DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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“Dominus Iesus”. Quella volta che papa Wojtyla picchiò il pugno sul tavolo


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In un libro-intervista uscito alla vigilia della beatificazione di Giovanni Paolo II, il cardinale Tarcisio Bertone ha svelato i retroscena della “Dominus Iesus“, la dichiarazione dogmatica pubblicata dalla congregazione per la dottrina della fede il 6 settembre del 2000, che ribadì l’assoluta unicità di Gesù Cristo in ordine alla salvezza di tutti gli uomini.

Quella dichiarazione fu molto criticata fuori e dentro la Chiesa, anche a livelli gerarchici alti. Si diffuse la leggenda che papa Karol Wojtyla, personalmente svogliato, la pubblicò solo per dare soddisfazione al cardinale Joseph Ratzinger, all’epoca prefetto della congregazione per la dottrina della fede, di cui Bertone era segretario.

Bertone smantella del tutto questa leggenda. Dice all’intervistatore:

“Un elemento tipico della fermezza dottrinale di Giovanni Paolo II riguarda proprio la sua passione per una cristologia vera, autentica. Il papa stesso ha voluto in prima persona la dichiarazione dogmatica circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, ‘Dominus Jesus’, nonostante le dicerie che hanno attribuito a una ‘fissazione’ del cardinale Ratzinger o della congregazione per la dottrina della fede il fatto di aver voluto questa famosa dichiarazione, dicerie che si erano propagate anche in campo cattolico. Sì, è Giovanni Paolo II stesso che aveva chiesto in prima persona la dichiarazione, perché era rimasto colpito dalle reazioni critiche alla sua enciclica sulla missionarietà, la ‘Redemptoris Missio‘, con la quale voleva incoraggiare i missionari ad annunciare il Cristo anche nei contesti dove sono presenti altre religioni, per non ridurre la figura di Gesù a un qualsiasi fondatore di un movimento religioso. Le reazioni erano state negative, soprattutto in Asia, e il papa ne era rimasto molto amareggiato. Allora, nell’Anno Santo – anno cristologico per eccellenza – disse: ‘Per favore, preparate una dichiarazione dogmatica’. È stata così preparata la ‘Dominus Jesus’, densa, scarna e con un linguaggio dogmatico. Essa permane assai importante nell’attuale temperie della Chiesa perché, partendo dall’analisi di una situazione preoccupante a raggio mondiale, offre ai cristiani le linee di una dottrina fondata sulla rivelazione che deve guidare il comportamento coerente e fedele al Signore Gesù, unico e universale salvatore”.

E all’intervistatore che gli chiede come il Vaticano reagì alle critiche, Bertone prosegue:

“Non solo in campo laico, ma anche in campo cattolico alcuni si allinearono a queste critiche. Il papa rimase doppiamente amareggiato. Ci fu una sessione di riflessione proprio su queste reazioni, soprattutto dei cattolici. Alla fine della riunione, con forza il papa ci disse: ‘Voglio difenderla e voglio parlarne domenica 1° ottobre, durante la preghiera dell’Angelus – eravamo presenti io, il cardinale Ratzinger e il cardinale Re – e vorrei dire questo e quest’altro’. Abbiamo preso nota delle sue idee e abbiamo redatto il testo che lui ha approvato e poi pronunciato. Era la domenica in cui venivano canonizzati i martiri cinesi. La coincidenza aveva suggerito a qualcuno una certa prudenza: «Non conviene – gli suggerivano taluni – che lei parli della ‘Dominus Iesus’ proprio in quel giorno, è meglio che lo faccia in un altro contesto. È meglio che lo rimandi, potrebbe renderlo pubblico l’8 ottobre, nella domenica del giubileo dei vescovi, alla presenza di centinaia di presuli’. Ma il papa rispose così a tali obiezioni: ‘Come? Adesso devo rimandare? Assolutamente no! Ho deciso per il primo ottobre, ho deciso per questa domenica, e domenica lo farò!’”.

All’Angelus di quel 1 ottobre 2000, in effetti, Giovanni Paolo II presentò la “Dominus Iesus” come “approvata da me in forma speciale”.

Il libro:

Tarcisio Bertone, “Un cuore grande. Omaggio a Giovanni Paolo II”, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2011, pp. 124, euro 14,00.


KAROL WOJTYLA O “LA FORZA DEI MARTIRI E LA PAURA DEI CRISTIANI”

Pietro de Marco

di Pietro De Marco

A coronamento del suo primo pellegrinaggio a Firenze, il 19 ottobre 1986, Giovanni Paolo II aprì l’omelia della messa celebrata allo Stadio comunale con l’impressionante domanda di Gesù: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Luca 18, 8).

Nella mia memoria lo stadio, meno capiente dell’attuale, era pieno, ma nei giorni precedenti l’attraversamento della città fatto dal papa era stato seguito da poche persone. Un amico osservò, con un sottinteso polemico e apocalittico: “Povero papa!”, come a dire: la Chiesa si muove ormai nell’irreversibile indifferenza degli uomini. Evocare invece l’inquietante brano evangelico, nella certezza delle “cose sperate”, ma evocarlo, e farvi fronte, era invece il nuovo stile del vescovo di Roma. Carisma saliente e vittorioso.

L’ufficio delle letture della messa per il nuovo beato riprenderà la sua omelia del 22 ottobre 1978, per l’inizio del pontificato: “Pietro voleva abbandonare Roma. Ma il Signore è intervenuto. Gli è andato incontro. Pietro tornò a Roma ed è rimasto qui fino alla sua crocifissione”. Una crocifissione che, sembra dire il papa, è quella di allora e quella di oggi.

Nella quarta parte del suo testamento, scritta nel febbraio del 1980, accanto alla riflessione sulla morte e sul giudizio particolare, leggiamo un accenno alle cose della storia. I tempi sono “indicibilmente difficili e inquieti”, “difficile e tesa anche la via della Chiesa”. Il riferimento è ad “un periodo di persecuzione” più grave delle persecuzioni dei primi secoli, per “spietatezza e odio”. Rilevante è la “causa” che – scrive il papa – “cerco di servire”, ovvero: “la salvezza degli uomini, la salvaguardia della famiglia umana, e in essa di tutte le nazioni e dei popoli”, con un richiamo anche alla Polonia. È l’accettazione, fino da allora, della personale morte (“la Pasqua”) che accende la speranza di Wojtyla sui suoi stessi frutti: una Pasqua “utile” alla salvezza dei popoli, delle persone particolarmente affidate al papa, alla chiesa, alla gloria di Dio.

L’articolazione del progetto del nuovo papa è chiara: nella dedizione di sé, ciò che si chiede a Dio è d’ottenere, anche nella propria finitezza e morte e quasi in virtù di esse, la “salus” della famiglia umana. Chi non ha vissuto quegli anni non può sapere quanto implausibili suonassero allora queste parole ai cristiani. Wojtyla ci è stato maestro di plausibilità cattolica.

“La forza dei martiri e la paura dei cristiani” è il titolo di un paragrafo del libro, di vasto e giudizioso respiro, dedicato da Andrea Riccardi al papa (”Giovanni Paolo II. La biografia”, 2011). Nell’uomo Wojtyla, e nel santo, il momento martiriale, come testimonianza voluta e come martirio subíto, è dunque essenziale. Obiettivamente travolge, e un po’ ridicolizza, il cristianesimo “borghese” (democrazia, partecipazione, moderazione nella e della Chiesa) caro ai suoi critici. Nella visita ad Ali Agca in carcere il papa non “dialoga”, porta e chiede (chiede!) il perdono.

La forza del suo carisma autentico viene da più lontano e ha più spessore della stessa aura, del nuovo rispetto – finalmente, penoso paradosso, anche tra i cattolici – che l’attentato del 1981 procura alla persona del pontefice. Incastonato nel terzo segreto di Fatima (“Prostrato in ginocchio ai piedi della grande croce venne ucciso…”, trascrive suor Lucia) quel 13 maggio 1981 apre alla teologia della storia del Novecento. Veri segni dei tempi, l’odio della “civitas hominum” (”civitas diaboli”) e la protezione della Mediatrice vengono in collisione. L’azione di Dio conserva e destina una vita, quella di un papa, a un compito storico nuovamente all’altezza del suo ufficio. È molto piccolo borghese la nostra reazione di fastidio alla visione del proiettile incastonato nella corona della Vergine, o all’ampolla col sangue del papa, che si è deciso di conservare ed esporre alla memoria e al culto. Come ogni reliquia ci ricordano, invece, che il Sacro non si cura del nostro gradimento; ci sovrasta; è oltre, è là, come il sangue di Karol, il suo addome devastato, la sua obiettiva vicinanza alla morte.

Non so se tutto ciò sia una “perla” di Wojtyla. L’idea di Alberto Melloni di cogliere addirittura “cinque perle” nel pontificato (vedi il suo recente “Le cinque perle di Giovanni Paolo II”, 2011), idea generosa da parte di un critico tagliente di Giovanni Paolo II (”Chiesa madre, chiesa matrigna” di Melloni è appena del 2004), resta, a mio avviso, al di sotto della realtà, e non tanto per il tono concessivo o la selezione partigiana. Piuttosto, perché premia atti del pontificato che, isolati, possono invece apparire, come apparvero alle sinistre non meno che alle destre, incompleti, secondari, erronei.

