DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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MILLENIAL. IL SOGNO AMERICANO

Il social come surrogato dell’esperienza, l’animale come surrogato del figlio, l’appartamento come surrogato del focolare “open plan”: tutte queste cose, messe assieme, non sono che il surrogato di un sogno americano che è venuto a noia.

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MILLENIAL. IL SOGNO AMERICANO

Di Mattia Ferraresi

Il sogno americano ha caratteristiche precise. Una famiglia, un giardino, una macchina spaziosa  per l’attrezzatura da campeggio, un barbecue per le domeniche nel regno di suburbia ma soprattutto una casa. Non una casa qualunque: il sogno, nella sua forma archetipica, prevede una villetta indipendente “open plan”, cioè senza divisioni fra cucina, sala da pranzo e soggiorno, in modo che la mamma possa vedere i figli che giocano mentre lei prepara i cookie. Questa enfasi sul focolare, sullo spazio domestico comune, era il proseguimento urbanisticoantropologico delle intuizioni “usoniane” di Frank Lloyd Wright. Nel boom del dopoguerra l’abitazione “open plan” è stata forsennatamente costruita, promossa, reclamizzata e venduta come quintessenza della vita americana. Non possederla, o non aspirare a farlo, significava abdicare al sogno, rinunciare alla grande promessa piccolo-borghese che è la caratteristica fondante dei baby boomers. La storia chiarirà qual è il tratto essenziale dei millennial, l’inafferrabile balena bianca degli scienziati sociali e del marketing (il narcisismo? L’impoverimento? La disillusione? L’ironia? La solitudine? Il boh? Boh) ma di certo c’è che la casa è uscita dall’ordine del praticabile e forse anche del desiderabile. I giovani americani hanno una situazione economica meno stabile dei loro genitori ma nemmeno con il mercato immobiliare più depresso degli ultimi decenni sognano d’avventurarsi nella realizzazione di sogni un po’ datati. Anche perché il focolare “open plan” di Usonia ha un senso soltanto nel contesto di aspirazioni familiari che vanno svanendo. Invece della famiglia i millennial hanno gli animali domestici, e invece della casa col backyard l’appartamento in affitto, possibilmente condiviso con uno sconosciuto trovato su craigslist. Un sondaggio dell’agenzia Mintel dice che tre quarti degli americani che hanno da poco superato i trent’anni possiedono un cane e la metà circa ha un gatto. In generale, il 50 per cento degli americani ha un cane e il gatto arriva a fatica al 35 per cento della popolarità. Gli studi di psicologi e sociologi abbondano di osservazioni sul fatto che l’animale domestico è un sostituto dei figli: “Sono meno costosi, ne puoi prendere uno anche se non sei pronto per vivere con un’altra persona o sposarti, e possono farti compagnia”, ha detto Jean Twenge, psicologo della San Diego State University. L’approccio dei giovani all’animale domestico è del tipo scientifico-ossessivo: leggono manuali, fanno infinite ricerche sui cibi migliori, le abitudini più corrette, comprano vestiti per gli animali che, sempre secondo gli psicologi, hanno la sola funzione di farsi belli sui social. Se ci fosse stato Instagram negli anni Sessanta i giovani americani avrebbero messo le foto della loro casa “open plan”, la grigliata della domenica, i bambini che scorrazzano nel prato con i cerbiatti che brucano sullo sfondo. Ora mettono il bulldog con il cardigan firmato. Il social come surrogato dell’esperienza, l’animale come surrogato del figlio, l’appartamento come surrogato del focolare “open plan”: tutte queste cose, messe assieme, non sono che il surrogato di un sogno americano che è venuto a noia.

IL FOGLIO 15 SETTEMBRE 2016 

Usa: a Seattle arriva il distributore automatico di marijuana, mentre in Italia si dà il via alla commercializzazione. Senza alcuna certezza e molti rischi...


New York, 4 feb. (askanews) - Gli abitanti di Seattle, nello Stato di Washington, possono comprare marijuana così come acquistano bibite in lattina e snacks: usando un distributore automatico. L'unica differenza è che per farlo devono prima entrare in un apposito centro ed esibire una speciale carta d'identità che consente il consumo della cannabis.
American Green, il gruppo dell'Arizona dietro a questa tipologia di distributori, ha spiegato che quello piazzato nel Seattle Caregivers è il primo distributore automatico, climatizzato e capace di verificare l'età dei consumatori. E per chi teme disguidi Stephen Shearin, presidente e direttore operativo dell'azienda, garantisce: c'è sempre una persona che controlla l'identità del consumatore anche se lo scanner di cui il distributore è dotato può verificare i dati anagrafici.
"Non si ha mai accesso alla macchinetta se non c'è nei dintorni un essere umano che verifichi l'identità di un cliente", ha spiegato. L'idea è nata dai distributori di sigarette che si trovano dentro certi bar d'America. Quello di Seattle, si legge in un comunicato, offre "una vasta gamma di marijuana sia per uso medico sia per uso ricreativo, cibi e articoli vari" tutti al sapore di cannabis.


Cannabis, occhio agli effetti indesiderati
di Danilo Quinto e Claudia Di Lorenzi
La Regione Toscana avvia un progetto pilota per la produzione in Italia di prodotti farmaceutici a base di cannabis. Il governo Renzi non presenta ricorso, dunque accetta l'esperimento. Ma, come spiega il professor Pisanu, di "Progetto Uomo", non abbiamo alcuna certezza sulla sua efficacia medica. In compenso si apre il rischio che la produzione di farmaci derivati dalla cannabis sia un pretesto per passare alla liberalizzazione della marijuana. Non per fini terapeutici.

La Toscana avvia un progetto-pilota di fabbricazione di farmaci derivati dalla cannabis nello stabilimento chimico-militare di Firenze. Lo scopo è medico, ma esiste la possibilità che si trasformi in un pretesto per liberalizzare la marijuana. Non a caso i primi ad applaudire all'iniziativa toscana e a proporne l'estensione a tutta l'Italia, sono proprio i radicali.

"Se noi garantiamo l’uso corretto e monitorato della sostanza, che effettivamente può avere effetti benefici ciò è eticamente positivo, perché la salute della persona è un principio inderogabile". Ma "concedendo questa possibilità si apre un meccanismo che ha anche delle ipoteche, sia sulla salute della persona stessa, sia sulla società".

http://www.lanuovabq.it/


Dieta di stato. La vendita delle torte a scuola è l’ultima vittima dell’ideologia sugar free di Michelle Obama

Con la vendita delle torte e altri dolciumi nelle scuole, l’America finanzia cause commendevoli, gli studenti si pagano una gita fuori porta, le cheerleader si comprano le divise nuove per incitare con più stile la squadra di football. Il banchetto delle torte è un cardine della vita sociale degli adolescenti, nonché uno dei primi esperimenti diretti intorno ai meccanismi di domanda e offerta che muovono il paese. La torta stessa è elemento quintessenziale americano.

