DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

I bambini giocano con serietà. La corrispondenza tra Lewis e i suoi giovani lettori

Pubblichiamo uno stralcio della postfazione del libro di Clive Staples Lewis Lettere ai bambini. Il magico mondo di Narnia nella corrispondenza con i giovani lettori (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009, pagine 224, euro 16).

di Andrea Monda

Come nel caso delle lettere dell'amico e collega J. R. R.Tolkien pubblicate in Italia quasi venti anni fa nel volume La realtà in trasparenza, viene colmato un vuoto che era importante riempire per entrare più consapevolmente nel mistero della scrittura di uno degli autori più originali e sorprendenti del Novecento. Che poi gli interlocutori siano per lo più bambini è un dettaglio che aggiunge un plus-valore alla presente raccolta, per la freschezza delle domande e delle risposte, per essere i bambini secondo Lewis (lo ricorda nell'appendice il curatore Carlo M. Bajetta citando Colin N. Manlove) "più aperti all'esperienza e più aperti all'essere cambiati dall'esperienza".
I bambini hanno il gusto dell'essenzialità e vanno al sodo il che non può non gratificare lo scrittore: "Sono così grato che tu abbia percepito (la) "storia nascosta" nelle Cronache di Narnia. È strano, i bambini ci riescono quasi sempre, gli adulti quasi mai", scrive a Ruth Brady il 26 ottobre 1963 a poche settimane dalla morte. Questo è un fatto molto importante: i bambini percepiscono di più, vedono di più, vedono oltre. Per l'autore delle Cronache di Narnia, uno dei maestri del genere cosiddetto fantasy, questo è un particolare fondamentale, non a caso Lewis, in veste di lettore delle storie che i bambini gli presentano (perché in queste lettere spesso i ruoli si rovesciano), non perde occasione per alimentare questa capacità dei suoi giovani interlocutori: il 9 settembre 1954 scrive a Joan Lancaster sottolineando come sia "fortunata a fare dei sogni così belli alla tua età: e come li descrivi bene! E questo - devo aggiungere - non è solo per farti un complimento, penso davvero che tu li abbia descritti bene: sono riuscito a "vedere" davvero le tue Montagne Colorate". I brani di Lewis-lettore sono tra i più gustosi e stimolanti dell'intera raccolta, quelli in cui lo scrittore si dimostra, come si direbbe oggi, anche ottimo docente di scrittura creativa (basta leggere la lettera sempre a Joan Lancaster del 26 giugno 1956 per rendersene conto).
Ma c'è ben altro in queste lettere e non è facile recuperare un filo unico capace di tenere insieme tutta la matassa. C'è innanzitutto l'uomo-Lewis, quasi messo a nudo dalle domande dei suoi giovanissimi lettori, che si rivela in tutta la sua umanità, con i suoi tic, i suoi sogni (per lo più incubi), i suoi gusti, le sue curiosità, le sue mille incombenze pratiche ma che non gli impediscono di rispondere con schiettezza e meticolosità a tutte le tantissime missive.
C'è poi il Lewis filologo, parola incomprensibile per i suoi interlocutori ma che emerge in controluce all'attenzione del lettore e s'impone alla sua riflessione; certo una riflessione da fare "al livello dei bambini", per cui non ci saranno studi e saggi di filologia "accademica" ma continui richiami al significato delle parole, delle lingue, dei nomi: nomi dei luoghi, degli stessi bambini, specie quelli stranieri ma anche, per esempio, dei cicloni.
C'è infine il Lewis cristiano. Anche in questo caso si ritrova il Lewis degli altri libri, dei suoi saggi apologetici, in particolare il Lewis anti-manicheo, che sottolinea di continuo la "fisicità" di una religione imperniata sul dogma dell'Incarnazione (vedi, per esempio, quando parla della sua pelle vista come un vecchio amico, quando parla dell'anima, della corporeità dei beati e della imperfezione del corpo nonché della sua stessa invalidità fisica) il che getta una luce anche sul Lewis scrittore.
Infatti, e forse è superfluo precisarlo, i tre aspetti dell'uomo, del filologo e del cristiano sono facce della stessa medaglia, strettamente intrecciati tra loro e in quasi ogni lettera emergono tutti insieme. Il ritratto che fuoriesce da queste lettere è quello di un uomo sincero quanto curioso, un professore scrittore che non smette di fare domande, di interrogare e interrogarsi con la serietà con cui gioca un bambino. Ed è sorprendente la schiettezza con cui Lewis parla della sua vita anche interiore chiedendo spesso ai bambini di pregare vicendevolmente a conferma della serietà e della profondità con cui viveva la sua fede in Cristo. Da questo punto di vista queste lettere ai bambini sono anche uno splendido "catechismo", mai noioso come quello di cui parla nella lettera alla signora Krieg, madre del piccolo Laurence, del 28 gennaio 1956 ma al contrario molto divertente. E questo è un altro tema fondamentale, di tutta l'opera lewisiana: il divertimento, la gioia. Questa è la fonte, il segreto di Lewis: "È davvero divertente scrivere storie, vero?", esclama concludendo la lettera del 22 febbraio 1955 a Marcia Billiard, un entusiasmo che non può non far venire in mente il vecchio adagio rabbinico: "Perché Dio ha creato il mondo? Oh, non so, ma a lui piacciono tanto i racconti!". La gioia e la creatività, tra loro strettamente collegate, riconducono all'umiltà che è un altro protagonista nascosto di queste lettere: "Perché sono diventato uno scrittore?" si chiede il 6 dicembre 1960 scrivendo alla signorina Lee, "In primo luogo, penso, perché la goffaggine delle mie dita mi ha impedito di creare delle opere in altro modo".


(©L'Osservatore Romano - 26 marzo 2010)