DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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LA REGRESSIONE DEL MEDICO DA IPPOCRATE A GRETA

Mattia Ferraresi


La progressiva trasformazione del medico in scienziato sociale, opportunamente formato nelle facoltà di Medicina sui cambiamenti climatici, la giustizia sociale, la teoria del gender e altro, è il “Pensiero dominante” di questa settimana. Lo spunto è un editoriale di denuncia firmato dal professore di medicina Stanley Goldfarb, che prende nota delle profonde modifiche in atto nei curricula delle medical school americane e si scaglia contro il potere acquisito da discipline che non hanno quasi nulla a che fare con la scienza medica. Già questo spostamento configura un paradosso: i progressisti che insistono sull’importanza cruciale dei cambiamenti climatici solitamente lo fanno in nome della scienza, non di una mera opinione politica, ma nel caso della formazione dei medici lo studio di certe discipline avviene proprio a discapito del rigore scientifico. Per far spazio alle scienze sociali, si toglie spazio ad anatomia e fisiologia. È dunque curioso che siano le associazioni di categoria a promuovere con forza le riforme dei programmi che Goldfarb avversa (peraltro contro l’opinione dell’istituzione per cui lavora, la University of Pennsylvania), mentre allo stesso tempo bastonano la popolazione ignorante che per via di qualche presunto sortilegio populista si fida sempre meno dei medici e degli esperti in generale. Il dibattito in questione riguarda i medici, ma l’idea che illumina è più vasta e riguarda l’intrusione delle scienze sociali, opportunamente piegate su certi temi politicamente sensibili, in qualunque disciplina e ambito della vita pubblica. Si tratta di una tendenza generale, parte del clima in cui viviamo.
  
Stanley Goldfarb è un medico americano e professore alla University of Pennsylvania, dove in passato ha guidato anche il dipartimento che si occupa di stabilire e aggiornare il curriculum della facoltà di Medicina. Goldfarb non è affatto contento del modo in cui le medical school americane stanno ridisegnando i propri corsi di studi, e ha esternato il suo dissenso in un editoriale sul Wall Street Journal in cui denuncia la tendenza – promossa dalle maggiori associazioni del settore – a includere nel percorso di formazione dei medici corsi sui cambiamenti climatici, il controllo delle armi da fuoco, la giustizia sociale. Alcuni esempi del trend: l’American College of Physicians ha preso posizione nel dibattito sulle armi da fuoco chiedendo una riforma restrittiva sul loro possesso. La presidentessa, Ana Maria Lopez, ha detto che “abbiamo urgente bisogno di leggi per tenere lontano le armi da chi commette violenze domestiche” e ha sottolineato che le donne sono particolarmente esposte ai rischi. L’American Medical Association e l’International Federation of Medical Students sostengono l’introduzione di corsi obbligatori nelle facoltà di Medicina sugli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute, e la direttiva è già stata applicata da diverse università, fra cui la University of Minnesota e la University of Illinois. La Mayo Clinic, il più importante centro di ricerca in America, ha da poco avviato una discussione su come integrare il tema nel curriculum degli studenti. 187 università hanno aderito alle linee guida proposte due anni fa dal centro di salute pubblica della Columbia University, che preme per fare dei cambiamenti climatici un pilastro dell’educazione dei medici. Goldfarb conosce queste dinamiche per esperienza diretta: nel suo precedente incarico presso l’università dell’Ivy League è stato duramente criticato da alcuni colleghi per aver resistito a una riforma in senso socio-politico del percorso di studi. Si potrebbe andare avanti con gli esempi, ma quel che importa ai fini del “Pensiero dominante” è che la politicizzazione della formazione di chi cura ha assunto ormai un carattere sistemico, istituzionale. Ippocrate è affiancato da un esercito di scienziati sociali che propugnano giuramenti di altra natura.

