DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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AUSTRALIA, NUOVO GALLES. ABORTO DEPENALIZZATO.

Paola Belletti

Era uno degli ultimi stati della federazione australiana ad avere ancora in piedi un buon argine contro la liberalizzazione totale dell'aborto, anche a ridosso della nascita. Intensa l'opposizione in Parlamento e nella società civile. Ignorati tutti gli emendamenti, circa 100, proposti dagli oppositori. Festeggiano e si commuovono i deputati prochoice.

Cosa ci sarà da festeggiare?

Si abbracciano commossi, è una grande conquista umana a parere loro. Peccato sia arrivata così tardi, commenta con una felicità rabbuiata da queste evitabili resistenze alle magnifiche sorti il deputato Alex Greenwic, già sostenitore della legalizzazione del matrimonio egualitario e sponsor principale del presente disegno di legge.
Siamo in Australia nello stato del Nuovo Galles del Sud dove dopo un rapidissimo tragitto parlamentare il 26 settembre è passata la legge che consente l’interruzione di gravidanza anche oltre la ventiduesima settimana. Era l’ultimo stato a considerare ancora reato l’aborto oltre le 22 settimane per una legge vecchia di 119 anni. Arcaica, la definisce il fronte prochoice.
Certo non mancano le “rigorosissime” condizioni e sistemi di controllo che dovrebbero ridurre al minimo i casi in cui si ricorra a questa estrema ratio ma abbiamo sufficiente vecchiaia e cinica consapevolezza per sapere come si comporta l’uomo da che mondo è mondo; non proviamo nemmeno ad illuderci. Se una donna chiederà di farlo, si farà, punto. Basterà che due medici certifichino che la salute della donna è a rischio (sia quella fisica sia quella psichica) o che il bambino sia ritenuto gravemente disabile.


Alla stessa notizia un’esponente prolife australiana ha invece pianto. Stessa intensità emotiva, di segno opposto. Lei è Margaret Tighe, presidente di Right to Life Australia. Riporta il sito Lifenews:
“Non dovrebbe esserci motivo di giubilo nel Nuovo Galles del Sud oggi, quando la campana della morte è stata suonata nel parlamento del Nuovo Galles del Sud per i bambini non ancora nati nel grembo materno – l’aborto ora è permesso fino alla nascita”, ha detto.
L’Abortion Law Reform Act 2019 è per gli uni sacrosanto salvacondotto per la libertà della donna, ultimo argine alla crudeltà verso il più indifeso per gli altri, i “prolife dalla linea dura”, così li etichetta l’Indipendent.
Il Crimes Act è lo statuto che stabilisce reati per lo stato del New South Welles, il diritto penale dello stato federale. In esso era contenuto anche il reato di aborto; l’avvenuta depenalizzazione, oltre a sollevare la donna e chi concorre alla pratica di aborto da pene detentive, temono a ragione i prolife, aprirà le porte a innumerevoli abusi: nel disegno di legge non ci sono restrizioni e tutele per evitare la compravendita di parti del feto, né per alleviare la sofferenza di feti sottoposti ad aborto tardivo e in grado di percepire il dolore.

Intensa ma vana l’opposizione politica e civile

L’opposizione di larghe fasce della società civile e di strenui difensori del diritto alla vita presenti in entrambe le camere è stata intensa e instancabile fino alla fine, ma non è bastata. Il Parlamento ha del tutto ignorato l’opinione pubblica e in ogni caso nella votazione decisiva i voti contrari sono stati 14 contro i 26 favorevoli, alla Camera Alta.
Le lacrime di Margaret Tighe sono per i bambini che saranno ancora più oggetto di scempio. Continua Lifenews:
Tighe ha affermato che la legge non dà nemmeno protezione completa ai bambini nati vivi dopo gli aborti malriusciti. Ha espresso preoccupazione per inadeguate protezioni dei diritti della coscienza anche per i medici pro vita.
Tutti gli emendamenti proposti dagli oppositori al disegno di legge sono stati respinti:
Siamo orgogliosi dei numerosi membri del parlamento del Nuovo Galles del Sud che erano fermi nella loro posizione di vita e hanno presentato emendamenti dopo emendamenti per contenere questo orribile disegno di legge”, ha affermato. (Ibidem)
Ora sarà consentito sotto la protezione della legge anche l’aborto selettivo in base al sesso, una pratica purtroppo molto diffusa nelle minoranze asiatiche presenti nel paese, soprattutto quelle cinese e indiana.
La popolazione è scesa in piazza e tra gli slogan campeggiava quello più seriamente inclusivo e liberale che la parte prochoice non potrà mai esprime: Amali entrambi.
La difesa del nascituro non è mai contro la madre; lo è semmai lasciarla sola nel dolore o nella falsa sicurezza di potersi liberare di un fardello inutile, scegliendo la morte del figlio che porta.
Amali entrambi, non è un aut aut. La cosa più tragica infatti di questa marcia globale per l’aborto sempre più selvaggio è avere messo nero su bianco la discordia più lacerante che sia possibile concepire; quella tra la madre e il suo bambino; tra due cuori che battono vicini e che si condizioneranno per sempre. Madre Teresa, Santa Teresa di Calcutta, lo sapeva; lei, esperta di miseria estrema: eccolo il più povero tra i poveri, il bambino non ancora nato.
E nelle caldaie sempre a pieno regime dell’industria dell’aborto non può che bruciare un radicale odio per la donna, per quel che è e fa.

