DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Il Papa: I grandi uomini di fede vivono immersi nella Grazia, hanno il dono di percepire con particolare forza la verità, e così attaversano le prove

Discorso del Papa al termine delle esequie del Card. Tomáš Špidlík


CITTA' DEL VATICANO, martedì, 20 aprile 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo martedì mattina da Benedetto XVI al termine delle esequie del Cardinale Tomáš Špidlík, S.I., celebrate nella Basilica vaticana dal Cardinale Angelo Sodano, Decano del Collegio Cardinalizio, insieme con gli altri porporati.





* * *

Venerati Fratelli,

illustri Signori Signore,

cari fratelli e sorelle!

Tra le ultime parole pronunciate dal compianto Cardinale Špidlík, vi sono state queste: "Per tutta la vita ho cercato il volto di Gesù, e ora sono felice e sereno perché sto per andare a vederlo". Questo stupendo pensiero – così semplice, quasi infantile nella sua espressione, eppure così profondo e vero – rimanda immediatamente alla preghiera di Gesù, che è risuonata poc’anzi nel Vangelo: "Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo" (Gv 17,24). E’ bello e consolante meditare questa corrispondenza tra il desiderio dell’uomo, che aspira a vedere il volto del Signore, e il desiderio di Gesù stesso. In realtà, quella di Cristo è ben più di un’aspirazione: è una volontà. Gesù dice al Padre: "voglio che quelli che mi hai dato siano con me". Ed è proprio qui, in questa volontà, che noi troviamo la "roccia", il fondamento solido per credere e per sperare. La volontà di Gesù in effetti coincide con quella di Dio Padre, e con l’opera dello Spirito Santo costituisce per l’uomo una sorta di "abbraccio" sicuro, forte e dolce, che lo conduce alla vita eterna.

Che immenso dono ascoltare questa volontà di Dio dalla sua stessa bocca! Penso che i grandi uomini di fede vivono immersi in questa grazia, hanno il dono di percepire con particolare forza questa verità, e così possono attraversare anche dure prove, come le ha attraversate Padre Tomáš Špidlík, senza perdere la fiducia, e conservando anzi un vivo senso dell’umorismo, che è certamente un segno di intelligenza ma anche di libertà interiore. Sotto questo profilo, era evidente la somiglianza tra il nostro compianto Cardinale e il Venerabile Giovanni Paolo II: entrambi erano portati alla battuta spiritosa e allo scherzo, pur avendo avuto in gioventù vicende personali difficili e per certi aspetti simili. La Provvidenza li ha fatti incontrare e collaborare per il bene della Chiesa, specialmente perché essa impari a respirare pienamente "con i suoi due polmoni", come amava dire il Papa slavo.

Questa libertà e presenza di spirito ha il suo fondamento oggettivo nella Risurrezione di Cristo. Mi piace sottolinearlo perché ci troviamo nel tempo liturgico pasquale e perché lo suggeriscono la prima e la seconda lettura biblica di questa celebrazione. Nella sua prima predicazione, il giorno di Pentecoste, san Pietro, ricolmo di Spirito Santo, annuncia il compimento in Gesù Cristo del Salmo 16. E’ stupendo vedere come lo Spirito Santo riveli agli Apostoli tutta la bellezza di quelle parole nella piena luce interiore della Risurrezione: "Contemplavo il Signore innanzi a me, / egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. / Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, / e anche la mia carne riposerà nella speranza" (At 2,25-26; cfr Sal 16/15,8-9). Questa preghiera trova un compimento sovrabbondante quando Cristo, il Santo di Dio, non viene abbandonato negli inferi. Egli per primo ha conosciuto "le vie della vita" ed è stato colmato di gioia con la presenza del Padre (cfr At 2,27-28; Sal 16/15,11). La speranza e la gioia di Gesù Risorto sono anche la speranza e la gioia dei suoi amici, grazie all’azione dello Spirito Santo. Lo dimostrava abitualmente Padre Špidlík con il suo modo di vivere, e questa sua testimonianza diventava sempre più eloquente col passare degli anni, perché, malgrado l’età avanzata e gli inevitabili acciacchi, il suo spirito rimaneva fresco e giovanile. Che cos’è questo se non amicizia con il Signore Risorto?

