DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
La sessualizzazione dei bambini. Dobbiamo insegnare ai bambini ad essere critici nei confronti di ciò che vedono, leggono, ascoltano, navigano e “videogiocano”
In base a vari studi condotti negli Stati Uniti, la televisione, la cultura pop, le dive della musica e le riviste giovanili, tra gli altri fattori, favoriscono l'inizio precoce dell'attività sessuale delle bambine, la visione della donna come oggetto e prodotto sessuale e una certa compiacenza nei confronti della pornografia hardcore.
Negli ultimi tempi è frequente sentire i genitori che hanno figlie femmine affermare che la figlia di nove anni “da molto tempo ha abbandonato le bambole”, perché “ora le piacciono altre cose”, o che “non le piacciono più le bambole, né Minnie, né la Barbie o cose del genere. Ora è tutto un Violetta, Lady Gaga, Rihanna e quelle pazze lì”.
In un documentario del National Geographic (NatGeo) intitolato “Innocenza perduta” si affronta il tema polemico della sessualizzazione infantile, soprattutto nelle bambine, che fin da molto piccole (tra i sei e i sette anni di età) sono bombardate da tutti i fronti possibili con messaggi in cui il centro tematico è costituito dal culto del corpo, dal sesso come centro dell'esistenza umana e dal corpo femminile come oggetto e merce sessuale.
E anche i bambini non sfuggono a questi messaggi, visto che per loro ci sono sono messaggi in cui la donna fa qualsiasi cosa, sessualmente parlando, per far contento il proprio “uomo”.
Docenti di varie università degli Stati Uniti hanno dedicato anni a studiare come la cultura attuale promuova l'inizio della vita sessuale dei bambini fin da molto piccoli.
Al centro di questa cultura c'è la televisione, visto che con le sue serie, le telenovele, i reality show e il resto si è dedicata a diffondere una visione distorta e deplorevole della sessualità umana in cui l'irresponsabilità, l'idea “io voglio e posso perché è il mio corpo”, “la vita va goduta” e uomo con uomo-donna con donna-nello stesso senso e al contrario sono il pane quotidiano.
Un altro aspetto importante, sottolineano i ricercatori, è la cultura pop. Le regine, le principesse, le dive e le vagabonde del pop, con i loro corpi esposti, i loro testi e i video carichi di contenuti sessuali in cui le parti anatomiche prevalgono sulla qualità artistica, invadono costantemente i mezzi di comunicazione, soprattutto la televisione, e sono elevate alla categoria di “immortali” da canali e riviste.
Osservando casi come Lady Gaga, Miley Cyrus o Kate Perry, gli esperti affermano che il sesso è diventato l'asse dell'esistenza e la sessualità umana è stata primitivizzata, perché l'unico modo che hanno per spiccare e mostrarsi al mondo è proprio questo: mostrarsi.
L'incitamento sessuale e il doppio senso fanno parte della cultura pop attuale. Cosa si può pensare quando l'ex principessa Disney Hanna Montana, dolce, sognatrice e femminile è oggi sessuale, esplicita e pornografica? E non esagero, né sono un bacchettone o un cavernicolo, come affermano coloro che più che argomentazioni hanno offese.
Mi baso semplicemente sul senso comune: mia figlia di 10 anni che vede la sua Hanna diventata Miley Triple XXX. E i più grandi artisti, di ieri e di oggi, hanno criticato la Montana per il suo atteggiamento, che nelle parole di suo padre è far parte del “business show”.
Uno studio realizzato dall'Istituto per la Familia dell'Università di La Sabana, in cui sono stati intervistati circa 10.000 bambini e bambine di tutto il Paese, indica che l'età media alla quale le bambine colombiane iniziano l'attività sessuale è 13 anni. E tra gli aspetti che adducono sul motivo di questo atteggoamento c'è il contesto sociale e mediatico.
Genitori: ora più che mai dobbiamo essere mediatori del consumo mediatico dei nostri figli. Dobbiamo orientarli, guidarli, aiutarli, insegnare loro ad essere critici su ciò che vedono, leggono, ascoltano, navigano e videogiocano.
Le principesse Disney oggi sono stelle sessuali senza limite e rispetto, si vuole normalizzare la confusione sessuale (alcuni lo chiamano “orientamento”...); il corpo umano, soprattutto quello femminile, viene volgarizzato e mercificato come oggetto sessuale da possedere; il corpo femminile si vende sulle copertine delle riviste come i prodotti al supermercato e in libreria (alcuni lo chiamano “progressismo”...) e ai bambini viene inculcato che devono essere “potenze” sessuali di una donna che ha il suo corpo e la sua sessualità per trattenerli.
E non parliamo dei costumi da bagno per le bambine tra i 6 e i 10 anni con ripieno di spuma, o delle feste infantili nelle spa, in cui vengono truccate, pettinate e vestite perché “brillino” per i bambini che parteciperanno alla festa.
È questo il panorama, questa è la realtà. Noi genitori ed educatori abbiamo un compito enorme che ci aspetta. La sessualità è una bella dimensione della persona umana, da affrontare con rispetto, responsabilità e maturità.
E dobbiamo lasciare che i bambini siano bambini, innocenti, creativi, allegri, e non farli crescere prima del tempo.
http://www.aleteia.org/
[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]
Andiamo verso un mondo “childfree”? Aumentano anche in Italia le strutture in cui i bambini non sono ammessi
Ristoranti, hotel, voli, stabilimenti balneari e tanti altri luoghi pubblici e di intrattenimento. Sono sempre di più le strutture in cui i bambini non possono accedere nemmeno se accompagnati dai genitori.
