DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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"La creazione è nelle cose, in ogni istante"

Da Tracce un contributo dell'astrofisico Marco Bersanelli:

10/09/2010 - Marco Bersanelli corregge le affermazioni del collega Stephen Hawking. Perché non c’è scoperta scientifica che possa offuscare la domanda vertiginosa sull'universo: ultimamente, da dove viene tutto ciò?

La scienza ci racconta una storia meravigliosa, quella del mutare delle sembianze del mondo fisico, dalle Una foto della Terra vista dalla Lunaparticelle alle galassie. Quando ad esempio con il satellite Planck scrutiamo le profondità dell’universo, raccogliendo la prima luce rilasciata 13,7 miliardi di anni fa da un stato ad altissima temperatura e densità, vediamo letteralmente in diretta l’alba del tempo. I progressi della fisica hanno chiarito molti fattori della prodigiosa storia dell’universo aprendo al tempo stesso nuove sfide che in futuro potrebbero portarci a modificare anche profondamente la nostra attuale concezione cosmologica. Ma nonostante le recenti uscite del collega Stephen Hawking, non c’è vera scoperta scientifica che possa offuscare la domanda vertiginosa sulla creazione: ultimamente, da dove viene tutto ciò?
Nei miliardi di anni l’universo è passato da uno stato di massima semplicità a una fioritura impensabile, nella quale hanno trovato posto la complessità e la vita, fino alla coscienza. Alcuni scienziati, forse preoccupati di evitare ogni cenno finalistico, propongono che la straordinaria predisposizione dell’universo alla vita sia un puro effetto di selezione. Ad essi si è unito anche Hawking, con il suo ultimo libro divulgativo annunciato nei giorni scorsi da un battage mediatico internazionale senza precedenti. Essi postulano l’esistenza di una moltitudine di universi, sconnessi e inaccessibili, nei quali le proprietà di base (leggi fisiche, valore delle costanti, dimensioni spazio-temporali...) assumono tutti i possibili valori, diversi da quelli che abbiamo "quaggiù", nel nostro universo. Noi vediamo un cosmo adatto alla vita semplicemente perché tra gli innumerevoli universi (che insieme costituirebbero il cosiddetto "multiverso") non potevamo che ritrovarci in uno di quelli compatibili con essa. Non ci sarebbe dunque bisogno di una scelta preordinata da parte di un creatore. Per la verità l’idea non è affatto originale, visto che fu proposta nel 1895 dal filosofo William James, e da allora è stata più volte riciclata in diverse versioni in ambito cosmologico. Ma dal punto di vista scientifico questa visione soffre di una grave malattia: essa non può essere verificata o falsificata, essendo le altre regioni del "multiverso" per definizione causalmente sconnesse dalla nostra. Il che allo stato attuale rende quest’idea più simile a una opzione metafisica che a una teoria scientifica, e come tale andrebbe presentata - indipendentemente dalla fama dell’autore - e eventualmente paragonata ad altre visioni metafisiche.
Ma ammettiamo per un momento, facendo leva sulla fantasia, che un domani troveremo nuovi percorsi che ci permetteranno di parlare in modo scientificamente sensato di una realtà fisica che eccede quello che oggi chiamiamo "universo": sarebbe davvero interessante! Ma in quel caso avremmo solo spostato più in là l’orizzonte, come quando Bessel nel 1838 misurò la prima distanza di una stella (61 Cygni), o quando Hubble nel 1922 mostrò che l’universo non coincide con la nostra Galassia ma è un oceano di miliardi di galassie. L’universo sarebbe ancor più vasto di quel che oggi pensiamo, ma la domanda fondamentale resterebbe intatta: da dove proviene, ultimamente, tutto ciò?
«L’universo ha creato se stesso dal nulla, non c’è bisogno di alcun creatore», risponde Hawking, caricando l’affermazione della sua pesante autorità di scienziato. Ma che cos’è allora questo "nulla" dal quale tutto avrebbe preso le mosse? Hawking risponderà che è il "vuoto" quantistico primordiale nel quale una fluttuazione può dare origine a una particella, e in linea di principio a realtà fisiche più complesse. Ma questo significa che il "vuoto" dei fisici è radicalmente diverso dal "nulla" del filosofo e del teologo. Anzi, se le cose fossero davvero andate così, quel "vuoto" iniziale finirebbe per essere l’opposto del "nulla": sarebbe la realtà fisica più "piena" che si possa immaginare, il seme creato dal quale sboccia il fiore dell’universo.
Rinasce perciò inevitabile la domanda: questo "vuoto" primordiale, da dove viene? E le leggi della fisica, che in esso agiscono, chi se l’è inventate? Se anche ci fossero moltitudini di universi con leggi diverse, da dove verrebbe la meta-legge così ben congegnata da generare tutto ciò? L’esigenza di spiegazione della ragione umana non si arresta: nessuna "teoria del tutto" potrà mai acquietare la sete di indagare oltre.
Ma c’è un’ultima, più pungente domanda: perché? È la stessa domanda del bambino. E del filosofo: «Perché l’essere invece che il nulla?», direbbe lui. Oppure del poeta: «A che tante facelle?». Perché il fiore, a che scopo l’universo? Perché noi, in questo immenso alveo cosmico, così stranamente capaci di comprendere il reale? Perché questa bellezza del mondo, che la scienza ci consente di contemplare sempre più in profondità? Perché il dolore, perché il nostro infinito desiderio, la nostra sete di conoscenza e di felicità? Ecco l’esigenza abissale, alla quale la scienza non è capace neanche di balbettare una risposta. Da dove proviene l’esserci delle cose, ora? L’evidenza della creazione non va cercata anzitutto nel passato, ma nella sorpresa che le cose ci sono in ogni istante, ora: io non mi faccio da me, ogni cosa, se potesse pensare, dovrebbe dire: «Io non mi faccio da me». Quel momento drammatico di 13,7 miliardi di anni fa, quando tempo e spazio ebbero inizio, è un segno grandioso della contingenza dell’universo. Ma la creazione non è relegata a quel remoto evento. Essa è l’atto misterioso che trae dal nulla ogni istante di ogni stella o fiore o bimbo dell’universo.

Hawking y la libertad

Elena Navarro10/09/2010

"Dado que existe una ley como la de la gravedad, el Universo pudo crearse a sí mismo -y de hecho lo hizo- de la nada. La creación espontánea es la razón de que exista algo, de que exista el Universo, de que nosotros existamos... no es necesario invocar a Dios". Estas afirmaciones recogidas en el todavía inédito libro de divulgación científica de Stephen Hawking The Grand Design han provocado reacciones de aprobación como la del biólogo Richard Dawkins, quien, felicitándose de la conclusión de Hawking, ha declarado: "Es exactamente lo que afirmamos nosotros. No conozco los detalles de la física, pero es lo que he sospechado siempre".

A diferencia de Dawkins, como física espero tener en mis manos el libro para buscar "los detalles de la física", las evidencias científicas en las que tales afirmaciones se apoyan, los pasos que le han llevado a pensar que estamos cerca de conseguir la tan esperada Teoría del Todo, el marco único capaz de explicar todas las propiedades de la naturaleza. Resulta significativo que Hawking difunda sus conclusiones sobre Dios a través de un libro divulgativo, soporte que le permite una gran arbitrariedad, y no mediante el cauce habitual de la investigación, la publicación en revistas científicas sujetas a estrictos procesos de revisión.

Hasta el momento, y con la información publicada por la prensa, parece más bien un nuevo caso de divulgación científica oportunista en la que se vuelven a cometer los errores del caso Galileo: esta vez es la ciencia la que se extralimita al querer aplicar su método de trabajo a objetos que escapan de su ámbito, cuando en realidad cada objeto, según su naturaleza, dicta su propio método de conocimiento.

El problema de la existencia de Dios es sin lugar a dudas la cuestión más recurrentemente planteada por los hombres de todas las épocas y condiciones. Como decía Luigi Giussani, "hay muchos científicos que, al profundizar en su propia experiencia como científicos, han descubierto a Dios; y también muchos científicos que han creído poder eludir o eliminar a Dios con su experiencia científica. Hay muchos literatos que, mediante una percepción profunda de la existencia del hombre, han descubierto a Dios; y también muchos literatos que, por su atención a la experiencia humana, han eludido o eliminado a Dios. Hay muchos filósofos que han llegado a Dios a través de su reflexión; y muchos otros filósofos que a través de su reflexión han excluido a Dios. Esto quiere decir, entonces, que reconocer a Dios no es un problema de ciencia, ni de sensibilidad estética, ni siquiera de filosofía en cuanto tal. Es un problema de libertad".

La experiencia me lleva a pensar que la distancia infinita que separa los datos, fenómenos o evidencias que intentamos entender de la certeza sobre la existencia o la no existencia de Dios no se puede eliminar con teorías científicas a través de las cuales todos lleguemos a la misma conclusión. Para satisfacción de aquellos que valoran su libertad por encima de todo, y para decepción de ultradarvinistas y cientificistas -que, como en el caso de Hawking, se extralimitan en sus afirmaciones- y de creacionistas y creyentes ideologizados, la certeza sobre una conclusión o la contraria es consecuencia de una opción libre y personal, que cada hombre toma por entender que es la más razonable a partir de su experiencia humana.

Hawking ha subrayado el triunfo que supone que los seres humanos, que en cierto sentido somos tan sólo conjuntos de partículas fundamentales de la naturaleza, seamos capaces de comprender las leyes que gobiernan y rigen el universo. La grandeza humana intuida por el científico inglés no puede existir sin esta libertad.



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Hawking y la causa del universo

Jesús Ortiz
Arvo.net, 10.09.2010

Estos días se habla mucho de Hawking, de Dios, cuando se publica su último libro "The Grand Desing". Son cosas de la publicidad pero no está de más abordar temas importantes por encima de la banalidad. El famoso astrofísico afirma ahora que el origen del universo se explica suficientemente por las fuerzas gravitacionales, y por tanto Dios no hace falta como causa del mismo. Me parece que es tanto como explicar la no existencia de Velázquez a partir de Las Meninas.

Buscando la causa

La noción de causa es elemental pero verdaderamente difícil. Hay una primera idea de causa, que utiliza de modo espontáneo la inteligencia, aliada con el sentido común, cuando busca el origen de un efecto, de un fenómeno, y sobre todo de los entes o realidades, que sólo se explican parcialmente a sí mismos. Sin embargo, sospechamos con razón que a menudo concurren más causas de las que vemos o suponemos. Por eso nos equivocamos y tenemos que rectificar, los simples humanos y los científicos.