Naturalmente è anche attività ad alto tasso glicemico e calorico, business dilettantesco basato su ingenti quantità di burro, zucchero, cioccolato, uova, ingredienti che la nonna americana dispensa senza timore ma che dispiacciono al legislatore americano, costantemente alla ricerca dell’elemento socialmente dannoso da emendare, del peccato da sradicare, della “spintarella” da dare verso l’efficienza sociale al cittadino male orientato. E più il peccato è piacevole, più in profondità va sradicato.

Cari ragazzi, vi divertite a vendere le torte? Pensatela così: i prodotti che distribuite sono il primo passo verso l’obesità, sono malattie cardiovascolari in potenza, pieni di temibili lipidi che rovineranno la vita a chi li mangia e probabilmente rovineranno anche i già traballanti bilanci dell’Obamacare, ma questa è un’altra storia. Gli ingredienti con cui vengono preparati quei dolci sono cugini dell’alcol e del tabacco, hanno diritto di cittadinanza soltanto nel sottoinsieme degli elementi intrinsecamente nocivi. Siete ancora sicuri di voler vendere le torte? Volete davvero rendervi complici del prossimo disastro umanitario già alla vostra età? Perché non virare sui frullati di frutta biologica e cracker senza sale? Le mamme ne compreranno a bizzeffe e potrete ugualmente pagarvi la gita di classe.

Dato che di questi tempi tutto ciò che è socialmente utile va promosso a forza di leggi, nel 2010 l’Healthy, Hunger-Free Kids Act ha approvato nuove linee guida per tutti i cibi serviti nelle scuole americane, inclusi quelli dei distributori automatici e pure quelli preparati e venduti in circostanze speciali. Sono stati aboliti i pop corn, le patatine fritte, il latte intero, tutti i grassi trans, il cioccolato è stato drasticamente limitato, così come il sodio, non più di 230 milligrammi per porzione di cibo. Non più del 35 per cento delle calorie di qualsiasi prodotto può provenire dai grassi, il che significa niente ciambelle, niente cookie, niente brownie, niente cupcake. Promosse invece le patate dolci cotte al forno e senza sale, una delizia. La legge, com’è ovvio, è stata spinta con foga da attivista dall’apparato ufficiale della lotta all’obesità infantile, capitanata da Michelle Obama, e all’inizio di luglio sono entrate in vigore le linee guida che impediscono di distribuire nelle scuole cibi che violano le linee guida. Non gridate però alla libertà mutilata, dice la Casa Bianca, perché sono previste eccezioni alla regola che vanno decise stato per stato.

Mandare a spasso le nonne
Si può convenire, ad esempio, che una certa scuola possa concedere dieci vendite di dolciumi proibiti all’anno, una specie di riserva indiana degli zuccheri e dei grassi dove l’ingegneria sociale antiobesità dell’Amministrazione non ha presa. Semel in anno licet insanire, recita il detto, e qui l’impazzimento è concesso ben più di una volta, cosa chiedere di meglio?

Certi stati, però, stanno pensando di seguire la regola alla lettera, e alla riapertura delle scuole gli studenti del Nebraska potrebbero essere costretti a vendere solo prodotti macrobiotici, tisane organic e dolci confezionati che rispettano gli standard dietetici. Alle nonne verrà suggerita una passeggiata salutare o un buon libro, a meno che non accettino di fare torte senza burro e sugar free, che è un po’ come fare il vino senz’alcol.

© FOGLIO QUOTIDIANO

Il selfie di Dio. L’America trova la spiritualità ovunque tranne che nella religione organizzata.


New York. E’ ironico che siano riusciti ad assegnare una sigla anche al gruppo più eterogeneo e nebuloso d’America, gli Sbnr, “spiritual but not religious”, quelli che non rinunciano a una relazione con le cose ultramondane, le quali appagano la parte nobile dell’anima, ma non pensano che queste si manifestino attraverso riti, sermoni, preghiere, invocazioni, liturgie, comunità, inginocchiatoi, templi, sacerdoti, sacramenti o qualunque altra vestigia residuale della religione organizzata. Lo spirito, a rigore, soffia dove vuole e quando gli pare, uno lo percepisce nel frinire dei grilli sul far della sera, l’altro nello scodinzolare del cane, un altro ancora nella star-spangled banner che garrisce al vento o nello yoga a Central Park. Per altri la connessione spirituale è materia cangiante, un fatto di serendipità e umore, oggi c’è domani chissà, e chi siamo noi per giudicare? Gli Sbnr sono uniti spiritualmente in questa magica disunione.

Nel tempo in cui l’unico male assoluto socialmente riconosciuto consiste nell’insinuare che esistano assoluti, lo “spiritual but not religious” funziona a meraviglia. Conferisce un senso di profondità umana, di autenticità, argina la banalità del materialismo consumista, non costringe ad avventurarsi in affermazioni apodittiche o distinzioni teologiche, evita il ricorso all’ateismo esplicito, che in Europa si porta alla grande in società, in America già un po’ meno. E’ una posizione sostenibile ma non argomentabile, non ammette obiezioni o distinzioni razionali, è per definizione negoziabile e relativa, s’addice alle conversazioni a tavola e a quelle a bordo piscina, diventa virale sui social.

Avere un’anima spirituale da portare a spasso per le strade del mondo cinico e senza coscienza è un valore aggiunto, basta aver visto una trasmissione di Oprah per afferrare il concetto. Il sondaggio Pew sulle tendenze religiose degli americani dice che gli spirituali ma non religiosi sono il 7 per cento della popolazione, tribù che ha superato quella degli atei. In America ci sono più Sbnr che ebrei, musulmani ed episcopaliani, e il trend continua a crescere, in netto contrasto con chiese e denominazioni protestanti, che mostrano una declinante tendenza all’atomizzazione. In un certo senso è come se il corpaccione della religione americana si fosse frammentato in così tante particelle da lasciare ciascun individuo con il proprio credo tagliato su misura.

Harold Bloom aveva spiegato tutto questo già all’inizio degli anni Novanta, descrivendo l’emergere della “nazione post cristiana” nel suo “The American Religion”. La pulsione fondamentale della religiosità americana, sosteneva Bloom, non è cristiana ma gnostica, prevede la liberazione dell’io dai condizionamenti del mondo esterno attraverso la conoscenza o l’illuminazione spirituale, fenomeno intimo e solitario, che non si lascia imprigionare in una ritualità codificata. La religione afroamericana, “mistica ed emotivamente immediata”, ha dato un’impronta decisiva alla nascita della sensibilità spirituale ma non religiosa. Quello che Bloom non poteva prevedere era l’affinità profonda fra questa tendenza e il sentire della generazione contraddittoria e centripeta dei millennial, “che nell’esperienza religiosa si aspetta lo stesso livello di customizzazione che ha quando fa shopping online”, come ha detto di recente l’intellettuale Leon Wieseltier. I millennial sono culturalmente orientati ad abbracciare qualunque forma di spiritualità on demand, purché non contenga pretese universali o prescrizioni sociali – Time scrive che in fatto di matrimonio i millennial vogliono prima “testare la versione beta”, come in tutto il resto – meglio ancora se il credo rimane chiuso nel perimetro del proprio io autodeterminato. La tensione verso l’alterità non compare fra le categorie culturalmente accettabili, ma nemmeno si scorgono professioni di ateismo radicale à la Feuerbach, secondo cui l’uomo non è creato a immagine di Dio, ma viceversa. La pulsione religiosa americana è viva e multiforme e non si annoia appoggiata a uno specchio. L’icona postmoderna da venerare è il selfie.

