DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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La conversione di Gabriel, dalla sinistra libertaria anticlericale alla Chiesa cattolica. Per amore di una donna (fedele al Cammino Neocatecumenale)







Cresciuto in una famiglia dove la bibbia era Il capitale di Marx, Gabriel “Gabi” Martinez, economista spagnolo oggi 52enne, ha vissuto mezza vita da militante della sinistra estrema, fiancheggiando l’Eta e seguendo uno stile di vita radicalmente “liberal” e anticlericale. Per cadere infine vinto nelle braccia della sua peggior nemica: la Chiesa cattolica. Aveva scoperto, come ha spiegato recentemente alla tv spagnola, che ciò che odiava era in realtà l’unica cosa in grado di risolvere «la mia insoddisfazione».

L’IDEALE DEL PIACERE. «Mio padre era per la società proposta dagli ideologi marxisti», racconta Martinez a tempi.it. «Perciò l’educazione ricevuta in casa nostra non poteva che essere all’insegna dell’uguaglianza e della libertà: le aziende dovevano essere guidate dai lavoratori, tutti i membri di una famiglia avere lo stesso peso, senza alcuna autorità sovrapposta». Ma quella libertà, comprende oggi l’economista convertito, non era altro che uno strumento per raggiungere un ideale del tutto borghese dato che «la comunità così concepita serviva solo al benessere del singolo». Era in un certo senso logico che questo si traducesse per lui in un’adolescenza vissuta cercando «tutto il piacere possibile: marijuana, alcol, sesso, furto».

LA CRESIMA E L’ETA. Quando però il padre perse il lavoro e la famiglia cambiò città, continua Martinez, accadde un fatto; la prova, secondo lui, che «Dio già lavorava». Tutte le scuole erano piene e il giovane Gabi fu iscritto in un istituto cattolico. Anche lui come i compagni volle ricevere i sacramenti, e quando per caso incontrò un sacerdote dal quale si sentì amato decise di chiedere anche la cresima. Fino a 16 anni, comunque, la sua vita è stata «come quella di un qualsiasi giovane di una famiglia non credente. Ma poi le mie amicizie con persone di ideologia libertaria si ampliarono. Cominciai a interessarmi a quella cultura e a collaborare politicamente con la sinistra radicale. Alcuni dei miei amici appartenevano a partiti vicini all’Eta, e con loro partecipai a qualche attività locale, per fortuna senza mai nuocere fisicamente a nessuno».

UNA VITA SENZA INIBIZIONI. Non erano certo le riflessioni esistenziali la sua occupazione principale. Di quegli anni Martinez ricorda solo che «non pensavo più che Dio esistesse e che non fosse necessario perdere tempo in queste cose». Il ragazzo militava a sinistra e per il resto del tempo pensava solo «al sesso, alla musica e alla droga». Se riuscì comunque a laurearsi in economia fu esclusivamente per il grande sforzo «motivato solo dai vantaggi economici che avrei potuto raggiungere». Nel frattempo si convinceva sempre di più che «qualsiasi pratica fosse buona, fumare marijuana o altre droghe, fare sesso senza impegno, anche con la donna di un amico senza bisogno di nasconderlo, promuovendo rivolte contro i poteri istituzionali, il governo e la Chiesa». Adesso Martinez si sente di dover ringraziare Dio: «È stato Lui che non mi ha permesso di cadere nelle droghe pesanti. Già allora probabilmente mi stava preparando a una conversione radicale».

L’AMORE PER ANGELA. Di lì a poco, infatti, il giovane rivoluzionario si innamorerà di Angela, una donna cattolica. «Mi attirava tutto quello che era fuori dall’ordinario – spiega Martinez – e quella donna era una sfida per me: che fosse cattolica non era un problema, pensavo, in breve avrebbe cambiato idea. Ma non andò così. Al contrario, fui io a vedere in lei un modo di vivere che mi interrogava e mi attraeva. Aveva un modo diverso di rapportarsi con le persone, non faceva alcuna distinzione tra di loro, non parlava mai male di nessuno, dava i soldi ai poveri. E poi era allegra e si divertiva senza bere alcol, era un’altra cosa. Quando mio padre mi scoprì voleva uccidermi: “Gabriel, ti hanno ingannato”, mi diceva». Martinez era stato educato a pensare che la religione fosse l’oppio dei popoli, una volta lo aveva perfino scritto in grande sul muro di una Chiesa. Ovvio che con Angela «furono tre anni duri. Discutevamo e io cercavo di dimostrarle che le sue erano illusioni. Non la lasciai solo perché ero innamorato». Quella ragazza «viveva la fede seguendo il cammino neocatecumenale: parlava molto della Chiesa, dei sacerdoti, del Papa, e questo mi uccideva e mi ingelosiva. E in fondo pensavo che il suo essere cattolica, l’osservare i comandamenti e la legge della Chiesa sarebbe finito presto».
UN AUT AUT LIBERANTE. Invece fu lui a cambiare idea. «Cominciai a fare soldi, facevo affidamento sul “dio denaro” come base della mia felicità e questo mi spinse lontano dall’ideologia politica. Intanto Dio, con questa donna, veniva a liberarmi da ogni schiavitù, che mi legava alle cose materiali. Vivevo una doppia vita contrapposta alle mie convinzioni marxiste, e tutto quello che pensavo io era incoerente con lo stile di vita della mia ragazza: era tutto un caos». La situazione divenne insostenibile, finché la donna, su consiglio delle sue guide spirituali, si decise a mettere Martinez davanti a un aut aut. «O provavo a partecipare agli incontri che frequentava lei o ci saremmo lasciati. Può apparire come una cosa contraria alla libertà, ma oggi io ringrazio per essere stato messo davanti a quella alternativa: ha salvato il nostro rapporto, che dura ancora oggi». Quello è stato il cedimento finale, quando «l’amore ha vinto l’orgoglio».

UNA CHIESA DIVERSA. Del resto Martinez era ancora convinto che nulla in fondo sarebbe cambiato per lui: «Semplicemente dovevo frequentare una catechesi due giorni alla settimana». Solo che, messo piede in chiesa dopo anni di assenza, l’ormai ex libertino ha scoperto qualcosa che nessuno gli aveva mai detto: «C’era un Dio che mi mi amava molto, e Qualcuno si era lasciato maltrattare fino alla morte affinché potessi essere felice. Il suo unico figlio Gesù Cristo mi ha dimostrato che la mia mancanza di felicità era stata prodotta dai miei peccati». Era una Chiesa completamente diversa da quella contro cui Martinez si era sempre battuto: «Voleva essere una casa per me, dove poter essere felice mettendo in pratica il Vangelo, la Parola di Dio. Mi parlavano di qualcuno che aveva vissuto così, la Vergine stessa, mi hanno aperto gli occhi su un Dio con potere immenso e un amore che non avevo mai conosciuto».

NULLA DA RINNEGARE. Adesso Martinez è sposato «felicemente con 4 bambini, sono sempre stato felice, con o senza soldi», e adesso «credo nella fedeltà del matrimonio, nel rispetto della vita del nascituro, nell’accoglienza degli anziani in famiglia, nel rispetto del ricco e del povero, del datore di lavoro e del dipendente» e «nel dire senza nessuna paura la verità quando necessario, che questo sia opportuno o inopportuno, a chi vuole ascoltare e a chi no». Ma ovviamente non è finita perché «ho bisogno di preghiera quotidiana, della confessione, dell’Eucaristia, della Parola di Dio. Così posso continuare a camminare e alzarmi ogni volta che cado». Con il conforto «della Chiesa e della Vergine Maria, che ho imparato a conoscere e che mi sostiene nei momenti difficili, come fece mia madre in vita, che tanto mi ha amato nella sua debolezza». Perché nulla in questa rivoluzione radicale è da rinnegare, nemmeno «il mio santo padre che è stato uno strumento necessario per la mia conversione: se non fossi stato educato così non sarei potuto arrivare qui fra coloro che vivono bene. Lui non ha fatto altro che provare a darmi il meglio. Nei suoi ultimi giorni di vita mi confidò: “Gabriel, si è scelto il migliore”».

Kiko Argüello: per noi Benedetto XVI è stato più che un padre. Siamo pieni di gratitudine

Gratitudine e affetto a Benedetto XVI sono stati espressi in questi giorni anche da Movimenti ecclesiali e nuove comunità. In proposito Debora Donnini ha intervistato Kiko Argüello, l'iniziatore del Cammino neocatecumenale, una realtà di iniziazione cristiana nata in Spagna nel anni '60 e che oggi è presente in circa 1.400 diocesi sparse in 124 Paesi:RealAudioMP3 

R. – Il Papa ha compiuto questo atto di amore per la Chiesa, veramente un atto eroico, e Dio gli darà il cento per uno: a lui, come persona, in questo tempo in cui va a pregare per la Chiesa. Diceva Santa Teresa d’Avila: "quando un cristiano prega trema il mondo"… perché tutto è possibile. Questo per noi è una garanzia, che il Papa adesso vada a pregare. Speriamo che venga un Papa, un Apostolo come lui. Giovanni Paolo II ha detto che nel Terzo millennio si sarebbe dovuta evangelizzare l’Asia: pensiamo a milioni e milioni e milioni di cinesi che non conoscono Gesù Cristo, sotto l’ateismo; il Vietnam, pensiamo al Laos, alla Cambogia. 

D. – In un comunicato, il Cammino neocatecumenale ha espresso gratitudine a Benedetto XVI per il suo magistero e per quanto ha fatto per il Cammino. Cosa ha rappresentato Benedetto XVI per lei e per questa esperienza di iniziazione cristiana?