La tendenza “childfree” è nata negli Stati Uniti dopo l’uscita del libro “No Kid, quaranta ragioni per non avere figli”, di Corinne Maier, scrittrice e psicanalista francese, “mamma pentita” di due figli.
La “no kids policy” è già molto diffusa all'estero e sta contagiando anche l'Italia. La compagnia aerea inglese Thomas Cook Airlinesorganizza voli child free per Creta e Gran Canaria che registrano sempre un overbooking, in Austria l'hotel “childfree” Cortisen, alle porte di Salisburgo, è uno dei più gettonati, mentre in Spagna gli hotel Iberostar fanno pernottare solo ragazzi sopra i 14 anni e i resort della catena di lusso Sandals quelli con più di 18 anni.
Negli Stati Uniti, la National Transportation Safety Board, agenzia che si occupa di sicurezza sugli aeroplani, ha scritto alla Federal Aviation Administration per far introdurre la regola “un passeggero-un posto”, che non può far altro che dissuadere la mobilità infantile, impedendo ai bambini di viaggiare in braccio agli adulti.
In Italia il primo locale a vietare l'ingresso dopo le 21.00 ai bambini sotto i dieci anni è stata la pizzeria Sirani a Bagnolo Mella, in provincia di Brescia, che ha adottato questa politica sette anni fa. L'hotel La Scalinatella a Capri è off limits ai bambini, così comePalazzo Hedone a Scicli, nel ragusano. Ci sono poi le prime spiagge child free, come il Florida Beach Club all'Argentario. E la tendenza si sta diffondendo in tutti i settori.
I sostenitori della filosofia “childfree” spiegano che presenza dei bambini è spesso causa di fastidi per gli altri ospiti della struttura perché piangono, corrono, urlano e creano scompiglio e confusione.
Questa posizione suscita ovviamente reazioni diverse: c’è chi se la prende con i genitori che non sarebbero più in grado di educare i loro figli a tenere un comportamento civile nei luoghi pubblici, chi se la prende con gli esercenti che escludendo i bambini compiono una scelta eticamente riprovevole, chi critica la gente che non ha più pazienza e chi se la prende con lo Stato che permette ai privati di compiere discriminazioni di questo tipo.
Se un tempo una strategia di marketing “childfree” sarebbe stata sicuramente fallimentare perché quasi tutti avevano figli, oggi la situazione è del tutto diversa. Nelle società occidentali, del resto, le coppie senza figli rappresentano ormai circa un quarto del totale.
Ai luoghi fisici fanno poi da corollario quelli virtuali, e non mancano le pagine su Facebook dedicate all'argomento (ad esempio “Fuori i bambini maleducati dai locali pubblici”) e forum e siti “childfree” o nati per parlare di quanto sia bello vivere senza bimbi.
Per il presidente di Fipe-Confcommercio, Lino Stoppani, vietare l'accesso ai bambini dal punto di vista formale è un provvedimento che “non presenta criticità”, perché “un pubblico esercizio può rifiutare una prestazione se esistono giustificati motivi che lo impongono”, e “gli schiamazzi, il pianto o le intemperanze proprie dei piccoli possono costituire valide giustificazioni. Inoltre, un esercente ha il diritto di caratterizzare la sua offerta, imponendo dei vincoli di accesso – sul vestiario, sul genere, sull’età, eccetera – assumendo i rischi imprenditoriali conseguenti” (IntelligoNews, 5 febbraio).
Al contrario, per Barbara Casillo, direttore di Confindustria Alberghi, “non è possibile vietare l'ingresso ai bambini, lo proibisce la legge” (Repubblica, 27 gennaio).
Come in tutte le cose, serve un po' di buonsenso. I genitori con bambini piccoli poco abituati a stare fermi e in silenzio tenderanno a evitare consapevolmente luoghi in cui è richiesta una certa etichetta, con buona pace di chi sceglie posti più “alla buona” sapendo di poterci trovare anche delle famiglie.
È vero, come hanno detto i gestori della pizzeria del bresciano, che chi non è d'accordo con la loro politica di limitazione dell'ingresso per i più piccoli può andare in un altro locale, ma è anche vero che una volta intrapreso un percorso questo può diventare in discesa, prendendo velocità e travolgendo un po' tutto quello che trova sul cammino. E allora arriverà il giorno in cui anziché cercare un locale “childfree”, oggi minoritario, se ne dovrà cercare uno che accetti i bambini?
DIZIONARIO - 4
Frammenti
Anche nella liturgia della più piccola comunità è sempre presente la Chiesa intera. Per questo non esistono «stranieri» nella comunità liturgica. In ogni celebrazione liturgica partecipa assieme tutta la Chiesa, cielo e terra, Dio e gli uomini. La liturgia cristiana, anche se si celebra in un luogo e uno spazio concreto ed esprime il «sì» di una determinata comunità, è per sua natura cattolica, proviene dal tutto e conduce al tutto, in unità con il Papa, con i Vescovi, con i credenti di tutte le epoche e di tutti i luoghi. Quanto più una celebrazione è animata da questa coscienza, tanto più fruttuosamente in essa si realizza il senso autentico della liturgia. La liturgia implica universalità e questo carattere universale deve entrare sempre di nuovo nella consapevolezza di tutti. La liturgia cristiana è il culto del tempio universale che è Cristo Risorto, le cui braccia sono distese sulla croce per attirare tutti nell’abbraccio dell’amore eterno di Dio. E’ il culto del cielo aperto. Non è mai solamente l’evento di una comunità singola, con una sua collocazione nel tempo e nello spazio. E’ importante che ogni cristiano si senta e sia realmente inserito in questo «noi» universale, che fornisce il fondamento e il rifugio all’«io», nel Corpo di Cristo che è la Chiesa.(BXVI. Udienza del 3 ottobre 2012. Il discorso completo qui).
