DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Benedetto XVI: Maria, la Theotokos, e l'avventura di Dio che esce da sé e entra nella storia per attirare ogni uomo nel Suo stesso essere.

Pubblichiamo di seguito il testo della meditazione che il Santo Padre Benedetto XVI ha tenuto questa mattina [l'11 ottobre 21010 NdR], alle ore 9, nell’Aula del Sinodo, nel corso della prima Congregazione Generale dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, dopo la lectio brevis dell’Ora Terza:

Cari fratelli e sorelle,

l'11 ottobre 1962, trentotto anni fa, Papa Giovanni XXIII inaugurava il Concilio Vaticano II. Si celebrava allora l'11 ottobre la festa della Maternità divina di Maria, e, con questo gesto, con questa data, Papa Giovanni voleva affidare tutto il Concilio alle mani materne, al cuore materno della Madonna. Anche noi cominciamo l'11 ottobre, anche noi vogliamo affidare questo Sinodo, con tutti i problemi, con tutte le sfide, con tutte le speranze, al cuore materno della Madonna, della Madre di Dio.

Pio XI, nel 1930, aveva introdotto questa festa, milleseicento anni dopo il Concilio di Efeso, il quale aveva legittimato, per Maria, il titolo Theotókos, Dei Genitrix. In questa grande parola Dei Genitrix, Theotókos, il Concilio di Efeso aveva riassunto tutta la dottrina di Cristo, di Maria, tutta la dottrina della redenzione. E così vale la pena riflettere un po', un momento, su ciò di cui parla il Concilio di Efeso, ciò di cui parla questo giorno.

In realtà, Theotókos è un titolo audace. Una donna è Madre di Dio. Si potrebbe dire: come è possibile? Dio è eterno, è il Creatore. Noi siamo creature, siamo nel tempo: come potrebbe una persona umana essere Madre di Dio, dell'Eterno, dato che noi siamo tutti nel tempo, siamo tutti creature? Perciò si capisce che c'era forte opposizione, in parte, contro questa parola. I nestoriani dicevano: si può parlare di Christotókos, sì, ma di Theotókos no: Theós, Dio, è oltre, sopra gli avvenimenti della storia.

Ma il Concilio ha deciso questo, e proprio così ha messo in luce l'avventura di Dio, la grandezza di quanto ha fatto per noi. Dio non è rimasto in sé: è uscito da sé, si è unito talmente, così radicalmente con quest'uomo, Gesù, che quest'uomo Gesù è Dio, e se parliamo di Lui, possiamo sempre anche parlare di Dio. Non è nato solo un uomo che aveva a che fare con Dio, ma in Lui è nato Dio sulla terra. Dio è uscito da sé. Ma possiamo anche dire il contrario: Dio ci ha attirato in se stesso, così che non siamo più fuori di Dio, ma siamo nell'intimo, nell'intimità di Dio stesso.

La filosofia aristotelica, lo sappiamo bene, ci dice che tra Dio e l'uomo esiste solo una relazione non reciproca. L'uomo si riferisce a Dio, ma Dio, l'Eterno, è in sé, non cambia: non può avere oggi questa e domani un'altra relazione. Sta in sé, non ha relazione ad extra. È una parola molto logica, ma è una parola che ci fa disperare: quindi Dio stesso non ha relazione con me. Con l'incarnazione, con l’avvenimento della Theotókos, questo è cambiato radicalmente, perché Dio ci ha attirato in se stesso e Dio in se stesso è relazione e ci fa partecipare nella sua relazione interiore. Così siamo nel suo essere Padre, Figlio e Spirito Santo, siamo nell'interno del suo essere in relazione, siamo in relazione con Lui e Lui realmente ha creato relazione con noi. In quel momento Dio voleva essere nato da una donna ed essere sempre se stesso: questo è il grande avvenimento. E così possiamo capire la profondità dell’atto di Papa Giovanni, che affidò l’Assise conciliare, sinodale, al mistero centrale, alla Madre di Dio che è attirata dal Signore in Lui stesso, e così noi tutti con Lei.

Il Concilio ha cominciato con l'icona della Theotókos. Alla fine Papa Paolo VI riconosce alla stessa Madonna il titolo Mater Ecclesiae. E queste due icone, che iniziano e concludono il Concilio, sono intrinsecamente collegate, sono, alla fine, un’icona sola. Perché Cristo non è nato come un individuo tra altri.

È nato per crearsi un corpo: è nato — come dice Giovanni al capitolo 12 del suo Vangelo — per attirare tutti a sé e in sé. È nato — come dicono le Lettere ai Colossesi e agli Efesini — per ricapitolare tutto il mondo, è nato come primogenito di molti fratelli, è nato per riunire il cosmo in sé, cosicché Lui è il Capo di un grande Corpo. Dove nasce Cristo, inizia il movimento della ricapitolazione, inizia il momento della chiamata, della costruzione del suo Corpo, della santa Chiesa. La Madre di Theós, la Madre di Dio, è Madre della Chiesa, perché Madre di Colui che è venuto per riunirci tutti nel suo Corpo risorto.

San Luca ci fa capire questo nel parallelismo tra il primo capitolo del suo Vangelo e il primo capitolo degli Atti degli Apostoli, che ripetono su due livelli lo stesso mistero. Nel primo capitolo del Vangelo lo Spirito Santo viene su Maria e così partorisce e ci dona il Figlio di Dio. Nel primo capitolo degli Atti degli Apostoli Maria è al centro dei discepoli di Gesù che pregano tutti insieme, implorando la nube dello Spirito Santo. E così dalla Chiesa credente, con Maria nel centro, nasce la Chiesa, il Corpo di Cristo. Questa duplice nascita è l’unica nascita del Christus totus, del Cristo che abbraccia il mondo e noi tutti.

Nascita a Betlemme, nascita nel Cenacolo. Nascita di Gesù Bambino, nascita del Corpo di Cristo, della Chiesa. Sono due avvenimenti o un unico avvenimento. Ma tra i due stanno realmente la Croce e la Risurrezione. E solo tramite la Croce avviene il cammino verso la totalità del Cristo, verso il suo Corpo risorto, verso l'universalizzazione del suo essere nell'unità della Chiesa. E così, tenendo presente che solo dal grano caduto in terra nasce poi il grande raccolto, dal Signore trafitto sulla Croce viene l'universalità dei suoi discepoli riuniti in questo suo Corpo, morto e risorto.

Tenendo conto di questo nesso tra Theotókos e Mater Ecclesiae, il nostro sguardo va verso l'ultimo libro della Sacra Scrittura, l'Apocalisse, dove, nel capitolo 12, appare proprio questa sintesi. La donna vestita di sole, con dodici stelle sul capo e la luna sotto i piedi, partorisce. E partorisce con un grido di dolore, partorisce con grande dolore. Qui il mistero mariano è il mistero di Betlemme allargato al mistero cosmico. Cristo nasce sempre di nuovo in tutte le generazioni e così assume, raccoglie l'umanità in se stesso. E questa nascita cosmica si realizza nel grido della Croce, nel dolore della Passione. E a questo grido della Croce appartiene il sangue dei martiri.

Così, in questo momento, possiamo gettare uno sguardo sul secondo Salmo di questa Ora Media, il Salmo 81, dove si vede una parte di questo processo. Dio sta tra gli dei – ancora sono considerati in Israele come dei. In questo Salmo, in un concentramento grande, in una visione profetica, si vede il depotenziamento degli dei. Quelli che apparivano dei non sono dei e perdono il carattere divino, cadono a terra. Dii estis et moriemini sicut homines (cfr al 81, 6-7): il depotenziamento, la caduta delle divinità.

Questo processo che si realizza nel lungo cammino della fede di Israele, e che qui è riassunto in un'unica visione, è un processo vero della storia della religione: la caduta degli dei. E così la trasformazione del mondo, la conoscenza del vero Dio, il depotenziamento delle forze che dominano la terra, è un processo di dolore. Nella storia di Israele vediamo come questo liberarsi dal politeismo, questo riconoscimento — «solo Lui è Dio» — si realizza in tanti dolori, cominciando dal cammino di Abramo, l'esilio, i Maccabei, fino a Cristo. E nella storia continua questo processo del depotenziamento, del quale parla l'Apocalisse al capitolo 12; parla della caduta degli angeli, che non sono angeli, non sono divinità sulla terra. E si realizza realmente, proprio nel tempo della Chiesa nascente, dove vediamo come col sangue dei martiri vengono depotenziate le divinità, cominciando dall'imperatore divino, da tutte queste divinità. È il sangue dei martiri, il dolore, il grido della Madre Chiesa che le fa cadere e trasforma così il mondo.

Questa caduta non è solo la conoscenza che esse non sono Dio; è il processo di trasformazione del mondo, che costa il sangue, costa la sofferenza dei testimoni di Cristo. E, se guardiamo bene, vediamo che questo processo non è mai finito. Si realizza nei diversi periodi della storia in modi sempre nuovi; anche oggi, in questo momento, in cui Cristo, l'unico Figlio di Dio, deve nascere per il mondo con la caduta degli dei, con il dolore, il martirio dei testimoni. Pensiamo alle grandi potenze della storia di oggi, pensiamo ai capitali anonimi che schiavizzano l'uomo, che non sono più cosa dell’uomo, ma sono un potere anonimo al quale servono gli uomini, dal quale sono tormentati gli uomini e perfino trucidati. Sono un potere distruttivo, che minaccia il mondo. E poi il potere delle ideologie terroristiche.

Apparentemente in nome di Dio viene fatta violenza, ma non è Dio: sono false divinità, che devono essere smascherate, che non sono Dio. E poi la droga, questo potere che, come una bestia vorace, stende le sue mani su tutte le parti della terra e distrugge: è una divinità, ma una divinità falsa, che deve cadere. O anche il modo di vivere propagato dall'opinione pubblica: oggi si fa così, il matrimonio non conta più, la castità non è più una virtù, e così via.

Queste ideologie che dominano, così che si impongono con forza, sono divinità. E nel dolore dei santi, nel dolore dei credenti, della Madre Chiesa della quale noi siamo parte, devono cadere queste divinità, deve realizzarsi quanto dicono le Lettere ai Colossesi e agli Efesini: le dominazioni, i poteri cadono e diventano sudditi dell'unico Signore Gesù Cristo. Di questa lotta nella quale noi stiamo, di questo depotenziamento di dio, di questa caduta dei falsi dei, che cadono perché non sono divinità, ma poteri che distruggono il mondo, parla l'Apocalisse al capitolo 12, anche con un'immagine misteriosa, per la quale, mi pare, ci sono tuttavia diverse belle interpretazioni. Viene detto che il dragone mette un grande fiume di acqua contro la donna in fuga per travolgerla. E sembra inevitabile che la donna venga annegata in questo fiume. Ma la buona terra assorbe questo fiume ed esso non può nuocere. Io penso che il fiume sia facilmente interpretabile: sono queste correnti che dominano tutti e che vogliono far scomparire la fede della Chiesa, la quale non sembra più avere posto davanti alla forza di queste correnti che si impongono come l'unica razionalità, come l'unico modo di vivere. E la terra che assorbe queste correnti è la fede dei semplici, che non si lascia travolgere da questi fiumi e salva la Madre e salva il Figlio. Perciò il Salmo dice – il primo salmo dell’Ora Media – la fede dei semplici è la vera saggezza (cfr Sal 118,130). Questa saggezza vera della fede semplice, che non si lascia divorare dalle acque, è la forza della Chiesa. E siamo ritornati al mistero mariano.

E c'è anche un'ultima parola nel Salmo 81, "movebuntur omnia fundamenta terrae" (Sal 81,5), vacillano le fondamenta della terra. Lo vediamo oggi, con i problemi climatici, come sono minacciate le fondamenta della terra, ma sono minacciate dal nostro comportamento. Vacillano le fondamenta esteriori perché vacillano le fondamenta interiori, le fondamenta morali e religiose, la fede dalla quale segue il retto modo di vivere. E sappiamo che la fede è il fondamento, e, in definitiva, le fondamenta della terra non possono vacillare se rimane ferma la fede, la vera saggezza.

E poi il Salmo dice: "Alzati, Signore, e giudica la terra" (Sal 81,8). Così diciamo anche noi al Signore: "Alzati in questo momento, prendi la terra tra le tue mani, proteggi la tua Chiesa, proteggi l'umanità, proteggi la terra".
E affidiamoci di nuovo alla Madre di Dio, a Maria, e preghiamo: "Tu, la grande credente, tu che hai aperto la terra al cielo, aiutaci, apri anche oggi le porte, perché sia vincitrice la verità, la volontà di Dio, che è il vero bene, la vera salvezza del mondo". Amen

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana

Un solo corpo in Cristo con Maria. La preghiera del rosario nella vita sacerdotale. di Mauro Piacenza

Tratto da L'Osservatore Romano del 30 settembre 2010

A coronamento di quel dono di grazia che l'Anno sacerdotale è stato, l'11 giugno scorso, circa diciassettemila sacerdoti provenienti dai cinque continenti, si sono riuniti a Roma, attorno al Papa, per la concelebrazione eucaristica più grande della storia. Al termine, come un padre si assicura che i figli, in procinto di partire per una terra lontana, abbiano gli strumenti necessari per affrontare il viaggio ed evitarne i possibili pericoli, il Santo Padre ha affidato e consacrato tutti i sacerdoti, presenti e del mondo, alla Beata Vergine Maria, venerata con il titolo di Salus populi Romani.

Dietro questo grande "gesto magisteriale", insieme alla fede salda e coraggiosa di Pietro, risplende la coscienza che la Chiesa ha della propria imprescindibile e sempre nuova dimensione mariana, di quanto sia una cosa sola con la Vergine Santa, "proto-cellula" del Corpo ecclesiale, nella quale l'iniziativa della Grazia divina e la libera accoglienza umana si sono perfettamente coniugate, inaugurando il definitivo inizio della salvezza.