R. – In questo comunicato abbiamo espresso quello che sentiamo, cioè una costernazione ed una sofferenza per questa rinuncia, perché per noi è stato più che un padre, è stato buonissimo … E’ stata una cosa sorprendente, come è stato buono con noi. Quando era ancora professore a Tubinga, io sono andato a trovarlo, perché molti suoi allievi erano italiani. Quindi, sono andato lì, mi ha presentato sua sorella, abbiamo cenato insieme. Poi ci ha dato una lettera bellissima per due parroci, suoi amici, di Monaco, che hanno aperto il Cammino. Dopo ha fatto una cosa meravigliosa. Vedendo l’importanza, oggi, di aprire un’iniziazione cristiana per aiutare i cristiani ad avere una fede più adulta, perché sappiano rispondere all’attuale momento di secolarizzazione, a tutto un ambiente tremendo – pensiamo all’Europa che è come se stesse vomitando il cristianesimo, non solo per i matrimoni omosessuali, c’è il divorzio express che in Spagna ha portato ai divorzi ovunque! Ogni quattro minuti in Spagna una persona divorzia - allora, il Papa ha capito che bisognava studiare teologicamente quello che noi diciamo. Ha istituito una Commissione teologica e noi abbiamo consegnato tutti i nostri scritti, cioè tutto quello che noi utilizziamo per fare catechesi nelle parrocchie, i contenuti delle diverse tappe per il rinnovamento del Battesimo: parola per parola, 3.100 pagine, sono stati studiati 13 volumi. E se qualche frase poteva essere fraintesa, l’abbiamo cambiata. Ci hanno detto anche di aggiungere tutti i riferimenti al Catechismo della Chiesa cattolica. Ci ha aiutato molto. Noi siamo una realtà sorta dopo il Concilio Vaticano II per attuare il Concilio e anche per la Nuova evangelizzazione. Abbiamo quasi 100 seminari missionari, più di 800 famiglie in missione. Siamo sorpresi di quello che Dio sta facendo con noi! E siamo pieni di gratitudine a questo Papa, non sappiamo come ringraziarlo.

D. – Benedetto XVI, come lei ha ricordato, ha conosciuto il Cammino neocatecumenale già nel 1974, a Tubinga; poi, quando era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ha esaminato i contenuti delle catechesi; nel 2008 è venuta l’approvazione definitiva degli Statuti e poi, l’anno scorso, delle celebrazioni dei Passaggi del Cammino. Quindi, è stato un Papa molto importante per il Cammino, in quanto ha segnato alcune tappe strutturali …

R. – Importantissimo! Dice Cristo: “Amatevi, amatevi come io vi ho amato!”. Allora, una comunità dev’essere una comunità nella quale possiamo conoscerci e dare segni concreti di amore: amore in una dimensione sorprendente, la dimensione della Croce. “Amatevi come io vi ho amato”, vuol dire: amatevi al di là della morte. Il “nemico” a volte è la moglie, il marito, i figli, tutti siamo un po’ nemici quando siamo diversi: sapere amare il nemico lasciandosi crocifiggere dai suoi difetti, questo è essere cristiano!

D. – Centrale nel Magistero di Benedetto XVI è anche la difesa della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna. Ecco, questo della famiglia per il Cammino è un punto molto importante, tant’è vero che sono state inviate centinaia di famiglie in tutto il mondo per la nuova evangelizzazione …

R. – La famiglia cristiana salva la Chiesa e salva la società. L’Istituto Giovanni Paolo II dell’Università Lateranense ci ha conferito il dottorato honoris causa, con tre motivazioni. La prima, perché, hanno sottolineato, avete obbedito all’Humanae Vitae. Paolo VI ha detto, nella Humanae Vitae, che ogni atto coniugale dev’essere aperto alla vita. I fratelli che sono entrati nel Cammino hanno visto che era vero, che il matrimonio acquistava una luce enorme! E da queste famiglie numerose con 10, con 12 figli nascono tantissime vocazioni. E dopo, abbiamo visto che la comunità salva la famiglia. Se c’è una famiglia, ad esempio, che entra un po’ in crisi, immediatamente tutta la comunità li aiuta: la famiglia non è sola. E l’aver tanti figli ci ha portato ad avere tanti giovani, però abbiamo visto che questi giovani erano a rischio, perché tutto l’ambiente è un ambiente contrario alla Rivelazione. Allora abbiamo pensato che fosse urgente compiere in ogni famiglia una sorta di celebrazione domestica, nella quale passare la fede ai figli. Così la domenica tutta la famiglia si riunisce e si pregano i salmi, e tutti cantano. E poi si apre una Parola della Bibbia e i genitori domandano ai figli come quella parola illumini la loro realtà. Insegnare ai figli che la Parola (come dice il salmo) è "lampada ai nostri passi", questa è una cosa assolutamente importante per la Chiesa: che ogni famiglia cristiana abbia un momento di incontro nel quale i genitori dialoghino con i figli e i figli parlino dei problemi che riscontrano nella scuola, all’università.


Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/03/01/Kiko%20Arg%C3%BCello:%20per%20noi%20Benedetto%20XVI%20%C3%A8%20stato%20pi%C3%B9%20che%20un%20padre.%20Siamo/it1-669190
del sito Radio Vaticana 

"Mi stavo suicidando... Però Dio ha avuto misericordia di me". Intervista a Kiko Argüello

Comienzos. Kiko Argüello muestra una vieja fotografía de la barraca donde vivió  con un grupo de gitanos en el barrio Los Palomares, de Madrid, donde  nació la primera comunidad neocatecumenal.
CUANDO YA EL ATEÍSMO HABÍA PERTURBADO SU VISIÓN DE LA VIDA Y SU EXPERIENCIA DE FE FAMILIAR, DIOS LO TOCÓ PARA TRANSFORMAR DEFINITIVAMENTE SU CORAZÓN Y GUIARLO POR UN NUEVO CAMINO.
Miguel Franjul y Ramón Urbáez
Santo Domingo / listin.com

Cuando Kiko Argüello no encontraba en su furibundo ateísmo la respuesta al porqué de su existencia, pensó en pegarse un tiro. Pero Dios lo salvó.
En una entrevista con el director de LISTÍN DIARIO, Miguel Franjul, y el periodista Ramón Urbáez, Argüello, al lado del cardenal López Rodríguez y el arzobispo de Santiago, Ramón de la Rosa y Carpio, narró con simplicidad y drama su experiencia de vida, cuando siendo ateo, comunista radical, con la cabeza llena de prejuicios contra la Iglesia y el cristianismo, había llegado a ese punto de que quería suicidarse.
Después de una impactante experiencia personal de conversión, pasó tres años junto a los más pobres entre los pobres en las barracas de Palomeras Altas en Madrid, que le permitieron encontrar la fe e iniciar el Camino Neocatecumenal, un movimiento ha sido aprobado por la Santa Sede y que hoy cuenta con casi un millón de seguidores en todo el mundo.

¿Cómo llegó usted a ese convencimiento del amor de Dios y cómo logra transmitirlo a tantas personas, a través del Camino Neocatecumenal?
Soy el hijo mayor de cuatro hermanos, mi padre era abogado y mi madre una mujer abnegada. Me siento sorprendido de lo que Dios ha hecho conmigo y lo que hoy hace en todo el mundo. Hace más de 40 años que Dios permitió que yo tuviera una crisis de fe, que se agudizó cuando ingresé a la universidad.
Mis padres eran católicos. Yo soy pintor. Estudié Bellas Artes en París y había ganado premios internacionales, pero entré en una crisis existencial que me llevó a dejar la Iglesia y a plantearme seriamente la vaciedad de vida, y a cuestionar la existencia de Dios. Leyendo a Paul Sartre, encontré que para este filósofo todo era un absurdo, el hombre y las cosas eran un absurdo, y yo me planteaba la misma pregunta, quería saber si en realidad la vida y el hombre eran un absurdo. Buscaba la verdad, tenía un deseo de justicia, pero vivía en un mundo injusto. Para mí entonces el gran dilema era la existencia de Dios, dudaba, y entre exposiciones y pinturas, me di cuenta que tenía que pararme y encontrarme conmigo mismo, porque no quería engañarme.
Necesitaba ser sincero y aceptar la verdad. Esa verdad era que yo existía, que era y que mañana dejaría de ser. Veía todo a mi alrededor y me preguntaba para qué vivía, qué era la vida, si en verdad había algo o nada después. Y en esa situación de dudas y desconciertos, Dios tuvo misericordia de mí…

¿Fue entonces cuando Dios le impactó? ¿Qué pasó y cómo fue?

Dios permitió esa kenosis para hacerme más humilde quizá… En esa situación, en esa especie de túnel, me di cuenta que cuando ya no soportara que mi vida fuera más pesada, me pegaría un tiro, me suicidaría. Pero Dios tuvo misericordia de mí. Había leído al filósofo Bergson, que dice que la “intuición es un medio de conocimiento a la verdad superior a la razón. Era una postura muy racionalista, y en el fondo yo con mi razón estaba ofuscando mi intuición. Algo dentro de mí me decía que no, porque la belleza de la naturaleza y la intuición no estaban de acuerdo con el absurdo total de la existencia humana, entonces apareció Dios como la gran posibilidad.
¿Pero qué Dios? ¿El Dios de mis padres? Si el traje de la primera comunión me lo quité cuando llegué a la universidad, porque ya no me servía, entre compañeros marxistas, ateos. En esa situación no me quedó más remedio que ponerme de rodillas y decirle a Dios que si en verdad existía que me ayudara.
Pero yo buscaba razones y me preguntaba qué garantizaba que Dios realmente existiera. ¿Qué cosas concretamente? ¿La razón? ¿Lo que decía Santo Tomás del reloj y el relojero? No me servía… ¿Lo que decía la Iglesia? Tampoco me servía. Entonces insistía: “Dios, si existes, ayúdame…”

¿Pero en esa búsqueda parece que usted rehuía de Dios, que pasó cómo siguió el proceso?
Ocurrió algo muy importante y es que sentí dentro de mí que Dios existía, que me quería, y de pronto empecé a derramar lágrimas, yo nunca había llorado. De pronto me sentí como un condenado a muerte que le quitan la venda, entonces concluí que si Dios no existía, tampoco yo. Pero si Dios es también soy. ¿Y que me garantizó esa fe? El mismo Dios, porque dice San Pablo que “la fe es el espíritu de Cristo que desciende sobre el hombre, y da testimonio al espíritu del hombre de que Dios existe”.
La fe es un encuentro de sustancias, que se tiene o no se tiene, y no la claridad de todo ni con filosofía. Es un encuentro del espíritu de Cristo que se da en el espítitu del hombre. Dios hizo que yo fuera humilde, que aceptara que Él existe, que aceptara atarme, que no siguiera suelto, en ese sentido el Señor me eligió un poco, desde entonces descubrí a Dios que estaba dentro de mí.

