DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Caccia alla famiglia

Le famiglie italiane resistono alla crisi. Con questo titolo poche settimane fa il Sole 24 Ore presentava i risultati dell’annuale rapporto del Censis, secondo cui il 71,5 per cento delle famiglie italiane ha un reddito mensile sufficiente a sbarcare il lunario. Lasciate per un attimo da parte le impietose disparità della media (le famiglie che resistono sono il 78,9 per cento nel Nord-Est e scendono al 63,5 al Sud), il dato fotografa una realtà infrangibile agli attacchi e alle dimenticanze della politica. O forse è solo l’ultimo fortino di una rigidità culturale (ed economica) dannosa per il mercato? Il dubbio viene instillato – o meglio: ben strombazzato, vista l’eco che ha avuto sulla grande stampa – dall’Italia fatta in casa, fatica editoriale di Alberto Alesina e Andrea Ichino (Mondadori). Sommariamente la tesi è che la famiglia, con le protezioni e i legami che mette in atto, nuoce allo sviluppo economico del paese. Un po’ come una mamma che, a forza di occuparsi con amore del suo piccolino, se lo ritrova grande e incapace di provvedere da solo ad alcunché. Sostituite alla mamma dell’esempio la famiglia italiana, al bambino lo Stato e la tesi è servita: con la sua indiscussa capacità di produrre beni e servizi immateriali (dalla cura dei bambini a quella degli anziani), la famiglia impedirebbe al welfare state di diventare adulto, costringendolo a una dipendenza forzata proprio da quella rete di legami irriducibili che hanno luogo tra le mura domestiche. Le vittime di questo sistema? Le donne innanzitutto, emarginate dal mercato del lavoro come dimostrano i dati sull’occupazione femminile, attestati al 47,2 per cento in Italia, contro il 71,1 di paesi nordeuropei come l’Olanda (dati Eurostat 2008). Il campione esaminato da Ichino e Alesina mostra addirittura che in un generico giorno feriale solo il 33 per cento delle donne italiane dichiara di aver lavorato nel mercato, cioè quel luogo dove si produce il Pil conteggiato nelle statistiche; mentre la percentuale sale al 41 per cento in Norvegia e al 49 per cento negli Stati Uniti. La mamma che fa una torta, che aiuta il figlio a fare i compiti, il padre che aggiusta la lampadina svolgono un servizio ed evitando di comprarlo all’esterno tolgono un guadagno rispettivamente alla pasticceria, alla baby sitter, all’elettricista. Questa, ben descritta anche dai professori Alesina e Ichino, è l’Italia fatta in casa, quella che provvede da sé a una marea di bisogni e di necessità. Una ricchezza certo, ma anche un ostacolo, secondo i due economisti, che si domandano se non ci sia «qualcosa di potenzialmente patologico in un’“Italia fatta in casa” da persone con retribuzioni elevate, soprattutto da donne che dedicano alla famiglia il meglio di loro stesse, lasciando poco spazio al mercato e finendo per lavorare complessivamente molto più degli uomini. Troppe donne con grandi capacità di contribuire alla ricchezza del paese spazzano la cucina». Non solo: se la famiglia è un luogo di erogazione dei servizi sociali, va da sé che chi ne voglia usufruire deve restarvi geograficamente vicino, ecco allora che si spiega la scarsa mobilità lavorativa e universitaria dei giovani, dimostrata dal proliferare di sedi distaccate degli atenei che nuocciono alla competitività del sistema universitario.
Il punto di svolta, secondo i due economisti, è proprio il lavoro femminile, che andrebbe favorito, per esempio con una tassazione più leggera. Al di là degli strumenti proposti su cui il confronto è salutare, il punto è eminentemente culturale secondo Luca Pesenti, docente di Tecniche di programmazione del welfare locale all’Università Cattolica di Milano. «L’idea sottesa a questo ragionamento è che la famiglia è un insieme di individui che ha una funzione di utilità economica e gioca una partita negoziale. Ma la famiglia non è soltanto la somma degli individui che la compongono». In ballo non ci sono generici o nobili valori, ma una specificità tutta italiana che è anche economica, quella del tessuto delle piccole e medie imprese in gran parte familiari, anima di una struttura produttiva che pure, nella visione di Alesina e Ichino, è «condannata a un “nanismo“ che impedisce la crescita e lo sfruttamento delle economie di scala». «Eppure – riprende Pesenti – è quella struttura produttiva che ha permesso all’Italia di reagire alla crisi meglio di altri paesi».

