DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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3 DICEMBRE 2015



Riscaldamento globale a Seoul




GIOVANI MISSIONARI

Vorrei dire una parola sui missionari. Uomini e donne che hanno lasciato la patria, tutto… Da giovani se ne sono andati là, conducendo una vita di tanto tanto lavoro, alle volte dormendo sulla terra. A un certo momento ho trovato a Bangui una suora, era italiana. Si vedeva che era anziana: “Quanti anni ha?”, ho chiesto. “81” – “Ma, non tanto, due più di me”. - Questa suora era là da quando aveva 23-24 anni: tutta la vita! E come lei, tante. Era con una bambina. E la bambina, in italiano, le diceva: “Nonna”. E la suora mi ha detto: “Ma io, proprio non sono di qua, del Paese vicino, del Congo; ma sono venuta in canoa, con questa bambina”. Così sono i missionari: coraggiosi. “E cosa fa lei, suora?” – “Ma, io sono infermiera e poi ho studiato un po’ qui e sono diventata ostetrica e ho fatto nascere 3.280 bambini”. Così mi ha detto. Tutta una vita per la vita, per la vita degli altri. E come questa suora, ce ne sono tante, tante: tante suore, tanti preti, tanti religiosi che bruciano la vita per annunciare Gesù Cristo. E’ bello, vedere questo. E’ bello.
Io vorrei dire una parola ai giovani. Ma, ce ne sono pochi, perché la natalità è un lusso, sembra, in Europa: natalità zero, natalità 1%. Ma mi rivolgo ai giovani: pensate cosa fate della vostra vita. Pensate a questa suora e a tante come lei, che hanno dato la vita e tante sono morte, là. La missionarietà, non è fare proselitismo: mi diceva questa suora che le donne mussulmane vanno da loro perché sanno che le suore sono infermiere brave che le curano bene, e non fanno la catechesi per convertirle! Rendono testimonianza; poi a chi vuole fanno la catechesi. Ma la testimonianza: questa è la grande missionarietà eroica della Chiesa. Annunciare Gesù Cristo con la propria vita! Io mi rivolgo ai giovani: pensa a cosa vuoi fare tu della tua vita. È il momento di pensare e chiedere al Signore che ti faccia sentire la sua volontà. Ma non escludere, per favore, questa possibilità di diventare missionario, per portare l’amore, l’umanità, la fede in altri Paesi. Non per fare proselitismo: no. Quello lo fanno quanti cercano un’altra cosa. La fede si predica prima con la testimonianza e poi con la parola. Lentamente. (Papa Francesco, Udienza del 2 dicembre 2015).


LO SPIRITO DEL NATALE 

​Se le persone sapessero esattamente cosa significa il Natale, e poi iniziassero a creare nuovi simboli, cerimonie, scherzi, sarebbe una cosa molto bella. Ma ciò non è ancora successo nel mondo dell’uomo moderno. La maggior parte dei cambiamenti proposti al giorno d’oggi vanno esattamente nel senso opposto. Sono modi per mantenere il nome del Natale – e qualche sbiadita figurina natalizia – trasformandolo in qualcosa di completamente differente. Ciò che alcuni vogliono fare è appendere qualche decorazione di agrifoglio e vischio in un immenso, surriscaldato, impersonale hotel americano, dove la gente possa dimenticare ciò che è il Natale, annoiarsi anche solo nel sentirlo nominare, profanare con le proprie raffinatezze, sazietà, disperazioni l’anima sacra e suprema della festività. Sono persone troppo stanche per sentirne lo spirito, per riformularne i simboli o per cambiarne il nome. Non hanno la creatività necessaria per riformarlo e neanche la tenacia per mantenerlo nella tradizione. Lo fanno semplicemente galleggiare, come un iceberg che si scioglie in acque più tiepide, senza sapere perché si staglia rispetto all’ambiente circostante, perché cambia o si conserva intatto. Nessuno di noi vuole vedere il nobile omino di neve del Natale inglese sciogliersi in quell’iceberg di una moda che ha perso ogni significato. Sarebbe meglio che l’omino di neve venisse distrutto da iconoclasti come i Puritani. Sarebbe meglio che coloro che lo amano lo difendano da coloro che non lo amano. E non penso che alla fine questi ultimi saranno la maggioranza. Ma i primi combatterebbero molto meglio se sapessero perché lo amano, anche al costo di recuperare alcune superstizioni dei loro avi. In ogni modo io so perché lo amo; e per quanto riguarda il Natale dei cocktail e del riscaldamento centralizzato so perché non mi piace. So che la realtà non è relatività o progresso o semplice trascorrere delle epoche. Riconosco Babbo Natale quando lo vedo, anche se è in borghese. E non vengo ingannato dal Padrone del Tempo mascherato con agrifoglio e vischio. (Gilbert Keith Chesterton)