¿Qué hizo entonces… a quien acudió?

Me presenté a un cura y le dije que quería ser cristiano, y me respondió: usted está bautizado… Yo quería decirle que no tenía formación cristiana, que necesitaba conocer, saber… Me respondió que por ahí había una cosa nueva que se llamaba Cursillos de Cristiandad”, y me llevó a uno de esos cursillos. Allí me quitaron muchos prejuicios, yo como muchos de mis amigos era un poco marxista, y allí me pusieron más a tono con la realidad. Después de un tiempo me invitaron a ser profesor de Cursillos, me pusieron al tono con la Biblia y la Teología, y ofrecía cursillos en el norte de África, Cáceres y otras zonas de España.
Siendo profesor de Cursillos de Cristiandad cambié mi pintura, empecé a ser arte religioso, fundé un grupo de artistas para ayudar al arte sacro, con arquitectos y gremialistas, el grupo se llamaba “Gremio 62”. Hicimos muchas exposiciones en Madrid y otros lugares…

¿Todas esas cosas las hacía usted impulsado por el espíritu o por su propia iniciativa?
Todo eso era iniciativa mía. Después tuve otro encuentro muy importante, mientras estaba dando cursillos y presentando exposiciones de arte sacro, muchas con mucho éxito. Esa vez me invitaron a representar a España en una exposición universal de arte sacro que hubo en Francia. En esta situación, un día fui a casa de mis padres a pasar la Navidad, y a la señora que trabajaba en mi casa la encontré llorando, y entonces me cuenta la historia que su marido alcoholizado le pegaba con un bastón y le pegaba con un palo, y que tenía un hijo adolescente, de quince años, que con cuchillo intentaba siempre matar al padre.
Me contó una historia realmente horrorosa… ¿Y yo cómo la puedo ayudar?, me pregunté. Y ella me llamó y me pidió que fuera a hablar con su marido, me dijo que mi presencia podía controlar a ese hombre, y que tenía miedo que se matara con su hijo de apenas 15 años.
Pensé que Dios me estaba pidiendo que ayudara a aquella familia y que buscara alguna forma para que este hombre no se emborrachara más. Y decidí irme a vivir allí, y me encontré en aquel ambiente. Recordé que el filósofo Sartre decía que “¡ay del hombre cuyo dedo de Dios lo aplaste contra el muro”… pues yo me encontré allí con mucha aplastada contra el muro: una mujer con el mal de Pakirson que su marido la había abandonado, y que tenía un hijo anormal que le pegaba con un bastón. Un cuadro terrible para esta mujer que pedía limosnas en la calle. Me quedé horrorizado.

¿Qué hizo, entonces, cómo siguió el proceso hasta llegar al camino?

El sufrimiento era terrible, y en las barracas entre aquellas gentes, entre aquellos gitanos, Cristo crucificado, en ellos estaba presente Cristo crucificado, y yo solamente quería arrodillarme ante ellos, porque veía en ellos a Cristo en la cruz. Pensé que debía vivir de rodillas ante los pies de Cristo crucificado, a los pies de aquella gente que era lo último de la tierra.
Hay un libro de un premio Nobel, Albert Camus, que se llama La Peste, sobre el sufrimiento humano. Fue por eso que escogí, después de estar en la casa de la señora con el marido borracho que le pegaba, un barrio de gitanos, unas barracas donde vivía gente que era como despojos humanos, pero veía a Cristo en ellos. Me metí en una de esas barracas abandonadas con mi biblia y una guitarra.
Había muchos perros vagabundos. Era invierno… y esos perros que se metían en la barraca me daban calor, creo que por eso no morí de frío. En aquel ambiente yo pensaba ponerme en adoración ante Cristo crucificado entre aquella gente de vida tan horrible…

Pero, ¿cómo hacía para evangelizar en aquel ambiente?

No, yo no tenía derecho, ellos eran Cristo crucificado, gentes con grandes sufrimientos, y quién era yo para predicarles a ellos, no tenía más derecho que ponerme de rodillas. Además, era muy difícil predicarle a aquella gente que no creía en nada. Pero Dios me tenía reservada una síntexis de catequesis, una forma de predicación, los gitanos empezaron a venir a la puerta de mi barraca y se sentaban en el suelo, como indios.
Algunos me pidieron que les hablara de Dios, pero estaba preocupado pensando cómo explicarles un rollo de los Cursillos en aquel ambiente, cómo les podría predicar. A un gitano que no sabe leer ni escribir, y que había que decirles las cosas claras, y al pan, pan, y al vino, vino… El papa Juan XXIII hizo la profecía de que “la renovación de la iglesia iba a venir de los pobres”, pues toda esa catequesis del Camino ha nacido allí, entre los pobres….
Allí se creó la primera gran comunidad del Camino. Entre aquella gente sentía la venida del Espíritu Santo de verdad. Pero un día resultó que llegó la Policía de Franco a tirar las barracas, y como yo conocía al arzobispo de Madrid, que era consejero del Reino, amigo de Franco, le llamé por teléfono… Era un milagro que el arzobispo contestara él mismo el teléfono. Le expliqué la situación y vino personalmente a las barracas. El Arzobispo estuvo allí en mi barraca, y se conmovió con aquella gente y aquella comunidad naciente de cristianos. Me dijo que su casa estaba abierta para mí, y cada vez que iba a verle me dada mil pesetas, nos ayudaba muchísimo.

¿Cómo es esa síntesis catequética? Porque el Evangelio es muy amplio, muy rico, y hay respuestas para muchas situaciones, entonces cuando usted plantea una síntesis catequética ¿es que usted está extrayendo una parte sustancial…?
Nosotros predicamos el kerigma, que es una palabra griega que significa “noticia”. San Pablo dice que Dios ha querido salvar el mundo a través de la necedad de la predicación o del kerigma, una noticia que cuando yo te la digo se cumple. Y la noticia es que Dios conoce quién eres tú, y sabe todos tus pecados, todos tus problemas y sabe que no eres profundamente feliz, y te ofrece la oportunidad de que tú tengas una vida distinta, una vida de verdad.
Y una vida en la verdad. Y solamente hay una verdad y es que a Cristo lo crucificaron en la cruz y que el Espíritu Santo les dijo a los apóstoles en pentecostés que éste era Dios.
Un hebreo jamás puede decir que un hombre es Dios, porque ni siquiera pueden nombrar el nombre de Dios, solamente lo nombran una vez al año, el día del Quipú. Eso es imposible, es solamente a través del Espíritu Santo, en Pentecostés, cuando lo entienden en su corazón, y les dice que este crucificado es Dios, y Dios solamente hay uno solo, y que ese Jesús era Dios.
Entonces ese amor que aparece en la cruz de Cristo es la verdad, tú vives en esa verdad, no, ni ninguno de nosotros. Vivimos en la mentira. La verdad es vivir en santidad, y eso significa que él mira a una mujer es un adúltero, para ser asesino no hace falta matar, como digas imbécil a tu hermano ya has asesinado. El que detesta a un hombre es un asesino, dice San Juan, y ningún asesino tiene vida eterna dentro. Esa santidad, que es la vida de Dios, Él la ofrece a todos los hombres.
Si tú aceptas la oblación que Cristo ha hecho de su vida por ti, te salvarás. Los hombres sufren porque no son santos, no aman, porque son egoístas. Cuando se den y amén a los demás, serán felices.

UN ARTISTA CONSAGRADO ENTRA EN CRISIS
Nacido en Madrid, España, de una familia adinerada, Kiko Argu¨ello, estudió arte en París, Francia, y llegó a ser uno de los pintores más reconocido en su país, donde ganó varios concursos internacionales.
Después de su conversión al cristianismo, cambió todo su arte y sus pinturas por cuadros y estampas sagradas. Formó un grupo de pintores y arquitectos de arte sagrado, el cual se destacó en varios países y también obtuvieron varias premiaciones internacionales.
UNA FUNDACIÓN RECONOCIDA POR CUATRO PAPAS
Argu¨ello habló de las “muchas dificultades, de los prejuicios de párrocos y obispos, de acusaciones y de historias extrañas por algunos que no conocen el Camino”, y habló también de “la disponibilidad, de la ayuda y de la solicitud con la que la Iglesia y los pontífices han ayudado al Camino Neocatecumenal”.
El primero en apoyar el Camino fue el papa Pablo VI. El papa Luciani (Juan Pablo I) lo quiso en las parroquias de Venecia cuando era aún Patriarca. Juan Pablo II lo reconoció “como un itinerario de formación católica, válido para la sociedad y los tiempos actuales”.
Benedicto XVI conoció a los neocatecumenales cuando era aún profesor en Regensburg, y trabajó para introducirles en las parroquias de Alemania.
A pesar de las acusaciones que resultaron falsas, de dividir a las comunidades parroquiales, de entrar en conflicto con la pastoral de algunos párrocos y obispos, el Camino Neocatecumenal ha crecido de forma increíble llenando iglesias y seminarios, con familias numerosas que cada vez más se ofrecen para llevar la misión católica al mundo.
Los números son impresionantes. Presentes en 1320 diócesis de 110 países en los cinco continenes, con 20.000 comunidades activas en 6.000 parroquias. Sólo en Roma, el Camino está presente en 100 parroquias y 500 comunidades. En Madrid están presentes en 85 parroquias y 300 comunidades.
Cientos de familias dejan temporalmente las parroquias para ir en misión a zonas marginales difíciles: barrios a menudo degradados, donde la Iglesia encuentra dificultades en hacerse presente y ayudar a las personas.
La eficacia y la fuerza de la catequesis del Camino la demuestra también la apertura de 78 seminarios diocesanos misioneros Redemptoris Mater, de los cuales 37 en Europa, 26 en América, 7 en Asia, 6 en África, y 2 en Australia.
Desde 1990, año de las primeras ordenaciones, hasta hoy, los presbíteros ordenados en los diversos seminarios Redemptoris Mater son más de 1600 y hay cerca de 2000 actualmente preparándose para recibir las Órdenes sagradas.
Confirmando una profunda vocación misionera, desde 1985 el Camino envía familias numerosas en los lugares donde la fe esta desapareciendo o no ha llegado nunca.
En 1985 Kiko, Carmen y el padre Mario, presentaron a Juan Pablo II un proyecto para reevangelizar el norte de Europa con el envío de familias misioneras, acompañadas por presbíteros. En 1986 el Papa envió las primeras tres familias: una al norte de Finlandia, otra en el barrio rojo de Hamburgo y la tercera a Estrasburgo.
Hoy, el número de las familias del Camino en misión para la nueva evangelización en 78 países es de más de 800, con 3.097 hijos, de las cuales 389 en Europa 189 en América, 113 en Asia, 56 en Australia, 46 en África y 15 en Oriente Medio.
Se trata de familias que, a través del anuncio del Evangelio y de un itinerario de iniciación cristiana, han sido reconstruidas, han redescubierto el don de la comunión, y por ello se han abierto a la vida, y que por gratitud a Dios se ofrecen para ir allí donde haya necesidad del testimonio cristiano.