“Una nuova ondata di specialisti dell’educazione sta sempre più influenzando la formazione medica. Questi sottolineano una ‘giustizia sociale’ che c’entra soltanto marginalmente con la salute”, scrive Goldfarb, che individua alcune cause di questa china: “Questa impostazione è il risultato di una mentalità progressista che disprezza le gerarchie di ogni tipo e l’elitismo sociale associato in particolare alla professione medica”. Gli esperti di educazione che il professore critica “si concentrano sull’eliminazione delle disparità sanitarie e sull’obiettivo di formare una generazione di medici che sia attrezzata per occuparsi di diversità culturale”, obiettivo che giudica meritorio, ma che “avviene a spese del rigoroso training nella scienza medica”. Questo è il cuore della critica di Goldfarb: per assecondare lo Zeitgeist, i medici americani promuovono una riduzione del rigore scientifico nella formazione dei nuovi professionisti. Gli aspiranti medici sono sempre più esposti alle scienze sociali, e le energie che mettono nello studio di materie che hanno il solo scopo di stare al passo con la temperie culturale sono inevitabilmente sottratte allo studio della scienza medica. Il che configura un paradosso, perché i promotori dell’allargamento dei curricula alla scienza climatica, alla giustizia sociale, alla teoria del gender, all’inclusività culturale e quant’altro non sostengono le loro tesi adducendo motivazioni ideologiche o culturali, ma dicono che la riforma medica va fatta proprio nel nome della scienza. Gli oppositori, come Goldfarb, rispondono però che le pur importanti battaglie che questi promuovono non poggiano su evidenze scientifiche paragonabili a quelle su cui si muove la medicina. Gli studi degli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute umana provano poco, troppo poco per poter essere promossi allo stesso rango dell’anatomia e della fisiologia, e il discorso vale ancora di più per il tema delle armi da fuoco. “Questo metodo si adatta perfettamente – scrive Goldfarb – all’approccio burocratico, gravido di politica, che predilige la forma sulla funzione che domina l’educazione americana a tutti i livelli. Prevalgono oggi teorie dell’apprendimento che non hanno alcuna base sperimentale per stabilire il loro impatto sulla società e sulle professioni”.
  
Per evitare la semplicista riduzione del problema al solito dialogo fra sordi di progressisti e conservatori, è bene chiarire ancora meglio che cosa Goldfarb non pensa e cosa non invoca. Non pensa che i cambiamenti climatici non esistano o che non siano rilevanti per la salute umana; non denigra gli oppositori della diffusione sbrigliata delle armi da fuoco e non sostiene l’inutilità delle scienze sociali. Molto più semplicemente, dice che il medico si occupa della cura dei corpi, e le facoltà di Medicina, per assolvere il loro compito, dovrebbero occuparsi di formare professionisti sempre più competenti e abili nel maneggiare gli strumenti propri della medicina. E l’esigenza è ancora più urgente in un contesto in cui l’America è a corto di specialisti. Si tratta di scegliere le priorità, come hanno osservato anche i rappresentanti della scuola di Medicina della New York University di Long Island, che non ha fatto concessioni alla climatologia in chiave medica: “Con una disponibilità limitata di tempo e molti argomenti di scienza e clinica di base da studiare negli anni formativi della scuola di medicina, i nostri docenti devono scegliere quali sono le materie fondamentali, a discapito di altre”, ha spiegato l’università di New York.
  
Non era difficile prevedere una reazione scomposta di un certo mondo medico di impostazione progressista – cosa che di per sé testimonia la validità della sua critica – e infatti la medical school della University of Pennsylvania si è affrettata a smarcarsi dalla posizione di Goldfarb: “Abbiamo profondamente a cuore l’inclusione e la diversità come fattori fondamentali per un’efficiente erogazione dei servizi sanitari, per la creatività, la scoperta e l’educazione permanente. Ci impegniamo per assicurare una rigorosa e comprensiva formazione medica che includa l’esame delle molte componenti sociali e culturali che influenzano la salute, dalla violenza nelle nostre comunità ai cambiamenti dell’ambiente”. La risposta non fa che alimentare l’equivoco alla base della disputa: non si tratta del posizionamento culturale e politico su alcune questioni ampiamente dibattute nel nostro tempo, ma di decidere se il medico – figura fondamentale nella vita civile, qualunque partito si voti – debba o meno assomigliare sempre di più a uno scienziato sociale.


  
Scritto prima del IV secolo a.C. e attribuito a Ippocrate, padre della professione medica, il famoso giuramento costituisce la base della deontologia professionale dei dottori. Il testo è stato aggiornato e rivisto nel corso dei secoli, e l’ultima versione in Italia risale al 2007. Pubblichiamo qui il testo del giuramento antico.
  
Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per tutti gli dei e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto: di stimare il mio maestro di quest’arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e che considererò i suoi figli come fratelli e insegnerò quest’arte, se essi desiderano apprenderla, senza richiedere compensi né patti scritti; di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio maestro e gli allievi legati da un contratto e vincolati dal giuramento del medico, ma nessun altro.
Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio; mi asterrò dal recar danno e offesa. Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo. Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte.
Non opererò coloro che soffrono del male della pietra, ma mi rivolgerò a coloro che sono esperti di questa attività.
In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi. Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell’esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili.
E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato dagli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro.
Ippocrate
(460 a.C. – 377 a.C. circa)

IL FOGLIO 6 Ottobre 2019

Il Papa agli Universitari: Ciò che la ragione scorge, la fede illumina e manifesta.

IL PAPA ALLA COMUNITÀ DELL'UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL SACRO CUORE

Nel 90° anniversario della fondazione

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 22 maggio 2011 (ZENIT.org).- Riportiamo il testo del discorso che il Papa ha rivolto questo sabato mattina nell'Aula Paolo VI ai dirigenti, ai docenti e agli studenti dell'Università Cattolica del Sacro Cuore in occasione del 90° anniversario di fondazione.


Signori Cardinali,
Magnifico Rettore, illustri Docenti,
distinti rappresentanti del personale,
cari studenti!

Sono molto lieto di avere questo incontro con voi che formate la grande famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sorta novant’anni fa su iniziativa dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, ente fondatore e garante dell’Ateneo, per la felice intuizione di Padre Agostino Gemelli. Ringrazio il Cardinale Tettamanzi e il Prof. Ornaghi, per le calorose parole che mi hanno rivolto a nome di tutti.

Il nostro tempo è tempo di grandi e rapide trasformazioni, che si riflettono anche sulla vita universitaria: la cultura umanistica sembra colpita da un progressivo logoramento, mentre l’accento viene posto sulle discipline dette ‘produttive’, di ambito tecnologico ed economico; si riscontra la tendenza a ridurre l’orizzonte umano al livello di ciò che è misurabile, a eliminare dal sapere sistematico e critico la fondamentale questione del senso. La cultura contemporanea, poi, tende a confinare la religione fuori dagli spazi della razionalità: nella misura in cui le scienze empiriche monopolizzano i territori della ragione, non sembra esserci più spazio per le ragioni del credere, per cui la dimensione religiosa viene relegata nella sfera dell’opinabile e del privato. In questo contesto, le motivazioni e le caratteristiche stesse della istituzione universitaria vengono poste radicalmente in questione.

A novant’anni dalla sua fondazione, l’Università Cattolica del Sacro Cuore si trova a vivere in questo tornante storico, in cui è importante consolidare e incrementare le ragioni per le quali è nata, recando quella connotazione ecclesiale che è evidenziata dall’aggettivo "cattolica"; la Chiesa, infatti, "esperta in umanità", è promotrice di umanesimo autentico. Emerge, in questa prospettiva, la vocazione originaria dell’Università, nata dalla ricerca della verità, di tutta la verità, di tutta la verità del nostro essere. E con la sua obbedienza alla verità e alle esigenze della sua conoscenza essa diventa scuola di humanitas nella quale si coltiva un sapere vitale, si forgiano alte personalità e si trasmettono conoscenze e competenze di valore. La prospettiva cristiana, come quadro del lavoro intellettuale dell'Università, non si contrappone al sapere scientifico e alle conquiste dell’ingegno umano, ma, al contrario, la fede allarga l'orizzonte del nostro pensiero, è via alla verità piena, guida di autentico sviluppo. Senza orientamento alla verità, senza un atteggiamento di ricerca umile e ardita, ogni cultura si sfalda, decade nel relativismo e si perde nell’effimero. Sottratta invece alla morsa di un riduzionismo che la mortifica e la circoscrive può aprirsi ad un’interpretazione veramente illuminata del reale, svolgendo così un autentico servizio alla vita.