Le dichiarazioni dell’Arcivescovo di Sidney

Dalle pagine del Catholic Herald risuonano le parole dell’Arcivescovo Anthony Fisher all’indomani dell’approvazione alla Camera Alta.
“Oggi è un giorno molto buio per il Nuovo Galles del Sud”, ha dichiarato l’arcivescovo Anthony Fisher di Sydney in una dichiarazione del 26 settembre. Ha definito la nuova legge “una sconfitta per l’umanità”.
“L’Abortion Law Reform Act 2019 potrebbe essere la peggiore legge approvata nel Nuovo Galles del Sud nei tempi moderni, perché rappresenta un abdicazione così drammatica della responsabilità di proteggere i membri più vulnerabili della nostra comunità”, ha detto.
“Dall’abolizione della pena capitale nel Nuovo Galles del Sud nel 1955, questa è l’unica uccisione deliberata mai legalizzata nel nostro stato.”
Si è messo al passo coi tempi, non c’è dubbio. Il Galles del Sud non è solo nuovo è nuovissimo, ora. Di una modernità fiammante: da adesso si potrà abortire ancora meglio e di più. E’ solo una questione di linguaggio alla fine: non leggete anche voi i cartelli dei manifestanti che ci spiegano con calma che non si tratta di un crimine ma di questione sanitaria?
Ora, gli aborti sono legali in tutto il paese. VOA News riferisce che tra i 65.000 e gli 80.000 bambini non ancora nati vengono abortiti ogni anno in Australia. Quel numero potrebbe aumentare ancora di più a seguito del voto del Nuovo Galles del Sud. (Lifenews)
L’alto prelato ha concluso invitando a lottare ancora e ancora, con la certezza in fondo che non siamo noi a decretare i destini dell’umanità ma possiamo sempre operare nel piccolo campo che ci è dato di vedere, percorrere, dissodare, irrigare.
Nella sua dichiarazione, Fisher ha ringraziato i membri del Parlamento che si sono opposti al disegno di legge, e quelli “che hanno lavorato instancabilmente sugli emendamenti per rendere un po ‘meglio questa cattiva legge”. Ha anche ringraziato i membri del pubblico che hanno pregato e si sono espressi contro la legge.
Ha incoraggiato i cattolici a pregare e lavorare per i leader della vita professionale e a rinnovare il loro impegno nell’aiutare le donne in gravidanza bisognose.
Possiamo ancora porre fine al flagello dell’aborto in questo stato rendendolo non necessario, non importa quello che dice la legge“, ha detto l’arcivescovo. (Ibidem)

Aletheia

LE BAMBINE CHE COSTANO TROPPO. In India sono avvenuti circa 12 milioni di aborti femminili negli ultimi trent'anni, di cui la metà solo nell'ultimo decennio