Kiko Argüello: A Düsseldorf per dire ai giovani che possiamo già evangelizzare il mondo e dare agli uomini il frutto della vittoria di Cristo

MADRID, giovedì, 26 maggio 2011 (ZENIT.org).-In preparazione della Giornata Mondiale della Gioventù che si svolgerà a Madrid il prossimo agosto, Kiko Argüello e Carmen Hernandez, iniziatori del Cammino Neocatecumenale, e il padre Mario Pezzi si incontreranno con 40.000 giovani provenienti da tutta l’Europa.
L’incontro si svolgerà il 29 maggio prossimo, alle ore 15, nella Esprit Arena a Düsseldorf e sarà presieduto dal Cardinal Joachim Meisner, Arcivescovo di Colonia, secondo quanto ha spiegato lo stesso Argüello a ZENIT.
Sulla via di Düsseldorf, questi giovani faranno delle 'missioni cittadine' in tutta la Germania annunciando Gesù Cristo attraverso la loro esperienza ed invitandoi giovani a partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid con il Santo Padre Benedetto XVI. Durante l’incontro, prima della chiamata vocazionale, sarà eseguita l’opera sinfonica “La sofferenza degli innocenti”, composta da Kiko Argüello.
L'incontro nell'Esprit arena si svolgerà in lingua italiana e sarà tradotto in otto lingue. Prima dell’incontro, alle ore 14:30 nella sala d’ingresso dell’ Hotel Tulip Inn, all’interno dell’Esprit arena di Düsseldorf vi sarà una conferenza stampa durante la quale Kiko Argüello, Carmen Hernandez e il padre Mario Pezzi si incontreranno con i giornalisti.
Perché questo incontro in preparazione della Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid?
Kiko: Questo incontro a Madridsarà un evento importantissimo per il futuro dell’Europa e vogliamo preparare i giovani. A Madrid verranno circa duecentomila giovani dalle comunità neocatecumenali di tutto il modo e ciascun gruppo lungo il cammino si fermerà alcuni giorni ad evangelizzare in un villaggio o una città.
Perché presentare ai giovani questa sinfonia come preparazione a Madrid?
Kiko: In questa piccola opera si presenta la Vergine Maria sotto la croce, contemplando il supplizio di suo figlio, sottomessa allo scandalo della sofferenza degli innocenti nella sua carne, nella carne del suo figlio: “Ahi, che dolore”, canta una voce mentre una spada attraversa la sua anima. La sofferenza degli innocenti:uomini gettati per la strada, morti di freddo; bambini abbandonati e raccolti in orfanatrofi da orrore, dove sono violentati e abusati; quella donna che conobbi malata di Parkinson, abbandonata dal marito alla quale il figlio malato di mente colpiva con il bastone e che chiedeva l’elemosina davanti a casa mia; file di donne e bambini nudi che vanno verso le camere a gas… che mistero la sofferenza degli innocenti che si caricano con il peccato degli altri!
Questo concerto è stato eseguito anche in Israele davanti a un nutrito gruppo di ebrei che sono rimasti molto impressionati. Rabbi Rosen ha detto: “Abbiamo sperimentato qualcosa di veramente magnifico, …questo magnifico opus ha dimostrato una profonda risonanza con l’identità ebraica, con la sofferenza ebraica e con la speranza ebraica”. Anche Rabbi Levkovitz è rimasto impressionato: “Dopo una musica che esprime tanto dolore, è veramente difficile parlare. Questa musica, per me, ha espresso tanta sofferenza che c’è nel mondo. Ho imparato molto da questa musica, perché la musica è qualcosa che proviene dall’anima, da un luogo interiore. Sono venuto qua a dire che mi sento come ai giorni del Messia!”. E la direttrice del conservatorio di Gerusalemme ha detto: “Non avevo idea di quanto mi sarei commossa e di come mi avrebbe cambiata per tutto il resto della mia vita…ho sentito una grandezza e purezza di fede, di amore e di solidarietà` che mi ha lasciata attonita… questa musica ha cambiato qualche cosa in me e ora mi sento connessa ad un’altra realtà universale”. Perchè, in quell’occasione, ha dedicato questo concerto alle vittime dell’olocausto?
Kiko: Alcuni dicono che dopo l’orrore di Auschwitz ormai non si può credere in Dio. Nietzsche scrisse: “Se Dio esiste e non aiuta a quelli che soffrono, è un mostro. E se non può aiutarli, non è Dio, non esiste”. No! Non è vero! Dio si è fatto uomo per caricarsi con la sofferenza di tutti gli innocenti. Una guardia ad Auschwitz racconta che vedendo quella fila di condannati che andavano a morire provò un dolore profondo nel cuore e senti` una voce, che non sapeva da dove veniva, dirgli: “mettiti nudo in fila con loro e va alla morte”.
Questo è quello che ha fatto Gesù: Lui è l’innocente, completamente innocente, l’agnello portato al macello senza aprire bocca, lui si carica con il peccato di tutti. Vorremmo contemplare e sostenere la Vergine che accetta la spada che secondo il profeta Ezechiele Dio ha preparato per i peccati del suo popolo, e che ora attraversa l’anima di questa povera donna; eanche Gesù quando nell’orto del Gethsemani un angelo lo aiutò a bere la coppa preparata per i peccatori.Il profeta Ezechiele parla di questa spada e di questa coppa.
Che significa questa profezia di Ezechiele sulla spada e sulla coppa?
Kiko: Dio ha visto il suo popolo, che Lui aveva scelto per essere testimone del suo amore verso tutti gli uomini, che invece lo abbandona e diventa peggio degli altri; allora il profeta enumera la quantità dei peccati commessi: pecccati di sesso, incesti tra fratello e sorella; padri che violentano la figlia o vanno a letto con la nuora; uomini che commettono adulterio con la moglie del vicino; il sabato che non viene rispettato per amore al denaro; la gente piena di violenza e di calunnie che sparge sangue; l’idolatria per cui si sacrificano figli a Moloch…Dio aveva anche detto al suo popolo di non allearsi con l’Egitto, che a quell’epoca era la maggiore potenza e quindi la massima sicurezza umana, ma di confidare in lui; invece al popolo non gliene importa niente e continuano verso questo abisso di violenza e perversione. Il profeta fa una lista impressionante di tutti gli abomini commessi e dopo grida: “Spada, spada affilata per uccidere”. Allora arrivò Nabucodonosor e la spada entrò in Gerusalemme e corse il sangue per le strade e incendiarono il tempio e si portarono tutta il popolo a Babilonia in esilio: si compi` tutta la profezia di Ezechiele.
Alcuni capiscono questa profezia della spada come un castigo…
Kiko: No, questa spada non è un castigo di Dio. In realtà Dio ha pazienza e trattiene la catastrofe dall’accadere perchè non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva; però arriva un momento in cui gli uomini con i loro peccati, allontandosi da Dio, da loro stessi si precipitano in un abisso. Un abisso fisico, ma che è un abisso morale, è l’inferno, la separazione totale da Dio. Il fatto è che sono diventati tanto perfidi che stanno cadendo in un baratro di autodistruzione. Non solo non è un castigo, ma Dio invia suo figlio, il Padre invia suo Figlio, perche salvi gli uomini da questo inferno e associa sua Madre a questa opera di prendere su di sè i peccati. Cristo berrà la coppa dell’amarezza e la dovrà bere fino in fondo perchè noi potessimo ricevere il perdono dei peccati; ma sopratutto perchè potessimo essere curati dall’inferno più profondo; e sua madre lo aiuta lasciandosi trafiggere il cuore dalla spada.
Anche il Santo Padre, invitando i giovani a Madrid, parla dell’inferno sopratutto in relazione alla situazione attuale dell’Europa e dell’Occidente: “La cultura attuale …soprattutto in Occidente, tende ad escludere Dio, …si constata una “eclissi di Dio”, … un vero rifiuto del Cristianesimo…c’è una forte corrente di pensiero laicista che vuole emarginare Dio dalla vita delle persone e della società, prospettando e tentando di creare un “paradiso” senza di Lui. Ma l’esperienza insegna che il mondo senza Dio diventa un “inferno”: prevalgono gli egoismi, le divisioni nelle famiglie, l’odio tra le persone e tra i popoli, la mancanza di amore, di gioia e di speranza”.
Kiko: Sì, la situazione dell’Europa e dell’Occidente è molto grave. Questa profezia di Ezechiele è sempre perenne, anche per noi oggi: non si può nel mondo fare incesti, uccidere bambini con l’aborto, rubare, uccidere…è una profezia potente che la Vergine ha assunto accompagnando suo figlio sulla croce sopratutto per salvare gli uomini dall' inferno: perchè la sofferenza più grande non è la morte fisica, o lo tsunami o altre catastrofi: la cosa più terribile è la morte dello spirito, vedere oggi la quantità enorme di suicidi che ci sono, l’abisso in cui l’uomo e la società sprofondano al separarsi da Dio.
Perchè questa profezia in questo incontro?
Kiko: In questo incontrò farò coraggio ai giovani perchè abbiano tutti forza: Cristo ha bevuto la coppa e la Vergine si è lasciata trafiggere dalla spada. Ora possiamo già evangelizzare il mondo e dare agli uomini il frutto della coppa di Gesù Cristo e della spada della Vergine: la resurrezione e la vittoria sulla morte. Insomma, tutto questo è in relazione con la nuova evangelizzazione: dare ai giovani questa allegria e questa forza. La musica parla al piu profondo del nostro essere e ci porta ad amare la Vergine che fa tutto perchè possiamo evangelizzare e salvare gli uomini.
In Germania Il Cammino è presente in 16 diocesi con 80 comunità e due seminari Redemptoris Materper la Nuova Evangelizzazione, nelle diocesi di Berlino e di Colonia. Ci sono cinque Missio ad Gentes inviate dal Santo Padre, due a Chemnitz e tre nella Diocesi di Colonia: sono gruppi di famiglie numerose, ciascuna accompagnata da un prete, che vanno a vivere in zone dove ormai la Chiesa è assente: a Chemnitz, per esempio, che era la vecchia Karlmarxstadt che doveva essere la città modello del “paradiso” comunista, dove i non battezzati sono il 98 per cento della popolazione e non sanno neppure chi è Gesù. Il comunismo ha lasciato un vuoto che non può essere colmato politicamente ma che solo Gesù Cristo può riempire. Perfino in Russia, proprio in questi giorni, Putin ha riconosciuto che la maggiore minaccia per il futuro è la crisi della famiglia e la mancanza di figli e ha proposto di non offrire più l’aborto come servizio medico.
Il Cardinal Joachim Meisner il 25 marzo 2011 ha firmato il decreto per l’istituzione della Missio ad Gentes nella sua diocesi che sono una nuova forma di fare presente la chiesa non più attraverso la parrocchia tradizionale ma attraverso comunità di persone che vivono in mezzo alla gente come era nella Chiesa primitiva.Il Cammino Neocatecumenale è un Cammino di iniziazione Cristiana ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa Cattolica per battezzati e non battezzati che possano iniziare un itinerario di fede attraverso il quale riscoprire il battesimo e fare una esperienza personale di Cristo e della salvezza.