Thomas Moore, uno dei più noti divulgatori Sbnr che mischia la psicanalisi alla sensibilità monastica cattolica, ha intitolato il suo ultimo libro “Religion of One’s Own”, la religione fai da te, perché “che tu sia religioso, ateo, agnostico, membro di una chiesa o alla ricerca puoi sempre creare la tua religione”. Non necessariamente una religione “self-centred”, il revival dell’orientalismo si è già visto negli anni Sessanta e Settanta, ma un impianto spirituale creato “attraverso i tuoi valori e gusti”. E l’altro? Non è più necessario? Le comunità non servono più? “Il mondo intero è la comunità”, somma di esseri accomunati dall’isolata ricerca del proprio io spirituale, ma non religioso.
© FOGLIO QUOTIDIANO

La grande illusione che rende i genitori nemici dei figli





mercoledì 18 agosto 2010


Da qualche giorno rientrata dall’ospedale dopo la nascita del mio terzo figlio, nella sala d’attesa del mio pediatra, sfoglio l’ultimo numero del New York Magazine. In copertina c’è una donna dall’aria depressa che tiene in braccio un neonato. Il titolo è: “Love my children, hate my life” - (Amo i miei bambini, odio la mia vita) ovvero “Why parents hate parenting” (perché i genitori odiano essere genitori).

L’articolo è incentrato sul tema dell’insoddisfazione che sembra accompagnare l’essere genitori oggi negli Stati Uniti e su come, nonostante l’avere dei figli sia generalmente atteso come una fonte certa di felicità, tutta l’evidenza accademica in campo sociologico dimostra il contrario. La maggior parte degli studi in materia mostra infatti che essere genitori è oggi vissuto come qualche cosa di difficile e spiacevole in quanto i figli sono motivo di frustrazione, noia, ansia, stress per la coppia.

Probabilmente il risultato più rilevante, e più frequentemente citato, è quello di una ricerca effettuata dal premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman che, nel 2004, ha intervistato 909 donne lavoratrici del Texas scoprendo che il prendersi cura dei propri figli veniva classificato in base alla piacevolezza come sedicesima attività su diciannove (fra le attività preferite: cucinare, guardare la televisione, fare sport, parlare al telefono, dormire, fare shopping, fare le faccende domestiche).

A simili conclusioni sono giunte le ricerche sul grado di soddisfazione nel rapporto di coppia, come quella dell’economista Andrew Oswald, che, analizzando decine di migliaia di coppie con figli e confrontandole con coppie senza figli, ha scoperto che avere dei figli non rende più felici e che anzi la felicità della coppia diminuisce al crescere del numero dei figli; mentre i genitori single sono risultati essere i più infelici di tutti.

Il risultato sarebbe confermato da Robin Simon, un sociologo della Wake Forest University: secondo le sue ricerche, chi ha figli è mediamente più depresso di chi non ha figli, indipendentemente dal numero di figli e dalla propria condizione coniugale.

L’effetto dei figli sulla vita di coppia sarebbe negativo per molteplici ragioni: i figli tolgono tutto il romanticismo dalla relazione e lo sostituiscono con uno scialbo realismo, sono argomento principale di disaccordo, stressano e stancano, consumano il tempo e l’energia prima rivolte allo svago e al divertimento, non permettono alla coppia di passare abbastanza tempo da soli, privano di una vita precedentemente libera e autonoma, ecc.

Un ulteriore studio è quello degli psicologi W. Keith Campbell e Jean Twenge che nel 2003 hanno condotto un’analisi che riassumeva i dati provenienti da 97 ricerche diverse (risalenti fino agli anni ‘70) sul tema della soddisfazione nel rapporto genitori-figli. Il risultato più importante cui sono giunti è che l’insoddisfazione dei genitori cresce proporzionalmente al loro reddito; cosa che potrebbe sembrare contro-intuitiva, dato che famiglie più abbienti possono permettersi più aiuto nella cura dei propri figli e della casa.

L’ ipotesi formulata da questi psicologi è che le coppie con reddito più alto tendono ad avere figli più tardi e ciò accresce la sensazione di perdita di libertà, benessere e autonomia (quando invece le coppie che hanno figli in giovane età in un certo senso non sanno quello che si perdono).

Si pensa in pratica prima a divertirsi, a viaggiare, a farsi una carriera, a risparmiare dei soldi e solo una volta che si è conquistato tutto questo si pianifica quando, come e quanti figli fare. Ecco quindi che “i figli finiscono per essere visti come un premio per tutto il duro lavoro svolto in preparazione” dice Ada Calhoun, autrice del libro “Instinctive Parenting” (letteralmente essere genitori in modo istintivo) e fondatrice di Babble (un sito web dedicato alle problematiche dell’essere genitori), “tranne poi accorgersi che il premio consiste in una sfacchinata lunga diciannove anni”.

Non solo, ma come spiega Alex Barzvi, un professore di psichiatria infantile alla New York University Medical School, “coppie con un reddito più alto e livello d’istruzione superiore, occupati in carriere da professionisti, uomini e donne di affari, tendono a usare lo stesso approccio alla famiglia e gestirla come il lavoro”. Insomma essere genitori è spesso visto come un altro lavoro. “I figli”, conclude Barzvi, “un tempo considerati i lavoratori dipendenti di una famiglia, oggi ne sono divenuti i capi”.

Vi è dunque la tendenza fra i genitori moderni americani a considerare i bambini come progetti da perfezionare in modo specialistico: bisogna insegnargli almeno due lingue, iscriverli a tutti i tipi di classi, fargli frequentare le scuole migliori, rispondere alle loro domande con altre domande per stimolare la loro curiosità, ecc. I riferimenti cui guardare per sapere “come fare” sono infiniti: libri, riviste, siti web, blog, forum on-line, canali televisivi dedicati alla materia.

Esiste uno standard, un modo giusto e un modo sbagliato, per tutto ciò che riguarda i figli. E questo confronto costante con un modello o una teoria astratta a generare l’impressione di sbagliare, l’ansia e il senso di colpa. Come dice una donna che ha partecipato ai gruppi di sostegno di Barzvi “soprattutto all’inizio, quando ascolti la mamma del bebè che di notte dorme tredici ore di fila, è facile concludere che sul dormire hai sbagliato tutto”.

Spiega Judith Warner, autore di “Perfect Madness: Motherhood in the Age of Anxiety” (Pazzia perfetta: essere madri nell’età dell’ansia), come parte del problema sia socio-economico: gli Stati Uniti sono un paese in cui non esiste un sistema di welfare a sostegno della famiglia, in cui il periodo di maternità garantito per legge è molto breve, in cui non esistono asili pubblici, in cui le famiglie devono anche preoccuparsi di pagare l’assistenza sanitaria privata. In tale contesto, l’ansia cresce: “ma invece che concentrarsi a cercare di migliorare queste condizioni a livello politico”, fa notare Warner, “si concentrano tutte le energie sul diventare genitori perfetti”.

