DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
La conversione di Gabriel, dalla sinistra libertaria anticlericale alla Chiesa cattolica. Per amore di una donna (fedele al Cammino Neocatecumenale)
L'INCREDIBILE STORIA DI CLAUDE NEWMAN, IL CONDANNATO A MORTE CONVERTITO DALLA MEDAGLIA MIRACOLOSA
Nel 1943 Claude Newman si trovava in prigione a Vicksburg, in attesa della sua esecuzione. Divideva la cella con altri quattro detenuti. Una sera i cinque conversavano tra di loro quando, in un momento di silenzio, Claude notò una specie di fogliolina appesa con una cordicella al collo di uno dei prigionieri. Incuriosito domandò di cosa si trattasse. ll giovane compagno di cella rispose bruscamente: «È una medaglia». Claude chiese ulteriori spiegazioni. L'altro detenuto era cattolico, ma non sapeva spiegare il senso e lo scopo di quella medaglia, se la strappò dal collo e, bestemmiando, la buttò ai piedi di Claude gridando: «Su, prenditela!».
La settimana dopo P. O'Leary preparò, per i suoi cinque prigionieri, una lezione sul Santissimo Sacramento dell'altare. Claude gli fece comprendere che la Madre di Dio lo aveva istruito anche su questo argomento. Con il permesso del sacerdote, iniziò a spiegare: «La Madonna mi ha detto che l'Ostia ha solo l'apparenza di un pezzo di pane, ma in verità è suo Figlio. Ella mi ha anche spiegato che Gesù rimane solo per breve tempo dentro di me, come rimase dentro di lei prima della sua nascita a Betlemme. Perciò dovrei passare il tempo con lui come ha fatto lei durante la sua vita: amandolo, adorandolo, lodandolo, chiedendo la sua benedizione e ringraziandolo. In quei minuti non dovrei pensare a nessuno e a nulla, ma passare il tempo con lui solo».
Il sacrificio d'amore per un caso disperato
Salvato all'ultimo momento
La conversione secondo Benedetto XVI
«Io, sciita, sedotto da Cristo»
«Un racconto terrificante». Così il think tank francese «Liberté politique» ha definito un libro che sta facendo scalpore in Francia, dove ne hanno parlato il settimanale Express, il quotidiano Parisien, e alcune grandi tv.
Già, perché non è cosa di tutti i giorni ascoltare dalla viva voce di un convertito dall’islam la storia del suo incontro con il cristianesimo e le sue vicende per diventare cristiano sotto il peso di fortissime pressioni famigliari e sociali, che sono sfociate anche nella violenza.
È quello che fa Mohammed Moussaoui, uno sciita iracheno rifugiato da anni in Francia dopo aver incontrato il cristianesimo durante la decennale guerra contro il nemico Iran, ai tempi di Saddam Hussein.
Il suo libro «Le prix à payer» (Oeuvre) è scritto in prima persona, e racconta appunto «il prezzo da pagare» per lasciare l’islam e abbracciare Cristo.
A quel tempo – aveva 23 anni – Mohammed era in servizio nell’esercito a Bassora e casualmente (o provvidenzialmente) il suo vicino di stanza era cristiano, Massoud.
Un confronto reciproco sulle rispettive religioni spinse Mohammed a prendere in mano finalmente il Corano e a leggerlo di persona. «Il comportamento e la vita del Profeta non mi sembravano esemplari» spiega oggi in un’intervista.
Il confronto, prima discreto, poi aperto, con Massoud lo porta a leggere il Vangelo. E qui scopre, con sorpresa, la conferma di un sogno riguardante il «pane di vita» fatto nei giorni precedenti.
Ma la decisione di farsi cristiano resta per Mohammed un tabù in famiglia, dove non dice niente della sua nuova appartenenza religiosa. Sono i famigliari a scoprire la sua nuova identità cristiana, cosa che costringe il neo-cristiano a rifugiarsi in Giordania, dove però è raggiunto dai fratelli e dallo zio che cercano addirittura di ucciderlo.
