DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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L'Ascensione del Signore nella tradizione siro-occidentale Salì al cielo come primizia

di Manuel Nin

Nel quarantesimo giorno dopo la Risurrezione la festa dell'Ascensione del Signore è attestata già in Eusebio di Cesarea intorno al 325; un secolo e mezzo più tardi Egeria parla di una celebrazione a Betlemme, e non sul Monte degli Ulivi da dove il Signore ascende in cielo e dove invece il raduno dei fedeli col vescovo nel luogo dell'Ascensione e la lettura del vangelo viene fatta la vigilia della Pentecoste. Per la festa, Gregorio di Nissa e Giovanni Crisostomo (e Agostino in ambito latino) hanno omelie.
La tradizione siro-occidentale collega molto strettamente l'Incarnazione, la discesa del Verbo di Dio, e la sua Ascensione: "Oggi il Cristo Dio si innalza dal monte degli ulivi fino al suo Padre glorioso. Oggi gli angeli fanno conoscere agli apostoli il grande mistero della seconda venuta di Cristo. Noi lo vedremo coi nostri occhi di carne". Cristo, salendo in cielo con l'umanità assunta da noi, la fa entrare nel luogo santo, la glorifica e la porta nel paradiso: "Tu sei entrato nel Santo dei santi e hai preso possesso della dimora non fatta da mano d'uomo. Salendo in cielo ci hai aperto le porte che Adamo nostro primo padre ci aveva chiuso in faccia. Ci hai fatti sedere alla destra di tuo Padre, e gli hai fatto un dono che non può rifiutare, il corpo umano che avevi preso da noi".
Tutti noi redenti, portati con Cristo in cielo, diventiamo offerta al Padre. Questo è un aspetto che si ritrova molto chiaramente nella tradizione siro-orientale, che, chiudendo l'anno liturgico con le quattro domeniche della "dedicazione della Chiesa", sottolinea come la comunità dei redenti dal sangue di Cristo viene presentata e offerta al Padre come corona dell'anno liturgico nel momento della sua piena glorificazione.
Nei testi liturgici si rilegge il salmo 23: "Quando gli spiriti celesti ti videro innalzarti in cielo con un corpo vero, furono stupefatti e cominciarono a domandarsi l'un l'altro: Chi è questo Re della gloria che viene da Edom? È il Signore potente, il Signore vincitore in battaglia. Alzatevi porte antiche, apritevi porte eterne perché entri il Re della gloria". La salvezza operata dal Signore viene presentata nel vespro dalla sua Incarnazione fino alla sua Ascensione: "Tutti noi, tuoi servi, riscattati dal tuo sangue prezioso, proclamiamo davanti alle schiere celesti: Benedetto sei tu, che ti sei abbassato per innalzarci dalla nostra umiliazione". Inoltre i testi sottolineano l'attesa della seconda venuta di Cristo e fanno una lettura cristologica di Isaia (61, 3): "Chi è questo re della gloria che giunge da Edom, cioè dalla terra, e i suoi vestiti sono macchiati di sangue, del sangue del corpo che si è rivestito? Perché i suoi vestiti sono rossi come quelli di chi calca il vino? Il Figlio di Dio si è incarnato, si è rivestito il corpo della nostra umanità. Ha sofferto la croce, la morte e la sepoltura, è risorto ed è salito al cielo".
La liturgia siro-occidentale sottolinea che nel Monte degli Ulivi è la Chiesa tutta a essere radunata, mentre il collegamento con la seconda venuta di Cristo e la dimensione ecclesiologica della festa sono nell'icona dell'Ascensione. L'immagine è divisa in due parti ben distinte: nella parte superiore c'è Cristo assiso su un trono, immobile nella sua gloria, sostenuto da due angeli. Nella parte inferiore c'è la Madre di Dio e gli apostoli. Dall'Ascensione fino al suo ritorno Cristo presiede la Chiesa, formata dalla Madre di Dio orante e dagli apostoli.
L'Ascensione di Cristo sigilla quindi la riconciliazione tra il cielo e la terra. Come sottolinea un testo in forma di dialogo o disputa (genere letterario molto familiare alla tradizione siriaca), testo che non fa parte della liturgia ma che ne riassume il mistero. Cielo e terra disputano tra di loro e il mistero della redenzione di Cristo riporta la pace: "Il cielo dice: In me c'è il Regno e gli angeli; e la terra dice: In me le Chiese e i giusti. Il cielo dice: In me ci sono mille e diecimila che stanno davanti al suo trono; e la terra dice: In me le assemblee e le generazioni che stanno davanti alla sua croce. Il cielo dice: In me il trono da cui esce fuoco; e la terra dice: In me l'altare dalla cui bontà esce la salvezza. Il cielo dice: In me le nuvole che portano le piogge che non hanno bisogno di fontane; e la terra dice: In me la Vergine che ha concepito senza uomo. Il cielo dice: In me il fiume di fuoco che rischiara coloro che lo guardano; e la terra dice: In me il calice della salvezza che risuscita coloro che ne bevono. Dice il cielo alla terra: Noi siamo due fratelli, non dobbiamo lottare poiché i nostri abitanti sono fratelli".
Efrem il Siro collega nei suoi inni la discesa di Cristo nell'Ade e la sua glorificazione in cielo: "Come un chicco di grano cadde nello sheol, e salì come covone e pane nuovo. Dal legno discese come frutto e salì al cielo come primizia. Beata sei tu, o Betania: il monte dell'arca ed il monte Sinai ti invidiano; non da loro ascese il Signore delle altezze, ma da te ascese. Tu hai visto il suo cocchio glorioso, la nube che chinò la sua altezza verso l'Umile che aveva iniziato a regnare in alto e in basso".