En segundo lugar hay otra noción de causa eficiente que utiliza la filosofía con más precisión, a partir de esa experiencia elemental humana de la razón que se pregunta por el origen de los efectos. Intenta remontarse a las causas propias yproporcionadas, porque no hay nada sin razón suficiente. Afirmar desde la física, la biología o la astrofísica que las leyes de la naturaleza, la vida o el universo se explican por sí mismos es dar un salto mortal en el vacío y sin red, pero sobre todo es un atentado a la lógica apoyada en el inevitable principio de no contradicción. También afecta al principio empírico según el cual todo efecto tiene una causa proporcionada, aquella que influye en el ser mismo del efecto. Y en ese término "proporcionada" está el meollo, porque la física puede experimentar efectos existentes y provocar otros, siempre de modo empírico y sometidos al principio de falsación que equivale, para entendernos, a ir avanzando aprendiendo de los errores (K.Popper).

Pues bien, la búsqueda de las causas propias y proporcionadas no se puede hacer de modo indefinido, porque una sucesión indefinida o incluso infinita sólo dilata la cuestión pero no la resuelve. Por eso se puede concluir que tiene que haber una Causa primera incausada de toda la realidad, y que por ello su naturaleza sea sólo ser, identificándose como ejemplar único. Mientras el efecto dice dependencia de la causa, la inversa no es necesaria: no existen efectos absolutos, pero sí puede haber una causa absoluta.

También hay que advertir que la noción de Causa incausada no equivale a "causa sui" como han dicho algunos estos días e incluso a lo largo de la historia de la filosofía. Es contradictorio que algo o alguien sea causa de sí mismo, puesto que tendría que existir antes de existir, o mejor ser antes de ser. Lo intentó explicar B.Spinoza a su modo pero no ha convencido porque va contra el sentido común que no está reñido con la filosofía.

La Causa última incausada marca la inabarcable e inexperimentable diferencia entre todos los entes o realidades que tienen ser, como participado, y el Ser que es su ser, Ipsum ipse subsistens, dice Tomás de Aquino, después de razonar sesudamente a partir de la experiencia de los entes contingentes, y puliendo los mejores logros de los pensadores anteriores, como Aristóteles o Boecio.

Del fenómeno al fundamento

Todo esto es parte de la ciencia filosófica, del discurrir de la razón desde los efectos a las causas, comprobando que el azar no explica nada, sino que elude las preguntas fundamentales, y se plantea como un axioma casi de fe. Se queda, en palabras del filósofo X.Zubiri, en la penultimidad de la vida. Me parece que es lo que pasa a algunos filósofos, muchos pensadores, y cantidad de científicos, incapaces de remontarse por encima de los fenómenos para buscar sus fundamentos. Y principalmente el fundamento último de todo, visto como Causa incausada, ser subsistente que no debe nada a nadie: plenitud absoluta no vinculada a nada, a diferencia de los seres contingentes que no tienen en sí la razón de su ser, siendo por ello relativos a sus orígenes, como los hombres a sus progenitores y en última instancia a Dios. Ese Dios que es vida y da la vida, que es inteligente como lo muestra la maravilla del universo, del macrocosmos y del microcosmos. Como es sabido, decía con razón de E. Kant que hay dos cosas que le admiran en extremo: el cielo estrellado en la noche y la conciencia moral del hombre que le impera ser quien es. Aquí está el sentido común, el sentido filosófico, y hasta un poco del sentido religioso. Y es el hipercrítico de Kant.

Sin embargo esa percepción de Dios como Causa primera y más universal se queda pequeño ante el conocimiento real de Dios por la fe. Ya no hablamos de un Ser impersonal , una fuerza aplastante, o una idea necesaria para dar sentido a la realidad. No aparece como el Gran relojero sino de un Dios que ama y crea por amor, que es familia primigenia tripersonal, el Padre, el Hijo, y el Espíritu. Que ama tanto a los hombres que envió al Hijo para salvarlos del mal, que todos reconocemos en mayor o menor medida, pero sin poder explicarlo bien y menos desarraigarlo. La Encarnación del Logos y la Redención por amor desde la Cruz logran adentrarnos en ese misterio del amor de Dios, el de la libertad humana, el de la esperanza sólida, y el de la fraternidad humana. Así podemos ver que el hombre es para el hombre algo sagrado, y estamos en las antípodas de aquel hombre que es lobo para el hombre, salido de la mente perdida del pragmático Hobbes. Vemos por ello que buscar a Dios y encontrarlo no es simple tarea especulativa de astrofísicos o de filósofos sino algo plenamente humano que repercute en la dignidad de las personas y en la convivencia social.

Hawking rebasa el límite

El astrofísico tendría una postura razonable si reconoce que la ciencia empírica no responde a las preguntas últimas, que corresponden a la filosofía -que también es ciencia- y, en otro plano, a la religión. Pero si, como parece, Hawking afirma que el universo se ha creado a sí mismo, entonces yerra por salirse de los límites de su ciencia. En realidad, me parece que hay un cierto embrollo en todo esto empleando unas palabras clave de modo impropio. Por ejemplo, la noción de causa tiene su acepción en la ciencia empírica que no coincide con la del uso corriente y menos con la de la metafísica, como ya hemos dicho.

Otro problema reside en decir que la existencia de Dios es una cuestión religiosa, de creencias porque, siendo esto verdad, no es toda la verdad. La metafísica, y más en concreto la teodicea sí prueba la existencia de Dios y algunos aspectos de su naturaleza, y eso no es fe. Los argumentos de Boecio, Anselmo, Pedro Lombardo o Tomás de Aquino son bien sólidos, pero hay que enterarse bien y pensarlo, cosa que no todos hacen. Y tiran por la calle de en medio. En suma, saber de una ciencia empírica, como Hawking, no da sabiduría sobre las cuestiones fundamentales de la existencia. Pero sigue siendo verdad que Dios es el concepto más difícilmente alcanzable, pero al mismo tiempo el más inevitable de la razón especulativa humana, como dijo E. Kant.

El astrofísico S.Hawking vive en un agnosticismo que renuncia a las preguntas fundamentales: alguna vez se ha inclinado por la probabilidad de un Dios como causa del universo, pero otras por su no probabilidad, como ahora. Su biografía personal explica muchas cosas, sobre todo que ni él ni ninguno somos sólo sustancia pensante, sino que hay emociones, sentimientos favorables o desfavorables, e incluso buena dosis de prejuicios poco racionales. Esta vez, el superateo R.Dawkings se ha apresurado a confirmar el axioma de Hawking, diciendo que Darwin expulsó a Dios de la biología y ahora Hawking le ha asestado el golpe de gracia. Pero yo deseo que éste llegue a dar el salto desde las cuestiones físicas a las metafísicas, y encuentre vitalmente al Dios personal que ha creado el universo y a él mismo. Y se lo pueda contar a Dawkings.


Jesús Ortiz
Doctor en Derecho Canónico


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SCIENZIATI DI TUTTO IL MONDO SMENTISCONO LE TESI DI HAWKING

Dei documentari raccolgono le opinioni di trenta esperti sulla creazione


MADRID, giovedì, 9 settembre 2010 (ZENIT.org).- Il nuovo libro di Stephen Hawking che nega l'esistenza di Dio contrasta con le posizioni di più di 30 scienziati espresse nella recente serie di documentari intitolata “L'Origine dell'Uomo”. Tra gli esperti, figurano i Premi Nobel Christian De Duve e Werner Arber. Alcuni sono credenti – ebrei, cattolici o protestanti –, altri no.

La serie di nuovi documentari “L'Origine dell'Uomo”, realizzata da Goya Producciones, indaga sullo sviluppo dell'universo dal "Big Bang" ai primati, agli ominidi e al trionfo dell'"Homo Sapiens", e risponde alle domande: “Com'è nato l'universo? Siamo nati per caso? C'è stata un'intelligenza che ha guidato l'evoluzione?”, ha reso noto a ZENIT la produzione.

Il Premio Nobel Christian De Duve afferma che la teoria per cui il mondo è eterno, inventata da Fred Hoyl, ha dimostrato di essere falsa, e ha avuto ragione il suo maestro Lemaitre a scoprire la teoria del "Big Bang", l'esplosione che ha dato origine all'universo.

Il professore belga Michel Ghins crede che la teoria degli “universi multipli” sia stata ideata per sfuggire all'ipotesi che Dio ha creato il nostro mondo, ma questa non è una via di fuga, perché “si può immaginare che Dio Onnipotente abbia creato questa profusione di universi molteplici”.

Per il professore italiano Evandro Agazzi, il caso non spiega l'esistenza del mondo. Chi vuole spiegare tutto a partire da qualche scienza positiva cade in un “atteggiamento riduzionista antiscientifico”.

Il professore di Boston Thomas Glick crede che questi fondamentalisti del materialismo si fabbrichino una specie di religione o metafisica, “ma nessuno confonde questo con la scienza”.

Per il professor Arana, dell'Università di Siviglia, “non c'è mai stata opposizione tra fede e ragione, ma c'è stata sempre opposizione tra due 'fedi': la fede scientista, per così dire, e quella religiosa”.

La Bibbia è quindi compatibile con la scienza? Il Premio Nobel svizzero Werner Arber risponde: “Nella Genesi, all'inizio dell'Antico Testamento, posso leggere che il mondo è stato creato in vari periodi, e per me questi vari periodi sono proprio un'evoluzione”.

Secondo il ricercatore olandese Cees Dekker, “il metodo della scienza di per sé non è cristiano né ateo. Scienza e religione non sono in conflitto, e la scienza in sé si inserisce molto bene nella visione cristiana del mondo”.

La serie “L'Origine dell'Uomo”, afferma la casa produttrice, “mette a nudo lo sfruttamento ideologico della scienza, e in particolare del darwinismo. Darwin è stato manipolato a favore del razzismo, sia da parte del marxismo che nella Germania nazista e negli Stati Uniti. La Chiesa cattolica, dal canto suo, non ha condannato Darwin. L'evoluzione potrebbe essere avvenuta all'interno della creazione”.

Questa serie di audiovisivi, aggiunge, espone “l'inconsistenza di posizioni atee come quelle di Hawking e Dawkins a un estremo, e dei fondamentalisti all'altro”. “Non è scientifico negare il soprannaturale – conclude –. La scienza naturale non capta ciò che cade fuori dalla sfera materiale”.