Richiudo il giornale e inorridisco: a pochi giorni dalla nascita del mio terzo figlio, mi aspetta una vita più infelice e un rapporto coniugale a rischio d’insoddisfazione? Eppure non posso fare a meno di notare come la questione sia in fondo mal posta.

La conclusione realmente rilevante che traggo da tutti questi studi è che l’insoddisfazione dell’essere genitori nasce dal presupposto che avere dei figli dovrebbe di per sé rendere felici. Ma ciò non è per nulla scontato. Non esiste un’altra persona, a ben vedere nemmeno il proprio partner, a cui poter indirizzare la propria domanda di felicità, senza che questo comporti lavoro, fatica, pazienza e qualche volta anche noia, stress e frustrazione.

C’è questo presupposto ambiguo all’origine dell’approccio ansioso, un po’ nevrotico, alla questione dei figli. Un presupposto che in verità mi pare del tutto simile all’approccio con cui la famiglia americana moderna affronta tutta la propria vita. Si tende a trasferire la propria aspettativa di felicità su un oggetto visto come garanzia di futura soddisfazione: cambiare lavoro, sposarsi, comprare la casa più grande, accumulare un certo ammontare di soldi.

La vita rischia così di essere un susseguirsi di traguardi il cui raggiungimento dovrebbe regalarci la felicità, ma che invece si rivelano immancabilmente insoddisfacenti. La realtà non è che questi oggetti siano di per sé negativi (come non è vero che di per sé i figli rendono infelici), ma piuttosto che essi rappresentano un’astrazione, qualcosa che non esiste e al cui confronto la realtà esce sempre sconfitta.

Allo stesso modo, quella che viene proposta oggi dalla maggior parte dei media americani è un’idea di felicità astratta, decisa a tavolino; è un miraggio funzionale a un sistema consumistico, che ha poco a che vedere con la realtà. Ne deriva non una contentezza goduta nel momento, ma un godimento retrospettivo e quindi melanconico della propria vita. Succede cioè che ci si accorge solo a posteriori di quanto si era felici in un tempo passato.

E infatti il New York Magazine cita in conclusione anche uno studio, apparentemente in contraddizione con le ricerche descritte in precedenza, condotto sette anni fa dai sociologi Kei Nomagushi e Melissa A. Milkie che seguirono coppie sposate per un periodo dai cinque ai sette anni, alcune delle quali avevano figli e altre no. Il risultato a cui giunsero è che le coppie che avevano avuto figli risultavano essere meno depresse nel lungo periodo.

In un altro studio Robin Simon scoprì che i genitori di figli che avevano già lasciato casa descrivevano l’esperienza passata con i propri figli con termini come gratificazione, nostalgia, diletto. Simon dimostrò inoltre che chi non ha figli diventa poi depresso più tardi nella vita, pentendosi di non aver fatto figli, perché i figli darebbero uno scopo, un senso di gratificazione. A posteriori.

C’è una domanda interessante che a un certo punto pone Jennifer Senior, autrice dell’articolo, e cioè che forse tutta la risposta a questa questione sta nel come uno definisce concetti come soddisfazione o felicità e se queste siano più riconducibili a un’esperienza o a un modo di pensare. E perché non a entrambi? La convinzione di poter controllare e programmare tutto nella vita ha poi molto a che fare con la difficoltà di godere della realtà così come ci è data nel presente.

Nei giorni scorsi ho scoperto che l’articolo del New York Magazine ha suscitato un gran clamore online, con migliaia di genitori che hanno partecipato a questo dibattito (chi dichiarandosi totalmente depresso e chi felicissimo). Ho pensato all’esperienza con i miei tre figli. Anche se non posso esattamente dire che mi hanno reso una persona più felice, certamente mi hanno regalato una possibilità unica e inaspettata di soddisfazione. Se non altro, hanno reso la mia vita più interessante rendendomi capace di lasciare andare il controllo, dimenticare le mie aspettative e rimanere aperta alla sorpresa. A parte questo, rimangono per me un gran mistero.

Dalla mia esperienza deduco che forse essere felici come genitori ha molto a che vedere con la capacità di accettare la diversità e la libertà dei propri figli. Al contrario l’ansia e la frustrazione derivano dal tentativo, comune ma pur sempre disperato perché impossibile, di controllare ciò che è di per sé incontrollabile e imprevedibile (che sia la propria vita o un’altra persona).



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A che servono i santi?

di Lorenzo Albacete
Tratto da Il Sussidiario.net il 29 settembre 2010

Un mio amico mi ha inoltrato la seguente mail del direttore del giornale della Arcidiocesi di Kansas City, in cui si commenta il mio ultimo editoriale sui cattolici americani e la devozione ai santi nati nel proprio Paese.

“A San Francisco c’è una Chiesa Cattolica coreana e alcuni dei suoi frequentatori discendono effettivamente dai Martiri coreani. I santi sono parte dell’identità e della storia di questa comunità, fanno realmente parte del suo Dna. Qualcosa di simile avviene anche per i cattolici vietnamiti, comunità nata dai martiri, e quasi ogni parrocchia di vietnamiti è dedicata ai Santi Martiri.

Gli Stati Uniti non hanno una presenza simile dei santi. Essi non hanno fondato la nostra identità, Thomas Jefferson l’ha fondata. Noi siamo arrivati qui e ci siamo uniti al progetto. Noi non guardiamo ai nostri santi come a dei santi, cioè per la loro santità, ma parliamo di loro come fondatori di istituzioni, scuole, ospedali, ecc. La continuità dell’istituzione è l’unico motivo per riferirsi al santo. La santità del santo non è ricordata, talvolta neppure conosciuta, e a ogni modo non è più ciò che anima la scuola o l’ospedale. Dov’è seppellita la Seton? E Madre Cabrini? E c’è qualcuno che visita le loro tombe?

Un’eccezione è forse San Damiano De Veuster, che fa parte dell’identità dei cattolici delle Hawaii e che viene ricordato per la sua santità. Purtroppo, non è facile neppure oggi visitare i luoghi in cui ha operato e, comunque, il Re del Belgio ha preso il corpo, per cui il sepolcro è vuoto.

Anche il Beato Junipero Serra dovrebbe essere un’eccezione, ma nessuno in California è originario della California e non ha, quindi, rapporti con la storia precedente del luogo. In ogni caso, la storia della California è partita di nuovo nel 1849 e il Beato è visto come un fondatore, ma della cui grande santità il popolo conosce ben poco. Io ho una grande devozione per lui (e San Damiano). Ogni volta che visito la sua tomba, nella Missione del Carmelo, sono sorpreso di come tutti si aggirino commentando meravigliati la bellezza della restaurata missione, ma solo in pochi si accorgano che il Beato è lì realmente, fisicamente, e che ancor di meno pensino a pregare. ”

Tutto questo mi porta a riflettere sulle prossime elezioni di mezza legislatura, a novembre… Come già scritto la scorsa settimana, penso che la ragione della difficoltà dei cattolici americani ad apprezzare il ruolo dei santi nella nostra identità e storia nazionale (perciò nel nostro contributo di cattolici alla politica americana) sia l’influenza di un modo di pensare protestante. La ricerca della santità è intesa in termini etici, i cui frutti nell’aldilà saranno un giudizio divino favorevole sulla nostra condotta. La politica è solo un’altra area della nostra esistenza terrena in cui saremo giudicati in questo modo. È quanto si dice nella mail, cioè che i santi in America vengono onorati per il loro contributo alla società e non per la loro personale trasformazione per mezzo della Grazia.

