DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

L’abbiamo immaginato nei secoli. La civiltà occidentale è cresciuta quasi avvinghiata all’antica e umana pretesa di guardare Dio. Di Marina Corradi

Ma Gesù, veramente, com’era? Che faccia aveva, quale sguardo, ed era bello e splendido come lo Sposo del Cantico dei Cantici, o invece era il reietto della profezia di Isaia, colui che «non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi»? Nei giorni in cui oltre un milione di pellegrini si prepara a contemplare la Sindone, nella reggia di Venaria Reale apre la mostra “Gesù. Il corpo, il volto nell’arte”. 193 opere allineate in una sorta di percorso teologico da monsignor Timothy Verdon, tra i massimi esperti mondiali di arte sacra. Da Bellini a Donatello, da Pollaiolo a Guercino a Giambologna, a Michelangelo. Mentre a Torino ci si metterà in coda per stare un attimo davanti a quel volto stampato su un sudario, a Venaria chi vorrà potrà cercare il volto di Cristo, come gli uomini nei secoli se lo sono immaginati. Dagli albori del cristianesimo, dai bassorilievi paleocristiani ai tratti rigidi e severi dell’era bizantina, all’esplosione di umanità del primo Rinascimento. Fino a quel crocefisso di Michelangelo in cui la mostra culmina, croce più alta in una “foresta di croci” – l’espressione è di monsignor Verdon – nella sala dedicata alla Passione.
Nelle stanze immense della reggia sabauda in una mattina di vigilia si lavora alacremente all’allestimento. In poche ore sono arrivati dall’Italia e dall’estero capolavori inestimabili; alcuni scortati dalla polizia; tutti imballati con cura scientifica in grandi casse di legno su cui campeggia la scritta “handle with care”, maneggiare con prudenza. Ci passi accanto quasi in punta di piedi, con la deferenza che si deve a un antico tesoro, mentre gli operai li estraggono e li sollevano e li appendono ai muri. Mantegna, Tintoretto, Veronese, ti impressiona vederti passare queste tele davanti, come ancora dopo tanti secoli vive. (Il volto di Gesù, com’era? Mentre sulle pareti della Venaria si allineano natività e crocefissioni capisci quanto profondamente la cultura occidentale sia cresciuta stretta, quasi avvinghiata a questa domanda. A questa umana antica pretesa: vedere Dio, in faccia). È la domanda di Mosè sul Sinai, a cui Dio rispose: «Nessun uomo può vedermi e vivere». Ma Gesù invece disse all’apostolo Filippo: «Chi ha visto me, ha visto il Padre». E dunque con Cristo «Dio è stato visto nella carne, e si è mescolato alla vita degli uomini», come scrisse san Giovanni Damasceno negli anni in cui l’iconoclasta Leone III, imperatore di Bisanzio, interdiva l’uso di immagini nel culto.
Dio si è mescolato agli uomini, Verbum caro factum est: dunque quel volto gli uomini insistentemente lo immaginano, lo cercano, lo dipingono, da duemila anni. Cercando di cogliere tra di loro, nei lineamenti dei fratelli, o dei figli, l’eredità di quelle fattezze.
Verbum caro factum est. “Dio prende un corpo”, è uno dei titoli dell’ordine scelto da Verdon. Ma, al principio, ci fu un istante in cui questo destino fu sospeso – come in bilico, muto, l’universo attorno a aspettare. È l’istante che Girolamo Savoldo racconta in un angelo inginocchiato davanti a una ragazza sbalordita, assorta. Il messaggero attende. È l’istante prima del sì: «Accada di me secondo la tua parola». Quando si compie la profezia del Salmo: «La Verità germoglierà dalla terra», dalla carne di una fanciulla. Accanto, una statua di legno di un anonimo del tredicesimo secolo mostra la Vergine incinta, in quella naturale positura delle donne gravide che sembrano spingere in avanti, compiaciute, il ventre.
Sarebbe nato, il Bambino, in una notte che noi ci rappresentiamo splendente. Ma alcuni artisti, scopri, già nella natività adombrano la figura dell’Uomo dei dolori – come sospesa su quel figlio la profezia di Simeone: «Egli è qui per la caduta e la resurrezione di molti in Israele…». Intanto però il bambino è lieto nella braccia di sua madre, nelle Maternità in cui, nei secoli, gli artisti lo hanno immaginato: come in quella tela del Dosso, dove Gesù gioca ai piedi della mamma, e lei ne asciuga i panni davanti alla brace. Come un bambino dei nostri, come un figlio di uomini fra noi.
Il Gesù dell’età adulta è forte e vigoroso nell’ora del Battesimo, è il Figlio in cui il Padre si è compiaciuto. Poi è colui che affascina le folle; è il giovane sconosciuto che interpella la Samaritana al pozzo nella piccola tela di Girolamo da Carpi, e le chiede da bere. E lei stupita, con l’anfora colma d’acqua in bilico sul capo, che ascolta quelle strane parole – il cielo, attorno, di un celeste denso, come gravido anch’esso di attesa. Attesa di un’ora già scritta: è la consapevolezza del commensale dell’Ultima Cena di Claret, che già ben conosce il suo destino. È nella sala viola dedicata a “Un corpo offerto per amore” che quella domanda antica (“Ma il suo volto, com’era?”) trova il suo centro gravitazionale. È nella innocenza attonita del Cristo che Giorgione dipinge con la croce sulle spalle, e un ceffo arcigno accanto che gli serra, aguzzino, una corda al collo. Ma ora il cammino del visitatore nelle sale della Venaria si arresta in un sussulto del cuore: di fronte al crocefisso di Michelangelo della chiesa fiorentina di Santo Spirito. È sollevato alto, ma è quasi piccolo, constati con meraviglia. Già al primo sguardo dà una impressione di mitezza. Di vittima offerta.

