L’AMMASSO DI TERRA DELL’EUROPA stava già lì prima dell’Impero Romano, ma fu l’impero a darle una lingua e una legge comuni. E fu la struttura imperiale a permettere la diffusione del Cristianesimo in quelle terre che il conquistatore considerò barbare. Uno sdegno di natura linguistica, naturalmente. Questa gente strana e selvaggia non parlava latino. Ma il contrasto non fu uno di quelli che riguardò semplicemente la sintassi e il vocabolario. E, tuttavia, per quanto sanguinosa, la conquista portò con sé quel precario beneficio chiamato pax romana. In ciò che Hegel avrebbe pensato in termini di Astuzia della Ragione nella storia, ma che si dovrebbe meglio pensare in termini di Provvidenza, le legioni resero possibile la cristianizzazione dell’Europa.
DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
Europa: specchio del futuro. Di RALPH MCINERNY
L’AMMASSO DI TERRA DELL’EUROPA stava già lì prima dell’Impero Romano, ma fu l’impero a darle una lingua e una legge comuni. E fu la struttura imperiale a permettere la diffusione del Cristianesimo in quelle terre che il conquistatore considerò barbare. Uno sdegno di natura linguistica, naturalmente. Questa gente strana e selvaggia non parlava latino. Ma il contrasto non fu uno di quelli che riguardò semplicemente la sintassi e il vocabolario. E, tuttavia, per quanto sanguinosa, la conquista portò con sé quel precario beneficio chiamato pax romana. In ciò che Hegel avrebbe pensato in termini di Astuzia della Ragione nella storia, ma che si dovrebbe meglio pensare in termini di Provvidenza, le legioni resero possibile la cristianizzazione dell’Europa.
IL TOMISTA IN GIALLO. Ralph McInerny, un filosofo coi fiocchi salito in cattedra come romanziere
Nel giugno del 1994 ebbi il privilegio
d’intervistare Josef Pieper
(1904-1997). Il contesto era una di quelle
cose che solo gli statunitensi riescono
a fare, tre settimane di corso intensivo
per future leaders (oltre l’Atlantico
impazziscono per queste formule)
alle radici della cultura occidentale
in quel di Eichstätt, nel cuore
della Baviera, affinché i figli del Nuovo
e del Vecchio Mondo imparassero
chi davvero sono e mai se ne scordassero.
La regia era di John M. Haas, ex
luterano amico dell’altrettanto ex luterano
don Richard John Neuhaus
(1936-2009) e allievo di Pieper, fondatore
dell’International Institute for
Culture di Filadelfia, allora una struttura
pionieristica oggi un vero fiore all’occhiello,
con l’astrofisico nonché
monaco benedettino Stanley L. Jaki
(1924-2009) che officiava messa quotidiana
al canto del gallo e poi giù ore e
ore di lezioni alla scuola dei migliori
su piazza. Intervistai Pieper iniziando
più o meno con un piuttosto telefonato
“lei, che è uno dei maggiori tomisti
viventi…”. Pieper mi fermò, gentile e
deciso. “Io sono uno che cerca di filosofare
alla scuola di san Tommaso
D’Aquino. I tomisti sono un’altra cosa”.
Già, i tomisti sono proprio un’altra
cosa, tanto che in alcuni loro anfratti
di formalismo intellettuale sono
persino riusciti a trasformare il Dottore
Angelico in una ennesima lettera
che uccide lo spirito di cui proprio
non si sente il bisogno.
Il 29 gennaio se n’è andato un altro
grande personaggio che cercava, umile
e serio come Pieper, “soltanto” di filosofare
alla scuola di san Tommaso
d’Aquino. Ralph McInerny, nativo di
Minneapolis (una delle due famose
città gemelle del Minnesota), avrebbe
compiuto 81 anni il 24 febbraio, e la
sua età se la portava dietro benone,
pur acciaccato com’era da quel cancro
all’esofago che se l’è portato via.
Formatosi nel Seminario di St.
Paul (l’altra città gemella), si laurea
in Filosofia all’Università del Minnesota
e si addottora alla facoltà di Filosofia
dell’Université Laval di Québec,
il più antico ateneo del Canada e
il primo in America settentrionale a
offrire educazione superiore in francese.
Poi dal 1955 e fino al giugno
2009, insegna alla University of Notre
Dame (a rigore Notre Dame du Lac)
di South Bend, sobborgo d’Indianapolis.
Un campus splendido “Notr-
Dèim”, come dicono là, e una gloria
della storia del cattolicesimo statunitense,
eccellente soprattutto per gli
studi filosofico-teologici. Ovvio, prima
che il post Concilio Vaticano II, con
cui McInerny se l’è presa seriamente,
s’infiltrasse pure in quei luoghi, epperò
senza mai spegnere totalmente
l’eco di una tradizione sontuosa che
proprio tipi come il defunto discepolo
americano dell’Aquinate hanno saputo
tenere desta e ravvivare. McInerny,
ivi docente per oltre mezzo secolo,
è tutt’uno con Notre Dame.