COMUNITA' (2)
Nabil Naji Riz e Mina Nadi Faraj sono due bambini copti, rispettivamente di dieci e nove anni, che si trovano in carcere in Egitto con l’accusa di “oltraggio alla religione” islamica. Secondo alcuni testimoni del villaggio dove risiedono, nel governatorato di Beni Suef, i due ragazzini avrebbero urinato su dei fogli di carta sui quali erano scritti dei versetti del Corano. A denunciarli è stato l’imam della moschea locale, Ibrahim Mohamed Ali. Esaminato il caso il procuratore ha disposto che i due fossero trasferiti nel carcere giovanile di Beni Suef fino a quando saranno completate le indagini. Secondo il corrispondente di Ahram Online, l’Imam Ali ha prima portato i due bambini nella chiesa copta locale e ha chiesto al prete di punirli. Il sacerdote si è però rifiutato di castigare i due e per quello Ali, aiutato da altri tre abitanti del villaggio, ha portato i bambini in tribunale. Il padre di Nabil, Nagy Rizk, ha difeso i due bambini affermando pubblicamente che sono analfabeti e per questo non conoscevano il contenuto dei fogli che hanno trovato in una piccola borsa bianca dove stavano giocando, vicino a un mucchio di spazzatura in strada. (L'articolo completo qui)
Ai bambini l'invisibile è perfettamente percepibile, a noi grandi meno.
IL BAMBINO IMMAGINARIO. Ora è figlio del desiderio, del privato, dell’uguaglianza. Cronaca dell’ultima utopia politica
Pubblichiamo alcuni stralci del
saggio “Se vogliamo crescere un
bambino immaginario” pubblicato
sul numero del mensile Vita e Pensiero
in uscita il 5 maggio.
Ellen Key, in un libro del 1900 che
fece molto scalpore, profetizzò
che il XX secolo sarebbe stato “Il secolo
dei fanciulli”. La profezia, probabilmente,
si è avverata al di là di quello
che lei stessa poteva immaginare.
La tendenza si è approfondita, a tal
punto che l’inizio del nostro XXI secolo
si annuncia con gli stessi auspici,
addirittura rafforzati. (…) se il XX secolo
è stato quello della scoperta del
bambino reale, il XXI si apre nel segno
della “sacralizzazione del bambino
immaginario”. La situazione attuale
ci offre l’esempio di una crisi delle
rappresentazioni collettive e di una
multiforme mistificazione dell’infanzia
che finisce per rappresentare un
notevole ostacolo per l’impresa educativa.
E’ in funzione di questa preoccupazione
che mi sforzerò di circoscrivere
i contorni e di interrogare la
genesi di queste immagini tanto potenti
da divenire tiranniche. (…) si
tratta di mettere in luce ciò che, in
questo immaginario sociale dell’infanzia,
fa da schermo alla realtà dell’esperienza
infantile, visto che è proprio
questo l’elemento che abbiamo
perso di vista. (…)
All’interno di un quadro così definito,
non è necessaria la dettagliata ricostruzione
di ciò che ha significato la
scoperta del bambino reale; scoperta
della quale il XX secolo merita di essere
accreditato. La si può riassumere
in tre parole, nei nomi delle tre discipline
divenuteci ormai così familiari
da farci dimenticare la novità che rappresentarono:
pediatria, psicologia,
psicoanalisi. Ciascuna a modo suo,
hanno tutte rivoluzionato la nostra
precedente visione dell’infanzia e della
vita concreta dei bambini. (…) Siamo
ormai così abituati a considerare
la morte di un bambino come uno
scandalo che non ci ricordiamo più fino
a che punto, ancora solo un secolo
fa, fosse considerata una cosa banale.
Dobbiamo alla medicina pediatrica,
grazie al controllo della mortalità infantile,
l’essere riuscita a completare
la transizione demografica. Il bambino
è così divenuto un essere per la vita,
invece di rimanere, com’era sempre
stato, quell’essere sospeso tra la
vita e la morte in quel tempo di prova
che l’infanzia rappresentava prima di
ogni altra cosa. Si trattava di sapere se
sarebbe sopravvissuto; si tratta oggi di
prepararlo a una esistenza data come
certa (…). Insieme al superamento della
precarietà vitale, che appariva come
l’elemento irrinunciabile delle fasi
iniziali dell’esistenza, nel XX secolo,
grazie alla psicologia, si è assistito
alla specificazione scientifica della
genesi del processo intellettivo e delle
sue tappe. Non consideriamo mai
abbastanza quanto questa scoperta
abbia fornito prestigio alla pedagogia,
disciplina che fino a quel momento
non si sapeva bene se considerare empirica,
speculativa o, all’occorrenza,
semplicemente utopica. Ha cambiato
statuto, radicandosi nella conoscenza
positiva della “differenza” del bambino
e fornendo una solida base alla tecnica
che avrebbe assicurato i progressi
del suo sviluppo cognitivo. Alla psicoanalisi,
infine, dobbiamo l’avere
svelato, accanto a questa genesi cognitiva,
lo sviluppo psichico e affettivo
del bambino in tutti i suoi stadi. Si
può anche discutere il contenuto della
ricostruzione proposta da Freud e
dai suoi discepoli; ciò non toglie che il
principio stesso della genesi soggettiva
sia ormai un dato indiscutibile.