Se esaminiamo le “perle” una per una, torna subito alla mente che a sinistra l’assise straordinaria dei vescovi del 1985, la prima perla, fu giudicata una decisione tardiva e innocua. L’incontro di Assisi, altra perla, fu giudicato dai progressisti (ne ho precisa memoria) uno scivolone sincretistico, sorprendente in un papa conservatore, o forse sintomatico della sua confusione teologica. Le richieste giubilari di perdono furono deprezzate come una manovra, nel suo fondo arrogante o ipocrita. La visita alla Sinagoga creò pochi entusiasmi (l’intelligencija non ama l’ebraismo istituzionale). L’opposizione alla guerra irakena, nel 2003, fu forse l’unica “margarita” che nella cosiddetta “opinione pubblica della Chiesa” non abbia corso il rischio paventato in Matteo 7, 6.

Le “cinque perle” papali non mi sembrano tali, nel senso che non sono singolarità. Sono atti tra altri non meno potenti ma anche molto diversi; uniti nell’unità della “complexio” degli opposti cattolica, e meglio comprensibili, tutt’altro che appiattiti, nell’intero progetto del pontificato di Giovanni Paolo II. Il cardinale Tarcisio Bertone (”Un cuore grande. Omaggio a Giovanni Paolo II”, 2011) attesta la fermezza del papa nel rendere pubblica, accentuando la propria piena condivisione, la dichiarazione dogmatica “Dominus Iesus” del 2000, preparata da Joseph Ratzinger. Vi è “perla” più preziosa, nel successore di Pietro, che saper affermare, alla svolta di millennio, in un isolamento di Roma impressionante, l’unicità e universalità salvifica di Cristo, senza negare l’evento interreligioso di Assisi? Wojtyla fu questa “complexio”; e questo fu il Concilio che egli interpretò e proseguì.

Così, atti di governo, politiche, stili pastorali o ascetici, aperture e chiusure dottrinali e disciplinari, assunti o favoriti da Giovanni Paolo II, sono stati “martirio” anch’essi. Il sangue invisibile di quel martirio è conservato oggi nella teca del ministero petrino, che il successore di Wojtyla può mostrare integra, dopo la durezza del “certamen”, al mondo.



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Le due frontiere su cui Giovanni Paolo II ci è stato maestro

di Pietro De Marco


I cristiani d'Occidente, e non solo i cristiani, debbono a Giovanni Paolo II la ripresa del coraggio, e della capacità di parlare nell'arena pubblica con il linguaggio che appartiene al genio del cristianesimo.

Questa riconquista, ossia la ripresa di questa forza sotto la sua guida, ha richiesto lunghi anni. Era necessario, ad esempio, ritornare a parlare quel linguaggio dapprima entro il "noi" ecclesiale e cattolico, a cominciare con se stessi: la discussione, la ruminazione delle convinzioni e della rappresentazione delle cose, sono anzitutto, e conclusivamente, atti interni. È nel processo interiore che si giocano i linguaggi e la loro plausibilità.

Karol Wojtyla è stato prima di tutto maestro di plausibilità cattolica: “Permettete a Cristo di parlare all'uomo!”. E ancora: “Cristo sa cosa è dentro l'uomo. Solo Lui lo sa” (1978).

Ed è stato maestro su due frontiere. Quella del confronto di civiltà e quella dei saperi cristiani positivi.

La prima. Appena fatto papa, indossate le armi spirituali del proprio ruolo universale senza smettere quelle della propria appartenenza nazionale, Karol Wojtyla va al cuore del "Dio che è fallito". È il suo primo viaggio in Polonia. La sfida evangelizzante, alta e pubblica, mistica e politica, è dunque plausibile. Non lo sarà subito. Anzi, non lo sarà ancora per svariati anni.

Nel decennio Settanta la cultura cattolica europea è nel pieno della sua deriva invisibilista, a causa dell'immersione laica e secolarizzante nelle "realtà terrene" e nel "mondo adulto". È una deriva maturata, sia pure con le migliori intenzioni, sul terreno di una vera e drammatica separatezza dal mondo. Divenuto come incapace di soggettività e di azioni se non imitative (mobilitazione, utopia, rivoluzione), l'intelletto cattolico era come dimentico, e quasi improvvisamente incapace di essere matrice di civiltà, sistema di saperi insostituibili, Weltanschauung con capacità affermative ed antagonistiche necessarie all'equilibrio della storia del mondo.

Certo, molto di questa soggettività cattolica, ricostruita laboriosamente tra il XIX e il XX secolo, era stato speso in una conflittualità antimoderna che le "libertà" cristiane degli anni Sessanta giudicavano severamente. Comunque, il collasso postconciliare circa l'attitudine affermativa cattolica (ovvero la rinuncia volontaria ad essa) resta di difficile comprensione. Nonostante la capacità di resistenza, che costituisce l'effettiva grandezza del pontificato di Paolo VI, quando Karol Wojtyla accede al pontificato tutto questo era ai livelli di gravità massima, mascherato talora nell'intelletto cattolico dalla certezza di una rigenerazione cristiana in corso. I cattolici militanti parlavano con linguaggi altrui, con riferimenti e valori legittimati al di fuori o dal di fuori di ciò che era la loro ricchezza e la loro misura delle cose.

L'altra frontiera su cui Giovanni Paolo II è stato maestro è, dunque, necessariamente interna, e strettamente connessa. Per Karol Wojtyla, l'ordinamento fondamentale dei saperi come delle virtù cristiane, dei compiti come degli uffici ecclesiali, è irrinunciabile: nei suoi contenuti, nella loro architettura gerarchica, nel loro senso tradito, nella loro intima verità.

Quello che i critici gli rimprovereranno di aver impedito, andava impedito; di non aver perseguito, non andava perseguito; di aver combattuto, andava combattuto. Un incredibile coraggio, il suo, in quegli anni, quale poteva possedere solo chi avesse sperimentato l'invisibilizzazione coatta dei credenti nella sfera pubblica neutralizzata dei paesi comunisti. E chi, in rapporto a questo, avesse vissuto il valore decisivo di saperi e istituti, di fedeltà e decisioni, e della loro determinatezza: i “dogmi” cattolici.

Solo quando l'egemonia che persegue la distruzione (o l'addomesticamento e l'umiliazione) della tua presenza ha preso corpo attorno a te, hai gli strumenti per cogliere altrove le egemonie striscianti e sorridenti, fatte di elogi della tua indecisione e inerzia cristiana (celebrata come problematicità), e della tua emarginazione dalle architetture dei valori comuni, lodata sotto il segno della superiore alterità dello "spirituale".

Il papa polacco sapeva. Karol Wojtyla, con la sapienza di un pastore educato al confronto con le sfide della storia e la forza di un "classico" (i suoi stessi maestri teologici), ha rovesciato pro nobis la tendenza alla santità dell'indeterminato, ha vanificato l'illusione del non-apparire virtuoso.

Ha insegnato e praticato “sacra doctrina” e, assieme, “militia sacra”. Ha ricordato che la Chiesa cristiana è anche, inseparabilmente, forma storica e pubblica, “civitas Dei” a suo modo responsabile degli uomini storici che sono anche i suoi propri cittadini.

Ovunque nel mondo, papa Wojtyla ha essenzialmente esercitato una milizia ri-evangelizzatrice e ri-civilizzatrice. Ha trovato, in Occidente, molti cristiani smarriti in una lettura dei "segni dei tempi" di cui altri dettavano le regole.

Ora li lascia dotati almeno un po' della sua forza – "non abbiate paura" –, moltissimo della sua speranza e di quello statuto di roccia che egli ha innanzitutto restituito alla coscienza della Santa Chiesa.

