DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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I MORTI DI TRIESTE E LA MORTE DELLA PIETA'. LE SOLE PAROLE CRISTIANE E VERE

Marina Corradi

Nel freddo di un obitorio a Trieste ci sono due giovani morti. Uno, l’agente scelto Pierluigi Rotta, era di Pozzuoli, poliziotto figlio di un poliziotto. L’altro, l’agente semplice Matteo De Menego, veniva da Velletri. Entrambi innamorati del loro lavoro, entrambi fidanzati. Sono stati uccisi in un’assurda sciagura, per mano di un malato di mente, in Questura. Avevano poco più di trent’anni, la vita davanti. Pensando ai loro corpi ora esanimi verrebbe da fare silenzio. Silenzio per dolore, e per rispetto. Invece parole tumultuose si abbattono su social e mass media a pochissime ore dall’omicidio. «Che i due bastardi assassini dei poliziotti di Trieste marciscano in galera per il resto dei loro giorni: sia fatta giustizia, senza attenuanti e senza sconti»: Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia. Poco dopo, Matteo Salvini: «L’infame assassino dei due poliziotti della Questura di Trieste (anche se molti giornali e telegiornali non lo dicono) è uno "straniero con disagio psichico". Che a nessuno venga in mente che questa sia un’attenuante! Per gli assassini, nessuna pietà».
Parole che rotolano nelle case degli italiani, sulle tavole a cui si cena, parole che soffiano su una rabbia percepibile che si va allargando. "Bastardi", "Marciscano in galera", e: "È uno straniero". Un folle, emerge dopo poco da Trieste. Un incapace di intendere e di volere. Ma "Per gli assassini, nessuna pietà", gridano, per contentare e aizzare un po’ o un tanto di elettorato. Poi c’è uno chef – gli chef sono oggi considerati maestri di pensiero – che si leva a dire sui social che i nostri poliziotti «sono impreparati». Il fratello di un agente morto replica: stai in guardia, o fai una brutta fine. Il fratello, almeno, può essere sconvolto, e infatti poche ore dopo si scusa. Ma il torrente di parole incanaglite intanto si ingrossa, riempie di chiasso il sabato, seppellisce quel po’ di silenzio, di pietà che ci vorrebbe, davanti a quei due morti. Il fragore degli spari nella Questura triestina ha però un antefatto. La notte innanzi qualcuno non dormiva, in una casa di immigrati dominicani.
Augusto Meran, 29 anni, malato psichico in cura presso la Asl, si agitava nel letto, strepitava. La madre cercava di calmarlo. Augusto sentiva le voci. «Ma non vedi, mamma, che sono venuti a prendermi, che vogliono uccidermi?». La madre, impotente, si assopisce. Alle 7 Augusto è scomparso. Lei corre in ospedale, chiede aiuto. Suona il cellulare, è l’altro figlio: «Mamma, Augusto ha combinato un guaio». Ha rapinato un motorino per strada. L’arresto, poi repentino quello scatto: un’arma, vera, in mano, il dito che preme sul grilletto, ciecamente, senza una ragione. La morte assurda di due ragazzi che sognavano di sposarsi. I loro genitori a casa, che ancora non sanno.
Sarebbe solo il luogo di un attonito silenzio, quel pavimento macchiato di sangue. Ma già comincia la raffica dei 'bastardi', 'stranieri'. (D’altronde, così si fa per invadere Facebook, perché le agenzie ti riprendano. Più sbraiti e più moltiplicano la tua voce). In questo valzer di maledizioni, tuttavia, meraviglia grandemente una breve intervista della mamma dell’assassino a un tg. Una donna provata dalla fatica, arrivata in Italia dalla Germania, la faccia precocemente invecchiata simile a quella di tante colf che lavorano nelle nostre case. In più, il tormento di quel figlio. Cosa direbbe ai genitori delle vittime, domanda la giornalista. La donna, smarrita: «Che posso dire? Che può dire una persona a un padre che perde un figlio? Non c’è parola, non c’è nulla che possa confortare di un dolore così. Mi dispiace per quello che mio figlio ha fatto, è un malato mentale».
La madre reprime le lacrime, lacrime vere sulla faccia esausta. Una pausa: «Noi siamo cristiani, noi abbiamo paura di Dio. Io non so come chiedere perdono a quei genitori». E tu che ascolti hai un sussulto: («Che posso dire, non ci sono parole, non so come chiedere perdono»). Lo straniero 'bastardo' è un folle lasciato a se stesso, e sua madre è una donna che piange, e comprende il dolore di quei padri, di quelle madri sconosciute. 'Che marcisca in galera!' 'Nessuna pietà!', gridano fuori, per conquistare il favore del popolo italiano. Ma a parlare cristiano è un’immigrata dominicana venuta qui con i figli per lavorare e sopravvivere. Uno, molto malato, sciaguratamente ha ucciso. Eppure le parole di una madre disgraziata risuonano, nel fragore delle maledizioni, quelle più pietose, e vere.