La testa non si cura tagliandola
«L’errore di metodo – spiega a Tempi Stefano Zamagni, ordinario di Economia politica all’Università di Bologna – è di prendere un effetto, ad esempio il basso tasso di occupazione delle donne in Italia, e attribuirlo a un fattore senza considerarne altri. Per eliminare questa stortura non bisogna eliminare la famiglia, ma modificare l’organizzazione sociale del lavoro, ancora basata su un modello feudalistico. È come andare dal dottore per un mal di testa e sentirsi consigliare di tagliarla». Secondo un’indagine Isfol il 35,8 per cento delle donne ritiene che per conciliare vita privata e occupazione servano orari di lavoro più flessibili, il 25,9 per cento maggior condivisione nelle faccende domestiche e nella cura dei figli da parte dell’uomo, il 18,1 per cento maggiori servizi per l’infanzia e per l’assistenza agli anziani, il 18 per cento indennità economiche per i nuclei familiari. I dati dicono dunque che ancor prima degli asili nido e dei sussidi le donne desiderano poter scegliere come spendere il proprio tempo. Coi dati, però, si può strapazzare quasi ogni realtà fin dove si vuole, si può persino dedurre, come fanno Alesina e Ichino, che il fatto che solo il 17,5 per cento delle donne coniugate (contro il 50 per cento delle non sposate) abbia un conto corrente personale significhi che in casa il potere decisionale è maschio. Poi capita che più delle più scintillanti ricerche sia illuminante il caso di una signora di nome Gaby Hinsliff. Notista politica dell’Observer, meno di un mese fa ha deciso di mollare la carriera per stare con il figlio Freddie, due anni. Baby sitter a disposizione, marito premuroso, lavoro remunerativo, ha raccontato sul Guardian i motivi della sua scelta. Più che una conversione a ramazza e padella, una rivolta contro «il pensiero unico della delega educativa», secondo Paola Liberace, autrice di un libro dal provocatorio titolo Contro gli asili nido. Secondo la Liberace (madre lavoratrice ovviamente) gli asili nido sono un compromesso necessario, ma non risolvono il problema della conciliazione tra maternità e lavoro. «Il caso Hinsliff – spiega – mostra una realtà solida e di cui poche statistiche si accorgono: oggi ci sono donne che abbandonano il lavoro non perché non ci sono asili nido, ma perché vogliono crescere i figli. In barba a tutte le teorie sulla socializzazione dei neonati che spesso servono a nascondere esigenze dei genitori, come la produttività sul mercato». Tutte a casa dunque? «Certo che no. È necessario avere la possibilità di conciliare le due cose, ma non necessariamente delegando ad altri l’educazione dei figli. E allora il punto non è neanche riempire il paese di asili nido, ma battersi per strumenti come il part-time, il telelavoro nonché i congedi parentali estesi e retribuiti».
Per Pesenti la vera svolta è concepire una famiglia non come un insieme di individui uniti da una relazione più o meno transitoria, ma come un gruppo che ha un valore sociale ed economico, una “unità di offerta” di servizi sussidiari al welfare state. «Non si tratta – conclude Zamagni – di difendere il matrimonio cattolico, ma i diritti di ogni famiglia. Le ricerche più accreditate in ambito internazionale mostrano che i bambini che crescono in famiglia hanno performance scolastiche migliori e che, a parità di spesa sanitaria, la famiglia migliora lo stato di salute di una popolazione. Piaccia o no, svolge già un ruolo economico fondamentale».

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