Prendiamo a confronto ciò che scrive Papa Benedetto XVI nella Deus Caritas Est, 28: “Il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica. […] La giustizia è lo scopo e quindi anche la misura intrinseca di ogni politica. La politica è più che una semplice tecnica per la definizione dei pubblici ordinamenti: la sua origine e il suo scopo si trovano appunto nella giustizia, e questa è di natura etica. Così lo Stato si trova di fatto inevitabilmente di fronte all’interrogativo: come realizzare la giustizia qui ed ora? Ma questa domanda presuppone l’altra più radicale: che cosa è la giustizia? Questo è un problema che riguarda la ragione pratica; ma per poter operare rettamente, la ragione deve sempre di nuovo essere purificata, perché il suo accecamento etico, derivante dal prevalere dell’interesse e del potere che l’abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile. In questo punto politica e fede si toccano”.

La fede rivela la via alla santità, cioè, alla partecipazione alla vita divina nella nostra unione con Cristo e attraverso di essa. Perciò quanto dice il Papa sulla fede e la politica interessa anche la politica e la ricerca della santità.

“La fede, ” scrive il Papa, “ha la sua specifica natura di incontro con il Dio vivente - un incontro che ci apre nuovi orizzonti molto al di là dell’ambito proprio della ragione. Ma al contempo essa è una forza purificatrice per la ragione stessa. Partendo dalla prospettiva di Dio, la libera dai suoi accecamenti e perciò l’aiuta ad essere meglio se stessa. La fede permette alla ragione di svolgere in modo migliore il suo compito e di vedere meglio ciò che le è proprio […]

La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l’adoperarsi per la giustizia lavorando per l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente.

L’amore - caritas - sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo.

Nella Chiesa […] pulsa la dinamica dell’amore suscitato dallo Spirito di Cristo. Questo amore non offre agli uomini solamente un aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell’anima, un aiuto spesso più necessario del sostegno materiale. L’affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità di fatto nasconde una concezione materialistica dell’uomo: il pregiudizio secondo cui l’uomo vivrebbe ‘di solo pane’ - convinzione che umilia l’uomo e disconosce proprio ciò che è più specificamente umano”.

Quando il Santo Padre parla di fede e carità si riferisce alla ricerca di partecipare alla vita divina, cioè, alla ricerca della santità. Ciò che così ci sta dicendo è che senza santi una società non può essere giusta. La sua politica sarà dominata dalla rabbia e dalla lotta per il potere, per proteggere i propri interessi personali da quelli degli altri. I santi sono necessari per rendere umana la società.

Usa: quale dignità davanti al boia?

Arriva in Italia il romanzo di Ernest J. Gaines che denuncia i processi di disumanizzazione dei condannati al braccio della morte • Lo scrittore della Louisiana narra la vicenda di Jefferson, ragazzo nero condannato ingiustamente: per salvarlo davanti alla giuria di bianchi, il suo difensore l’aveva paragonato «a un maiale», a una bestia da soma buona solo per lavorare
di Laura Badaracchi
Tratto da Avvenire del 28 settembre 2010

Dopo la condanna, in Virginia, di Teresa Lewis, una quarantunenne disabile mentale come il Jefferson di Gaines, la Giornata mondiale contro la pena di morte in programma il prossimo 10 ottobre rinnova l'interrogativo: fino a dove può spingersi la «giustizia»?

Condannato a morte sulla sedia elettrica. Un verdetto perentorio, che non lascia spiragli alla speranza, anche se l’imputato si è proclamato innocente. Ma due donne non si arrendono al dolore: una è la madre del ventunenne di colore che sta per finire tragicamente i suoi giorni, ed è comprensibile che sia così; l’altra è la zia di Grant Wiggins, un insegnante a sua volta afro-americano, che insegna ai bambini neri della piantagione, in una chiesa adibita a scuola nella Louisiana, sognando di abbandonare il paese e le sue radici. La richiesta al maestro è singolare: non può certo capovolgere la condanna già pronunciata, ma andare a far visita al ragazzo prima dell’esecuzione. «Non voglio che loro uccidano nessun maiale. Voglio che sia un uomo a sedersi sopra quella sedia, un uomo che si regge sui suoi due piedi», domanda la mamma per suo figlio.

Muove da qui Una lezione prima di morire, edito nel ’93 negli Stati Uniti e vincitore del National Book Critics Circle Awarde.

Tradotto finalmente in italiano da Mattioli1885, in uscita domani, il volume è il capolavoro di Ernest James Gaines, classe 1933, candidato al Pulitzer. La vena autobiografica attraversa le pagine in modo delicato: Gaines, nativo della Louisiana, è stato in prima persona testimone di molti episodi di razzismo, che ha subito a sua volta; nella terra delle sue origini è tornato a vivere con la moglie, in una casa costruita nella piantagione dove ha vissuto la sua infanzia. I suoi volumi sono stati tradotti in francese, tedesco, spagnolo, russo e cinese. Un successo planetario fondato sull’autenticità dei racconti, sulla voce dei personaggi che arriva dritta al lettore senza fronzoli. E fa pensare. Non si tratta di dividere il mondo in buoni e cattivi: l’autore evidenzia senza pudore le contraddizioni e le omissioni che caratterizzano bianchi e neri. Wiggins, il maestro, viene coinvolto quasi suo malgrado nella vicenda dall’ostinazione della zia, mentre la madre di Jefferson continua a ripetere come un ritornello: «Non è costretto a farlo». Lui si schermisce, dicendo che ormai il ragazzo «è morto. È solo una questione di settimane, forse un paio di mesi – ma è già morto. Nei ventuno anni passati abbiamo fatto tutto quello che potevamo per Jefferson. Ma adesso è morto. E io non posso resuscitare i morti. Tutto quello che posso fare è cercare di evitare che gli altri finiscano come lui. Ma lui ci ha abbandonati. Non c’è più nulla che io possa fare, nessuno di noi può più farci nulla». Ed è a questa rassegnazione che la madre di Jefferson si ribella: non tanto alla convinzione che «tanto le cose vanno sempre così», che «i diritti dei neri saranno sempre calpestati dai bianchi». Lei vuole restituire dignità al suo ragazzo prima che venga ucciso. Ingiustamente, questo si intuisce fin dalle prime righe e anche dalla lunga requisitoria dell’avvocato difensore.

Che però smentisce in tribunale la 'natura umana' del giovane, definito 'stupido' perché si è trovato in un bar al momento di una sparatoria, in cui sono rimasti uccisi i due ladri e il responsabile del locale.

