DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

LA MODERNITÀ E IL FETICCIO DELL'ALGORITMO

GIUSEPPE O. LONGO

L’


eruzione del vulcano Eyjafjallajökul, che ha messo in crisi per alcuni giorni l’aviazione europea per il timore che la nube di cenere compromettesse la sicurezza degli aerei, si presta ad alcune considerazioni. La decisione di sospendere i voli è stata presa sulla base di simulazioni al computer più che di dati concreti: in un certo senso la realtà virtuale generata dalla nostra tecnoscienza ha cancellato la realtà reale della natura e si è dato più credito agli algoritmi che alle osservazioni sul campo del fenomeno eruttivo. Ma che cos’è un algoritmo? Non è altro che una successione di istruzioni per ottenere un certo risultato a partire da certi dati iniziali: per esempio esiste l’algoritmo per moltiplicare due numeri, per fare una ciambella (e si chiama ricetta) o per calcolare istante per istante la concentrazione delle particelle di cenere vulcanica emesse da un vulcano. I problemi sono due: intanto non sempre le istruzioni sono corrette e, anche se le istruzioni sono corrette, non sempre i dati iniziali sono precisi. Questo fa sì che non tutte le ciambelle riescano col buco, o perché gli ingredienti non erano quelli giusti oppure perché il procedimento era sbagliato. Nonostante queste limitazioni, gli algoritmi e le simulazioni che su di essi si basano sono sempre più usati in moltissimi campi, dalle operazioni finanziarie alle previsioni meteo, dalla progettazione alla costruzione e alla gestione di impianti, di centrali e di stabilimenti. Si configura una vera e propria 'delega informatica': la complessità della tecnologia ci obbliga ad affidare ai computer settori sempre più ampi di attività che un tempo erano svolte dagli uomini. Si potrebbe dire che la decisione di bloccare i voli l’hanno presa i computer, o meglio che i timori che hanno portato al blocco sono stati causati non dalla nube ma dall’immagine che della nube ci hanno fornito i computer. La prudenza, ovvio, era d’obbligo, e non voglio certo criticare le simulazioni: si tratta di uno strumento prezioso e indispensabile, che ci dà indicazioni imprescindibili. Ma non bisogna farne un feticcio: le simulazioni non sono fatti e bisognerebbe integrarle con l’esperienza, l’intuizione e il buon senso. Il cuoco provetto sa che ogni ricetta si presta a interpretazioni e a variazioni dettate dalla sua lunga pratica e condizionate dal tipo di ingredienti che ha a disposizione. Ma si può dire di più: la potenza e la velocità del computer, alleandosi con la complessità dell’algoritmo, ci impediscono di comprendere i risultati che ci vengono scodellati. Si profila una nuova forma di autoritarismo e di accettazione fideistica, un ipse dixit che, paradossalmente, promana da una nostra costruzione, il Golem algoritmico, che ci è sfuggita di mano. Queste vere e proprie profezie algoritmiche non si limitano a fornirci previsioni sull’andamento dei mercati (e si è visto con quali risultati disastrosi) o dei fenomeni naturali, ma pretendono ormai di invadere anche il dominio del comportamento umano, con sinistre prospettive di controllo sociale e di decisioni giudiziarie basate sulla fiducia assoluta nelle macchine.


© Copyright Avvenire 12 aprile 2010