Nella seconda lettura, san Pietro benedice Dio che "nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva". E aggiunge: "Perciò siete ricolmi di gioia, anche se dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove" (1 Pt 1,3.6). Anche qui emerge chiaramente come la speranza e la gioia siano realtà teologali che promanano dal mistero della Risurrezione di Cristo e dal dono del suo Spirito. Potremmo dire che lo Spirito Santo le prende dal cuore di Cristo Risorto e le trasfonde nel cuore dei suoi amici.

Volutamente ho introdotto l’immagine del "cuore", perché, come molti di voi sanno, Padre Špidlík la scelse per il motto del suo stemma cardinalizio: "Ex toto corde", "con tutto il cuore". Questa espressione si trova nel Libro del Deuteronomio, dentro il primo e fondamentale comandamento della legge, là dove Mosè dice al popolo: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze" (Dt 6,4-5). "Con tutto il cuore – ex toto corde" si riferisce dunque al modo con cui Israele deve amare il suo Dio. Gesù conferma il primato di questo comandamento, al quale abbina quello dell’amore per il prossimo, affermando che esso è "simile" al primo e che da entrambi dipendono tutta la legge e i profeti (cfr Mt 22,37-39). Scegliendo questo motto, il nostro venerato Fratello poneva, per così dire, la sua vita dentro il comandamento dell’amore, la inscriveva tutta nel primato di Dio e della carità.

C’è un altro aspetto, un ulteriore significato dell’espressione "ex toto corde", che sicuramente Padre Špidlík aveva presente e intendeva manifestare col suo motto. Sempre a partire dalla radice biblica, il simbolo del cuore rappresenta nella spiritualità orientale la sede della preghiera, dell’incontro tra l’uomo e Dio, ma anche con gli altri uomini e con il cosmo. E qui bisogna ricordare che nello stemma del Cardinale Špidlík il cuore, che campeggia nello scudo, contiene una croce nei cui bracci si intersecano le parole PHOS e ZOE, "luce" e "vita", che sono nomi di Dio. Dunque, l’uomo che accoglie pienamente, ex toto corde, l’amore di Dio, accoglie la luce e la vita, e diventa a sua volta luce e vita nell’umanità e nell’universo.

Ma chi è quest’uomo? Chi è questo "cuore" del mondo, se non Gesù Cristo? E’ Lui la Luce e la Vita, perché in Lui "abita corporalmente tutta la pienezza della divinità" (Col 2,9). E qui mi piace ricordare che il nostro defunto Fratello è stato un membro della Compagnia di Gesù, cioè un figlio spirituale di quel sant’Ignazio che pone al centro della fede e della spiritualità la contemplazione di Dio nel mistero di Cristo. In questo simbolo del cuore si incontrano Oriente e Occidente, in un senso non devozionistico ma profondamente cristologico, come hanno messo in luce altri teologi gesuiti del secolo scorso. E Cristo, figura centrale della Rivelazione, è anche il principio formale dell’arte cristiana, un ambito che ha avuto in Padre Špidlík un grande maestro, ispiratore di idee e di progetti espressivi, che hanno trovato una sintesi importante nella Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico.

Vorrei concludere ritornando al tema della Risurrezione, citando un testo molto amato dal Cardinale Špidlík, un passo degli Inni sulla Risurrezione di sant’Efrem il Siro:

"Dall’alto Egli è disceso come Signore,

dal ventre è uscito come un servo,

la morte si è inginocchiata davanti a Lui nello Sheol,

e la vita l’ha adorato nella sua risurrezione.

Benedetta la sua vittoria!" (n. 1, 8).

