DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Un motu proprio per il culto divino



Sarà pubblicato nelle prossime settimane un documento di Benedetto XVI che riorganizza le competenze della Congregazione del culto divino affidandole il compito di promuovere una liturgia più fedele alle intenzioni originarie del Concilio Vaticano II, con meno spazi per i cambiamenti arbitrari e per il recupero di una dimensione di maggiore sacralità.

Il documento, che avrà la forma di un motu proprio, è frutto di una lunga gestazione – lo hanno rivisto dal Pontificio consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi e gli uffici della Segreteria di Stato – ed è motivato principalmente dal trasferimento della competenza sulle cause matrimoniali alla Rota Romana. Si tratta delle cause cosiddette del «rato ma non consumato», cioè riguardanti il matrimonio avvenuto in chiesa ma non compiutosi per la mancata unione carnale dei due sposi. Sono circa cinquecento casi all’anno, e interessano soprattutto alcuni Paesi asiatici dove ancora esistono i matrimoni combinati con ragazzine in età molto giovane, ma anche i Paesi occidentali per quei casi di impotenza psicologica a compiere l’atto coniugale.

Perdendo questa sezione, che passerà alla Rota, la Congregazione del culto divino di fatto non si occuperà più dei sacramenti e manterrà soltanto la competenza in materia liturgica. Secondo alcune autorevoli indiscrezioni un passaggio del motu proprio di Benedetto XVI potrebbe citare esplicitamente quel «nuovo movimento liturgico» del quale ha parlato in tempi recenti il cardinale Antonio Cañizares Llovera, intervenendo durante il concistoro dello scorso novembre.

Al Giornale, in un’intervista pubblicata alla vigilia dell’ultimo Natale, Cañizares aveva detto: «La riforma liturgica è stata realizzata con molta fretta. C’erano ottime intenzioni e il desiderio di applicare il Vaticano II. Ma c’è stata precipitazione… Il rinnovamento liturgico è stato visto come una ricerca di laboratorio, frutto dell’immaginazione e della creatività, la parola magica di allora». Il cardinale, che non si era sbilanciato nel parlare di «riforma della riforma», aveva aggiunto: «Quello che vedo assolutamente necessario e urgente, secondo ciò che desidera il Papa, è dar vita a un nuovo, chiaro e vigoroso movimento liturgico in tutta la Chiesa», per porre fine a «deformazioni arbitrarie» e al processo di «secolarizzazione che purtroppo colpisce pure all’interno della Chiesa».

È noto come Ratzinger abbia voluto introdurre nelle liturgie papali gesti significativi ed esemplari: la croce al centro dell’altare, la comunione in ginocchio, il canto gregoriano, lo spazio per il silenzio. Si sa quanto tenga alla bellezza nell’arte sacra e quando consideri importante promuovere l’adorazione eucaristica. La Congregazione del culto divino – che qualcuno vorrebbe anche ribattezzare della sacra liturgia o della divina liturgia – si dovrà quindi occupare di questo nuovo movimento liturgico, anche con l’inaugurazione di una nuova sezione del dicastero dedicata all’arte e alla musica sacra.

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Arriva il Motu Proprio di B-XVI che risistemerà la liturgia.