Per ulteriori informazioni, www.goyaproducciones.com.

“DIOS NO HA CREADO EL UNIVERSO”, MÁRKETING PARA EL LIBRO DE HAWKING

Una sana provocación, considera un decano de Filosofía


ROMA, jueves, 9 septiembre 2010 (ZENIT.org-El Observador).- Dios no ha creado el universo. Esta afirmación del libro del famoso físico Stephen Hawking, se ha convertido en un debate mundial de esta semana, dando una publicidad enorme a su libro "The Grand Design" (se espera que esté en las librerías a partir de hoy, 9 de septiembre).

Por tal motivo hemos entrevistado al padre Rafael Pascual L.C., decano de Filosofía del Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (Roma) y director de un máster en Ciencia y Fe sobre esta obra que está para ser conocida por el público.

-- ¿Cuáles son las primeras impresiones que le produce el anticipo que se ha filtrado a la prensa sobre la reciente obra de Hawking?

--P. Rafael Pascual: Sinceramente, me parecen un recurso publicitario antes del lanzamiento de un nuevo producto. Me parece que hay mucha retórica. Si siguiéramos el mismo tono, se podría responder como hizo un famoso político en otro contexto: ¿y quién es Stephen Hawking?

Pero creo que, más allá de la retórica, hay que aceptar la nueva provocación de Hawking e incluso agradecérsela, pues como dijo hace mucho Aristóteles, tenemos que ser agradecidos no sólo con los que dicen la verdad, sino también con los que yerran, pues nos estimulan a buscar con más esfuerzo la verdad. Obviamente habrá que esperar a la lectura del libro para saber lo que realmente dice y cuáles son sus argumentos.

-- ¿Es posible que la astronomía, la física y las demás ciencias empíricas lleguen un día a desvelar lo que hasta hoy ha sido considerado como el "secreto" de los inicios?

--P. Rafael Pascual: Creo que habría que comenzar diciendo que una cosa es hablar del inicio del universo, en sentido científico, y otra del origen del universo, que va más allá de lo que puede decir la ciencia. En el fondo es la famosa cuestión que el mismo Hawking recordaba en el libro que lo lanzó al gran público: ¿por qué existe algo y no más bien nada?, o dicho más poéticamente, ¿por qué el mundo se toma la fatiga de existir? No creo que la ciencia sea capaz de dar una respuesta a esta pregunta.

--Si la ciencia consigue explicar cómo empezó todo, ¿ya no tendría sentido hablar de Dios?

--P. Rafael Pascual: No creo, por lo mismo que acabo de decir. Quizá no es del todo cierto lo que suele decirse de que la ciencia explica el cómo, mientras que la filosofía y la religión dan el porqué. También la ciencia busca los porqués de los fenómenos, sólo que lo hace en su propio ámbito, que es el estrictamente físico.

Pero no es competente, por su propia índole, de lo que va más allá de dicho campo y de lo que sobrepasa el horizonte de lo experimental, lo cual no quiere decir que no exista nada más allá. Dios no entra propiamente en el horizonte de las ciencias, y por eso las ciencias simplemente no pueden pronunciarse al respecto.

--Entonces, ¿dónde queda Dios?

--P. Rafael Pascual: Dios queda donde siempre. En el fondo creo que Hawking cae en el mismo error que Newton, o mejor, lleva la posición de Newton a su consecuencia lógica. El problema es que inicia de un falso punto de partida. En efecto, ya lo decía Laplace, la ciencia no tiene necesidad de la hipótesis de Dios, en contra de la introducción de Dios por parte de Newton en la explicación de la mecánica del universo, pero eso no quiere decir que Dios no exista, sino que se encuentra en otro orden, en otro nivel más allá del científico, al que puede llegar sólo la filosofía y la teología.

-- Por lo tanto, ¿qué podemos pensar de quienes creen que la ciencia puede llegar a excluir un lugar para Dios en la comprensión del mundo?

--P. Rafael Pascual: Yo diría que debería pedirse que respeten el ámbito de la propia competencia. Es como si un teólogo que no fuera experto en la materia comenzara a pontificar sobre física cuántica, y dijera que el dualismo onda-partícula demuestra que Dios existe, o cosas por el estilo.

Por Jaime Septién

Ma non è che Hawking più che ateo è diventato buddhista?

di Maurizio Stefanini
Ma non è che Stephen Hawking più che ateo sia diventato solo buddhista? “Poiché esiste una legge come la gravità, l'universo può essersi e si è creato da solo, dal niente. La creazione spontanea è la ragione per cui c'è qualcosa invece del nulla, il motivo per cui esiste l'universo, per cui esistiamo noi”. Anticipazione del suo libro di imminente pubblicazione “The Grand Design”; e interpretazione autentica rispetto a quanto da lui stesso affermato 12 anni fa nell’altro best-seller “Breve storia del tempo”: “Se arrivassimo a scoprire una teoria completa sarebbe il trionfo definitivo della ragione umana perché conosceremmo la mente di Dio”. La “teoria completa” è ancora quell’idea della “teoria unica” dell’Universo cercata da Einstein,e che infatti qualcuno ha definito “Formula di Dio".
Di un personaggio che come Hawking compare perfino in film e cartoni animati, si può escludere che abbia lanciato la sua “bomba” solo per fare pubblicità al suo libro nell’imminenza dell’arrivo del Papa nel Regno Unito. Bomba, comunque, è stata. Da una parte Richard Dawkins lo ha paragonato a Darwin: “Così come Darwin ha smentito l'esistenza di Dio con la sua teoria sull'evoluzione biologica della nostra specie, adesso Hawking la nega anche dal punto di vista della fisica”. Dall’altra, dall’arcivescovo anglicano di Canterbury Rowan Williams a quello cattolico di Westminster Vincent Nichols al rabbino capo Jonathan Sacks e al presidente del Consiglio Islamico Ibrahim Mogra, tutti i leader religiosi britannici gli hanno risposto come la fisica spieghi il come delle cose; non il perché.
Qualcuno ha ricordato come la tesi di Hawking fosse già stata sintetizzata negli anni ’90 da Alan Guth con la frase: “L’universo è un pasto gratis”. Se l’energia gravitazionale dell’universo è negativa e perciò compensa perfettamente quella positiva del suo contenuto materiale, il bilancio è allora in pareggio, e l’universo può, deve sbucare fuori dal nulla. Probabilmente, anzi, si distruggerebbe e verrebbe ricreato in continuazione, magari ogni volta con leggi della fisica diverse. Borges dedicò racconti e saggi a questa idea, spiegando che per il Cristianesimo sarebbe un’eresia ancora più grande dell’ateismo. L’ateismo si limita a negare la Divinità. L’Universo ciclico la degraderebbe a un “saltinbanco”, condannato a esibirsi in “numeri” come la Genesi, la Crocifissione e la Resurrezione nei secoli dei secoli. Già un millennio e mezzo fa, però, alla domanda su che facesse Dio prima della Creazione Sant’Agostino aveva risposto: “Preparava l’inferno per coloro che fanno certe domande”. Prima della Creazione, il Tempo stesso non c’era. E neanche le leggi della fisica: a differenza dell’altra idea di Newton, del “Dio orologiaio”.
L’idea di Hawking è invece congruente alle concezioni cosmologiche orientali: un universo pulsante in cicli di creazione e distruzione, con divinità non inesistenti, ma ininfluenti. Ateismo? O non piuttosto un Panteismo, con la Gravità nel ruolo del Brahman o del Tao.

«Il Foglio» del 4 settembre 2010

La domanda più grande oltre ogni disciplina. L'astrofisico Hawking e le «prove» su Dio

di Carlo Cardia
Con periodica cadenza filosofi e scienziati rendono noto di aver trovato la prova definitiva che Dio non esiste, che è morto, che non c’è più bisogno di lui. Quest’ultima affermazione sembra sia contenuta nel libro del celebre astrofisico inglese Stephen Hawking, The Grand Design, che sta per uscire e che preluderebbe alla scoperta della teoria unificata, della teoria che spieghi i passaggi dell’origine dell’universo, le leggi che lo regolano, e cancellino il mistero sino a oggi conservato nelle galassie e nelle particelle infinitamente piccole. Hawking è scienziato tra i più seri, in passato ha riconosciuto che la scienza procede per tappe e approssimazioni, ha rivisto alcune sue teorie, senza escludere l’esistenza di una dimensione religiosa che non appartiene alla sfera della scienza. A quanto sembra, privilegerebbe attualmente la teoria dell’eternità dell’universo, capace di auto riprodursi, e la possibile pluralità di universi.
L’enfatizzazione che la stampa ha dato ad alcuni brani del volume di Hawking, e pubblicati dal Times, va quindi relativizzata e verificata nella lettura del testo. Resta, però, l’importanza dell’interrogativo che gli scienziati ancora pongono circa la possibilità che Dio sia fondamento del cosmo, perché è la grande, eterna, domanda, dell’uomo sulla propria origine e sul proprio destino. E’ una domanda alla quale non può dare una risposta né una scienza particolare, sia essa la fisica o la chimica, la paleontologia o l’astronomia, la medicina o la psicologia, né le scienze tutte insieme perché Dio le trascende e le supera pur essendone la fonte e l’origine.
Le scienze svolgono un’eccezionale funzione per la crescita della conoscenza, ci avvicinano alla comprensione del cosmo, e i loro risultati sono decisivi perché la mente umana ottenga sempre più risposte alle domande che si pone da quando esiste. Ma lo scienziato è di fronte al mistero nella stessa posizione in cui è il poeta di fronte all’infinito, il musicista che cerca melodie e armonie: lo scienziato, il poeta, il musicista, rispondono alla domanda su Dio senza bisogno di equazioni o di coordinate scientifiche, di poesia o di musica, o con ragionamenti più o meno coerente, ma con tutto il proprio essere, con la ragione e il cuore, con la conoscenza e il sentimento, con una sintesi cioè che rappresenta il mistero dell’uomo in sé.
Non è facile trovare un uomo che scelga Dio, o lo rifiuti, perché ha studiato fisica o psicologia, come è difficile che la conoscenza della storia dell’uomo, dell’universo, e di tante altre storie, determini la scelta interiore a favore di Dio. È assai frequente, invece, che scienziati, poeti, storici, musicisti, muovendo dalla speciale propensione (o vocazione) al vero, al bello, al giusto, siano meglio motivati per l’opzione a favore di un Dio che rappresenta la sintesi della verità, della bellezza, della giustizia.
Compiuta la scelta di fede, si forma nell’uomo una corrente ascensionale che trasfigura anche ciò che l’uomo vede e studia, perché l’universo apparirà agli occhi del credente nella sua grandezza e meraviglia, anziché come la somma di tante particelle insignificanti; l’universo, il creato, la natura, faranno sentire una musica che parla all’animo con mille e mille note che si scompongono e si ricompongono in armonie sempre più perfette; anche la storia dell’uomo si presenterà come il grande scenario della nascita e dello sviluppo di una umanità che cerca di raggiungere ideali e traguardi che la trascendono.
La ricorrenza con la quale gli scienziati si pongono la domanda su Dio, al di là delle risposte che danno alternativamente, è il riflesso dell’aspirazione all’infinito che esiste nella coscienza dell’uomo. Ma la scelta di fede non è riducibile ad una legge di natura, ad una teorica scientifica più o meno esauriente, perché è un atto libero e volontario di adesione ad un progetto che dà senso e significato alla vita, alla sofferenza e all’amore, all’impegno e alla speranza più alta: questo concetto, oltre che nella Bibbia, è contenuto nella Critica della ragion pratica di Immanuel Kant per il quale senza la realtà di Dio e dell’immortalità dell’anima viene meno per l’uomo il fondamento della libertà, della moralità, della felicità. La libera scelta di fede è compiuta nelle profondità della coscienza, con motivazioni e modalità che nessuna disciplina saprà mai decrittare perché appartengono alla dimensione dell’infinito.