il matrimonio di nostra figlia, in futuro avremo bisogno di centomila rupie (circa 1.300 euro). Se non riesci a ottenere questa cifra da tua madre, allora bisogna ucciderla. Subito".
Umar Farook e Reshma Bano, 19 anni, sono una coppia indiana. Ad aprile del 2012 hanno dato alla luce una bambina, Neha. Per Umar, però, si è trattato di un incidente.
Per le famiglie indiano meno ricche, dover dare in dote soldi e gioielli ai parenti dello sposo per permettere il matrimonio della figlia risulta spesso sconveniente. Anche se la legge indiana ha vietato la pratica nel 1961, è ancora molto diffusa.
"Nostro figlio doveva nascere maschio. Perché hai dato alla luce una femmina?", ha chiesto disperatamente Umar a sua moglie Rashma dopo la nascita della bambina, ritenendola colpevole di aver dato alla luce una figlia.
Rashma non ha mai avuto intenzione di uccidere la bambina messa al mondo e credeva che suo marito avrebbe cambiato una volta presa in braccio sua figlia. Ma Umar è rimasto convinto della sua opinione: lui voleva un uomo, un erede.
Tre mesi dopo, nel giugno del 2012, Neha è morta di arresto cardiaco. "Stavo dormendo”, racconta Reshma alla Cnn. “Non mi sono accorta di nulla. Mio marito Umar ha preso la nostra bambina, le ha messo un calzino in bocca e poi ha iniziato a riempirla di botte. Quando mi sono svegliata, l'ho trovata ricoperta di lividi, morsi e bruciature di sigaretta”.
Oggi Umar Farook è in arresto con l'accusa di aver picchiato a morte la bambina. Secondo le autorità, avrebbe confessato l'omicidio.
Quello di Neha non è un caso isolato in India. Secondo dottori ed esperti, la nascita di una femmina è vista come un pericolo nel Paese. Un figlio maschio invece è considerato come un investimento, dal momento che porta avanti il nome di famiglia e si occupa del sostentamento.
Nel giugno 2013 un uomo residente nel distretto di Dharmapuri, nel sud dell'India, è stato arrestato con l'accusa di aver fatto bere a sua figlia di 22 giorni del latte avvelenato e di avere seppellito il corpo in un fosso. L'infanticidio delle neonate è molto diffuso nel Paese e sebbene non ci siano dati ufficiali riguardo il numero di bambine uccise, gli attivisti sostengono che almeno due casi di questo tipo vengano riportati alle autorità ogni mese. 
Alcune comunità indiane vivono in situazioni di estrema povertà e non si possono permettere il test degli ultrasuoni per rivelare il sesso del nascituro. Per questa ragione ricorrono spesso all'infanticidio. Le famiglie più abbienti, invece, cercano di liberarsi delle figlie ancor prima che nascano, con aborti selettivi in base al sesso. 
Un rapporto dell’Onu, intitolato Sex Ratios and Gender Biased Sex Selection, denuncia il fenomeno degli aborti femminili in India. L’analisi, che si fonda sui dati forniti dall’ultimo censimento generale del 2011, mette in evidenza il forte squilibrio numerico tra maschi e femmine nel Paese. Si stima che ogni 1.000 maschi, nel 1961 si contavano 941 femmine, mentre nel 2011 solo 933. Tra i 0 e i 6 anni invece, nel 1961 c’erano 976 bambine ogni 1.000 maschi. Nel 2011 solo 927.
Uno studio effettuato nel maggio 2011 dalla rivista medica britannica Lancet ha rilevato che sono avvenuti fino a 12 milioni di aborti di sesso femminile negli ultimi trent'anni in India, di cui la metà solo nell'ultimo decennio. “La parità di genere è una delle sfide più pressanti per lo sviluppo del Paese”, afferma Lise Grande, coordinatrice per delle Nazioni Unite in India.
“È tragicamente ironico che le donne, esseri in grado di creare la vita, vengano private del diritto di nascere. La forte differenza tra maschi e femmine in India ha ormai raggiunto livelli d’emergenza. È quindi necessario provvedere a delle misure di emergenza per alleviare questa crisi”, dice Lakshmi Puri, vicedirettore esecutivo di UN Women.
Seema Sirohi, giornalista indiana, in un articolo per The Christian Science Monitor, ha scritto: “Chi sostiene che le donne indiane siano libere di scegliere di abortire se sono in attesa di una femmina, sbaglia. Una tipica donna indiana ha poca o nessuna libertà di scelta. Per essere veramente accettata deve dare alla luce un figlio maschio. Pensare che una donna abbia il possesso del proprio corpo è un concetto estraneo in India”.
Nonostante il governo indiano abbia emanato leggi che proibiscano ai medici di dichiarare alla future madri il sesso del nascituro in modo da limitare l'infanticidio femminile, la pratica dell'aborto illegale è tutt'ora molto praticata.
Un altro tentativo da parte delle istituzioni indiane per limitare l’infanticidio e l’aborto selettivo è stato quello di creare orfanatrofi per accogliere le bambine rifiutate. Queste strutture dispongono di ceste in vimini dove lasciare le neonate indesiderate.
A Salem, una regione del Tamil Nadu, nel sud dell’India, c’è un orfanatrofio, il Life Line Trust, che permette alle madri di abbandonare in completo anonimato le bambine che poi verranno date in adozione. Tuttavia, alcuni attivisti dei diritti umani fanno notare che l’iniziativa non affronta le cause profonde dell’infanticidio femminile, ma anzi incoraggia ad abbandonare le bambine, permettendo ai genitori di delegare la responsabilità delle loro figlie allo stato.