La Vergine Madre di Dio accompagni l’anima del nostro venerato Fratello nell’abbraccio della Santissima Trinità, dove "con tutto il cuore" loderà in eterno il suo infinito Amore. Amen.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]

È morto il cardinale Tomás Spidlík, maestro della spiritualità orientale «Cerco di propagare la bellezza che salva»

Il novantenne cardinale gesuita moravo Tomás Spidlík, punto di riferimento della spiritualità orientale, è morto alle 21 di venerdì 16 aprile al centro Ezio Aletti di Roma da lui fondato e dove viveva dal 1991.
Nato il 17 dicembre 1919 a Boskovice, nella diocesi di Brno, nell'odierna Repubblica Ceca, era stato ordinato sacerdote il 22 agosto 1949. Nel concistoro del 21 ottobre 2003, Giovanni Paolo II lo aveva creato e pubblicato cardinale diacono di Sant'Agata dei Goti. Il 18 aprile 2005 aveva predicato ai cardinali riuniti nella cappella Sistina per il conclave che ha eletto Benedetto XVI.
Le esequie saranno celebrate nella basilica Vaticana martedì 20 aprile, alle ore 11.30, dal cardinale Angelo Sodano, decano del Collegio cardinalizio. Al termine della celebrazione eucaristica, Sua Santità Benedetto XVI scenderà in basilica per rivolgere la sua parola ai presenti e presiedere il rito dell'Ultima Commendatio e della Valedictio.
La salma sarà esposta nella cappella del centro Aletti, in via Paolina 25, fino alla sera di lunedì 19 aprile.
Il cardinale Spidlík sarà poi sepolto a Velehrad in Moravia, luogo a lui particolarmente caro perché legato all'evangelizzazione dei santi Cirillo e Metodio e crocevia di popoli e culture.

