DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Come nasce una psicosi Inchieste archiviate, cialtroneria giornalistica e l’immagine (falsa) di un paese in cui partorire è diventato sfidare la morte

di Elisabetta Longo
Stando ai giornali, l’Annus Domini 2010 era cominciato nel segno della peggiore delle notizie. Non c’era da fidarsi neanche a nascere. In Italia. Più che declinante ottava o decima potenza mondiale, il nostro paese sembrava essersi trasformato in uno scalcinato nosocomio piantato in un cuore di tenebra africano. Padova, 11 settembre: “Niente ambulanza, neonato muore, madre in coma: aperta un’inchiesta”. Messina, 20 settembre: “Neonato in coma dopo lite fra medici”. Milano, 22 settembre: “Muore dopo aver partorito tre gemelli all’ospedale Buzzi”. Palermo, 27 settembre: “Neonato morto dopo un cesareo negato”. Scatta l’allarme malasanità nelle corsie delle partorienti e il deputato del Pd Ignazio Marino sente il dovere di protestare la propria indignazione. «Quella in sala parto – dice l’onorevole medico – è da considerare come una vera e propria emergenza, che sta mietendo vittime in una maniera allarmante».

A dirla tutta il mieter di «vittime in una maniera allarmante» era una storia già cominciata il primo giugno scorso. Quando a Locri, nella regione maglia nera del servizio sanitario nazionale, la Procura della Repubblica aveva aperto un’inchiesta per accertare le cause del decesso di un nascituro. Di lì a qualche mese, l’allarme dilagherà fino a diventare, appunto, «la vera e propria emergenza» secondo Marino. Così, in un’estate in cui non si sono registrati delitti tali da impomatare la nera di horror, la morte per parto è diventata l’unico degno rivale allo show mediatico intorno a una famosa casa a Montecarlo. Questa volta, però, il film dell’angoscia è di quelli che agitano sul serio il sonno. Come non agitarsi, infatti, quando i fatti sembra stiano lì a documentare che nascere in Italia è diventata un’impresa da guinness dei primati? Da Messina a Roma si susseguono le notizie di “risse in sala parto”. E sull’onda delle risse – da Modica a Vibo Valentia, da Policoro a Milano – storie di morti rosa e bianche dovute alla negligenza dei medici, al ritardo nell’assitenza o a parti cesarei non adeguatamente assistiti. A suggellare lo tsunami ostetrico-ginecologico interviene il 2 settembre il forum che coinvolge la redazione del più diffuso e autorevole quotidiano italiano. “Nascere in Italia oggi: ci si può ancora fidare?”. Questo è il tema illustrato in via Solferino, sede milanese del Corriere della Sera, da Claudio Crescini, uno dei vertici dell’Associazione ostetrici e ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi), nonché consigliere comunale Pd ed ex aiuto primario (dimissionario e su cui pende una denuncia per truffa) in sala parto agli Ospedali Riuniti di Bergamo. Coincidenza vuole che proprio ai Riuniti di Bergamo, tre settimane dopo il forum, si scateni lo scandalo (o presunto tale) intorno alla vicenda di una bambina nata cieca (otto mesi prima). Il 15 settembre, al culmine dell’emergenza mediatica, il ministro della Salute Ferruccio Fazio si presenta alla Camera per rispondere a un question time che impegnerà il governo a istituire subito una commissione che entro l’anno detterà le linee guida per gli interventi di urgenza nell’ambito del parto cesareo. Nel frattempo, chiede Fazio, «cerchiamo di abbassare i toni per non creare allarmismi inutili».
Peccato che l’allarme cessi solo agli inizi di ottobre. Quando il rumore delle inchieste giudiziarie scaturite dal tormentone “rissa in sala parto” lascia il posto ai più robusti rumor della cronaca politica e della nera del caso di Avetrana. Ma come sono andati veramente i fatti di questa (presunta) estate di “mostri in sala parto”? Tempi ha interpellato una delle massime autorità europee della ginecologia ed è andato a vedere come si sono conclusi due dei casi che hanno fatto più scalpore tra l’opinione pubblica in Italia.

