DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

QUELLI CHE NON SE NE VANNO. Di PIERO GHEDDO

I
n questi giorni
Avvenire ha riferito di numerosi missionari italiani presenti nell’isola, in passato 'la perla dei Caraibi' e oggi uno dei Paesi pipoveri del mondo, al fondo degli elenchi dell’Onu per ricchezza, sicurezza e livello di vita. La situazione­peggiorata dopo l’apocalittico terremoto che ha quasi azzerato la capitale Port-au-Prince e Haiti­un Paese in cui­difficile persino sopravvivere. Eppure le voci dei missionari e delle suore dicono, quasi all’unisono, che lsono e lrimangono.­un fatto che colpisce e sul quale bisogna riflettere. Perch non se ne vanno, ora che ne avrebbero 'il diritto' e la possibilit? Un operatore dell’Onu ha dichiarato:­Me ne ritorno a casa, qui­diventato un inferno e sono troppo stressato, non potrei resistere a lungo.­comprensibile. Ma perch in Haiti i missionari e i volontari che vivono e lavorano con loro rimangono? Perchsono persone innamorate di Ges Cristo e del popolo al quale la Chiesa li ha mandati. Senza una forte carica di fede non si resta per anni e anni in certi Paesi. La missione, prima di annunciare Ges,­ stare con un popolo, impararne la lingua, condividerne i costumi e lo stile di vita, amare quei fratelli e quelle sorelle, pronti a dare l’esistenza per loro, come ha fatto Ges. In passato, negli istituti missionari si partiva 'per la vita'. I padri e fratelli del Pime destinati alla missione di Kengtung in Birmania, in territori pericolosi e selvaggi nel 'Triangolo dell’oppio' (fra Birmania, Laos e Thailandia), quando su una zattera attraversavano col cavallo il grande fiume Salween si inginocchiavano, baciavano la terra e leggevano una preghiera che dice: ­Questa­la mia nuova patria. Signore dammi la grazia di amare questo popolo e di non tornare piin Italia. Oggi sono ammesse vacanze di alcuni mesi per salute e per studio ogni tre-cinque anni, ma lo spirito­ quello di sempre: donare la vita a un popolo, per duro e ingrato che sia. La catastrofe di Haiti ha messo in rilievo una realtdi cui poco si parla nelle cronache quotidiane: in questa nostra Italia che viene raccontata, e in parte certo, in crisi di umanite di vita cristiana, ci sono famiglie e parrocchie che ancora e sempre 'generano' uomini e donne capaci di dare la vita per gli altri e a diventare con loro 'noi'. L’Italia­ molto migliore dell’immagine negativa che ne danno stampa e televisione.
Nel 1976, nella diocesi di Moundou in Ciad, fui al fianco per due giorni di padre Jean, cappuccino canadese che a bordo della sua moto mi fece visitare i villaggi in cui esercitava la sua missione. Gli dissi che mi sembrava eroico vivere da vent’anni in mezzo a quella popolazione cospovera e analfabeta, in quei villaggi di fango e di paglia. Lui mi rispose con una risata:­Ma cosa dici? Tu vedi gli aspetti esterni di questa mia gente, ma qui c’una ricchezza di umanite di fede che ti consola, ti dgioia. Invece in Canada la stiamo perdendo. E io pensai: ­Ecco un missionario autentico che testimonia e trasmette la fede in Cristo con la vita.
Per concludere, due considerazioni. Primo: missionari, suore e volontari sono i migliori rappresentanti del nostro popolo, in Haiti e in molti Paesi del Sud del mondo. Secondo: perchstampa e televisione, scuole e famiglie, trascurano la testimonianza di questi 'eroi positivi' di cui i nostri giovani hanno tanto bisogno per un’educazione all’amore del prossimo
e alla gioia del vivere?


Avvenire 20 gennaio 2010