Questo vale a maggior ragione per l’altra
scoperta prodotta dal metodo psicoanalitico,
quella dell’impronta indelebile
lasciata da tale genesi sulla personalità
adulta. (…) La nostra infanzia
resta in noi per sempre e, con le sue
metamorfosi, le sue esperienze e i
suoi traumi, ci accompagna indefettibilmente.
E’ senza dubbio l’elemento
più importante tra quelli introdotti
dalla psicoanalisi, l’irreversibile cambiamento
nel nostro sguardo: la dimensione
infantile è divenuta una dimensione
costitutiva dell’umano in generale,
e rispetto alla quale nessuno
può credere di potersi affrancare.
Questa riconsiderazione del posto
della dimensione infantile nell’umano
mi sembra, in ogni caso, il punto di riferimento
implicito intorno al quale
negli ultimi anni lo scenario è cambiato.
Il diffuso, ma potente, riconoscimento
dell’infanzia in ciascuno di noi
ha finito per rappresentare il vettore
di una mitizzazione dell’infanzia. E’
possibile definire tutto ciò come un vero
e proprio rovesciamento copernicano.
Per molto tempo, com’è noto, gli
adulti non hanno “visto” i bambini, nel
senso che non li vedevano come tali e
in quanto tali. Non cercavano di conoscerli
nella loro differenza, considerata
come non significativa in virtù del
fatto che il punto di riferimento continuava
a essere la compiuta umanità
dell’adulto. Bastava aspettare, preparando
al meglio quel pieno raggiungimento
della verità della condizione
umana. (…) Un luogo immaginario:
questo, dunque, il posto del bambino.
Ma anche una volta acquisita, nel XX
secolo, la scoperta dell’infanzia, anche
una volta riconosciuta la sua specificità,
il bambino restava ciò da cui era
compito dell’adulto emanciparsi. (…)
Oggi è possibile affermare che gli
adulti si vedono attraverso i bambini;
si proiettano in loro, in funzione della
loro differenza riconosciuta, addirittura
sottolineata, esaltata, ma letta attraverso
un prisma che, non per questo,
lascia necessariamente spazio alla verità
di questa differenza. Al punto di
arrivo non è certo che i bambini ci abbiano
davvero guadagnato da questo
allucinato sovrainvestimento, da questa
regalità immaginaria alla quale sono
stati promossi, senza che con questo
si vogliano sottostimare gli immensi
miglioramenti dei quali ha beneficiato
la loro esistenza. Quello che mi
sembra certo, in ogni caso, è che la visione
adulta dell’infanzia ormai affermatasi,
a causa dell’incomprensione
che produce, costituisce un ostacolo
epistemologico e pratico all’impresa
educativa. (…) Questo nuovo essere
mitologico è nello stesso tempo un figlio
del desiderio, del privato, dell’uguaglianza,
un figlio come ideale del
sé e come utopia politica.
1. Il bambino immaginario figlio del
desiderio. Esso è innanzitutto il prodotto
di quella rivoluzione ben conosciuta,
ma le cui conseguenze antropologiche
devono ancora essere tirate e
meditate, che consiste nel controllo
della procreazione. Una frattura incalcolabile
nella storia della condizione
umana. (…) Il bambino è diventato
un figlio del desiderio, del desiderio
di un figlio. Era un dono della natura
o il frutto della vita attraverso di noi,
certo, ma senza di noi o malgrado noi.
D’ora in poi non potrà che essere il risultato
di una volontà espressa, di una
programmazione, di un progetto. (…)
Questa situazione ha facilitato quella
che possiamo definire l’appropriazione
dell’infanzia da parte degli adulti.
I bambini sono oggi figli dei loro genitori
a un livello senza precedenti, sono
l’emanazione del loro essere più
intimo, con le implicazioni di ogni genere
che questo comporta.
2. Il bambino immaginario figlio
del privato. La valorizzazione di questo
figlio del desiderio si accompagna
alla valorizzazione della sfera privata;
si lega alla rivoluzione della famiglia.