«Avvenire» del 5 settembre 2010

Stephen Hawking ci dice com'è nato l'universo. Ma non affronta il perchè. Stefano Zecchi

Non c’è scienziato che possa negare l’esistenza di Dio. Stephen Hawking ci dice com’è nato l’universo. Ma non affronta il perché. Il fisico esclude Dio dall’origine del mondo: "È inutile". Così abbiamo la spiegazione della Vita senza il suo significato

di Stefano Zecchi

Non c’è posto per Dio nella creazione dell’Universo. «La creazione spontanea è il motivo per cui c’è qualcosa e non il nulla, per cui l’Universo esiste, per cui noi esistiamo. Grazie alla legge di gravità, l’Universo può crearsi e si crea dal nulla. È inutile, perciò, chiamare in causa Dio per fargli toccare il cielo e fargli caricare la molla del meccanismo dell’Universo».
Queste tesi che pretendono di cancellare almeno tre millenni di filosofia e almeno un altro di pensiero sapienziale mitico-simbolico appartengono all’astrofisico inglese Stephen Hawking, esposte nel suo ultimo volume, tra alcuni giorni in libreria, The Grand Design (Il processo grandioso), di cui ieri il Times ha pubblicato in evidenza lunghi brani.
Hawking è uno scienziato di grande fama, noto anche al pubblico che non si interessa di astrofisica per la sua terribile disgrazia. Più di una volta lo si è visto in televisione con il suo povero corpo devastato da una malattia degenerativa del sistema nervoso che lo obbliga a muoversi su una sedia a rotelle e chi gli permette di comunicare solo attraverso un sintonizzatore.
Una decina d’anni fa, Hawking, nel suo libro Una breve storia del tempo, aveva sostenuto che non c’è incompatibilità tra un Dio creatore e la comprensione scientifica dell’universo. «Se arrivassimo a scoprire una teoria completa sarebbe il trionfo definitivo della ragione umana perché così avremo modo di conoscere la mente di Dio», aveva scritto nel libro appena ricordato, pubblicato nel 1998. Ma in quest’ultimo, The Grand Design, la tesi è radicale: non c’è bisogno di un Dio per capire la formazione dell’universo e della nostra presenza su questa Terra.
Se il grande astrofisico ricordasse un po’ della filosofia studiata nel primo anno di liceo non dimenticherebbe che una delle tesi più note del materialismo classico, che ha attraversato la cultura moderna (Karl Marx, per esempio, ne è un grande estimatore), è quella del greco Democrito. La sua teoria delle klinamen, spiegava l’origine del mondo dal contatto di particelle di materia, che si incontrano a causa di una determinata inclinazione, formando il Tutto, così a caso, senza un disegno divino: «Democrito che il mondo a caso pone», scrisse Dante nella Divina Commedia.
La storia del materialismo senza Dio è tanto vecchia quanto la sua confutazione. Ma Hawking intende offrirci una teoria scientifica incontrovertibile, di fronte alla quale si devono genuflettere coloro che credono ancora nella storiella di Dio che ha creato il mondo e l’uomo. Se il grande astrofisico Hawking ricordasse un po’ di filosofia classica, capirebbe che il problema non è la spiegazione dell’origine del mondo, ma il suo significato.
La spiegazione può fornirla la scienza, che ha comunque sempre la pretesa di dire l’ultima parola, come, appunto, è il caso de Il progetto grandioso. Ma gli uomini, che possiedono il lume della ragione, si chiedono qual è il significato del mondo, perché c’è il Tutto e non il Nulla, perché ci sono la vita e la morte. Si chiedono il perché del male all’uomo giusto: dall’antica e originaria domanda di Giobbe a Dio, alle grandi riflessioni filosofiche sulla teodicea, la questione non ha esaurito il mistero, quell’ignoto che guida l’uomo su questa terra alla ricerca del significato di verità che mai potrà raggiungere, proprio come l’orizzonte che si muove insieme a lui.
Hawking è costretto su una sedia a rotelle, parla grazie alla tecnologia: ha tutte le spiegazioni della sua malattia, fornitegli dalla scienza. Ma la scienza medica non gli dirà mai perché proprio lui è stato colpito dal male e quale significato ha la sua sofferenza per il male. Forse Hawking, come Giobbe, avrà domandato a Dio il perché del male a un giusto.
Questo desiderio di comprendere il disegno di Dio è fortissimo in Hawking, come, tra l’altro, è testimoniato dal passo sopra citato dal suo libro del 1998. In questa ultima opera, Il progetto grandioso, Hawking ricorda la scoperta, nel 1992, di un pianeta che orbita intorno a una stella simile alla Terra intorno al Sole. Ciò conferma, a suo giudizio, che il caso terrestre non è unico. Ora, considerando che è altamente probabile che non solo esistano altri pianeti simili alla Terra ma addirittura altri universi, Hawking si chiede: se Dio avesse voluto creare l’universo allo scopo di creare l’uomo, che senso avrebbe avuto aggiungere tutto il resto?
Appunto: che senso, qual è il significato dell’universo, dell’uomo? La ricerca scientifica tenta (ha sempre tentato) di chiudere in una gabbia quel fastidioso, scientificamente inopportuno significato e di buttare via la chiave. Ma finché esisterà l’uomo, quella gabbia non potrà mai essere chiusa, perché finché esisterà, l’uomo, che ha lume di ragione, non rinuncerà a domandarsi il significato della vita e della morte, del male e della bellezza.

«Il Giornale» del 3 settembre 2010

«Tutta l’astrofisica va in questo senso, relegando il divino solo nelle coscienze»

di Tommy Cappellini
I secoli passano come attimi e quella che ieri era una notizia di scarso valore, oggi tutti se la strappano di mano. Dio, per esempio. Se all’inizio dell’800 François Buloz, direttore della Revue des deux mondes, rispondeva al giornalista Pierre Leruex che gli proponeva un articolo su Dio: «Manca di attualità», ecco che ai nostri tempi non c’è come tirare in ballo il Creatore per scatenare sulla stampa polemiche intellettuali. Giulio Giorello è uno dei più celebri filosofi della scienza italiani.
Professore, ha sentito? L’astrofisico Stephen Hawking ha affermato che Dio non è necessario per spiegare il mondo. Basta la legge di gravità.
«Che Hawking sarebbe arrivato prima o poi a una tesi del genere lo si poteva arguire dal saggio precedente Dal Big Bang ai buchi neri, dove già scriveva che l’universo rappresenta l’unico pasto gratis dell’eternità: ti viene dato senza che tu abbia fatto nulla, te lo trovi lì. Ad ogni modo, se si va a vedere gli scritti di cosmologia contemporanei, quello di un universo autonomo è un pensiero abbastanza condiviso da moltissimi membri della comunità scientifica mondiale».
Come ci si è arrivati?
«Secondo la mitologia indiana il mondo poggia su una tartaruga. Questa tartaruga poggia su un’altra tartaruga, e via così, fino a quando la fatidica domanda, molto occidentale, su chi ha creato il Creatore non viene a mozzare questa catena. Ma se la catena deve interrompersi, ha pensato qualcuno, perché non interromperla fin da subito? Ecco allora sorgere l’equazione secondo cui il creatore dell’universo equivale all’universo stesso. È la teoria, tra gli altri, anche di Alex Vilenkin in un saggio che ho fatto pubblicare nella collana che dirigo per Raffaello Cortina: Un solo mondo o mondi infiniti?».
Teoria non nuovissima ...
«Certo che no! Giordano Bruno, nel De Immenso, diceva che il teatro del mondo è senza regista. O meglio: che teatro e regista coincidono. A coloro che erano sbigottiti dalla rivoluzione copernicana Bruno proponeva: inutile cercare Dio nei cieli, noi siamo cielo alla luna come la luna è cielo per noi, cercatelo piuttosto nella vostra interiorità. Spinoza, per citarne un altro, spiegò che Dio è uguale alla Sostanza e la Sostanza è Uguale alla Natura. In un’ottica di questo genere non è scandaloso che Hawking affermi che la fisica spiega il mondo e addirittura perché esiste il mondo».
Ma Hawking vuol essere scienziato, non filosofo.
«Ed è proprio come scienziato che crede che non esista niente di inspiegabile. È corretto, perché se credesse il contrario dovrebbe cambiare mestiere, e tutti noi con lui. Postulare un agente superiore alla natura significa smettere di fare scienza. Comunque la questione rimarrà aperta: il banco di prova non è se Dio mette o meno ordine nelle leggi della fisica, ma se parla o tace alla nostra coscienza. Qui mi rifaccio a Karl Barth: “Dio è una partita che si gioca nell’anima”».
Eppure quella di Hawking ha l’autorevolezza delle risposte definitive.
«Non credo la intenda così nemmeno lui. Quando gli riferirono che se si fosse trovato finalmente il bosone di Higgs negli esperimenti al Cern di Ginevra sarebbe stata la conferma di molte sue teorie, Hawking rispose: speriamo allora che non lo trovino, così sarò costretto a ripensare tutto da capo. È uno scienziato, è uno che sa sbarazzarsi in fretta di quelle che gli americani chiamano pet-ideas, idee cucciolo per le quali si prova un affetto insensato».