Quando un telefono ci separa dal mondo. La foto del velista che scrive messaggi e non vede lo spettacolo di una balena Come la tecnologia ci sta cambiando

di Danilo Mainardi
Corsera 8 febbraio 2014

La chat che impegna così intensamente
lo skipper chino
sul suo smartphone pare proprio
gli abbia «silenziato» il
cervello. E, sia chiaro, non c’è
alcun biasimo o critica in questo
— non mi permetterei —
ma semplicemente una constatazione
scientifica che nasce da
esperimenti noti che aiutano a
spiegare quanto è accaduto.
Ma andiamo con ordine.
Siamo in California. Una barca
a vela, a poche miglia da Redondo
beach, sta solcando le
acque. A bordo uno skipper seduto
a prua, gli occhi sullo
schermo dello smartphone tra
le sue mani. Nulla di strano,
una normale postura e una
normale attività che ormai ci
appartiene e che ci troviamo ad
assumere ovunque siamo e
ovunque — a volte pericolosamente
— andiamo.
Siamo però lungo le coste
californiane, importante rotta
di migrazione di grandi cetacei,
di diverse specie di balene,
che si muovono stagionalmente
da nord a sud a scopo riproduttivo
e alimentare. C’è un turismo
che è fiorito intorno a
questo, perché moltissime persone
si recano in quelle acque
per avvistare quegli straordinari
mammiferi marini. Ed eccone
uno affiorare, lì, a fianco di
quella barca.
L’enorme groppone grigio di
una balena si staglia sulla fiancata
bianca della barca. E possiamo
immaginare — e ci pare
quasi di sentire — il frastuono
sordo delle masse d’acqua, i
gorgoglii, i soffi, gli sbattimenti
di quel grande corpo.
Lo skipper è lì immobile.
Non vede nulla, non sente nulla,
non si accorge di nulla. Il fotografo
Eric Smith immortala
la scena e la passa ai social
network. E tutto il mondo
guarda, commenta, sorride, si
scandalizza, mi piace, non mi
piace….
Eppure è un fenomeno che
accade al cervello. Anche al nostro
cervello, di 1.500 grammi,
fatto di milioni di cellule nervose,
densamente impacchettate
e di fittissime connessioni
neuronali. Si chiama tecnicamente
«filtrazione degli stimoli
» ovvero la soppressione di
percettività di certi stimoli per
concentrare tutta l’attenzione a
favore di altri.
Un esempio di una sperimentazione
condotta sul gatto
ci aiuta a capire. Un gatto posto
davanti ad un metronomo sente
il regolare ticchettio dell’apparecchio
come rileva il tracciato
di un elettrodo che gli è
stato applicato dietro l’orecchio.
Se si mostra all’animale
un topolino, il ticchettio non è
più percepito, il tracciato diviene
piatto. Lo stimolo evocato
da un possibile boccone ha «silenziato
» ogni altro stimolo,
catturando totalmente ed
esclusivamente l’attenzione del
gatto.
Può darsi che per quello
skipper la presenza di una balena
a fianco della sua barca sia
un fatto accaduto molte volte.
Ma non credo, e comunque è
uno spettacolo troppo grandioso
l’emersione di un mammifero
marino, lì a pochi metri.
Era irrinunciabile quella chat e
il suo cervello ha «filtrato»
ogni altro stimolo.
Del resto, se penso a quante
persone mi capita di vedere in
giro per Venezia — dove vivo —
chine sui loro smartphone
mentre il vaporetto sfila in canal
grande davanti allo splendore
dei palazzi sull’acqua…