Il figlio del desiderio è il simbolo
vivente della trasformazione dei legami
familiari. Nel quadro della vecchia
famiglia-istituzione, dedita alla
funzione sociale della perpetuazione
del lignaggio, la famiglia faceva il
bambino; nel quadro delle nuove famiglie
affettive, che trovano la loro
giustificazione nella ricerca emotiva
dei loro membri, è il bambino che fa
la famiglia. Precisiamo: è la presenza
di un figlio che la consacra come ambito
sociale distinto, dedito alla realizzazione
di valori specifici che, rispetto
alla sfera pubblica, non sono
solo distinti, ma preminenti – valori
che, in quanto portatori della realizzazione
personale, sono opponibili a
quelli della sfera pubblica. Di qui tutta
una serie di pressioni che, in nome
dei propri valori, le famiglie operano
sulla scuola, della quale tendono a rifiutare
la dimensione istituzionale
perché considerata responsabile di
un’impersonalità alienante. (…)
3. Il bambino immaginario figlio
dell’uguaglianza. Il figlio del desiderio,
chiamato a realizzarsi nel quadro
della famiglia privata, è un bambinopersona,
un bambino riconosciuto nella
sua integrale individualità. Di più,
per attribuire al fenomeno la sua reale
portata, è necessario definirlo come
un bambino dell’uguaglianza. In effetti,
è il prodotto del parallelo compiersi
di quella rivoluzione di cui Tocqueville
ha colto il principio, con il nome
più adeguato di uguaglianza delle
condizioni, e che, a dispetto della sua
ammirevole preveggenza, non immaginava
certo che si sarebbe spinta così
lontano. Il cuore di questa rivoluzione
sta nel principio di somiglianza,
nella similitudine d’essenza tra gli esseri,
al di là di quali siano le differenze
di superficie che presentano – differenze
relative alle loro funzioni, alle
loro posizioni o condizioni sociali,
ma anche differenze di sesso e d’età.
(…) L’integrazione delle donne, dei
giovani e poi dei bambini nel cerchio
dell’individualità: questa la trasformazione
capitale all’origine dell’integrale
realizzazione della società degli individui.
Nel caso del bambino, tale individualità
ha la particolarità di aver
bisogno degli adulti per esistere. Ma,
a quanto pare, poco importa: lungi
dall’essere un ostacolo, questa necessità
sembra essere un incoraggiamento
ad accordargli un tale status. (…) Da
questo punto di vista il bambino è paradigmatico:
rappresenta quell’individuo
che è necessario volere come tale
per farlo esistere. Niente di più notevole
e significativo, in questo senso,
degli sforzi prodotti in tutte le direzioni
per incoraggiare la sua autonomia.
In compenso, questa posizione strategica
nell’immaginario sociale non è
necessariamente la migliore consigliera
per chiarire la realtà della condizione
infantile, che si tratti di prendere
in considerazione ciò che distingue
il bambino dalla persona, intesa
nel rigore del termine, o che si tratti
del giusto apprezzamento delle vie
grazie alle quali si accede per davvero
all’autonomia. Il bambino può essere
una persona dal punto di vista del
riconoscimento sociale, questo non significa
che abbia gli strumenti cognitivi
per agire come una persona (…).
La finta attribuzione di un’autonomia
astratta rappresenta un ostacolo all’acquisizione
dei mezzi reali per raggiungerla.
Se c’è oggi una questione
aperta per la filosofia dell’educazione,
è proprio questa: cos’è l’autonomia,
cosa significa divenire autonomi,
e a quali condizioni? (…) si tratta di
concepire nel bambino un’umanità allo
stesso tempo pienamente costituita
e tuttavia ancora da definire.
4. Il bambino immaginario come
ideale del sé. (…) Nelle nostre società
si parla di continuazione di “giovanilismo”,
dell’ossessione di “restare giovani”
che abita gli adulti. Quello che
però, forse, non si è sufficientemente
analizzato è il contenuto di questo
ideale del giovane, figura immaginaria
ma dalle incidenze affatto reali. A
me sembra definito dalla combinazione
tra l’indipendenza adulta e uno
spirito infantile. Esattamente ciò che
ne fa un ideale culturale. Sul versante
negativo, questa promozione dello
spirito infantile va considerata insieme
alla doppia decostruzione delle figure
della maturità e della virilità.
Con la ridefinizione delle età della vita,
emergono motivi del discredito
della maturità in quanto ideale. (…)
Laddove le società aristocratiche, per
esprimerci come Tocqueville, tendevano
a rafforzare l’espressione delle
differenze naturali, come quella che
separa l’adulto dal bambino, le società
ugualitarie tendono a cancellarle.
L’immagine del maschio costruita
dalla presa di distanza dall’età puerile
non va più di moda. Sul versante
positivo, questa infanzia ideale senza
grandi punti di contatto con l’infanzia
reale risulta essere una miscela dalle
diverse componenti, le une più vecchie
e riattivate con significati nuovi,
le altre del tutto nuove. Ecco allora
che abbiamo assistito al riemergere di
un’immagine antica, l’innocenza infantile,
la cui esatta consistenza, in
questo nuovo utilizzo, andrebbe decifrata.
Ha rianimato l’orrifico fantasma
di una pedofilia onnipresente, riattivando
nuovi processi alle streghe. Il
fenomeno non può non sorprenderci:
assistiamo, contrariamente a quanto
ci aveva insegnato la psicoanalisi, a
una desessualizzazione dell’infanzia.
(…) In ogni caso quello che emerge è
che, nel nostro mondo, si può dire tutto
tranne che quello della sessualità
sia un problema risolto. Ma c’è un’immagine
nuova che sembra giocare un
ruolo determinante in questa valorizzazione
dell’infanzia. (…) Se il nostro
principale dovere è quello di essere
costantemente in sintonia con il nostro
io più profondo, a dispetto dei codici
artificiali che la vita sociale ci impone,
allora è necessario che esista da
qualche parte un modo per manifestare
questa vera identità. In questo campo
il bambino è un maestro, lui che,
nella sua fragilità, conserva un contatto
immediato con l’essenziale. E ancora,
il bambino rappresenta più di tutto
l’accordo diretto e completo con il
proprio io, all’opposto delle lacerazioni
e dei conflitti dell’età adulta. In
questo senso incarna la figura della
felicità possibile. E’ per questa ragione
che i genitori desiderano così fortemente
che i loro figli siano felici qui
e ora, per la paura che la loro vita futura
possa risentirne. (…)
5. Il bambino immaginario come
utopia politica. Per finire, l’infanzia è
divenuta la nostra ultima utopia politica,
in un mondo dove quest’ultima
non ha più manifestamente un posto.