Michelangelo e la Passione
È così liscio e adolescenziale il corpo di questo Cristo, così inerme. È l’Agnello del profeta Isaia: «Come agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca». Pensi fra te alla sofferenza straziata del Crocefisso di Grünewald, alla possenza di quelli di Masaccio. Quello di Michelangelo è un Cristo quasi fanciullo, docile al volere del Padre (e forse, in questa mansuetudine, è il Cristo per noi uomini più misterioso. Cosa ricorda? Ricorda quei fanciulli colpiti da un male non curabile, immobili e miti nel loro letto d’ospedale).
E poi la morte, sotto gli oscuri cieli della Maddalena di Guercino che piange senza consolazione, come per l’eternità. L’Imbalsamazione di Giovanni Bellini: le straordinarie mani della sua Maddalena, come di sposa, che stringono quelle di Cristo morto.
La morte di Cristo, pensi, quanto realisticamente è stata rappresentata dagli uomini nei secoli. La morte, è roba nostra, la conosciamo bene, e ce la immaginiamo benissimo. È la Resurrezione invece, che ci sbalordisce. È la possenza da guerriero atride del Cristo di Rubens, che esce dalla tomba come un Agamennone che si getti nella pugna. È la incredulità del san Tommaso del Guercino, che allunga le dita proprio dentro la ferita sul costato, con l’espressione attonita di chi, pur vedendo, fatica a credere. Poi, è storia nostra, di noi che siamo venuti dopo. È Cristo nell’Eucarestia; è il Corpo mistico, la Chiesa. È la Mater misericordiae che in un’opera esposta tra le ultime accoglie sotto al manto uomini e donne: la Chiesa, noi tutti – sconosciuti, ignoti, buoni e cattivi.
Gesù, che faccia aveva? Ogni giorno quella dell’uomo che incontri. Lavoro dei cristiani rintracciarlo, disseppellirlo sotto a facce pigre o corrotte o semplicemente dimentiche, e amarlo. Che volto aveva? Forse, pensi con gli occhi ancora abbagliati di bellezza uscendo dalla Venaria, quello dello sconosciuto che incontri, e non vedi.