Cari amici, fede e cultura sono grandezze indissolubilmente connesse, manifestazione di quel desiderium naturale videndi Deum che è presente in ogni uomo. Quando questo connubio si infrange, l’umanità tende a ripiegarsi e a rinchiudersi nelle sue stesse capacità creative. È necessario, allora, che in Università abiti un’autentica passione per la questione dell'assoluto, la verità stessa, e quindi anche per il sapere teologico, che nel vostro Ateneo è parte integrante del dispositivo curricolare. Unendo in sé l’audacia della ricerca e la pazienza della maturazione, l’orizzonte teologico può e deve valorizzare tutte le risorse della ragione. La questione della Verità e dell'Assoluto - la questione di Dio - non è un’investigazione astratta, avulsa dalla realtà del quotidiano, ma è la domanda cruciale, da cui dipende radicalmente la scoperta del senso del mondo e della vita. Nel Vangelo si fonda una concezione del mondo e dell’uomo che non cessa di sprigionare valenze culturali, umanistiche ed etiche. Il sapere della fede quindi illumina la ricerca dell’uomo, la interpreta umanizzandola, la integra in progetti di bene, strappandola alla tentazione del pensiero calcolatore, che strumentalizza il sapere e fa delle scoperte scientifiche mezzi di potere e di asservimento dell’uomo.

L’orizzonte che anima il lavoro universitario può e deve essere la passione autentica per l’uomo. Solo nel servizio all’uomo la scienza si svolge come vera coltivazione e custodia dell’universo (cfr Gn 2,15). E servire l’uomo è fare la verità nella carità, è amare la vita, rispettarla sempre, a cominciare dalle situazioni in cui essa è più fragile e indifesa. È questo un nostro compito, specialmente nei tempi di crisi: la storia della cultura mostra come la dignità dell’uomo sia stata riconosciuta veramente nella sua integralità alla luce della fede cristiana. L’Università Cattolica è chiamata ad essere luogo in cui prende forma di eccellenza quell’apertura al sapere, quella passione per la verità, quell’interesse per la storia dell’uomo che caratterizzano l’autentica spiritualità cristiana. Porsi infatti, in atteggiamento di chiusura o di distacco di fronte alla prospettiva della fede significa dimenticare che essa è stata lungo la storia, e lo è tuttora, fermento di cultura e luce per l’intelligenza, stimolo a svilupparne tutte le potenzialità positive per il bene autentico dell’uomo. Come afferma il Concilio Vaticano II, la fede è capace di donare luce all’esistenza. Dice il Concilio che la fede: "Tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo, e perciò guida l’intelligenza verso soluzioni pienamente umane" (Gaudium et spes, 11).

L’Università Cattolica è luogo in cui ciò deve avvenire con singolare efficacia, sotto il profilo sia scientifico, sia didattico. Questo peculiare servizio alla Verità è dono di grazia ed espressione qualificante di carità evangelica. L’attestazione della fede e la testimonianza della carità sono inscindibili (cfr 1Gv 3,23). Il nucleo profondo della verità di Dio, infatti, è l’amore con cui Egli si è chinato sull’uomo e, in Cristo, gli ha offerto doni infiniti di grazia. In Gesù noi scopriamo che Dio è amore e che solo nell'amore possiamo conoscerLo: "Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio perché Dio è amore" (1Gv 4,7.8) dice san Giovanni. E sant’Agostino afferma: "Non intratur in veritatem nisi per caritatem" (Contra Faustum, 32). Il vertice della conoscenza di Dio si raggiunge nell'amore; quell’amore che sa andare alla radice, che non si accontenta di occasionali espressioni filantropiche, ma illumina il senso della vita con la Verità di Cristo, che trasforma il cuore dell’uomo e lo strappa agli egoismi che generano miseria e morte. L’uomo ha bisogno di amore, l’uomo ha bisogno di verità, per non disperdere il fragile tesoro della libertà ed essere esposto alla violenza delle passioni e a condizionamenti aperti ed occulti (cfr Giovanni Paolo II, Enc. Centesimus annus, 46). La fede cristiana non fa della carità un sentimento vago e pietoso, ma una forza capace di illuminare i sentieri della vita in ogni sua espressione. Senza questa visione, senza questa dimensione teologale originaria e profonda, la carità si accontenta dell’aiuto occasionale e rinuncia al compito profetico, che le è proprio, di trasformare la vita della persona e le strutture stesse della società. È questo un impegno specifico che la missione in Università vi chiama a realizzare come protagonisti appassionati, convinti che la forza del Vangelo è capace di rinnovare le relazioni umane e penetrare nel cuore della realtà.