Liturgia celeste e terrena. Il sacramento del Paradiso

di Inos Biffi

"Nella liturgia terrena - afferma la Sacrosanctum concilium - noi partecipiamo, pregustandola, alla liturgia celeste, che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme" (n. 8). Non si tratta, tuttavia, di due liturgie parallele o giustapposte. La liturgia originaria ed esemplare è quella compiuta da Cristo assiso alla destra del Padre. È il suo sacrificio celeste, al quale è associata la Chiesa, quella ormai gloriosa, e quella ancora pellegrinante.
Non raramente i liturgisti, che non sempre riescono a stupire per competenza o acutezza teologica, si mostrano riluttanti a considerare la liturgia che celebriamo qui in terra come un reale "riflesso" di quella del cielo; e quindi a vedere nel sacrificio eucaristico la presenza del sacrificio glorioso. Parrebbe loro che in tal modo vengano sminuite la verità e la natura storica dell'evento della Croce.
In realtà, non esistono due sacrifici: quello storico e quello glorioso in cielo, ma un unico sacrificio, quello del Calvario, che è intimamente glorioso, e quindi radicalmente celeste ed eterno.
In altre parole, immolando se stesso, Gesù conferisce alla sua offerta - non più carnale ma "spirituale" - un valore che non si consuma, e che è in grado di oltrepassare la momentaneità: "Noi siamo stati santificati, per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre" (Ebrei, 10, 10).
Dovunque si compia una celebrazione cristiana, anche nella sua forma terrena, è sempre in esercizio il sacerdozio eterno di Cristo ed è in atto l'offerta fatta con "il proprio sangue", e dotata di valore inesausto. È la ragione per la quale essa non è catturata da nessun tempo e non è circoscritta in nessun luogo. Al contrario, è comprensiva e aperta nei confronti di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Certamente, il culto nella Chiesa terrena e incompiuta presenta una modalità diversa rispetto a quello che è proprio della Chiesa del cielo, dove è ormai sciolto dalla trama dei segni e dove la grazia si è trasformata nella gloria. Quaggiù la santificazione è ancora in corso, in attesa e nella speranza della gloria, e opera con la mediazione dei sacramenti. E, tuttavia, si tratta della stessa liturgia, che ha la sua fonte e la sua origine in quella che si svolge - recitava la Sacrosanctum concilium - nella "santa città di Gerusalemme (...) dove il Cristo siede alla destra di Dio quale ministro del santuario e del vero tabernacolo".
Noi possiamo celebrare "qui e adesso", perché il Cristo glorioso eternamente celebra con la Chiesa del cielo. Ecco perché la costituzione conciliare afferma che noi partecipiamo alla liturgia celeste, la quale trascende e insieme attrae la nostra. Comprendiamo allora che a celebrare con Cristo capo sono tutte le sue membra: esiste, infatti, un unico corpo del Signore, un'unica Chiesa.
Perciò, quando siamo all'altare per la messa, o conveniamo per i sacramenti, o siamo raccolti per le lodi al Signore, la fede ci fa percepire col Crocifisso risorto la presenza degli angeli e dei santi, che invisibilmente intervengono a pregare con noi nella nostra celebrazione: una presenza invisibile e quindi più reale, più consistente e più vera, di quella dei fedeli che vediamo intorno a noi e dei quali percepiamo sensibilmente i volti e le voci.
Né questi sono solo pii e devoti sentimenti. È invece pura teologia, per non dire semplice dogma. In ogni caso è la certezza che proclamiamo nella preghiera eucaristica, in particolare nell'antico primo canone, di cui, dopo averlo per lo più abbandonato, scopriamo la mirabile ricchezza.
A questo punto avvertiamo che la celebrazione liturgica equivale a una proclamazione della comunione dei santi. Essa è in certo modo il sacramento del Paradiso. Si danno appuntamento nella liturgia tutti i giusti della storia di salvezza, a cominciare da Abele, per giungere alla vergine Maria, al suo sposo, agli apostoli, ai martiri e a tutti quanti formano la Chiesa celeste, senza che siano tralasciati i cori angelici con i quali sciogliamo il nostro canto di lode.
Il testo conciliare recita al numero 8: "Insieme con tutte le schiere delle milizie celesti cantiamo al Signore l'inno di gloria; ricordando con venerazione i santi, speriamo di aver parte con essi; aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, fino a quando egli comparirà, egli che è la nostra vita, e noi saremo manifestati con lui nella gloria".
La liturgia ci porta, così, in un altro mondo, quello della grazia e della gloria, che solo ha senso per la fede. Ogni celebrazione appare così il vertice della professione di fede.