Le indagini dopo il clamore
Milano. È stata un’emorragia interna a causare la morte della 37enne madre di tre gemelli. Era stata sottoposta a ovodonazione a Bruxelles, era previsto che partorisse a Como ma gli stessi medici comaschi l’avevano indirizzata verso il Buzzi di Milano, ospedale in cui ogni anno nascono 3.600 bambini, specializzato nella gestione di casi particolarmente complessi. Dopo la morte della donna, la denuncia è partita dal marito e all’indagine avviata dalla Procura si è subito affiancata quella della direzione generale sanitaria degli Istituti clinici di perfezionamento di Milano (di cui fa parte l’Ospedale dei bambini Buzzi). Francesco Bonaldi, direttore sanitario, riassume così a Tempi gli esiti dell’inchiesta interna: «Inizialmente la donna avrebbe dovuto partorire a Como, ma mentre la gravidanza procedeva c’è stato un accordo tra i clinici e si è deciso che il cesareo sarebbe stato eseguito nelle nostre sale. Sia perché per un parto trigemino bisogna avere tre culle a disposizione e non sempre è possibile, sia perché abbiamo un’unità di terapia intensiva neonatale. Non c’è stata nessuna negligenza. Purtroppo la morte materna si aggira intorno a un 2 per cento ogni 100 mila nascite e questa, purtroppo, è una di queste». Bonaldi respinge ogni addebito alla struttura sanitaria e richiama piuttosto l’attenzione sui seri rischi ingenerati da un clima mediatico alla ricerca di un “colpevole ad ogni costo” «Rischiamo che il medico – che ha avvocati e giornalisti fuori dalla porta della sala operatoria – non voglia più operare, non voglia più prendersi la responsabilità dei casi più difficili. Si immagini il giorno in cui davanti alla richiesta di seguire gravidanze a rischio i medici si schermissero e invitassero le pazienti a rivolgersi altrove. È drammatico, ma constatiamo che è sempre più complicato lavorare in un clima dove la fiducia reciproca viene messa a dura prova da un certo modo di dare le notizie e da una certo modo di ricorrere alla giustizia anche là dove, come nel caso in questione, non abbiamo nulla di cui rimproverarci».

Concetto che viene condiviso dal professor Gerard Visser, presidente dell’Associazione europea di medicina neonatale, nonché primario del dipartimento di ginecologia e ostetricia all’ospedale universitario di Utrecht, Olanda. «Quando i media accentuano i loro toni allarmistici e ci mettono nel mirino, nel cuore dei ginecologi – e del personale medico e paramedico in generale –si fa lentamente spazio la paura di sbagliare e di non essere all’altezza di affrontare i casi difficili o che comunque esigono l’assunzione di un rischio personale. Eppure i casi di morte materna o neonatale, come i casi di neonati con handicap, non appartengono esclusivamente alla casistica degli errori. Anzi, spesso ci troviamo davanti a eventi causati da fattori imponderabili. Perciò, è decisivo che il medico non venga screditato, né, tantomeno, criminalizzato laddove si verifichino eventi traumatici e/o decessi. Ripeto, sono eventi molto rari nelle sale parto europee, ma accadono. Non esiste un rischio zero, in medicina come in qualunque altra professione. A questo riguardo devo ammettere che mi ha un po’ sconcertato l’angoscia che ho visto negli occhi dei miei colleghi italiani, incontrati settimana scorsa per un congresso a Roma. Ho detto loro che non vedo un problema nella sanità italiana e che, anzi, devono essere orgogliosi del fatto, scientificamente e statisticamente accertato, che in materia di assistenza materna e neonatale l’Italia sopravanza l’Olanda, la Gran Bretagna, la Francia e ha standard di eccellenza di poco inferiori a quelli della Scandinavia. Pertanto parlare di “malasanità italiana”, di “caso italiano”, di “tragedie in sala parto”, mi sembra davvero un’esagerazione».