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Gli dèi del vudu, il castigo ai peccatori e gli aiuti dall’estero. Non c’è la divinità del terremoto, ma questo è il sisma più terribile

Nel vudu, il culto sincretico che è la
grande icona di Haiti nella cultura di
massa, c’è Mambo, la Loa che porta le tempeste.
Ci sono Azaka-Tonnerre, Diable
Tonnerre e Sobo: ben tre Loa del Tuono.
C’è Clermeil, il Loa delle inondazioni. E
c’è soprattutto Ogoun, dio fabbro del fuoco
terrestre e del ferro, come il vulcano classico,
anche lui è associato al tuono e presiede
alla guerra e alla politica. Due attività
che nella turbolenta storia haitiana
sono state quasi sempre collegate. Non c’è
però un dio dei terremoti. Segno inequivocabile
che a Haiti e nei Caraibi in genere
i terremoti stessi sono sempre stati considerati
un problema minore, rispetto alla
tremenda frequenza degli uragani, nome
anch’esso che deriva da una divinità caraibica,
dei tempi precolombiani. Molto
frequenti anche le inondazioni, in un’isola
crudelmente deforestata. Quanto ai vulcani,
nella memoria collettiva caraibica
c’è il ricordo della Pelée, il vulcano della
Martinica la cui eruzione nel 1902 uccise
ventimila persone, trasformando la città di
Saint-Pierre nella “Pompei americana”.
Questo non vuol dire che la terra ogni
tanto non tremi. Ma, da quando Cristoforo
Colombo è arrivato nelle Bahamas, è questo
il più micidiale terremoto che si ricordi
in tutta la storia dei Caraibi. Le decine
di migliaia di morti di cui si parla in queste
ore vanno raffrontate alle cinquemila
vittime che fece il sisma delle Leeward
Islands nel 1843: quello che finora era stato
il più cruento della regione. E quanto al
più famoso, quello che in Giamaica nel
1692 sprofondò in mare la “capitale dei pirati”
Port Royal, non oltrepassò le duemila
vittime. Fu però quel sisma a sradicare
la pirateria caraibica che fino a quel momento
aveva imperversato senza che nessuno
riuscisse ad arginarla. La mentalità
dell’epoca vi lesse una punizione divina
verso i predoni. Sulla rete in questo momento
non mancano di circolare tesi del
genere, con vari internauti americani che
parlano di “castigo di Dio sui pagani” proprio
per la diffusione del vudu a Haiti.
Il terremoto arriva in un momento geopolitico
particolare, con tre paesi che stanno
rivaleggiando per la leadership dell’emisfero:
gli Stati Uniti di Barack Obama,
che stanno prudentemente tornando a
guardare il “cortile di casa” dopo essersi
dedicati ai problemi mediorientali; il Venezuela
di Hugo Chávez, la cui sfida a Washington
è ormai da tempo dichiarata; e il
Brasile di Lula, che dice di voler fare da
cerniera andando d’accordo con gli uni e
con gli altri a un tempo, ma che in pratica
sta facendo concorrenza a entrambi.
La poverissima Haiti, con gli indici economici
e di sviluppo umano peggiori di
tutto l’emisfero occidentale e con i due
quinti del bilancio pubblico rappresentato
da aiuti allo sviluppo, stava in questo
momento cercando di attingere da tutti e
tre. Gli Stati Uniti restano il principale
partner, ma dalla visita fatta a Haiti nel
marzo 2007 anche Chávez ha sviluppato
un imponente programma di aiuti: almeno
un miliardo di dollari nei settori di
energia, sanità e infrastrutture. Nel pacchetto
erano comprese quattro centrali
elettriche da costruire a Port-au-Prince,
Cap-Haïtien e Gonaïves; una raffineria da
diecimila barili al giorno; una fornitura
da altri quattordicimila barili di petrolio
al giorno, ai prezzi favorevoli riservati ai
soci dell’Alba sebbene Haiti non ne faccia
parte. D’altra parte è il Brasile è presente
in loco: attraverso il comando, affidato al
generale Luiz Carlos da Costa, e il principale
contingente, 1.266 uomini su 9.065,
della Minustah, la missione dell’Onu per
la stabilizzazione di Haiti, inviata dopo la
guerra civile che nel 2004 costrinse all’esilio
il presidente Aristide. Stati Uniti, Venezuela
e Brasile sono in prima linea per
gli aiuti. Il Brasile ha subito ordinato ai
propri Caschi blu di mobilitarsi alla ricerca
dei sopravvissuti. Chávez ha inviato
un primo gruppo di 50 specialisti nel recupero
di vittime di calamità.
Gli Stati Uniti a loro volta invieranno
due di queste squadre, una dalla California
e una dalla Virginia, in attesa di una
possibile mobilitazione dell’intero Comando
sud. Emergenze di questo tipo
erano la motivazione ufficiale per cui è
stata di recente ricostituita la Quarta flotta
dei Caraibi: accusata da Chávez di essere
l’apripista a un “ritorno imperiale”
nella regione. Nella partita è anche Bill
Clinton, inviato speciale delle Nazioni
Unite a Haiti.
Il guaio, però, è che in un primo momento
il presidente brasiliano Lula è apparso
più preoccupato di salvare gli stessi
soldati brasiliani, che non di mandarli a
salvare gli haitiani. Almeno undici di loro
sono morti, la sede dell’Onu e la maggior
parte delle installazioni del contingente
sono andate in briciole, e al momento in
cui scriviamo risulta disperso il generale
da Costa, oltre al suo superiore civile, il tunisino
Heddi Annaba. Quanto a Chávez, in
questo momento la situazione è tremenda
anche a casa sua, con l’annuncio di un severo
razionamento dell’energia e i militari
mandati demagogicamente in strada a
cercare di fermare la penuria chiudendo
i negozi degli “speculatori”. Restano gli
Stati Uniti, pronti a mandare una nave
ospedale, mentre c’è già chi chiede alle
banche salvate dallo stato di usare quei
soldi per fare un bailout di Haiti.