Quando l’università fu fondata, nel
1842, attorno vi era praticamente il
nulla, francesi a parte. Il territorio su
cui venne eretta lo donò l’episcopio
di Vincennes, oggi arcivescovado d’Indianapolis,
a padre Edward Sorin
della congregazione della Santa Croce
solo perché questi aveva promesso
di farvi un college. Era terra di missione,
quella, e i mon-pères furono i
primi a scolarizzare gli indiani. Notre
Dame è poi divenuta un rosario di
successi, dalle squadre sportive dei
“Fighting Irish” (là “irlandese” è
spesso stato sinonimo di “cattolico”),
il Leprecauno boxeur come simbolo,
all’influenza esercitata da Orestes A.
Brownson (1803-1876): il massimo filosofo
dell’Ottocento americano, uno
che dalla vita non si è fatto negare
nulla e che nella vita ha fatto di tutto
ma proprio di tutto, trascendentalista,
prete spretato, protestante di ogni obbedienza
e infine convertito cattolico
devoto ai santi e a Maria, intellettuale
finissimo, “nordista” del New England
amico dei “sudisti”, vero conciliatore
nazionale con quel suo insuperato
“La repubblica americana: costituzione,
tendenze e destino” (trad.
it. a cura di Dario Caroniti, Gangemi,
Roma 2000), cultore Joseph de Maistre
e di Juan Donoso Cortés, riscoperto
nel Novecento da Arthur M.
Schlesinger a sinistra e da Russell
Kirk a destra. Le spoglie mortali di
Brownson riposano a Notre Dame,
nella chiesa neogotica del Sacro Cuore,
ma pochi se ne ricordano. Chissà
quante volte le ha visitate McInerny.
A Notre Dame, nel 1977, McInerny
assunse la cattedra di Studi medioevali
intitolata al businessman Michael
P. Grace (1842-1920), per sette anni ne
diresse il “Medieval Institute” e dal
1979 al 2006 ha lì presieduto il Jacques
Maritain Center. Ovvero il maritainismo
conservatore si chiama McInerny.
Presidente dell’American Catholic
Philosophical Association, della Metaphysical
Society, della American
Maritain Society e della Fellowship of
Catholic Scholars, membro della Pontificia
Accademia di San Tommaso
d’Aquino, George W. Bush lo ha voluto
nel Committee on the Arts and the
Humanities presidenziale e lui, dei
molti riconoscimenti e premi internazionali
ricevuti, ha menato vanto soprattutto
del Bouchercon Lifetime
Achievement guadagnato nel 1993 per
i suoi romanzi di mystery (traducetelo
come riuscite questo, che più che un
vocabolo è una evocazione).
Già, perché McInerny è stato anche
un favoloso raconteur (adorava il francese,
le sue lezioni e conferenze le voleva
chiudere sempre con una frase o
francese o latina). A taluni è addirittura
noto solo per questo. Navigate le
pagine di www.fantasticfiction.co.uk,
che raccoglie le biografie di venticinquemila
autori di genere, e vedrete
apparire il suo volto professorale alla
testa di decine e decine di libri gialli,
thriller metafisici e novelle di fantascienza.
Marito per 48 anni di Connie,
defunta nel 2001, padre di sei figli e
nonno di quasi venti nipoti, il filosoforomanziere
ha creato i cicli di avventure
di don Dowling, Andrew Bloom e
Suor Mary Teresa, le “Cronache del
Rosario” (due libri scritti, a ottant’anni
suonati, appositamente per “rispondere”
alle frescacce di Dan
Brown) e i polizieschi ambientati a
Notre Dame, riempiendone circa 80
volumi firmati anche con pseudonimi,
Monica Quill ed Edward Mackin. Un
modo accattivante, il suo, di usare l’Fbi
per parlare dei miracoli o le investigazioni
per dibattere della crisi
della liturgia. Se n’è accorta persino
la produzione televisiva.
I suoi libri di filosofia (ma anche di
altro, poesia, per esempio) sono una
quarantina, “Thomism in an Age of
Renewal” (1969), “Miracles: A Catholic
View” (1986), “The Question of Christian
Ethics” (1993), “Aquinas and
Analogy” (1999), “Praeambula fidei:
Thomism and the God of the Philosophers”
(2006), la biografia “The Very
Rich Hours of Jacques Maritain”
(2003) e l’autobiografia “I Alone Have
Escaped to Tell You: My Life and Pastimes”
(2006) tra i più importanti.