C. Avvenire

Il caso Giovanni Paolo II. Nella fama di santità di Papa Wojtyla sono presenti la considerazione dei fedeli e il riconoscimento dell'azione di Dio


La "innegabile e costante pressione dei fedeli e dei mass-media" sulla "sollecita conclusione" della causa per la beatificazione di Giovanni Paolo II "non ha disturbato il procedimento". Al contrario, "ha permesso di agire con aumentata attenzione nel vaglio delle testimonianze e degli eventi". È quanto sottolinea il cardinale prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi in un intervento - che pubblichiamo quasi integralmente - tenuto il 1° aprile scorso, vigilia del sesto anniversario della morte di Papa Wojty?a, presso la Pontificia Università della Santa Croce sul tema "Sensus fidei e beatificazioni. Il caso di Giovanni Paolo II".

di ANGELO AMATO

La dinamicità del sensus fidei si attua e trova la sua legittimazione nell'ambito dell'intero corpo ecclesiale, incluso il magistero. C'è una innegabile e necessaria osmosi tra l'intuito della fede da parte dei fedeli e la sua maturazione e formazione da parte del magistero. Il sensus fidei cristiano e cattolico non è al di fuori o al di sopra della comunione ecclesiale, non è la forma fidei del soggetto non magisteriale della Chiesa, né una riappropriazione "dal basso" della fede cattolica. Appartiene, anzi, all'essenza della nozione teologica del sensus fidei il riconoscimento del magistero autorevole, come dono alla comprensione della verità e alla comunione nella Chiesa. Se, da una parte, il magistero della Chiesa ha bisogno dello stimolo, dell'esperienza e della testimonianza del sensus fidei dei fedeli, d'altro canto, anche il sensus fidelium ha bisogno del ministero di verità e di garanzia apostolica del magistero. Il sensus fidei unisce non divide, accomunando nell'unica coscienza di fede tutti i battezzati, qualunque sia il loro ufficio nella Chiesa. Il sensus fidei ha trovato in questi ultimi secoli alcune concretizzazioni nella promulgazione, per esempio, dei due dogmi mariani dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, nel 1854, e della sua gloriosa Assunzione, nel 1950. La secolare intuizione spirituale della Chiesa circa la verità dell'assenza di peccato originale in Maria e circa la sua glorificazione celeste in corpo e anima è stata confermata dal magistero solenne e infallibile del Papa.
Il sensus fidei è poi particolarmente presente nei processi di beatificazione e di canonizzazione. I fedeli, infatti, sono dotati dalla grazia divina di un'innegabile percezione spirituale nell'individuare e nel riconoscere nell'esistenza concreta di alcuni battezzati l'esercizio eroico delle virtù cristiane. La beata madre Teresa di Calcutta o san Pio da Pietrelcina, già in vita erano ammirati, seguiti e imitati per la loro santità. "Sono vissuti santamente", "Sono morti in concetto o in odore di santità" sono espressioni tipiche della coscienza di fede dei battezzati nei confronti di alcuni testimoni eminenti delle virtù della fede, della speranza e della carità. Nei processi di riconoscimento della vita santa dei fedeli il sensus fidei dà origine alla cosiddetta fama sanctitatis (o fama martyrii, per i martiri) e alla fama signorum. Non si può iniziare un processo se non si dà una diffusa, genuina e spontanea fama di santità.
Stando a Papa Benedetto XIV (1740-1758), riconosciuto come il Magister in questo campo, la fama sanctitatis è l'opinione diffusa tra i fedeli sull'integrità di vita e sulla pratica delle virtù cristiane, esercitate in modo continuo e al di sopra del comune modo di operare degli altri buoni cristiani. Alla fama sanctitatis appartiene anche la fama signorum e cioè la convinzione di ottenere grazie e favori celesti, mediante l'invocazione e l'intercessione di un servo di Dio morto in concetto di santità.
Il Magister aggiunge due altre precisazioni. La prima chiarisce che si può parlare di fama sanctitatis, quando la vita e le azioni di un servo di Dio possono essere proposte ad altri come esempio da imitare. La seconda precisazione riguarda la diffusione di questa fama. Se essa esiste solo in una parte esigua e non nella maggior parte del popolo di Dio si dovrebbe parlare di diceria piuttosto che di fama ("non fama, sed rumor"). In ogni caso, la qualifica più importante del concetto di fama sanctitatis è l'eccellenza delle virtù vissute e percepite come tali dai fedeli. Ciò significa che il servo di Dio, vivendo eroicamente - e cioè in modo superiore alla comune bontà degli altri fedeli - suscita stupore, ammirazione, imitazione e incoraggiamento per richiedere la sua intercessione presso Dio Trinità. Non si tratta del riconoscimento dell'intelligenza di un battezzato nel campo della teologia o delle scienze umane o della sua azione caritativa. Né basta dire che si tratta di un "buon sacerdote" o di un "buon padre di famiglia". È indispensabile, invece, considerarlo più propriamente come un "santo sacerdote" o un "santo padre di famiglia". Si tratta di percepirlo come immagine di Cristo, come autentico interprete delle beatitudini evangeliche. Inoltre, non si deve valutare un singolo atto, anche significativo, di carità, ma un atteggiamento costante - un habitus - di carità, come espressione di una continua comunione di grazia con Dio Trinità.
La fama di santità deve essere spontanea e non causata da una propaganda esasperata. Tale spontaneità è segno della grazia dello Spirito Santo, che fa nascere nei cuori dei fedeli una particolare ammirazione verso un servo di Dio. A tale proposito, nel processo canonico, si raccolgono, soprattutto per la cause recenti, testimonianze preferibilmente de visu, che depongono a favore della fama sanctitatis motivandola con la personale conoscenza e narrazione di fatti, di detti, di comportamenti e di azioni particolarmente eloquenti del servo di Dio. È quindi necessario raccogliere le testimonianze di coloro che scientia propria hanno constatato l'esercizio eroico delle virtù da parte di un servo di Dio. La fama sanctitatis, o l'opinione comune che i fedeli hanno della santità di un servo di Dio, è solo il primo passo, anche se indispensabile, per iniziare un processo di beatificazione. Di per sé, da sola, la fama sanctitatis non dice ancora che si tratta di effettiva santità. A scanso di errori, la sua autenticità sarà vagliata ed eventualmente riconosciuta nel corso di un lungo e articolato iter, sia in sede di inchiesta diocesana, sia in sede di procedimento romano, che prevede l'intervento di storici, teologi e pastori della Chiesa.
Come si vede, la fama sanctitatis non proviene primariamente dalla gerarchia ma dai fedeli. È il popolo di Dio, nelle sue diverse componenti, il protagonista della fama sanctitatis. In questo campo la vox populi è di fondamentale importanza. La fama sanctitatis è un fenomeno storico-sociologico ed ecclesiale concreto, che germina spontaneamente nel popolo di Dio. È un dato non provocato intenzionalmente, ma sorto "al di fuori" del servo di Dio, causato dalla sua vita e dalle sue opere sante. La fama sanctitatis, per esempio, si manifesta nella visita alla tomba del servo di Dio, nella preghiera personale e comunitaria - non liturgica - a lui indirizzata, nella diffusione delle sue biografie e dei suoi scritti. In conclusione, nel corso di un processo di beatificazione, c'è anzitutto una vox populi, che esprime la venerazione verso persone che sono vissute e morte santamente. Spesso questa vox populi è accompagnata anche dalla vox Dei e cioè da quelle grazie, favori celesti e anche veri e propri miracoli, ottenuti per intercessione di un servo di Dio. Infine, c'è la vox Ecclesiae che, dopo aver esaminato e valutato positivamente sia l'eroicità delle virtù sia l'autenticità del miracolo, procede alla beatificazione e poi alla canonizzazione.
Questo concetto teologico pieno di sensus fidei, inteso sia come fama sanctitatis sia come fama signorum, è emerso prepotentemente nel caso della preparazione del processo di beatificazione di Giovanni Paolo II. Da una parte, infatti, a partire dal giorno della morte, il 2 aprile del 2005, il popolo di Dio ha subito gridato alla santità del Papa defunto. Dopo le esequie solenni, quando la salma del Papa veniva portata nelle grotte vaticane, in piazza San Pietro si innalzarono spontanei alcuni striscioni con la scritta "Santo Subito", accolti prontamente e con entusiasmo dalla folla, che ne iniziò a scandire il grido. "Santo Subito" esprimeva il sentimento diffuso tra i fedeli di tutto il mondo.
I pastori della Chiesa furono pronti a raccogliere con gioia e immediatezza questa invocazione spontanea. Il 3 maggio 2005, il vicario di Roma, il cardinale Camillo Ruini, presentò al cardinale José Saraiva Martins, allora prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, la richiesta della diocesi di Roma di costituirsi attore della causa di beatificazione e canonizzazione del Pontefice, aggiungendo anche la domanda di dispensa ex toto dal termine stabilito di cinque anni dalla morte per l'apertura dell'inchiesta diocesana. Il 9 maggio 2005, il neo eletto Papa Benedetto XVI accolse benevolmente la richiesta di dispensa. Qualche giorno dopo, il 13 maggio, durante l'incontro col clero romano nella basilica Lateranense, lo stesso Pontefice ne diede notizia, che fu accolta dall'assemblea con un fragoroso applauso.