Il sisma mostra la piccolezza dell'uomo. La famiglia Forbicini: La nostra vita nella Yokohama del post-terremoto, condivisa con il popolo giapponese








Abbiamo raggiunto la famiglia Forbicini (foto di repertorio a sinistra, durante una celebrazione eucaristica in famiglia), missionari del cammino neocatecumenale, che abita a Yokohama, in Giappone. Ecco la loro testimonianza sul dramma che ha colpito il Paese nipponico.

Prima di tutto vi diciamo che abitiamo in una zona piuttosto nuova, tra la metropoli di Tokyo e quella di Yokohama, zona che il cardinale Hamao, deceduto 4 anni fa, aveva scelto per 4 famiglie missionarie con un presbitero e alcune ragazze missionarie per avviare un piccolo segno della Chiesa cattolica. Geograficamente parlando non siamo vicini all’epicentro, ma il terremoto è stato di forte intensità, di lunga durata, e anche noi abbiamo avvertito chiaramente le scosse, che hanno spostato i mobili di casa; la paura è stata grande però nella nostra zona non c’è stato il fenomeno dello tsunami, più disastroso del sisma stesso. Ma ugualmente ci sono stati 7 morti a Tokyo e 3 a Yokohama.
Venerdì 11 marzo, dopo il terremoto, dal pomeriggio, ci siamo imbattuti in tutti quei disagi e difficoltà che si possono immaginare (trasporti fermi, comunicazioni telefoniche impossibili, mancanza di luce, riscaldamento e gas), anche muoversi per le strade era difficile per i semafori fuori uso. Problemi che abbiamo condiviso con le persone giapponesi che ci hanno anche aiutato.
Il terremoto ci ha colto nelle ore lavorative, e oltre alla paura abbiamo sentito l’apprensione di non poter sapere l’uno dell’altro, perché in posti diversi; il blocco delle comunicazioni telefoniche era totale. Proprio come tanti giapponesi abbiamo assaporato la paura, l’isolamento, il non sapere come reincontrarsi. Dappertutto nel mondo i problemi dell’uomo sono uguali anche se la cultura è diversa. Alle 2 di notte siamo potuti rientrare tutti insieme a casa.
Mercoledì 9 marzo, inizio della Quaresima, avevamo celebrato l’Eucarestia e ricevuto il segno delle Ceneri; il giorno seguente, giovedì 10, in centro a Tokyo c’è stata la riunione delle comunità di Tokyo e Yokohama, per l’annuncio di Quaresima; e venerdì 11 marzo, non solo la parola, ma il fatto, che ci fa veramente pensare che l’uomo è ben poca cosa e la sua fragilità è evidente anche se nascosta dalle sicurezze e dalle immagini.
È vero che sempre l’uomo pensa di essere come Dio o di voler prendere il posto di Dio, sapendo sempre quello che sarebbe bene per la nostra vita, cioè avendo la conoscenza del bene e del male.
Il terremoto e lo tsunami sono eventi che l’uomo non può controllare e che ci richiamano al senso della vita; in pochi minuti ti puoi trovare senza famiglia, senza casa, senza tutto. Questa esperienza ci aiuta e ci invita a conversione. Ci sono molti terremoti nella vita, anche se molti pensano e sperano che nella vita non succeda mai niente di doloroso, che vada sempre tutto bene, secondo la propria ragione.
Anche la conversione è un terremoto per la persona, che col cuore torna a Dio, perché è un cambio di vita, di pensiero, di mentalità. La missione in Giappone è anche questo: un insegnamento per la nostra vita.
Forse potrà sembrare strano questo nostro scritto dal Giappone sul terremoto, ma pensiamo che tramite i mezzi di comunicazione, chiunque possa ricevere immagini o notizie tecniche sul disastro più particolari e precise di quelle che possiamo fornire noi. Noi possiamo solo rileggere ogni giorno la preghiera che ci diede personalmente il santo padre Giovanni Paolo II il giorno del nostro invio, insieme con altre famiglie, il 30 dicembre 1988, festa della Sacra Famiglia:
«Benedetto sei Tu, Padre Santo, Dio nostro, Re eterno, che nella tua infinita bontà hai inviato al mondo il tuo Figlio diletto.
Tu lo hai affidato nella sua crescita umana alla Santa famiglia di Nazaret, perché la sempre Vergine Maria e san Giuseppe, il suo sposo, lo allevassero e lo curassero per farlo arrivare alla statura adulta e adempiere la Tua missione di salvezza per tutto il genere umano.
Tu, che nella tua sollecitudine celeste hai guardato con bontà la fede smarrita di tanti figli tuoi, hai suscitato queste famiglie attraverso il cammino neocatecumenale, perché, seguendo le orme della Famiglia di Nazaret, possano convocare gli uomini a una “nuova scuola”, a un cammino di crescita battesimale, dove, allevati e curati dalla tua Santa Chiesa, possano raggiungere quella statura di fede che permetta loro di vivere secondo la Tua volontà.
Manda su queste famiglie, o Padre, il tuo Spirito Santo che le sostenga in quelle nazioni dove tu le invii, perché, in mezzo a tanti poveri, possano vincere ogni tentazione del demonio e, piene di gioia, conducano a Te nuovi figli che cantino per sempre le tue lodi. Per Cristo Nostro Signore. Amen».
Questa preghiera esprime molto bene l’opera che Dio sta compiendo con il popolo giapponese e con noi, aldilà della nostra realtà.
Anche in questi giorni continuano le scosse di terremoto, di minore intensità, ma il punto più preoccupante ora è rappresentato dalle condizioni della centrale nucleare nella zona del terremoto.
Grazie per le vostre preghiere


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Il Papa: Parola, Liturgia e Comunità rappresentano le dimensioni fondamentali dell’unità del Corpo visibile della Chiesa fondata nello Spirito Santo



Il Tripode Parola, Liturgia (Eucarestia), Comunità vincolo di unità

“Essi – leggiamo negli Atti degli Apostoli – erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (At 2,42). È questo il ritratto della prima comunità, nata a Gerusalemme il giorno stesso di Pentecoste, suscitata dalla predicazione che l’Apostolo Pietro, ripieno di Spirito Santo, rivolge a tutti coloro che erano giunti nella Città Santa per la festa. Una comunità non chiusa in se stessa, ma, sin dal suo nascere, cattolica, universale, capace di abbracciare genti di lingue e di culture diverse, come lo stesso libro degli Atti degli Apostoli ci testimonia. Una comunità non fondata su un patto tra i suoi membri, né dalla semplice condivisione di un progetto o di un’ideale, ma dalla comunione profonda con Dio, che si è rivelato nel suo Figlio, dall’incontro con il Cristo morto e risorto.
Quanti avevano accolto la parola predicata da Pietro ed erano stati battezzati, ascoltavano la Parola di Dio, trasmessa dagli Apostoli; stavano volentieri insieme, facendosi carico dei servizi necessari e condividendo liberamente e generosamente i beni materiali; celebravano il sacrificio di Cristo sulla Croce, il suo mistero di morte e risurrezione, nell’Eucaristia, ripetendo il gesto dello spezzare il pane; lodavano e ringraziavano continuamente il Signore, invocando il suo aiuto nelle difficoltà.
Questa descrizione, però, non è semplicemente un ricordo del passato e nemmeno la presentazione di un esempio da imitare o di una meta ideale da raggiungere. Essa è piuttosto affermazione della presenza e dell’azione dello Spirito Santo nella vita della Chiesa. È un’attestazione, piena di fiducia, che lo Spirito Santo, unendo tutti in Cristo, è il principio dell’unità della Chiesa e fa dei credenti una sola cosa... (questi) costituiscono i tratti essenziali di tutte le comunità cristiane, di ogni tempo e di ogni luogo. In altri termini, potremmo dire che essi rappresentano anche le dimensioni fondamentali dell’unità del Corpo visibile della Chiesa.
L’unità alla quale Cristo, mediante il suo Spirito, chiama la Chiesa non si realizza solo sul piano delle strutture organizzative, ma si configura, ad un livello molto più profondo, come unità espressa “nella confessione di una sola fede, nella comune celebrazione del culto divino e nella fraterna concordia della famiglia di Dio”.