Fondatore a New York del mensile
cattolico di opinione “Crisis”, uno dei
più prestigiosi, e di “Catholic Dossier”,
altra ricca testata, non si vergognava
affatto a farsi dare dell’apologeta:
va detto, poiché molti accademici
cattolici invece ne arrossiscono al
sol pensiero. Del resto, sull’Osservatore
Romano del 22 giugno 2008, il cardinale
William J. Lavada, prefetto della
congregazione per la Dottrina della
fede, ha tranquillamente detto, all’indirizzo
del complesso ma importante
lavoro svolto dal filosofo americano,
che la società secolarizzata del relativismo
attuale “ha bisogno di un’apologetica
rinnovata”. Nessuno ha del
resto dimenticato le partecipazioni di
McInerny al programma tivù “Firing
Line”, la serie di 1.504 episodi andati
in onda dal 1966 al 1999 e condotti dal
decano dei giornalisti conservatori
americani, William F. Buckley jr,
(1925-2008), fondatore di “National Review”,
cattolico, egli stesso (anche)
scrittore di thriller.
Da noi però McInerny non è decisamente
mai stato una star. Il solito colpevole
ritardo della cultura dello Stivale,
più lo zampino dei cattolici adulti,
più l’inerzia dei preti assonnati.
Qualche buona eccezione c’è, meno
però del numero delle dita di una mano.
Anzitutto l’associazione Thomas
International, che opera da Palermo,
fondata e diretta da Fulvio Di Blasi, filosofo
professionista, discepolo di
McInerny, praticamente la sponda del
pensatore scomparso da questa parte
dell’Atlantico. Di Blasi ha creato Thomas
International per riecheggiare e
continuare l’opera di McInerny (e di
studiosi analoghi) e raccordarsi organicamente
al McInerny Center for
Thomistic Studies, l’ultima creazione
accademica che ha visto protagonista
il filosofo americano. A lui si deve la
pubblicazione in italiano del libro di
McInerry, “L’analogia in Tommaso
d’Aquino” (Armando, Roma 1999). Seconda
eccezione, l’occhiuto editore
calabrese Rubbettino di Soveria Mannelli,
che nel 2006 ne ha tradotto e
pubblicato “Conoscenza morale implicita”.
Terzo, il sociologo delle religioni
Massimo Introvigne, che ha scoperto
in ultimo McInerny ma che ci si
è subito buttato a pesce. Infine, l’editore
veronese Giovanni Zenone, che
ha colto l’invito d’Introvigne a pubblicare
almeno qualcosa d’altro di McInerny
e che lo ha fatto con la sua etichetta,
Fede & Cultura; è questa le genesi
dell’edizione italiana, pubblicata
un paio di mesi fa, del libro, minuto
per la verità ma dirompente, “Vaticano
II: che cosa è andato storto?”.
In esso il filosofo di Notre Dame anticipa
(l’edizione americana originale
è nel 1998) l’idea di Joseph Ratzinger-
Benedetto XVI circa la necessità, a
proposito del controverso Concilio
ecumenico Vaticano II, d’indossare
convintamente la cosiddetta “ermeneutica
della continuità” magisteriale,
lasciando ogni forzatura e tutti i deragliamenti
a quello spirito di divisione
che è allignato nel post Concilio
ma che semplicemente non appartiene
alla famosa assise vaticana. Anzi,
che non è nemmeno cosa cattolica. Ossia,
che se la chiesa con il Vaticano II
ha voluto e ricercato la continuità, altri
però, persino dentro oltre che attorno
alla chiesa, hanno cercato davvero
il ribaltone. McInerny, lontano
anni luce da ogni tentazione per
esempio lefebvriana, è costantemente
candido e astuto nel distinguere fra i
documenti del Concilio e la loro mala
interpretazione, e questo giacché mai
si è fermato alla sola questione, pur
fondamentale, della liturgia massacrata,
penetrando invece al fondo del
nocciolo teologico. Il disastro postconciliare,
insomma, è stato per McInerny
una rotonda crisi di fede, non solo un
conflitto fra pastorali diverse.
Uomo di libri che con i libri e in
mezzo ai libri ha speso una vita intera,
McInerny non è però mai stato uno
di quei closet philosopher con cui, diceva
Edmund Burke, è iniziata la decadenza
del pensare moderno. Alla
bisogna, scendeva in campo in prima
persona, da quel lato conservatore
delle cose che gli calzava come un vestito
di sartoria. Successe per esempio
poco tempo fa, allorché Notre Dame,
la sua Notre “Fighting Irish” Dame
invitò, il 17 maggio scorso, il presidente
federale Barack Hussein Obama
per la cerimonia delle lauree che
chiude un anno accademico e che ne
apre un altro, consegnandogli pure
un titolo “honoris causa” in Giurisprudenza.
Fu lì che il McInerny,
grande apologeta del diritto naturale
che accomuna nel buon senso credenti
e non credenti contro quell’aborto
che invece il neogiusperito della
Casa Bianca sponsorizza, sbottò.
McInerny si unì subito al coro di proteste
intonato da 19 tra cardinali e vescovi
degli States, tra cui il presidente
della Conferenza episcopale del
paese nordamericano, e quindi vergò
un cristallino “Is Obama Worth a
Mass?”, “Obama vale una messa?”,
comparso su “The Catholic Thing”
(periodico dal titolo chestertoniano,
non occhettiano…) del 23 marzo. “Ora
che il presidente dell’aborto”, scrisse
tagliente il placido Ralph, “viene onorato
e festeggiato e ascoltato alla fine
dell’anno accademico di Notre Dame,
la domanda diventa questa: chi celebrerà
la messa inaugurale?”.