A sua Madre, Cristo stesso ha affidato tutto il popolo dei credenti nella persona del discepolo prediletto, indicando così la natura della Chiesa che da Lui sarebbe nata: un solo Corpo, una sola Carne in Lui, con Maria. Nella Beata Vergine, così, la Chiesa contempla il più perfetto modello di fede ed il segno di sicura speranza nella gloria futura.

Secoli e secoli di fede, santità ed insegnamenti magisteriali indicano, nella devozione mariana la "strada-maestra" del cammino di perfezione cristiana. Da oltre un secolo, poi, l'invito alla preghiera del santo rosario, caratterizza il mese di ottobre, che sta per cominciare. A questo proposito, è quanto mai utile considerare le ragioni della profonda ed affettuosa devozione che il popolo cristiano ha sempre nutrito nei confronti di questa preghiera. Non a caso, è bene ricordarlo, la recita del santo rosario, in comunità o nelle proprie case, gode dell'alto riconoscimento ecclesiastico dell'indulgenza plenaria.

Dal punto di vista storico, il rapido e sorprendente sviluppo di questa splendida preghiera, attribuito dalla tradizione a san Domenico di Guzman, è stato sempre dettato nei secoli da una duplice ragione: da un lato, la straordinaria fecondità spirituale, sperimentata da quanti vi si affidavano; dall'altro, il suo essersi rivelata come mezzo efficacissimo per ottenere la protezione divina, nelle vicende storiche, che, durante il secondo millennio, hanno minacciato l'Occidente cristiano e la stessa Chiesa (cfr. Leone xiii, Supremi apostolatus officio, 1 settembre 1883).

Ultima luminosa testimonianza del Rosario quale via ad Iesum per Mariam ci è stata offerta dal servo di Dio Giovanni Paolo ii nella lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae. Egli, sulla scorta dei principali insegnamenti di spiritualità mariana, ha indicato, nel proprio motto episcopale, la consacrazione a Maria come la via più sicura ed efficace per la conformazione del discepolo a Cristo Signore: "Totus tuus".

Come non riconoscere, soprattutto nella vita ed in ciascuna giornata del sacerdote, la preziosità del rosario, quale memoria della salvezza, o come educazione del cuore all'atto di fede nel definitivo ingresso di Dio nella storia? Come non sentire l'urgenza di praticarne e diffonderne ancor più la recita, di fronte alle insidie dell'epoca contemporanea?

Tuttavia, prima di ogni altra considerazione, è necessario riconoscere come la preghiera del rosario alimenti la nostra stessa identità sacerdotale.

Se, infatti, nel renderci partecipi del Suo Sacerdozio - come il Papa ha autorevolmente insegnato (cfr. Veglia in occasione dell'Incontro Internazionale dei Sacerdoti a conclusione dell'Anno Sacerdotale, 10 giugno 2010) - Cristo ci tira dentro di Sé e così ci permette di usare il Suo stesso "io", è nella contemplazione dei Misteri della Sua vita, tramite gli occhi ed il cuore immacolato di Maria, che possiamo conoscerLo di più, apprendere i Suoi sentimenti, accogliere la grazia che ci dona nella quotidiana celebrazione eucaristica e renderci sempre più disponibili a quanto Egli dispone per noi.

Sarà la Beata Vergine Maria, che ora in corpo ed anima contempla la Gloria del Figlio, a comunicarci, come per osmosi, l'amore per il Figlio. Non stanchiamoci mai di imparare dalla Madre del Bell'Amore, che ha pronunciato, per tutta la Chiesa, il "sì" incondizionato alla volontà di Dio, permettendo così l'Incarnazione del Verbo, l'essere stesso della Chiesa e la Presenza sacramentale, ora, di Cristo nell'Eucaristia.

A Lei, al suo cuore, siamo misticamente uniti, non solo come membra della Chiesa, ma specialmente, in quanto sacerdoti: siamo alter Christus, altri suoi figli!

Essere sacerdoti, quindi, significa anche, per grazia, essere con Maria un solo cuore. Significa poter esultare: Totus tuus sum Maria et omnia mea tua sunt!

La Natività della Madre di Dio nella tradizione siro-occidentale Inizia la redenzione della natura umana

di Manuel Nin

La tradizione liturgica siro-occidentale celebra, con le altre liturgie di oriente e occidente, la natività della Madre di Dio l'8 settembre. Di origine gerosolimitana, la festa - legata alla dedicazione di una chiesa nel luogo ritenuto casa di Gioacchino e Anna, genitori di Maria - venne introdotta a Costantinopoli nel VI secolo e a Roma da Papa Sergio I (687-701). Personaggi e temi sono presi dal Protovangelo di Giacomo, con la narrazione della storia di Gioacchino e Anna, anziani ambedue e sterile lei, che accolgono nello stupore e nella gioia la benedizione di Dio con la nascita della loro figlia.
Questa benedizione è collegata con quella di altre coppie bibliche: "Signore Dio, consolatore degli afflitti e sollievo dei provati, tu hai consolato l'afflizione di Abramo e Sara con la nascita di Isacco, figlio del prodigio, e rallegrato il sacerdote Zaccaria e la sterile Elisabetta con la nascita di Giovanni, nobile profeta. Tu anche oggi procuri la gioia ai giusti Gioacchino e Anna, per mezzo di Maria, tua madre diletta, gioia delle vergini e ornamento dei casti". Diversi testi, prendendo spunto della verginità di Maria, parlano dei vergini e delle vergini, degli uomini casti e delle donne caste, sinonimi che la letteratura monastica siro-occidentale adopera per i monaci e le monache.
La nascita di Maria viene presentata come l'inizio della redenzione della natura umana: "Per mezzo di Maria iniziano i beni e terminano i mali; per lei l'amarezza cambia in dolcezza e delizie spirituali; per lei è rimosso l'inganno del serpente". Con un parallelo tra la nascita di Maria e quella di Cristo, entrambe annunciate dall'arcangelo: "Colui che plasma tutti i fanciulli e governa su ogni creatura si è prescelto una madre per apparire da lei al mondo. Dall'alto Gabriele discese presso il giusto Gioacchino e gli annunciò la nascita della tutta pura e benedetta. Anna, colma della gioia dello Spirito Santo, disse a Gioacchino: Benedetto Dio che ha benedetto il frutto del mio seno! Ambedue esultano e giubilano: Il Signore si è ricordato della sua alleanza e ha fatto misericordia ad Abramo".
La liturgia dipende dalla narrazione del Protovangelo di Giacomo, e nel vespro e nel mattutino dopo la nascita di Maria prosegue col suo soggiorno nel tempio: "Dopo averla votata fin dall'infanzia e portata nel tempio, Maria fu accolta nel tempio dai sacerdoti che supplirono con zelo e gioia i suoi genitori. Maria visse nel tempio crescendo nelle virtù e nella santità". Introducendo poi il suo matrimonio con Giuseppe, la liturgia rilegge cristologicamente un testo di Isaia (29, 11): "Si verificò la parola del profeta: Un libro sigillato sarà consegnato a un uomo versato nella legge divina, colto e rispettato, al quale si dirà: Leggi questo libro! Ma lui risponderà: Non posso, è sigillato per il Cristo Signore! Con ciò il profeta alludeva al suo misterioso connubio e al sigillo della sua verginità che sussiste nell'eternità dei secoli. Già prima che nascesse i profeti l'avevano benedetta e indicata con simboli e misteri".
La natività di Maria e la sua maternità divina sono collegate con la vita della Chiesa: "Tu sei beata, o vergine Maria, pura e piena di grazia, fonte di beni e di vita duratura; tu sei beata perché hai messo al mondo colui che gli apostoli hanno predicato, colui per il quale i martiri si sono lasciati trucidare con amore, il cui desiderio fece abbandonare il mondo ai confessori e che infiamma del suo amore le vergini". E la natività di Maria esalta la donna: "Oggi tutta l'assemblea dei vergini e delle vergini esulta per la natività della Vergine Maria: per suo tramite le donne sono state esaltate dopo l'umiliazione subita dal serpente crudele; il maligno è nella confusione, scorgendo in lei il tempio puro della gloria di Dio altissimo".
La preghiera finale del vespro riunisce i diversi aspetti della festa: "O Cristo Dio nostro, rallegraci tutti come hai rallegrato i giusti Gioacchino e Anna per la nascita della Vergine tua madre. Donaci la gioia del perdono dei peccati e della remissione delle colpe. Possa questa festa solenne portare a noi le gioie spirituali e la pace; siano guariti i nostri mali e possa la luce della tua sapienza splendere nelle nostre anime. Risplenda questo giorno con la promessa di un futuro luminoso e favorevole; trasforma il nostro uomo interiore e donaci di progredire con gli angeli sino alla fine".
L'icona della festa riprende quella della nascita di Giovanni Battista e ha molte somiglianze con quella della nascita di Cristo. Nella parte centrale Anna è sdraiata sul letto, dopo aver partorito Maria. La vecchiaia di Elisabetta, la sterilità di Anna, la verginità di Maria: tutte e tre sono simbolo della Chiesa diventata feconda per mezzo del battesimo, a cui allude la scena del neonato lavato in un catino.


(©L'Osservatore Romano - 8 settembre 2010)

Il Papa: Maria è la prima che è passata attraverso la "via" aperta da Cristo accessibile agli umili

Cari fratelli e sorelle!

Otto giorni dopo la solennità della sua Assunzione al Cielo, la liturgia ci invita a venerare la Beata Vergine Maria col titolo di "Regina". La Madre di Cristo viene contemplata incoronata dal suo Figlio, cioè associata alla sua Regalità universale, così come la raffigurano numerosi mosaici e dipinti. Anche questa memoria ricorre quest’anno in domenica, acquistando una maggiore luce dalla Parola di Dio e dalla celebrazione della Pasqua settimanale. In particolare, l’icona della Vergine Maria Regina trova un significativo riscontro nel Vangelo odierno, là dove Gesù afferma: "Ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi" (Lc 13,30). E’ questa una tipica espressione di Cristo, riportata più volte dagli Evangelisti – anche con formule similari –, perché evidentemente riflette un tema caro alla sua predicazione profetica. La Madonna è l’esempio perfetto di tale verità evangelica, che cioè Dio abbassa i superbi e i potenti di questo mondo e innalza gli umili (cfr Lc 1,52).

La piccola e semplice fanciulla di Nazaret è diventata la Regina del mondo! Questa è una delle meraviglie che rivelano il cuore di Dio. Naturalmente la regalità di Maria è totalmente relativa a quella di Cristo: Egli è il Signore, che, dopo l’umiliazione della morte di croce, il Padre ha esaltato al di sopra di ogni creatura nei cieli, sulla terra e sotto terra (cfr Fil 2,9-11). Per un disegno di grazia, la Madre Immacolata è stata pienamente associata al mistero del Figlio: alla sua Incarnazione; alla sua vita terrena, dapprima nascosta a Nazaret e poi manifestata nel ministero messianico; alla sua Passione e Morte; e infine alla gloria della Risurrezione e Ascensione al Cielo. La Madre ha condiviso con il Figlio non solo gli aspetti umani di questo mistero, ma, per l’opera dello Spirito Santo in lei, anche l’intenzione profonda, la volontà divina, così che tutta la sua esistenza, povera e umile, è stata elevata, trasformata, glorificata passando attraverso la "porta stretta" che è Gesù stesso (cfr Lc 13,24). Sì, Maria è la prima che è passata attraverso la "via" aperta da Cristo per entrare nel Regno di Dio, una via accessibile agli umili, a quanti si fidano della Parola di Dio e si impegnano a metterla in pratica.

Nella storia delle città e dei popoli evangelizzati dal messaggio cristiano sono innumerevoli le testimonianze di venerazione pubblica, in certi casi addirittura istituzionale alla regalità della Vergine Maria. Ma oggi vogliamo soprattutto rinnovare, come figli della Chiesa, la nostra devozione a Colei che Gesù ci ha lasciato quale Madre e Regina. Affidiamo alla sua intercessione la quotidiana preghiera per la pace, specialmente là dove più infierisce l’assurda logica della violenza; affinché tutti gli uomini si persuadano che in questo mondo dobbiamo aiutarci gli uni gli altri come fratelli per costruire la civiltà dell’amore. Maria, Regina pacis, ora pro nobis!

Maria, la «stella di speranza» cara a Ratzinger

DI ELIO GUERRIERO

B
enedetto XVI l’ha ri­petuto più volte: nel mondo vi sono tan­te religioni. L’alleanza, in­vece, offerta da Dio al po­polo di Israele e stipulata sul Monte Sinai è unica. Per­ché, come ripete san Paolo sulla scia di Isaia, la Parola di Dio non ritorna a lui sen­za aver operato ciò per cui è stata mandata. Quando, dunque, il popolo non mantiene la parola data, l’alleanza non viene annul­­lata, bensì rinnovata con un gruppo sempre più ristret­to di figli di Israele. Da ulti­mo l’alleanza viene rinno­vata a Nazaret in Galilea do­ve l’angelo Gabriele viene inviato a una Vergine cui ri­volge l’invito con il quale, in precedenza, il profeta Sofo­nia si era rivolto alla Figlia di Sion, a Gerusalemme: «Ral­legrati piena di grazia». Ma­ria è, dunque, la donna che prende l’eredità delle gran­di donne di Israele, di Eva, Rachele e Sara, fino a Ester e Giuditta. Ancora di più: el­la è la figlia di Sion, chia­mata a divenire madre del Messia il quale, sull’antica radice di Iesse, farà spunta­re un albero nuovo e strin­gerà una nuova alleanza con il suo popolo.

Figlia di Sion, madre dell’al­leanza, Maria è anche ma­dre della Chiesa come Be­nedetto XVI ricordò nel 2005 in occasione del suo primo omaggio alla stele dell’Im­macolata in piazza di Spa­gna a Roma. Generando Ge­sù,
ella genera anche la Chiesa di cui è tipo e figura, così come è modello per o­gni cristiano. Anzitutto, co­me ci ricorda la liturgia nel tempo dell’Avvento, con il suo sì ella apre la strada a tutti coloro che sono nel­­l’attesa del Figlio di Dio. Poi a Natale Maria è modello dell’accoglienza cristiana. Seguendo il suo esempio, o­gni cristiano impara ad ac­cogliere Gesù nel suo cuore e a donarlo agli uomini di buona volontà.