OMELIA DI BENEDETTO XVI A SAN PAOLO FUORI LE MURA


Celebrazione conclusiva della Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani


ROMA, martedì, 25 gennaio 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell'omelia pronunciata questo martedì pomeriggio da Papa Benedetto XVI nella Basilica romana di San Paolo fuori le Mura in occasione della celebrazione conclusiva della Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

Seguendo l’esempio di Gesù, che alla vigilia della sua passione pregò il Padre per i suoi discepoli “perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17,21), i cristiani continuano incessantemente ad invocare da Dio il dono dell’unità. Questa richiesta si fa più intensa durante la Settimana di Preghiera, che oggi si conclude, quando le Chiese e Comunità ecclesiali meditano e pregano insieme per l’unità di tutti i cristiani.

Quest’anno il tema offerto alla nostra meditazione è stato proposto dalle Comunità cristiane di Gerusalemme, alle quali vorrei esprimere il mio vivo ringraziamento, accompagnato dall’assicurazione dell’affetto e della preghiera sia da parte mia che di tutta la Chiesa. I cristiani della Città Santa ci invitano a rinnovare e rafforzare il nostro impegno per il ristabilimento della piena unità meditando sul modello di vita dei primi discepoli di Cristo riuniti a Gerusalemme: “Essi – leggiamo negli Atti degli Apostoli (e lo abbiamo sentito ora) – erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (At 2,42). È questo il ritratto della prima comunità, nata a Gerusalemme il giorno stesso di Pentecoste, suscitata dalla predicazione che l’Apostolo Pietro, ripieno di Spirito Santo, rivolge a tutti coloro che erano giunti nella Città Santa per la festa. Una comunità non chiusa in se stessa, ma, sin dal suo nascere, cattolica, universale, capace di abbracciare genti di lingue e di culture diverse, come lo stesso libro degli Atti degli Apostoli ci testimonia. Una comunità non fondata su un patto tra i suoi membri, né dalla semplice condivisione di un progetto o di un’ideale, ma dalla comunione profonda con Dio, che si è rivelato nel suo Figlio, dall’incontro con il Cristo morto e risorto.

In un breve sommario, che conclude il capitolo iniziato con la narrazione della discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, l’evangelista Luca presenta sinteticamente la vita di questa prima comunità: quanti avevano accolto la parola predicata da Pietro ed erano stati battezzati, ascoltavano la Parola di Dio, trasmessa dagli Apostoli; stavano volentieri insieme, facendosi carico dei servizi necessari e condividendo liberamente e generosamente i beni materiali; celebravano il sacrificio di Cristo sulla Croce, il suo mistero di morte e risurrezione, nell’Eucaristia, ripetendo il gesto dello spezzare il pane; lodavano e ringraziavano continuamente il Signore, invocando il suo aiuto nelle difficoltà. Questa descrizione, però, non è semplicemente un ricordo del passato e nemmeno la presentazione di un esempio da imitare o di una meta ideale da raggiungere. Essa è piuttosto affermazione della presenza e dell’azione dello Spirito Santo nella vita della Chiesa. È un’attestazione, piena di fiducia, che lo Spirito Santo, unendo tutti in Cristo, è il principio dell’unità della Chiesa e fa dei credenti una sola cosa.

L’insegnamento degli Apostoli, la comunione fraterna, lo spezzare il pane e la preghiera sono le forme concrete di vita della prima comunità cristiana di Gerusalemme riunita dall’azione dello Spirito Santo, ma al tempo stesso costituiscono i tratti essenziali di tutte le comunità cristiane, di ogni tempo e di ogni luogo. In altri termini, potremmo dire che essi rappresentano anche le dimensioni fondamentali dell’unità del Corpo visibile della Chiesa.

Dobbiamo essere riconoscenti perché, nel corso degli ultimi decenni, il movimento ecumenico, “sorto per impulso della grazia dello Spirito Santo” (Unitatis redintegratio, 1), ha fatto significativi passi in avanti, che hanno reso possibile raggiungere incoraggianti convergenze e consensi su svariati punti, sviluppando tra le Chiese e le Comunità ecclesiali rapporti di stima e rispetto reciproco, come pure di collaborazione concreta di fronte alle sfide del mondo contemporaneo.

Sappiamo bene, tuttavia, che siamo ancora lontani da quella unità per la quale Cristo ha pregato e che troviamo riflessa nel ritratto della prima comunità di Gerusalemme. L’unità alla quale Cristo, mediante il suo Spirito, chiama la Chiesa non si realizza solo sul piano delle strutture organizzative, ma si configura, ad un livello molto più profondo, come unità espressa “nella confessione di una sola fede, nella comune celebrazione del culto divino e nella fraterna concordia della famiglia di Dio” (ibid., 2). La ricerca del ristabilimento dell'unità tra i cristiani divisi non può pertanto ridursi ad un riconoscimento delle reciproche differenze ed al conseguimento di una pacifica convivenza: ciò a cui aneliamo è quell’unità per cui Cristo stesso ha pregato e che per sua natura si manifesta nella comunione della fede, dei sacramenti, del ministero. Il cammino verso questa unità deve essere avvertito come imperativo morale, risposta ad una precisa chiamata del Signore. Per questo occorre vincere la tentazione della rassegnazione e del pessimismo, che è mancanza di fiducia nella potenza dello Spirito Santo. Il nostro dovere è proseguire con passione il cammino verso questa meta con un dialogo serio e rigoroso per approfondire il comune patrimonio teologico, liturgico e spirituale; con la reciproca conoscenza; con la formazione ecumenica delle nuove generazioni e, soprattutto, con la conversione del cuore e con la preghiera. Infatti, come ha dichiarato il Concilio Vaticano II, il “santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell’unità di una sola e unica Chiesa di Cristo, supera le forze e le doti umane” e, perciò, la nostra speranza va riposta per prima cosa “nell’orazione di Cristo per la Chiesa, nell’amore del Padre per noi e nella potenza dello Spirito Santo” (ibid., 24).

In questo cammino di ricerca della piena unità visibile tra tutti i cristiani ci accompagna e ci sostiene l’Apostolo Paolo, del quale quest’oggi celebriamo solennemente la Festa della Conversione. Egli, prima che gli apparisse il Risorto sulla via di Damasco dicendogli: “Io sono Gesù, che tu perseguiti!” (At 9,5), era uno tra i più accaniti avversari delle prime comunità cristiane.

L’evangelista Luca descrive Saulo tra coloro che approvarono l’uccisione di Stefano, nei giorni in cui scoppiò una violenta persecuzione contro i cristiani di Gerusalemme (cfr At 8,1). Dalla Città Santa Saulo partì per estendere la persecuzione dei cristiani fino in Siria e, dopo la sua conversione, vi ritornò per essere introdotto presso gli Apostoli da Barnaba, il quale si fece garante dell’autenticità del suo incontro con il Signore. Da allora Paolo fu ammesso, non solo come membro della Chiesa, ma anche come predicatore del Vangelo assieme agli altri Apostoli, avendo ricevuto, come loro, la manifestazione del Signore Risorto e la chiamata speciale ad essere “strumento eletto” per portare il suo nome dinanzi ai popoli (cfr At 9,15). Nei suoi lunghi viaggi missionari Paolo, peregrinando per città e regioni diverse, non dimenticò mai il legame di comunione con la Chiesa di Gerusalemme. La colletta in favore dei cristiani di quella comunità, i quali, molto presto, ebbero bisogno di essere soccorsi (cfr 1Cor 16,1), occupò un posto importante nelle preoccupazioni di Paolo, che la considerava non solo un’opera di carità, ma il segno e la garanzia dell’unità e della comunione tra le Chiese da lui fondate e quella primitiva Comunità della Città Santa, come segno dell'unica Chiesa di Cristo.

In questo clima di intensa preghiera, desidero rivolgere il mio cordiale saluto a tutti i presenti: al Cardinale Francesco Monterisi, Arciprete di questa Basilica, al Cardinale Kurt Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e agli altri Cardinali, ai Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, all’Abate ed ai monaci benedettini di questa antica comunità, ai religiosi e alle religiose, ai laici che rappresentano l’intera comunità diocesana di Roma. In modo speciale vorrei salutare i Fratelli e le Sorelle delle altre Chiese e Comunità ecclesiali qui rappresentate questa sera. Tra essi mi è particolarmente gradito rivolgere il mio saluto ai membri della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Antiche Chiese Orientali, la cui riunione si svolgerà qui a Roma nei prossimi giorni. Affidiamo al Signore il buon successo del vostro incontro, perché possa rappresentare un passo in avanti verso la tanto auspicata unità.