Nonostante le materie di cui si è
occupato esigessero talora trattazioni
dotte al limite del complesso, lo stile
di scrittura piano e il ragionare sereno
di McInerny hanno sempre fatto
grande onore al principio secondo cui
le cose buone vanno ben dette così
come al suo corollario, che filosofia e
buon senso debbono andare sempre a
braccetto. L’essere stato un prolifico
narratore gli ha giovato sicuramente,
e questo pone l’accento su un’altra verità
delicata del nostro tempo. Si legge
sempre meno volentieri il librone
alto e difficile, e a esso, tutti, preferiamo
il testo morbido e sobrio, meglio
se coinvolgente tutti i cinque sensi,
se capace di affabulare, se persino
avviato lungo la via pulchritudinis. Il
risultato non cambia, giacché il bello,
il vero e il buono, McInerny alla scuola
dell’Aquinate lo sapeva benissimo,
sono facce della medesima medaglia,
e però nel mezzo ci si guadagna in numero
di ascoltatori. Ci si metta poi l’agilità
con cui la prosa in lingua inglese
riesce di norma a indorare pillole
anche amare, e si comprende il vantaggio,
a parità di buona dottrina, della
via media degli angloscriventi rispetto
al resto del mondo. McInerny
tutto questo lo ha meditato, ponderato
e distillato con talento enorme. Il
miglior regalo che si possa fare ora alla
sua memoria d’innamorato della
verità in tutte le sue poliedriche e armoniose
manifestazioni è l’imitarlo,
se ci riusciamo.
Perché dopo il Concilio Vaticano II qualcosa è andato storto
Pubblichiamo un estratto da Ralph McInerny,
“Vaticano II: che cosa è andato storto?”, prefazione
di Massimo Introvigne, Fede & Cultura, Verona 2009
Col passar del tempo la crisi si approfondì. All’inizio,
ci fu un rifiuto esplicito e senza precedenti
del Magistero, qualcosa che stupiva e faceva
sì che i dissidenti si percepissero come eroi impegnati
in una lotta contro l’oppressione, una lotta il
cui carattere rivoluzionario era chiaro. Col passare
degli anni il dissenso divenne abitudine. Una generazione
di teologi più giovani fu educata all’idea che
il suo compito è in qualche modo distinto e non guidato
dal Magistero. Oggi i documenti pontifici sono
regolarmente fatti oggetto di rifiuto, che sarebbe impudente
se non fosse così consueto. La sfida non è
più una novità. Oggi sembra quasi che il termine
“teologo dissidente” debba essere applicato a quei
pochi che accettano il Magistero. Ma c’è un’ironia
ancora più profonda. Un numero illimitato di bambini
non è più la sola alternativa alla contraccezione.
I successi dei metodi naturali di regolazione delle
nascite hanno reso gli argomenti di base che
avrebbero dovuto sostenere il dissenso contro
l’“Humanae Vitae” non più sostenibili. Perché i teologi
dissidenti non sono interessati o sono ostili ai
metodi naturali? La loro dichiarata preoccupazione
di trovare un modo morale per limitare il numero
dei figli sembra essere svanita proprio ora che la
scienza ha scoperto una via morale per farlo.
Il dissenso ormai è diventato un abito mentale:
un abito mentale privo di senso.
“Rapporto sulla fede” aveva richiamato l’attenzione
su questa crisi di autorità. Il Vaticano aveva
tentato di risolverla con sforzi come quello del Sinodo
Straordinario del 1985, la professione di fede
e il giuramento di fedeltà del 1989, il catechismo del
1992, e la lettera apostolica “Ad Tuendam Fidem”
del 1998, che ha fatto del dissenso una violazione
del diritto canonico e ha minacciato sanzioni ai dissidenti.
E c’è stato un fuoco di sbarramento di altri
documenti e misure tese a fermare la marea del dissenso.
Nessuna ha funzionato.
E’ evidente che la soluzione alla crisi di autorità
non si trova nei soli argomenti. Gli argomenti, per
essere efficaci, hanno bisogno che coloro cui sono
destinati siano in possesso di orecchie per intendere.
In ogni caso, generalmente il Signore non sceglie
di salvare il suo popolo servendosi della dialettica.
Piuttosto, io e il lettore – e i dissidenti – dobbiamo
tutti imparare dal contesto più ampio nel quale Papa
Giovanni Paolo II aveva inserito la sua trattazione
della morale cristiana nella sua enciclica “Veritatis
Splendor”. Il Papa partiva dal racconto di Matteo
relativo al giovane ricco che va da Gesù attratto
dal Maestro. Il giovane chiede cosa debba fare per
essere salvato. “Osserva i comandamenti”, risponde
il Signore. Quali sono i comandamenti? Gesù li ricorda
nominandone alcuni, e il giovane risponde dicendo
che li osserva tutti. Bene, allora se vuole essere
perfetto, dice Gesù, dovrebbe vendere tutto
quello che ha, dare il denaro ai poveri, e seguire il
Signore.