Troviamo poi Maria sulla via della sequela di Gesù. Colei che ha fatto spazio alla pa­rola di Dio dentro di sé è an­che la prima a comprende­re che bisogna ascoltare Ge­sù
e fare qualsiasi cosa vi di­ca ( Gv 2,5). Infine ella è vici­na alla croce ed è chiamata ad una generosità eucaristi­ca quando il Figlio la chiama all’ammirevole scambio, tanto simile allo scambio con il quale egli ha lasciato il Padre ed è venuto a salva­re gli uomini: «'Donna, ec­co tuo figlio!' Poi disse al di­scepolo: 'Ecco tua madre'» ( Gv 19,26). Privata del Figlio, Maria è la più generosa, ma anche la più povera tra i fi­gli degli uomini. A lei, dun­que, è promesso prima che ad ogni altro il regno dei cie­li. Dopo la morte di Maria, dunque, e dopo la sua as­sunzione al cielo si apre un orizzonte sconfinato di vi­cinanza e di speranza che si è manifestato negli ultimi secoli, in particolare a Lour­des e Fatima. In queste apparizioni la Ver­gine si rivolge a persone semplici, a Bernadette, con la quale comunica a gesti più ancora che a parole. Ha detto papa Benedetto in un mirabile discorso a Lourdes: «Qui a Lourdes, nel corso dell’apparizione del 3 mar­zo 1858, Bernadette con­templò in maniera del tutto speciale questo sorriso di Maria. Fu questa la prima ri­sposta che la Bella Signora diede alla giovane veggente che voleva conoscere la sua identità. Prima di presen­tarsi a Lei, qualche giorno dopo, come l’Immacolata Concezione, Maria le fece conoscere innanzitutto il suo sorriso, quasi fosse que­sta la porta d’accesso più appropriata alla rivelazione del suo mistero». Il sorriso di Maria, tuttavia, viene da chi è stata vicino alla croce e conosce a fondo il dolore del Figlio e di tutti i suoi fi­gli, in particolare dei malati e dei disabili chiamati a por­tare nel loro corpo la parte­cipazione alla croce di Cri­sto. Diceva ancora il Papa a Lourdes: «Vorrei dire, umil­mente, a coloro che soffro­no e a coloro che lottano e sono tentati di voltare le spalle alla vita: Volgetevi a Maria! Nel sorriso della Ver­gine si trova misteriosa­mente nascosta la forza per proseguire il combattimen­to contro la malattia e in fa­vore della vita». Per questo, Maria è, infine, stella di speranza, aiuto in questa vita ma anche soste­gno nella morte e nel cam­mino che ci porta all’eter­nità.

Scrive il Papa nella sua enciclica dedicata alla spe­ranza: «La gioia della resur­rezione ha toccato il tuo cuore e ti ha unito in modo nuovo ai discepoli, destina­ti a diventare famiglia di Ge­sù mediante la fede. Così tu fosti in mezzo alla comunità dei credenti, che nei giorni dopo l’Ascensione pregava­no unanimemente per il do­no dello Spirito Santo... Co­sì tu rimani in mezzo ai di­scepoli come la loro Madre, come Madre della speran­za. Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegna­ci a credere, sperare ed a­mare con te!». I discorsi del Papa su Maria spesso sfo­ciano in preghiere di gran­de densità teologica. Dan­no voce alla sua pietà e alla sua speranza per la Chiesa, per i cristiani e per tutti gli uomini.

© Copyright Avvenire 12 maggio 2010

Maria. Apparizioni, segno di contraddizione. di René Laurentin

Le apparizioni sembrano costituire un tema fondamentale sotto vari punti di vista. Esse costellano la Bibbia e strutturano la Rivelazione stessa. Dio parla e appare al patriarca Abramo, a Mosé e ai Profeti, a Gesù Cristo, agli apostoli Pietro e Paolo e ad altri cristiani negli Atti degli Apostoli; insomma, da un capo all’altro delle Scritture. Le apparizioni del Cristo risorto sono il culmine e il compimento del Vangelo. E, come insegna l’apostolo Paolo (1Cor 15), sono il fondamento della fede. Le apparizioni della Vergine sono all’origine di molti santuari e di importanti pellegrinaggi (Guadalupe, Aparecida, La Salette, Lourdes, Fatima) e occupano, a vario titolo, un posto di spicco nell’attualità. La letteratura sulle apparizioni si è moltiplicata, in proporzioni senza precedenti, a partire dal dibattito degli anni ’80. Tutto questo sembrerebbe riservare loro un posto d’onore; e invece tutto sconsiglia di occuparsene. Esse rimangono ancor oggi, nella Chiesa cattolica, un segno di contraddizione (Lc 2,35), ad eccezione di quelle che emergono alla fine e tardivamente, e che danno origine ai più grandi santuari della cristianità. «Quando il bambino appare, la cerchia familiare applaude con somma gioia», scriveva Victor Hugo. «Quando la Vergine appare», la cerchia familiare non applaude, ma è turbata e inquieta. A Lourdes, dieci giorni dopo la prima apparizione, il 21 febbraio 1858, la guardia campestre Callet afferra Bernadette Soubirous per la mantella e la trascina per sottoporla ai tempestosi interrogatori del commissario di polizia Jacomet, e in seguito a quelli del procuratore imperiale Dutour e del giudice Ribes. Lo Stato si mobilitò per reprimere, dal prefetto ai ministri fino all’imperatore Napoleone III, che era in vacanza sui Pirenei e che si rese popolare mettendo fine alle barriere, ai processi e alle beghe amministrative che si erano moltiplicati durante l’estate del 1858. A Pontmain (1871) il generale de Charrette minacciò i bambini con la sua sciabola. A Fatima, ai giovani veggenti venne intimato di ritrattare, e furono poi imprigionati per impedire l’apparizione del 13 agosto 1917. E così di seguito, in una copiosissima serie di notizie. Le apparizioni non sono viste con occhio più benigno nella Chiesa. A Lourdes, il 2 marzo 1858, in occasione della sua prima visita in canonica, Bernadette fu respinta da una di quelle tonanti collere che talvolta infiammavano il parroco Peyramale, benché fosse un uomo di cuore, attento prima di tutto ai poveri. A Pontmain i veggenti furono minacciati dal vescovo di dannazione eterna. Le apparizioni, dunque, sono l’argomento teologico meno scientificamente studiato, il più nascosto e controverso. Ci sono ottime e serie ragioni per cui le apparizioni disorientano e vengono combattute. Quando un’apparizione fa radunare le masse, a Lourdes come a Fatima, l’amministrazione civile si mobilita, è normale. Il fatto è che un assembramento massiccio ed apparentemente passionale perturba l’ordine pubblico. Il «principio di precauzione» invita a mettervi fine, anche se si può arrivare a farlo proprio e a canalizzarlo. Lo Stato reagisce come la natura, secondo l’acuta constatazione fatta da Jacques Monod, premio Nobel per la biologia, nel suo famoso libro «Il caso e la necessità»: quando un caso (una mutazione biologica) fa la sua comparsa in un genere, intervengono i meccanismi di rigetto per ridurlo alla necessità; eliminandolo oppure assimilandolo all’ordine ripetitivo delle strutture stabilite di generazione in generazione. Questo principio universale regge anche l’ordine amministrativo e sociale. E analoghe sono le soluzioni: eliminazione o integrazione. Così Guadalupe, Lourdes e Fatima sono diventate, dopo l’iniziale emarginazione e contestazione, istituzioni di portata nazionale, sia sul piano secolare che su quello religioso. Per ogni veggente, le apparizioni sono comunicazioni con l’aldilà, inaccessibili ai normali mezzi sensoriali. Esse sono quindi, per la ricerca universitaria, dei non-luoghi. Se, tuttavia, si sofferma su di esse, è per riportarle ed inquadrarle al suo livello, secondo il metodo scientifico che non prende in considerazione, né in sociologia né in medicina, le presunte cause soprannaturali: il diavolo o il Buon Dio. Alcuni le definiscono come racconti di cui è necessario stabilire la genesi interna e specifica sul piano letterario o semiotico: studio di una tradizione folclorica o di una struttura di cui si esaminano le varianti, ma soprattutto gli stereotipi. Per altri, molto meno numerosi (medici e psicologi) questi fenomeni che solo il veggente percepisce sono fenomeni psicologici che devono essere considerati alla stregua di allucinazioni, di sogni, o di fantasticherie. Fino ad ora si è trascurato il fatto che studi encefalografici delle estasi hanno escluso queste tre spiegazioni. Altri ancora definiranno le apparizioni come fenomeni antropologici e tenteranno di collocarli in questo quadro umano, senza soffermarsi sul riferimento personale, perfino trascendente che per i veggenti costituisce l’essenziale. Se le apparizioni occupano un simile posto nella storia, da circa quattro millenni, l’approccio attuale non rischia forse di essere riduttivo, se non addirittura diffamatorio, nei confronti dei veggenti e dei gruppi umani che si impongono all’attenzione? Il problema è spinoso; la medicina è diventata una scienza alla fine del XVI secolo, quando fondò l’«eziologia»: lo studio delle cause, escludendo le cause soprannaturali, divine o diaboliche, estranee al nostro cosmo. Per questo motivo la maggior parte dei medici (anche cristiani) si rifiutano di riconoscere non solo un «miracolo» (cosa che non è di loro pertinenza), ma anche il carattere «inspiegabile» di una guarigione; uno scienziato, infatti, per principio, non abdica mai al suo ruolo di fronte all’incomprensibile: cerca instancabilmente la spiegazione finché non la trova: non esiste l’inesplicabile, esiste solo l’inesplicato. Il ricorso a un «deus ex machina» è la negazione stessa del metodo scientifico. In questo quadro continua, in modo disagevole, lo studio delle guarigioni presunte miracolose, esaminate dai comitati scientifici a Lourdes o a Roma in vista delle cause di canonizzazione, che richiedono la constatazione dei miracoli.

nche gli esorcisti, testimoni di malattie stranamente inesplicabili, dialogano con i medici, senza che lo studio di questi fenomeni sia mai stato trattato scientificamente. Le consultazioni della Chiesa per dare ai «miracoli» uno statuto scientifico si scontrano con questa difficoltà, e con la stessa complessità del termine «miracolo» che i Vangeli chiamano «segno» o/e prodigio («sêmeia kai terata»). Nel 1900 si risolvevano i problemi a partire da principi a priori: «Non ho mai trovato l’anima sotto il mio bisturi» (un chirurgo del 1900); o ancora: «Sono stato in cielo e non ho visto Dio» (Gagarin). La scienza attuale, alle prese con la relatività, le relazioni di incertezza, eccetera, è passata dal razionalismo semplicista e dallo «scientismo» a una razionalità più diffusamente aperta all’ignoto, senza però rinunciare alla ragione e all’esigenza di non ammettere nulla che non sia fondato e verificato mediante l’esperienza.

Paradossalmente, la Chiesa è fra le istituzioni

A
più riservate su questo ambito religioso e spirituale, apparentemente ad essa essenziale e familiare. Ora, a tutti i livelli, la pastorale normalmente soffoca le apparizioni, provocando così tensioni e conflitti spesso duraturi (oggi sono numerosi, da Dozulé e San Damiano a Medjugorje, o anche Damas/Soufanieh, che la Chiesa ortodossa locale aveva prima accettato poi rifiutato). Questa opposizione e questa riserva della Chiesa sono motivate da fondamenti irrecusabili, di cui è necessario avere piena conoscenza e piena coscienza. Prima imponente constatazione: le apparizioni non hanno un loro posto tra le numerose discipline universitarie che hanno un ruolo di spicco nella Chiesa. Le apparizioni posteriori al Vangelo sono ignorate dalla teologia dogmatica: non sono oggetto di «fede divina» ma di «fede umana», scriveva il futuro Benedetto XIV nel XVIII secolo. Esse sono extra e sub teologiche, quindi marginali. Prendiamone atto. La teologia fondamentale poi le ignora: esse non figurano tra i «dieci luoghi teologici» che sono le fonti della fede, secondo Melchior Cano (XVI secolo). Egli non le nomina nemmeno tra i «luoghi annessi» come «la filosofia, il diritto, la storia» ritenuti alla stregua di strumenti. Il primo Codice di
Diritto Canonico (1917) trattava negativamente questo ambito: proibiva qualsiasi pubblicazione sulle apparizioni non riconosciute e puniva con la scomunica i trasgressori. Questi due canoni sono stati aboliti il 14 ottobre 1966 e il nuovo Codice semplicemente non parla più di apparizioni.

In breve, non sono più interdette, ma sono diventate un non-luogo canonico. Sono in fondo alla scala dei valori della Chiesa; nonostante l’interesse loro accordato da numerosi pastori e fedeli che ne riconoscono e ne raccolgono i frutti, esse non hanno trovato il loro posto e non hanno mai suscitato una ricerca di una levatura degna di questo nome tra i grandi teologi.