La vicenda di Mohammed, ora diventato Joseph con il battesimo, non è un caso isolato: secondo le ultime cifre fornite dal Servizio nazionale per il catecumenato dei vescovi francesi, il 5% dei battezzati adulti (quest’anno 2903) vengono dall’islam.
In Italia – secondo le statistiche della Cei – sono circa il 2% dei 1500 catecumeni coloro che sono passati dall’islam al cattolicesimo.
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il Papa: La quaresima è un battesimo, un'immersione nella volontà di Dio, seguendo Cristo con umiltà per partecipare alla sua vittoria sul peccato
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OMELIA DEL SANTO PADRE
Venerati Fratelli nell’episcopato,
cari fratelli e sorelle!
Con questa commovente invocazione, tratta dal Libro della Sapienza (cfr 11,23-26), la liturgia introduce la celebrazione eucaristica del Mercoledì delle Ceneri. Sono parole che, in qualche modo, aprono l’intero itinerario quaresimale, ponendo a suo fondamento l’onnipotenza d’amore di Dio, la sua assoluta signoria su ogni creatura, che si traduce in indulgenza infinita, animata da costante e universale volontà di vita. In effetti, perdonare qualcuno equivale a dirgli: non voglio che tu muoia, ma che tu viva; voglio sempre e soltanto il tuo bene.
Questa assoluta certezza ha sostenuto Gesù durante i quaranta giorni trascorsi nel deserto della Giudea, dopo il battesimo ricevuto da Giovanni nel Giordano. Quel lungo tempo di silenzio e di digiuno fu per Lui un abbandonarsi completamente al Padre e al suo disegno d’amore; fu esso stesso un “battesimo”, cioè un’“immersione” nella sua volontà, e in questo senso un anticipo della Passione e della Croce. Inoltrarsi nel deserto e rimanervi a lungo, da solo, significava esporsi volontariamente agli assalti del nemico, il tentatore che ha fatto cadere Adamo e per la cui invidia la morte è entrata nel mondo (cfr Sap 2,24); significava ingaggiare con lui la battaglia in campo aperto, sfidarlo senza altre armi che la fiducia sconfinata nell’amore onnipotente del Padre. Mi basta il tuo amore, mi cibo della tua volontà (cfr Gv 4,34): questa convinzione abitava la mente e il cuore di Gesù durante quella sua “quaresima”.
Non fu un atto di orgoglio, un’impresa titanica, ma una scelta di umiltà, coerente con l’Incarnazione ed il Battesimo nel Giordano, nella stessa linea di obbedienza all’amore misericordioso del Padre, che ha “tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito” (Gv 3,16).
Tutto questo il Signore Gesù lo ha fatto per noi. Lo ha fatto per salvarci, e al tempo stesso per mostrarci la via per seguirlo. La salvezza, infatti, è dono, è grazia di Dio, ma per avere effetto nella mia esistenza richiede il mio assenso, un’accoglienza dimostrata nei fatti, cioè nella volontà di vivere come Gesù, di camminare dietro a Lui. Seguire Gesù nel deserto quaresimale è dunque condizione necessaria per partecipare alla sua Pasqua, al suo “esodo”.
Adamo fu cacciato dal Paradiso terrestre, simbolo della comunione con Dio; ora, per ritornare a questa comunione e dunque alla vera vita la vita eterna, bisogna attraversare il deserto, la prova della fede.
Non da soli, ma con Gesù! Lui – come sempre – ci ha preceduto e ha già vinto il combattimento contro lo spirito del male. Ecco il senso della Quaresima, tempo liturgico che ogni anno ci invita a rinnovare la scelta di seguire Cristo sulla via dell’umiltà per partecipare alla sua vittoria sul peccato e sulla morte.
In questa prospettiva si comprende anche il segno penitenziale delle Ceneri, che vengono imposte sul capo di quanti iniziano con buona volontà l’itinerario quaresimale.