(©L'Osservatore Romano - 18-19 ottobre 2010)

Il crocifisso nell'arte e nella liturgia. L'albero glorioso che spiega il mistero

Il 15 maggio, nella chiesa dell'Annunziata a Pesaro, viene presentato il volume Il Crocifisso e la Maddalena. Meditazioni sul capolavoro di Federico Brandani (Roma, Art, 2009, pagine 136, euro 28, a cura di Stefano Zilia Bonamini Pepoli, con prefazione di monsignor Guido Marini, Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie) realizzato in occasione del restauro della scultura cinquecentesca conservata nella chiesa di Sant'Agostino a Pesaro. Pubblichiamo stralci del saggio scritto dall'abate vicepresidente della Pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa.

di Michael John Zielinski

La croce identifica il cristianesimo, riunendo nel mistero l'abbassamento e l'innalzamento di Cristo. Per questo il credente acclama Ave, crux gloriosa. La teologia dell'incarnazione del Verbo dà ragione della kènosis, lo "svuotamento" di Dio, poiché attraverso di essa si manifesta la potenza della risurrezione salvifica di Cristo.
A motivo di tale centralità nell'annuncio del Vangelo, nella teologia e nella liturgia, la croce è stato uno dei primi soggetti rappresentati, a mosaico o dipinta, sulle absidi delle basiliche paleocristiane. Dalle ricostruzioni delle basiliche costantiniane, all'inizio del iv secolo, sembra che le absidi presentassero una croce su uno sfondo di mosaico dorato luminoso. Dopo la pace costantiniana, la croce, assunta come nuovo emblema del potere imperiale, era divenuta, infatti, anche simbolo glorioso del trionfo di Cristo.
Tema teofanico per eccellenza, la croce era direttamente connessa alla celebrazione liturgica, come elemento di attrazione dell'assemblea in preghiera e, nelle chiese orientate, indicava il punto da cui il Signore era sorto, come il sole, e da cui ci si attendeva il suo ritorno.
Il legame fra la croce e la liturgia risulta anche dal fatto che questo arredo è legato praticamente in modo indissolubile, già dai primi secoli, all'altare. Fin dal v secolo, infatti, è attestata la presenza di croci preziose appese ai cibori o di croci astili processionali collocate nei pressi dell'altare durante la celebrazione. A partire dal x-xi secolo, quando l'altare subì uno spostamento di posizione verso il fondo dell'abside, divenne abituale in occidente collocare una croce d'altare, in forma di crocifisso, fissa o mobile, sul bordo posteriore della mensa, affiancata da due candelieri. La croce d'altare, già nel xiii, secolo era una suppellettile comune, mentre nel messale tridentino la sua presenza è scontata. Sempre in epoca tridentina, san Carlo Borromeo raccomandò per la diocesi di Milano l'antica consuetudine di appendere un grande crocifisso al soffitto sopra l'altare.
Una volta superata l'originale reticenza a rappresentare la crocifissione, il più infamante dei supplizi, da parte dei cristiani dei primi secoli, il Cristo crocifisso è stato rappresentato per molti secoli come Christus crucifixus vigilans, in posizione eretta sulla croce, fissato con chiodi e con una ferita sul fianco, coi segni della morte, ma con gli occhi aperti, segno del trionfo sulla morte. Uno dei modelli pittorici più noti di tale tipologia, in cui Cristo è vestito di un solenne colòbion purpureo a clavi dorati, si trova a Roma, in Santa Maria Antiqua, risalente al vii-viii secolo e di derivazione siro-palestinese. Successivamente, sulla base di prototipi bizantini, anche in occidente il Crocifisso cominciò ad apparire con gli occhi chiusi e i segni della passione, rivelatori di una maggiore attenzione all'umanità di Cristo e alla sua passio humilissima, presente anche nella teologia. Riproducono questo tipo di figurazione le cosiddette croci dipinte, che fiorirono nell'Italia centrale nel corso del Duecento-Trecento.