«Il Giornale» del 3 settembre 2010

Caro Hawking, e l’istante prima del Big Bang?

di Franco Gàbici
Stephen Hawking ha recentemente affermato, in un libro uscito in questi giorni in Inghilterra («The Grand Design»), che la creazione dell’universo si può spiegare anche senza scomodare la presenza di Dio. Niente «fiat lux», dunque, perché l’universo, sostiene Hawking, si è fatto da sé. Non è la prima volta, e non sarà nemmeno l’ultima, che uno scienziato si prende la briga di spiegare urbi et orbi di poter fare a meno dell’intervento divino nella creazione del mondo. Pierre Simone De Laplace, in pieno clima illuminista, era uscito con una battuta simile.
Quando, infatti, Napoleone gli chiese un suo parere sull’esistenza di Dio, Laplace gli rispose: «Sire, non ho bisogno di questa ipotesi». La fisica moderna, e in particolare la complicatissima «meccanica quantistica», si è tuttavia posta, magari indirettamente, il problema della creazione e paradossalmente è arrivata ad una conclusione in linea con la Genesi. La «meccanica quantistica», infatti, e in particolare il «principio di indeterminazione» di Heisenberg, ammette l’apparizione dal nulla di piccole quantità di energia (si parla di «fluttuazioni») e pertanto anche il nostro universo potrebbe essere nato proprio da una fluttuazione, che è pur sempre un ammettere una sorta di «fiat lux». Ormai tutti gli scienziati sono d’accordo nell’ammettere che il nostro universo sia nato da quella grande esplosione chiamata «big bang» e la moderna cosmologia è in grado di raccontare minuto per minuto tutto il film dell’universo che si è dipanato da quel lontanissimo evento avvenuto circa 13.7 miliardi di anni fa.
L’unico «buco» è l’intervallo di tempo che va dall’istante zero a un tempo valutato in «10 alla meno 43», che significa un decimale con 43 zeri dopo la virgola. Un tempo incredibilmente piccolo (è detto «tempo di Planck»), che non riusciamo nemmeno ad immaginare tanta è la sua pochezza. Eppure in quell’intervallo è avvenuta la nascita del nostro universo. La vogliamo chiamare «creazione»? E prima cosa c’era? Il nulla. Ma questo «nulla» è proprio un nulla o un qualcosa di più complesso? Evidentemente deve essere qualcosa di più complesso se è vero che dal nulla possono verificarsi queste «fluttuazioni». E se con il «Big Bang» sono nati sia lo spazio che il tempo, cosa faceva Dio prima del «Big Bang»? A questa domanda un astronomo fornì questa risposta: «Cosa stava facendo Dio prima del Big Bang? È molto semplice: stava creando l’inferno per metterci dentro chi avrebbe formulato domande di questo genere!».
Paul Davies, nel suo "La mente di Dio", scrive che la maggioranza degli scienziati diffida profondamente del misticismo ma è anche vero che la ricerca delle risposte ultime porta inevitabilmente a confrontarci con l’infinito. È anche vero che misticismo e metodo scientifico non vanno, né possono andare, d’accordo. Ma il misticismo, lo si voglia o no, è nella natura stessa delle cose. E aveva ragione Fred Hoyle quando diceva: «Ho sempre trovato strano che, benché la maggior parte degli scienziati dica di volerla evitare, in realtà la religione domini i loro pensieri ancora più di quelli dei preti».

«Avvenire» del 4 settembre 2010

De nuevo Stephen Hawking descarta la existencia de Dios para explicar el origen del Universo

Hawking ya dixit hace un par de años en Santiago de Compostela: «La Física deja poco lugar para los milagros y Dios». Ahora vuelve a la carga con un nuevo libro, siempre contando con un futurible: "llegará el día en que la ciencia demostrará..."

Hawking dixit


Antonio Orozco,
Arvo.net,
29.09.2008


Hawking tiene toda la razón del mundo en una cosa. Los milagros no entran dentro del objeto de la física teórica, lo que parece dominar Hawking. En la práctica, sí se pueden ver los milagros. Dios los hace para que se vean. Que resucite un muerto es un hecho observable mediante los sentidos, y ha sucedido más de una vez, como constatan los Evangelios históricos en el caso de Lázaro, el hijo de la viuda... y hay muchos otros hechos milagrosos acontecidos y certificados a lo largo de los siglos, constatados incluso por científicos con el Nobel. Son hechos indeducibles a partir de leyes físicas; son intervenciones libres de Dios en la historia, en el espacio y el tiempo. No tienen “lugar” entre las leyes físicas. Ni la existencia de Dios ni su libertad, ni siquiera la libertad de las personas son hechos físicos deducibles de las leyes que rigen el universo material. Incluso el "ser" mismo de la persona es más que el "ser" del cosmos. Nuestra libertad es una experiencia viva. Quizá Hawking no ha reflexionado sobre ello y por eso cree que la libertad, pese a la evidencia, no existe y que todo está predeterminado por la materia. Hawking hace un acto de fe humana colosal en las posibilidades de lo material. Cierto que son maravillosas. Y ello es posible porque tienen lógica, son en muy buena medida predecibles, y por lo mismo son inteligibles y es posible la ciencia física.

Ahora bien, si el universo tiene lógica, hay un logos, una razón, una inteligencia fundante, a no ser que creamos en el cuento del caos como principio del orden, del azar como principio de la necesidad y de lo estrictamente increíble como negación de la Inteligencia Suprema. Superstición, decía el premio Noble John Eccles, que es todo ese galimatías de "círculos cuadrados", quiero decir, de contradicción en los términos. Las cosas son complejas pero más sencillas de lo que quiere establecer el ateísmo. Lo inteligible no crea inteligencia, la supone, si no, no sería inteligible.

Hawking parece creer que el cosmos no tiene inteligencia fundante. Entonces, la lógica del universo, que hace posible la ciencia cosmológica, carecería de fundamento racional. Tendríamos que asirnos a la lógica materialista. ¿Con qué fundamento? ¿Sin ningún fundamento racional? ¿Con un "porque sí"? Esto sería el acta de defunción de la ciencia.

Por otro lado, ¿hay alguna razón - razón, digo, logos, lógica, principio y fundamento- que demuestre la no existencia de Dios? ¿Cómo podría demostrarse? Sólo si se tiene de Dios una idea contradictoria: yo me formo una idea contradictoria de Dios y luego digo: Dios es contradictorio en sí mismo, luego Dios no puede existir. Es lo que hizo por ejemplo, Sartre, como parece hacer Hawking y tantos otros. El famoso Dios “tapa-agujeros”. Claro es que no existe un Dios tapa-agujeros. Eso es un constructo humano. Pero ese Dios no es el Dios vivo que se ha autorevelado en la tradición judeocristiana, ni el llamado por Pascal "Dios de los filósofos". Yo creo en Dios Padre Todopoderoso creador del cielo y de la tierra, de todo lo visible y lo invisible, de los físicos y de los filósofos. ¡De lo invisible también! Como los microbios increíbles ¡invisibles! de Pasteur, ¿recuerdan? No le creían porque nadie los había visto. Hawking no ha visto milagros. Otros los han visto. La Física no contempla entre sus objetos a Dios. PORQUE NO ES UN OBJETO FÍSICO, como las almas inmortales, como los ángeles, espíritus puros, como el pensamiento libre que puede negarse a sí mismo en una letal pirueta circense. ¿Porque esas otras realidades no son visibles, experimentables, reproducibles en el laboratorio? Porque son superiores a las físicas. Por poner un ejemplo pobre pero ilustrativo: el planeta Marte no se puede ver con un microscopio, porque es mucho más grande que el campo del microscopio.

En cambio hay una ciencia que Hawking parece desconocer, porque cree que todo es física, como el zapatero que pensara que toda la ciencia es zapateril; como si no hubiera otros modos y métodos, otras ciencias aptas para acceder a la realidad. Justamente hay una ciencia que viene cultivándose hace más de 25 siglos y atiende por el nombre de «metafísica»: «meta-física». En informática se habla de "meta-datos". "Meta", lo que no se ve a simple vista, sin ser esotérico, está ahí, en las páginas web, en los blogs, al alcance de todos los buscadores, hace posible la búsqueda eficaz, el encuentro de los datos. La ciencia física es posible porque hay otra ciencia, que incluso a nivel elemental poseemos todos, la "meta-física". Es ésta la ciencia que reflexiona sobre los principios que la física y las demás ciencias empíricas no pueden justificar, pues, como es lógico, los dan por supuestos. Es la ciencia del “ser” y de los primeros principios del “ser”.

Sé que un sector amplio de la intelectualidad contemporánea, por razones que ahora no vamos a explorar, niega la posibilidad de la metafísica. Pero entonces físicos y no físicos tendríamos que eliminar de nuestro vocabulario, e incluso borrar de nuestra mente, todo lo que esté involucrado con el verbo «ser», incluso el ser de Hawking y el de su física, el ser de este planeta y el del universo entero.

Hay cinco vías clásicas, metafísicas, que muestran la existencia de Dios, origen incausado de todas las causas habidas y por haber. Otra historia es que no se estudie metafísica, pero concluir, concluyen. Y hay muchos más argumentos. La misma libertad personal no es el menos relevante.

La Ciencia con mayúscula es algo grande, toda ciencia es manifestación de la categoría del ser humano creado a imagen de Dios. Pero el científico se empequeñece, se convierte a sí mismo en un personaje irrisorio cuando pretende saberlo todo por medio de “su” ciencia, siempre escasa comparada con el caudal de conocimientos de tan diversa índole con que contamos en nuestro tiempo, incluida la herencia de pensadores de hace veinticuatro o veinticinco siglos, cuyo índice intelectual era probablemente superior al de la inmensa mayoría de los llamados intelectuales de hoy.

El tiempo es relativo, siempre corto, para todos. La materia es muy precaria. La suma de precarios no hace necesidad sostenida y sostenible. La suma de falsedades no hace verdad… Ojalá algún día no lejano, Hawking se dé cuenta, si no lo ha hecho aún, de que la gran Física tiene un Señor infinitamente más grande, el Señor del universo, libre de intervenir en el cosmos sin necesidad de pedir permiso a físicos o filósofos.