Il Foglio 14 gennaio 2010

L'Arcivescovo di Port-au-Prince muore nel terremoto I missionari ad Haiti si mobilitano

ROMA, mercoledì, 13 gennaio 2010 (ZENIT.org).- L'Arcivescovo di Port-au-Prince, monsignor Joseph Serge-Miot, è morto nel violento terremoto che ha devastato questo martedì la capitale di Haiti. Il suo corpo è stato rinvenuto tra le macerie dell'Arcivescovado, secondo quanto hanno confermato a Roma fonti missionarie.

Il vicario generale dell'Arcidiocesi, monsignor Benoît Seguiranno, al momento della chiusura di questa edizione risultava disperso, ha aggiunto l'agenzia Missionary International Service News Agency (MISNA) citando i missionari della Società di San Giacomo, presenti ad Haiti da 40 anni.

Monsignor Serge-Miot, 63 anni, era Arcivescovo da due ed era stato coadiutore dell'Arcidiocesi per più di dieci. Era stato consacrato Vescovo nel 1997 da monsignor Christophe Pierre, allora Nunzio Apostolico ad Haiti e attualmente rappresentante papale in Messico.

“Siamo a terra”, ha spiegato in un messaggio di posta elettronica padre Andre Siohan, dei missionari di San Giacomo, a MISNA.

“Sono stato in centro città stamani per visitare le comunità religiose amiche: la zona è totalmente devastata e ci sono migliaia di vittime. E' terribile. Tutti noi stiamo bene, ma siamo senza notizie di alcuni nostri seminaristi. Qualcuno è ferito, forse qualcuno è morto. Pregate per noi”, scrive ancora il missionario, che riesce a comunicare soltanto grazie a un sistema satellitare.