Di particolare interesse è il fatto che attorno alla figura centrale di Cristo fossero disposte delle figurazioni simboliche o narrative secondo un programma di carattere teologico, percepibile da chi guardava l'arredo durante la celebrazione della messa. Nella tabella della cimasa si trovano Dio Padre o il Tetramorfo, in quella della predella l'Agnello mistico o il Calice, con un chiaro riferimento eucaristico, a quelle alle estremità dei bracci Maria e Giovanni evangelista, i testimoni del Golgota, infine in quelle dei fianchi sono riprodotti gli episodi evangelici riconducibili ai principali misteri della fede celebrati nella liturgia.
Queste croci erano immagini liturgiche e come tali avevano una collocazione congrua, addossate alla parete dell'abside, appese sopra l'altare o fissate sopra lo jubé, il recinto che racchiudeva la zona dell'altare e del coro.
La preferenza per il Cristo doloroso ricevette un grande influsso nel pieno medioevo per impulso della mistica francescana e di quella nordica con la loro insistenza sulla devozione all'umanità sofferente di Cristo. In questa temperie spirituale, infatti, il crocifisso è considerato un mezzo per alimentare la devozione personale, cioè di appagare il desiderio dell'anima pia di immedesimarsi anche affettivamente ed emotivamente nella passione del Signore. Se poi, per influenza dell'umanesimo, i crocifissi del Quattrocento tornarono a rappresentare il corpo di Cristo, pur morto, con una forza e bellezza ideali, non mancarono in epoca barocca crocifissi dolorosamente connotati, a seconda della sensibilità spirituale dell'artefice e del committente.
La Crocifissione è un soggetto largamente sfruttato anche in pittura con una connotazione talvolta serena e talvolta drammatica della scena. Il Crocifisso dalle carni d'avorio di Guido Reni di San Lorenzo in Lucina a Roma (1639-1642) è molto distante nella composizione dai due trittici tragici e teatrali di Rubens per la cattedrale di Anversa (1610-1612), raffiguranti l'uno l'innalzamento della croce, fra la strage degli innocenti e la crocifissione e l'altro la deposizione dalla croce, fra la visitazione e la presentazione al tempio. Tuttavia, entrambe le opere sono concepite come pale d'altare e comunque realizzate per sottolineare il legame fra il sacrificio della croce e il sacrificio della messa.
Si può affermare che già nel medioevo maturo la forma di quest'immagine, con la preferenza al Cristo doloroso, è ormai sostanzialmente determinata e diverrà una delle immagini più presenti nelle chiese, ma anche fra le più diffuse nelle case, nei crocicchi delle strade, nei luoghi pubblici e considerata fra le più care al popolo di Dio fino ai nostri giorni. Esso è diventato persino un segno universalmente riconosciuto e rispettato, anche da quanti pur ritenendosi non credenti, riconoscono il cristianesimo e i suoi simboli come parte della civiltà europea.
Oggi non mancano artisti che si lasciano ispirare da soggetti sacri. Il problema attuale è di individuare opere che non siano solo religiose, ma tali da entrare nelle chiese perché in grado di svolgere una funzione liturgica. Per questo è necessario che gli artisti abbiano la possibilità di avere una sorta di canone teologico, in modo da poter confrontare le loro opere con ciò che la Chiesa desidera da essi. I credenti, infatti, hanno bisogno di vedere immagini conformi alla verità della fede, cosicché l'artista diventa strumento vitale della nuova evangelizzazione in un mondo in cui l'immagine è sempre più preponderante.
Nella scelta della croce per l'altare bisogna pensare anzitutto che essa deve essere espressiva di tutto il mistero pasquale. Non è sufficiente che provochi una partecipazione affettiva, né che richiami semplicemente l'evento storico del Golgota. Deve saper riassumere e rendere evidente lo stesso mistero di Cristo morto, risorto, asceso al cielo, di cui si attende il ritorno, che si celebra nella messa. Le forme elaborate dalla tradizione possono aiutare l'artista contemporaneo a proporre soluzioni accettabili. L'utilizzo di materiali preziosi e nuovi che aumentino la luminosità dell'arredo è una via che non deve essere trascurata. Ad ogni modo, solo se assolve a questa finalità squisitamente liturgica, un crocifisso contemporaneo può essere ammesso a fungere da "immagine d'altare" o meglio di immagine "per lo spazio dell'altare", la cui collocazione solitamente è la parete di fondo ben visibile ai fedeli.