Q
uesto è dovuto ad alcune ragioni fondamentali. Secondo l’analisi di Karl Rahner, la tradizionale emarginazione delle apparizioni non è un riflesso elementare né un semplice meccanismo di rigetto amministrativo. Essa è causata da ragioni ufficiali e fondamentali: prima di tutto, la frase di Gesù Cristo all’apostolo Tommaso. Questo discepolo non accettava la resurrezione di Cristo: «Finché non avrò messo il dito nelle sue piaghe, non crederò». Gesù gli si manifesta, lo invita ironicamente a controllare, e conclude: «Beati coloro che credono senza avere visto» (Gv 20, 29). Cristo non si fa garante dei veggenti, ma dei credenti. È l’ultima delle beatitudini, al termine dell’ultimo Vangelo: il cristiano non vede, crede in Dio sulla parola. Qualunque eccezione sembra quindi deplorevole, anche se le apparizioni hanno un posto considerevole nel Nuovo Testamento. Questo motiva la legittima opposizione della Chiesa e dei grandi mistici alla dottrina degli illuminati e alle pulsioni dell’immaginazione; è necessaria quindi la prudenza. Ma «prudenza» non significa «diffidenza» né «pusillanimità», «bocciatura» o «tergiversazione». In ogni caso la Chiesa, che considera essenziali il Vangelo e i sacramenti, avanza una grande riserva sulla veggenza dell’aldilà. Essa oppone la certezza divina, fondata sulla Parola e sulla luce divine, alle apparizioni, perché queste
ultime sono solo manifestazioni occasionali e discutibili della potenza divina. Nonostante queste svalutazioni, le apparizioni hanno una grande importanza di fatto nella Chiesa, a molti livelli e a molti titoli. La Bibbia è un tessuto di apparizioni e di visioni, è la sua trama. Il Nuovo Testamento inizia con l’apparizione di un angelo al sacerdote Zaccaria (Lc 1,5-23), il messaggio dell’angelo Gabriele alla vergine Maria (Lc 1,25-38) e quello di un angelo del Signore ai pastori di Natale (Lc 2,8-19). La Trasfigurazione di Cristo è accompagnata dall’apparizione di Mosè e di Elia (Mt 17,3); un angelo assiste Gesù durante la sua agonia (Lc 22,43). C’è di più: le manifestazioni visive del Cristo risorto agli apostoli (anche se così simili alle altre, dal punto di vista fenomenologico e psicologico) vengono considerate come il fondamento stesso della fede secondo l’apostolo Paolo (1Cor 15,1-53). Ci si può chiedere se non ci sia una certa forzatura, perfino una mancanza di logica tra la sistematica svalutazione delle apparizioni attuali e la valorizzazione dogmatica di quelle del Cristo risorto (di cui gli apostoli dubitarono: Lc 24,11 e Mc 16,11; Lc 24,16.37-38; Gv 20,25-28 ; Mt 28,17; Gv 21,5; At 20; Mc 16,14; citiamo questi versetti nell’ordine cronologico dei successivi dubbi, dal mattino di Pasqua all’Ascensione) – e lo diciamo senza misconoscere le loro differenze. Le apparizioni di Cristo costellano anche la storia della Chiesa nascente: da Stefano (At 7,56) a Pietro, Paolo e ad altri, secondo gli Atti degli Apostoli. Alcune apparizioni della Vergine hanno fondato i maggiori santuari e pellegrinaggi della Chiesa cattolica (con l’eccezione di Roma): Guadalupe in Messico (più di 10 milioni di pellegrini all’anno), Aparecida in Brasile, Lourdes (5 milioni di pellegrini all’anno), Fatima, eccetera. Ancora, le apparizioni sono continuate, nella Chiesa, nel corso dei secoli fino ad oggi, con una moltiplicazione senza precedenti negli ultimi tempi. C’è di più: nell’epoca moderna – fatto nuovo – molte apparizioni hanno un’importanza profetica, storica e culturale innegabile, durevole e considerevole: Guadalupe è considerata anche dagli storici indipendenti dal cristianesimo come il fondamento della cultura e della civiltà meticcia del Nuovo Mondo, il continente cattolico dove risiede la metà dei battezzati della Chiesa romana. Oppure La Salette (1846), che ha mobilitato grandi spiriti: Pio IX sostenne il riconoscimento di questa apparizione; Leone XIII riconobbe e sostenne Mélanie nelle sue tribolazioni e nel suo esilio; numerosi vescovi, santi oggi beatificati e canonizzati (Don Bosco, sant’Annibale Di Francia che prese Mélanie come cofondatrice) e una schiera di altri personaggi di spicco del XX secolo: Arthur Rimbaud, Léon Bloy, Jacques Maritain, Paul Claudel e Louis Massignon. Lourdes ridiede valore alla priorità dei poveri secondo il Vangelo, nel momento in cui la capacità elettorale e civile era misurata dalle rendite, secondo lo slogan artificiale: «Arricchitevi» (Guizot). Bernadette Soubirous apparteneva alla famiglia più povera della città: i gendarmi avevano arrestato suo padre per l’unica ragione che «il suo stato di miseria» lo rendeva «presunto colpevole» del «furto» di farina commesso presso il fornaio Maisongrosse. E poi Fatima: ha profetizzato fin dal 1917 l’implosione del comunismo nascente e la fine delle persecuzioni. Pio XII e Giovanni Paolo II si sono sottomessi a più riprese a questo messaggio. Hanno dato ordine a tutti i vescovi di fare simultaneamente la consacrazione richiesta da Lucia, e si sono assunti altri impegni senza precedenti, facendo rivelare (attraverso terzi, è vero) la visione del sole nel giardino del Vaticano (Pio XII) e il «segreto di Fatima» (Giovanni Paolo II). Le apparizioni hanno avuto forti impatti nella vita pubblica, a tutti i livelli. Lourdes ha determinato il tracciato della rete meridionale delle ferrovie francesi.

l governo marxista della Jugoslavia, radicalmente contrario alle apparizioni di Medjugorje, ne ha tuttavia compreso l’utilità nazionale, al punto da progettare la realizzazione di un aeroporto nelle vicinanze. Lourdes rimane un geyser di creatività: ha promosso su larga scala il viaggio di malati paralitici, sottoposti a dialisi o dipendenti dal polmone d’acciaio, ciechi, alienati, eccetera, con immensi benefici umani, compresi benefici medici, mobilitando ogni anno migliaia di barellieri, infermieri, medici. Le apparizioni hanno acquisito anche un marchio scientifico.

L’esame dei veggenti mediante l’uso dell’elettroencefalogramma, che io ho chiesto che venisse utilizzato per la prima volta in Europa nel 1984 e poi in America del Nord e del Sud, ha rivoluzionato la conoscenza che si aveva dell’estasi. Questa nuova interazione tra le scienze contemporanee e le apparizioni inviterebbe ad assumere più integralmente queste ultime come un fenomeno umano non solo medico, ma parimenti psicologico (attinente anche agli ambiti della psicanalisi, della sociologia religiosa, della storia delle mentalità e dell’etnologia). Dal momento che nessun fenomeno rimane escluso dall’esame scientifico e che tutti devono essere studiati nel modo più completo possibile, non sarebbe meglio risolvere il contrasto tra questa importanza di fatto delle apparizioni (premiata da una immensa letteratura) e la loro svalutazione o emarginazione che abbiamo constatato? Questa messa in disparte, dovuta all’ambiguità polivalente del fenomeno, esige un superamento, tanto più che la radicale opposizione tra le ideologie della Chiesa e quelle dello scientismo è ormai superata.


L’AUTORE



Esce finalmente anche in Italia, a fine mese per le Edizioni Art di Roma (tel.

06/66527783; t), il monumentale «Dizionario delle 'apparizioni' della Vergine Maria» che René Laurentin e Patrick Sbalchiero (astro nascente nell’analisi scientifica dei fenomeni soprannaturali) hanno stampato nel 2007 in Francia. Ben 1400 pagine e 120 euro per un «monumento» (così l’ha definito il cardinale Roger Etchegaray nell’introduzione) che prende in esame oltre 2400 apparizioni mariane e costituisce il riassunto di una vita di studio e di indagini meticolose compiute in oltre cinquanta Paesi del mondo; ne
proponiamo in queste pagine un brano dall’introduzione. Padre Laurentin, che oggi ha 93 anni, è stato perito al Concilio Vaticano II ed ha insegnato in diverse università; è membro dell’Accademia teologica pontificia di Roma ed editorialista di «Le Figaro», ha pubblicato un centinaio di opere e innumerevoli articoli su riviste specializzate ed ha ricevuto 12 premi internazionali. Patrick Sbalchiero, storico e divulgatore, insegna all’École cathédrale di Parigi ed ha di recente pubblicato anche in Italia il «Dizionario dei miracoli e dello straordinario cristiano» (Edb, pp. 944+944, euro 49+49): due volumi di 830 voci compilate da 230 collaboratori, credenti e no.



IL DIZIONARIO

’900, secolo delle mariofanie



Oltre 500 apparizioni della Madonna nel solo Novecento. È il dato offerto dalla voce «apparizioni» nel nuovissimo dizionario di «Mariologia» curato da padre Stefano De Fiores, dalla teologa svizzera Valeria Ferrari Schiefer e da padre Salvatore M. Perrella per la San Paolo (pp. 1342, euro 150). Cifre che lo stesso don Gianni Colzani, teologo autore della voce, definisce «impressionanti»: un primo censimento ha contato infatti ben 295 manifestazioni della Vergine dall’inizio del secolo al 1973, mentre «solo nei vent’anni dal 1980 al 2000 vi sarebbero stati almeno 200 casi di mariofanie»; né si tratta solo di numeri: «Da più parti si è notato che queste manifestazioni vanno assumendo aspetti nuovi: durano settimane, mesi, a volte anni e avvengono sempre più in ambienti non tradizionalmente cattolici; coinvolgono più persone, non di rado con modalità diverse, e conoscono una ripetitività di messaggi».

Come mai tale abbondanza? Difficile rispondere. Il teologo fa però notare che – nell’ottica di una «partecipazione materna di Maria alla storia dell’umanità» – non è strano se le apparizioni si moltiplicano in un’epoca e in ambienti toccati da ateismo e secolarizzazione: «La partecipazione alla vita dei figli è il modo con cui ogni madre esprime la sua trepidante partecipazione al loro libero e autonomo cammino».



© Copyright Avvenire 9 maggio 2010

Benedetto XVI: Maria, Madre e modello della Chiesa

Intervento in occasione del Regina Caeli


CITTA' DEL VATICANO, domenica, 9 maggio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo le parole che Benedetto XVI ha pronunciato questa domenica in occasione della recita del Regina Caeli insieme ai fedeli e ai pellegrini riuniti in Piazza San Pietro in Vaticano.

* * *



Cari fratelli e sorelle!

Maggio è un mese amato e giunge gradito per diversi aspetti. Nel nostro emisfero la primavera avanza con tante e colorate fioriture; il clima è favorevole alle passeggiate e alle escursioni. Per la Liturgia, maggio appartiene sempre al Tempo di Pasqua, il tempo dell’"alleluia", dello svelarsi del mistero di Cristo nella luce della Risurrezione e della fede pasquale; ed è il tempo dell’attesa dello Spirito Santo, che scese con potenza sulla Chiesa nascente a Pentecoste. Ad entrambi questi contesti, quello "naturale" e quello liturgico, si intona bene la tradizione della Chiesa di dedicare il mese di maggio alla Vergine Maria. Ella, in effetti, è il fiore più bello sbocciato dalla creazione, la "rosa" apparsa nella pienezza del tempo, quando Dio, mandando il suo Figlio, ha donato al mondo una nuova primavera. Ed è al tempo stesso protagonista, umile e discreta, dei primi passi della Comunità cristiana: Maria ne è il cuore spirituale, perché la sua stessa presenza in mezzo ai discepoli è memoria vivente del Signore Gesù e pegno del dono del suo Spirito.

Il Vangelo di questa domenica, tratto dal capitolo 14 di san Giovanni, ci offre un implicito ritratto spirituale della Vergine Maria, là dove Gesù dice: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,23). Queste espressioni sono rivolte ai discepoli, ma si possono applicare al massimo grado proprio a Colei che è la prima e perfetta discepola di Gesù. Maria infatti ha osservato per prima e pienamente la parola del suo Figlio, dimostrando così di amarlo non solo come madre, ma prima ancora come ancella umile e obbediente; per questo Dio Padre l’ha amata e in Lei ha preso dimora la Santissima Trinità. E inoltre, là dove Gesù promette ai suoi amici che lo Spirito Santo li assisterà aiutandoli a ricordare ogni sua parola e a comprenderla profondamente (cfr Gv 14,26), come non pensare a Maria, che nel suo cuore, tempio dello Spirito, meditava e interpretava fedelmente tutto ciò che il suo Figlio diceva e faceva? In questo modo, già prima e soprattutto dopo la Pasqua, la Madre di Gesù è diventata anche la Madre e il modello della Chiesa.

Cari amici, nel cuore di questo mese mariano, avrò la gioia di recarmi nei prossimi giorni in Portogallo. Visiterò la capitale Lisbona e Porto, seconda città del Paese. Meta principale del mio viaggio sarà Fátima, in occasione del decimo anniversario della beatificazione dei due pastorelli Giacinta e Francesco. Per la prima volta come Successore di Pietro mi recherò a quel Santuario mariano, tanto caro al Venerabile Giovanni Paolo II. Invito tutti ad accompagnarmi in questo pellegrinaggio, partecipando attivamente con la preghiera: con un cuore solo ed un’anima sola invochiamo l’intercessione della Vergine Maria per la Chiesa, in particolare per i sacerdoti, e per la pace nel mondo.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Infine, saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i partecipanti alla 30.ma Maratona di Primavera – Festa della Scuola Cattolica, guidati dal Cardinale Vicario Agostino Vallini. Cari amici – dirigenti, docenti, alunni e genitori delle scuole cattoliche di Roma, del Lazio e di altre parti d’Italia –, vi auguro di concludere nel modo migliore l’anno scolastico. Soprattutto, vi incoraggio a tenere sempre alta la qualità dell’istruzione e dell’educazione nelle vostre scuole, che sono un patrimonio prezioso per la Chiesa e per l’Italia. Grazie di essere venuti! Saluto i vari gruppi parrocchiali: la sosta presso la tomba di san Pietro rafforzi la fede e lo spirito di comunione. A tutti auguro una buona domenica.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]

Il respiro e il silenzio, la via della Vergine. Parla la filosofa e psicoanalista francese Luce Irigaray

DI LORENZO FAZZINI
R
ipartire da Maria per comprendere in pienezza, anche in ambito culturale, il cristianesimo. È questa la tesi (quasi) provocatoria della filosofa francese Luce Irigaray. Nata nel 1930, direttrice al Cnrs di Parigi, formatasi con Jacques Lacan, nota per diversi volumi a metà tra la filosofia, la linguistica e la ricerca psicologica: ricordiamo La via dell’amore (Bollati Boringhieri) e Speculum. L’altra donna (Feltrinelli). Irigaray arriva in Italia per alcune conferenze: domani a Modena alla Fondazione Ferrari parlerà su «Amare l’altro come altro», domenica al monastero di Bose su «La luce del cuore». Mentre il 14 maggio alla Fiera del libro di Torino interverrà su Il mistero di Maria , il titolo del suo ultimo volume edito dalle Edizioni Paoline.
«Maria è la condizione dell’incarnazione», lei scrive nel libro. Qual è l’apporto «culturale» più importante che il cristianesimo può offrire oggi?