Per telefono, ha continuato il racconto a MISNA un confratello di Siohan, padre Pierre Le Beller, tornato in Francia dopo circa trent'anni di lavoro a Haiti.

“Sotto le tende allestite nel giardino della nostra casa danneggiata dal terremoto si trovano in questo momento i nostri confratelli, alcuni seminaristi, amici e vicini del quartiere di Pacot. Temiamo un numero altissimo di feriti: la vera emergenza sarà quella di curarli”, ha detto Le Beller, sottolineando che già in tempi normali i servizi ospedalieri sono carenti. Haiti è il Paese più povero della zona caraibica.

“I racconti sono raccapriccianti, si sentono le urla e i pianti di gente ferita, ci chiediamo quanti sono intrappolati sotto le macerie. Ci dicono che la cattedrale è crollata, così come il Palazzo nazionale e quello dell'ONU, un edificio a cinque piani, sulla strada che porta verso il quartiere residenziale di Petionville”.

Per padre Le Beller è molto difficile andare avanti nel riferire le notizie, soprattutto quelle della distruzione del Centro Caritas nel quartiere centrale di Saint Antoine, una struttura di aiuto, accoglienza e reinserimento dei ragazzi di strada che lui stesso aveva creato e al quale aveva dedicato anima e corpo. Per fortuna, per ora, sembra che tutti i giovani del centro siano vivi.

Haiti, l’isola che non c’è più, dove la catastrofe naturale è crollata su un disastro in sonno

Port-au-Prince era già un disastro in sonno, un semicerchio di quartieri densi che si ammonticchiano fra il mare dei Caraibi e le colline dietro e in alto, dove soltanto le case meno povere hanno finalmente un po’ d’aria. Era un milione e mezzo di abitanti: e una parte di loro vivacchiava nella grande baraccopoli in lamierino divisa in distretti con tanto di nomi ma in verità senza interruzioni, con viuzze così strette da permettere il passaggio soltanto uno alla volta. Alle cinque di pomeriggio di due giorni fa sopra questa catastrofe umana è crollata la catastrofe naturale. Quattro scosse del grado 7,3 della scala Richter hanno raso al suolo gran parte di Port-au-Prince e hanno ucciso “decine di migliaia di persone”, dice il presidente di Haiti, René Préval. Quattro botte perfette e ravvicinate, trenta secondi in tutto ma ad appena dieci chilometri di profondità, quasi in verticale attorno alla zona sud della capitale, senza distinzione tra ricchi e poveri. “Che tanto è una distinzione che qui non ha senso – dice Suor Marcella, missionaria da quattro anni al Wharf Jeremy, una delle zone più disgraziate della città, il Molo da dove partono le barche verso l’isola di Jeremy – Quando ho portato i miei amici italiani nel quartiere bene su in alto, dove ci sono anche i consolati, credevano di essere già arrivati alla mia bidonville”.

Suor Marcella lavorava in un ambulatorio pediatrico in affitto, con l’aiuto di un piccolo furgone Kia in cui si era riusciti a ricavare venti posti. Tutto crollato. Ha notizie sparse degli altri volontari. Dice che su, dove c’era il vecchio albergo di Pétionville Ville, dove gli aiuti stranieri dormono quando arrivano in città, hanno tirato fuori dalle macerie un americano morto e ne stanno cercando altri cinque.
Che il presidente stesso fosse riuscito a scampare al terremoto lo ha dovuto annunciare il suo ambasciatore dal Messico, il primo a ritrovare il contatto certo con lui da fuori, dopo la violenza delle scosse di ieri che ha ammutolito tutto, radio, televisioni, telefoni e ha lasciato aperte solo comunicazioni sporadiche via Internet. Préval ha fatto il conto incredulo della devastazione: “Il Parlamento è crollato. L’ufficio delle tasse è crollato. Le scuole sono crollate. Gli ospedali sono crollati. Il paese è distrutto”. Anche il suo palazzo presidenziale, un Campidoglio color latte in una zona ariosa della città, è crollato uccidendo gli occupanti, ma lui, e la sua famiglia, per caso erano fuori.