E’ essenzialmente un gesto di umiltà, che significa: mi riconosco per quello che sono, una creatura fragile, fatta di terra e destinata alla terra, ma anche fatta ad immagine di Dio e destinata a Lui. Polvere, sì, ma amata, plasmata dal suo amore, animata dal suo soffio vitale, capace di riconoscere la sua voce e di rispondergli; libera e, per questo, capace anche di disobbedirgli, cedendo alla tentazione dell’orgoglio e dell’autosufficienza.
Ecco il peccato, malattia mortale entrata ben presto ad inquinare la terra benedetta che è l’essere umano. Creato ad immagine del Santo e del Giusto, l’uomo ha perduto la propria innocenza ed ora può ritornare ad essere giusto solo grazie alla giustizia di Dio, la giustizia dell’amore che – come scrive san Paolo – “si è manifestata per mezzo della fede in Cristo” (Rm 3,22). Da queste parole dell’Apostolo ho tratto lo spunto per il mio Messaggio, rivolto a tutti i fedeli in occasione di questa Quaresima: una riflessione sul tema della giustizia alla luce delle Sacre Scritture e del loro compimento in Cristo.
Anche nelle letture bibliche del Mercoledì delle Ceneri è ben presente il tema della giustizia. Innanzitutto, la pagina del profeta Gioele e il Salmo responsoriale – il Miserere – formano un dittico penitenziale, che mette in risalto come all’origine di ogni ingiustizia materiale e sociale vi sia quella che la Bibbia chiama “iniquità”, cioè il peccato, che consiste fondamentalmente in una disobbedienza a Dio, vale a dire una mancanza d’amore. “Sì – confessa il Salmista – le mie iniquità io le riconosco, / il mio peccato mi sta sempre dinanzi. / Contro te, contro te solo ho peccato, / quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto” (Sal 50/51,5-6). Il primo atto di giustizia è dunque riconoscere la propria iniquità, e riconoscere che questa è radicata nel “cuore”, nel centro stesso della persona umana.
I “digiuni”, i “pianti”, i “lamenti” (cfr Gl 2,12) ed ogni espressione penitenziale hanno valore agli occhi di Dio solo se sono segno di cuori sinceramente pentiti. Anche il Vangelo, tratto dal “discorso della montagna”, insiste sull’esigenza di praticare la propria “giustizia” – elemosina, preghiera, digiuno – non davanti agli uomini, ma solo agli occhi di Dio, che “vede nel segreto” (cfr Mt 6,1-6.16-18).
La vera “ricompensa” non è l’ammirazione degli altri, ma l’amicizia con Dio e la grazia che ne deriva, una grazia che dona pace e forza di compiere il bene, di amare anche chi non lo merita, di perdonare chi ci ha offeso.
La seconda lettura, l’appello di Paolo a lasciarsi riconciliare con Dio (cfr 2 Cor 5,20), contiene uno dei celebri paradossi paolini, che riconduce tutta la riflessione sulla giustizia al mistero di Cristo. Scrive San Paolo: “Colui che non aveva conosciuto peccato – cioè il suo Figlio fatto uomo –, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2 Cor 5,21). Nel cuore di Cristo, cioè nel centro della sua Persona divino-umana, si è giocato in termini decisivi e definitivi tutto il dramma della libertà. Dio ha portato alle estreme conseguenze il proprio disegno di salvezza, rimanendo fedele al suo amore anche a costo di consegnare il Figlio unigenito alla morte, e alla morte di croce. Come ho scritto nel Messaggio quaresimale, “qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana … Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia «più grande», che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10)”.
Cari fratelli e sorelle, la Quaresima allarga il nostro orizzonte, ci orienta verso la vita eterna. In questa terra siamo in pellegrinaggio, non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura dice la lettera agli ebrei. La Quaresima fa capire la relatività dei beni di questa terra e così ci rende capaci per le rinunce necessarie, liberi per fare il bene. Apriamo la terra per la luce del cielo, per la presenza di Dio in mezzo a noi. Amen
© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
Il Papa: la conversione non è una semplice decisione morale ma è una scelta di fede in misura alta, un'immersione nel Mistero Pasquale
Cari fratelli e sorelle!
iniziamo oggi, Mercoledì delle Ceneri, il cammino quaresimale: un cammino che si snoda per quaranta giorni e che ci porta alla gioia della Pasqua del Signore. In questo itinerario spirituale non siamo soli, perché la Chiesa ci accompagna e ci sostiene sin dall’inizio con la Parola di Dio, che racchiude un programma di vita spirituale e di impegno penitenziale, e con la grazia dei Sacramenti.