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Ciencia y Religión en el universo de Stephen Hawking

Francisco José Soler Gil
Universität Bremen – Studiengang Philosophie

Conferencia pronunciada el día 16 de diciembre de 2008
en el Colegio Mayor Albayzín (Granada)
con motivo de la presentación del curso «Ciencia, Razón y Fe en el Bicencetenario de Charles Darwin», que tendrá lugar en el Colegio Mayor Albayzín entre los días 19 de febrero y 5 de marzo de 2009
1. Introducción: «Historia del tiempo» y la cuestión de Dios
En octubre de 1988, es decir, hace ahora 20 años, salió al mercado la primera edición española de «Historia del tiempo», la obra de divulgación más famosa de Stephen Hawking. Una obra que hizo pasar a este autor, de la noche a la mañana, de ser un especialista conocido dentro del ámbito de la física relativista y la gravitación cuántica, a convertirse en una celebridad mundial, una especie de icono mediático, considerado por el público como el sucesor de Einstein y Newton.
Desde entonces, la fama, pero también la polémica, no ha dejado de acompañar a Hawking. Una polémica en varios frentes, que van desde la cuestión del valor real de sus aportaciones a la física hasta la mayor o menor seriedad de sus afirmaciones de corte filosófico.
Ahora bien, si hay un tema que ha encendido el interés general en torno a este autor y que ha alimentado las polémicas sobre sus planteamientos, ha sido el tema de Dios, es decir, la cuestión de las consecuencias del modelo cosmológico de Hawking para la idea de Dios como Creador del universo. Y es natural, puesto que ya desde el mismo prólogo de «Historia del tiempo», Carl Sagan subraya esta clave para comprender ese libro:
«También se trata de un libro acerca de Dios... o quizás acerca de la ausencia de Dios. La palabra Dios llena estas páginas. Hawking se embarca en una búsqueda de la respuesta a la famosa pregunta de Einstein sobre si Dios tuvo alguna posibilidad de elegir al crear el mundo. Hawking intenta, como él mismo señala, comprender el pensamiento de Dios»[1].
La advertencia es clara, y debe ser tomada en serio: «Historia del tiempo» ―la obra en la que Hawking reflexiona por extenso acerca de las consecuencias de su modelo cosmológico― es, en gran medida, un libro sobre Dios. O, más concretamente, un libro sobre la idea de Dios como Creador y la del universo como creación. Quizá la pregunta más importante que plantea el ensayo de Hawking sea la de en qué sentido podríamos seguir considerando a Dios como Creador (y por tanto al universo como creación), si el cosmos poseyera el grado de autocontención e independencia que le atribuye Hawking en su cosmología.
Desde luego, no es fácil reflexionar sobre una pregunta así en el espacio tan limitado de una charla, puesto que tal cosa requiere considerar con cuidado varios aspectos: Desde la noción de creación, hasta los argumentos cosmológicos de la teología natural, pasando por los argumentos esbozados por el propio Hawking, y por sus críticos etc. El interesado en estos asuntos puede hallar un desarrollo de cierta extensión en mi ensayo «Lo divino y lo humano en el universo de Stephen Hawking», que acaba de ser publicado por Ediciones Cristiandad, y en el que he procurado analizar todos los puntos relevantes para emitir un juicio sobre el papel de Dios en el universo de Hawking.
Pero, por lo que toca a esta charla, propongo que nos centremos sobre un aspecto particular ―pero significativo― de la temática mencionada. Más concretamente, lo que sugiero es que nos detengamos a considerar dos posibles rasgos alternativos del cosmos, que históricamente han venido asociados, el uno con el enfoque teísta, y el otro con el enfoque materialista del universo.
Y que, después de presentar esta alternativa, procuremos responder a la pregunta de cuál de los rasgos mencionados se ajusta más a la descripción del universo que propone Hawking.
No obstante, para que quede más claro el hilo de las reflexiones siguientes, conviene que comencemos sintetizando en pocas líneas en qué consiste la disyuntiva teísmo/materialismo en cosmología, y qué imagen del universo favorece cada uno de estos planteamientos.
2. Teísmo y materialismo en cosmología
«Teísmo» y «materialismo» son nombres que designan la que posiblemente sea la primera gran encrucijada de las imágenes del mundo. Una encrucijada que nos sitúa ante caminos del pensamiento radicalmente opuestos, ya que difieren en lo más básico ―en el carácter de la realidad fundamental―, de modo que las perspectivas, o imágenes del mundo, a que dan lugar son irreconciliables.
Para el materialismo, la realidad primera es la materia inerte, mientras que para el teísmo, la realidad primera es el Logos, el Dios vivo y personal.
Percibiremos el carácter de toma de postura básica que posee esta encrucijada, con sólo caer en la cuenta de que la división más nítida que cabe establecer en el conjunto de las experiencias humanas es la que se da entre el grupo de las experiencias de lo inerte, y el de las experiencias de lo consciente y lo personal. Sintetizando al máximo, podríamos decir que se trata de la división entre lo material y lo mental. Todas las experiencias humanas encajan en uno de estos dos grupos. De manera que no hay división conceptual más profunda de nuestro ámbito de existencia. Y, sobre esta base, lo que hacen el teísmo y el materialismo es intentar aproximarse a la realidad fundamental por medio del empleo de categorías de una de las dos familias de conceptos que se encuentran relacionados con estos dos conjuntos de experiencias. El teísmo propone, por tanto, que la realidad fundamental se deja describir mejor (o menos mal) con conceptos tomados del orden de lo mental (tales como entendimiento, autoconciencia, voluntad, etc.), mientras que el materialismo apuesta por describir esa realidad desde los conceptos asociados con la materia inerte.
En el fondo se trata de una opción entre la vida consciente y la muerte como base de lo real: ¿Es la vida y la conciencia humana un mero epifenómeno de la materia inerte, regida por las leyes de la física? ¿O constituyen más bien esta vida y esta conciencia un reflejo [imago dei] de una inteligencia superior, creadora y rectora del mundo? ¿Qué es más indicativo de la esencia de la realidad, la capacidad de las fuerzas naturales para destruirme, o mi capacidad para darme cuenta de su existencia y de la mía?
A este respecto escribe Pascal:
«El hombre no es más que una caña, lo más débil que existe en la naturaleza; pero es una caña que piensa. No es preciso que el universo entero se alce contra él para aplastarle: un vapor, una gota de agua basta para matarle. Pero aunque el universo le aplastase, el hombre seguiría siendo más noble que lo que le da muerte, puesto que sabe que muere y conoce la superioridad que el universo tiene sobre él, mientras que el universo no sabe nada»[2].
Ahora bien, ¿procede esa «nobleza» del parentesco de la conciencia con la fuente de la realidad? ¿O se trata de una «nobleza» meramente subjetiva, que resulta de que apreciamos más lo más íntimamente nuestro? No es fácil exagerar la importancia de estas preguntas: Nuestra postura ética en situaciones límite, nuestra esperanza o desesperación ante la muerte, nuestra valoración de los bienes materiales, nuestra actitud ante el dolor, todo esto, absolutamente todo, depende de qué planteamiento nos parezca más cuerdo: el materialismo o el teísmo.
Pues bien, resulta que entre los muchos temas que resultan afectados por esta opción se encuentra también la cosmología. De manera que, si repasamos la historia de las ideas cosmológicas de occidente, podremos comprobar sin gran dificultad que el concepto de universo sostenido por la mayor parte de los pensadores teístas dista mucho del concepto sostenido por los autores materialistas. Simplificando drásticamente, y dejando de lado las diversas variaciones entre los filósofos de cada uno de los grupos, cabe sintetizar las diferencias entre teísmo y materialismo en un pequeño número de rasgos.
Si nos centramos en la doctrina cristiana de la creación del cosmos ―que es la versión del teísmo más influyente en la historia del pensamiento occidental―, encontraremos que ésta favorece la idea de un universo:
(A) que puede concebirse como un objeto,
(B) que es plenamente racional, como consecuencia de ser producto de la razón divina (y tal que esa racionalidad resulta en gran medida comprensible para el hombre), y
(C) que está estructurado para posibilitar (entre otros fines) la generación de seres inteligentes, capaces de conocer a Dios, y relacionarse, en cierto modo, con Él.
En cambio, el pensamiento materialista favorece comúnmente la idea de un universo:
(A') que no puede concebirse como un objeto, porque no es una realidad contingente.
(B') que es sólo parcialmente racional, o cuya racionalidad se deriva de un estado de caos fundamental o inicial,
(C') que no persigue ningún fin.
De manera que, ante la afirmación de que tal o cual modelo cosmológico ―como pueda ser, en nuestro caso, el de Stephen Hawking― favorece o dificulta la aceptación de un Dios Creador, lo mejor que se puede hacer es tratar de comprobarla estudiando a cuál de los dos planteamientos anteriores se ajusta más el modelo en cuestión.
Una tarea que, por cierto, en el caso del modelo de Hawking se simplifica en parte, debido a que, al encontrarse dicha propuesta trazada todavía a rasgos muy gruesos, no es posible discutir la pregunta de si pequeños cambios en la estructura del universo de Hawking eliminarían o no la posibilidad de la existencia de seres inteligentes, y de seres complejos en general. Con lo cual el análisis del tercero de los rasgos mencionados ―el de la existencia, o no, de un diseño cósmico tendente al logro de ciertos fines― no resulta abordable por ahora.
Nos quedan, pues, dos puntos de reflexión, sobre los que podemos apoyarnos para discutir las implicaciones teológicas del universo de Hawking: Por un lado, tenemos la cuestión del grado y el tipo de racionalidad que presenta dicho universo, y por otro, tenemos la cuestión de si nos encontramos ante un cosmos que posee los rasgos esenciales de un objeto contingente, o más bien de una realidad necesaria, o incluso de una totalidad indefinida (e indefinible).
Ahora bien, conviene que no intentemos tratar todos estos aspectos en esta charla, ya que hacerlo bien requiere su tiempo, y si lo hacemos pasando muy por encima sería inevitable que quedara al final una cierta sensación de arbitrariedad en el discurso.
Centrémonos por eso, en uno sólo de los asuntos; por ejemplo, en la cuestión de si el universo de Hawking puede considerarse como un objeto físico más (y por tanto contingente), o si se entiende mejor como una realidad no objetual (y por tanto, posiblemente incausada). Pero, antes que nada, y para evitar precisamente esa sensación de arbitrariedad, voy a tratar de exponer en líneas generales por qué la primera de las posibilidades ―la del universo-objeto― enlaza un modelo cosmológico con la concepción teísta del universo como creación, mientras que la segunda lo acerca más al pensamiento materialista.