Anche i ministeri dell’Interno e della Sanità, l’ambasciata di Francia, il comando della missione dei Caschi blu delle Nazioni Unite – a cui tutti hanno pensato di chiedere soccorso, prima di scoprire che era stato colpito duramente e che fra i morti c’è anche il comandante della missione – gli alberghi non esistono più. Cinquanta francesi mancano all’appello, e anche una ventina di militari dell’Onu. La cattedrale gotica di Notre Dame di Port-au-Prince è venuta giù, e sotto le macerie è morto l’arcivescovo, monsignor Serge Miot. L’arcivescovado, le grandi chiese e i seminari sono stati tutti distrutti, dicono i missionari cattolici, abituati a tutto ma non a questo.
Il premier di Haiti, Jean-Max Bellerive, dice alla Cnn che il terremoto potrebbe aver causato non decine, ma un centinaio di migliaia di morti. Dopo le scosse, raccontano i testimoni, sulla linea della costa, prima affollata di casupole e ora ingombra di macerie, sono arrivate anche le ondate di acqua smosse dal terremoto, “a fare galleggiare i cadaveri e a portarseli via”. Il centro d’allerta americano per gli tsunami ha dato l’allarme a Cuba – dove trentamila persone sono state evacuate dalla parte meridionale dell’isola – alla Repubblica Dominicana e alle Bahamas, ma poi l’allarme è rientrato.

Il lavoro di salvataggio e di recupero è cominciato, ma tutti i soccorritori già sul campo mandano lo stesso messaggio: il paese più povero del continente americano è a pezzi, non riuscirà a curarsi da solo. L’America, che per prima ha mandato un volo di ricognizione militare sull’isola per sapere che cosa è successo, ha mobilitato “tutte le risorse, perché l’aiuto nelle prime 72 ore sarà fondamentale”; l’Unione europea ha stanziato tre milioni di euro per il soccorso più urgente, a cui si stanno aggiungendo quelli in arrivo dai singoli paesi.

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Torino, mostra shock: la Madonna è un trans Vandali sfregiano dipinto

Torino - Nuove polemiche, a Torino, intorno alla mostra "Generi di prima necessita", organizzata dal circolo Maurice e patrocinata dalla Regione Piemonte. L’immagine raffigurante un transessuale nei panni della Madonna mentre allatta un bambino, e intitolata "Immacolata concezione", è stata imbrattata con svastiche e croci celtiche. "Il gesto si spiega perfettamente - scrivono i comitati provinciali Arcigay in una lettera agli assessori alle Pari opportunità di Regione Piemonte e Comune di Torino - con il clima di pesante violenza, non solo verbale, che opprime in questi giorni il nostro Paese". Un atto "vigliacco e inutile", secondo il curatore della mostra, Christian Ballarin, che riconduce il gesto al clima "di odio e intolleranza" verso i transessuali. "Noi la consideriamo un’emergenza civile - aggiunge - una tragedia che avviene nel silenzio generale". Nelle scorse settimane a criticare l’immagine era stato il consigliere comunale del Pdl Roberto Ravello, che ne aveva chiesto la rimozione "perchè offende - aveva detto - il buon gusto di chiunque, non soltanto dei cattolici".

Il Giornale

L’Algeria scopre le persecuzioni


Il quoti­diano algerino francofono «Liberté» ha simboleggia­to con questa vignetta, che raffigura una croce insanguinata nel buio, la difficile situazione dei cristiani nel Paese (Epa)