E’ investita, né più né meno, che della
nostra ultima speranza di vedere realizzato
un mondo diverso da quello
che conosciamo. (…) nel contesto di
crisi dell’avvenire installatosi a partire
dagli anni Settanta, l’avvenire è divenuto
qualcosa di irrappresentabile,
e l’infanzia ha finito per assorbirne
tutto l’immaginario. Si è progressivamente
imposta come l’unico canale
concepibile per le nostre proiezioni in
avanti: non possiamo che passare per
il suo tramite, solo grazie a lei siamo
ancora in grado di rendere concreto
un percorso in direzione del futuro.
Mi si potrebbe obiettare che le utopie
del passato non si preoccupavano un
granché dei bambini. Generalmente
contenevano un aspetto educativo,
spesso importante, ma è di un’altra cosa
che parliamo qui: è il bambino stesso,
e solo lui, che diviene il vettore
dell’utopia, il supporto esclusivo di un
progetto di differenza del futuro; un
futuro cui, del resto, è impossibile attribuire
un contenuto. Il bambino
compare nell’utopia, è in quanto tale
l’utopia. A questo bisogna aggiungere,
ed è un’altra significativa originalità
rispetto al passato, che lo diviene in
un modo implicito di cui gli attori sono
appena consapevoli, un elemento
che non impedisce all’utopia di cui è
investito di essere pregante, per quanto
indistinta possa restare. Se, come
giusto, si cerca di decifrarla, mi sembra
che la si possa ricondurre all’utopia
di una società di individui integralmente
realizzati. Che significa, da
una parte, un universo di individui
che scoprono se stessi da soli, per autocostruzione,
al di fuori di qualsiasi
pressione o vincolo sociale; dall’altra,
una modalità di coesistenza senza violenza,
dove ogni individuo è sufficientemente
realizzato in se stesso da poter
accettare la differenza degli altri.
Sia chiaro, quest’utopia che non si pone
come tale e che non è consapevolmente
rivendicata dagli attori in gioco,
nondimeno riveste un ruolo determinante
nel forgiare una certa idea di
educazione. Rappresenta la guida suprema
per le aspettative e le inclinazioni
collettive. Noi non ce ne rendiamo
nemmeno conto, ma riguardo al
mondo che vorremmo veder realizzato
è proprio ciò che ci aspettiamo dall’educazione
a condizionare il nostro
modo di pensare e di agire.
Gauchet
Gauchet, storico, filosofo e
sociologo nato in Francia nel 1946, è
direttore di studi all’École des Hautes
Études en Sciences Sociales di Parigi
e direttore della rivista Le Débat. E’
autore de “Il disincanto del mondo”
(1985; tradotto in italiano nel 1992 da
Einaudi), un classico del pensiero politico
francese. Tra gli altri suoi libri
ricordiamo: “L’inconscio cerebrale”
(1994, Il nuovo Melangolo); “La democrazia
contro se stessa” (2005, Città
Aperta); “Il religioso dopo la religione”
(con Luc Ferry, 2005, Ipermedium);
“Un mondo disincantato? Tra
laicismo e riflusso clericale” (2008) e
“La religione nella democrazia”
(2009), entrambi pubblicati da Dedalo.
Per le edizioni Vita e Pensiero è in
uscita un nuovo volume, “Il figlio immaginario”,
del quale il saggio riprodotto
in queste pagine anticipa i temi.
© Copyright Il Foglio 1 maggio 2010
"Piccoli mostri". Le donne sono passate da secoli di dominio maschile a una tirannia peggiore, quella dei figli
Non è soltanto una faccenda di denaro, è un fatto culturale: è il senso di oppressione contenuto nell’ideale dei genitori moderni e perfetti, della madre che cuce bambole steineriane per il corretto sviluppo psico-emotivo dei piccoli, lava i pannolini a mano (tra la vita degli alberi e la libertà delle ragazze non c’è gara, però), allatta fino a quando il ragazzo va alle medie per dargli anticorpi e sicurezza, compra solo uova ancora calde di gallina con certificato di sereno razzolamento, sviene quando incontra il male assoluto: gli omogeneizzati già pronti. “Ecco la risposta. Dai al bambino un biberon e fatti un bicchiere di vino e una sigaretta. Poi torna ai pannolini usa e getta, alle pappe industriali e trova il modo di riprenderti la tua vita”. E’ la visione di Elisabeth Badinter, una filosofa francese che ha scritto: “Le conflit. La femme et la mère”, in cima alla lista dei bestseller in Francia: le donne sono passate da secoli di dominio maschile a una tirannia ancora più pericolosa, quella dei loro figli.