Il Consiglio d'Europa rifiuta di opporsi all'infanticidio neonatale Non vengono ascoltate 4 ONG che volevano spiegare il destino di molti bambini nati vivi dopo un aborto

Il 1° novembre, quattro ONG – l'International Catholic Child Bureau, l'Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche, la Federazione delle Associazioni delle Famiglie Cattoliche in Europa e il Centro Europeo per il Diritto e la Giustizia (ECLJ) – hanno chiesto di incontrare Nils Muižnieks, Commissario per i Diritti Umani al Consiglio d'Europa, per presentargli un documento che espone il destino dei bambini nati vivi dopo un aborto.

I fatti sono attestati da dati ufficiali e dalle testimonianze delle ostetriche. Uno studio pubblicato sul British Journal of Obstetrics and Gynaecology ha concluso che a 23 settimane di gravidanza il tasso di bambini che sopravvivono all'aborto è del 10%.

L'ECLJ ricorda in un comunicato che questi bambini “sono spesso lasciati morire senza cure, lottando per respirare, a volte per molte ore, o sono uccisi con un'iniezione letale o per soffocamento, e poi buttati via con i rifiuti organici”.

Lasciarli morire in questo modo semplicemente perché non sono desiderati è “disumano”, spiegano le ONG, ed è per questo che volevano incontrare il Commissario per informarlo di queste pratiche e chiedergli di ribadire che tutti gli esseri umani che nascono vivi hanno lo stesso diritto di vivere e dovrebbero beneficiare di cure e assistenza appropriate e necessarie, senza discriminazioni basate sulle circostanze della loro nascita, in conformità ai diritti umani.

Muižnieks ha tuttavia rifiutato di ricevere le ONG, sostenendo che il suo mandato “non copre tali questioni”. Il 15 gennaio, tuttavia, aveva preso pubblicamente posizione contro l'aborto selettivo in base al sesso, chiedendo che venisse proibito come crimine.

La Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia, che celebra i suoi 25 anni, ricorda che “il fanciullo, a causa della sua immaturità fisica ed intellettuale, ha bisogno di particolare protezione e di cure speciali, compresa una adeguata protezione giuridica, sia prima che dopo la nascita”.

Già nel luglio scorso, in seguito a una questione sollevata da un parlamentare, il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, che riunisce i Governi dei 47 Stati membri, non è riuscito a raggiungere un accordo sulle misure per “garantire che i feti che sopravvivono all'aborto non vengano privati delle cure mediche a cui hanno diritto – come persone umane nate vive – in base alla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo”. Alcuni Governi, temendo mettere in discussione gli aborti tardivi, hanno rifiutato di riconoscere pubblicamente che questi neonati abbiano dei diritti.

Il rifiuto del Commissario per i Diritti Umani e l'incapacità del Comitato dei Ministri di affermare che tutti i neonati hanno diritto alla vita e all'assistenza medica è “scioccante”, sostiene l'ECLJ in un comunicato, e “dimostra un tacito consenso all'infanticidio e ai trattamenti disumani”.

L'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, afferma l'ONG, “dovrebbe avere il coraggio di affrontare la questione e di compensare i punti deboli del Commissario e del Comitato dei Ministri”.

A questo scopo, l'ECLJ porterà ufficialmente la questione davanti all'Assemblea Parlamentare in base alle procedure ufficiali di petizione, che permettono a ogni cittadino di richiedere che il Presidente e il Bureau dell'Assemblea Parlamentare inseriscano un argomento in agenda.

Per dare peso a questa richiesta all'Assemblea, l'ECLJ invita chiunque a unirsi a questa petizione aderendo via web.