Fu l'inizio di un iter che, ponendosi in una corsia preferenziale, sgombra cioè da ostacoli di altri processi, ha avuto uno svolgimento sollecito, ma condotto con estrema accuratezza e professionalità. L'invocazione del popolo di Dio era stata raccolta, ma la millenaria prudenza della Chiesa suggeriva di obbedire meticolosamente alle norme emanate dallo stesso Giovanni Paolo II nel 1983, con la costituzione apostolica Divinus perfectionis magister. "Santo Subito" sì, ma soprattutto "Santo sicuro". Un'incauta frettolosità non doveva pregiudicare l'accuratezza del procedimento.
Il vicariato di Roma, quindi, si assunse il compito di accertare l'esistenza della fama di santità e cioè dell'opinione diffusa tra i fedeli circa la purità e l'integrità del servo di Dio Giovanni Paolo II e circa le virtù da lui praticate in grado eroico. Si dimostrò, inoltre, che tale fama non era procurata artificiosamente, ma era spontanea, stabile, molto diffusa tra persone degne di fede e presente nella quasi totalità del popolo di Dio. Certificò anche la fama dei segni e cioè l'opinione corrente tra i fedeli circa le grazie e i favori ricevuti da Dio mediante l'intercessione del servo di Dio. Del resto, per un riscontro empirico della fama sanctitatis et signorum di Papa Giovanni Paolo II, è sufficiente sostare un poco in piazza San Pietro, in qualsiasi giorno dell'anno, per vedere la fila interminabile di fedeli che si recano in pellegrinaggio alla sua tomba nelle grotte vaticane. Ciò a confermare che la sua fama di santità è una communis opinio, e cioè un'opinione diffusa tra i fedeli nei confronti della bontà di un servo di Dio, testimone eroico ed esemplare della sequela Christi.
Nella fama di santità di Giovanni Paolo II vediamo presenti chiaramente le due dimensioni che la costituiscono: quella dal basso, che proviene dalla considerazione che i fedeli hanno della straordinarietà delle sue virtù; e quella dall'alto, che consiste nella grazia di Dio, che rende possibile l'esercizio eroico delle virtù teologali della fede, della speranza e della carità. La sua santità è, infatti, frutto sia della grazia sia dell'impegno umano nella assidua scelta del bene.
La corposa Positio in più volumi, preparata dalla postulazione e curata dalla Congregazione delle Cause dei Santi, contiene una biografia critica e documentata, l'esposizione dell'eroicità delle singole virtù teologali e cardinali, la dimostrazione della sua fama di santità, gli interrogatori dei testimoni. La fama di santità e di segni di Giovanni Paolo II è provata da moltissimi testimoni de visu, dalla venerazione della tomba, dalle segnalazioni di favori spirituali e materiali ricevuti, dalle invocazioni e dalle preghiere a lui elevate, e, infine, da veri e propri eventi straordinari, i quali costituiscono una testimonianza e una conferma "dall'alto" di tale fama.
Il vaglio delle testimonianze è stato particolarmente delicato e ha meritato un attento discernimento. Un elemento, per esempio, della fama di santità di un servo di Dio è la sua ortodossia cattolica, soprattutto in materia di fede e di morale, che deve essere presente nelle sue parole, nei suoi atteggiamenti, nei suoi scritti. Da questo punto di vista il magistero di Papa Giovanni Paolo II costituisce un capitolo di notevole importanza per la fede cattolica, per la trattazione illuminante che egli fa dei più rilevanti problemi che incontra la proclamazione attuale del Vangelo. Il suo magistero, infatti, costituisce un ricchissimo patrimonio di inculturazione del Vangelo nel mondo contemporaneo.
I testimoni convocati hanno motivato l'eroismo delle sue virtù teologali, della fede, della speranza e della carità. Tale eroicità conferisce al Pontefice una perfezione che supera le forze della natura umana, a significare che le virtù non sono solo sforzo umano ma dono di grazia di Dio e conseguenza della sua efficacia nel cuore di chi non oppone ostacoli, ma anzi collabora con essa.
L'esame delle virtù, compiuti in vari passaggi dai teologi e poi dai padri della Congregazione delle Cause dei Santi, si concluse, il 19 dicembre 2009, con l'autorizzazione del Santo Padre Benedetto XVI alla promulgazione del decreto sull'eroicità delle virtù. Da quel momento Giovanni Paolo II fu dichiarato venerabile. Ma il momento culmine della sua fama di santità è stato il sigillo divino del miracolo. Per Papa Giovanni Paolo II la postulazione presentò il caso della guarigione di una religiosa francese, suor Marie Simon Pierre Normand, nata a Cambrai nel 1961. Nel 1981 ottenne il diploma di ausiliaria puericultrice. Fu in seguito accolta fra le Piccole sorelle della maternità cattolica, emettendo la professione dei voti il 6 agosto 1985. Nel 1988, durante l'esame per il brevetto di "primo soccorso", avvertì che la mano sinistra tremava - è mancina. Attribuì l'episodio all'emozione del momento. Nel 1990 incominciò a notare stanchezza e dimagrimento e per un anno interruppe gli studi infermieristici. Li riprese nel maggio 1991, ottenendo il diploma di infermiera nel 1992. Nel suo lavoro a poco a poco avvertì forti disturbi e dolori sia alla mano sinistra sia alla gamba, con difficoltà di scrittura e di deambulazione. Il neurologo, che la visitò nell'agosto del 2001, emise la diagnosi di sindrome parkinsoniana a prevalente espressione sinistra, ovvero di parkinson giovanile. Visitata da specialisti, le fu riservato un trattamento antiparkinsoniano, che produsse un lieve ma temporaneo miglioramento della sintomatologia. La malattia ebbe, però, subito una recrudescenza, per cui la paziente fu visitata da un illustre neurologo, che confermò la diagnosi parkinsoniana. Tuttavia, la malata continuava ad aggravarsi. Finalmente, il primo pomeriggio del 2 giugno 2005, l'inferma chiese alla madre generale, in visita canonica, di essere esonerata, per impossibilità fisica, dall'ufficio. La madre la esortò a resistere, sperando nell'aiuto del defunto Pontefice. A tal proposito pregò e fece pregare. Quella sera la suora si addormentò e riposò tranquilla fino all'alba. Al risveglio, con sua grande sorpresa, non avvertiva più né dolori né irrigidimenti. Si sentiva guarita. Sospese la terapia farmacologica antiparkinsoniana e il 7 giugno si recò dal neurologo, che l'aveva seguita da anni. Il medico constatò la scomparsa di tutti i sintomi del morbo, confermando altre due volte le buone condizioni della paziente, il 15 luglio e il 30 novembre 2005. Altri specialisti riconobbero, inoltre, che la religiosa era esente da ogni patologia psichiatrica e da ogni tendenza di tipo affabulatorio o dissimulatorio. La storia clinica della paziente e numerosi esami successivi confermaronono la natura fisica della sintomatologia.
Per quanto riguarda l'aspetto teologico, e cioè la valutazione dei tempi e delle modalità della richiesta di intercessione al servo di Dio, è stato accertato che le consorelle della sanata, invitate della madre generale, avevano cominciato a invocare l'aiuto del Papa "santo" già a maggio del 2005, intensificando la preghiera la sera del 2 giugno 2005. E proprio il mattino del giorno dopo, suor Marie Simon Pierre si sentì del tutto guarita.
Dopo il meticoloso esame scientifico dell'evento e dopo aver constatato che l'invocazione univoca al servo di Dio aveva preceduto la guarigione improvvisa e duratura della suora, il Santo Padre Benedetto XVI autorizzò la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto sul miracolo, il 14 gennaio 2011.
Così il diffuso sensus fidei circa la fama sanctitatis et signorum di Papa Giovanni Paolo II è stato ufficialmente legittimato dal magistero, dopo un accurato processo di verifica. Lo stesso giorno, 14 gennaio, fu anche resa nota la data della solenne beatificazione, 1° maggio 2011, in piazza San Pietro. La innegabile e costante pressione dei fedeli e dei mass-media sulla sollecita conclusione della causa - contrariamente a quanto si possa pensare - non ne ha disturbato il procedimento. Anzi ha permesso di agire con aumentata attenzione nel vaglio delle testimonianze e degli eventi. È così che la Chiesa "santa" cerca di raggiungere l'indispensabile certezza morale su eventi e persone, che rendono splendente il suo volto di Sposa di Cristo, il tutto santo.
La beatificazione di Giovanni Paolo II apre la porta alla sua canonizzazione, che, come si sa, esige un ulteriore intervento dall'alto. Ovviamente il processo sul miracolo per la canonizzazione avrà bisogno di tempo. Ma non si deve considerare tempo vuoto il periodo che va dalla beatificazione alla canonizzazione. Si tratta, invece, di un tempo pieno, durante il quale i fedeli sono invitati a conoscere meglio la vita santa del beato e a imitarne le virtù. È cioè un tempo propizio, per ricordare a tutti le promesse battesimali e per confermare la fedeltà a Cristo e al suo Vangelo di verità e di vita, sull'esempio e a imitazione di Papa Giovanni Paolo II.