DI DANIELE
Z APPALÀ

L
a vignetta è spoglia e fredda. Discu­tibile e al contempo diretta come un pugno nello stomaco. È con una cro­ce insanguinata nel buio che il quotidiano algerino francofono Liberté ha appena sim­boleggiato la situazione dei cristiani nel Paese, dopo una nuova intimidazione giunta sabato scorso: nell’importante ca­poluogo di Tizi Ouzou, circa 100 chilome­tri ad Est di Algeri, l’associazione prote­stante «Tafat» non ha potuto celebrare la sua liturgia settimanale.
Secondo quanto ha raccontato il pastore della comunità, una cinquantina di uomi­ni ha fatto irruzione nei poveri locali adi­biti al culto, ordinando minacciosamente di uscire ai fedeli già giunti e impedendo poi a chiunque altro di entrare. «Questa è
la terra d’islam, andate a pregare altrove», avrebbero intimato gli aggressori. Allerta­ta dalla comunità, è ai cristiani che la po­lizia ha poi chiesto di allontanarsi. Una ri­prova del carattere quasi «ordinario» di at­ti simili in Algeria. Del resto, a descrivere da anni lo scenario è in particolare l’osserva­torio di «Aiuto alla Chiesa che soffre».
Ma questa volta, la vicenda ha almeno sca­valcato i muri di gomma censori. Oltre al­la vignetta di
Liberté, lo attesta fra l’altro un ampio articolo sul quotidiano nazio­nale di riferimento El Watan , titolato «Dei cittadini vittime d’intolleranza a Tizi Ou­zou ». Sommario: «È stato impedito loro di celebrare una Messa».
L’Algeria vota oggi per il rinnovo parziale del Consiglio della Nazione, seconda Ca­mera parlamentare. In un Paese dall’ese­cutivo centrale estremamente forte, la po­sta
in gioco è relativa. Ma il fatto che si par­li d’intimidazioni anticristiane anche in coincidenza di questo clima elettorale è un segnale osservato con particolare atten­zione dai cristiani d’Algeria. Nel 2002, se­condo l’Onu, erano circa 150 mila, fra cui 100 mila cattolici.
Negli ultimi anni, nella storica regione montuosa della Cabilia di cui Tizi Ouzou
è il secondo capoluogo per importanza, una regione abitata da una popolazione in maggioranza di etnia berbera, la que­stione della « tolleranza » verso la mino­ranza cristiana è stata amplificata anche dall’avversione locale verso le reiterate campagne di «arabizzazione» volute dal potere centrale. È proprio a Tizi Ouzou che nel dicembre 1994, durante il «decennio nero» della guerra civile, vennero assassi­nati quattro missionari appartenenti ai Pa­dri bianchi. Intanto, proseguono le indagini giudizia­rie sull’eccidio nel 1996 dei 7 monaci trap­pisti francesi di Tiberine. Dopo le recenti rivelazioni di stampa che additano un «er­rore » dell’esercito algerino, i magistrati francesi hanno appena ottenuto l’accesso ai rapporti di quegli anni dello spionaggio francese in Algeria.
A Tizi Ouzou un gruppo estremista vieta una riunione di preghiera: «Questa è terra d’islam» Un importante quotidiano denuncia l’intimidazione

Avvenire 29 dic. 2009

CRONACHE PER DISCERNERE



Un figlio a 17 anni: perché no?

anni: perché no?

The Independent'I'm glad I was a teenage mother'Alone together: Camilla Chafer with her son Max, who is now 11

Adesso dirò una cosa impopolare, e lo farò riportando la storia di Camilla Chafer sull'Independent, che si gloria giustamente di essere stata in grado, pur nella solitudine e povertà, di aver fatto nascere e allevato e educato il suo bambino quando lei aveva 17 anni. Sie è laureata e si sta realizzando come persona; dice che non sarebbe stato così se non fosse stato per la sua scelta di vita. Invece oggi pensare di avere un figlio da giovani (e magari non aboretirlo quando c'è qualche problema) è una scelta controcorrente, che ti isola, ti fa guardare come folle; tutto ti porta ad abortire... proprio nell'età in cui per secoli le donne hanno fatto figli. E' "strana" la Chafer o è strano il resto del mondo?

http://carlobellieni.splinder.com

Brucia la morte dell’ultima figlia di ultimi. Storia di Denisa, una settimana di vita,

Storia di Denisa
di Marina Corradi
Tratto da Avvenire del 6 dicembre 2009

La storia di Denisa è corta, da raccontare: la sua vita è durata una settimana soltanto. Dun­que, una notte di fine novembre una giovane ro­mena si presenta all’ospedale di Canicattì, in Si­cilia.