Sarà accusato di rapina e di omicidio di primo grado.

Così l’avvocato, nel tentativo di salvarlo, arriva a paragonarlo a un maiale, un animale che è inutile uccidere. Rivolgendosi alla giuria, composta da dodici uomini bianchi, lo definisce «un essere fatto per tenere il manico di un aratro, per caricare le vostre balle di cotone, per scavare i vostri fossati, per tagliare la vostra legna, per raccogliere il vostro mais.

Questo è ciò che voi avete davanti, non una persona capace di pianificare un furto o un omicidio». Di razzismo si tratta, ma pure di togliere dignità umana a un condannato a morte, che invece arriverà con coraggio e 'in piedi' agli ultimi istanti, confidando: «Ho camminato diritto».

Una lezione di resistenza, quasi di ostinazione nel difendere la propria intrinseca umanità, oltre che la propria anima. Forse aspirano allo stesso traguardo gli altri detenuti che in tutto il mondo attendono l’esecuzione.

Solo qualche giorno fa, alle 21. 13 del 23 settembre è stata uccisa con iniezione letale nel braccio della morte del Greensville Correctional Center, in Virginia, Teresa Lewis, la quarantunenne disabile mentale accusata di duplice omicidio. È la dodicesima donna ad essere giustiziata negli Usa dal ’76, anno in cui è stata reintrodotta la pena capitale; lo scorso anno cinquantadue persone sono state legalmente 'eliminate'. Di fronte a tante altre fini annunciate, la Giornata mondiale contro la pena di morte in programma il 10 ottobre invita a una riflessione, suggerita anche dal libro di Gaines: che diritto hanno alcuni uomini di togliere la vita ad altri? La giustizia pubblica può arrivare a privare per sempre dell’esistenza alcuni detenuti? Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, nel 2009 sono state messe a morte almeno 714 persone in 18 nazioni e condannate a morte almeno 2001 persone in 56 Paesi: un triste computo da cui è esclusa la Cina, dove queste informazioni restano ancora un segreto di Stato.

Catholics and the Next America. Charles J. Chaput, archbishop of Denver

One of the key myths of the American Catholic imagination is this: After 200 years of fighting against public prejudice, Catholics finally broke through into America’s mainstream with the 1960 election of John F. Kennedy as president. It’s a happy thought, and not without grounding. Next to America’s broad collection of evangelical churches, baptized Catholics now make up the biggest religious community in the United States. They serve in large numbers in Congress. They have a majority on the Supreme Court. They play commanding roles in the professions and in business leadership. They’ve climbed, at long last, the Mt. Zion of social acceptance.

So goes the tale. What this has actually meant for the direction of American life, however, is another matter. Catholic statistics once seemed impressive. They filled many of us with tribal pride. But they didn’t stop a new and quite alien national landscape, a “next America,” from emerging right under our noses.

While both Barna Group and Pew Research Center data show that Americans remain a broadly Christian people, old religious loyalties are steadily softening. Overall, the number of Americans claiming no religious affiliation, about 16 percent, has doubled since 1990. One quarter of Americans aged 18-29 have no affiliation with any particular religion, and as the Barna Group noted in 2007, they “exhibit a greater degree of criticism toward Christianity than did previous generations when they were at the same stage of life. In fact, in just a decade . . . the Christian image [has] shifted substantially downward, fueled in part by a growing sense of disengagement and disillusionment among young people.”

Catholic losses have been masked by Latino immigration. But while 31 percent of Americans say they were raised in the Catholic faith, fewer than 24 percent of Americans now describe themselves as Catholic.

These facts have weight because, traditionally, religious faith has provided the basis for Americans’ moral consensus. And that moral consensus has informed American social policy and law. What people believe—or don’t believe—about God, helps to shape what they believe about men and women. And what they believe about men and women creates the framework for a nation’s public life.

Or to put it more plainly: In the coming decades Catholics will likely find it harder, not easier, to influence the course of American culture, or even to live their faith authentically. And the big difference between the “next America” and the old one will be that plenty of other committed religious believers may find themselves in the same unpleasant jam as their Catholic cousins.

At first hearing, this scenario might sound implausible; and for good reason. The roots of the American experience are deeply Protestant. They go back a very long way, to well before the nation’s founding. Whatever one thinks of the early Puritan colonists—and Catholics have few reasons to remember them fondly—no reader can study Gov. John Winthrop’s great 1630 homily before embarking for New England without being moved by the zeal and candor of the faith that produced it. In “A model of Christian charity,” he told his fellow colonists:


We are a company professing ourselves fellow members of Christ . . . That which the most in their churches maintain as truth in profession only, we must bring into familiar and constant practice; as in this duty of love, we must love brotherly without dissimulation, we must love one another with pure heart fervently. We must bear one another’s burdens. We must look not only on our own things, but also on the things of our brethren . . . We must be willing to abridge ourselves of our superfluities, for the supply of others’ necessities. We must uphold a familiar commerce together in all meekness, gentleness, patience and liberality. We must delight in each; make others’ conditions our own; rejoice together, mourn together, labor and suffer together, always having before our eyes our commission and community in the work, as members of the same body. So we will keep the unity of the spirit in the bond of peace.

Not a bad summary of Christian discipleship, made urgent for Winthrop by the prospect of leading 700 souls on a hard, two-month voyage across the North Atlantic to an equally hard New World. What happened when they got there is a matter of historical record. And different agendas interpret the record differently.

The Puritan habits of hard work, industry and faith branded themselves on the American personality. While Puritan influence later diluted in waves of immigrants from other Protestant traditions, it clearly helped shape the political beliefs of John Adams and many of the other American Founders. Adams and his colleagues were men who, as Daniel Boorstin once suggested, had minds that were a “miscellany and a museum;” men who could blend the old and the new, an earnest Christian faith and Enlightenment ideas, without destroying either.

But beginning in the nineteenth century, riding a crest of scientific and industrial change, a different view of the Puritans began to emerge. In the language of their critics, the Puritans were seen as intolerant, sexually repressed, narrow-minded witch-hunters who masked material greed with a veneer of Calvinist virtue. Cast as religious fanatics, the Puritans stood accused of planting the seed of nationalist messianism by portraying America as a New Jerusalem, a “city upon a hill” (from Winthrop’s homily), with a globally redemptive mission. H.L. Mencken—equally skilled as a writer, humorist and anti-religious bigot—famously described the Puritan as a man “with the haunting fear that someone, somewhere, may be happy.”

In recent years, scholars like Christian Smith have shown how the intellectual weakness and fierce internal divisions of America’s Protestant establishment allowed “the secularization of modern public life as a kind of political revolution.” Carried out mainly between 1870 and 1930, this “rebel insurgency consisted of waves of networks of activists who were largely skeptical, freethinking, agnostic, atheist or theologically liberal; who were well educated and socially located mainly in the knowledge-production occupations, and who generally espoused materialism, naturalism, positivism and the privatization or extinction of religion.”