Sono le parole dell’apostolo Paolo ad offrirci una precisa consegna: “Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio…Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!” (2Cor 6,1-2). In verità, nella visione cristiana della vita ogni momento deve dirsi favorevole e ogni giorno deve dirsi giorno di salvezza, ma la liturgia della Chiesa riferisce queste parole in un modo del tutto particolare al tempo della Quaresima. E che i quaranta giorni in preparazione della Pasqua siano tempo favorevole e di grazia lo possiamo capire proprio nell’appello che l’austero rito dell’imposizione delle ceneri ci rivolge e che si esprime con due formule: “Convertitevi e credete al vangelo!”, “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”.
Il primo richiamo è alla conversione, parola da prendersi nella sua straordinaria serietà, cogliendo la sorprendente novità che essa sprigiona. L’appello alla conversione, infatti, mette a nudo e denuncia la facile superficialità che caratterizza molto spesso il nostro vivere. Convertirsi significa cambiare direzione nel cammino della vita: non, però, con un piccolo aggiustamento, ma con una vera e propria inversione di marcia. Conversione è andare controcorrente, dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio, che spesso ci trascina, ci domina e ci rende schiavi del male o comunque prigionieri della mediocrità morale. Con la conversione, invece, si punta alla misura alta della vita cristiana, ci si affida al Vangelo vivente e personale, che è Cristo Gesù. E’ la sua persona la meta finale e il senso profondo della conversione, è lui la via sulla quale tutti sono chiamati a camminare nella vita, lasciandosi illuminare dalla sua luce e sostenere dalla sua forza che muove i nostri passi. In tal modo la conversione manifesta il suo volto più splendido e affascinante: non è una semplice decisione morale, che rettifica la nostra condotta di vita, ma è una scelta di fede, che ci coinvolge interamente nella comunione intima con la persona viva e concreta di Gesù. Convertirsi e credere al Vangelo non sono due cose diverse o in qualche modo soltanto accostate tra loro, ma esprimono la medesima realtà. La conversione è il “sì” totale di chi consegna la propria esistenza al Vangelo, rispondendo liberamente a Cristo che per primo si offre all’uomo come via, verità e vita, come colui che solo lo libera e salva. Proprio questo è il senso delle prime parole con cui, secondo l’evangelista Marco, Gesù apre la predicazione del “Vangelo di Dio”: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15).
Il “convertitevi e credete al vangelo” non sta solo all’inizio della vita cristiana, ma ne accompagna tutti i passi, permane rinnovandosi e si diffonde ramificandosi in tutte le sue espressioni. Ogni giorno è momento favorevole e di grazia, perché ogni giorno ci sollecita a consegnarci a Gesù, ad avere fiducia in Lui, a rimanere in Lui, a condividerne lo stile di vita, a imparare da Lui l’amore vero, a seguirlo nel compimento quotidiano della volontà del Padre, l’unica grande legge di vita. Ogni giorno, anche quando non mancano le difficoltà e le fatiche, le stanchezze e le cadute, anche quando siamo tentati di abbandonare la strada della sequela di Cristo e di chiuderci in noi stessi, nel nostro egoismo, senza renderci conto della necessità che abbiamo di aprirci all’amore di Dio in Cristo, per vivere la stessa logica di giustizia e di amore. Nel recente Messaggio per la Quaresima ho voluto ricordare che “Occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’amore di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare” (L'Oss. Rom. 5 febbraio 2010, p. 8).