“Vi chiediamo di unirvi a questa petizione per denunciare e porre fine a queste pratiche disumane” chiede l'ONG.
sources: ALETEIA

Aborto “normale”, balla Internazionale Gli argomenti dell'inchiesta del noto settimanale sono assolutamente fallaci e ideologici


QUI IL TESTO IN ESAME


Tanto fumo e niente arrosto. La copertina dell’ultimo numero del settimanale Internazionale, con quel titolo così forte e chiaro – “Libere di abortire” -, illude e basta. Perché lascia intendere al lettore che potrà trovarvi abbondanti argomentazioni a favore della pratica abortiva; ma poi basta dare un’occhiata all’intervento di Katha Pollitt, il pezzo forte di questo numero della rivista, per capire che quel titolone è del tutto ingiustificato, una volgare trappola per attirare lettori. L’intervento della Pollitt infatti, intellettuale femminista particolarmente impegnata sul tema dei diritti, non solo non presenta nulla di nuovo, ma contiene un singolare repertorio di sciocchezze, una macedonia di balle e provocazioni buona solamente a confermare che la bioetica, nel 2014, è come il calcio: tutti, in un modo o nell’altro, si sentono titolati a parlarne ostentando titoli e competenze.

Vediamo alcune delle perle della Pollitt. Scrive che «finché ha la possibilità di abortire, perfino una donna convinta che l’aborto sia un omicidio compie una scelta quando decide di tenersi il bambino. Può sentirsi in dovere di avere quel figlio: Gesù o i suoi genitori o il suo ragazzo le dicono che deve farlo. Ma in realtà non è obbligata. Sceglie di avere quel bambino» [1]. Le criticità del ragionamento sono due: l’ingenua esaltazione della scelta e la convinzione se una donna anziché abortire tiene il bambino lo faccia solo perché «Gesù o i suoi genitori o il suo ragazzo le dicono che deve farlo». La prima verte sulla considerazione secondo cui ogni obbligo è di per sè malvagio ed ogni scelta in assenza di obbligo è automaticamente buona. Ma allora perché non abolire, per esempio, anche l’obbligo legale di prestare soccorso? Non sarebbe bello che la difesa dell’incolumità individuale fosse lasciata all’amore di un cittadino per l’altro?

In attesa di saperlo, andiamo alla seconda criticità di quanto scrive la Pollitt, la quale associa la continuazione di una gravidanza al fatto che «Gesù o i suoi genitori o il suo ragazzo le dicono che deve farlo», mentre tace completamente sulle influenze che possono spingere la donna ad abortire. Il messaggio è il seguente: ogni mamma, anche se non costretta per legge, è stata in qualche modo indotta a diventare tale, mentre la donna che abortisce grazie all’ordinamento giuridico incarna, lei sola, la massima espressione possibile di libertà. Sembra ignorare, la saggista femminista, l’ampia letteratura dalla quale, per esempio, emerge come se il 44% delle donne esprime dubbi riguardo la decisione di abortire al momento della scoperta della gravidanza, al momento dell’aborto il 30% continui ad averne [2]; oppure come negli Stati Uniti, fra il 2000 ed il 2008, a fronte di un lieve calo del tasso di aborto generale (-0,8%), vi sia stato un deciso aumento del tasso di aborto fra le donne più povere:+ 17,5% [3].

Sia chiaro: l’aborto procurato, comportando in ogni caso la deliberata soppressione di un essere umano innocente, è e rimane pratica gravemente ingiusta, quindi per chiunque abbia a cuore la tutela integrale dell’essere umano non ci possono essere eccezioni al divieto di uccidere; ne consegue che la libertà di scelta, laddove c’è di mezzo la sopravvivenza altrui, non può essere tollerata se non all’interno di una prospettiva di accettazione della supremazia del più forte sul più debole. Tuttavia immaginare – o anche solo lasciare intendere, come fa la Pollitt – che alla base dell’aborto non vi possano essere influenze “esterne” (come le economiche) o “interne” (come pressioni familiari, sanitarie, lavorative, ecc.), ma solo, a differenza di una gravidanza portata a termine a causa di pressioni, un insindacabile esercizio di libertà significa prendere in giro le persone.

No, non c’è solo la «coercizione riproduttiva», di cui apprendono i lettori diInternazionale [4], esiste anche – ed è frequentissima – una «coercizione abortiva», ed il fatto che venga taciuta dimostra come certa gente, arrivando ad associare l’aborto ad una “scelta” ed omettendo di descrivere le pressioni a favore dell’aborto,non abbia a cuore la dignità umana e neppure quella libertà della quale, con tanta disinvoltura, si riempie la bocca. La prova definitiva della disonestà della signora Pollitt emerge però in un suo secondo intervento contenuto nella rivista, ancora più sbalorditivo del primo. Valga, per tutti, questo interrogativo che l’intellettuale pone ai suoi lettori: «Ma cosa c’è di così virtuoso nell’aggiungere un altro bambino a quelli dai quali si è già soprafatte?» [5]. Tradotto: avete già due o tre figli? Care donne, se aspettaste un altro figlio correte ad abortire, o sarebbe definitivamente «soprafatte».

