila lavoratori stranieri, pari al 10,4 per cento della forza lavoro israeliana, ma con un buon 50 per cento di illegali. Ma sono molti a dire che in realtà i clandestini sono ancora di più: c’è chi parla addirittura di 370 mila lavoratori stranieri. Le professioni sono suddivise in maniera abbastanza rigida per etnia: thailandesi e nepalesi in agricoltura; filippine, ucraine e moldave come domestiche e badanti; gli indiani nei ristoranti, mentre da qualche anno i cinesi stanno superando i rumeni nell’edilizia.

C’è poi la questione dei figli degli immigrati. Per la normativa israeliana semplicemente non dovrebbero esistere: la legge dice che entro tre mesi dalla nascita i neonati devono essere riportati nel paese d’origine, pena la revoca del visto di lavoro della madre. Un sistema particolarmente duro, pensato per scoraggiare ancor più la presenza stabile degli stranieri in Israele. Molti bambini però sono rimasti. Ve ne sono 1200 che qui sono nati e cresciuti, parlano l’ebraico meglio della lingua dei loro genitori, in gran parte frequentano addirittura le scuole, ma sono clandestini. Dovevano essere espulsi, poi si è deciso di aspettare almeno sino alla fine dell’anno scolastico. Sulla questione dovrebbe pronunciarsi la corte suprema israeliana.

C’è tutto questo dietro la morte di Manee Singueanphon, il contadino thailandese che almeno per un giorno Israele ha avvertito come uno dei suoi.

© Copyright Avvenire 26 marzo 2010