Ha le doglie, ma la porta del reparto di o­stetricia è chiusa, e nessuno risponde. Il marito, bracciante agricolo, dirà d’avere suonato per mezz’ora: invano. Intanto, seduta su una sedia, la donna partorisce. Il sangue sulle piastrelle del corridoio, nessuno che dia una mano, nel silen­zio della notte. La bambina è già nata quando ar­riva un’ostetrica a tagliare il cordone ombelica­le.

Tutto, però, sembra andato bene. Tutto bene an­che alla visita di controllo. Ma il giorno dopo De­nisa ritorna. L’addome è gonfio, la febbre sale. È grave: tanto da trasferirla ad Agrigento, e poi a Palermo – un’ambulanza che corre attraverso la Sicilia, la sirena che urla chiedendo, per carità, la strada. Una setticemia, dicono i medici a Paler­mo, partita dalla cicatrice del cordone ombeli­cale. E niente più da fare. Denisa lotta per un gior­no, poi muore. E ora l’inchiesta, l’autopsia su quel corpo di bam­bola nel freddo dell’obitorio: per capire come si possa, oggi in Italia, nascere sani, e morire in set­te giorni. Di una infezione di cui si muore nelle favelas, e nei villaggi dimenticati dell’Africa, ma non più, da tempo, in Occidente. Quei due ro­meni, entrambi poco più che ventenni, non si capa­citano che possa essere ac­caduto qui, in Italia, nel Paese sognato e faticosa­mente conquistato, nella parte 'giusta' del mondo. Perché, si chiedono, nes­suno li ha aiutati, perché partorire un figlio in un corridoio, e quanto sterile era la medicazione al cor­done tagliato di fretta da u­na ostetrica affannata? So­spetteranno che sia anda­ta in questo modo perché sono stranieri, poveri cristi, braccianti – come a dire nessuno. Ma forse non è così. Quella porta era chiusa per altre ragioni, altre inefficienze o calcificate carenze cui il Sud è abituato, o maga­ri per semplice sciatteria. Troppo lavoro, poco personale, o il sonno, nella notte fonda, di chi do­veva vegliare? E quei controlli, poi, quanto sono stati accurati, per non vedere ciò che in 24 ore sarebbe stato mortale?

Sarà difficile probabilmente stabilire cosa dav­vero è stato, e chi è stato. Perizie, processi, ma­gari un risarcimento, poi il caso di Denise verrà archiviato: carte ingiallite in un armadio di tri­bunale. Ce n’è tanta di malasanità, ogni giorno; è una storia forse questa, in fondo, come molte altre, di vite perse per un banale sbaglio.

Eppure brucia di più, la morte, se a morire è una appena nata, forte abbastanza da venire al mon­do senza nessuno accanto, su una sedia in un corridoio deserto. Brucia di più, se la distrazione o la routine hanno distolto lo sguardo dei medi­ci da quella piccolissima figlia di stranieri, di brac­cianti, ultima figlia di ultimi. Due ragazzi che quella notte si son trovati con un bambino in ar­rivo, e nessuno ad accoglierli. Soli: lui inerme, lei barcollante nelle doglie.

E viene in mente che si studiava una volta, a scuo­la, in questi giorni di Avvento, una poesia che rac­contava di una coppia di stranieri in una notte fredda, lei già ansante dei primi dolori. E anche in quella poesia nessuno apriva la porta, non l’o­ste, non la locandiera, finché a mezzanotte il bambino nasceva in una stalla. Ecco, addolora di più, di questa 'usuale' storia italiana, quella por­ta chiusa davanti a due poveri, e a quello che sta per vedere la luce. Come una metafora, oggi e in un grande Paese, di una antica, radicale indiffe­renza degli uomini a chi è indifeso, impotente, piccolo. Al più piccolo di tutti, il figlio che nasce.