Il peggio però deve ancora arrivare. E sfocia, in tutta la sua assurdità, in quest’affermazione: «L’aborto fa parte dell’essere madre e del prendersi cura dei figli, perché parte del prendersi cura dei figli è sapere quando non è una buona idea metterli al mondo» [6]. Se la Pollitt ha ragione, allora anche l’infanticidio e l’uccisione di minori fanno parte «dell’essere madre e del prendersi cura dei figli» e rappresentano una scelta opportuna se non doverosa allorquando una donna – o una famiglia – purtroppo si trovasse, causa crisi economica o disoccupazione o altro, nelle condizioni di non poter più soddisfare certe aspettative che si era fatta sulla crescita e l’educazione dei figli. Se cioè è l’assenza di certi standard di benessere minimi a giustificare un aborto, perché mai se detti standard vengono meno dopo il parto, un figlio dovrebbe essere lasciato nelle condizioni di soffrire? Siamo chiaramente alla follia. Inoltre – anche sorvolando sull’inaccettabilità di queste ed altre affermazioni rifilate ai poveri lettori del settimanale – non si può non notare l’assordante silenzio sulle conseguenze dell’aborto.

Aborto che viene presentato già in copertina come un evento «comune, perfino normale». Scusate, ma se è normale un evento che per la donna comporta più alta incidenza di tumori al seno [7] di isterectomia post-partum [8] depressione, abuso di sostanze [9] e mortalità materna [10], che cosa non dovrebbe essere considerato normale? Se è normale un delitto come l’eliminazione di un essere umano innocente ed indifeso, quale delitto non dovrebbe essere considerato normale? Se è normale seminare così tanta confusione su un tema delicato come quello della tutela della vita innocente, quale menzogna, da domani, sarà ancora criticabile? Sono solo alcune delle domande che vorremmo porre alla signora Pollitt e a quelli che, più che per l’essere “Libere di abortire”, sembrano battersi per qualcosa perfino di peggiore: l’essere liberi di mentire.


Note: [1] Pollitt K. Parliamo di aborto, «Internazionale» 1078, 21.11.2014;42-43:42; [2] Cfr. Husfeldt C. – Hansen S.K. – Lyngberg A. (1995) Ambivalence among women applying for abortion. «Acta Obstetricia et Gynecologica Scandinavica»; Vol.74(10): 813-817; [3] Cfr.. Jones R.K. – Kavanaugh M.K. (2011) Changes in Abortion Rates Between 2000 and 2008 and Lifetime Incidence of Abortion. «Obstetrics & Gynecology»; Vo.117(6): 1358-1366; [4] Pollitt K. Cambiare prospettiva, «Internazionale» 1078:44-45; [5] Ibidem; [6]Ibidem; [7] Cfr. Bhadoria A.S. – Kapil U. – Sareen N. – Singh P. (2013)Reproductive factors and breast cancer: A case-control study in tertiary care hospital of North India. «Indian Journal of Cancer» Vol.50(4):316-21; [8] Ossola M.W. – Somigliana E. – Mauro M. – Acaia B. – Benaglia L. – Fedele L. (2011) Risk factors for emergency postpartum hysterectomy: the neglected role of previous surgically induced abortions «Acta Obstetricia et Gynecologica Scandinavica»; Vol.90(12):1450-3; [9] Cfr. Bellieni C.V. – Buonocore G. (2013) Abortion and subsequent mental health: Review of the literature.«Psychiatry and Clinical Neurosciences Journal»; Vol.67(5):301-10; [10] Cfr. Reardon D.C. – Coleman P.K. (2012) Short and long term mortality rates associated with first pregnancy outcome: population register based study for Denmark 1980-2004.«Medical Science Monitor»;Vol.18(9):PH71-6.

http://www.aleteia.org/


Normalizzare l’aborto o abortire la normalizzazione?


Su recente numero 1078 de Internazionale del novembre 2014, è stato pubblicato un lungo servizio sotto il titolo “Libere di abortire” ricomprendente due articoli della nota attivista femminista statunitense Katha Pollitt.