(©L'Osservatore Romano 4-5 aprile 2011)

GP II. Il Papa che liberò l’Europa dal comunismo


Intervista a don Mariusz Frukacz, redattore del settimanale “Niedziela”
di Antonio Gaspari
Tratto da La Stampa del 9 febbraio 2011

Il primo maggio Bendetto XVI beatificherà a Roma il suo predecessore, Karol Wojtyla.

Per cercare di comprendere meglio le virtù e la santità di Giovanni Paolo II, ZENIT ha deciso di pubblicare diverse testimonianze di persone che lo hanno conosciuto e frequentato.

Iniziamo con l’intervista a don Mariusz Frukacz, sacerdote dell’arcidiocesi di Cze;stochowa nonchè redattore del settimanale cattolico “Niedziela” e corrispondente diocesiano della Agenzia Cattolica d’Informazione.

La Polonia era duramente sottomessa al regime sovietico. Che cosa significò per il popolo l’elezione a Pontefice di Giovanni Paolo II?
Don Frukacz: Nel 1978 quando il Cardinale Karol Wojty?a è stato eletto Pontefice con il nome di Giovanni Paolo II la Polonia era schiacciata dal regime comunista. L’elezione di Giovanni Paolo II, il primo Pontefice polacco e il primo Pontefice slavo, ha avuto una grande rilevanza non soltanto per la Polonia, ma anche per tutta l’Europa centrale e orientale. Il popolo in Polonia, ma anche negli altri paesi sottomessi al regime sovietico, ha avvertito non soltanto la gioia, ma anche lo spirito di libertà. Giovanni Paolo II ha portato con sè la fedeltà al Vangelo e il coraggio della fede nella verità. Penso che le parole “Non abbiate paura, anzi spalancate le porte a Cristo” abbiano dato il via ai cambiamenti epocali in Polonia e in tutta l’Europa. L’elezione di Giovanni Paolo II significò l’inizio della primavera della libertà. L’elezione di quel Pontefice ha dato al popolo polacco la forza spirituale e morale per passare dalla resistenza all’ingiustizia, alla vittoria del bene sul male. Giovanni Paolo II ha dato il via alla rivoluzione spirituale e morale in Polonia e negli altri paesi dell’Europa centrale e orientale.

È vero che i russi non invasero la Polonia perchè Wojtyla era Papa?
Don Frukacz: A questa domanda non si può dare una risposta semplice. In questo momento non conosciamo tutti i documenti del regime comunista, e soprattutto poco si sa del periodo in cui il generale Wojciech Jaruzelski instaurò lo stato di guerra in cui vennero sospesi i diritti civili e gli attivisti di "Solidarnos'c'" furono arrestati e imprigionati. Io penso che alcuni storici hanno ragione quando scrivono che i russi non invasero la Polonia perchè non volevano ripetere la situazione del 1968, quando invasero la Cecoslovacchia. Il generale Wojciech Jaruzelski sostiene che il 13 dicembre 1981 dovette instaurare lo stato di guerra in Polonia altrimenti i russi avrebbero invaso la Polonia. Oggi sappiamo che quanto detto da Jaruzelski non è vero. Dal punto di vista di alcuni documenti e in base alle testimonianze gli storici in Polonia sostengono che il regime comunista, in modo speciale Leonid Brezniev, il primo segretario del partito comunista dell’Unione Sovietica, voleva che il generale Jaruzelski e il regime comunista in Polonia risolvessero il problema di “Solidarnos'c'” con le proprie forze. Sappiamo oggi che durante lo stato di guerra in Polonia, Giovanni Paolo II teneva stretti contatti diplomatici con il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e che scrisse una lettera a Leonid Brez. niev per convincerlo a non invadere la Polonia. Ciò nonostante non possiamo dire in modo sufficiente e sicuro che i russi non invasero la Polonia perchè il Cardinale Wojtyla era Papa.

Il nazismo prima e il comunismo poi hanno cercato di tagliare le radici cristiane e cancellare la fede cattolica del popolo polacco. Per quali ragioni non ci riuscirono?
Don Frukacz: È vero che il nazismo prima ed il comunismo poi hanno cercato di tagliare le radici cristiane e cancellare la fede cattolica del popolo polacco. Ma non ci sono riusciti. Penso che la risorsa decisiva che ha salvato la fede cattolica sia stata quella delle famiglie polacche, le quali hanno rispettato e trasmesso ai figli il patrimonio spirituale delle generazioni precedenti. Nelle famiglie cristiane polacche durante il regime nazista e poi comunista era vivo e forte il legame della fede con la cultura cristiana e la cultura nazionale. Per il popolo polacco la fede ha la sua importanza anche nella vita sociale. Non è una cosa privata. La fede ha una sua dimensione sociale e nazionale. Per i polacchi la fede è collegata con il vero patriottismo, cioè l'amore per Dio e per la Patria.

Penso anche che un grande ruolo nel mantenere forti le radici cristiane nella società polacca lo abbiano svolto i movimenti e le associazione cristiane, come per esempio il “Movimento Luce-Vita” del Servo di Dio don Franciszek Blachnicki. Un ruolo importante lo hanno svolto i Club dell’Intelligenza Cattolica, la pastorale accademica e le settimane della cultura cristiana, quando nelle chiese gli artisti hanno presentato e trasmesso la cultura e la letteratura nazionale ai fedeli.

Penso che un grande ruolo lo abbia svolto anche il Cardinale Stefan Wyszyn'ski, Primate del Millennio. È stato lui ad organizzare i "Voti di Jasna Góra" nel 1956, la Novena in occasione dei mille anni del Cristianesimo in Polonia (1957-1966). È stato lo stesso Cardinale Wyszyn'ski ad approfondire e diffondere la cosiddetta "Teologia della Nazione" per rafforzare l'identità cattolica dei polacchi. Anche Giovanni Paolo II ha testimoniato la rilevanza e la grandezza della figura di Wyszyn'ski quando ha detto: “ Non ci sarebbe stato un Pontefice polacco sul trono di Pietro se non ci fosse stata la fede del Cardinale Wyszyn'ski, e la sua prigionia e Jasna Góra”.

Prima la beatificazione di Jerzy Popieluszko, adesso quella di Karol Wojtyla, due eroi moderni. Ci sono molti elementi comuni nel coraggio e nella testimonianza eroica di entrambi. Può illustrarceli?
Don Frukacz: Certo, sono molti gli elementi comuni nel coraggio e nella testimonianza eroica del beato don Jerzy Popie?uszko e di Giovanni Paolo II. Il primo elemento secondo me è la forte fede. Il Beato don Jerzy Popie?uszko e Giovanni Paolo II sono uomini di fede nel senso di totale obbedienza a Dio. Poi entrambi sono uomini che hanno realizzato nella vita la vera fedeltà al Vangelo e ai valori cristiani. In nome del Vangelo e in nome del rispetto dei valori cristiani nella sfera della vita pubblica, entrambi hanno difeso i diritti umani e la dignità della persona umana. Entrambi hanno dato vera e coraggiosa testimonianza a Cristo fino all’effusione del sangue. Il Beato don Jerzy Popie?uszko è stato ucciso dai servizi segreti del regime comunista. Mentre il Pontefice Giovanni Paolo II ha subito un attentato in Piazza San Pietro il 13 maggio 1981.

Don Popie?uszko e Giovanni Paolo II hanno promosso il rispetto dei diritti umani, dei diritti dei lavoratori e della dignità delle persone umane, tutto alla luce del Vangelo. Per la Polonia e per il mondo intero hanno praticato e testimoniato le virtù del coraggio, della fedeltà a Dio, alla Croce di Cristo e al Vangelo, amore per Dio e per la Patria. Entrambi hanno rappresentato il patriottismo in senso cristiano, come virtù culturale e sociale. Penso che un elemento comune a tutti e due sia la spiritualità mariana e il totale affidamento a Maria. Per don Popie?uszko l’esempio era san Massimiliano Kolbe mentre per Giovanni Paolo II era san Luigi Maria Grignion de Montfort.

Lei ha conosciuto e frequentato Karol Wojtyla. Quale sono, secondo il suo punto di vista, le qualità singolari di Giovanni Paolo II?
Don Frukacz: Il mio primo incontro con Giovanni Paolo II è stato durante il viaggio apostolico in Polonia, nel giugno 1979. Avevo otto anni. Ricordo bene la sua figura bianca con le braccia aperte. Ricordo l’atmosfera gioiosa di quegli storici giorni. Ricordo anche le lacrime dei miei genitori, soprattutto di mio padre Marian che faceva parte del movimento di “Solidarnos'c'”. Poi negli anni successivi ho partecipato con i miei familiari agli incontri con Giovanni Paolo II a Jasna Góra e in Cze;stochowa durante i viaggi del 1983, 1987, 1991, 1997, 1999.

Molto importante anche per la mia spiritualità è stato l’incontro nell’agosto del 1991, quando Giovanni Paolo II è venuto a benedire il nostro Seminario Maggiore in Cze;stochowa. Ero in quel periodo al secondo anno dei miei studi al Seminario. Mi colpirono molto le parole del Pontefice, quando disse: “Con l’intera e totale dedizione, propria dell’atteggiamento di Maria sotto la Croce... proclamare il Vangelo del Suo Figlio e testimoniarlo nella vita, con generosità, senza nessun compromesso con lo spirito di questo mondo e senza alcuna paura”.

Secondo me il Papa polacco è stato un uomo di preghiera. Nel mio cuore rimane per sempre la Messa che ho potuto concelebrare con Giovanni Paolo II nella cappella privata al Palazzo Apostolico, il 7 settembre 2000. Penso che Giovanni Paolo II è stato un uomo di vera gioia cristiana. Durante i miei studi a Roma (2000-2007) ho potuto incontrarlo e ho potuto parlare con lui nel periodo di Natale e ricordo bene quando insieme a noi intonava i canti di Natale. Penso che Giovanni Paolo II sia stato un uomo di grande amore per il prossimo, per Cristo e per la Chiesa. Amava tanto Maria, è stato l’uomo del rosario. Sempre porto con me il Rosario che mi ha dato.