[in tedesco:]

Vorrei indirizzare un saluto particolare anche ai rappresentanti della Chiesa Evangelica Luterana Unita in Germania, che sono giunti a Roma guidati dal Vescovo della Chiesa di Baviera.

[in italiano:]

Cari fratelli e sorelle, fiduciosi nell’intercessione della Vergine Maria, Madre di Cristo e Madre della Chiesa, invochiamo, dunque, il dono dell'unità. Uniti a Maria, che il giorno di Pentecoste era presente nel Cenacolo insieme agli Apostoli, ci rivolgiamo a Dio fonte di ogni dono perché si rinnovi per noi oggi il miracolo della Pentecoste e, guidati dallo Spirito Santo, tutti i cristiani ristabiliscano la piena unità in Cristo. Amen.

[© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana, traduzione del passaggio in tedesco a cura di ZENIT]

In diocesi: Sette diaconi del Seminario Redemptoris Mater di Roma per la sfida missionaria


Nella basilica di San Giovanni in Laterano l'ordinazione di seminaristi del Redemptoris Mater, presieduta dal cardinale Agostino Vallini di Marta Rovagna

I frutti del carisma del Cammino neocatecumenalesono tangibili nelle vocazioni, molte, che fioriscono ogni anno: domenica sera (31 ottobre) sono sette i seminaristi del Redemptoris Mater che sono stati ordinati diaconi dal cardinale vicario Agostino Vallini. I giovani, che hanno dai 30 ai 37 anni, si sono formati presso il seminario neocatecumenale di Roma e presso quello di Goma, nella regione del Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Per tutti, dopo gli anni di studio, un periodo di vita come itineranti: un’esperienza di almeno un anno di evangelizzazione in missione, a sostegno di un sacerdote, di laiche consacrate o di famiglie.

«I seminari Redemptoris Mater nascono a supporto della missio ad gentes, voluta da Giovanni Paolo II - spiega monsignor Claudiano Strazzari, rettore del seminario - e in questo contesto la formazione dei seminaristi lascia ampio spazio anche all’educazione missionaria». I luoghi di missione sono i più diversi, «da luoghi lontani, ancora pagani - sottolinea don Claudiano - a luoghi scristianizzati, come in Europa centrale e orientale».

Per i seminaristi questa è un’occasione seria e importante di incontrarsi e scontrarsi con la povertà e con la Provvidenza di Dio. A raccontarlo è Jacob, uno dei sette nuovi diaconi, che si è formato al Redemptoris Mater di Goma e che è andato come itinerante nel Sud del Congo: «È stata un’esperienza molto forte - racconta il seminarista madrileno - sono stato in Katanga, una regione molto povera con una famiglia in missione, abbiamo evangelizzato e vissuto giorno dopo giorno sperimentando una grandissima povertà e precarietà. All’inizio questa condizione, che si vive anche a Goma, mi spaventava: troppe differenze, dal colore di pelle, di cultura, di razza. Tanta povertà e questo essere guardato continuamente come "bianco". Pensavo di non farcela e avevo davvero paura. Ma in questa dimensione - ricorda Jacob - ho incontrato il Signore, molto da vicino. Sono ancora lì perché è lì che Dio mi è apparso come segno vivente». Accettare questa sfida per il seminarista spagnolo è stato aprirsi a una vita diversa e piena: «Studiare in Congo mi ha anche aiutato a riconciliarmi con la mia famiglia e con la mia storia: ero molto irrequieto quando sono entrato in seminario a 20 anni; ora, a quasi 30, sono grato a Dio di tutti i doni che mi ha fatto».

Non tutti i sacerdoti formati nei Redemptoris Mater partiranno per la missione: «Sarà il cardinale Vallini a scegliere la loro destinazione chiaramente - sottolinea don Claudiano - quasi tutti vivono infatti la loro prima esperienza di presbiterio incardinati nelle parrocchie romane. Nella Capitale, per coloro che sono già diventati sacerdoti, il Redemptoris Mater continua a offrire, accanto alla formazione permanente della diocesi, anche una formazione per coloro che hanno studiato e vissuto con noi da seminaristi». Un modo per condividere, respirare e rafforzare il proprio carisma, «quello suscitato dallo Spirito Santo - ricorda il rettore del seminario - nella Chiesa attraverso il Cammino neocatecumenale, un percorso di riscoperta del proprio battesimo che porta alla nascita e al fiorire di tante vocazioni» e che confluiscono nei vari seminari neocatecumenali, 78 in tutto il mondo.

L’esperienza di Paolo, romano di Tor Sapienza, è diversa: «Mi sono laureato in statistica - racconta il seminarista, oggi quasi 37enne - e ho iniziato a lavorare, con una carriera promettente per la quale mi spendevo tanto. Poi ho sperimentato la misericordia di Dio, il Signore ha lavorato dentro di me lentamente. Un giorno, mentre mi trovavo a Milano per lavoro ho iniziato a leggere "Le Confessioni" di Sant’Agostino, e ho cominciato a pensare a una vita diversa». Il percorso, lungo otto anni, non è stato facile: «Ogni anno scegliere di continuare il seminario è stato un combattimento - spiega Paolo - pian piano diversi amici sono usciti, si sono sposati e hanno avuto figli, io rimanevo, mi sembrava che non fosse la strada per me ma sentivo che il Signore mi chiamava a restare, giorno dopo giorno». Per Paolo, itinerante in Costa Rica e in Israele, la cosa più bella di questo percorso di formazione che si sta per concludere è un’opportunità unica da poter cogliere: «Quella di portare Gesù Cristo agli altri, e questo è possibile - conclude - grazie alla sua misericordia per me. Sono contentissimo perché avevo in mente un progetto di vita tutto diverso, il Signore ha stravolto completamente questi piani e ora sono davvero felice».

2 novembre 2010

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In pace con Israele, in nome di Gesù. La cittadella neocatecumenale affacciata sul lago di Tiberiade (Il Foglio)


Roma. “All’apertura della Domus Galilaeae
moltissimi ebrei hanno cominciato a
visitarci, e a tornare. Solo l’anno scorso ne
sono passati più di centomila… Noi sentiamo
che dobbiamo accoglierli e servirli come
fratelli”. Lo ha detto, intervenendo al
Sinodo sul medio oriente, padre Rino Rossi,
dal 2003 responsabile della Domus Galilaeae,
il centro per la formazione dei missionari
del Cammino neocatecumenale che
sorge sul Monte delle Beatitudini, non lontano
dal lago di Tiberiade. Era stata benedetta
nel 2000, mentre era ancora in costruzione,
da Giovanni Paolo II, e da allora non
ha mai smesso di essere un simbolo di amicizia
tra il movimento fondato dallo spagnolo
Kiko Argüello e il popolo ebraico (a
partire dal progetto, opera dell’architetto
di Haifa Dan Mochly e dell’argentino padre
Daniel Cevilan). Al punto che alla Domus,
affrescata dallo stesso Argüello, qualcuno
ha ritenuto di dover rimproverare un eccesso
di contaminazione, con l’esposizione
di una Torah del XV secolo, del candelabro
di Hanukkà, o per il canto-preghiera “Shemah
Israel” che accoglie i visitatori.
Al Foglio, padre Rossi spiega che il Cammino
neocatecumenale “è in contatto stretto
sia con le chiese locali sia con la realtà
ebraica, che ci ha offerto una buona accoglienza.
Naturalmente è stata fondamentale
la visita di Papa Wojtyla, e l’opportunità
che ci fu data di organizzare la grande messa
sul Monte delle Beatitudini, a fianco della
Domus. Per la prima volta tutte le televisioni
israeliane trasmisero una cerimonia
cristiana di quell’imponenza, con più di
centomila persone riunite”. I simboli
ebraici nella Domus Galilaeae, spiega ancora
padre Rossi, “dicono che dobbiamo
andare alle nostre radici e mettere al centro
la parola di Dio, come ha raccomandato
il Concilio Vaticano II. Questo ci porta a
riscoprire la nostra fondamentale connessione
con il popolo ebraico e con le sue tradizioni.
Gesù Cristo è ebreo e non possiamo
capire la sua predicazione nel Nuovo testamento
se non conosciamo l’Antico. Il Cammino
neocatecumenale si inserisce nella
scia del Concilio, e poi del magistero di
Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI”.
E’ capitato qualche fraintendimento,
racconta padre Rossi: “Alcuni arabi si sono
scandalizzati per il decalogo di Mosè scolpito
in ebraico su marmo all’ingresso della
nostra biblioteca. Ma quello è un richiamo
al momento cruciale che stiamo attraversando.
La nostra cultura europea nasce da
radici giudaico-cristiane, mentre oggi il
nuovo ordine europeo vuole dimenticare
quella radice, e cerca di introdurre norme
che le sono completamente contrarie (sulla
famiglia, per esempio). Il cammino della
vita, rivelato da Dio sul Sinai con i dieci comandamenti,
è stato ripreso da Gesù sul
Monte delle Beatitudini, con quello che è il
cuore della sua predicazione: il sermone
della montagna”. In quella circostanza,
conclude il responsabile della Domus Galilaeae,
“Gesù riprende la Torah, non la abolisce
ma la porta a compimento: amate coloro
che vi odiano, ci dice. Nella Domus è
stato messo in evidenza qualcosa che abbiamo
in comune con l’ebraismo: il compito
di realizzare quel contenuto, questione
di vita o di morte per il mondo futuro”.