Il momento favorevole e di grazia della Quaresima ci mostra il proprio significato spirituale anche attraverso l’antica formula: Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai, che il sacerdote pronuncia quando impone sul nostro capo un po’ di cenere. Veniamo così rimandati agli inizi della storia umana, quando il Signore disse ad Adamo dopo la colpa delle origini: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!” (Gen 3,19). Qui, la parola di Dio ci richiama alla nostra fragilità, anzi alla nostra morte, che ne è la forma estrema. Di fronte all’innata paura della fine, e ancor più nel contesto di una cultura che in tanti modi tende a censurare la realtà e l’esperienza umana del morire, la liturgia quaresimale, da un lato, ci ricorda la morte invitandoci al realismo e alla saggezza, ma, dall’altro lato, ci spinge soprattutto a cogliere e a vivere la novità inattesa che la fede cristiana sprigiona nella realtà della stessa morte.
L’uomo è polvere e in polvere ritornerà, ma è polvere preziosa agli occhi di Dio, perché Dio ha creato l’uomo destinandolo all’immortalità. Così la formula liturgica “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai” trova la pienezza del suo significato in riferimento al nuovo Adamo, Cristo. Anche il Signore Gesù ha liberamente voluto condividere con ogni uomo la sorte della fragilità, in particolare attraverso la sua morte in croce; ma proprio questa morte, colma del suo amore per il Padre e per l’umanità, è stata la via per la gloriosa risurrezione, attraverso la quale Cristo è diventato sorgente di una grazia donata a quanti credono in Lui e vengono resi partecipi della stessa vita divina. Questa vita che non avrà fine è già in atto nella fase terrena dell’esistenza, ma sarà portata a compimento dopo “la risurrezione della carne”. Il piccolo gesto dell’imposizione delle ceneri ci svela la singolare ricchezza del suo significato: è un invito a percorrere il tempo quaresimale come un’immersione più consapevole e più intensa nel mistero pasquale di Gesù, nella sua morte e risurrezione, mediante la partecipazione all’Eucaristia e alla vita di carità, che dall’Eucaristia nasce e nella quale trova il suo compimento. Con l’imposizione delle ceneri noi rinnoviamo il nostro impegno di seguire Gesù, di lasciarci trasformare dal suo mistero pasquale, per vincere il male e fare il bene, per far morire il nostro “uomo vecchio” legato al peccato e far nascere l’”uomo nuovo” trasformato dalla grazia di Dio.
Cari amici! Mentre ci apprestiamo ad intraprendere l’austero cammino quaresimale, vogliamo invocare con particolare fiducia la protezione e l’aiuto della Vergine Maria. Sia Lei, la prima credente in Cristo, ad accompagnarci in questi quaranta giorni di intensa preghiera e di sincera penitenza, per arrivare a celebrare, purificati e completamente rinnovati nella mente e nello spirito, il grande mistero della Pasqua del suo Figlio.
Fulminati. Così un libro racconta le cadute da cavallo di dieci convertiti illustri e a noi contemporanei
ai credenti il mercoledì delle ceneri.
Ogni cristiano è chiamato a convertirsi
ogni giorno. Deve convertirsi, chi crede,
per non cadere nell’indifferenza, nella
tiepidezza, nel baratro del peccato. “Chi
sta in piedi, guardi di non cadere”,
ammonisce l’apostolo, per ricordarci che
nulla è guadagnato per sempre. Per
ricordarci che bisogna sempre
riprendere in mano la propria vita,
ritrovando il sentiero. L’esperienza della
conversione è dunque abituale, per i
credenti che hanno una qualche
consapevolezza del loro limite e della
loro fragilità. Ma è anche l’esperienza di
molti che non credevano, di persone che
più che badare di non cadere, tentano di
rialzarsi. Nel suo bellissimo “Nuovi
cristiani d’Europa” (Lindau), Lorenzo
Fazzini ci descrive proprio questo: la
storia di dieci conversioni dei nostri
giorni. Dieci persone in vista,
“importanti”, raccontano come e perché
si sono convertite. Alcuni sono
“ricomincianti”: avevano abbandonato la
fede della loro infanzia, e sono tornati a
riscoprirla, dopo aver assaporato altre vie
e sperimentato altre risposte. Sono
personaggi come Dante: persi nella selva,
devono ritrovare il sentiero che porta al