Quanti saranno i polacchi che verranno a Roma per la beatificazione di Giovanni Paolo II?
Don Frukacz: In questo momento non si può dire la cifra certa, ma posso ndire che tutta la Polonia è in movimento. I mass media nel nostro Paese dicono che per la beatificazione di Giovanni Paolo II verranno a Roma oltre un milione di pellegrini dalla Polonia.


Un uomo (Giovanni Paolo II beato). Antonio Socci


Per noi cristiani non sono gli ecclesiastici a fare i santi, ma è Dio (la Chiesa semplicemente li riconosce e invita a farsi loro amici). I santi sono anzitutto uomini veri, la cui persona è resa affascinante, autentica, meravigliosa dall’amicizia con Gesù.

La loro vita però è un messaggio accorato di Dio a una certa generazione, a un’epoca e poi – più ampiamente – anche a tutte le altre.

Allora la beatificazione di Karol Wojtyla impone anzitutto questa domanda: cosa ha voluto dire Dio all’umanità del XX e del XXI secolo mandando un uomo così?

Perché quest’uomo è stato addirittura prefigurato e accompagnato da tanti segni anche soprannaturali ed è stato posto davanti al mondo intero con la sua elezione come Vicario di Cristo e con uno dei pontificati più lunghi della storia?

Secondo me il Cielo ha voluto dirci anzitutto due cose decisive.

Primo messaggio

Per capire la prima bisogna tornare a quel 16 ottobre 1978. Il pontificato di Paolo VI – apertosi con le luminose speranze del Concilio – si era concluso, come lui stesso dichiarò amaramente, sotto neri nuvoloni.

La tempesta che aveva colpito la Chiesa era gravissima. Il post-concilio e il Sessantotto furono dirompenti.

Circa 70 mila sacerdoti lasciarono l’abito, la pratica religiosa crollò verticalmente, l’anarchia e la contestazione nel mondo ecclesiastico sostituirono l’obbedienza, i cattolici – come disse Ratzinger – si trovarono portati qua e là da ogni vento di ideologia.

La solitudine dell’anziano papa Montini fu resa ancor più drammatica dall’esplosione della violenza politica e del terrorismo in Italia, un paese dilaniato dai conflitti.

La sensazione generale era che la Chiesa e il papato fossero ormai allo stremo e che il cattolicesimo fosse diventato residuale, una cosa per vecchiette e per bambini.

La sera del 16 ottobre 1978 quando quell’uomo giovane e vigoroso si affacciò col suo sorriso alla terrazza di San Pietro, infrangendo subito tutti i cerimoniali, con la libertà e la serena forza di chi è stato destinato fin dalla nascita a una missione grandiosa, tutti, perfino i più lontani dalla Chiesa, capirono che era accaduto qualcosa di inaudito.

Tutti rimasero a bocca aperta davanti al Papa venuto dall’Est, intuendo che era l’alba sorprendente di un giorno nuovo e che sarebbero accadute cose inimmaginabili. Dio stava “parlando”.

E papa Karol ci ha incantati subito. Ha catturato i cuori soprattutto della mia generazione e di tutte le nuove generazioni che si sarebbero affacciate sulla scena da allora in avanti: finalmente un uomo vero!

Di tutti i personaggi costruiti dai media, o comunque dal potere, chi poteva reggere il confronto? Assolutamente nessuno. E infatti per ventisette anni si sono visti, sulle tv del mondo intero, tutti i potenti dei più diversi stati e regimi che davanti a lui apparivano impacciati e insicuri come scolaretti.

Tutti ne subivano il fascino, tutti (a cominciare da Gorbacev che pare abbia addirittura pianto) si sentivano in soggezione nonostante il calore umano e la cordialità di quell’uomo.

Milioni di giovani sono corsi a incontrarlo ai quattro angoli del pianeta, incantati da un uomo che sentivano finalmente come padre vero, che comprendeva il loro desiderio di felicità, che svelava loro il senso della vita e che lo testimoniava con eroismo, con umanità e con gioia. Incantati dalle sue parole e soprattutto dalla sua persona, dalla sua libertà.

Era totalmente diverso dal cliché clericale, secondo cui i cristiani sono ometti impauriti dalla vita.

Era il papa che a vent’anni era stato operaio, poeta, attore di teatro, “combattente” nella tragedia della sua terra invasa da nazisti e comunisti e devastata; il Papa che poi era stato seminarista clandestino, giovane prete che amava andare in montagna con i suoi studenti e amava sciare e nuotare, il papa che era stato un intrepido vescovo quarantenne che si era opposto agli abusi della tirannia comunista a Cracovia e che poi ha partecipato al Concilio e poi è stato il ciclone che ha abbattuto il moloch planetario del comunismo, con la forza inerme della sua testimonianza, il papa che ha sfiorato più volte il martirio.

Ebbene quest’uomo dalla vita leggendaria, che ha percorso tutti i continenti, era la prova vivente che l’amicizia di Gesù rende più uomini e non meno uomini. Rende più autentici, più liberi, più umani, più ragionevoli, più felici.

Secondo messaggio

La seconda cosa che il Cielo ci ha detto mi pare la seguente: quest’uomo è il santo della Chiesa del silenzio, della Chiesa dei martiri, del secolo in cui si è perpetrato il più grande macello di cristiani in duemila anni di storia.

Egli appare anzitutto come il sigillo di Dio sull’età del comunismo. Sul secolo che ha visto consumarsi l’esperimento criminal-politico più vasto, duraturo e sanguinario della storia per l’eliminazione di Dio e della Chiesa dal mondo.

Giovanni Paolo II che sale agli onori degli altari dimostra che si realizza la profezia della più grande profetessa di tutti i tempi, Maria di Nazaret, quando proclamò: “Dio abbatte i potenti dai troni e innalza gli umili”.

Con la glorificazione di quest’uomo, che ha conosciuto sulla sua pelle il totalitarismo nazista e quello comunista e che ha rischiato il martirio per mano degli uni e degli altri, la Chiesa – in qualche modo – glorifica milioni e milioni di martiri del nostro secolo che sono stati massacrati nei Gulag, nei lager e in mille altri modi e il cui nome è scritto nei cieli, ma resta ignoto sulla terra.

Soprattutto quei martiri del comunismo che la Chiesa stessa – prima di Wojtyla – si vergognava di nominare, di celebrare e di indicare alla venerazione del popolo, per soggezione verso la prepotenza ideologica del comunismo mondiale.

La stessa soggezione che indusse qualche sventato ecclesiastico a evitare, al Concilio, con metodi scorretti, la condanna del comunismo, richiesta dai vescovi dell’Est europeo.

E’ evidente infatti che il comunismo per la Chiesa è stato una tragedia di natura teologica, come hanno dimostrato fior di pensatori, a cominciare da Augusto Del Noce. Del resto tutti i pontefici ne hanno denunciato la natura satanica e soprattutto lo ha fatto la Madonna a Fatima.

Il suo pontificato stesso, trascorso sotto il segno di Maria, è stato il capolavoro della Madonna che lo ha accompagnato da Medjugorije con le più lunghe apparizioni pubbliche di tutti i tempi.

Gratitudine

Giovanni Paolo II è stato infatti il Papa che ha re-insegnato alla cristianità la grandezza, la bellezza e la potenza della Madonna.

E questo è stato decisivo per la Polonia (che si riprese la sua libertà, ai cantieri di Danzica, inalberando l’icona della Madonna di Chestokowa) e grazie alla Polonia per tutto l’Est europeo e per il mondo.

Dunque bisogna prendere esempio da Giovanni Paolo il Grande, dal suo coraggio che gli faceva gridare a nome delle vittime davanti a tutti i tiranni.

E bisogna affermare a chiare note – senza timidezze – che oggi viene beatificato il Papa che – dopo aver denunciato la natura satanica del comunismo – con la forza della fede lo ha abbattuto.

Anche per questo è un santo a cui tutta l’umanità deve essere grata. Perché – come ho dimostrato, carte alla mano, nel mio libro (in queste poche righe sarebbe impossibile) – abbattendo il comunismo, per una via miracolosamente pacifica, egli ha probabilmente scongiurato una nuova (e stavolta fatale) guerra mondiale.

Attraverso di lui la Madonna ha salvato l’umanità da una autodistruzione che sarebbe stata definitiva.