«Penso che tale contributo non sia ancora bene inteso né trasmesso, salvo talvolta da artisti, mistici e poveri di spirito. Suggerisco solo qualche insegnamento che, secondo me, risulta dalla tradizione dell’incarnazione divina. Anzitutto, riconoscere la necessità del ruolo non solo naturale ma anche spirituale della donna per la 'redenzione' e il compimento dell’umanità. Quindi, superare le divisioni che regolano la nostra cultura, in particolare fra corpo e anima, carne e spirito, natura e cultura, perfino umano e divino.
Ammettere che l’amore, compreso quello carnale, è ciò che può condurre all’unione di queste spartizioni sbagliate, ereditate da una logica filosofica che pretende di dominare la natura invece di coltivarla. Ancora: non svalutare la generazione naturale rispetto alla creazione e mettere questa al servizio dello sbocciare della natura stessa, da rispettare come corpo vivente e ambiente. Scoprire, inoltre, che la trascendenza può anche essere sensibile e incarnata, sviluppando gesti e parole che favoriscono il suo emergere.
Infine, coltivare il desiderio come dimensione umana che ci spinge a trascenderci, e non dimenticare il valore dell’invisibile e del toccare come via dell’incarnazione».

Lei rivaluta la dimensione di pietà popolare verso la Vergine: perché?

«L’insegnamento del cristianesimo si rivolge a tutti e tutte. Lo testimonia Gesù stesso. Il più delle volte egli non parla a quelli e quelle che lo cercano in un luogo di culto e con un discorso religioso già codificato. Si indirizza a chi lo avvicina con parole semplici, sensibili, toccanti e adatte a bisogni e desideri della persona. Quando i discepoli vogliono allontanare da lui gli ignoranti, i poveri, le donne o i bambini, vengono ammoniti. Se Gesù litiga con i dottori della legge, che pensano di sapere qualcosa del divino, non rimprovera mai coloro che vengono a lui con semplice buona volontà. Guarisce il corpo e
l’anima di chi accetta umilmente di ricevere un dono di amore. Forse questo aspetto del messaggio cristiano è più salvaguardato oggi dai fedeli di Maria, l’umile popolo in cerca di un aiuto per la propria vita.
Ci siamo un po’ dimenticati la dimensione dell’incarnazione nel nostro modo di pensare e vivere il cristianesimo. È possibile che la gente estranea al discorso teologico ne conservi la memoria, che resti in attesa della realizzazione qui e ora dell’incarnazione divina. E non si sbaglia quando ricomincia da Maria il percorso di questo avvento».

Nel suo testo vi è un apprezzamento
del silenzio, spesso misconosciuto nella tradizione occidentale. A cosa si deve tale riscoperta?
«Sono una donna. Se non accetto che il silenzio mi sia imposto per lasciare il posto a una parola che sostituisce la mia, conosco anche il prezzo del silenzio. So che può rappresentare un luogo di ritorno a sé, di preservazione ed intimità con se stessi. Non si può dire tutto e una parola che non si radica nel silenzio non corrisponde a una parola incarnata. Il silenzio non è necessariamente assenza di parole, ma riserva di parole o eventi futuri la cui manifestazione è ancora sconosciuta. Il silenzio di Maria testimonia il mistero di una carne capace di portare alla luce ciò che
non è ancora accaduto né apparso a livello di generazione. Il silenzio può essere il custode della soglia fra il dentro e il fuori. Esso consente di recuperare un’integrità, si può dire anche verginità, fisica e psichica. Un modo di rendersi disponibile per ascoltare e accogliere il non ancora conosciuto, per avvicinarsi all’altro come altro».
Vede un confronto costruttivo fra credenti e non credenti?

«Per favorire un dialogo tra diverse famiglie culturali o religiose conviene non insistere sulla parola 'credenti' e interrogarsi sulla via che permette all’umanità di raggiungere il suo compimento. Non intendo cadere in un relativismo nichilista, ma rispettare l’apporto di ogni tradizione dell’umanità. Per quanto mi riguarda, direi che l’avvicinamento alla tradizione dello yoga mi ha permesso di scoprire aspetti della mia tradizione che non avrei percepito senza dialogare in me stessa con diverse tradizioni. Per esempio l’importanza del respiro mi era stato insegnato come una componente essenziale dell’incarnazione del divino. Avevo sentito parlare del soffio di Dio e dello Spirito Santo come soffio. Ma senza una pratica quotidiana dello yoga non avrei capito il senso di tali parole nella mia propria tradizione.
Non dobbiamo temere di aprirci ad altre tradizioni per portar loro, ma anche riceverne, qualche luce. È così che ho imparato che un amore senza respiro o un respiro senza amore non bastano».

© Copyright Avvenire 23 aprile 2010


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La Passione della Chiesa. Di Antonio Socci

La Passione della Chiesa, che è in corso, è stata profetizzata per filo e per segno. Qualunque cosa si pensi delle moderne apparizioni della Madonna, i documenti parlano chiaro.

I due volti simbolo dell’attuale Passione della Chiesa sono il Papa e un povero e umile cristiano del Pakistan, Arshed Masih, 38 anni, che lavorava come autista a Rawalpindi.

Davanti a tre poliziotti e alcuni capi religiosi musulmani è stato cosparso di benzina e bruciato vivo perché si rifiutava di rinnegare Cristo e di convertirsi all’Islam.

E quando la moglie Martha, distrutta dal dolore, è andata al commissariato a denunciare l’assassinio del marito, è stata torturata e stuprata dai poliziotti davanti agli occhi atterriti dei figlioletti di 7, 10 e 12 anni.

L’episodio è di questi giorni, ma documenta il continuo, immane martirio di cristiani che nel Novecento è stato perpetrato sotto tutti i regimi, le ideologie e le latitudini.

Uno sociologo di Oxford ha calcolato in 45 milioni i cristiani che hanno perso la vita, in modo diretto o indiretto, a causa della propria fede.

Questo oceano di sangue cristiano era stato profetizzato esplicitamente a Fatima, dalla Madonna. E’ scritto nero su bianco.

Tale martirio resta tuttora sconosciuto ai più. Anzi, ad esso viene aggiunto il martirio morale della Chiesa trascinata sul banco degli accusati e bollata col marchio di infamia.

Sempre a Fatima la Madonna ha profetizzato la persecuzione del Papa e in una visione di Giacinta (una dei tre pastorelli, beatificata nel 2000), sembra di scorgere un suo linciaggio morale che pare coincidere con ciò che Benedetto XVI si trova a vivere in queste settimane.

Tale visione è descritta nella “terza memoria” di suor Lucia, datata 31 agosto 1941:

“Un giorno Giacinta si sedette sulle lastre del pozzo dei miei genitori… Dopo qualche tempo mi chiama.

- Non hai visto il Santo Padre?

- No !

- Non so com’è stato! Io ho visto il Santo Padre in una casa molto grande, inginocchiato davanti a un tavolo, con la faccia tra le mani, in pianto. Fuori dalla casa c’era molta gente, alcuni tiravano sassi, altri imprecavano e dicevano molte parolacce. Povero Santo Padre! Dobbiamo pregare molto per Lui!”.

Sembra la descrizione del linciaggio morale a cui è sottoposto oggi il Papa. E’ in corso infatti una delegittimazione morale della Chiesa di cui non si ricorda uguale, addirittura col tentativo esplicito di trascinare personalmente il Pontefice in giudizio come capo di un’accolita di malfattori.

Va aggiunto che alle persecuzioni contro la Chiesa seguono sempre disgrazie per il mondo. Infatti la visione di Giacinta prosegue così:

“Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni di persone che piangono di fame e non hanno niente da mangiare? E il Santo Padre in una chiesa, davanti al Cuore Immacolato di Maria, in preghiera? E tanta gente in preghiera con Lui?”.

Tutto questo martirio materiale e morale della Chiesa del XX secolo sembra rappresentare una svolta drammatica della sua storia millenaria.

Come è stato rivelato – quando stava iniziando – a un papa, quel Leone XIII, autore della “Rerum novarum” (la prima enciclica sociale) che traghettò la Chiesa nel Novecento.

Una mattina infatti, il 13 ottobre 1884 (lo stesso giorno dell’apparizione finale di Fatima: 13 ottobre 1917), dopo la celebrazione della Messa, mentre papa Leone XIII era in preghiera, fu visto alzare la testa come se avesse una visione.

Sembrò terrorizzato: gli fu dato di sentire un dialogo, presso il tabernacolo. Una voce orribile, appartenente a Satana, lanciava la sfida a Dio, dicendosi capace di distruggere la Chiesa se solo avesse potuto metterla alla prova (Satana disprezza sempre gli uomini che continuamente accusa. Mentre Dio dà sempre fiducia ai suoi figli).

Sembra sia stata permessa tale prova per circa un secolo.

Quindi papa Leone XIII – quella mattina del 1884 – vide in visione la Basilica di San Pietro assalita dai demoni e scossa fin dalle fondamenta.

La rivelazione al papa coincide con quella alla mistica Anna Katharina Emmerich, che scrisse:

“Se non sbaglio sentii che Lucifero sarà liberato e gli verranno tolte le catene, cinquanta o sessant’anni prima degli anni 2000 dopo Cristo, per un certo tempo. Sentii che altri avvenimenti sarebbero accaduti in tempi determinati, ma che ho dimenticato”.

Fu dopo quella visione che Leone XIII scrisse la preghiera, per la protezione della Chiesa, a San Michele Arcangelo che si è recitata alla fine della Messa fino al Concilio. Dopo il quale fu abolita e dopo il quale, già nei primi anni Sessanta, Paolo VI annuncerà drammaticamente: “Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio”.

Di recente il famoso esorcista, padre Gabriele Amorth, ha spiegato che quel fumo di Satana in Vaticano va inteso anche in senso letterale: uomini sotto il potere di Satana che sarebbero presenti nella Chiesa e nel Vaticano stesso.

Che questo attacco demoniaco comprenda anche la caduta di alcuni preti in perversioni come la pedofilia (crimini contro i figli di Dio più innocenti e inermi: i bambini), è stato predetto dalla Madonna – a quanto pare – a La Salette nel 1846 (dove la Vergine preannunciò pure le sofferenze del papa e attentati ai suoi danni).

L’apparizione è riconosciuta dalla Chiesa, ma su questo testo non c’è un giudizio ufficiale: “La Chiesa subirà una crisi spaventosa” avrebbe detto la Madonna, “si vedrà l’abominio nei luoghi santi; nei conventi i fiori della Chiesa saranno putrefatti e il demonio diventerà come il re dei cuori (…) i sacerdoti con la loro cattiva vita sono diventati delle cloache di impurità”.

Dopo 150 anni, nella celebre Via Crucis del 25 marzo 2005, il cardinal Ratzinger constaterà: “quanta sporcizia nella Chiesa”. Con le pesanti parole di quella Via crucis probabilmente Ratzinger e Giovanni Paolo II intesero implicitamente rivelare (per obbedire alla Madonna), i contenuti ancora non pubblicati del “terzo segreto di Fatima”, dello stesso tenore della Salette.

Tutta questa serie di apparizioni della Madonna, che convergono nei contenuti, aveva lo scopo di avvertire che quella attuale è un’epoca eccezionale della storia della Chiesa e che è in corso uno speciale soccorso del Cielo.

Quello che è accaduto e che sta accadendo prova che gli avvertimenti profetici erano autentici e dimostra pure che la Madonna ha la missione speciale di salvare la Chiesa in questa terribile, lunga prova.

Purché la si ascolti. Perché il misfatto peggiore che il ceto ecclesiastico ha compiuto e può compiere è proprio quello di “disprezzare le profezie” e “spegnere lo Spirito”.

Fu perpetrato con le persecuzioni a preti santi, come padre Pio. E fu ripetuto in parte con Fatima, rifiutandosi per decenni di fare la Consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria (per esorcizzare il comunismo), come chiesto dalla Madonna stessa.

Infatti, apparendo a suor Lucia, Gesù nel 1930 previde la persecuzione dei papi proprio a causa di quella sordità.

Adesso il “piano di salvataggio” della Madonna riemerge con le sue apparizioni a Medjugorje (“la prosecuzione di Fatima”, ha detto lei stessa).

Da quando, nel 1981, sono iniziate queste straordinarie apparizioni oltrecortina si è assistito al compiersi di varie profezie (sulla guerra in Jugoslavia), al crollo del comunismo e a un’ondata oceanica di conversioni.

Proprio in questi mesi una commissione vaticana, presieduta dal cardinal Ruini, sta valutando le apparizioni di Medjugorje di cui Giovanni Paolo II era certo ed entusiasta. Dovranno decidere se accogliere questo estremo, formidabile soccorso soprannaturale o rifiutarlo, smentendo papa Wojtyla.

Il ceto clericale, che oggi è al centro della tempesta, dovrebbe considerare con umiltà l’immensità dei frutti e dei segni di queste apparizioni.

E, consapevole dei propri enormi limiti, affidare la Chiesa alla protezione di Maria, l’Immacolata, la sola “senza macchia”.