GENITORI  

Quello del genitore è un mestiere di cristallo: tanto bello, ma anche tanto delicato, da vivere cercando di essere il più possibile trasparenza di Dio, epperò pur consapevoli che la nostra, per quanto poco, rimarrà sempre una superficie smerigliata, almeno finché vivremo. Tuttavia la Misericordia del Padre, quello vero, è tale per cui anche le nostre incrinature possono essere rivolte a favore di quel destino di bene cui è vocato ogni figlio, e la nostra opacità, agli occhi di chi ci vede inadeguati, serve a mettere in maggior risalto la perfezione della Sua Luce, cosicché i nostri figli smettano il loro sguardo adorante su di noi per rivolgerlo a Colui che solo ne è degno. (Blog di Costanza Miriano)


SANTA LAICITA' PATRONA DELLA FRANCIA

In Francia vige il più rigido laicismo ed è ovviamente vietato cantare a scuola per Natale motivi tradizionali come Il est né le divin enfant o Douce Nuit, sainte nuit. Però, è consigliato «intonare inni, fare canti e opere musicali» ispirati alla «laicità». Il 9 dicembre, infatti, sarà il 110mo anniversario della legge del 1905 sulla separazione tra Chiesa e Stato e bisogna «celebrarlo in modo solenne». Le religioni ovviamente non si devono bandire, si possono anche usare in modo strumentale «facendo una lettura comparata di testi sacri di religioni diverse che veicolino lo stesso messaggio di fraternità e pace». Segno che in Francia la laicità è ormai la vera e propria religione dello Stato, il rettore consiglia alle scuole di comporre «canti e inni» alla laicità, di rappresentarla con «esposizioni e quadri» e di festeggiarla «piantando l’albero della laicità o lanciando dei palloncini». (Tempi)


UN POPOLO (E FAMIGLIE) DI VIDEOGIOCATORI

In Italia i videogiocatori sono circa 29,3 milioni di persone e almeno il 49% sono donne. Il dato è stato diffuso ieri da AESVI (Associazione Editori Sviluppatori Videogiochi Italiani). Il Segretario nazionale di AESVI, Talitha Malagò, ha dichiarato che il settore muove in Italia circa 893 milioni di euro e il rapporto tra  maschi e femmine è abbastanza paritario. Di quei 29 milioni (che nel 2011 era 21) soli 51% sono maschi. Inoltre quasi la metà dei genitori intervistati è disposta giocare con i propri figli. (Wired)
  

OSCAR WILDE CHE FORSE NON CONOSCETE

Il 30 novembre 1900, a Parigi, moriva Oscar Wilde, l'autore de Il ritratto di Dorian Gray. La sua figura è spesso strumentalizzata e incompresa, nella sua profondità e nel suo dramma. Wilde: «Bisogna, sì, ch'io mi dica che da me stesso io mi sono distrutto e che nessuno, piccolo oppure grande, non si può rovinare che con le sue proprie mani. Io sono pronto a dirlo; mi sforzo di confessarlo, quantunque, forse, in questo momento, non lo si creda. Senza alcuna compassione io sostengo contro di me l'implacabile accusa. Per quanto terribile sia stato ciò che il mondo mi ha fatto di male, quel che io feci a me stesso fu più tremendo ancora... Mi divertii a fare l'ozioso, il dandy, l'uomo alla moda. Mi circondai di poveri caratteri e di spiriti miserevoli. Divenni prodigo del mio proprio genio e provai una gioia bizzarra nello sperperare una giovinezza eterna. Stanco di vivere sulle cime, discesi volontariamente in fondo agli abissi per cercarvi delle sensazioni nuove. La perversità fu nell'orbita della passione quel che il paradosso era stato per me nella sfera del pensiero. Infine il desiderio si cangiò in una malattia, o in una follìa, o in entrambe le cose. Divenni noncurante della vita altrui. Colsi il mio bene dove mi piacque e passai oltre. Dimenticai che ogni più piccola azione quotidiana forma o deforma il carattere e che, per conseguenza, ciò che si è compiuto nel segreto della propria intimità si sarà poi costretti a proclamarlo al mondo intero. Così, non fui più padrone di me stesso. Non riuscii più a dominare la mia anima e la ignorai. Permisi al piacere di governarmi e finii coll'essere abbattuto da una sventura orrenda. Adesso non mi rimane più che una cosa: l'assoluta umiltà...». Poi, parlando di Gesù, scrive: «Certo, egli ha il senso della pietà per i poveri, per coloro che sono relegati nelle prigioni, per gli umili, per i miserabili, ma egli ha molta più compassione per i ricchi, per gli edonisti, per coloro che sacrificano la loro libertà e divengono gli schiavi delle cose, per quelli che portano abiti preziosi e abitano in palazzi regali. Le ricchezze e le voluttà a lui sembrano invero delle tragedie più grandi che la penuria e il dolore. Per Natale sono riuscito a procurarmi un Testamento Greco e ogni mattina, dopo aver spazzato la mia cella e forbito i miei utensili, leggo un passo dei Vangeli, una dozzina di versetti presi a caso, non importa dove. È una deliziosa maniera di cominciar la giornata. Ciascuno, anche vivendo una vita turbinosa e disordinata, dovrebbe fare così...» (