Antonio Socci

Da “Libero”, 15 gennaio 2011


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Papa Wojtyla, beatificazione più vicina

Sul Giornale di oggi pubblico una notizia riguardante il processo di beatificazione di Giovanni Paolo II. Come si ricorderà nei mesi scorsi l’iter aveva subito uno stallo, a causa di un intoppo riguardante il presunto miracolo – la guarigione dal Parkinson di suor Marie Simon-Pierre - presentato dal postulatore Slawomir Oder alla Congregazione dei santi. Si era ipotizzata anche la possibilità che venisse scelto un altro presunto miracolo avvenuto per intercessione di Papa Wojtyla (le grazie e le segnalazioni di guarigione da parte di persone che si sono rivolte al Pontefice polacco non mancano), ma ora tutto riparte senza cambiamenti in corsa. Pare siano stati infatti fugati alcuni dubbi e il parere di uno dei medici consultati, che si era preannunciato come negativo, è in realtà positivo. Questo significa che gli esperti considerano il caso presentato come valido e che nelle prossime settimane, al massimo entro dicembre, sarà convocata la consulta medica presieduta dal professor Patrizio Polisca (medico personale di Ratzinger), chiamata a esaminare, discutere e infine valutare ufficialmente la guarigione della religiosa francese e di sancire la sua inspiegabilità scientifica. E’ questo l’ultimo grande passo verso la beatificazione di Giovanni Paolo II. Il fascicolo passerà poi ai teologi, quindi ai cardinali e vescovi della Congregazione e infine arriverà sul tavolo del Papa. Come si ricorderà lo scorso dicembre Benedetto XVI aveva promulgato il decreto sull’eroicità delle virtù di Papa Wojtyla. Ma successivamente il processo sul miracolo, necessario per arrivare alla beatificazione, aveva subito un rallentamento e poi uno stallo. E’ sempre difficile fare previsioni in merito (l’esito della consulta non può mai essere dato per scontato), ma ora non è forzato ipotizzare che il processo sul miracolo si concluda definitivamente nei primi mesi del 2011 e dunque che la cerimonia di beatificazione possa avvenire nel corso del prossimo anno. Trattandosi di una beatificazione che attirerà a Roma un numero elevatissimo di pellegrini, un evento di portata se non uguale almeno simile a quanto avvenuto in occasione della morte di Giovanni Paolo II, è naturale che esso venga previsto e studiato nei dettagli per far sì che Roma possa ricevere adeguatamente coloro che arriveranno. Per questo più che la primavera, ancora comunque possibile, è più realistico immaginare che Karol Wojtyla venga elevato all’onore degli altari nell’ottobre 2011.

Papa Wojtyla e il suo medico. Giovanni Paolo II raccontato da Renato Buzzonetti

di WLodzimierz REdzioch

Quando Karol Wojtyla fu eletto Papa il 16 ottobre 1978 sembrava che quest'uomo vigoroso e infaticabile - nato il 18 maggio 1920, novant'anni fa - non avrebbe mai avuto bisogno dei medici. Tutto cambiò il 13 maggio 1981: i proiettili non lo uccisero ma minarono gravemente la sua salute di ferro. Da allora Giovanni Paolo II divenne anche un "uomo dei dolori": pian piano il parkinson e i problemi osteoarticolari lo immobilizzarono e lo resero prigioniero del suo corpo. Tuttavia il Papa continuò la sua missione e non volle nascondere i suoi mali: non per esibizionismo, ma per rivendicare il valore e il ruolo nella società di ogni persona, anche malata o minorata. Le ultime settimane di vita terrena furono i giorni del suo calvario, e il Pontefice che ci aveva insegnato come vivere, in quel periodo ci aiutò a capire come affrontare la morte. Al suo fianco si trovava il medico personale, Renato Buzzonetti, che ha rilasciato questa intervista al nostro giornale.

Lei è stato medico di tre Papi. Con quali funzioni?

Il medico personale del Santo Padre ha il compito fiduciario di vegliare sullo stato di salute del Pontefice, assistendolo nella prevenzione e nella cura delle malattie e, per quanto possibile, deve seguirlo nelle varie fasi della sua attività. In questo delicato servizio il medico si avvale della struttura operativa della Direzione di Sanità e Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e - fuori della città di Roma - della collaborazione delle autorità sanitarie locali.

Quando incontrò per la prima volta Giovanni Paolo II?

Fu nella Sala Regia, pochi minuti dopo la sua prima benedizione dalla loggia centrale di San Pietro. Io ero il medico del conclave e dirigevo l'équipe addetta all'assistenza sanitaria dei conclavisti. Il Papa usciva dalla cappella Sistina e il suo nuovissimo zucchetto bianco sembrava galleggiare tra quelli dei porporati e dei prelati che festosamente lo circondavano. Sostò nella Sala Regia qualche minuto per salutare i conclavisti. Qualcuno sicuramente lo informò della mia lunga amicizia con l'allora monsignor Deskur, ricoverato al policlinico Gemelli in gravissime condizioni. Giunto dinanzi a me, Giovanni Paolo II mi pose una mano sulla spalla e mi chiese notizie del suo grande amico, mi pregò d'informarmi sugli ultimi sviluppi della malattia, ma gli dissi che c'era il blocco dei telefoni essendo ancora chiuso il conclave. Lui insistette: "S'informi lo stesso". Quel giorno non potevo prevedere che alcune settimane dopo sarei stato convocato dal Santo Padre e invitato a diventare il suo medico personale. Dal 1965 facevo parte del corpo sanitario del Governatorato con un impegno professionale a tempo parziale, essendo nel contempo medico ospedaliero in una delle più grandi e efficienti strutture sanitarie pubbliche italiane. Ma non conoscevo, nemmeno di vista, Karol Wojtyla.

Come è diventato medico personale del nuovo Pontefice?

Nel pomeriggio del 29 dicembre 1978, mentre ero nell'ospedale San Camillo a lavorare, mi arrivò a sorpresa una telefonata da monsignor John Magee, della segreteria particolare del Santo Padre, che mi chiedeva di passare da lui. In serata arrivai nell'appartamento papale ritenendo che il prelato avesse un po' d'influenza. Fui introdotto in un salottino e di lì a poco, con mia grande sorpresa, arrivò Giovanni Paolo II accompagnato da due medici polacchi. Mi fece sedere attorno a un tavolo e mi disse che voleva nominarmi suo medico personale. Quindi cominciò a descrivermi la sua anamnesi con molta esattezza di dati e numeri, benché allora fosse in buona salute. Quella sera m'invitò a cena. All'indomani scrissi al segretario particolare, monsignor Stanislaw Dziwisz, che accettavo e che ero pronto a dimettermi quando il Papa avesse voluto.

Da allora è stato al fianco di Giovanni Paolo II, seguendolo anche nei suoi viaggi: come erano i rapporti?

I nostri rapporti erano improntati a grande semplicità. Da parte mia, ci fu sempre una filiale e rispettosa sincerità e da parte del Papa un'affettuosa fiducia, che si manifestava con grande sobrietà, di gesti e parole, e una trasparente benevolenza.

Come era Giovanni Paolo II nelle vesti di paziente?

Papa Wojtyla era un paziente docile, attento, desideroso di conoscere la causa dei suoi mali leggeri o gravi, ma senza la curiosità esasperata, seppur comprensibile, di tanti malati. Era molto preciso nella segnalazione dei sintomi di cui soffriva; lo faceva per la determinazione a voler guarire presto e poter tornare al più presto al lavoro e, ancor prima, a pregare nella sua cappella, con un atteggiamento che ha mantenuto fino all'ultimo. Giovanni Paolo II non ha mai mostrato momenti di scoramento davanti alla sofferenza, affrontata con coraggio e consapevole accettazione. Come tutti i malati, non amava le iniezioni, ma le sopportava con l'intento di guarire presto.

Giovanni Paolo II era persona sanissima, spirava energia, sembrava non aver bisogno dei medici, ma tutto cambiò con l'attentato. Cosa può dire di quel terribile fatto?

La cronaca di quel 13 maggio 1981 è stata già raccontata sotto tutte le angolazioni. Posso però ricordare che, risvegliandosi al Gemelli dall'anestesia, dopo l'intervento che durò cinque ore, disse: "Come Bachelet". Al che replicai: "No, Santità, perché lei è vivo e vivrà". Credo che citasse quel nome perché fu molto colpito dall'uccisione del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, assassinato dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980: il Papa lo conosceva perché, già presidente generale dell'Azione cattolica italiana, era membro del Pontificio Consiglio per i Laici, di cui il cardinale Wojtyla aveva fatto parte. E per Vittorio Bachelet volle celebrare una solenne messa di suffragio in San Pietro pochi giorni dopo la sua morte.

Poi Giovanni Paolo II si ammalò di parkinson...

Notai i primi sintomi del parkinson attorno al 1991, ma penso che non ci sia stato un momento circoscritto e preciso in cui il Papa scoprì di avere questa malattia. Per tanto tempo ha sottovalutato soggettivamente alcuni disturbi e solo tardi cominciò a chiedere spiegazioni sul tremore. Io gli dicevo che il tremore è il sintomo più evidente di quella patologia neurologica, ma che di per sé il tremore non ha mai ucciso nessuno, benché sia un grave impedimento. Si aggiunse presto l'incertezza dell'equilibrio a rendere precaria la situazione. La vita del Papa fu poi ulteriormente complicata dalla sintomatologia dolorosa osteoarticolare, particolarmente importante al ginocchio destro, che impediva a Giovanni Paolo II di restare in piedi a lungo e di camminare agevolmente. Erano due sintomatologie che, sommandosi e intrecciandosi, resero necessari l'uso del bastone, poi seggiole adattate e pedane mobili.