(©L'Osservatore Romano - 16 maggio 2010)

Cañizares: Per soddisfare una sete sono necessari dei "linguaggi" che siano "differenti" verso nuove frontiere, imprevedibli per molti Pastori


Saluto gli organizzatori e i participanti.

È per me una grande gioia rivolgere a voi tutti, nell`occasione del quinto anniversario del Ministero petrino del nostro amato Benedetto XVI, il mio cordiale saluto e i miei incoraggiamenti.

Ringrazio l`Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote per l`iniziativa di celebrare in oggi questo colloquio sul Summorum Pontificum; ringrazio anche i conferenzieri per la loro participazione e per il loro lavoro, così ccome i partecipanti per il loro interesse ed il loro sostegno.

Nel cuore del Santo Padre e al centro delle sue preoccupazioni come pastore della Chiesa, si trova la conoscenza profonda del mistero della Liturgia e il desiderio che sia celebrata e vissuta da tutta la Chiesa con delicatezza e fervore, e che così facendo generi e comunichi quel dinamismo soprannaturale, desiderio di Cristo stesso, affinchè la testimonianza di tutti i cattolici sia unanime e efficace per trasformare le realtà del nostro mondo.

Il Motu proprio Summorum Pontificum deve essere inteso in questa visione d`insieme dell`insegnamento e degli atti del Santo Padre, e mai come qualcosa di isolato o di semplicemente `anedottico' destinato ad alcuni per delle situazioni particolari. Favorire l`accesso alla forma liturgica del Rito Romano ufficiale fino alla riforma desiderata dal Vaticano II, non è una concessione alla nostalgia o all`integrismo, è piuttosto un passo per favorire la Comunione Ecclesiale e un aiuto per orientare e meglio capire l`attuale "forma ordinaria" della LIturgia Romana secondo un`ermeneutica della continuità.

L`interesse suscitato dalla celebrazione della "forma straordinaria" del Rito Romano, specialmente fra i giovani che pur non l`hanno mai conosciuta, va senza dubbio oltre la semplice curiosità o l`ammirazione estetica. Al contrario, è probabile che si tratti, per buona parte dei nostri giovani, di soddisfare una sete e che per ciò siano necessari dei "linguaggi" che siano "differenti" e che ci spingano verso nuove frontiere, imprevedibli per molti pastori della Chiesa. Non credo che sia una questione da confondere o da analizzare prendendo in considerazione le ideologie integriste.

È evidente che queste iniziative pastorali del nostro Santo Padre Benedetto XVI, per portare frutti, devono esser accompagnate da un`intensa attività di formazione, e da un approfondimento teologico, storico, pastorale, giuridico, e spirituale, alla luce del tesoro della Liturgia cattolica e degli insegnamenti dei Padri e dei Santi Pastori della Chiesa durante i secoli. Spero, e già me ne rallegro, che delle iniziative come il presente colloquio aiuteranno senza dubbio a contribuire a questa formazione.

A tutti, una volta ancora, organizzatori, conferenzieri e partecipanti, rivolgo il mio affettuoso saluto e la mia Benedizione.


Dal Vaticano, 20 aprile 2010
+ Antonio Card. Cañizares Llovera

Quando l'obbedienza diventa luce. Un inno altomedievale per le lodi dell'Ascensione. di Inos Biffi