"Per tutta la vita ho cercato il volto di Gesù e ora sono felice e sereno perché sto per andare a vederlo". C'è il senso di un'intera esistenza nelle ultime parole del cardinale Spidlík, morto a novant'anni e quattro mesi per un tumore che non gli aveva però impedito di continuare fino alla fine, con incontri e confronti, ad approfondire la tradizione dell'Oriente cristiano nella sua relazione con il mondo contemporaneo.
Le sue ultime uscite pubbliche sono state per un atto accademico in suo onore al Pontificio Istituto Orientale - dove ha insegnato per mezzo secolo - e per predicare gli esercizi spirituali quaresimali alla Gendarmeria vaticana. Nel giorno del suo novantesimo compleanno, il 17 dicembre scorso, Benedetto XVI gli aveva fatto il grande regalo di celebrare con lui la Messa nella cappella Redemptoris Mater, opera d'arte nata proprio dal pensiero di Spidlík e dalle mani del suo primo discepolo padre Rupnik. E il cardinale che amava gli scherzi disse, in una lunga intervista a "L'Osservatore Romano", che, in quella occasione, la Provvidenza era stata "più brava" di lui "a fare gli scherzi", facendogliene "uno sorprendente" per regalargli "il compleanno più bello" accanto al Papa.
Tomás Spidlík è stato un maestro di spiritualità orientale, capace di fondare una vera e propria scuola radicata anche nell'arte, nella cultura e nella storia in Oriente come in Occidente. La sua opera oggi non è vista semplicemente come un lavoro di storia della spiritualità, ma rappresenta una visione teologica organica. "Cerco di propagare - ha detto di se stesso pochi giorni prima di morire - la bellezza che salva, una visione teologica dove prevale un approccio simbolico, liturgico, e dove l'immagine visuale è uguale alle testimonianze di fede dette o scritte".
Il "metodo Spidlík", spiega padre Milan Zust, che gli è stato vicino fino all'ultimo, si è fondato sulla capacità di "vedere l'insieme delle cose", di trattare "i diversi temi dal punto di vista storico, culturale e religioso, ma soprattutto in rapporto alla vita concreta, mettendo le Persone della Santissima Trinità e la persona creata, sua immagine, al centro di tutto. Nel profondo del cuore padre Tomás ha avuto lo stesso atteggiamento come guida spirituale e come ricercatore e insegnante". Un padre, dunque, uno starec che ha insegnato con la sua stessa vita. In ambito accademico, infatti, è rimasto sempre per tutti "padre Tomás": nessuno si rivolgeva a lui chiamandolo seriosamente "professore" o solennemente "eminenza". Per padre Richard Cemus, suo successore sulla cattedra di spiritualità orientale al Pontificio Istituto Orientale, la ragione è presto detta: "Dove l'intelletto è unito al cuore la parola non solo comunica la scienza ma genera la vita", dunque "professore si diventa per mezzo di una paternità". Infatti da Spidlík ci si attendeva "sempre una parola che genera la vita nello Spirito e non solo un'informazione che soddisfi una curiosità". In lui si cercava "un padre spirituale e non solo un professore, insomma quello che i tedeschi chiamano doktorvater. E Spidlík lo è stato, innanzitutto per aver dato vita a una sua vera e propria scuola di pensiero".
Una scuola sorretta da tre pilastri: il primato della vita, il primato della persona, la vita spirituale come arte. "Non le idee e i ragionamenti - dice padre Cemus per spiegare il pensiero di Spidlík - precedono la vita, ma è la vita stessa a rivelare le sue ragioni intrinseche a chi sa contemplarla".
Spidlík ha impresso l'accelerazione decisiva per l'affermazione della spiritualità orientale, sulla scia del suo maestro padre Iréneé Hausherr. Così l'opera di Spidlík rappresenta un unicum nella riflessione teologica della seconda metà del ventesimo secolo, aprendo definitivamente e sviluppando il nuovo campo di ricerca della spiritualità dei popoli slavi. Secondo padre Edward Farrugia, decano della facoltà di scienze ecclesiastiche orientali del Pontificio Istituto Orientale, "il lavoro di Spidlík apre una finestra che come il laser raggiunge le cose in profondità" e mostra come "la dialettica orientale non vada avanti dritta come un carro armato, ma come una trottola che nel suo movimento circolare comprendere associazioni, paradossi e umorismo. Il divertire attraverso enigmi e apoftegmi fa parte essenziale del corredo orientale. Sarebbe inconcepibile parlare di Spidlík senza ricordare i suoi anedotti umoristici, specie di follia sana e contagiosa". E proprio nell'ultima intervista al nostro giornale, pubblicata il 16 dicembre 2009, Spidlík aveva suggerito che un filo di umorismo non guasta mai. Considerava lo "scherzare utile in un'esperienza cristiana autentica, non serve solo per restare svegli. E poi non si tratta solo di battute di spirito: lo scherzo è davvero una cosa seria. Il razionalismo e il tecnicismo assolutizzano ogni affermazione parziale. Lo scherzo la relativizza. Non nel senso che la verità come tale possa essere relativa, ma dobbiamo sempre tener conto della nostra conoscenza parziale dei misteri. La parola eresia vuol dire prendere una parte per l'intero. Lo scherzo è quindi un'arma efficace contro le eresie".
E scherzava anche sui suoi novant'anni: "Per sapere cosa vuol fare ancora la Provvidenza con me bisognerebbe fare l'intervista a Lei! Nella mia vita ho fatto cose che neppure immaginavo e solo dopo ho scoperto che le speravo inconsciamente nel cuore. Per dirne una, mai avrei pensato di festeggiare i miei novant'anni con il Papa e vestito in porpora. Di certo non lo immaginavo quando, all'inizio della seconda guerra mondiale, l'irruzione del nazismo in Moravia, oggi in Repubblica Ceca, ha brutalmente interrotto i miei studi di letteratura all'università di Brno sconvolgendo le prospettive della mia vita. Già allora la Provvidenza ha avuto tanto lavoro con me".