La suddetta saggista, in sostanza, tra espressioni tanto semanticamente forti quanto eticamente e filosoficamente deboli come “coercizione riproduttiva”, “pulizia del ventre” e “aborto come autodifesa”, espone tre idee fondamentali: l’aborto è una scelta esclusiva della donna sul proprio corpo; l’aborto è la prova che la donna non è nata per essere madre come pretende la società maschilista e fallocrate odierna; l’aborto è qualcosa di assolutamente normale e non traumatico.
La Pollit, infatti, in primo luogo si duole del fatto che «la parte più privata del corpo di una donna e la decisione più privata che potrebbe dover prendere nella sua vita non sono mai state così pubbliche».
In secondo luogo, si chiede «cosa c’è di così virtuoso nell’aggiungere un altro bambino a quelli dai quali si è già sopraffatte?» e ribadisce che alle donne l’aborto «ha cambiato il loro modo di vedere se stesse: non più madri per destino, ma per scelta […]. Negare alle donne il diritto di interrompere la gravidanza è l’altro modo di punire le donne per il loro comportamento durante la gravidanza, e se non proprio punire, almeno controllare».
In terzo luogo, prescrive che dell’aborto si parli diversamente: «Dobbiamo parlarne, e dobbiamo farlo in modo diverso. Non come qualcosa che tutti giudichiamo negativamente e che ci fa scuotere tristemente la testa […]. Dobbiamo parlare dell’aborto come di un evento comune, perfino normale nella vita riproduttiva delle donne, e non solo delle moderne donne statunitensi, ma delle donne nella storia e in tutto il mondo».
Delle brevi osservazioni di carattere bio-giuridico devono, dunque, essere avanzate data la delicatezza, l’importanza e la complessità del tema.
Sulla prima questione: nonostante sia largamente condivisa l’idea che l’aborto possa riguardare una parte del corpo, la più privata perfino, della donna così non è, per il semplice motivo che da un punto di vista squisitamente scientifico, rectius biologico, e indipendentemente dalla propria visione morale, religiosa o ideologica di riferimento, sia essa pro choice o pro life, il soggetto abortito non è una semplice parte del corpo di una donna, ma semmai un tutto geneticamente autonomo e come tale già individuo. Così si legge, infatti, non già negli opuscoli di pericolosi e liberticidi fondamentalisti religiosi pro life, ma nei manuali scientifici per la formazione medica; così, come esempio tra i tanti, si legge nell’autorevole manuale di embriologia di Keith Moore – T.V.N. Persaud, Lo sviluppo umano prenatale dell’uomo. Embriologia ad orientamento medico, EdiSes, Napoli, 2009: «Lo sviluppo umano comincia in corrispondenza della fecondazione, quando un gamete maschile o spermatozoo si unisce con un gamete femminile o oocito per formare una singola cellula, lo zigote. Questa cellula totipotente altamente specializzata segna l’inizio di ciascuno di noi come un individuo unico» (pag. 15).
Così anche nel manuale di Pasquale Rosati, Embriologia generale dell’uomo, Edi-Ermes, Milano, 2004, in cui si spiega che la fecondazione, cioè la fusione della cellula maschile, spermatozoo, e di quella femminile, oocita, è indispensabile «per dar vita al nuovo individuo» (pag. 5).
L’aborto, dunque, non riguarda una mera parte del corpo della donna, ma la vita di un altro individuo, tale come la scienza assicura, al di là di ogni ulteriore considerazione etica, filosofica, giuridica e religiosa. Ritenere il contrario, cioè condividere la posizione erronea della Pollit, è quindi assolutamente anti-scientifico, sebbene per questo non legittimo, o almeno non più di quanto lo sia l’idea chi oggi volesse continuare a sostenere il sistema tolemaico invece di quello copernicano.
Sulla seconda questione: l’idea che la donna sia tenuta a diventare madre solo come risultato di una imposizione socio-culturale da parte del maschio dominante è ormai, per quanto pur diffusa, del tutto superata, come dimostra il fatto che proprio le posizioni femministe più estreme sono le massime sostenitrici oltre che dell’aborto anche della procreazione medicalmente assistita.
L’idea che una donna non possa procreare e che invece abbia il diritto di farlo è proprio alla base delle modernissime e recentissime legislazioni in tema di PMA, tanto che proprio negli ambienti dell’intellighenzia più progressista si parla di un vero e proprio diritto al figlio che giustificherebbe la legalizzazione della PMA, perfino di quella eterologa o dell’utero in affitto (quest’ultimo talvolta all’un tempo malvisto da certe femministe, come si evince dal volume di Carmel Shalev dal titolo Nascere per contratto, Giuffrè, Milano, 1992), come espresso dal dibattito pubblicato sul recente numero 7/2014 di Micromega.