LA RADICE
“Il capo dei panettieri vide che aveva dato un’interpretazione favorevole” (Bereshìt 37, 26). Il grande commentatore italiano Rabbì Ovadià Sforno commenta questo verso dicendo: Egli sperava che anche per lui desse un’interpretazione favorevole, perché è risaputo che la realizzazione dei sogni dipende dalla loro interpretazione, come dicono i nostri Maestri, il loro ricordo sia in benedizione, nel Talmud (Berachòt 55b): “…i sogni vanno dietro alla bocca …”. Infatti è scritto più avanti (Bereshìt 40, 22): “Secondo l’interpretazione che Yosèf aveva loro data”. (David Sciunnach, rabbino, moked.it)


Delitti di genitori. Quella ferocia sui propri figli. di Isabella Bossi Fedrigotti

Tratto da Il Corriere della Sera del 7 aprile 2010

Quante volte negli ultimi vent’anni abbiamo dovuto scrivere di neonati buttati via, chiusi quasi sempre in un micidiale sacchetto di plastica, come si fa con l'immondizia, e abbandonati lungo una strada, in un campo, dentro un fosso se non addirittura in un cassonetto della spazzatura, fetida bara dalla quale raramente ce la fanno a uscire vivi. Una strage di bambini che ci ha fatto spesso rimpiangere le ruote di chiese e conventi dove venivano esposti — perché vivessero — i figli indesiderati.

E adesso un altro neonato buttato via, ad Arcene, vicino a Bergamo, nel parcheggio di una discoteca, di giorno — si sa — uno dei luoghi più squallidi che esistano, desolato camposanto per un minuscolo figlio non voluto. Succede a pochi giorni soltanto da quell’altro bambino — di otto mesi, questo, biondo e sorridente nell’ultima foto felice che abbiamo visto su tutti i giornali — ammazzato di botte a Genova, in balìa di un patrigno manesco e di una madre drogata. E indietro, una interminabile, tragica storia di neonati presi a schiaffi, picchiati, scossi, strangolati, buttati, annegati…

Macelleria Italia? Non è così perché succede anche in altri Paesi, in Francia per esempio, dove una donna — non una povera ignorante dalla vita disgraziata, bensì la moglie di un ingegnere con il quale ha viaggiato e vissuto all’estero — è stata condannata a otto anni di prigione per avere ucciso e nascosto nel congelatore di casa tre dei suoi figli appena nati, e gli anni sono soltanto otto, si giustificano i magistrati, perché non è stata provata la premeditazione. Niente di nuovo, probabilmente, perché è sempre successo nei secoli che i neonati indesiderati venissero uccisi e gettati via, altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di dotare ogni chiesa e ogni convento delle salvifiche ruote. E anche le madri che tali non vogliono essere, inadeguate, spaventate a morte, incomprensibilmente selvatiche e violente ci sono sempre state. Di nuovo però oggi, oltre alla possibilità di abortire, c’è quella di partorire anonimamente in ospedale lasciando in adozione il figlio. E comunque ci sono molti modi di abbandonarlo senza necessariamente condannarlo a morte.

Eppure resta, terribile e inspiegabile, quella barbara determinazione ad annientare, fisicamente e a tutti i costi, il frutto del proprio ventre: rifiuto totale della maternità, o, peggio, istinto di animale feroce che qualche volta, senza alcuna ragione apparente, sbrana i propri cuccioli.

Come si fa ad essere dei bravi genitori? Basta chiedere agli amici di forum

28 Ottobre 2009

Se un papà e una mamma, richiedono un aiuto specialistico, perché la figlia di 19 anni non ha ancora avuto storie lunghe, dunque, non ha ancora il fidanzato da presentare a casa; oppure se non si riesce a poter dire ad un figlio che bisogna spendere meno, o che sta sbagliando, oppure se non ci si può opporre ad un desiderio di un figlio senza chiedere una consulenza specifica vuol dire che i genitori sono in difficoltà. Hanno paura di sbagliare, quindi, chi se lo può permettere, va dallo specialista di turno: psicologo, psichiatra, coach e chi più ne ha più ne metta! Per chi non è avvezzo a queste figure, o non può spendere, ci sono i blog. In particolare per le mamme. Si scambiano consigli, cercano sostegno, ascolto, aspettano l’idea giusta da un’altra mamma.