In caso contrario…

Antonio Socci

Da “Libero”, 2 aprile 2010

Preti pedofili e attacco al Papa. La Madonna lo aveva previsto? Di Massimo Introvigne

La duplice crisi che la Chiesa deve affrontare in questi giorni – gli episodi “vergognosi e criminali”, come li ha definiti Benedetto XVI, dei preti pedofili e l’attacco di lobby laiciste che, partendo da questi episodi ma esagerandone i numeri, attaccano la Chiesa e il Papa stesso – sono stati previsti da rivelazioni private? La Chiesa raccomanda cautela di fronte a testi che non sono mai “ufficiali” e non godono certo della stessa autorevolezza della Rivelazione pubblica e neppure degli insegnamenti del Magistero, così che nessun fedele deve ritenersi obbligato a seguirli. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che il ruolo delle rivelazioni private “non è quello di ‘completare’ la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica” (n. 67). Nulla vieta, peraltro, senza esagerarne la portata d’interrogarsi sulle possibili relazioni fra alcune rivelazioni private e la crisi attuale.
Che il sacerdozio cattolico, per la Chiesa la più santa delle istituzioni, sia esposto a rischi di deviazioni e corruzioni emerge appunto anche da rivelazioni private. Già in un ciclo del XIV secolo Gesù si rivolge a Santa Brigida di Svezia (1303-1373), co-patrona d’Europa, con l’espressione “I preti mi sono diventati insopportabili”. Un avvenimento di grande portata per la storia spirituale – ma anche culturale e letteraria – della Francia è l’apparizione della Madonna a La Salette nel 1846. Quest’apparizione è stata riconosciuta dalla Chiesa come autentica. Tuttavia, del cosiddetto “segreto” che una delle veggenti, Mélanie Calvat (1831-1904), mise per iscritto nel 1851 il Sant’Uffizio proibì la divulgazione, ancorché esso non sia mai stato dichiarato formalmente falso. Dev’essere quindi avvicinato con particolare cautela. In questo segreto si legge la profezia di tempi in cui “il numero dei preti e dei religiosi che si separeranno dalla vera religione sarà grande; fra queste persone vi saranno anche dei vescovi”. “La Chiesa subirà una crisi spaventosa. (…) Si vedrà l'abominio nei luoghi santi; nei conventi i fiori della Chiesa saranno putrefatti e il demonio diventerà come il re dei cuori (…). Il demonio userà tutta la sua malizia per introdurre negli ordini religiosi delle persone dedite al peccato”. “I sacerdoti con la loro cattiva vita (…) sono diventati delle cloache d'impurità”. Non c’è da stupirsi se questa profezia oggi appare a molti di particolare attualità.
Ma non bisogna dimenticare che nello stesso segreto di La Salette si annuncia pure che “il Santo Padre soffrirà molto (…). I cattivi attenteranno diverse volte alla sua vita”. Il testo è stato studiato recentemente da specialisti di rivelazioni private, alcuni dei quali ritengono che – insieme a fantasie della veggente – contenga il nucleo di un’autentica esperienza spirituale. Ed è suggestiva l’idea di riferire a Giovanni Paolo II l’allusione di La Salette a un attentato alla vita del Papa.
Lo stesso riferimento a un attentato si ritrova nel terzo segreto di Fatima, pubblicato in modo molto ufficiale dalla Santa Sede con un commento dell’allora cardinale Ratzinger nel 2000. Qui la Madonna mostra “il Santo Padre (che) attraversa una grande città mezza in rovina; e mezzo tremulo con passo vacillante,afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce”. Lo stesso cardinale Ratzinger metteva in relazione la visione di Fatima con l’attentato che Giovanni Paolo II subì il 13 maggio 1981, giorno della festa della Madonna di Fatima. Ma notava pure che l’immagine è figura di tutte le persecuzioni che il Papa e la Chiesa nella storia continuamente subiscono. Anche le persecuzioni mediatiche di questi giorni fanno parte dei “colpi d’arma da fuoco e frecce” che sempre “soldati” al servizio delle Tenebre sono pronti a lanciare contro il Papa.

© Copyright Il Giornale, 27 marzo 2010

Lacrime rosse e miracoli. Il culto silenzioso che prospera da 15 anni

Il vescovo: «Ha pianto sangue davanti a me» Proviene da Medjugorje, Wojtyla la venerava
di Andrea Tornielli
Tratto da Il Giornale del 2 febbraio 2010

«Ho tra le mani le cartelle cliniche di una donna, guarita istantaneamente da un cancro ai polmoni e mi ha sempre colpito anche il caso di un importante sceicco musulmano, che ha portato in dono un gioiello dopo che la moglie aveva ricevuto una grazia… Ma a quindici anni di distanza dalle lacrimazioni della Madonnina – dice il vescovo emerito Girolamo Grillo – ciò che davvero mi commuove sono i veri miracoli, i frutti spirituali, evidenti anche a me nelle ore che passo qui a confessare».

Sono passati esattamente quindici anni da quando a Pantano, una frazione alla periferia di Civitavecchia, una Madonnina di gesso proveniente da Medjugorje versò lacrime di sangue. Per alcuni giorni migliaia di persone passarono per il giardino di Fabio Gregori, l’operaio dell’Enel proprietario della statuina. Tanti, tantissimi i testimoni delle lacrimazioni: tra di loro anche il comandante dei vigili urbani, dichiaratamente agnostico. Alla Madonnina venne fatta una Tac e non fu trovato alcun trucco al suo interno. Senza esito l’inchiesta della magistratura, sgonfiate le denunce per abuso della credulità popolare, nessuna truffa emersa dalle indagini. Oggi, archiviato il clamore, mentre la Chiesa ufficialmente si mantiene prudente e sospende il giudizio – ma è noto e documentato con tanto di firma autografa papale che Giovanni Paolo II credeva alle lacrimazioni e volle venerare personalmente la Madonnina facendosela portare in Vaticano – a non fermarsi è il flusso di pellegrini. Provengono da tutto il mondo, ma cresce il numero dei polacchi. Monsignor Girolamo Grillo, vescovo emerito, è stato direttamente coinvolto negli eventi accaduti tra febbraio e marzo 1995. Inizialmente incredulo, richiesto di cambiare atteggiamento da una telefonata del principale collaboratore di Papa Wojtyla, l’allora Segretario di Stato Angelo Sodano, si è ritrovato ad essere personalmente testimone dell’ultima lacrimazione, la quattordicesima, avvenuta sotto i suoi occhi, in casa sua. «Ho rischiato l’infarto» dice oggi con un sorriso di gratitudine sulle labbra.

«Spesso – confida al Giornale – mi viene rivolta la seguente domanda: perché non parla più della Madonnina, come faceva un tempo? Io rispondo: ora non sono più io il responsabile della diocesi di Civitavecchia, ma non avrei parlato egualmente, perché mi sono accorto che, in seguito al mio silenzio, l’iniziativa di proporsi alle anime è stata presa direttamente dalla stessa Madonna. È lei a chiamare, è lei a bussare al cuore di tante anime».

Grillo ogni domenica trascorre due ore e mezza nel confessionale della chiesa di Sant’Agostino, a Pantano. «La soprannaturalità di un fenomeno religioso non la si potrà mai dimostrare – spiega – con la sola ragione. In questo campo, infatti, di enorme rilevanza sono i frutti: un albero è buono soltanto quando i frutti sono buoni. Ecco perché la Chiesa, quando si tratta di questi fenomeni, non ha mai alcuna fretta di pronunciarsi». Il vescovo snocciola l’elenco di questi «frutti»: «Innanzitutto le continue grandi conversioni, da parte di persone che, ad esempio, ignoravano il sacramento della confessione anche da quaranta o cinquant’anni. Padre Everardo, che ha confessato qui per cinque anni, mi ha confidato di aver contato, durante tutto quel periodo, una grande conversione al giorno».

Monsignor Grillo ricorda che c’è poi tanta gente che riscopre la preghiera e l’adorazione eucaristica. Ma la Madonnina di Civitavecchia appare «specializzata» nell’aiutare i giovani a uscire dal tunnel della droga, nel ricomporre i matrimoni in crisi, nell’aiutare le coppie senza figli ad averne uno. «Tra gli ex voto – confida – ci sono le siringhe degli ormai ex tossicodipendenti, ci sono molti anelli, segno delle unioni che si ricompongono. E sono davvero tanti i bambini concepiti dopo che i genitori, senza figli da molti anni, sono venuti qui a pregare». Il vescovo emerito accenna al collier regalato alla Madonnina da un facoltoso sceicco musulmano, un petroliere. «Ha chiesto una grazia per la moglie gravemente ammalata, e lei è guarita». Ma ciò che più conta è che «i fedeli che accorrono a Civitavecchia da tutte le parti del mondo sono convinti di trovarsi di fronte a un fatto soprannaturale».

Entrando nella chiesetta c’è un registro, che viene cambiato mediamente due volte al mese: «Commoventi sono le preghiere dei piccoli: credo sia questo, in effetti, il linguaggio che la Madonna preferisce. Non per nulla, del resto, la prima testimone del pianto della Madonnina è stata la piccola Jessica Gregori, che all’epoca aveva appena cinque anni e mezzo».

Ancora miracoli a Lourdes? Di Francesco Agnoli

del 13/01/2010 @ 15:19:16, in Storia del Cristianesimo, linkato 5 volte)

Oggi, 13 gennaio, il Corriere della sera dedica mezza pagina ad Erminia Pane. La storia, in breve: Erminia non è credente, con una paresi ad un braccio e ad una gamba, quasi cieca. Nel 1982 prova ad affidarsi a Lourdes: tentar non nuoce.

Torna guarita, e ottiene anche la patente di guida. Comunica all’Inps, che però si ostina a ritenerla invalida. “Se infatti l’inspiegabile guarigione della donna ha convinto la Chiesa (e il Bureau medico di Lourdes, in cui vi sono medici da tutto il mondo, credenti o meno, ndr), non ha avuto lo stesso effetto sull’Unione Italiana Ciechi, che rigettò la sua richiesta di rinunciare all’indennità: la Pane è priva di una retina e perciò, stando alla scienza, era e resterà non vedente”. La Pane invece dichiara di essere guarita e mostra la sua patente di guida, ottenuta dopo regolare esame…

Questa storia, l’ennesima, mi spinge a ripubblicare una breve storia di Lourdes e di alcuni personaggi eccellenti che vi hanno creduto.

La Francia dell' Ottocento è un paese fortemente permeato dall'ideologia positivista. Qui però, paradossalmente, si era celebrato uno dei più assurdi processi della storia. Un processo brevissimo e senza scampo, ben diverso da quello, assai più celebre, a Galilei: il fondatore della chimica moderna, Lavoisier, viene inquisito e ghigliottinato lo stesso giorno, dopo che i rivoluzionari francesi, gli adoratori della Dea ragione, i democratici, i libertari, coloro che vogliono definitivamente chiuderla con le tenebre del passato, sono arrivati a sciogliere l'Accademia delle Scienze, l'8 agosto del 1793.

La Repubblica, dirà il giudice, non ha bisogno di scienziati. Un grande matematico, amico di Lavoisier, Lagrange, scriverà invece: "E' bastato un momento per far cadere una testa e non ne basteranno cento per averne una simile". Lavoisier era un cattolico, uno "spirito metafisico", come ebbe ad accusarlo August Comte parecchi anni più tardi.

Ebbene, proprio nella Francia post-rivoluzionaria, fortemente laicista ed anticlericale, si afferma un'ideologia basata sull'assoluta fiducia nelle potenzialità della scienza umana e sulla rinuncia pregiudiziale alla conoscenza della Verità e del senso della vita dell'uomo. Il positivismo è una religione con i suoi dogmi ed i suoi riti, fondata su un ottimismo sfrenato, ma anche su una diminuzione, pessimistica, a priori, dell'uomo: non è possibile, per lui, conoscere compiutamente il suo destino, la sua essenza, per cui tanto vale dimenticarsene, rinunciare persino alla ricerca.

Si viva, ma mettendo tra parentesi il perché. Il grande maestro di questa cultura è il filosofo August Comte, nato a Montpellier nel 1798 e morto, dopo vari episodi di pazzia, nel 1857 (si notino, en passant, la pazzia di Comte, la follia di Nietzsche, o la morte per suicidio del più grande positivista italiano, sacerdote apostata, Roberto Ardigò: vorranno pur dire qualcosa?). Nel suo "Sistema di politica positiva" (1851-1854) Comte mette al centro l'Umanità, cioè tutti singoli uomini, compresi quelli morti e quelli non ancora nati.

L'Umanità è quasi un unico organismo, che gode di una sua immortalità, nell'insieme: esattamente come nel pensiero dei vari materialisti del secolo, e di molti positivisti moderni, come Umberto Veronesi, che vedono nel Dna che si riproduce e che si passa di padre in figlio l'unica traccia di immortalità nella vita dell'uomo. In questa dimensione il singolo viene chiaramente annullato, e la sua storia, la sua ricerca, il suo fine, ricondotto ad una ricerca ed un fine generali. Questa Umanità, nel suo insieme, marcia verso il sol dell'avvenire, verso il futuro radioso, e vive il presente con una fede incrollabile. "Comte sostiene che la religione dell'Umanità deve essere l'esatta copia del sistema ecclesiastico. I dogmi della nuova fede sono già pronti: essi sono la filosofia positiva e le leggi scientifiche. I riti, i sacramenti il calendario, il sacerdozio sono necessari alla diffusione dei nuovi dogmi. Ci sarà un battesimo secolare, una cresima secolare e una estrema unzione secolare" (Reale, Antiseri).

I santi, gli uomini che hanno cercato e trovato Dio, e il prossimo, vengono sostituiti con gli scienziati e gli inventori. Il progresso ammesso è uno solo: mai quello del singolo, dell'anima che lotta per la virtù, ma solo quello dell'Umanità, nel suo insieme, nel tempo.