colle. Un colle illuminato, che altre volte
avevano visto e contemplato, ma di cui
poi avevano perso il ricordo. Poi ci sono i
“fulminati”, come san Paolo, che si sono
convertiti all’improvviso, d’un tratto, in
un attimo di tempo che si è stampato
nella loro mente per la sua unicità. Si
sentivano nel baratro, il loro occhio era
abituato alla tenebra, ma a un certo
punto hanno intravisto la luce, e l’hanno
seguita. C’è davvero un “prima” e un
“dopo”, racconta il celebre scrittore
francese Eric-Emmanuel Schmitt, “nel
senso che dal momento in cui ho creduto
in Dio tutto è cambiato”. “Quello che era
angoscia ora è diventata fiducia, il
disinteresse per l’altro è divenuto
interesse, quello che era sofferenza a
causa dell’altro ha cessato di esserlo”. La
vita di Schmitt è cambiata durante due
notti diverse: nella prima, persosi nel
deserto del Sahara, senza cibo né acqua,
Dio gli si è rivelato attraverso la sua
debolezza e, forse, la magnificenza del
creato; nella seconda, diversi anni dopo,
Eric Schmitt ha letto tutti e quattro i
Vangeli di seguito, e ne è rimasto
sconvolto. I fulminati come lui, mi sembra
di capire, sono persone che a un certo
punto sentono un invito potente, e
decidono di rispondere, ritengono che sia
necessario “buttarsi”, scommettere.
Convertirsi significa per loro girare una
pagina su cui si era fermi da tempo. Una
pagina magari noiosa e vuota, ma a cui ci
si può affezionare per paura, per pigrizia,
perché si intravede che il girarla potrà
sconvolgere l’esistenza. Per voltare
pagina ci vogliono coraggio, umiltà e
occorre possedere già un po’ di fede nella
possibilità del Bene. Bisogna già
possedere, come scrive uno dei tanti
convertiti che fanno capolino nel libro, la
speranza che “la vita non si riduca, alla
fine, a una miriade di eventi perduti”.
Una speranza che sia così umile da
permetterti di riconoscere gli sbagli del
passato, senza che essi siano il freno che
paralizza la volontà, e la disperde verso
nuove illusioni orgogliose. Non è un caso
che i più accaniti nemici della fede siano
sovente coloro che hanno creduto in una
ideologia fallita, e che nonostante ciò non
si ricredono, non rivedono le loro
posizioni, ma al contrario rafforzano il
loro rancore verso Dio. A muovere i
fulminati c’è un’altra speranza ancora,
quella nel perdono, nella redenzione. Per
convertirsi occorre sentirsi colpevoli,
sentire il proprio peccato, ma soprattutto
credere che esso può essere perdonato.
Tra i convertiti intervistati da Fazzini ve
ne sono alcuni che hanno avuto un
esperienza mistica, improvvisa; altri che
sono approdati alla fede attraverso la
ragione, lo studio, la riscoperta
dell’origine cristiana di valori di cui la
cultura atea si è impadronita,
smarrendone però il vero significato.
Valori che separati da Cristo, loro origine,
sono “come la foglia che cade
dall’albero”: “Essa per un attimo ci è
sembrata libera, ma alla fine, con
l’inverno, è marcita”. E vi sono
personaggi che hanno trovato la fede
grazie alla bellezza. “Folgorato davanti a
un crocefisso”: è l’avventura del filosofo
francese Fabrice Hadjadj, “che ha
ricevuto il battesimo nella celebre
abbazia di Solesmes, nota per la
tradizione del canto gregoriano ivi
custodita”. Ci si converte quando si
scopre qualcosa di bello che ci richiama,
dice Hadjadj, o quando siamo colti da
una “disperazione così profonda che ci
assicura che non possiamo darci la gioia
da noi stessi e dobbiamo quindi gridare
verso un Salvatore”. Non è così anche per
chi è già cristiano? La bellezza di ciò che
abbiamo genera gratitudine per Colui che
ci ha donato tutto, la paura ci spinge a
cercare aiuto. In entrambi i casi
sperimentiamo la dipendenza da Dio e ci
convertiamo a Lui. La ragione può
trovare Dio, ma è la fede che rilancia e
illumina la ragione, perché il dogma “è
una mano tesa e provvista di ali che può
elevare l’intelligenza verso ricchezze
inesauribili”. Alle quali, conclude Lindo
Ferretti nell’ultima intervista del libro, ci
richiama il contatto con le bellezze del
Creatore e con una liturgia che non abbia
perso, come purtroppo spesso accade, il
senso del sacro, il “timor di Dio”, la
capacità di far intravedere il Mistero.