Elisabeth Badinter spera nel ritorno al vecchio modello francese, un po’ più rude forse (latte in polvere, asili nido, eccetera), ma che impediva ai bambini di appropriarsi completamente della vita delle madri (quella dei padri, immutabile nella storia delle conquiste sociali, viene sbrigata così: “Sono contenti, si siedono e guardano il calcio”). Questo libro ha suscitato le furie di attivisti dell’allattamento, di alcune associazioni ecologiche e religiose, di femministe new age, di pediatri e antimperialisti che hanno accusato l’autrice (66 anni, tre figli, molti nipoti e la sigaretta in bocca) di essere una prezzolata al servizio della Nestlé.
I bambini giocano con serietà. La corrispondenza tra Lewis e i suoi giovani lettori
Pubblichiamo uno stralcio della postfazione del libro di Clive Staples Lewis Lettere ai bambini. Il magico mondo di Narnia nella corrispondenza con i giovani lettori (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009, pagine 224, euro 16).
di Andrea Monda Come nel caso delle lettere dell'amico e collega J. R. R.Tolkien pubblicate in Italia quasi venti anni fa nel volume La realtà in trasparenza, viene colmato un vuoto che era importante riempire per entrare più consapevolmente nel mistero della scrittura di uno degli autori più originali e sorprendenti del Novecento. Che poi gli interlocutori siano per lo più bambini è un dettaglio che aggiunge un plus-valore alla presente raccolta, per la freschezza delle domande e delle risposte, per essere i bambini secondo Lewis (lo ricorda nell'appendice il curatore Carlo M. Bajetta citando Colin N. Manlove) "più aperti all'esperienza e più aperti all'essere cambiati dall'esperienza".
I bambini hanno il gusto dell'essenzialità e vanno al sodo il che non può non gratificare lo scrittore: "Sono così grato che tu abbia percepito (la) "storia nascosta" nelle Cronache di Narnia. È strano, i bambini ci riescono quasi sempre, gli adulti quasi mai", scrive a Ruth Brady il 26 ottobre 1963 a poche settimane dalla morte. Questo è un fatto molto importante: i bambini percepiscono di più, vedono di più, vedono oltre. Per l'autore delle Cronache di Narnia, uno dei maestri del genere cosiddetto fantasy, questo è un particolare fondamentale, non a caso Lewis, in veste di lettore delle storie che i bambini gli presentano (perché in queste lettere spesso i ruoli si rovesciano), non perde occasione per alimentare questa capacità dei suoi giovani interlocutori: il 9 settembre 1954 scrive a Joan Lancaster sottolineando come sia "fortunata a fare dei sogni così belli alla tua età: e come li descrivi bene! E questo - devo aggiungere - non è solo per farti un complimento, penso davvero che tu li abbia descritti bene: sono riuscito a "vedere" davvero le tue Montagne Colorate". I brani di Lewis-lettore sono tra i più gustosi e stimolanti dell'intera raccolta, quelli in cui lo scrittore si dimostra, come si direbbe oggi, anche ottimo docente di scrittura creativa (basta leggere la lettera sempre a Joan Lancaster del 26 giugno 1956 per rendersene conto).
Ma c'è ben altro in queste lettere e non è facile recuperare un filo unico capace di tenere insieme tutta la matassa. C'è innanzitutto l'uomo-Lewis, quasi messo a nudo dalle domande dei suoi giovanissimi lettori, che si rivela in tutta la sua umanità, con i suoi tic, i suoi sogni (per lo più incubi), i suoi gusti, le sue curiosità, le sue mille incombenze pratiche ma che non gli impediscono di rispondere con schiettezza e meticolosità a tutte le tantissime missive.
C'è poi il Lewis filologo, parola incomprensibile per i suoi interlocutori ma che emerge in controluce all'attenzione del lettore e s'impone alla sua riflessione; certo una riflessione da fare "al livello dei bambini", per cui non ci saranno studi e saggi di filologia "accademica" ma continui richiami al significato delle parole, delle lingue, dei nomi: nomi dei luoghi, degli stessi bambini, specie quelli stranieri ma anche, per esempio, dei cicloni.
C'è infine il Lewis cristiano. Anche in questo caso si ritrova il Lewis degli altri libri, dei suoi saggi apologetici, in particolare il Lewis anti-manicheo, che sottolinea di continuo la "fisicità" di una religione imperniata sul dogma dell'Incarnazione (vedi, per esempio, quando parla della sua pelle vista come un vecchio amico, quando parla dell'anima, della corporeità dei beati e della imperfezione del corpo nonché della sua stessa invalidità fisica) il che getta una luce anche sul Lewis scrittore.
Infatti, e forse è superfluo precisarlo, i tre aspetti dell'uomo, del filologo e del cristiano sono facce della stessa medaglia, strettamente intrecciati tra loro e in quasi ogni lettera emergono tutti insieme. Il ritratto che fuoriesce da queste lettere è quello di un uomo sincero quanto curioso, un professore scrittore che non smette di fare domande, di interrogare e interrogarsi con la serietà con cui gioca un bambino. Ed è sorprendente la schiettezza con cui Lewis parla della sua vita anche interiore chiedendo spesso ai bambini di pregare vicendevolmente a conferma della serietà e della profondità con cui viveva la sua fede in Cristo. Da questo punto di vista queste lettere ai bambini sono anche uno splendido "catechismo", mai noioso come quello di cui parla nella lettera alla signora Krieg, madre del piccolo Laurence, del 28 gennaio 1956 ma al contrario molto divertente. E questo è un altro tema fondamentale, di tutta l'opera lewisiana: il divertimento, la gioia. Questa è la fonte, il segreto di Lewis: "È davvero divertente scrivere storie, vero?", esclama concludendo la lettera del 22 febbraio 1955 a Marcia Billiard, un entusiasmo che non può non far venire in mente il vecchio adagio rabbinico: "Perché Dio ha creato il mondo? Oh, non so, ma a lui piacciono tanto i racconti!". La gioia e la creatività, tra loro strettamente collegate, riconducono all'umiltà che è un altro protagonista nascosto di queste lettere: "Perché sono diventato uno scrittore?" si chiede il 6 dicembre 1960 scrivendo alla signorina Lee, "In primo luogo, penso, perché la goffaggine delle mie dita mi ha impedito di creare delle opere in altro modo".