Come il Papa sopportava i dolori e gli impedimenti che limitavano i suoi movimenti e la sua libertà?

Il dolore fisico, negli ultimi periodi, era intenso, ma per lui c'era soprattutto la sofferenza morale e spirituale di un uomo in croce che accettava tutto con coraggio e pazienza: non ha mai chiesto sedativi, nemmeno nella fase finale. Era soprattutto il dolore di un uomo bloccato, inchiodato a un letto o a una poltrona, che aveva perso l'autonomia fisica. Non poteva più fare niente da solo e arrivarono per lui i lunghi penosi giorni di totale debolezza fisica: non poteva camminare, non poteva parlare se non con voce fioca e stentata, il suo respiro era divenuto faticoso e interciso, si nutriva con difficoltà crescente. Quanto erano lontani i giorni dei memorabili raduni internazionali della gioventù, i grandi discorsi alle assemblee mondiali, le scalate delle montagne, le vacanze sulle piste da sci, le faticose visite pastorali alle parrocchie di Cracovia e di Roma. Quando venne l'ora della croce, seppe abbracciarla senza tentennamenti: Vexilla regis prodeunt.

Si ricorda qualche momento particolarmente drammatico?

Il Papa non si arrendeva al dolore. Voglio sottolineare un momento particolare, di stupore e di angoscia: subito dopo la tracheotomia degli ultimi giorni, risvegliatosi dall'anestesia, pur avendo dato il suo consenso previo, si rese conto di non potere parlare. All'improvviso si trovò a fronteggiare una nuova pesantissima realtà. Su una lavagnetta scrisse con grafia incerta, in polacco: "Cosa mi avete fatto. Totus tuus". Era la presa di coscienza di una nuova condizione esistenziale in cui constatava di essere brutalmente precipitato, subito sublimata dall'atto di affidamento a Maria.

Ogni tanto si è avuta notizia di "fughe" del Papa dal Vaticano: il medico vi partecipava?

Sì, ero presente. Nei primi anni si trattava di gite in località montane o marine non lontane da Roma, che comportavano lunghe marce a piedi oppure molte ore di sci. Con l'avanzare dell'età del Santo Padre i percorsi a piedi divennero più brevi e le escursioni, dopo il trasferimento in auto, si concludevano con una lunga sosta all'ombra di una tenda dinanzi a panorami rasserenanti, ai piedi di cime spesso ancora innevate, e con un pranzo al sacco. Verso il tramonto, prima di riprendere la strada di Roma, il Papa amava ascoltare canti di montagna intonati dal suo piccolo seguito, a cui si univano i gendarmi vaticani e i poliziotti italiani della scorta, e toccava a me dirigere l'improvvisato coro sotto lo sguardo divertito di Giovanni Paolo II. Di queste rapide "fughe" ricordo in particolare un'uscita in montagna, vicino ad Arcinazzo, nel maggio 2003. Il Papa aveva forti dolori e problemi funzionali al ginocchio destro e dopo avermi chiesto chiarimenti sul suo stato di salute mi disse che dovevo restare il suo medico "per sempre". Ovviamente non ho dimenticato quel giorno. Né dimentico l'ultimo soggiorno estivo in Valle d'Aosta, nel luglio 2004, quando a Prat Sec, presso Courmayeur, su un prato verde e sotto la canicola, per l'ennesima volta ripetei a monsignor Dziwisz il mio proposito di dimettermi, dopo ventisei anni di servizio. Lui mi rispose che non dovevo e non potevo, perché questa era la volontà del Santo Padre, e mi confidò che il Papa mi ricordava tutti i giorni nella messa. Dovetti arrendermi.

Giovanni Paolo II era suo paziente ma anche il Papa: come percepiva la sua spiritualità?

Papa Wojtyla viveva un'intima unione con il Signore, fatta di preghiera e contemplazione continue. Aveva una fede d'acciaio e un'anima in cui si mescolavano il romanticismo polacco e il misticismo slavo. Aveva una intelligenza penetrante, una rapida e sintetica capacità di decisione, una sicura memoria e, soprattutto, un'evangelica capacità d'amare, condividere, perdonare.

Lei, insieme con i segretari personali e le suore, è stato uno dei pochissimi ad avere assistito il Papa nei suoi ultimi giorni. Cosa ricorda?

Sono stati giorni che hanno segnato profondamente la mia vita, dominati da un gravissimo impegno professionale, dalla partecipazione dolorosa al dramma umano e religioso che si compiva sotto i miei occhi, da una tensione estrema per le grandi responsabilità che pesavano sulle mie spalle e infine da una preghiera ininterrotta in comunione con il Santo Padre sofferente. Nelle ultime ore io e i miei colleghi medici dovemmo constatare che la malattia si avviava inesorabilmente verso l'ultima fase del suo corso. La nostra battaglia era stata condotta con pazienza, umiltà e prudenza, estremamente difficile perché sapevamo che si sarebbe conclusa con la sconfitta. La razionalità tecnica, la coscienza e la saggezza dei medici, l'illuminato affetto dei familiari furono costantemente orientati dal totale e misericordioso rispetto per l'uomo sofferente, senza alcun accanimento terapeutico. Per il medico cristiano l'agonia di un uomo è immagine di quella del Signore. Ogni uomo ha le sue piaghe, porta la sua corona di spine, balbetta le sue ultime parole, si abbandona nelle mani di qualcuno che inconsapevolmente rinnova il gesto di Maria, delle pie donne, di Giuseppe di Arimatea. La morte di Giovani Paolo II mi ha coinvolto ancora di più. È stata la morte di un uomo spogliato ormai di tutto, che aveva vissuto le ore della battaglia e della gloria e che si presentava nella sua nudità interiore, povero e solo, all'incontro con il suo Signore al quale stava per restituire le chiavi del Regno. In quell'ora di dolore e stupore, ebbi la sensazione di trovarmi sulle sponde del lago di Tiberiade. La storia sembrava azzerata, mentre Cristo stava per chiamare il nuovo Pietro.


(©L'Osservatore Romano - 17-18 maggio 2010)


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Navarro: la verità su Maciel. Giovanni Paolo II non ha bloccato nulla, anzi. La beatificazione non corre rischi

Joaquin Navarro Walls, l'uomo che è stato per molti anni Direttore della Sala Stampa della Santa Sede sotto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, assicura che la beatificazione di Giovanni Paolo II “non è in pericolo” a causa dello scandalo pedofilia, “perché mai bloccò o nascose”, anche se riconosce che Benedetto XVI “il Papa saggio si sta caricando della responsabilità di errori che tutti sappiamo non sono suoi”.
MARCO TOSATTI

Joaquin Navarro Walls, l’uomo che è stato per molti anni Direttore della Sala Stampa della Santa Sede sotto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, assicura che la beatificazione di Giovanni Paolo II “non è in pericolo” a causa dello scandalo pedofilia, “perché mai bloccò o nascose”, anche se riconosce che Benedetto XVI “il Papa saggio si sta caricando della responsabilità di errori che tutti sappiamo non sono suoi”.
Navarro, parlando di papa Wojtyla a un'agenzia-web di lingua spagnola, Aciprensa, dice che “A volte in una persona le virtù sono in relazione con i difetti personali. Giovanni Paolo II era una persona di bontà straordinaria. E la bontà deve essere controllata dalla ragione perché, al contrario si possono commettere degli errori. Era così buono che poteva passare come buono”.
La beatificazione può essere toccata dallo scandalo pedofilia?
" Assolutamente no. E citiamo un caso concreto, quello di Maciel. In quegli anni nel sito della Congregazione, troviamo un documento autografo di Maciel in cui diceva più o meno: ‘So che mi si accusa di questo, di questo e di questo. Giuro davanti a Dio che è tutto falso. Non penso a difendermi, lascio tutto nelle mani di Dio. Firmato, Maciel’. Questo stava nella pagina web fino al momento in cui ho dovuto comunicare all’opinione pubblica il risultato del processo canonico contro di lui. Un processo che è iniziato con Giovanni Paolo II e si è chiuso poco tempo dopo la sua morte, nel primo anno di pontificato di Benedetto XVI”. Quindi non ha bloccato o occultato nulla?
“Assolutamente no. Queste accuse sono smentite oggettivamente e storicamente da questo fatto concreto che mi è piaciuto raccontarle”.
Allora il cardinale Sodano intervenne affinché alcune informazioni “sensibili” sul caso Maciel non giungessero al Papa?
“Non ho idea. L’unico dato reale di cui dispongo è che questo processo canonico contro Maciel cominciò sotto Giovanni Paolo II. E ricordo inoltre una riunione del Papa con tutti i cardinali americani per discutere del problema della pedofilia”.
E sottolinea l’esistenza di quel documento firmato da Maciel, “che è poi scomparso dalla pagina web”.



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