Nella Francia di Comte rifulge ben presto anche la stella del grande romanziere Emile Zola (nella foto), nato a Parigi nel 1840 e morto nella stessa città nel 1902. Zola è un perfetto positivista che crede che tutto, anche l'uomo, sia studiabile scientificamente, sino in fondo, in tutte le sue manifestazioni. Nel suo "Il romanzo sperimentale" scrive: " Quando avremo provato che il corpo dell'uomo è una macchina di cui un giorno si potranno smontare e rimontare gli ingranaggi a piacimento dello sperimentatore, si dovrà ben presto passare alle manifestazioni passionali e intellettuali dell'uomo…si può annunciare senza timore di ingannarsi il momento in cui a loro volta saranno formulate le leggi del pensiero e delle passioni. Un identico determinismo deve regolare il ciottolo della strada ed il cervello dell'uomo…un giorno la fisiologia ci spiegherà il meccanismo del pensiero e delle passioni; sapremo come funziona la macchina individuale dell'uomo, come pensa, come ama, come procede dalla ragione alla passione ed alla follia…".

Alla scuola di Zola, cioè del materialismo che pone la sua immortalità e il suo Dio nella scienza, e che riduce l'uomo a meccanismo determinato da fattori materiali, e quindi privo di qualsiasi libertà, si rifanno molti altri scrittori, come pure, in principio, il grande Joris-Karl Huysmans (nella foto sopra), che però col tempo si rende conto di quanto l'uomo di Zola non corrisponda alla complessità dell'uomo reale. Nella sua introduzione a "Controcorrente", Huysmans, che ha sperimentato molto bene in sé l'inquietudine, la ricerca, la depravazione e gli slanci di cui è capace un'anima, ripudia il naturalismo di Zola, con queste motivazioni: "i suoi eroi erano privi d'anima, governati semplicemente da impulsi e istinti, cosa che semplificava il lavoro d'analisi".

Descrivendo quella che credevamo essere la natura dell'uomo, continua Huysmans, noi naturalisti non penetravamo per nulla nel suo "mistero": "Poiché la virtù, bisogna pur ammetterlo, è in questo mondo un'eccezione, veniva scartata dal progetto naturalista. Non possedendo il concetto cattolico della caduta e della tentazione, ignoravamo da quali sforzi, da quali sofferenze è sorta; l'eroismo dell'anima vittoriosa sulle insidie ci sfuggiva. Non ci sarebbe mai venuto in mente di descrivere questa lotta, con i suoi alti e bassi….".

In questa stessa Francia, in cui un altro filosofo positivista, Ernst Renan (1823-1903) si diverte a mettere in ridicolo il Vangelo, negando la possibilità stessa dei miracoli, in nome del sapere scientifico, tre scienziati veri, all'incirca nella stessa epoca, Pasteur, Carrel e Lecomte de Nouy, dichiarano apertamente la loro fede in Cristo e la sua conciliabilità col sapere scientifico.

Louis Pasteur (1822-1895), uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi, ha occasione di proclamare pubblicamente la sua fede innumerevoli volte, e soprattutto il 27 aprile 1882, quando viene accolto nella Accademia delle Scienze dallo stesso Renan. Nel suo primo discorso Pasteur deve anche fare l'elogio funebre di Emile Littré, medico, giornalista, scrittore positivista tra i più famosi della Francia dell'epoca. Littrè era inoltre un seguace accanito di Comte, nella cui dottrina aveva per anni trovato risposta da ogni cosa: "Essa basta a tutto, non mi inganna mai e mi illumina sempre".

Pur avendo trovato la fede alla fine dei suoi giorni, chiedendo il battesimo all'abate Huvelin, Littrè era insomma un personaggio imbarazzante, per il credente Pasteur, che però non omette di lodarlo, nel suo elogio, e di contraddirlo. Vale la pena riportare almeno una piccola parte del discorso di Pasteur: "Il positivismo, non offrendomi nessuna idea nuova, mi lascia diffidente e riservato. La fede di Littrè nel positivismo gli venne dall'appagamento che vi trovava per quanto riguarda le grandi questioni metafisiche. La negazione e il dubbio lo ossessionavano. Comte lo ha tirato fuori dall'una e dall'altro con un dogmatismo che sopprimeva ogni metafisica. Di fronte a questa dottrina Littrè diceva: non ti devi preoccupare né dell'origine né della fine delle cose, né di Dio né dell'anima, né di teologia, né di metafisica…fuggi l'assolto, non amare che il relativo….Quanto a me, ritenendo sinonimi le parole progresso ed invenzione, mi chiedo in nome di quale nuova scoperta, filosofica o scientifica, si possano estirpare dall'animo umano queste grandi preoccupazioni. Mi sembrano di essenza eterna, perché il mistero che avvolge l'Universo e di cui esse sono emanazione è esso stesso eterno per natura. Si narra che l'illustre fisico inglese Farday, nelle lezioni che faceva all'Istituzione reale di Londra, non pronunciasse mai il nome di Dio, sebbene fosse profondamente religioso. Un giorno, eccezionalmente, questo nome gli sfuggì e improvvisamente si manifestò un movimento di simpatica approvazione. Accorgendosene Farady interruppe la lezione con queste parole: 'Vi ho sorpreso pronunciando il nome di Dio. Se ciò non mi è ancora accaduto dipende dal fatto che io sono, mentre tengo queste lezioni, un rappresentante della scienza sperimentale. Ma la nozione e il rispetto di Dio arrivano al mio spirito attraverso vie tanto sicure quanto quelle che conducono alla verità dell'ordine fisico'".

"Littrè e August Comte, prosegue Pasteur, credevano e fecero credere agli spiriti superficiali che il loro sistema si basava sugli stessi principi del metodo scientifico di cui Archimede, Galileo, Pascal, Newton, Lavoisier (nessuno dei quali ateo, ndr), sono i veri fondatori. Da ciò è nata l'illusione degli spiriti, favorita anche da tutto ciò che la scienza e la buona fede di Littrè garantivano".

E ancora: "Il positivismo non pecca solo nel metodo….esso non tiene conto della più importante delle nozioni positive, quella dell'infinito. Al di là di questa volta stellata che cosa c'è? Nuovi cieli stellati. Sia pure! E al di là ancora? Lo spirito umano, spinto da una forza irresistibile, non smetterà mai di chiedersi: che cosa c'è al di là? Vuole esso fermarsi, sia nel tempo, sia nello spazio? Poiché il punto dove esso si ferma è solo una grandezza finita, soltanto più grande di tutte quelle che l'hanno preceduta, non appena egli comincia ad esaminarlo ritorna la domanda implacabile senza che egli possa far tacere il grido della sua curiosità. Non serve nulla rispondere: al di là ci sono degli spazi, dei tempi o delle grandezze senza limiti. Nessuno comprende queste parole. Colui che proclama l'esistenza dell'infinito, e nessuno può sfuggirvi, accumula in questa affermazione più sovrannaturale di quanto non ce ne sia in tutti i miracoli di tutte le religioni…Io vedo ovunque l'inevitabile espressione della nozione dell'infinito nel mondo. Attraverso essa, il soprannaturale è in fondo a tutti i cuori. L'idea di Dio è una forma dell'idea di infinito… La metafisica non fa che tradurre dentro di noi la nozione dominatrice dell'infinito…Dove sono le fonti genuine della dignità umana, della libertà e della democrazia, se non nella nozione di infinito di fronte alla quale gli uomini sono tutti uguali?". Pasteur, che aveva negato con i suoi esperimenti la generazione spontanea, principio fondante di ogni panteismo e ateismo, dichiara senza ambagi: "ancora più incompatibile con la ragione umana è il credere alla potenza della ragione sui problemi dell'origine e della fine delle cose…"; gli "insegnamenti della sua fede, aggiunge parlando del credente, sono in armonia con gli slanci del cuore, mentre la credenza del materialista impone alla natura umana ripugnanze invincibili. Che forse il buon senso, il senso intimo di ciascuno non reclama la responsabilità individuale? Al capezzale dell'essere amato colpito dalla morte non sentite in voi qualche cosa che vi grida che l'anima è immortale? E' un insultare il cuore dell'uomo dire con il materialismo: la morte è il nulla!" (quest'ultima parte del discorso viene ripetuta quasi ugiuale da Pasteur in varie occasioni).

Infine, parlando l'8 agosto 1874 in occasione della distribuzione dei premi del collegio di Arbois, Pasteur afferma: "L'educazione liberale che avete ricevuto senza trarne alcun merito non avrebbe altro risultato che abbandonarvi ad un folle orgoglio e al capriccio di questi spiriti frondisti che su tutti gli argomenti hanno affermazioni superficiali….Si dice che nella nostra città sono esistiti dei geni incompresi e io so che il moto di 'libero pensatore' è scritto da qualche parte nella cinta delle nostre mura come una sfida e un oltraggio. Sapete voi ciò che reclama la maggior parte dei liberi pensatori? Alcuni reclamano la libertà di non pensare affatto e di essere asserviti all'ignoranza; altri, la libertà di pensare male; altri ancora, la libertà di essere dominati dalle suggestioni dell'istinto e di disprezzare ogni autorità e ogni tradizione. Il libero pensiero nel senso cartesiano, la libertà nello sforzo, la libertà nella ricerca, il diritto di concludere sul vero accessibile all'evidenza e conformarvi la propria condotta, oh! di questa libertà bisogna avere un culto…ma il libero pensiero che reclama di concludere su ciò che sfugge ad una conoscenza precisa, la libertà che significa materialismo o ateismo, questa ripudiamola con energia".

Pasteur concludeva il suo discorso sottolineando l'impossibilità per l'uomo di afferrare il "principio e la fine di tutte le cose": "Credetemi, di fronte a questi grandi problemi, eterni soggetti di meditazioni solitarie degli uomini, non vi sono che due stati dello spirito: quello fornito dalla fede, la credenza a una soluzione data da una rivelazione divina, e quello del tormento dell'anima tesa alla ricerca di soluzioni impossibili e che questo tormento esprime con un silenzio assoluto (non con le false certezze dei "sistemi nichilisti" del positivismo, ndr) o, ciò che è lo stesso, con la confessione dell'impotenza di nulla comprendere e di nulla conoscere di questi misteri". (L. Pasteur, "Opere", Utet).

Su questo concetto del mistero riguardo il "principio e la fine di tutte le cose" è bene soffermarsi un attimo. Per Pasteur l'origine e la fine sfugge alla conoscenza scientifica umana, perché consiste nel perché ultimo e nel fine ultimo della nostra esistenza. La origine e la fine sono il fine, lo scopo, il senso, cioè qualcosa di non tangibile e di non misurabile. Cosa possono dire i telescopi e i microscopi, le reazioni chimiche e le formule matematiche, sulla scintilla iniziale che dà vita all'Universo, o meglio sul passaggio dal "nulla", dalla non esistenza del cosmo fisico, come tale non sperimentabile, alla esistenza, miracolosa e improvvisa, nostra e dell'Universo? Quell'attimo di tempo in cui l'universo ha inziato ad esistere per un big bang di qualche tipo, forse non lo capiremo mai: certo non comprenderemo mai l'"attimo" fuori del tempo che viene "prima" di quell'attimo di tempo che diede inizio, appunto, al tempo stesso (perché la creazione, come il Big Bang e la relatività di Einstein, implicano un attimo di tempo che ha dato vita al tempo stesso e prima del quale il tempo non esisteva, "contro quelle falsa immaginazione, come scriveva Grossatesta ottocento anni fa, anticipando Einstein, per la quale (molti) sono spinti ad immaginare, prima di ogni tempo, altro tempo e, al di là di ogni spazio, altro spazio e così via all'infinito").

E sull'origine dell'uomo? Conosciamo il "meccanismo" della fecondazione, in realtà ancora molto superficialmente: ma l'uomo, il primo uomo, non è nato da un embrione fecondato seminato dal caso nello spazio. E' comparso "all'improvviso", per un atto di creazione, o per una evoluzione (che esige, però, all'origine della catena, una causa incausa, e cioè creatrice), che comunque non riusciamo a comprendere, dal momento che l'abisso ontologico tra la scimmia, che non parla, non pensa, non progetta, non ha senso morale..., e l'uomo, non è e non sarà mai riducibile ad un mutamento puramente fisico, materiale e quindi sperimentabile. Non solo perché questo cambiamento non è provato ma unicamente presupposto, dal momento che mancano anelli di congiunzione, ma anche perché, se l'evoluzione vi fu, fu essenzialmente e più di tutto non qualcosa di fisico (un po' di peli in meno e qualche cambiamento nella postura), ma qualcosa di spirituale, di intangibile, di indimostrabie con leggi scientifiche, come lo sono le idee, la volontà, la libertà, e usando espressioni di Pasteur, la "dignità umana", la "responsabilità individuali" e l'ansia di infinito dell'uomo.

Alexis Carrel (1873-1944), invece, è un medico e uno scienziato di fama mondiale, imbevuto di spirito positivista, a cui dobbiamo vari progressi nelle tecniche di sutura dei vasi sanguigni e nelle ricerche sui trapianti di tessuti e organi essenziali per le audaci operazioni chirurgiche del nostro tempo. Studia all'Università di Digione e Lione, e nel 1900 si laurea in medicina. Nel 1912 ottiene il premio Nobel per la medicina e la fisiologia. La sua formazione pre pre pre pre pre pre pre pre e purtroppo tracce di essa rimarranno anche dopo la conversione. Infatti nel 1935 Carrel sosterrà che "criminali e malti di mente devono essere umanamente ed economicamente eliminati in piccoli istituti per l'eutanasia, forniti di gas adatti. L'eugenetica è indispensabile per perpetuare la forza….L'eugenetica può esercitare una grande influenza sul destino delle razze civilizzate; l'espandersi di pazzi e deboli di mente deve essere prevenuta perché è peggiore di qualsiasi fattore criminale. L'eugenetica chiede il sacrificio di molti singoli esseri umani".