Qui il Papa vuole che vediamo che le questioni
morali particolari sono specificazioni di una questione
più generale: che cosa devo fare per salvarmi?
Cristo ha fondato la chiesa perché la Sua risposta
a quella domanda e la grazia di riceverla possano
discendere di generazione in generazione. Ha
dato al Santo Padre il compito d’insegnare a coloro
che desiderano la salvezza.
Quello di cui oggi abbiamo bisogno non è una confutazione
dei cattivi argomenti dei dissidenti, ma un
cambiamento del cuore. La “Lumen Gentium”, la
Costituzione dogmatica sulla chiesa del Vaticano II,
culmina in un capitolo sulla Beata Vergine Maria
quale Madre della chiesa. Giovanni XXIII concludeva
il suo discorso di apertura del Concilio con una
preghiera a Maria. La “Veritatis Splendor” di Giovanni
Paolo II, come altri scritti dello stesso Pontefice,
culmina in una preghiera a Maria. All’inizio di
queste pagine, io affermavo che sarà seguendo i desideri
di Maria come furono comunicati ai bambini
di Fatima che la promessa del Vaticano II sarà mantenuta.
Ha chiesto preghiera e penitenza. Preghiera
e penitenza scacceranno il demone del dissenso e ci
daranno una chiesa nuovamente piena della speranza
e dell’ottimismo del Vaticano II.
Ralph McInerny
Il Foglio 10 gennaio 2010
In memoriam: Ralph McInerny (1929-2010) Versione adatta alla stampa
di Massimo Introvigne
Tratto dal sito CESNUR Centro Studi sulle Nuove Religioni il 2 febbraio 2010
Il 31 gennaio 2010 è morto all’ospedale cattolico di Mishawaka (Indiana) il filosofo e romanziere cattolico Ralph McInerny (1929-2010).
Nel 2009 la pubblicazione a mia cura dell’edizione italiana del suo pamphlet più conosciuto e influente, Vaticano II - Che cosa è andato storto? (Fede & Cultura, Verona 2009), ha permesso di far conoscere meglio anche da noi la figura e l’opera di McInerny, da molti considerato il maggiore filosofo cattolico vivente, stimato da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI ma poco conosciuto nel nostro Paese nonostante gli sforzi del suo amico e collaboratore Fulvio Di Blasi e dell’associazione Thomas International, che ha fatto pubblicare L’analogia in Tommaso d’Aquino (Armando, Roma 1999) e Conoscenza morale implicita (Rubbettino, Soveria Mannelli [Catanzaro] 2006).
McInerny è stato uno dei pochi intellettuali cattolici degli Stati Uniti la cui notorietà ha superato la cerchia degli accademici e si è estesa al grande pubblico. Nato a Minneapolis il 24 febbraio 1929, dopo studi al St. Paul Seminary, McInerny consegue la laurea in filosofia all’Università del Minnesota e il dottorato presso la Pontificia Facoltà di Filosofia dell’Università Laval, a Québec. Dal 1955 ha insegnato filosofia per oltre cinquant’anni all’Università Notre Dame presso South Bend, nell’Indiana, dove ha diretto fino alla morte il Centro Jacques Maritain. Il rapporto con quella che rimane la più grande università cattolica del mondo per numero d’iscritti è cruciale per intendere l’attività e la carriera di McInerny, che a Notre Dame – senza nascondere i problemi che la crisi teologica ha portato anche in questo prestigioso ateneo – ha dedicato parecchi dei suoi scritti. Membro della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino e della Commissione del Presidente degli Stati Uniti per le Arti e le Lettere, McInerny è stato profondamente legato all’Italia e a Roma – dove ha soggiornato ripetutamente – da un rapporto insieme culturale e affettivo. È stato considerato per anni il maggiore specialista vivente di San Tommaso. Le sue opere filosofiche sono in parte destinate agli specialisti, in parte agli studenti e al mondo cattolico per cui ha scritto alcune delle più brillanti e vivaci introduzioni alla filosofia in genere e al tomismo in particolare. Il suo itinerario di filosofo culmina, in un certo senso, con l’opera del 2006 Preambula Fidei. Thomism and the God of the Philosophers (Catholic University of America Press, Washington), da un lato un testo molto tecnico, dall’altro – come ha notato in un articolo sull’Osservatore Romano l’attuale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale William Levada (“La società secolarizzata ha bisogno di un’apologetica rinnovata”, 22 giugno 2008) – uno strumento in grado di fondare una “nuova apologetica” in grado di resistere alle rinnovate sfide del secolarismo e del relativismo.