3. El universo como objeto creado o como realidad divina
Empecemos por la conexión entre el teísmo y la idea del universo como un objeto (y por tanto como una entidad contingente). De entrada, apuntaré que ya en la Biblia encontramos por doquier la comparación del universo con diversos objetos, y preferentemente de los que resultan de la acción de un artesano (así se dice que los Yahweh despliega los cielos como una tienda, ellos son hechura de sus dedos [Ps.8,4], obra de sus manos [Ps.19,2], Él fijó la estructura del mundo [Job 38] etc., etc.). Y si pasamos al pensamiento de los filósofos cristianos, comprobaremos fácilmente que la idea de la objetualidad del universo constituye una constante entre ellos. Ya en una fecha tan temprana como el siglo ii, Atenágoras compara, en su «Legación a favor de los cristianos», el cosmos con un edificio, y con un instrumento musical. Dos de los ejemplos que más se repetirán, en lo sucesivo, para significar la objetualidad del universo; sin duda porque sugieren claramente, no sólo dicha objetualidad, sino también la racionalidad impresa en tales objetos por su autor, y el hecho de que el autor los ha fabricado persiguiendo determinados fines ―es decir, las otras dos ideas clave del cosmos teísta, a las que no nos vamos a referir aquí―. En palabras de Atenágoras:
«Bello, ciertamente, es el mundo, y todo lo abarca en su grandeza, y por la disposición de los astros de la eclíptica y los del septentrión y por su figura esférica; pero no es a él, sino a su artífice, a quien se debe adorar. Porque tampoco vuestros súbditos que acuden a vosotros [...] os dejan de honrar a vosotros para detenerse en la magnificiencia de vuestra morada. [...] Y es bien de notar que vosotros, los reyes, os labráis para vosotros mismos vuestras regias moradas; pero el mundo no fue hecho porque Dios lo necesitara [...]. Si, pues, es un instrumento armonioso que se mueve según ritmo, yo no adoro al instrumento, sino a quien le da la armonía y le hace emitir los sonidos [...] Y si el mundo es, como dice Platón, un artificio de Dios, admirando su belleza, me dirijo al artista» [3].
Esta idea del cosmos como un instrumento musical, la recogerá, dos siglos más tarde, San Gregorio Nacianceno, en su discurso 28
[4]. Un discurso que merece la pena mencionar, porque en él se encuentra el que, posiblemente, sea el uso más agudo de la objetualidad del universo como apoyo del pensamiento teísta. En efecto, la tesis que San Gregorio desarrolla en ese discurso puede resumirse así: El cosmos es un objeto, por lo que tiene que tener una causa; mientras que Dios, su hacedor, no es un objeto, sino que se trata de una entidad inclasificable según nuestras categorías, puesto que éstas sólo resultan válidas en el ámbito de nuestra experiencia. De ahí que tenga sentido el preguntar por la causa del universo, pero no lo tenga el preguntar por la causa de Dios.
Si siguiéramos repasando la historia del pensamiento cosmológico cristiano, comprobaríamos que autores tan destacados como Copérnico y Kepler se hayan situados exactamente en estas mismas coordenadas de pensamiento. Y así por ejemplo Copérnico, en el prefacio de su magna obra sobre las órbitas de los planetas hablará de «los movimientos de la máquina del mundo, construida para nosotros por el mejor y más regular de todos los artífices» etc.
Pero, como no tenemos mucho tiempo, dejemos esto, y pasemos a esbozar la alternativa materialista. No sin antes especificar, ejemplos aparte, que cuando hablo de «objeto» me estoy refiriendo a una entidad material dotada de un cierto grado de independencia (que en el caso ideal llega a la aislabilidad), un cierto grado de unidad, y una serie de rasgos esenciales, propiedades dinámicas, eventualmente estructuras internas etc., que permiten considerar al objeto de que se trate como algo determinado. El lector interesado en saber más sobre esta noción de objeto ―que se remonta al concepto aristotélico de sustancia―, y su aplicación a toda una gama de sistemas físicos de lo más variado, encontrará abundantes detalles en mi ensayo «Aristóteles en el mundo cuántico»[5].
Pues bien, el pensamiento cosmológico materialista se ha opuesto desde la antigüedad a considerar el universo desde este enfoque. Y es normal, ya que la experiencia nos dice que no hay objetos sin fundamento, de modo que un universo-objeto nos está invitando a buscar más allá de él su razón de ser... que es justo lo que el materialista trata de negar. Desde el enfoque materialista, el universo ―o una hipotética cadena de universos, o alguna otra forma de multiverso (ya que para el caso da igual a qué nivel situemos la realidad física última)― ha de incluir todo lo que existe, ha existido y existirá, y no debe de quedar resquicio para esperar sensatamente que exista una realidad fundante más allá de ese todo material.
Por eso, para eliminar la cuestión de la causa del universo, los pensadores materialistas han buscado la forma de ―digámoslo así― «divinizarlo», es decir de aplicar al cosmos atributos que lo diferencian de los objetos ordinarios, y le prestan en ciertos aspectos alguna semejanza con la divinidad postulada por los teístas.
A lo largo de la historia, encontramos sobre todo dos variantes de esta estrategia «divinizadora» del universo: la primera de ellas, que podemos denominar «fuerte», tratará de asociar toda clase de infinitos con la idea de universo de manera que la razón humana no pueda ni siquiera concebir la totalidad material; la segunda de ellas, que podemos denominar «débil», tratará de eliminar toda contingencia del universo, haciendo que coincida en él lo real con lo posible, y aproximándolo así a la idea de ser necesario.
Desarrollemos un poco más estas ideas:
La primera estrategia divinizadora del universo se basa en la atribución al todo físico de rasgos que transmiten a ese todo material la inasibilidad propia del ser divino ―y de ahí el uso de la palabra «divinización» en este contexto―, de la cual se deriva, entre otras cosas, la falta de sentido de la pregunta por la causa del cosmos, y la consiguiente posibilidad de considerar la materia como la realidad fundante. Los rasgos que producen semejante resultado son los asociados con el atributo divino de la «infinitud».
Ciertamente, la infinitud espacial y temporal, por sí solas, no son suficientes para anular la conceptuabilidad del universo como un objeto ordinario. Baste al respecto recordar que es frecuente, en todas las ramas de la física, definir modelos de objetos ideales infinitos en uno u otro sentido, porque resultan incluso más fáciles de caracterizar que los objetos reales finitos (y así se habla, por ejemplo, de condensadores eléctricos de superficies infinitas, de cilindros conductores de longitud infinita, de procesos termodinámicos que ocurren con una lentitud infinita, etc. etc.).
Ahora bien, cuando un filósofo materialista predica del universo la infinitud espacial y temporal, lo que pretende derivar es la indeterminación formal de la totalidad física ―a diferencia de lo que ocurre en los ejemplos físicos que acabo de mencionar―. Lo que tiene en mente, pues, este filósofo, es la idea de una materialidad infinita, de cuya infinitud resultaría la ausencia de rasgos caracterizadores: El cosmos no sería nada determinado, sino que adoptaría todas las formas (configuraciones, estructuras, tipos de leyes etc.) posibles, en uno u otro lugar, y/o en uno u otro dominio. Un cosmos así no sería una cosa, ya que no sería ni esto ni lo otro, sino una veces así, y otras de otra manera, o en unas partes así y en otras no. O, dicho en términos un poco más técnicos: No se podría predicar una esencia del cosmos, y por ello no sería una sustancia (una cosa). Lo mismo que se dice de Dios que no es una cosa [6].
El atractivo para el materialismo de semejante planteamiento es doble: Por una parte, al no poder considerarse la totalidad material como un objeto, desaparece, como ya hemos indicado, la cuestión de su fundamento. ¿Qué sentido podría tener la pregunta por la causa de algo indeterminado, radicalmente diferente de las cosas concretas, que son las entidades sobre las que se aplica el principio de causalidad? Por otra parte, la indeterminación del cosmos convertiría en aparente cualquier indicio de inteligibilidad, o diseño, que pudieran sugerirnos la prioridad ontológica de la mente sobre la materia. Las leyes naturales y la forma concreta de esas leyes no serían más que expresión de configuraciones aleatorias en una realidad sin orden racional de ningún tipo.
Ahora bien, si comparamos semejante planteamiento con el objetivo que pretende alcanzar la cosmología física ―no sólo la cosmología de Hawking, sino cualquier otro modelo cosmológico de los que se proponen hoy día a partir de la física―, se percibe con claridad que estamos ante dos concepciones radicalmente diferentes de la idea de cosmos. Fernando Savater lo explica así:
«¿Qué es el universo? La tarea de responder a esta pregunta debería comenzar por aclarar qué entendemos por “universo”. Digamos que hay dos sentidos del término, el uno heavy y el otro más bien light. Según el primero de ellos, el universo es una totalidad nítidamente perfilada y distinta al agregado de sus diferentes partes, acerca de la cual cabe plantearse interrogantes específicos. Según el segundo, no es más que el nombre que damos al conjunto o colección indeterminada de todo lo existente, una especie de abreviatura semántica para la acumulación innumerable e interminable de cosas grandes y pequeñas, sin ninguna entidad especial sobre la que podamos teorizar aisladamente»[7]
Este pasaje está tomado del capítulo «El universo y sus alrededores», del libro «Las preguntas de la vida» de Savater, cuyo objetivo es ofrecer un alegato en favor de la filosofía materialista y de la imagen del universo implicada en esa doctrina. Pues bien, para hacer tal cosa, Savater partirá de distinguir los dos sentidos alternativos del término «universo», a los que se hace referencia en el pasaje citado. A continuación, identificará el segundo sentido como el propio de la ontología materialista. Y, apoyado en la concepción del universo como el conjunto indeterminado e interminable de las cosas, rechazará la pregunta por la causa del universo[8] y la idea de un orden racional cósmico.
Ahora bien, esa idea de universo, asociada por Savater con el pensamiento materialista, ¿acaso no implica la negación de la mera posibilidad de la cosmología como ciencia? Pues afirmar que el universo no es una totalidad nítidamente perfilada, ni una entidad especial sobre la que podamos teorizar aisladamente equivale a decir que el universo no es un sistema físico, del que podamos elaborar un modelo, a la manera en que elaboramos un modelo de los átomos, o de las moléculas, o de los metales. Y eso es justamente lo que nos ofrece la cosmología física actual, incluido el modelo de Hawking.