Cari giovani universitari della "Cattolica", voi siete la dimostrazione vivente di quel carattere della fede che cambia la vita e salva il mondo, con i problemi e le speranze, con gli interrogativi e le certezze, con le aspirazioni e gli impegni che il desiderio di una vita migliore genera e la preghiera alimenta. Cari rappresentanti del personale tecnico-amministrativo siate fieri dei compiti che vi sono assegnati nel contesto della grande famiglia universitaria a supporto della multiforme attività formativa e professionale. E a voi, cari Docenti, è affidato un ruolo decisivo: mostrare come la fede cristiana sia fermento di cultura e luce per l’intelligenza, stimolo a svilupparne tutte le potenzialità positive, per il bene autentico dell’uomo. Ciò che la ragione scorge, la fede illumina e manifesta. La contemplazione dell’opera di Dio dischiude al sapere l’esigenza dell’investigazione razionale, sistematica e critica; la ricerca di Dio rafforza l’amore per le lettere e per le scienze profane: «Fides ratione adiuvatur et ratio fide perficitur», afferma Ugo di San Vittore (De sacramentis, I, III, 30: PL 176, 232). In questa prospettiva, cuore pulsante e alimento costante della vita universitaria è la Cappella, a cui è unito il Centro Pastorale ove gli Assistenti Spirituali delle diverse sedi sono chiamati a svolgere la loro preziosa missione sacerdotale che è imprescindibile per l’identità dell’Università Cattolica. Come insegna il Beato Giovanni Paolo II, la Cappella "è luogo dello spirito, dove sostano in preghiera e trovano alimento, orientamento e sostegno i credenti in Cristo, che vivono con modalità diverse la vita intensa dell’Università; è palestra di virtù cristiane, dove cresce e si sviluppa la vita battesimale, e si esprime con ardore apostolico; è casa accogliente ed aperta, per tutti coloro che, ascoltando il Maestro interiore, si fanno cercatori di verità e servono l’uomo nella dedizione diuturna a un sapere non pago di orizzonti angusti e pragmatici. Nel contesto della modernità declinante, essa diventa con spiccato accento centro vivo e propulsivo di animazione cristiana della cultura: nel dialogo rispettoso e franco, nella proposta chiara e motivata (cfr 1Pt 3,15), nella testimonianza che interroga e convince" (Discorso ai Cappellani europei, 1 maggio 1998). Così Papa Giovanni Paolo II nel 1998.

Cari amici, auspico che l’Università Cattolica del Sacro Cuore, in sintonia di intenti con l’Istituto Toniolo, prosegua con rinnovata fiducia il suo cammino, mostrando efficacemente che la luce del Vangelo è sorgente di vera cultura capace di sprigionare energie di un umanesimo nuovo, integrale, trascendente. Vi affido a Maria Sedes Sapientiae e con affetto vi imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana



Sex and University Il divieto a Yale di sedurre i prof. è antiletterario e non rispetta i classici del rimorchio

Vietato innamorarsi del professore, a Yale, vietato sedurre le studentesse, anche di altri corsi, anche già laureate. “Sesso, sesso! Si respirava ovunque, insieme all’azoto e all’ossigeno! Tutto il campus era sempre pronto, inumidito e lubrificato! Si ingozzava di sesso! In un arrapamento continuo!”. Tom Wolfe, in “Io sono Charlotte Simmons” (con cui ha vinto il premio per la peggiore scena di sesso dell’anno) descrive così la vita quotidiana alla prestigiosa e immaginaria Dupont University: probabilmente anche a Yale funziona così, e il divieto di incontri amorosi fra membri non dello stesso gruppo (studenti, laureati, professori, bidelli) è utile a evitare imbarazzanti disastri, ma del tutto antiletterario. Il professore di Philip Roth nell’Animale morente è abituato ad andare a letto con ogni studentessa che incontra, l’insegnante di Linguistica (però prepensionato) ne “Il prof. è sordo” di David Lodge viene sedotto da una studentessa folle che sta facendo una ricerca sui biglietti lasciati dai suicidi.

E “Vergogna” di J. M. Coetzee (premio Nobel per la Letteratura) racconta di un professore cinquantenne, divorziato, insegnante di Scienze della comunicazione, che una sera invita a casa sua un’allieva: lei poi lo denuncia per molestie, lui viene licenziato ma non si pente, si vergogna soltanto di stare diventando vecchio. In nome della parità, va detto che anche alle professoresse dei romanzi piacciono gli allievi: nella “Donna dello scandalo” di Zoë Heller, da cui il film con Cate Blanchett, un’insegnante non felicemente sposata si innamora del ragazzino (non a Yale ma alle superiori, quindi la faccenda è più grave) e la collega gelosa e segretamente lesbica (Judi Dench, cattivissima) spiffera tutto e le distrugge la vita.

