DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Un Vaticano modello Onu. Dietro gli attacchi dei liberal americani e italiani al Papa si cela il piano di “Democratizzare” la Chiesa

di Rodolfo Casadei
Tratto da Tempi del 13 aprile 2010

Altro che le dimissioni di Benedetto XVI. Quanti stanno mediaticamente cavalcando gli scandali pedofili riguardanti sacerdoti cattolici mirano molto più in alto: nientemeno che alla riforma della Chiesa. Lo dimostra il programma della più importante delle iniziative di mobilitazione di cui finora si abbia notizia e lo conferma il contenuto di editoriali e commenti apparsi di qua e di là dell’Atlantico. Bernie McDaid e Olan Horne sono due vittime di abusi pedofili da parte di sacerdoti americani che hanno preso parte a uno storico incontro con Benedetto XVI durante il suo viaggio pastorale negli Stati Uniti dell’aprile 2008. Era la prima volta che un incontro del genere avveniva, per di più su richiesta del Papa. D’intesa con “gruppi riformatori in tutto il mondo”, i due hanno indetto per il prossimo 31 ottobre il “Day of Reformation”, un’adunata internazionale che vorrebbe portare in piazza San Pietro a Roma 50 mila persone sulla base di una piattaforma di quattro punti che va ben al di là della questione degli abusi sessuali: «1) Regolari audit da parte di enti indipendenti relativamente alle politiche e alle procedure di diocesi ed altri enti ecclesiastici per la prevenzione degli abusi e la gestione dei casi di abuso quando essi si verificano. 2) Attività di relazione con le vittime, compresi sostegno spirituale, pastorale e relativo alla salute mentale. 3) Efficaci programmi di screening per seminaristi, sacerdoti e vescovi, incluse opportunità rafforzate per la partecipazione del laicato alla selezione dei vescovi. 4) Partecipazione da parte dei sopravvissuti agli abusi sessuali a tutte le istituzioni che decidono le politiche della Chiesa». Una Chiesa che si facesse monitorare dalla Commissione per i diritti umani dell’Onu, o dall’ufficio allargato del garante della privacy non sarebbe più la Chiesa che si conosce da qualche secolo; e il conferimento di facoltà di natura episcopale o cardinalizia a vittime di abusi sessuali appare una forma di indennizzo davvero stravagante. A meno che dietro non ci sia quella che gli americani definirebbero una “political agenda”, ovvero un programma politico (in senso lato). Ipotesi avvalorata dall’altra richiesta di partecipazione del laicato alla scelta dei vescovi (storica richiesta dei gruppi ecclesiali progressisti). Il Reformation Day sembra dunque in sintonia con quanto scritto da James Carroll sul Boston Globe nel commento “Rescuing Catholicism”, “Salvare il cattolicesimo”, in cui si legge che «Benedetto XVI ha denunciato i preti predatori con la dovuta severità, ma non può credibilmente punire i vescovi che hanno permesso tutto questo perché egli è uno di loro» e perché «è stato il capo dei fondamentalisti». I quali hanno sabotato il Concilio Vaticano II, «un passo verso la democratizzazione della Chiesa cattolica». La quale sarebbe poi un ritorno alle vere tradizioni cristiane, perché «in passato i vescovi erano eletti dalle Chiese locali, e agendo insieme in Concili generali esercitavano la suprema autorità cattolica. Tutto questo è cambiato nel secolo XIX». Per cui «il dominio papale è un fenomeno moderno». Balle per chi conosce un po’ la storia della Chiesa d’Occidente, spacciate per verità da Carroll, ex prete che ha gettato la tonaca nel lontano 1973 per diventare romanziere, autore teatrale e giornalista. La chiusa del suo commento è illuminante: «Il problema è la struttura, il che significa che la questione non sono le dimissioni del Papa». L’obiettivo dei cattolici liberal e pro-choice americani è lo stesso della manifestazione del 31 ottobre: trasformare la Chiesa in una federazione di Chiese nazionali, le più illuminate delle quali sarebbero rette in forma democratica.

Sono le stesse tesi che, in modo più felpato, Giancarlo Zizola ha articolato su Repubblica. Prima, in un pezzo di commemorazione di Giovanni Paolo II a cinque anni dalla scomparsa, ha spiegato che completare gli «avvii di riforma» del suo pontificato sarebbe la cosa giusta, ma è «difficile che si comprenda, nell’attuale psicosi dello stato d’assedio». Qualche giorno dopo ha ammonito che «il rischio di questa crisi, aperta da un colpo di audacia del papa che ha rotto dall’alto il sistema omertoso sui preti pedofili, è di far incassare alle forze involutive nella Chiesa una spinta ulteriore verso l’arroccamento entro i bastioni, privi persino di feritoie», mentre il suo aspetto positivo è che ha rianimato la «contestazione degli attuali assetti nelle relazioni fra clero e popolo dei fedeli» e gli «appelli per lo sblocco dei processi di riforma a favore di un modello di Chiesa “di comunione”». La quale Chiesa di comunione non è molto differente da quella democratizzata auspicata da Carroll, come si evince dalla prosa di Zizola: «È vero che la Chiesa “non è una democrazia”. Ma è anche vero che, essendo “comunione”, la Chiesa è più di una democrazia, ma non meno. E che “alla Chiesa senza l’opinione pubblica qualcosa farebbe difetto”, diceva Pio XII».

Intanto nel mondo anglosassone, da dove è partita l’offensiva contro Benedetto XVI, si manifestano i primi ripensamenti. Rowan Williams, primate anglicano d’Inghilterra che aveva dichiarato che la Chiesa cattolica irlandese aveva perduto tutta la sua credibilità, ha chiesto scusa telefonando all’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin ed esprimendogli «profondo dispiacere e rincrescimento» per le sue dichiarazioni. La pubblicizzatissima petizione del leader gay Peter Tatchell al primo ministro britannico perché manifesti l’opposizione del governo alle dottrine morali cattoliche e «il suo disaccordo sul ruolo del papa nella copertura degli abusi sessuali ai danni di minori da parte del clero cattolico» alla vigilia della visita di Benedetto XVI nel Regno Unito, ha finora raccolto solo 12. 301 firme ed è soltanto la dodicesima più firmata fra le petizioni a Gordon Brown.

Il Wsj smonta lo scoop del Nyt
La reazione più interessante è arrivata dagli Usa, dove il Wall Street Journal ha criticato la campagna del New York Times contro Benedetto XVI contestando la ricostruzione fasulla del caso Murphy fatta dal quotidiano liberal, che ha preso per buono quanto andava dicendogli Jeff Anderson, avvocato che ha ottenuto finora 60 milioni di dollari di indennizzi in cause contro la Chiesa cattolica. «È difficile pensare a qualcuno con un più grande interesse finanziario nel promuovere l’immagine di una Chiesa che non prende misure contro i preti abusatori e di un Benedetto XVI personalmente colpevole», scrive William McGurn. Che suggerisce infine ai colleghi «un po’ di scetticismo sulla ricostruzione dei fatti da parte di un avvocato che fa i milioni con questo genere di cause».