L'inno per le Lodi nella solennità dell'ascensione di Gesù al cielo - in dimetro giambico e di autore anonimo del secolo x - pur di non alta ispirazione poetica, nel suo soffermarsi sui particolari della scena evangelica illustra bene il senso del mistero avvenuto il quarantesimo giorno dalla risurrezione.
In questo giorno Cristo, ponendo termine alla sua visibile e intermittente presenza tra i discepoli - destinata a offrire loro "molte prove" della sua risurrezione e a discorrere sulle "cose riguardanti il regno di Dio" (Atti, 1, 3) - promise la "forza dello Spirito Santo", "si staccò da loro", "fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi" (cfr. Atti, 1, 8- 9).
È un "giorno luminoso - dichiara l'inno - da tutti desiderato", nel quale Cristo, "speranza del mondo ha varcato i cieli impenetrabili".
Non sorprende che quel giorno sia oggetto di un desiderio universale: l'ascesa di Gesù al cielo rappresenta la splendida vittoria sul demonio, che Gesù stesso aveva definito come "il principe di questo mondo" (Giovanni, 12, 31). Ascendendo al cielo "nella lucente nube", Cristo presenta al cospetto del Padre una umanità vincitrice e gloriosa.
I credenti trovano nell'ascensione la sorgente della loro speranza (spem facit credentibus) Cristo dischiude ormai la porta del cielo, che il peccato di Adamo aveva serrato. Tutti, poi - continua l'inno - sono pervasi da una "grande gioia" al vedere la gloria del Crocifisso, assiso alla destra del Padre, e lo splendore delle sue ferite, che resteranno sempre nel suo corpo risorto come stimmate luminose, a renderlo eternamente riconoscibile.
L'umanità di Gesù disposta al cospetto del Padre, scrive san Tommaso, equivale a "una supplica per noi": essa è un'implorazione "ad aver pietà di coloro per i quali il Figlio di Dio ha assunto la natura umana" (Summa Theologiae, iii, 57, 6).
L'ascensione al cielo raffigura anzitutto il trionfo di Gesù, il suo passaggio dall'umiliazione e dall'obbedienza fino alla morte di croce, alla sua esaltazione e alla sua signoria (Filippesi, 2, 8-9). Ma nell'ascensione di Gesù al cielo è, insieme, ritratta e raggiunta la gloria della nostra umanità (nostrum corpus): l'Autore della nostra salvezza la innalza fino alla sublimità celeste (ad cæli regiam).
Così, il Signore salito al cielo predica e manifesta, intimamente unita alla sua, la riuscita dell'uomo, che in lui e con lui si trova inscindibilmente unito al Padre. Gesù, quale "Primogenito di molti fratelli" (Romani, 8, 29), ci porta in paradiso.
L'ascensione di Cristo è, allora, motivo di "comune letizia": per i cori beati o la Chiesa celeste, e per noi, ancora pellegrini, ma non da lui abbandonati. Essa - conclude l'inno - eleva al cielo il nostro cuore, in attesa dell'effusione dello Spirito e con lo Spirito di ogni dono di grazia.
Commentando il mistero dell'ascensione, definito "causa della nostra salvezza", sempre san Tommaso afferma che la collocazione in cielo della nostra natura umana assunta da Cristo suscita "l'aumento della nostra fede (fidei augmentum)", provoca "l'elevazione della nostra speranza (spei sublevatio)", e solleva "l'affetto della nostra carità alle realtà celesti (caritatis affectus in cælestia)", particolarmente grazie al dono dello Spirito Santo, che "è l'amore che ci rapisce alle cose del cielo (amor nos in cælestia rapiens)" (Summa Theologiae, iii, 57, 1, 3m).
Gesù risorto alla destra del Padre è la ragione per la quale Dio ha creato il mondo. L'umanità gloriosa del Redentore è la soddisfazione dell'eterno disegno divino, attestato da tutte le Scritture.
Ma in quella umanità si ritrova indissociabilmente anche la nostra. "Secondo il disegno d'amore della volontà" di Dio (Efesini, 1, 5), ogni uomo, infatti, è stato predestinato a risorgere con Cristo, a sedere con lui nei cieli, a prendere parte del "tesoro della sua gloria" (Efesini, 1, 18; 2, 6) e della sua regalità. Questa predestinazione è inclusa nella creazione.
Ecco perché l'ascensione, festeggiando il trionfo del Signore, festeggia per ciò stesso l'assoluto ed eterno successo dell'uomo.



Optatus votis omnium
sacratus illuxit dies,
quo Christus, mundi spes, Deus,
conscendit cælos arduos.
Magni triumphum proelii,
mundi perempto principe,
Patris præsentans vultibus
victricis carnis gloriam.
In nube fertur lucida
et spem facit credentibus,
iam paradisum reserans,
quem protoplasti clauserant.
O grande cunctis gaudium,
quod partus nostræ Virginis,
post sputa, flagra, post crucem
paternæ sedi iungitur.
Agamus ergo gratias
nostræ salutis vindici,
nostrum quod corpus vexerit
sublime ad cæli regiam.
Sit nobis cum cælestibus
commune manens gaudium:
illis, quod semet obtulit,
nobis, quod se non abstulit.
Nunc, Christe, scandens æthera
ad te cor nostrum subleva,
tuum Patrisque Spiritum
emittens nobis cælitus.


(©L'Osservatore Romano - 12 maggio 2010)

(©L'Osservatore Romano - 12 maggio 2010)

Il Papa: La santità, il Ministero ordinato e il sacerdozio comune dei fedeli, la liturgia. Parole fondamentali ai Vescovi dl Belgio

Benedetto XVI ai presuli della Conferenza episcopale in visita “ad limina”


ROMA, sabato, 8 maggio 2010, (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere in udienza questo sabato mattina i Vescovi del Belgio in occasione della loro visita “ad limina”.