In questi contatti non c’è solo la condivisione che sostituisce la vecchia chiacchiera intorno al tè o in ufficio. Non c’ è solo il bisogno di solidarietà, di cameratismo. In queste ricerche c’è qualcosa di diverso. Non è soltanto una spiegabilissima solitudine materna, che un po’ tutte le donne sperimentano; non è solo la sana condivisione di emozioni, esperienze nuove, di curiosità e di ricerca di comprensione o di compagnia; c’è a mio avviso nella trama profonda di questi comportamenti una grande sfiducia nelle proprie capacità, rispetto al ruolo genitoriale. Anche per i papà, che escono meno allo scoperto. Forse per i ritmi di lavoro o per una minore propensione alla condivisione di argomenti intimi, ma anche loro, magari attraverso le compagne, si informano di cosa fanno o dicono gli altri o si appoggiano alle loro scelte, delegando. Anche loro diffidano di se stessi, delle loro capacità ad essere e a fare i padri.

Sembra che essere genitori non sia più un fatto naturale; una crescita di se stessi insieme ai propri figli. Una ricerca continua di comportamenti, di emozioni e pensieri che si modulano di volta in volta senza neanche accorgersi del passaggio del tempo. Si è tutti protagonisti in un’ evoluzione continua, che si sviluppa nell’ interagire familiare, dove tutti i componenti, sono chiamati anche se non lo vogliono ad essere in relazione.

Serpeggia un forte senso di inadeguatezza, nelle consultazioni con gli specialisti, nei blog, nei colloqui con gli insegnanti. Sembra che la domanda che permea le conversazioni dei genitori, sia sempre la stessa: come si fa a fare i genitori? Ad affrontare i capricci dei più piccoli, le crisi e le richieste dei più grandi, a far si che mangino, che rispettino le regole, che facciano i compiti, che accettino i limiti, che non siano violenti, che abbiano autostima, che insieme all’indicibile e a volte controverso amore per i figli si riesca anche ad essere guida significativa? Queste domande, i genitori di oggi, nella maggioranza dei casi le rivolgono all’esterno e non a se stessi. E’ come se si fosse deciso che sicuramente, altri, all’esterno del nucleo familiare possano avere la risposta giusta. Perché? Mi viene da ipotizzare la paura dell’errore, innanzitutto; ma forse anche un delirio di onnipotenza del tipo: voglio un figlio/ a perfetto, che sappia tutto e abbia tutto, quindi più mi informo, più apprendo, più sarò vicino alla certezza che andrà tutto bene e che sarà perfetto. Ma anche in questo caso non si parte da se stessi e non si guarda al figlio reale. In questo modo, si svaluta sia il genitore che il figlio, si guarda a qualcosa che potrebbe esserci ma non c’è, un’illusione.

Proliferano manuali, libri e corsi sulla genitorialità. Mi domando, ma i ragazzi che ci guardano, come potranno cercare soluzioni e proposte dentro se stessi? Come potranno capire che la conoscenza di se stessi e la consapevolezza di ciò che si prova e si pensa saranno alla base dei loro comportamenti? Come potranno fare scelte che davvero li rappresentino se vedono che mamma e papà anche per dire un no si devono fare forza consultandosi sul comportamento da avere con loro? Che di fronte alla loro frustrazione o al loro dolore preferiscono non vedere o far trovare la soluzione ad un altro? Che deve rassicurare e trovare subito un’ idea che faccia stare bene tutti, pena la ricerca continua del miglior consigliere che coinciderà con chi ha dato la soluzione, a mo’ di ricetta: sicura, precisa, chiara da eseguire e veloce.

Non c’è più la capacità di attendere e sopportare le inevitabili difficoltà, gli immancabili dolori e le struggenti malinconie che la vita nel suo svolgersi propone. Non c’è più la forza che permette di tollerare l’attesa dei passaggi, dei cambiamenti. Si vuole tutto e subito. Quindi sarà tutto fittizio, illusorio e foriero di probabili comportamenti deludenti. Sembra che per essere genitori si debbano fare i compiti, sembrerebbe un lavoro tutto da imparare, ma non dovrebbe essere piuttosto anche un moto dell’anima e del pensiero che sottende ai comportamenti di un padre e di una madre? E non soltanto competenze da acquisire e da tramutare in comportamenti consequenziali? E’ evidente che non voglio dire che non debba esserci condivisione o richiesta di consulenza, lì dove serve; ma sicuramente penso che va ritrovata la misura, il buon senso, e il coraggio di prendersi la responsabilità di educare i propri figli, accettando di sopportare, quando accade, la frustrazione dell’errore.


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