McInerny preferiva certamente essere noto come filosofo. Ma gli è toccato in sorte di diventare uno dei nomi più conosciuti dagli appassionati di gialli e dal pubblico che segue i telefilm polizieschi alla televisione. Il filosofo, in effetti, era anche romanziere e autore di diverse serie di grande successo, tra cui emerge quella – che conta trenta volumi – dedicata al sacerdote detective padre Dowling, da cui è stata tratta una fortunata serie televisiva trasmessa anche in Italia. Mentre i telefilm riducono le storie al mero elemento poliziesco, i romanzi della serie di padre Dowling hanno offerto l’occasione a McInerny per riflettere – al di là della trama – sulla crisi della Chiesa Cattolica negli Stati Uniti dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II. Anche la raccolta di racconti brevi The Wisdom of Father Dowling (Gale Five Star, Waterville [Maine] 2009) mostra come l’intrigo poliziesco sia spesso un pretesto per affrontare temi che vanno dall’eutanasia alla crisi della liturgia.
McInerny non si è mai concepito come un filosofo chiuso nella sua torre d’avorio, che interagisce unicamente con i suoi pari e con qualche fortunato studente. Da molti anni si era posto il problema dell’apologetica, collaborando a riviste come First Things del compianto don Richard John Neuhaus (1936-2009) e lanciando anche una serie di pubblicazioni che ha egli stesso animato, come Catholic Dossier e Crisis. Un vasto pubblico che lo conosceva soprattutto per la narrativa ha così trovato in McInerny un solido punto di riferimento apologetico e un difensore della Chiesa e del Magistero.
Negli ultimi anni McInerny era rimasto colpito dai danni fatti dai romanzi di Dan Brown anche presso i suoi studenti di Notre Dame. A ottant’anni si era quindi dedicato a una nuova fatica di romanziere reinventandosi come scrittore di thriller con The Rosary Chronicles i cui due volumi The Third Revelation e Relic of Time mettono in scena le indagini di un ex-agente dell’FBI intorno rispettivamente al terzo segreto di Fatima e alla Madonna di Guadalupe. Attento alle nuove tecnologie, McInerny aveva insistito perché i due romanzi fossero diffusi anche in versione Kindle, e si è conquistato un pubblico nuovo oltre a un rinnovato successo di critica.
La mia conoscenza personale con Ralph McInerny è nata oltre che da Fulvio Di Blasi dall’entusiasmo di mio padre (oggi novantenne) per i racconti di Padre Dowling. Dall’unico incontro che ho avuto con lui, di cui è frutto l’intervista che trascrivo, sono nati uno scambio di scritti e una corrispondenza affettuosa – dove McInerny ha mostrato apprezzamento e condivisione per le pubblicazioni e le attività di Alleanza Cattolica – in cui sono stato informato anche della grave malattia che il filosofo preferiva non pubblicizzare, impegnato com’era nell’ultima battaglia per protestare contro la presenza a Notre Dame, ufficialmente invitato nel 2009, di un presidente abortista come Barack Obama. Ho così potuto conoscere da vicino l’itinerario di uno dei più influenti intellettuali cattolici del XX e XXI secolo che è stato anche, nella salute e nella malattia, un cattolico fedele ed esemplare.
Fede e ragione: un’intervista con Ralph McInerny (2009)
Ralph McInerny è nato nel Minnesota il 24 febbraio 1929. Dopo un periodo di servizio militare come marine, ha studiato all’Università del Minnesota e all’Université Laval di Québec City, in Canadà, dove ha conseguito nel 1954 il dottorato in filosofia summa cum laude. Ha insegnato filosofia in numerose università – non solo negli Stati Uniti ma in Argentina, in Belgio, a Taiwan – e tuttavia la sua carriera accademica ha sempre avuto come centro l’Università di Notre Dame, presso South Bend (Indiana), la più grande università cattolica degli Stati Uniti e una delle maggiori del mondo, dove è stato per cinquant’anni professore di filosofia medievale e dove tuttora dirige il Centro Jacques Maritain. È membro dell’Accademia Cattolica delle Scienze, della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino e della Commissione del Presidente degli Stati Uniti per le Arti e le Lettere.
Considerato uno dei maggiori filosofi cattolici viventi, è noto al grande pubblico, non solo negli Stati Uniti, oltre che per una serie di opere divulgative su San Tommaso d’Aquino (1225-1274), per la sua intensa attività di romanziere, nell’ambito della quale spiccano i ventisette romanzi (il ventottesimo è già stato consegnato all’editore, ed è in uscita un primo volume di raccolta dei racconti brevi pubblicati su diverse riviste) che hanno come protagonista Padre Dowling, un parroco dell’Arcidiocesi di Chicago regolarmente coinvolto in vicende criminali che risolve con capacità deduttive degne dei migliori detective privati. Dalle storie di Padre Dowling è stata tratta anche una fortunata serie televisiva, ripetutamente trasmessa anche in Italia. In lingua italiana, tra le sue opere filosofiche, sono state tradotte – grazie agli intelligenti e meritori sforzi del professor Fulvio Di Blasi, da anni amico e collaboratore di McInerny – L’analogia in Tommaso d’Aquino (Armando, Roma 1999) e Conoscenza morale implicita (Rubbettino, Soveria Mannelli [Catanzaro] 2006).