De manera que, en este punto, podemos decir, desde ya, que cualquiera que conceda credibilidad a la imagen del universo que nos propone Stephen Hawking, está, por lo mismo, rechazando la concepción cosmológica más querida por los filósofos materialistas: la de que «la Naturaleza es partes sin un todo»[9].
¿Tendríamos que concluir entonces que el éxito de cualquier modelo cosmológico debería ser interpretado como un indicio en favor de la cosmovisión teísta, mientras que la eventual imposibilidad de lograr una cosmología consistente y bien ajustada a los datos astrofísicos, debería anotarse como un tanto en favor de la cosmovisión materialista?
Bien. En algunos artículos he sostenido la tesis de que el rechazo de la cosmología física es la posición más consistente con el materialismo. Una tesis que puede avalarse tanto por medio de un análisis como el que estamos esbozando aquí, como también repasando los posicionamientos con respecto a la cosmología por parte de los diversos autores que han reflexionado sobre esta disciplina.
Sin embargo, conviene no pasar por alto el hecho de que no todos los materialistas rechazan la cosmología. En parte, sin duda, porque resulta difícil enfrentarse a ella, en las circunstancias actuales, dado que el modelo cosmológico estándar ofrece una explicación unificada de toda una serie de datos, y además se trata de un modelo íntimamente relacionado con una de las teorías físicas en las que se tiene más confianza hoy en día (la teoría general de la relatividad), y ―¡sobre todo!― ha sido incluso capaz de predecir con éxito un fenómeno que no se conocía antes de la predicción (la radiación cósmica de fondo) [10]
Pero, en parte, la coexistencia del pensamiento materialista ―que domina, en la actualidad, en los ambientes intelectuales europeos― con el auge de la cosmología física, se debe también al hecho de que aún no se ha perdido del todo la esperanza en la segunda estrategia divinizadora del universo. Esta segunda estrategia consiste en argumentar que el universo es una realidad necesaria, y no una entidad contingente como los objetos ordinarios. Y así se afirmará que, a diferencia de los objetos cotidianos, que siempre podrían ser, en tales o cuales aspectos, diferentes a como de hecho son, el universo es tal que no puede ser de otro modo a como de hecho es. Y se subrayará que cuando decimos que un objeto es algo determinado, estamos indicando que posee tales rasgos esenciales, y no tales otros, tales características particulares, y no tales otras, que se puede considerar como ejemplar de tal especie, y no de tal otra. En la descripción de cualquier objeto, en definitiva, nos hallaremos siempre ante toda una serie de alternativas, en las que se ha realizado algo, y no las demás posibilidades. Y de ahí los vehementes indicios de contingencia que se derivan del estudio de semejantes entidades. Resumiendo: que los objetos constituyen siempre la realización de una posibilidad entre varias. Pero entonces, ¿estaríamos legitimados para seguir considerando bajo esta categoría a una entidad sin alternativas, puesto que en ella lo posible coincide exactamente con lo real? Resulta, como mínimo, dudoso. Como dudosa resultaría también la contingencia de semejante entidad.
Formalmente, en todo caso, nos hallaríamos ante un ser necesario. Otra cuestión es si esa necesidad formal implicaría necesidad ontológica, es decir, si una entidad de tales características, en caso de ser posible, no tendría que existir inevitablemente [11]
Pero no vamos a entrar a discutir este asunto aquí. En lugar de eso, precisemos qué es lo que significa la expresión de que el universo «no podría ser de otro modo a como de hecho es». Esta expresión puede entenderse en un sentido débil, en otro más fuerte, y en un tercero, que sería el más fuerte de los tres. En un sentido débil, diríamos que el universo no puede ser de otro modo a como es si el modelo cosmológico que lo describiera fuera el único modelo consistente con el marco físico que aceptado como válido, y no quedara en dicho modelo ningún parámetro que no fuera determinado por este marco físico. Pero éste es seguramente un sentido demasiado débil para los fines de la argumentación materialista, puesto que, aunque un modelo cosmológico se siguiera con necesidad de una determinada física, podrían darse en ella tales indicios de contingencia que arruinaran la primera impresión de necesidad que se desprendía de la deducción del modelo cosmológico en cuestión. Por eso, en un sentido algo más fuerte (y más próximo al ánimo de los autores materialistas) diremos que el universo sería formalmente necesario si la teoría física de la que se dedujera como un corolario tampoco contuviera parámetros no determinados por la propia teoría. Y, por último, el sentido verdaderamente robusto de la expresión de que «el universo sólo puede ser como es» lo obtendríamos si el modelo cosmológico que lo describiera fuera el único modelo que se derivara de una teoría física que, a su vez, no sólo no contuviera parámetros inexplicados, sino que, en general, no contuviera ningún tipo de elementos estructurales arbitrarios.
No hará falta ni que mencione que este escenario constituiría la meta ideal para muchos de los esforzados físicos que andan buscando con denuedo la que denominan «teoría final» o «teoría de todo».
En todo caso, lo que importa aquí es que, después de estas reflexiones, ya tenemos todos los elementos necesarios para tratar la cuestión de si el universo de Hawking, por lo que toca al punto que estamos desarrollando, se aproxima más a la cosmovisión teísta o a la materialista. Veámoslo.
4. El universo de Hawking es un objeto contingente
¿Qué es el universo de Stephen Hawking? ¿Es un objeto contingente, en la línea del pensamiento cosmológico teísta? ¿O más bien consiste en una colección indefinida e interminable de objetos grandes y pequeños, que no posee, como totalidad, una entidad propia sobre la que se pueda teorizar? ¿O es un ser formalmente necesario, en un sentido más o menos robusto de esta expresión?
De entrada, y como he mencionado anteriormente, ya podemos descartar la segunda de las opciones, la de la colección indefinida de objetos sin entidad propia. Pues el mero hecho de que el universo de Hawking sea descrito por medio de un modelo físico, que describe su estructura y sus características dinámicas globales no casa de ninguna manera con la idea de que se trata de colección de objetos sin entidad propia.
¿Podría tratarse entonces de un ser formalmente necesario? Tampoco resulta fácil argumentar en favor de esta opción. No olvidemos que la cosmología de Hawking tiene como base una determinada tentativa de cuantización de la fuerza de gravedad ―la denominada «aproximación canónica»―, que se formula a partir de la versión hamiltoniana de la relatividad general. De manera que, ya de entrada, esta cosmología hereda todos los parámetros «contingentes» de la relatividad y la teoría cuántica (el valor de las constantes universales c , h, etc.). Y hereda de ellas, además, otro número no pequeño de rasgos formales injustificados (la dimensionalidad del espaciotiempo, por ejemplo, etc.) ―un indicio de contingencia que se resume en la famosa pregunta de Wheeler: «¿Por qué estas ecuaciones y no otras?»―. Y, por si esto fuera poco, el modelo de Hawking añade sus propios elementos formales contingentes, como el que se sigue de seleccionar, para el cálculo de la función de onda del universo, sólo una cierta clase de geometrías tetradimensionales complejas, en lugar de tenerlas en cuenta todas, que sería la decisión a priori más natural, si tenemos en cuenta el procedimiento matemático que está tratando de emplear ahí (el método de Feynman de la suma de historias).
Nos queda, pues, la alternativa de considerar el universo de Hawking como un objeto físico ordinario. ¿Es esto verosímil?
A mi modo de ver, resulta fácil comprobar que el cosmos de Hawking posee las características esenciales de los objetos físicos más comunes, ya que se trata de una entidad dotada de independencia, (por ser un sistema cerrado), unidad dinámica, y determinación. La determinación del universo se manifiesta en su función de ondas ―una construcción matemática a partir de la que se puede calcular la probabilidad de que el universo posea una cierta geometría y una cierta configuración material en un instante dado de un tiempo interno―, y también en su condición de contorno, (la condición de «no frontera»), que es realmente una de entre las muchas condiciones de contorno posibles, sin que haya ninguna posibilidad de justificarla desde el universo mismo. La función de ondas y la condición de contorno de Hawking determinan la dinámica del universo del mismo modo que la ecuación de Schrödinger, junto con las correspondientes condiciones iniciales, determina la dinámica de las partículas cuánticas, por lo que el universo de Hawking es, desde el punto de vista de la descripción física, un objeto similar a los átomos, los electrones, los protones, etc. Y, puesto que no se da objeto sin causa, el escenario cosmológico de Hawking nos está invitando a considerar un fundamento exterior para el todo material. Un planteamiento coherente con la concepción teológica del universo como creación.
Pero es que hay más todavía: Resulta que la cosmología de Hawking elimina la singularidad inicial del modelo cosmológico estándar. Y con ello despeja la duda de si esa singularidad no estaría introduciendo un elemento de indeterminación formal en nuestra pintura del cosmos. Por lo que, en este sentido, se puede afirmar que la cosmología de Hawking responde al modelo teísta de universo incluso mejor que la cosmología estándar.
5. Conclusión
Recapitulemos, pues. Las reflexiones anteriores han puesto de manifiesto −aun sin entrar en detalles− la adecuación del universo de Hawking al planteamiento teísta del universo como objeto contingente. Y si realizáramos ahora un estudio similar del tipo de racionalidad en la naturaleza que implica esta cosmología −una tarea que he realizado en el ensayo Lo divino y lo humano en el universo de Stephen Hawking−, llegaríamos de nuevo a la misma conclusión: el universo de Hawking posee los rasgos que cabría esperar que poseyera si fuera el objeto de la creación divina. Y los posee incluso con más claridad que el actual modelo cosmológico estándar, precisamente por el hecho de eliminar la singularidad inicial de éste (que puede ser interpretada en clave de indeterminación e irracionalidad, si bien ―todo hay que decirlo― forzando bastante la interpretación).
Ante un resultado así, cabría esperar que Hawking hablara de una cierta concordancia entre su idea del cosmos y el planteamiento de la teología natural. Ahora bien, lo que nos encontramos es que «Historia del tiempo» contiene pasajes que incitan a pensar que su universo pone en entredicho la idea del cosmos como creación. Además del prólogo de Carl Sagan, que también va por ahí. Y además de las declaraciones públicas de Hawking, como las que acaba de regalarnos con ocasión de su visita a Santiago de Compostela: «La ciencia ―nos dice Hawking― no deja mucho espacio a Dios».

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