Come un’esagerazione, benché comprensibilmente dettata dall’angoscia e dal dolore per la perdita della propria compagna, è parsa la denuncia a medici e agli operatori sanitari del Buzzi. Racconta il direttore Bonaldi: «Sono stati rispettati tutti i protocolli del caso e tutti si sono prodigati per offrire ogni cura possibile alla mamma e ai tre bambini. Si trattava di una situazione controllata, non di un’emergenza. Il cesareo era stato accuratamente preparato e a occuparsi della paziente c’erano il primario di anestesia, il direttore della clinica ostetrica e il responsabile di neonatologia. E non è vero, come è stato scritto, che mancassero le sacche di sangue per far fronte all’emergenza». Il direttore ricorda che il Buzzi è un’ospedale di eccellenza e che «come in tutti i grandi ospedali, anche qui c’è una figura chiamata “risk manager” che studia i percorsi del paziente in base ai diversi tipi di rischi che questi può incontrare. Qui medici, assistenti sanitari, infermieri, hanno il compito di controllare ogni passaggio – dai farmaci già somministrati agli esami da fare non viene saltato nulla – in modo che le pazienti seguano il percorso prestabilito fino alla sala operatoria. Non dico che non possano occorrere incidenti o imprevisti. Nessuno è perfetto. Ma se nel corso di questa procedura, dove il paziente viene monitorato costantemente, capitasse un errore, allora si metterebbe in atto l’incident reporting – dove si studia la valutazione dell’incidente – e il root causes analysis, l’analisi delle cause profonde, arrivando all’individuazione del problema che ha aperto un varco all’organizzazione. È quanto è stato anche fatto nel caso in questione. E non è risultato nulla di scorretto o inesatto».

L’ambulanza c’era eccome
Un’altra storia su cui si sono accese le telecamere è stato il caso di presunta malasanità occorso nell’ospedale di Piove di Sacco in provincia di Padova. Qui, hanno scritto giornali locali e nazionali, i medici avrebbero rifiutato il ricovero a una madre incinta al settimo mese, presentatasi in pronto soccorso con le prime avvisaglie del parto. “Negata l’ambulanza”, titolava Repubblica. Dopo averla frettolosamente congedata alla donna sarebbe stato consigliato di rivolgersi a un altro ospedale. Perché “per lei lì non c’era posto”. Tutti questi fattori avrebbero causato alla gestante l’emorragia, il coma e la successiva perdita del bambino. Seguono i classici ingredienti di ogni storia che viene presentata nei termini di crudeltà e sciatteria con cui è stato presentato il caso di questa povera signora veneta. Ma l’inchiesta viene subito archiviata, perché, come racconta a Tempi Leo Padrin, presidente della quinta commissione consiliare, competente in materia sanitaria, che si è occupato dell’inchiesta amministrativa, viene appurato che nessuna delle circostanze denunciate si sono verificate come raccontato sui media. «È stato scritto che alla donna è stata rifiutata l’ambulanza e che non c’erano mezzi disponibili a trasportarla in tempi rapidi in un altro nosocomio. Falso. Due ambulanze – e precisamente Tango5 e Tango7 – erano parcheggiate davanti al pronto soccorso e pronte all’uso. È stato detto che la povera donna non è stata soccorsa e, anzi, è stata abbandonata al suo destino. Falso. La donna è stata ricoverata in pronto soccorso ed è stata quindi visitata dal medico di guardia in ginecologia che le ha fatto anche l’ecografia. Purtroppo, è stata la stessa paziente a rifiutare il ricovero nella struttura. A dimostrarlo c’è la sua firma apposta alla lettera di dimissioni. Ha preferito recarsi privatamente a Padova, a suo rischio. Ma la scelta è stata sua, fatta in modo volontario dalla donna».

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