Per noi, oggi, queste frasi suonano terribili, specie se si pensa a quanto fatto, negli stessi anni, dai nazionalsocialisti. In realtà si tratta di una posizione diffusissima, maggioritaria, tra gli scienziati di formazione positivista di quel tempo. Ebbene Carrel è appunto uno scienziato ateo, che nel 1903 decide di recarsi a Lourdes, attratto dalle voci disparate che si rincorrono su questo straordinario paesino. Zola, che è consapevole del fatto che un solo miracolo è sufficiente a confutare l'ateismo, ha da poco scritto un romanzo, "Lourdes" (1894), in cui dinanzi a episodi inspiegabili, che in un primo tempo lo affascinano e sbalordiscono, tira in ballo tutto l'armamentario di pseudo spiegazioni tipiche degli scettici: le guarigioni sarebbero casi di autosuggestione, frutti della manipolazione mentale dei frati e delle suore, conseguenze di fluidi emanatisi da folle eccitate, episodi non spiegabili dalla scienza solo a causa dello stadio ancora arretrato degli studi medici. Quello che oggi non è razionalmente comprensibile, insomma, lo sarà domani, punto e basta.

Quello di Zola, supportato dalle logge massoniche che invocano la chiusira di lourdes scomodando a tal fine persino al governo Combes, si rivelerà un fiasco: anche perché in breve il metodo apparentemente scientifico dell'autore, viene confutato, e si scopre che Zola ha appositamente falsificato le vicende relative ad alcune guarigioni inspiegabili. Ebbene, proprio qualche anno dopo Zola, anche Carrel si reca a Lourdes, per studiare la faccenda, per vedere, se necessario per confutare.

Non è che uno dei tantissimi medici francesi e dal resto del mondo, che arrivano in questa località e che spesso, una volta convintisi che a Lourdes succede qualcosa di miracoloso, hanno poi paura di proclamarlo ad alta voce, per non essere derisi e invisi alla cultura dominante. Ma quello che subito stupisce Carrel non sono i miracoli della grotta: è il miracolo della fede dei malati che viaggiano con lui verso la meta. "Questo treno e dee dee dee dee dee dee dee deava un treno di piacere, a parte le risate e i ritornelli allegri. Un parroco di campagna, dal viso bruno e scavato, correva da vettura a vettura; aveva con sé una cinquantina di montanari. Con loro viveva, mangiando un pezzo di pane e una fetta di salame e bevendo a canna dalla bottiglia".

Riflettendo tra sé e sé, con tipico mentalità positivista, Carrel nota che "nessuna di queste creature vuole rassegnarsi a scomparire, ognuna sente in sé il bisogno di vivere, l'aspirazione a vivere. Felici quelli che credono che ci sia, al di sopra di noi, un'intelligenza, che dirige il piccolo ingranaggio della macchina e che gli impedirà d'essere schiantato dalle forze cieche". Macchina, forze cieche: perfetto linguaggio da positivista. Infatti Carrel è convinto che "al di fuori del metodo scientifico non esisteva alcuna certezza".

Parlando di sé stesso in terza persona, afferma: "le sue idee religiose, distrutte dall'analisi sistematica, l'avevano abbandonato…S'era allora rifugiato in un indulgente scetticismo…Ma ora, nella profondità recondite del suo pensiero sussisteva una speranza vaga, probabilmente incosciente, di afferrare i fatti che danno la certezza, la pace, l'amore…Per sapere assai poche cose- diceva tra sé- io ho distrutto in me cose molto belle". "Sapere assai poche cose": questa è la consapevolezza di un premio Nobel, aliena dall'arroganza di tanti scienziati e romanzieri, che farà la differenza. I primi casi di guarigione cui Carrel si accosta, gli sembrano spiegabili con l'autosuggestione, come se da una folla in preghiera, piena di fiducia, si potesse sprigionare "una specie di fluido il quale agisce con una forza incredibile sul sistema nervoso" (la spiegazione proposta da Zola).

Ma questo fluido, pensa Carrel, non può avere efficacia quando si tratta di affezioni organiche. Ebbene Carrel ha in breve la possibilità di assistere in prima persona, in tutti i passaggi della vicenda, alla guarigione di una donna in punto di morte, affetta da tubercolosi, pleurite, e peritonite tubercolare. Di fronte ad una guarigione evidente, inspiegabile, improvvisa, Carrel si converte e rivolge d'improvviso la sua preghiera alla Madonna: "Vergine dolce, soccorrevole verso gli infelici che umilmente v'invocano, soccorretemi….".

Nelle sue meditazioni spirituali, tra le altre cose, Carrel scriverà: "C'è una grande differenza tra Gesù di Nazareth e Newton: ed è che il precetto dell'amore reciproco è una legge infinitamente più importante della gravitazione universale" (Alexis Carrel, "Viaggio a Lourdes, Frammenti di diario", Morcelliana, 1956).

Tre anni dopo Carrel, di cui si è parlato la volta scorsa, nel 1957 muore il grande scienziato Pierre Lecomte de Nouy, il quale, "avendo penetrato profondamente nella fisica dei quanta, e cioè nei segreti più riposti della materia, concludeva la sua lunga indagine nel mondo del mistero col chiedere i sacramenti della Chiesa cattolica, che del mistero gli spalancarono la porta". Lecomte, che si è allontanato dalla Chiesa in cui era stato battezzato, è amico di Carrel, e insieme a lui si appassiona ad alcuni casi di guarigione inesplicabili; insieme a Carrel è poi all'istituto Rockefeller di New York, e da qui torna "in Francia a dirigere il reparto di biofisica dell'istituto Pasteur e collaborò con Sir William Ramsey e coi coniugi Curie…Nel 1939 raccolse le sue esperienze in un libro dal titolo 'L'homme devant la science', in cui si rifiutava di accettare la proposizione di Renan secondo cui la conoscenza della realtà avrebbe prodotto il crollo del soprannaturale e dello spirituale". Pubblica poi nel 1942 'L'avenir de l'esprit' che ebbe in un anno 22 edizioni, ed infine, nel 1944 'Destinèe humaine'. Lecomte muore nel 1947 ricevendo i sacramenti dalle mani del padre La Farge, gesuita, e confessando che la sua gioia era stata e sarebbe stata, se possibile, "di poter emancipare gli scienziati dall'ateismo per menarli a Dio".

Ma torniamo a Lourdes. Siamo sempre in Francia, all'incirca nella stessa epoca e nella stessa temperie culturale. Il protagonista stavolta è uno scrittore, un giornalista e un poeta, come Zola: si chiama Adolfo Rettè (1863-1930). E' un ateo convinto, un materialista, attratto dal buddismo, che cerca a modo suo i suoi discepoli. Sentirsi profeta è un po' il vizio di molti non credenti: almeno in se stessi confidano; credono nella propria capacità se non di creare, di modellare e perfezionare, loro, il mondo (Igino Giordani, "I grandi convertiti", 1945). La sua dottrina di riferimento, la sua ricetta di salvezza, è una sorta di anarchismo individualista ("l'innesto individualista sull'albero comunista"), sempre di moda tra chi non ama riconoscersi limitato e povero, e vede invece ogni realtà esterna a se come un ostacolo alla propria realizzazione.

Rettè gira per la Francia, predicando il credo positivista e denigrando la fede religiosa in generale e il cristianesimo in particolare. Parla e scrive, sui giornali, nei salotti, cercando di sfogare la sua "rabbia antireligiosa". Cerca e vuole i suoi pulpiti, il suo motivo per vivere, imprimendo una traccia di sè, se non nell'eternità, almeno nella storia. Un giorno, in una saletta di Fontainbleau, nel corso della solita tirata ateistica, Rettè esalta "l'attento uditorio promettendo che, in virtù della ragione e della scienza, sarebbe finalmente spuntata un'era di felicità assoluta all'insegna della totale libertà e della uguaglianza perfetta e della fratellanza senza ombre". Lo slogan finale è semplice e chiaro: "Guerra al capitalista, guerra al soldato, guerra al prete". Uno slogan pacifista e guerrafondaio allo stesso tempo, anch'esso tipico delle menti rivoluzionarie, fondamentalmente gnostiche e ribelli. Ma alla fine delle conferenza, alcuni uomini si accostano a lui, per discutere, privatamente.

Gli chiedono, convinti di ottenere risposta, una semplice domanda: "dal momento che il mondo non è stato creato da nessuno, noi vorremmo sapere come tutto ha avuto inizio. Di ciò la scienza deve essere informata e voi ci spiegherete quanto essa sa a tale riguardo". Di fronte a questa semplice obiezioni Rettè vacilla: è l'obiezione più banale del mondo, eppure un intero sistema di pensiero, capace di promettere il paradiso in terra, non sa rispondere. Rettè se ne accorge, capisce che in realtà le sue prediche non hanno fondamento: manca, semplicemente, la base su cui costruire l'edificio positivista e scientista, un edificio tra il resto, di cui si prevedono, per il futuro radioso, guglie grandiose, pinnacoli, statue, bellezze ineffabili.

Manca semplicemente il perché dei perché, il prima dei prima, l'origine di tutto. Eppure gli ascoltatori lo guardano: aspettano da lui una risposta, tanta è la loro fede. Certe domande, infatti, non si fanno per farle: sono troppo antiche e troppo nuove, sempre le stesse, da troppi secoli. E Rettè sente dentro di sè che non può ingannarli, che non è possibile fingere. La scienza non sa, non giustifica: "dovevo dire loro che gli studiosi onesti rifiutano di affrontare il problema dell'origine del mondo? Dovevo comunicare che taluni si limitano a formulare ipotesi vaghe e che i ciarlatani del materialismo lanciano in aria, come bolidi, affermazioni categoriche, ma poco solide e poco convincenti? D'altra parte, tale questione dell'origine di tutto era un punto tenebroso sull'orizzonte del mio orgoglio e più volte avevo rifiutato di affrontarla…Rimasi qualche minuto in silenzio e poi dissi: la scienza non può spiegare come il modo ebbe inizio!", può forse arrivare al modo, mai al perché ( Angelo Comastri, "Dove è il tuo Dio?", San Paolo).

Il dado ormai è tratto: ci sono ancora alcuni anni di lotte interiori, di vizi, di articoli intrisi d'odio e di sesso e di bestemmie alla Madonna, di canzonature al povero Huysmans, accusato di essersi convertito, ma qualche anno dopo Carrel, anche Rettè, convertito, parte per Lourdes. La sua testimonianza è ardente e calorosa: quella di ogni convertito, senza timori e senza reverenze umane. E' raccolta nel suo "Un soggiorno a Lourdes" ( Mander, Treviso, 1912), la storia del suo pellegrinaggio a piedi sino alla cittadina francese. In esso Rettè racconta due miracoli cui dice di avere assistito, e tanti e tanti episodi di fede, per lui ancora più incredibili. Ciò che lo stupisce di più, ancora una volta, sono i miracoli meno visibili: la storia di uomini e donne che vengono a Lourdes per chiedere la grazia, e che, pur non ottenendola, rafforzano la loro fede e sopportano con più forza il loro dolore. Nel VI capitolo del suo resoconto, Rettè analizza le varie pseudo-spiegazioni proposte dai materialisti dell'epoca al fenomeno Lourdes. Sono molto interessanti, perché dimostrano, in quanto, appunto pseudo-spiegazioni, che anche i più accaniti nemici di Lourdes riconoscono l'esistenza di strani avvenimenti che è necessario, in qualche modo, giustificare.

Lascio la parola a lui: "Gli uni dissero: E' l'acqua delle piscine. Spiegazione la più debole: poiché, se bastasse bagnare con acqua ghiacciata un tubercoloso all'ultimo stadio, ovvero un malato affetto da carie delle ossa, per guarirlo istantaneamente, perché la medicina non ricorrerebbe a questa rudimentale terapeutica? Se si trattasse di un effetto puramente fisico, ciò che avviene a Lourdes dovrebbe avvenire da per tutto…Altri increduli si appigliano all'autosuggestione. Si risponderà loro anzitutto con questo fatto che le esperienze di Charcot, come pure quelle della scuola di Nancy, non diedero in questo senso alcun risultato comprovante. Si suggerì a persone isteriche di pigliare le carote per ananassi: non si è mai riusciti a suggerire a moribondi, colpiti di cancro o di lupus, ma immuni di malattie nervose, di guarire subitamente e completamente per uno sforzo di volontà….E i fanciulli? I lattanti di pochi mesi che non sanno ciò che da lor si vuole, che gridano e si dimenano, quando li svestono per tuffarli nella piscina, è forse per auto-suggestione che guariscono?… Vinti anche su questo punto i materialisti mutano tattica. Il miracolo, essi dicono, si produce a Lourdes sotto l'influenza di un fluido che si sprigiona dalla folla esaltata la cui preghiera freme, piena di entusiasmo, attorno agli ammalati. E' un effetto quasi magnetico. Questa baggianata fu adottata da Zola, uomo fecondo in cianciafruscole. Si ricorda il famoso 'soffio sanatore delle folle' di cui egli fece 'la torta alla crema' nel romanzo, pieno di mala fede, che scrisse su Lourdes. Che molti malati fossero riconfortati, eccitati alla preghiera, dall'atmosfera di religione e di pietà che regna intorno a loro, alla Grotta…è un fatto incontestabile. Ma che le invocazioni della folla alla divina misericordia si concretino in una panacea fluida che guarisca, istantaneamente, ulcere inveterate e carie delle ossa è una spiegazione che muove al riso".

Muoverà al riso, dico io, ma pur di non credere ai miracoli, cui credettero scienziati come Pasteur, Carrel e Lecomte, e scrittori come Rettè, Zola inventò questa spiegazione: segno, lo ripeto, che qualcosa di straordinario, come effettivamente affermò, la aveva vista anche lui! Conclude Rettè: "Soggiogati e vinti dall'eloquenza dei fatti …i me Ree Ree Ree Ree Ree Ree Ree Recora con la seguente obiezione. Ciò che agisce, nei miracoli di Lourdes, sono forze naturali tuttavia sconosciute; ma che la scienza spiegherà in un avvenire più o meno lontano". Ancora una volta si sfugge proiettando in un futuro lontano che ad oggi, oltre cent'anni dopo, non è ancora arrivato, il regno della scienza assoluta, infallibile, capace di rendere felice e immortale l'Umanità e di esaurire il mistero dell'uomo e di Dio attraverso qualche formula e qualche legge fisica, qualche "romanzo sperimentale". E' una fede anche questa, benché si cerchi di negarlo, la più irrazionale di tutte. (Da: "Dio, questo sconosciuto", Sugarco)


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