Incontro Ralph McInerny presso il Centro Jacques Maritain dell’Università di Notre Dame.
Non posso fare a meno di notare la differenza fra questa gloria del sistema cattolico di educazione negli Stati Uniti – con i suoi giardini perfettamente curati, la pulizia immacolata delle aule e dei corridoi, l’assenza di graffiti o scritte sui muri, gli studenti discreti e silenziosi – e le università italiane, per dire il meno molto diverse. Eppure proprio leggendo McInerny si scopre che non è tutto oro quel che luccica e che la stessa Università di Notre Dame ha avuto tra i suoi professori teologi e filosofi «progressisti» che hanno contribuito alla grave crisi della Chiesa Cattolica americana, un argomento che ritorna nei saggi e anche nei romanzi del filosofo statunitense. Come sta Notre Dame, allora?
«Certamente – spiega McInerny – Notre Dame riflette sia la crisi della Chiesa americana, che non è finita, sia i segni di nuovi attegiamenti e di un ritorno alla tradizione, che si manifestano in tutti gli ambienti cattolici degli Stati Uniti negli ultimi anni, e che coesistono con i residui di un dissenso che si è manifestato pubblicamente nel 1968 con la contestazione clamorosa contro l’enciclica Humanae vitae. Tuttavia gli edifici continuamente restaurati perché conservino l’apparenza originaria – anche se forse oggi se ne costruiscono troppi di nuovi –, i giardini ben curati, la pulizia e l’ordine costituiscono di per sé dei valori la cui importanza non va sottovalutata. Benché ci siano delle università urbane, in mezzo alle città, ugualmente bene ordinate – Oxford, Cambridge, Harvard – certamente ci aiuta il fatto di avere un campus lontano dalle grandi metropoli e in un luogo idilliaco. Amo molto l’Italia ma le università italiane che ho visitato mi sembrano un luogo francamente disastroso per insegnare e studiare».
Leggendo l’autobiografia che McInerny ha pubblicato nel 2006 I Alone Have Escaped to Tell You. My Life and Pastimes (University of Notre Dame Press, Notre Dame 2006), si ha l’impressione – osservo – che al filosofo un po’ dispiaccia essere conosciuto da migliaia di persone soprattutto, e qualche volta soltanto, come giallista e romanziere. È così?
«Certamente io mi considero – risponde – soprattutto un filosofo, e ho dedicato tutta la mia vita alla filosofia. Ho guardato alla letteratura come a un’attività secondaria, ma constato che ancora oggi i miei romanzi hanno moltissimi lettori, i quali scrivono a me e ai miei editori per chiederne di nuovi – e io rispondo, con almeno un nuovo romanzo all’anno. Negli ultimi tempi abbiamo anche visto con Il Codice da Vinci che la letteratura può fare dei grossi danni. È una delle ragioni che mi hanno spinto – alla soglia degli ottant’anni – a intraprendere per così dire una nuova carriera, passando dal romanzo che in Italia chiamate giallo al thriller a sfondo religioso. Ho consegnato all’editore un romanzo, La terza rivelazione, che ha al centro la terza parte del segreto di Fatima svelata dalla Santa Sede nel 2000, cui ne farà seguito un altro in cui lo stesso ruolo è giocato dall’immagine della Madonna di Guadalupe. Se la letteratura può fare del male, può anche fare del bene. Del resto anche le storie di Padre Dowling possono sì essere lette soltanto come gialli, ma in realtà ogni romanzo affronta un aspetto della situazione della Chiesa dopo il Concilio, particolarmente della Chiesa americana».
Sbaglio o questo aspetto è andato perso nella serie televisiva?
«Non sbaglia. La serie televisiva è un prodotto per famiglie, e io sono contento quando mi riferiscono che è qualcosa che anche i bambini possono vedere senza problemi, il che è più di quanto si possa dire di molta televisione contemporanea. Ma in realtà la sua relazione con i miei libri è piuttosto remota e indiretta».
A proposito del Concilio Ecumenico Vaticano II, confesso di essere particolarmente affezionato a un suo piccolo libro, What Went Wrong With Vatican II. The Catholic Crisis Explained (Che cosa è andato storto con il Vaticano II. Una spiegazione della crisi cattolica: Sophia Institute Press, Manchester [New Hampshire] 1998), che anticipava la tesi delle due esegesi del Concilio – una di rottura e una di continuità, nella riforma, con la tradizione precedente – che oggi è diventata magistero pontificio con Benedetto XVI. Il libro è ancora attuale?