Aveva imparato fin da piccolo a fare sacrifici, non nascondeva di essersi "guadagnato da solo i soldi per studiare al liceo" a Boskovice dove era nato in una famiglia poverissima. "Non ho però mai avvertito la sensazione dell'ingiustizia sociale paragonandomi con i ragazzi benestanti. Anzi, ero orgoglioso della mia indipendenza. Con la spensieratezza di un proletario mi sono iscritto all'università per studiare letteratura. Ne ero affascinato. Al secondo anno, all'improvviso, mi piombò addosso la vera prova: la guerra".
Nel 1939 aveva vent'anni e le sue "speranze erano sottozero, gli studi universitari spezzati e una sola possibilità per il futuro: la deportazione". In chiesa ci andava "più per disperazione che per devozione" ma poi "ho fatto la grande scoperta che la Provvidenza ti salva e ti conduce, magari anche attraverso situazioni strane, mai pensate prima, eppure coerenti".
Finito in un campo di concentramento nazista, "è avvenuto l'impensabile: un agente della Gestapo si è trasformato in angelo visibile liberandomi dal campo, mentre l'angelo custode invisibile mi ha condotto nella compagnia di Gesù. Poi, dal cielo, sant'Ignazio ha stabilito per me altre sorprese: il noviziato a Benesov e poi a Velehrad, lo studio della filosofia durante lavori forzati, prima con i soldati tedeschi e poi con quelli russi e romeni". Sembra un paradosso: uno dei più noti pensatori che ha iniziato a studiare filosofia ai lavori forzati.
La fine della guerra ha significato lo studio della teologia a Maastricht, nei Paesi Bassi, dove è stato ordinato sacerdote nel 1949. Da prete, era pronto a tornare "con nuove idee in patria. Il regime totalitario comunista non me lo ha permesso". Oltretutto la provincia dei gesuiti era stata dispersa. Un'altra volta sembrava tutto perduto. "Ma ecco, di nuovo, la Provvidenza all'opera: stavolta si è servita di uno sbaglio amministrativo, un mio superiore si è dimenticato di scrivere una lettera così mi sono ritrovato esule a Roma. Insomma la Provvidenza mi ha dato la possibilità di dedicarmi a ciò che di nascosto già desiderava il mio cuore: lo studio della spiritualità orientale".
Nel 1951, da esule, ha iniziato a lavorare alla Radio Vaticana e, fino alla morte, il venerdì pomeriggio è sempre andato in onda per commentare le letture della Messa domenicale. "Ho sempre fatto trasmissioni attingendo alla mia preparazione spirituale centrata sullo studio degli antichi Padri della Chiesa. La conclusione è che i Padri hanno ancora da dire "qualcosa" per l'oggi e non sono poi così "antichi"". Con il suo programma ha cercato di aiutare i preti nella predicazione soprattutto nell'est europeo "e sotto il comunismo mi dicono fosse un servizio particolarmente utile: non c'erano né libri né ritiri spirituali".
Sosteneva che l'essenza del suo pensiero la si poteva "indovinare simbolicamente proprio nella cappella Redemptoris Mater, dove i mosaici cercano di respirare con due polmoni. Non soltanto gli uomini, ma anche le nazioni hanno la loro propria vocazione, per offrire il loro contributo alla Chiesa universale. Ho cercato di indovinare il messaggio cristiano dell'Oriente europeo e di prestargli voce in Occidente".
Teneva molto anche ai suoi trentotto anni come padre spirituale del Pontificio Collegio Nepomuceno, grazie ai quali aveva "sperimentato la distinzione fra un moralista, che conosce le regole della vita spirituale, e un padre spirituale, che deve avere la conoscenza delle persone. Il secondo senza il primo si espone al pericolo di un vago carismatismo. Il primo senza il secondo rimane paralizzato". Come padre spirituale del Collegio aveva avuto anche l'opportunità di incontrare grandi figure. Di Papa Pacelli, per esempio, ricordava "come fosse informato fin nei dettagli della triste realtà della Cecoslovacchia. Saputo che ero il padre spirituale del Collegio, mi ha dato ottimi consigli pratici su come risolvere certi dubbi sulla vocazione dei candidati al sacerdozio".
Nel Collegio Nepomuceno, Spidlík ha vissuto accanto al cardinale Beran, espulso da Praga nel 1965. "Un'esperienza spirituale forte durata quattro anni". Era accanto anche a lui nel momento della morte, il 17 maggio 1969, quando Paolo VI accorse per l'ultimo saluto.
Nel 1991 aveva scelto di vivere al centro Aletti, vicino a Santa Maria Maggiore, con padre Rupnik e un gruppo di artisti del mosaico. Negli anni, il centro è divenuto molto più di un luogo di studio della tradizione dell'Oriente cristiano in relazione ai problemi del mondo contemporaneo.
Un rapporto particolare lo ha avuto con Giovanni Paolo II, il primo Papa slavo. "Mi ha persino creato cardinale - diceva - e credo che l'abbia fatto per dare più visibilità alla spiritualità orientale. Da parte mia, già allora mi sentivo troppo vecchio per dare una mano al Papa nel guidare la Chiesa e ho chiesto anche la dispensa dall'ordinazione episcopale. Ho conosciuto Giovanni Paolo II più da vicino nel 1995, durante gli esercizi spirituali quaresimali che mi ha chiesto di predicare in Vaticano".
Tutta la vita e l'opera di Spidlík si è espressa naturalmente in una grande apertura di dialogo ecumenico. Sono note le sue relazioni di amicizia nel mondo ortodosso, tanto che tra i suoi allievi c'è anche il Patriarca Ecumenico, Bartolomeo i
Lunghissimo, infine, l'elenco dei riconoscimenti accademici internazionali. Nel 1989 è stato scelto come "uomo dell'anno 1990" dall'"American Bibliographical Institute of Raleigh" (North Carolina) e un anno dopo lo stesso istituto lo ha indicato come "la personalità più ammirata del decennio". Tante le cittadinanze onorarie e i dottorati honoris causa in Russia, in Romania, nella sua Repubblica Ceca e negli Stati Uniti d'America: alla "Sacred Heart University" è stato istituito il "Cardinal Spidlík center for ecumenical understanding", un centro teologico, spirituale e culturale di dialogo, ricerca, educazione, pubblicazione e collaborazione artistica tra i cristiani "per promuovere una più grande comprensione e cooperazione ecumenica".


