DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

IL COSTO DEI FIGLI IN ITALIA: INSOSTENIBILE. Il Rapporto 2009 del Cisf ci aiuta a capire le paure delle famiglie e non solo

Il Cisf (Centro internazionale studi famiglia) ha condotto una ricerca empirica sul costo dei figli in Italia che offre stime attuali, precise e significative. Sono state intervistate le stesse famiglie (un campione di 4000 famiglie rappresentativo della popolazione italiana) anziché, come spesso si fa, basarsi sui dati Istat relativi ai consumi o alla spesa pubblica. Vengono distinti i costi di mantenimento (quelli che fanno fronte alle necessità o bisogni di base: alimenti, vestiario, igiene, istruzione, ecc.) e i costi di accrescimento (o allevamento, che riguardano in particolare le spese per beni oltre quelli indispensabili, e richiedono ‘tempo dedicato’, relazionalità, gestione delle opportunità di vita dei genitori e dell’intera famiglia). Cosa emerge?
La popolazione italiana è composta da famiglie anagrafiche di cui il 53,4% non ha figli. Solo una minoranza di famiglie ha almeno un figlio. Dobbiamo prendere atto di una situazione abbastanza drammatica, nel senso che abbiamo a che fare con una popolazione assai anziana e in gran parte destinata a non avere figli. Il peso della riproduzione della popolazione cade su delle minoranze: cioè sul 21,9% delle famiglie che hanno un figlio, il 19,5% che ne ha due, il 4,4% che ne ha tre, mentre le famiglie con quattro figli o più rappresentano lo 0,7%. E ci si chiede: possibile che, con questi numeri, non si riesca a fare di più per sostenere le famiglie che hanno dei figli o che ne desiderano uno in più? È chiaro, infatti, che la spesa pubblica è usata molto di più per sostenere le aziende e gli affari economici che le famiglie con figli. Si tratta di una politica miope, che non comprende neppure che, senza figli, non ci sarà forza lavoro, non ci saranno i contributi per la previdenza sociale degli anziani, e in generale questa situazione demografica costituisce un freno al benessere complessivo della popolazione.
Un secondo dato da considerare attentamente è lo scarto fra il numero medio dei figli avuti dagli intervistati, pari a 1,71, e il numero medio dei figli desiderati, pari a 2,13.
Quali sono le cause di così pochi figli? La distribuzione dei fattori dichiarati dagli intervistati come decisivi sull’avere meno figli di quelli desiderati mostra un risultato assai interessante: l’avere avuto poche risorse finanziarie ha inciso per il 19,5%; la scarsa disponibilità di tempo nel conciliare famiglia e lavoro ha inciso per l’8,9%; la casa troppo piccola ha inciso per lo 0,3%; l’assenza di servizi per l’infanzia (asili, ecc.) per lo 0,3%; la precarietà del lavoro per l’1,5%; il posporre la nascita del figlio agli anni a venire per l’11,7%; mentre le altre ‘motivazioni personali’ hanno inciso per il 57,8% dei casi. In sostanza, le cause che hanno ristretto la natalità sono per quasi il 58% rappresentate da motivi soggettivi! Possiamo dire, in breve, che si tratta di motivi psicologici legati al senso di incertezza e di rischio sul futuro, così come a fattori culturali inerenti alle difficoltà di impegnarsi nell’educazione dei figli, più che a vincoli strutturali o economici in senso stretto.
La spesa media mensile per i figli a carico è il 35,3% della spesa familiare totale. Ma sugli alimenti e bevande i figli spendono più della metà dell’intera famiglia (in media: 244,7 euro al mese per i figli su 449,5 euro per l’intera famiglia). Le spese medie per la “paghetta” ai figli (23,7 euro al mese) sono decisamente superiori alle spese medie per l’istruzione (12,5 euro al mese).
Come riescono le famiglie ad arrivare alla fine del mese? Con grande difficoltà il 16,4% (area della povertà), con una certa difficoltà il 18,0% (area a rischio di povertà), con qualche difficoltà il 37,2% (strati sociali più bassi, ma sopra la linea della povertà), con una certa facilità il 22,4% (classi medie), con facilità il 5,3% (classi medio-alte), con grande facilità lo 0,8% (classi più elevate). Se analizziamo gli estremi, abbiamo il 34,4% nell’area delle difficoltà e il 28,4% nell’area della facilità ad arrivare alla fine del mese.
La distribuzione dei redditi familiari sembra da Paese del Terzo Mondo. Il 60,2% della popolazione vive con un reddito familiare inferiore a 1.500 euro al mese. È vero che il 53,1% della popolazione vive senza figli (il 26,6% sono persone sole – in genere anziani –, e il 21,5% sono coppie senza figli). Ciò induce a pensare che, a parte gli anziani soli e le coppie di anziani i cui figli sono ormai grandi e autonomi, la popolazione italiana sopravvive decentemente proprio perché rinuncia ad avere figli.
In media, secondo le previsioni degli italiani intervistati, un figlio in più costa al mese 643 euro, e questa è una cifra che per la gran parte delle coppie, specie quelle giovani, non è sostenibile.
Il Rapporto raggruppa le famiglie italiane in tre grandi gruppi significativi quanto ai loro diversi stili di vita e modalità di intendere e praticare il costo dei figli.
I risultati sono riportati nel volume Il costo dei figli: quale welfare per le famiglie? (editore Franco Angeli) a cura di Pierpaolo Donati.

In sintesi. I bambini sono diventati soprattutto un bene di consumo, che viene comparato con altri beni come l’acquisto dell’auto, fare una vacanza all’estero, e così via. Anche fra gli immigrati (seconde generazioni) comincia a declinare il senso del figlio come investimento generazionale. Siamo quindi di fronte a una mercificazione dei figli. Le politiche pubbliche rafforzano questa tendenza perché puntano sui trasferimenti monetari (del tutto insufficienti) e non aiutano a sviluppare un adeguato sistema dei servizi, i quali rimangono scarsi dal punto di vista quantitativo e ancor più qualitativo. Occorre invertire la rotta, o l’Italia è destinata non solo al declino demografico, ma anche e soprattutto a una frammentazione del tessuto sociale che giocherà sempre più negativamente sulle opportunità sia di avere figli, sia di poter dare loro dei percorsi di vita sostenibili. Il Rapporto raccomanda due linee di azione. La prima è lo sviluppo di un welfare sussidiario e relazionale per le famiglie. La seconda è l’equità fiscale da perseguire con l’aumento dell’assegno al nucleo, delle deduzioni e detrazioni puntando, nel medio periodo, alla instaurazione del quoziente familiare (detto ‘pesato’ per evitare la redistribuzione dalle famiglie meno benestanti a quelle più ricche).

http://www.stpauls.it/cisf/Default.htm

Pierpaolo Donati