(©L'Osservatore Romano - 16 maggio 2010)

Quando l'obbedienza diventa luce. Un inno altomedievale per le lodi dell'Ascensione. di Inos Biffi

L'inno per le Lodi nella solennità dell'ascensione di Gesù al cielo - in dimetro giambico e di autore anonimo del secolo x - pur di non alta ispirazione poetica, nel suo soffermarsi sui particolari della scena evangelica illustra bene il senso del mistero avvenuto il quarantesimo giorno dalla risurrezione.
In questo giorno Cristo, ponendo termine alla sua visibile e intermittente presenza tra i discepoli - destinata a offrire loro "molte prove" della sua risurrezione e a discorrere sulle "cose riguardanti il regno di Dio" (Atti, 1, 3) - promise la "forza dello Spirito Santo", "si staccò da loro", "fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi" (cfr. Atti, 1, 8- 9).
È un "giorno luminoso - dichiara l'inno - da tutti desiderato", nel quale Cristo, "speranza del mondo ha varcato i cieli impenetrabili".
Non sorprende che quel giorno sia oggetto di un desiderio universale: l'ascesa di Gesù al cielo rappresenta la splendida vittoria sul demonio, che Gesù stesso aveva definito come "il principe di questo mondo" (Giovanni, 12, 31). Ascendendo al cielo "nella lucente nube", Cristo presenta al cospetto del Padre una umanità vincitrice e gloriosa.
I credenti trovano nell'ascensione la sorgente della loro speranza (spem facit credentibus) Cristo dischiude ormai la porta del cielo, che il peccato di Adamo aveva serrato. Tutti, poi - continua l'inno - sono pervasi da una "grande gioia" al vedere la gloria del Crocifisso, assiso alla destra del Padre, e lo splendore delle sue ferite, che resteranno sempre nel suo corpo risorto come stimmate luminose, a renderlo eternamente riconoscibile.
L'umanità di Gesù disposta al cospetto del Padre, scrive san Tommaso, equivale a "una supplica per noi": essa è un'implorazione "ad aver pietà di coloro per i quali il Figlio di Dio ha assunto la natura umana" (Summa Theologiae, iii, 57, 6).
L'ascensione al cielo raffigura anzitutto il trionfo di Gesù, il suo passaggio dall'umiliazione e dall'obbedienza fino alla morte di croce, alla sua esaltazione e alla sua signoria (Filippesi, 2, 8-9). Ma nell'ascensione di Gesù al cielo è, insieme, ritratta e raggiunta la gloria della nostra umanità (nostrum corpus): l'Autore della nostra salvezza la innalza fino alla sublimità celeste (ad cæli regiam).
Così, il Signore salito al cielo predica e manifesta, intimamente unita alla sua, la riuscita dell'uomo, che in lui e con lui si trova inscindibilmente unito al Padre. Gesù, quale "Primogenito di molti fratelli" (Romani, 8, 29), ci porta in paradiso.
L'ascensione di Cristo è, allora, motivo di "comune letizia": per i cori beati o la Chiesa celeste, e per noi, ancora pellegrini, ma non da lui abbandonati. Essa - conclude l'inno - eleva al cielo il nostro cuore, in attesa dell'effusione dello Spirito e con lo Spirito di ogni dono di grazia.
Commentando il mistero dell'ascensione, definito "causa della nostra salvezza", sempre san Tommaso afferma che la collocazione in cielo della nostra natura umana assunta da Cristo suscita "l'aumento della nostra fede (fidei augmentum)", provoca "l'elevazione della nostra speranza (spei sublevatio)", e solleva "l'affetto della nostra carità alle realtà celesti (caritatis affectus in cælestia)", particolarmente grazie al dono dello Spirito Santo, che "è l'amore che ci rapisce alle cose del cielo (amor nos in cælestia rapiens)" (Summa Theologiae, iii, 57, 1, 3m).
Gesù risorto alla destra del Padre è la ragione per la quale Dio ha creato il mondo. L'umanità gloriosa del Redentore è la soddisfazione dell'eterno disegno divino, attestato da tutte le Scritture.
Ma in quella umanità si ritrova indissociabilmente anche la nostra. "Secondo il disegno d'amore della volontà" di Dio (Efesini, 1, 5), ogni uomo, infatti, è stato predestinato a risorgere con Cristo, a sedere con lui nei cieli, a prendere parte del "tesoro della sua gloria" (Efesini, 1, 18; 2, 6) e della sua regalità. Questa predestinazione è inclusa nella creazione.
Ecco perché l'ascensione, festeggiando il trionfo del Signore, festeggia per ciò stesso l'assoluto ed eterno successo dell'uomo.



Optatus votis omnium
sacratus illuxit dies,
quo Christus, mundi spes, Deus,
conscendit cælos arduos.
Magni triumphum proelii,
mundi perempto principe,
Patris præsentans vultibus
victricis carnis gloriam.
In nube fertur lucida
et spem facit credentibus,
iam paradisum reserans,
quem protoplasti clauserant.
O grande cunctis gaudium,
quod partus nostræ Virginis,
post sputa, flagra, post crucem
paternæ sedi iungitur.
Agamus ergo gratias
nostræ salutis vindici,
nostrum quod corpus vexerit
sublime ad cæli regiam.
Sit nobis cum cælestibus
commune manens gaudium:
illis, quod semet obtulit,
nobis, quod se non abstulit.
Nunc, Christe, scandens æthera
ad te cor nostrum subleva,
tuum Patrisque Spiritum
emittens nobis cælitus.


(©L'Osservatore Romano - 12 maggio 2010)

(©L'Osservatore Romano - 12 maggio 2010)