© Copyright Il Foglio 23 ottobre 2010

Intervento di Don Rino Rossi (Domus Galilaeae) al Sinodo

Nel Capitolo primo dell'Instrumentum Laboris, parlando dell'apostolicità e vocazione missionaria, si dice: “In quanto apostoliche, le nostre chiese hanno la missione particolare di portare il vangelo in tutto il mondo”. Sono un presbitero della diocesi di Roma in missione presso il Centro Internazionale Domus Galilaeae, che si trova nella parte alta del Monte delle Beatitudini.
Con i seminaristi e i ragazzi che operano nel nostro Centro, abbiamo visitato tantissime famiglie cristiane dei vari riti della Terra Santa, della Giordania e di Cipro. Abbiamo incontrato tanta sofferenza, gli stessi problemi che si trovano nella chiesa in altre parti del mondo: la crisi in tante famiglie, l'allontanamento dei giovani dalla pratica religiosa, il problema dell'aborto, la chiusura alla vita, il gioco d'azzardo che distrugge famiglie intere, il sogno di poter andarsene all'estero per crearsi una vita più comoda. Non parliamo poi della droga, della pornografia, del dilagare delle sette.
All'apertura della Domus Galilaeae moltissimi ebrei hanno cominciato a visitarci. Solo l'anno scorso ne sono passati più di centomila. Sono attratti dall'accoglienza e dall'estetica della casa. Molti di loro non conoscono la Chiesa né Gesù Cristo. Ci fanno tante domande sulla nostra fede. Tante volte ritornano. Noi sentiamo che dobbiamo accoglierli e servirli come fratelli.
Penso che lo Spirito Santo che abbiamo invocato all'inizio di questo sinodo, ami con un amore immenso i nostri fedeli e li voglia salvare dagli attacchi del demonio che li seduce, come egli sa ben fare. È lui il vero nemico. Ma Cristo ha potere su di lui e questo potere l'ha dato alla Chiesa, a voi pastori. Abbiamo una responsabilità enorme verso le pecore perdute delle nostre parrocchie. Guai a me se non evangelizzassi! I Padri orientali nei primi secoli di fronte alle sfide del loro tempo, in un mondo pagano, hanno elaborato un itinerario di iniziazione cristiana: il Catecumenato. La Chiesa come una madre, in un percorso lento con tappe, gestava nei suoi figli la Vita Eterna. Oggi è necessario offrire ai nostri cristiani un catecumenato adattato alla loro condizione di battezzati.
I pastori della Terra Santa sono coscienti delle sfide che ci attendono oggi e lo posso testimoniare anche con l'iniziativa del Patriarca Latino di Gerusalemme, che in comunione con gli arcivescovi Greco-Melchita e Maronita, ha aperto un seminario missionario Redemptoris Mater, per preparare presbiteri missionari per la Nuova Evangelizzazione.

TRECENTO PELLEGRINI DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE IN MISSIONE CON IL PAPA DALLA SCOZIA FINO IN INGHILTERRA

Di Gran Bretagna, Italia, Olanda, Portogallo e Spagna


di Jesús Colina

LONDRA, domenica, 19 settembre 2010 (ZENIT.org).- Un gruppo di circa 300 pellegrini del Cammino Neocatecumenale di Gran Bretagna, Italia, Olanda, Portogallo e Spagna, composto da giovani e famiglie con i loro bambini e accompagnato da cinque sacerdoti, segue Bendetto XVI nella sua visita apostolica in varie città del Regno Unito.

ZENIT ha raccolto questa esperienza dai catechisti del Cammino Neocatecumenale in Gran Bretagna che hanno guidato questo pellegrinaggio: Lorenzo e Maurizia Lees, una coppia con dieci figli, e don Maurizio Pallù, presbitero della Diocesi di Roma.

“Il nostro desiderio era di vivere un po’ quello che è scritto nel Vangelo quando il Signore manda avanti i suoi discepoli in quei villaggi dove lui sta per recarsi, perche preparino le persone ad accoglierlo”, ha spiegato Lorenzo Lees, residente a Londra.

“Anche noi siamo certi che la venuta del Papa è per la Gran Bretagna un vero evento in cui Gesù viene a visitarla”, ha aggiunto.

I pellegrini sono stati ospitati nelle parrocchie di Saint Thomas the Apostle and St Philip, dove i parroci hanno offerto loro il salone parrocchiale, che è servito come refettorio e si è poi trasformato in dormitorio. Molte famiglie hanno anche offerto ospitalità nelle proprie case.

Nel viaggio in pullman verso la Scozia, i pellegrini si sono fermati a Saint Helen, vicino Liverpool, per celebrare la Messa e pregare sulla tomba del Beato Domenico Barberi.

“Questo Sacerdote Passionista, grande Apostolo dell'Inghilterra del secolo XIX, ci ha ispirato durante il percorso. Ricevette John Henry Newman nella Chiesa Cattolica nel 1845. Predicò 100 missioni in 5 anni, consumandosi perché Gesù Cristo fosse conosciuto ed amato”, ha spiegato don Maurizio.

“La sua presenza è stata sicuramente molto importante per gli operai delle Midlands al tempo della rivoluzione industriale, ma anche per molti anglicani che, attirati dalla sua santità, chiedevano di essere ricevuti nella Chiesa Cattolica”.

“Naturalmente John Henry Newman, che il Papa beatificherà a Birmingham domenica, è stato il punto di riferimento più forte di questo nostro pellegrinaggio – ha riconosciuto il sacerdote –. Il suo coraggio nell'annunziare la verità e la sua visione profetica ci hanno dato forza per andare nelle strade a portare il lieto annunzio di Gesù Cristo Risorto”.

“Durante le otto ore di viaggio in pullman abbiamo pregato le Lodi e abbiamo proseguito leggendo alcuni brani dei sermoni di John Henry Newman – ha proseguito Lorenzo Lees –. Dopo la breve lettura di singoli passaggi chiedevamo ai giovani di intervenire ed esprimere il loro pensiero o di formulare domande. E’ venuto fuori un dialogo molto bello dove si è vista l’attualità e la profondità delle intuizioni profetiche del Cardinale Newman, e come i giovani sono attratti da ciò che è vero e bello”.

“Uno dei temi che ci ha più colpito è stato quello in cui Newman parla di chi sono i veri cristiani e di che cosa è la santità. Non si tratta di avere molto entusiasmo o sentimenti; la santità consiste soprattutto in azioni fatte in segreto per amore del Signore. I santi sono disprezzati dal mondo ma attirano a sé e a Dio molte persone”, spiega.

Tra i pensieri del Cardinale Newman che hanno impressionato i giovani, c'era per esempio quello che dice che “più un uomo è santo, meno è compreso dagli uomini del mondo. Tutti coloro che hanno una scintilla di fede vivente lo comprenderanno, e più è santo più ne verranno attirati; ma quanti servono il mondo saranno ciechi nei suoi confronti, o lo disprezzeranno o avverseranno quanto più è santo”.

La mattina del 15 settembre, i pellegrini si sono riuniti nella chiesa benedettina di Saint Columba, dove hanno pregato le Lodi e ricevuto il sacramento della riconciliazione con confessioni private in una celebrazione presieduta dal parroco, Fr. Euan, con altri 10 presbiteri.

“L’ascolto della parola di Dio e ricevere il perdono dei peccati nel sacramento ci ha aiutato ad andare incontro agli altri”, ha dichiarato Lees.

“Abbiamo trascorso il pomeriggio nel centro di Glasgow, nelle strade e nelle piazze di St Enochs e di George Square, portando bandiere vaticane e striscioni di benvenuto al Papa. Lì abbiamo danzato in cerchio, cantato salmi e cantici spirituali con chitarre, tamburi, cembali e trombe. Nello stesso tempo alcuni di noi avvicinavano le persone che incuriosite si erano fermate”.

“Abbiamo parlato di argomenti esistenziali che di solito non si affrontano – ha aggiunto don Maurizio –: la vita, la morte, la sofferenza e la paura. In un mondo che si è liberato di tutti i tabù sessuali ma che ha smarrito la presenza di Dio, ci si contenta di sopravvivere invece che vivere. L'annunzio diretto del Vangelo ci ha permesso di entrare rapidamente in sintonia con tante persone”.

“Non è mancato chi si è professato ateo o ha espresso sentimenti di amarezza o di ostilità nei confronti della Chiesa Cattolica, per quello che la Chiesa dice riguardo alla morale sessuale e alla difesa della vita; alcuni hanno parlato degli scandali di pedofilia. Il solo fatto di poter parlare delle proprie delusioni e sofferenze ha aiutato alcuni a rasserenarsi e ad ascoltare l’annuncio del Vangelo”, aggiunge il sacerdote.

Per Lorenzo Lees, “l’esperienza della comunione tra noi e con le persone a cui ci siamo rivolti, annunciando la pace di Cristo Risorto e il perdono dei peccati, è stata il fatto sicuramente più rilevante”.

“Abbiamo potuto cantare e ballare in queste piazze per mostrare la gioia di Cristo Risorto ad un mondo che ha smarrito la speranza e la gioia, gioia che è grande nelle cose piccole della vita di ogni giorno, perché il Signore la riempie del suo amore”.

I pellegrini hanno accolto il 16 settembre in Scozia il Santo Padre partecipando all'Eucaristia nel pomeriggio al Bellahouston Park, nello stesso luogo in cui l’aveva celebrata nel 1982 Giovanni Paolo II.

“È stato un momento molto intenso. Ci ha colpito in particolare l’ esortazione rivolta ai giovani”, ha spiegato Lees.

Il Santo Padre li ha avvertiti che “vi sono molte tentazioni che dovete affrontare ogni giorno – droga, denaro, sesso, pornografia, alcool – che secondo il mondo vi daranno felicità, mentre in realtà si tratta di cose distruttive, che creano divisione. C’è una sola cosa che permane: l’amore personale di Gesù Cristo per ciascuno di voi”.

Dopo la Messa, i pellegrini sono saliti sui pullman per viaggiare tutta la notte e seguire il Santo Padre nella sua missione a Londra.

“Negli atti degli Apostoli l’ombra di Pietro curava i malati ai lati della strada. Siamo sicuri che il passaggio del successore di Pietro in questa nazione potrà guarirci dalle nostre infermità ed aiutarci a seguire Cristo nella sua missione”, ha concluso Lees.