Francesco Agnoli
Il Foglio 4 febbraio 2010
Sant'Agostino in TV: CONVERSIONE: CASO SERIO, NON UN SALVAGENTE
« M
olti credenti vogliono sapere se Dio seduce ancora, se ha ancora gesti e parole capaci di catturare il cuore, se una seconda opportunità è offerta alla loro storia di indecisioni. Vogliono sapere se Dio parla ancora il linguaggio della bellezza e della gioia » .
Così, nella prefazione a un libro di qualche anno fa, si esprimeva don Ermes Ronchi, apprezzato maestro spirituale che i lettori di ' Avvenire' ben conoscono per i suoi commenti al Vangelo. Il successo della fiction su sant’Agostino, proposta dalla Rai ieri e domenica sera, conferma che questa nostalgia di un Dio capace di sconvolgere la vita, affascinando nel profondo della mente e del cuore, è ancora viva e bruciante. Pur in un contesto culturale come il nostro – che non di rado guarda alla conversione come a un gesto, tardivo e sospetto, da ' voltagabbana' – la vicenda di Agostino, uno dei tanti convertiti di cui è costellata la storia del cristianesimo, pur vecchia di sedici secoli, parla ancora.
Anche oggi. Un malinteso concetto di dialogo interreligioso ha fatto sì che, anche in casa cattolica, venga talora svalutata la tensione all’annuncio del « proprium » del cristianesimo e, di conseguenza, tacitata la voce dei convertiti perché considerata politicamente scorretta. Per contro, si ha la sensazione che la testimonianza della fede si traduca, talvolta, in un’apologetica ruvida, che usa la conversione come arma impropria all’indirizzo degli ' infedeli'. A rendere fuorviante il significato autentico di tale scelta è il trattamento mediatico di alcune ' conversioni' ( queste sì sospette) ad opera di star del cinema o del jet- set, cui basta l’incontro con un prete o la lettura di un brano biblico per proclamare ai quattro venti la decisione di cambiare vita. Quasi che la conversione fosse l’equivalente religioso di una ' second life', da attivare all’indomani di una cocente delusione d’amore o di un tracollo finanziario. La conversione, insomma, come ' salvagente psicologico' quando la barca della vita finisce sotto i flutti di tempeste altrimenti ingovernabili. La storia di Agostino ci ricorda che la conversione cristiana è un fatto terribilmente serio.
Imprevedibile, perché il regista è Dio. Un evento che chiama in causa l’esistenza intera, chiede radicalità di scelte e impone un distacco totale dalle ' cose di prima'. In una scena del film, al giovane Agostino in partenza per Cartagine, la madre Monica augura « Che Dio sia con te » ; al che il figlio, non ancora raggiunto dalla luce della fede, risponde dicendo di bastare a se stesso. Ebbene, il segreto autentico della conversione di cui ci parla il Vangelo è questo: abbracciare un’esistenza in cui non si basta più a se stessi e, al contrario, solo Dio basta. « Ci hai creati per te, Signore – recita il celeberrimo passo delle « Confessioni » – e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te'. Chissà.
Forse l’impatto con un credente della statura di Agostino contribuirà a ridestare la nostalgia del Dio che da ' totalmente altro' si fa amico compagno di strada.
Non soltanto in qualche ' lontano' seriamente in ricerca, ma anche nel cuore di tanti credenti tiepidi. Come siamo tutti.
Avvenire 2 febbraio 2010