«Penso di sì. Per me l’essenziale era distinguere fra i documenti del Concilio Vaticano II e la loro interpretazione, che sono due cose diverse. Io leggo l’italiano e avevo letto con molto interesse Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel XX secolo [Ricciardi, Napoli 1985] di Romano Amerio [1905-1997], un libro di cui certamente non condivido molte cose ma che mi ha fatto molto riflettere. Tuttavia penso che distinguendo appunto fra il Concilio e la sua esegesi “progressista” si possano accogliere i documenti conciliari in un modo più positivo rispetto a quanto fa Amerio. Un certo numero di cattolici che condividono le mie preoccupazioni mi hanno detto che il mio piccolo libro si concentra troppo sulla teologia, mentre il problema è la liturgia. Si tratta di una posizione che rispetto, ma io penso che la crisi sia nata dalla teologia. E prima ancora dalla filosofia».
Nelle sue lezioni e nei suoi libri – insisto – lei ha tracciato un bilancio della filosofia moderna da Cartesio (René Descartes, 1596-1650) in poi piuttosto pessimistico…
«Il problema sta nello stesso punto di partenza della filosofia. Da Cartesio in poi ogni filosofo pensa di dovere ripartire da capo facendo tabula rasa di tutta la tradizione filosofica precedente, e di dovere dire a tutti i costi qualche cosa di originale. C’è ormai una tradizione che consiste nell’ignorare la tradizione. In realtà la vera filosofia deve partire non solo dai classici ma dall’esperienza comune delle persone e dalle domande che si fanno sul senso di questa esperienza. Come il borghese di Molière [Jean-Baptiste Poquelin, 1622-1673] che faceva della prosa senza saperlo, tutti facciamo della filosofia senza saperlo. È una grande lezione di Giovanni Paolo II [1920-2005]: come la cultura non è l’insieme delle biblioteche così la filosofia riguarda tutti e non è la collezione dei filosofi di professione. E spesso questa filosofia comune del buon senso parte meglio rispetto alla filosofia dei filosofi universitari. Tuttavia si deve reagire alla tentazione di buttare via il bambino con l’acqua sporca, cioè a causa della crisi in cui si è impantanata la filosofia moderna – da cui non la salvano né la fenomenologia di Edmund Husserl [1859-1938] né la cosiddetta metafisica di Martin Heidegger [1889-1976], che sono piuttosto delle false piste – concludere che la filosofia non serve. Al contrario, la filosofia è indispensabile per fare della buona teologia e la crisi della filosofia è alle origini del fatto che è nata una cattiva teologia, che per me è alle origini della crisi nella Chiesa. Questa dunque nasce ben prima del Vaticano II, dato che la crisi della filosofia nasce almeno con gli attacchi alla ragione di Martin Lutero [1483-1546] e con Cartesio, se non già prima con l’autunno del Medioevo. Pertanto dalla crisi nella Chiesa – e nella società – non si uscirà senza un ritorno alla buona filosofia, il che equivale a dire come non si stanca di ripetere Benedetto XVI che la crisi della fede non si risolve senza affrontare la crisi della ragione».
Come fare?
«Certamente bisogna sottoporre a una severa critica le forme della filosofia moderna che continuano ad affascinare molti cattolici. Per esempio, si dovrebbe mostrare il fondo gnostico di Heidegger, il fallimento del programma di Husserl – qualche cosa, sia detto per inciso, che la sua allieva canonizzata santa Edith Stein [1891-1942] aveva capito molto più a fondo di quanto talora ci si voglia far credere – e la bancarotta della filosofia morale che nega la possibilità di trovare un vero fondamento dei principi etici, qualche cosa che nei Paesi dove si parla inglese deriva in gran parte da George Edward Moore [1873-1958], un personaggio che in Italia forse non ha avuto una grande influenza ma che negli Stati Uniti e in Gran Bretagna è stato decisivo. E tuttavia non basta la critica, e si deve sempre fare attenzione a non ridurre la filosofia alla storia della filosofia, un rischio che i nostri sistemi scolastici ripropongono continuamente. Combattere per la filosofia significa insegnare a ripartire dal senso comune, dal buon senso, e dal fatto che le grandi domande filosofiche – da dove vengo, dove vado, c’è o no un Dio, c’è una vita dopo la morte – sono nel cuore di tutti, precisamente come insegnava Giovanni Paolo II. E nello stesso tempo ammettere che alcuni filosofi hanno tratto dal buon senso le sue logiche conseguenze in modo più brillante di altri, ritornando a leggere e studiare i classici, soprattutto Aristotele e san Tommaso. Personalmente, se dovessi definirmi un una parola direi che sono sempre stato e rimango un tomista. Dobbiamo rileggere l’enciclica Aeterni Patris del 1879 di Papa Leone XIII [1810-1903] e capire che è un testo che non ci raccomanda semplicemente tra tante possibili filosofie quella di san Tommaso. Se fosse così la scelta di Papa Leone XII sarebbe in una certa misura arbitraria. Invece le differenze fra le filosofie sono radicali, e meritano che se ne occupi il magistero, solo quando sono differenze fra la verità e l’errore. Nella verità c’è compatibilità. Quella di san Tommaso e di Aristotele non è “un tipo” di filosofia. È “la” filosofia, quella che parte dai principi che guidano ogni forma di pensiero umano. Il resto è chiacchiera, sofisma o errore».