Ci si iscrive all’università anche per farsi sedurre da un professore preferibilmente sposato (in modo da rispettare i classici), si diventa insegnanti anche con la speranza di esercitare un irresistibile fascino sulle studentesse e rifarsi dei rifiuti subiti da ragazzi. In “Parigi”, film di Cédric Klapisch, il professore di Storia si innamora di una bella allieva del suo corso e le manda messaggi anonimi dal cellulare, fingendosi pateticamente giovane: “Sono in facoltà con te, mi fai sbroccare”; lei risponde: “Chi cazzo sei?”, poi si lascia baciare e tutto il resto, pretende bei voti, gli riaccende per qualche attimo la vita, ballano insieme vecchi dischi e infine, come è giusto, la ragazza lo molla per un altro. Per Harrison Ford, professore abituato a trasformarsi in Indiana Jones, le studentesse dei primi banchi si scrivevano sulle palpebre “I love you” e sbattevano molto gli occhi, speranzose. Adesso che è supervietato, ci sarà ancora più gusto.

di Annalena Benini

Università, meno di uno su tre si laurea in tempo

Milano - La laurea triennale? Si prende in 4,7 anni. È quanto emerge dal Decimo rapporto sullo stato del sistema universitario italiano presentato oggi che segnala pure come il numero di laureati, per la prima volta dopo tre anni, scende sotto la soglia dei 300 mila: sono, infatti, 293.084 coloro che nel 2008 hanno conseguito il titolo di studio triennale, la laurea specialistica o un titolo del vecchio ordinamento (7.051 in meno rispetto al precedente anno). Considerando i corsi di laurea di primo livello, dal confronto tra gli anni 2005, 2006, 2007 e 2008, l’indagine evidenzia la flessione sia della proporzione di laureati in corso (dal 35,6% nel 2005, al 30,3% nel 2006, al 29,9% nel 2007 fino al 26,8 nel 2008) sia di quelli che hanno conseguito il titolo un anno oltre la durata normale del corso (10,4% in meno rispetto al 2005). Nelle professioni sanitarie, però, la situazione migliora. La percentuale di laureati regolari nei corsi di laurea delle professioni sanitarie, ad accesso programmato a livello nazionale, è, infatti, decisamente superiore alla media degli altri corsi di primo livello: il 54,2% del totale dei laureati in tali corsi ottiene il titolo nei tempi previsti (con il 13,9% di "precoci").

369 corsi con meno di 10 immatricolati Oltre 5.800 corsi di studio tra primo e secondo livello, 369 con meno di 10 immatricolati. È la fotografia che emerge dal Decimo rapporto sullo stato del sistema universitario. Complessivamente i corsi di studio sono passati da 3.234 del 2001-02 a 5.835 del 2007-08, soprattutto per effetto dell’attivazione dei corsi di laurea magistrale e la proliferazione delle sedi decentrate (246 nel 2007-08). Per le lauree triennali il 10,7% dei corsi di studio (369) hanno meno di 10 immatricolati e 17,7 % dei corsi hanno un numero di immatricolati non superiori a 15 studenti. Ciò significa - si rileva nel Rapporto - che i corsi di studio sono molto frammentati e di conseguenza sono molto aumentati anche gli insegnamenti attivati (ma in proporzione meno del numero dei corsi): erano 116mila nell’anno accademico 2001-02, sono pari a 171 mila nel 2007-08. In pratica, considerata la totalità della popolazione studentesca iscritta, esiste un corso attivo per ogni decina di studenti «virtuali». Il Cnvsu, che ha redatto il rapporto, osserva tuttavia che la la programmazione dei corsi di studio è molto diversa tra facoltà e facoltà e di conseguenza tra atenei. Non solo. Molti atenei - segnala - hanno già risposto positivamente alle recenti richieste ministeriali di razionalizzare l’offerta formativa, riducendo sia il numero dei corsi di studio sia degli insegnamenti, sia chiudendo alcune sedi decentrate, per cui la situazione sta migliorando.

Il Giornale