Tuttavia, spesso accecati dal furore ideologico, non si riflette opportunamente. La coesistenza di due normative come quella sull’aborto e quella sulla PMA all’interno del medesimo ordinamento giuridico comporta delle difficoltà di non poco conto, proprio a partire dalla concezione della donna.
Se nella prima la vita viene subita, nella seconda viene pretesa. Se nella disciplina sull’aborto la vita viene vista come una prevaricazione della libertà della donna, nella normativa sulla PMA essa – la libertà – si compie e si perfeziona soltanto tramite la maternità. Se nella prima viene difeso il diritto alla libertà decisionale della madre svincolata dalla vita, nella seconda la libertà decisionale della madre orbita soltanto intorno alla vita. Se nella prima la volontà della donna incide sulla vita, nella seconda la vita incide sulla volontà della madre. In sostanza la donna che reclama l’aborto, per essere davvero tale non deve e non vuole essere madre; mentre invece la donna che reclama la PMA non può e non vuole essere tale se non come madre.
Questa divaricazione di fondo, nei fini e nei mezzi, si ricompone, tuttavia, considerando l’antropologia di riferimento e la piattaforma filosofica sottostanti ad entrambe le pretese, abortiva e procreativa, cioè l’idea che gli uomini, anzi le donne in questo caso, altro non siano che soltanto “soggetti di desiderio”, per usare la nota formula della filosofa femminista Judith Butler, e che, conseguentemente, il diritto altro non sia che il momento e la tecnica di formalizzazione solenne dei desideri umani, sempre diversi, che si cristallizzano in diritti, sempre nuovi.
L’idea della Pollit rivela quanto distorta sia, insomma, la visione della donna intesa come incarnazione di una volontà assoluta in grado di decidere della vita e della morte del nascituro, e perfino di quali distorsioni e aberrazioni si introducano, sposando l’idea di essere “libere di abortire”, nel mondo del diritto, a cominciare dalla natura e dal ruolo di quest’ultimo.
Sulla terza questione, forse la più filosoficamente interessante, occorre ricordare, nonostante ciò che in contrario reputino la Pollit ed i suoi sostenitori, che l’aborto non è per nulla un evento normale e non traumatico.
Anche qui la scienza è d’aiuto. Nonostante la rivista Internazionale riporti in calce a pag. 46 uno studio pubblicato su Harvard Review of Psychiatry del 2009 secondo cui non vi sarebbero ripercussioni psichiche sulla donna che ha abortito volontariamente, lasciando intendere che non vi sarebbero evidenze scientifiche sulla cosiddetta PAS, cioè Post-Abortion Syndrome, ovvero Sindrome Post-Aborto, sembra che si ignorino tutti gli altri numerosissimi ed autorevoli studi scientifici che invece dimostrano quanto l’aborto sia traumatico per la dimensione psichica della donna che vi incorre, pur volontariamente.
Tra tutti si può ricordare quello a firma di Carlo Bellieni pubblicato nel 2013 su Psychiatry and clinical neurosciences sulle conseguenze psichiche negative dell’aborto volontario o anche lo studio pubblicato nel 2004 sulla prestigiosa ed autorevole rivista Human Reproduction sull’aumentato fattore di rischio di nascite pretermine per quelle donne che hanno già avuto un aborto volontario.
Al di là del dato scientifico, tuttavia, ciò che colpisce è l’idea che l’aborto debba essere necessariamente considerato come un normale evento nell’esistenza della donna; la Pollit, forse, non si rende conto che un tale evento potrebbe anche essere considerato pur normale in riferimento all’esistenza dell’abortente, ma non di certo in riferimento all’esistenza dell’abortito che per l’appunto viene radicalmente negata.
Sembra opportuno, allora, ricordare proprio le parole di un celebre giurista dello spessore di Giuseppe Capograssi che in ordine al desiderio della cultura contemporanea di normalizzare tutto ciò che non lo è così ebbe a scrivere: «Di qui lo scambio così caratteristico che la nostra epoca ha fatto dell’anormale per il normale; l’abolizione anzi dell’anormale come tale; la canonizzazione di tutti gli impulsi e le ossessioni anche le peggiori come cose normali e lecite».


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