(©L'Osservatore Romano - 18 aprile 2010)
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La Trinità e la matematica di Florenskij


Pubblichiamo una meditazione di Tomás Spidlík da un suo libro scritto nel 2000 (Duse Ruska, Praha, Karmelitánské nakladatelství), tradotto in italiano da Andrea Trovesi in Amate il silenzio (Milano, Gribaudi, 2003).
"In tutto ciò che incontriamo osserviamo delle contraddizioni irrisolvibili. Per risolvere questi problemi non abbiamo altra possibilità che la seguente: scegliere ciò che ci offre la Santissima Trinità oppure la morte nella pazzia".
(Pavel Florenskij)
Pavel Florenskij è considerato oggi uno dei teologi che più profondamente ha penetrato il mistero della Santissima Trinità. A ciò arrivò attraverso una particolare conversione personale; infatti, inizialmente ateo e geniale matematico, si avvicinò al cristianesimo attraverso la matematica. Oggetto degli studi matematici non sono i numeri in sé ma i loro rapporti. Ma quali possono essere i rapporti tra cose senza vita? I rapporti veri esistono solo tra persone e, se vogliono essere rapporti eternamente validi, anche queste persone devono essere eterne, e eterne sono solo le tre persone divine comprese nel Dio unico.
A Kant sembrava che ammettere un Dio unico in tre persone non potesse avere per la vita pratica alcuna conseguenza particolare. Florenskij dimostra invece il contrario. Come potremmo conciliare per esempio la necessità di ordine e l'eterno desiderio di libertà dell'uomo? Ammiriamo l'ordine dell'universo dove tutto avviene secondo leggi naturali immutabili, amiamo l'ordine nella società, sul lavoro, in casa, ma allo stesso tempo ci battiamo sempre per poter agire liberamente in modo indipendente, secondo la nostra volontà. È difficile conciliare questi due aspetti, difficile e a costo di grandi compromessi.
Eppure nella vita di Dio queste due aspirazioni non sono tra loro in contraddizione; in essa vi sono tre persone di immensa libertà, unite al tempo stesso nel Dio unico che è un valore assoluto, immutabile, fonte di tutto l'ordine. Nei limiti della ragione umana questo è difficilmente comprensibile e tanto meno realizzabile, ciò malgrado Dio permette ai credenti di partecipare alla sua vita, nella Chiesa, che fin dalla sua fondazione è stata riflesso del Dio Uno e Trino. Dopo la discesa dello Spirito Santo, a Gerusalemme molte persone di origini e mentalità diverse, che avevano però, come leggiamo negli Atti degli Apostoli (4, 32), "un cuor solo e un'anima sola" accolsero il battesimo. La loro unità era riflesso del Dio Uno e rappresenta da sempre l'unico modo possibile di unire veramente gli uomini liberi e il mondo intero.


(©L'Osservatore Romano - 18 aprile 2010)