DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

L’albero di Natale? Cristiano, non pagano

Macché solstizio d’inverno, ma quali riti nordici... Secondo il teologo protestante Cullmann, l’abete decorato deriva dalla tradizione delle sacre rappresentazioni medievali. E anche Ratzinger ha spiegato che le piante adorne di luci hanno la radice nella Bibbia e sono «una lode per il loro Signore»


DI
R OBERTO B ERETTA

« S e oggi interroghiamo un cri­stiano o un non cristiano sul­l’origine dell’albero di Natale, nella stragrande maggioranza dei casi ri­ceviamo la risposta che si tratta di un’an­tica usanza pagana. In effetti tale spiega­zione non è del tutto errata. Tuttavia es­sa non rende giustizia alla situazione di fatto, poiché è vera solo in uno stadio i­niziale, non per l’attuale abete decorato». Così Oscar Cullmann (teologo luterano che fu «osservatore» al Vaticano II) in un passo del librettino All’origine della festa del Natale . Logico partire da questa inso­spettabile fonte per una «riabilitazione» cattolica dell’abete natalizio in un’epoca nella quale – complice un certo uso «po­lemico » del presepe – forse non risulta i­nutile sottolineare con più obiettività i chiaroscuri natalizi.
L’abete «pagano» o «laico», magari «celti­co »? Vero, però parziale. Precisa infatti Cullmann: «Solo la primissima forma cri­stiana è in rapporto con i riti pagani: da un lato col primordiale culto degli alberi, dall’altro con l’antica celebrazione del sol­stizio d’inverno». In effetti, l’albero è uno dei simboli più ricchi di significati nella storia e nella mitologia di tutti i popoli: immagine naturale di grandiosità e di mi­stero venerata come immagine o sede de­gli dei, simbolo della rigenerazione pe­riodica della vita (la latifoglia) ovvero del­l’immortalità (il sempreverde), comun­que della vita; «asse del mondo» che at­traverso le radici fissate al suolo collega la terra al cielo cui protende le chiome (e vi­ceversa unisce il cielo alla terra)...
Persino Joseph Ratzinger, in un testo del 1978, non se ne scandalizzava: «Quasi tut­te le usanze prenatalizie hanno la loro ra­dice in parole della Sacra Scrittura. Il po­polo dei credenti ha, per così dire, tra­dotto la Scrittura in qualcosa di visibile... Gli alberi adorni del tempo di Natale non sono altro che il tentativo di tradurre in at­to queste parole: il Signore è presente, co­sì sapevano e credevano i nostri antena­ti; perciò gli alberi gli devono andare in­contro, inchinarsi davanti a lui, diventa­re
una lode per il loro Signore». D unque nessun problema se l’al­bero «cattolico» trovasse parente­le remote col «frassino cosmico» Yggdrasil della mitologia nordica, dalle cui foglie scende l’idromele (liquido di vi­ta) e ai cui piedi si radunano gli dei per de­cidere le sorti degli uomini; ovvero con il Kien Mu, l’albero dell’Universo cinese, che ordina il mondo tra sopra e sotto, re­gno inferiore, umano e celeste; o ancora con Asvattha, l’albero rovesciato dell’In­dia, le cui radici convogliano dalle nubi verso il basso l’energia sacra (dottrina pe­raltro ripresa in certe leggende ebraiche e islamiche) e in seguito identificato con il Ficus sotto il quale Buddha ricevette l’Il­luminazione; per finire con le Americhe, dove si trovano il simbolo azteco di Quet­zalcoatl – un cubo aperto su cui cresco­no 4 grandi alberi cosmici – e l’albero del Paradiso, proprio della mitologia Maya, personificazione del dio della pioggia Tla­loc («Colui che fa germogliare»).
Del resto, dal fascino delle piante non so­no certo immuni la Bibbia (a parte l’albero dell’Eden, si ricorda il salmo che canta «Il giusto fiorirà come la palma, si moltipli­cherà