(©L'Osservatore Romano - 26 marzo 2010)
Allarme allergie tra i bimbi. Non solo allergici, ma fobici
Se i bambini non toccano tutto, alla fine si ammalano. Ecco perché il problema del boom delle allergie è un problema etico. La "eccessiva igienizzazione", - favorita da tanti messaggi che fanno vedere ad esempio i batteri come nemici mortali, mentre spesso sono utili compagni di cammino - non fa entrare in contatto i piccoli
con gli allergeni (ma perché mai dovremo disinfettare e non solo pulire le macchie di gelato?? Che microbi pensate che ìci sino nascosti dentro?) e questo contatto arriva quando è troppo tardi, e l'organismo non li conosce e li rifiuta, secondo nuove ricerche. Il problema etico diventa chiaro quando ci domandiamo perché vogliamo tenere i bambini al riparo da tutto, perché costruiamo per loro un mondo in cui non giocano, ma "fanno sport", non si incontrano ma "vanno a feste precostituite dagli adulti", non si sporcano e non rompono nulla non perché è un pasticcio, ma perché non siamo più abituati a pensare a qualcosa di sporco o di rotto (cioè l'imperfetto) come parte della vita. Il diritto a sporcarsi è un diritto sacrosanto, e non concederlo loro è una violenza fisica e mentale. Non solo cresceranno allergici, ma anche fobici.* Ecco l'articolo cui fa riferiemnto Bellieni tratto da Il Messaggero:
ROMA (19 dicembre) - Quella delle allergie dei bambini è ormai una vera e propria epidemia, che ha colto di sorpresa famiglie e istituzioni, prima fra tutte la scuola. L'allarme è stato lanciato durante la quinta Giornata del Bambino Allergico, organizzata dalle associazioni di pazienti e di allergologi pediatrici, che hanno anche presentato un decalogo con suggerimento e “buone pratiche” per riconoscere e curare i disturbi allergici. «L'epidemia è dovuta a vari fattori, primo fra tutti l'eccessiva igienizzazione dei bambini - spiega Alberto Ugazio, pediatra dell'ospedale Bambino Gesù di Roma e presidente della societa italiana di Pediatria - e ha colto impreparati un po' tutti, dai genitori alle istituzioni agli stessi pediatri. Ora serve un'alleanza terapeutica di tutte queste figure per far fronte all'emergenza».
Secondo i dati presentati al convegno, nel nostro paese dal 1950 ad oggi si è passati da un 10% della popolazione colpita da una manifestazione allergica ad un 30%. Il 10% dei bambini al di sotto dei 14 anni soffre di asma bronchiale (nell'80% dei casi provocata da allergie), il 18-20% soffre di rinite allergica, mentre il 10% può presentare dermatite atopica e l'8% ha qualche allergia alimentare.
L'istituzione più impreparata ad affrontare questa emergenza sembra essere proprio la scuola: «Servono innanzitutto interventi legislativi che permettano agli insegnanti di assistere i bambini allergici - spiega Ugazio - ora anche in caso di attacchi d'asma o crisi gravi l'unica cosa che un insegnante può fare è chiamare i genitori, e ogni altro intervento è sotto la propria responsabilità. È inutile quindi insegnare loro come intervenire se poi non possono farlo».
Del problema si è detta preoccupata anche Federasma, l'associazione delle famiglie dei pazienti, che ha proposto l'istituzione di presidi sanitari in ogni scuola con personale qualificato ad assistere gli alunni con malattie croniche come le allergie. L'associazione, insieme agli esperti dell'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, ha messo anche a punto il decalogo presentato durante la giornata, che contiene i principali consigli per assistere i piccoli pazienti. Accanto alle norme basilari, come rivolgersi sempre al pediatra, effettuare i test allergici solo in strutture ospedaliere valide evitando i test “alternativi”, ci sono anche articoli che sanciscono i diritti dei bambini: “Il bambino ha il diritto di frequentare regolarmente tutte le attività ricreative - si legge ad esempio - gioco e sport, adeguate alla sua età, sotto il controllo di personale addestrato nello specificò. Inoltre il paziente dovrebbe aver garantiti Ambienti interni ed esterni idonei, rigoroso rispetto del regime alimentare del bambino con documentata allergia ad un alimento, l'impiego di farmaci specifici, prescritti e certificati, necessari alla cura quotidiana o in caso di emergenza, somministrati da personale opportunamente addestrato. «Ormai si può dire che la sfida con le malattie acute dei bambini è in buona parte vinta - conclude Ugazio - la sfida adesso è cercare di combattere l'emergenza sociale creata da quelle croniche come le allergie».
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