This insurgency could be ignored, or at least contained, for a long time. Why? Because America’s social consensus supported the country’s unofficial Christian assumptions, traditions and religion-friendly habits of thought and behavior. But law—even a constitutional guarantee—is only as strong as the popular belief that sustains it. That traditional consensus is now much weakened. Seventy years of soft atheism trickling down in a steady catechesis from our universities, social-science “helping professions,” and entertainment and news media, have eroded it.

Obviously many faith-friendly exceptions exist in each of these professional fields. And other culprits, not listed above, may also be responsible for our predicament. The late Christopher Lasch argued that modern consumer capitalism breeds and needs a “culture of narcissism”—i.e., a citizenry of weak, self-absorbed, needy personalities—in order to sustain itself. Christian Smith put it somewhat differently when he wrote that, in modern capitalism, labor “is mobile as needed, consumers purchase what is promoted, workers perform as demanded, managers execute as expected—and profits flow. And what the Torah, or the Pope, or Jesus may say in opposition is not relevant, because those are private matters” [emphasis in original].

My point here is neither to defend nor criticize our economic system. Others are much better equipped to do that than I am. My point is that “I shop, therefore I am” is not a good premise for life in a democratic society like the United States. Our country depends for its survival on an engaged, literate electorate gathered around commonly held ideals. But the practical, pastoral reality facing the Gospel in America today is a human landscape shaped by advertising, an industry Pascal Bruckner described so well as a “smiling form of sorcery”:


The buyer’s fantastic freedom of choice supposedly encourages each of us to take ourselves in hand, to be responsible, to diversify our conduct and our tastes; and most important, supposedly protects us forever from fanaticism and from being taken in. In other words, four centuries of emancipation from dogmas, gods and tyrants has led to nothing more nor less than to the marvelous possibility of choosing between several brands of dish detergent, TV channels or styles of jeans. Pushing our cart down the aisle in a supermarket or frantically wielding our remote control, these are supposed to be ways of consciously working for harmony and democracy. One could hardly come up with a more masterful misinterpretation: for we consume in order to stop being individuals and citizens; rather, to escape for a moment from the heavy burden of having to make fundamental choices.

Now, where do Catholics fit into this story?

The same Puritan worldview that informed John Winthrop’s homily so movingly, also reviled “Popery,” Catholic ritual and lingering “Romish” influences in England’s established Anglican Church. The Catholic Church was widely seen as Revelation’s Whore of Babylon. Time passed, and the American religious landscape became more diverse. But the nation’s many different Protestant sects shared a common, foreign ogre in their perceptions of the Holy See—perceptions made worse by Rome’s distrust of democracy and religious liberty. As a result, Catholics in America faced harsh Protestant discrimination throughout the 18th and 19th centuries. This included occasional riots and even physical attacks on convents, churches and seminaries. Such is the history that made John F. Kennedy’s success seem so liberating.

The irony is that mainline American Protestantism had used up much of its moral and intellectual power by 1960. Secularizers had already crushed it in the war for the cultural high ground. In effect, after so many decades of struggle, Catholics arrived on America’s center stage just as management of the theater had changed hands -- with the new owners even less friendly, but far shrewder and much more ambitious in their social and political goals, than the old ones. Protestants, Catholics and Orthodox, despite their many differences, share far more than divides them, beginning with Jesus Christ himself. They also share with Jews a belief in the God of Israel and a reverence for God’s Word in the Old Testament. But the gulf between belief and unbelief, or belief and disinterest, is vastly wider.

In the years since Kennedy’s election, Vatican II and the cultural upheavals of the 1960s, two generations of citizens have grown to maturity. The world is a different place. America is a different place—and in some ways, a far more troubling one. We can’t change history, though we need to remember and understand it. But we can only blame outside factors for our present realities up to a point. As Catholics, like so many other American Christians, we have too often made our country what it is through our appetite for success, our self-delusion, our eagerness to fit in, our vanity, our compromises, our self-absorption and our tepid faith.

If government now pressures religious entities out of the public square, or promotes same-sex “marriage,” or acts in ways that undermine the integrity of the family, or compromises the sanctity of human life, or overrides the will of voters, or discourages certain forms of religious teaching as “hate speech,” or interferes with individual and communal rights of conscience—well, why not? In the name of tolerance and pluralism, we have forgotten why and how we began as nation; and we have undermined our ability to ground our arguments in anything higher than our own sectarian opinions.

The “next America” has been in its chrysalis a long time. Whether people will be happy when it fully emerges remains to be seen. But the future is not predestined. We create it with our choices. And the most important choice we can make is both terribly simple and terribly hard: to actually live what the Church teaches, to win the hearts of others by our witness, and to renew the soul of our country with the courage of our own Christian faith and integrity. There is no more revolutionary act.


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La battaglia sul matrimonio omosessuale. Il caso della California riaccende il dibattito

di padre John Flynn, LC
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 29 agosto 2010

Washington, D. C. - La sentenza emessa all’inizio di agosto da un giudice federale ha rovesciato la California Proposition 8 [referendum con cui è stato abolito il diritto al matrimonio omosessuale che era stato introdotto con una sentenza della Corte suprema della California, ndt] e ha innescato un aspro dibattito sulla questione del matrimonio omosessuale.

La Proposition chiedeva inoltre di inserire un emendamento nella costituzione della California per affermare che lo Stato riconosce come valido solo il matrimonio tra un uomo e una donna.

Il giudice Vaughn R. Walker ha stabilito che il voto maggioritario in favore di una definizione del matrimonio come unione tra persone di sesso opposto fosse una violazione del diritto costituzionale all’eguaglianza nella tutela giuridica.

Il divieto permane, per via di una decisione emessa da un collegio di tre giudici della Corte d’Appello degli Stati Uniti per il Ninth Circuit, competente per la California, a non modificare la situazione attuale prima di aver ascoltato le parti in sede di appello, cosa che avverrà nel prossimo dicembre. L’esito più probabile è che il caso sarà deferito alla Corte suprema.

Esistono tuttavia dubbi sulle basi giuridiche per i fautori della Proposition 8 di poter presentare appello. Le autorità statali della California non hanno voluto fare appello e la commissione per l’appello deciderà anzitutto sulla questione della legittimità dei ricorrenti.

La decisione del giudice Walker è stata oggetto di forti critiche per ciò che molti considerano carenza di obiettività. Anche prima della sua emanazione, Austin Ruse aveva sottolineato, in un articolo pubblicato sul sito Internet Catholic Thing, molti elementi problematici sulla gestione del caso.

Nel suo articolo del 16 luglio, Ruse ha ricordato ai lettori che la Corte suprema era intervenuta per impedire la diffusione televisiva del processo. Walker aveva voluto un “processo spettacolo”, secondo Ruse. In effetti, quattro testimoni esperti della parte favorevole alla Proposition 8 si sono ritirati, temendo rappresaglie. Precedentemente vi erano stati numerosi casi di azioni ostili da parte di attivisti omosessuali nei confronti di chi aveva fatto donazioni per la campagna in favore della Proposition 8.

Immediatamente dopo la decisione sono state formulate critiche da parte della Chiesa cattolica. “Il matrimonio tra un uomo e una donna è la culla di ogni società”, ha dichiarato il cardinale Francis George, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, in una dichiarazione congiunta del 4 aprile con l’arcivescovo Joseph Kurtz, presidente di un comitato istituito in difesa del matrimonio.