come il cedro del Libano») né le so­fisticate civiltà greca e romana. A Roma, per onorare Attis, era uso ornare con og­getti votivi – cembali, piatti, fiasche – l’a­bete sacro. In Grecia la medesima essen­za era dedicata alla dea lunare Artemide e se ne sventolavano rami con una pigna in punta. L’abete, già: «albero della na­scita » per l’antico Egitto, essenza consa­crata al compleanno del Fanciullo Divi­no (il giorno dopo il solstizio d’inverno) nel calendario celtico... «Il legame fra l’al­bero e il solstizio – scriveva l’esperto Al­fredo Cattabiani – è documentato anche nei Paesi scandinavi germanici, nei qua­li nel medioevo ci si recava nel bosco a tagliare un abete da decorare con ghir­lande, uova dipinte, dolciumi».
Viene di qui il nostro albero di Natale? Forse, ma non solo: ancora Cullmann se­gnala altre coincidenze, come l’uso me­dievale di appendere ramoscelli in casa d’inverno, oppure la leggenda secondo cui le piante fiorirono alla nascita di Ge­sù... Tuttavia è lo stesso teologo a prendere le distanze: «II significato cristiano del­l’albero di Natale non va fatto derivare dal solstizio d’inverno, che certo è anch’esso in que­stione, ma solo indiretta­mente. Esso ha un’origi­ne
propria e risale a una tradizione medievale e al suo significato religioso: le rappresentazioni dei 'misteri', che nella San­ta Notte mettevano in scena davanti al portale delle chiese e delle catte­drali la storia del peccato originale nel pa­radiso terrestre. Esse sono la vera culla del nostro albero di Natale con la sua deco­razione simbolica». In effetti, nel passato il 24 dicembre por­tava in calendario i «santi» Adamo ed E­va; era in seguito alla loro felix culpa che era stato inviato il Salvatore. Logico dun­que, nei sagrati o anche nelle cattedrali, erigere un «albero del Paradiso» con tan­to di mele appese a far da scenario alle sacre rappresentazioni natalizie. «Esso – ancora Cullmann – simboleggia un con­vincimento cristiano: il peccato dell’uo­mo viene espiato nella notte del 24 di­cembre dall’ingresso di Cristo nel mon­do ». Una miniatura salisburghese, anno 1489, illustra il messaggio in modo chia­rissimo: un albero, la cui chioma è folta di mele e ostie, ha appeso sulla sinistra un crocifisso e sulla destra un teschio; sot­to il primo Maria coglie le ostie, presso il secondo Eva distribuisce le mele. C irca 5 secoli fa, dunque, era già pre­sente il simbolismo oggi surroga­to dalle palline natalizie (inventa­te nel XIX secolo dai soffiatori di vetro del­l’Alsazia e della Turingia) ed eventual­mente dai biscotti. Ma è solo nel XVII se­colo che l’abete – soprattutto in Germa­nia – passa dalle piazze alle case e nel con­tempo s’arricchisce di altri ornamenti: ro­se di carta (il fiore dal «virgulto di Jesse»), lamine metalliche, dolci; un albero del ge­nere è documentato nel 1605 a Strasbur­go. Di lì a poco fu la luce: dapprima gra­zie a candeline (la prima notizia docu­mentata in materia è del 1662 ad Hanno­ver), poi con lumi elettrici; e siamo sem­pre a metà tra gli antichi culti del fuoco praticati nella buia sta­gione del solstizio e il si­gnificato teologico di Cri­sto luce del mondo.
In Italia l’albero di Nata­le giunge nell’Ottocento, come dimostra un’im­maginetta
in cui si vede dietro al Bambino Gesù un abete decorato con candele: soggetto peral­tro certamente più raro di quello che raffigura lo stesso Neonato di Betlemme unito alla (o addirittura ad­dormentato sulla) croce, a indicare una trasparente premonizione. Del resto, non sarà ancora un «albero» a diventare il sim­bolo della Passione? In questo senso, il re­cupero cristiano dell’abete natalizio com­pie intero il suo ciclo: infatti, secondo quanto volevano significare pure alcune leggende medievali per le quali la croce e­ra fatta col legno del peccato originale e fu infissa nel cranio di Adamo sepolto sul Calvario, il Natale si unirebbe ancor di più alla Pasqua proprio grazie a una pianta. L’albero di Natale e il crocifisso potreb­bero non essere poi così lontani.
L’uso di mettere un sempreverde in casa è attestato a Strasburgo dal 1605. In Italia arriva nell’Ottocento


Avvenire 22 dic. 2009