“L’uso strumentale della legge per cambiare la natura del matrimonio è contrario al bene comune”, si afferma. “È tragico vedere un giudice federale rovesciare la chiara ed espressa volontà del popolo a sostegno dell’istituto matrimoniale. Nessun tribunale di diritto civile ha l’autorità di addentrarsi in aree dell’esperienza umana che la natura stessa ha stabilito”, asserisce.

Fuori controllo
La decisione è stata condannata anche dai fautori del matrimonio omosessuale. “Quando un giudice in California stabilisce che le coppie omosessuali hanno il diritto di sposarsi, si consolida la diffusa sensazione che i tribunali siano fuori controllo e che la Costituzione dica qualsiasi cosa i giudici le mettano in bocca”, ha affermato Steve Chapman nell’edizione dell’8 agosto del Chicago Tribune.

Chapman si è dichiarato favorevole al matrimonio omosessuale e persino alla poligamia, ma ha detto che tali cambiamenti devono essere messi in atto dalle istituzioni elette e non dai tribunali. “Grazie al giudice Walker il dibattito non è più se i gay meritino tutela legislativa, un dibattito in cui hanno sempre guadagnato terreno”, ha osservato Chapman. “L’attenzione si è spostata più sul dubbio se al metodo democratico possa essere affidata la soluzione della questione”, ha concluso.

John Yoo, docente di diritto dell’Università della California, Berkeley, anch’egli sostenitore del matrimonio omosessuale, ha criticato la decisione in un articolo pubblicato il 12 agosto sul Wall Street Journal. Egli ha ricordato che il presidente Obama, nel suo discorso sullo stato dell’Unione dello scorso gennaio, aveva attaccato i giudici della Corte suprema per una decisione impopolare sul finanziamento delle campagne. Il presidente è poi andato avanti chiedendo al Congresso di superare la decisione della Corte, ristabilendo così il diritto costituzionale.

Secondo il giudice Walker, la differenza di genere non costituisce più una parte essenziale del matrimonio e ogni posizione contraria è semplicemente irrazionale. Ma la Costituzione non istituisce le Corti federali per correggere tutti i problemi della nazione o per intraprende operazioni di ingegneria sociale, ha sostenuto Yoo.

Introdurre il matrimonio omosessuale in modo prematuro, attraverso il mezzo giudiziario, potrà solo assicurare decenni di conflitto sociale, come è avvenuto per l’aborto, quando la Corte suprema ha emesso la decisione Roe contro Wade nel 1973, ha sottolineato.

Atto politico
Tim Wildmon, presidente della American Family Association, ha accusato il giudice Walker di aver agito politicamente con la sua decisione. Scrivendo sulle pagine di opinione del Los Angeles Times del 13 agosto, Wildmon si è riferito all’argomentazione secondo cui il matrimonio ristretto alle coppie eterosessuali è simile al divieto che in passato vigeva per le persone di razze diverse di contrarre matrimonio.

In replica, Wildmon ha citato una dichiarazione di Colin L. Powell secondo cui: “Il colore della pelle è una caratteristica non comportamentale e benigna. L’orientamento sessuale è invece forse la più profonda delle caratteristiche umane comportamentali. Fare un paragone fra le due è un’argomentazione conveniente ma invalida”.

Riguardo l’affermazione del giudice Walker, secondo cui l’opposizione al matrimonio omosessuale sia fondata solo su considerazioni religiose o morali, Wildmon ha sostenuto che ci troviamo chiaramente di fronte a un giudice che impone mere opinioni personali; un chiaro caso di tirannia giudiziaria, qualcosa contro cui i padri fondatori ci avevano avvertito.

Attaccare chi difende il matrimonio eterosessuale sostenendone la motivazione religiosa e pregiudiziale è comune. Un’utile replica a quest’accusa è contenuta nel libro di una serie intitolata “Why vs Why” (perché contro perché), in cui le visioni contrastanti relative a questioni di primo piano sono articolate in forma dialettica. Nel secondo libro, intitolato “matrimonio gay”, pubblicato lo scorso maggio dall’editore australiano Pantera Press, Bill Muehlenberg prende la parte contraria al matrimonio omosessuale.

Argomentazioni ragionevoli
Muehlenberg, segretario del Family Council dello Stato di Victoria, in Australia, delinea una serie di motivi, nessuno dei quali fondato su basi religiose, contro il matrimonio omosessuale.

1. Esso nega il matrimonio stesso. Il matrimonio non è solo un’istanza sociale ma un elemento universale delle culture. Il matrimonio è la base della formazione della famiglia e non è semplicemente un modo per legittimare il sesso. I biologi evoluzionisti riconoscono che il legame maschio-femmina nelle coppie durature ha rappresentato l’elemento chiave nell’evoluzione della specie umana e che è un qualcosa di insito nella nostra natura.

2. La percentuale di omosessuali che si vogliono sposare è molto esigua, e nei luoghi ove è stato già legalizzato vi sono stati relativamente pochi matrimoni tra persone dello stesso sesso. In Olanda è legale sin dal 2001, ma solo il 4% degli omosessuali si sono sposati nei primi cinque anni dalla sua legalizzazione.

3. Esiste un preciso programma. Uno scopo fondamentale della lobby degli omosessuali è il loro completo avallo, sociale e pubblico. Potersi sposare è come avere un bollino di approvazione da parte dei governi e della società. Esso è in grado anche di modificare l’istituzione della famiglia e di ridefinire profondamente il matrimonio tanto da farlo scomparire.

4. Non tutti i rapporti sono analoghi. I rapporti omosessuali sono molto più instabili e promiscui di quelli eterosessuali. Dagli studi risulta anche che tra le coppie omosessuali sposate, il tasso di divorzio è molto più elevato di quello delle coppie eterosessuali.

5. Proteste contro discriminazioni e diniego di diritto sono rare. Le persone possono godere dei benefici del matrimonio se ne possiedono i requisiti. Così come i minori e i parenti tra loro non si possono sposare, così non possono sposarsi le persone dello stesso sesso. I beni sociali vengono negati in tutta una serie di casi, ma è così che funziona la vita. Le società discriminano in favore delle unioni eterosessuali per via del bene sociale che da queste deriva. Gli omosessuali cercano invece di riscrivere le regole per aggiudicarsi i benefici eludendo i requisiti e le obbligazioni.

6. Le stesse argomentazioni utilizzate per giustificare il matrimonio omosessuale potrebbero valere per giustificare l’incesto, la poligamia o qualsiasi altra combinazione sessuale.

7. Non fa bene ai bambini. Nella maggior parte dei casi, un bambino starà meglio avendo vissuto con una madre e un padre. Inoltre, i bambini hanno bisogno di modelli mentre crescono. Ai bambini dovrebbe essere data priorità e non dovrebbero essere usati strumentalmente per fini politici.

Queste argomentazioni, ampiamente documentate nel libro, mostrano chiaramente quanto tendenziosa ed erronea sia la decisione del giudice Walker.