* * *

Cari Fratelli nell'Episcopato,

sono lieto di porgervi il mio cordiale benvenuto in occasione della vostra visita ad limina Apostolorum che vi ha condotto in pellegrinaggio sulle tombe degli Apostoli Pietro e Paolo. Questa visita è un segno della comunione ecclesiale che unisce la Comunità cattolica del Belgio alla Santa Sede. È anche una lieta occasione per rafforzare tale comunione nell'ascolto reciproco, nella preghiera comune e nella carità di Cristo, soprattutto in questo tempo in cui la vostra Chiesa è stata essa stessa messa alla prova dal peccato. Ringrazio vivamente Monsignor André-Joseph Léonard per le parole che mi ha rivolto a nome vostro e a nome delle vostre comunità diocesane. Mi è grato avere un pensiero speciale al Cardinale Godfried Danneels che, per oltre trent'anni, ha guidato l'arcidiocesi di Malines-Bruxelles e la vostra conferenza episcopale.

Leggendo i vostri resoconti sullo stato delle vostre rispettive diocesi, ho potuto valutare le trasformazioni in corso nella società belga. Si tratta di tendenze comuni a molti Paesi europei ma che, nel vostro, hanno caratteristiche proprie. Alcune di esse, già rilevate nella precedente visita ad Limina, si sono accentuate. Mi riferisco alla diminuzione del numero dei battezzati che testimoniano apertamente la loro fede e la loro appartenenza alla Chiesa, all'aumento progressivo dell'età media del clero, dei religiosi e delle religiose, al numero insufficiente di persone ordinate o consacrate impegnate nella pastorale attiva o negli ambiti educativo e sociale, al numero limitato dei candidati al sacerdozio e alla vita consacrata. La formazione cristiana, soprattutto quella delle giovani generazioni, le questioni relative al rispetto della vita e all'istituzione del matrimonio e della famiglia, costituiscono altri punti delicati. Si possono altresì menzionare le situazioni complesse e spesso preoccupanti legate alla crisi economica, alla disoccupazione, all'integrazione sociale degli immigrati, alla coesistenza pacifica delle diverse comunità linguistiche e culturali della Nazione.

Ho potuto rilevare come voi siete consapevoli di tali situazioni e dell'importanza d'insistere su una formazione religiosa più solida e più profonda. Ho preso atto della vostra Lettera pastorale, La belle profession de la foi, inscritta nel ciclo Grandir dans la foi. Attraverso questa Lettera, avete voluto incoraggiare tutti i fedeli a riscoprire la bellezza della fede cristiana. Grazie alla preghiera e alla riflessione comuni attorno alle verità rivelate, espresse dal Credo, si riscopre che la fede non consiste solo nell'accettare un insieme di verità e di valori, ma innanzitutto nell'affidarsi a Qualcuno, a Dio, nell'ascoltarlo, nell'amarlo, nel parlargli, al fine di impegnarsi al suo servizio (cfr. p. 5).

Un evento significativo, per il presente e per futuro, è stata la canonizzazione di padre Damiano De Veuster. Questo nuovo santo parla alla coscienza dei Belgi. Non viene forse designato come il figlio della nazione più illustre di tutti i tempi? La sua grandezza, vissuta nel dono totale di sé ai fratelli lebbrosi, al punto da venire contagiato e morire, risiede nella sua ricchezza interiore, nella sua preghiera costante, nella sua unione con Cristo che vedeva presente nei propri fratelli e ai quali, come lui, si donava senza riserve. In questo anno sacerdotale, è bene proporre il suo esempio di sacerdote e missionario, in particolare ai sacerdoti e ai religiosi. La diminuzione del numero dei sacerdoti non deve essere percepita come un processo inevitabile. Il Concilio Vaticano ii ha affermato con forza che la Chiesa non può fare a meno del ministero dei sacerdoti. È dunque necessario e urgente conferirgli il suo giusto posto e riconoscerne il carattere sacramentale insostituibile. Ne deriva la necessità di un'ampia e seria pastorale delle vocazioni, fondata sull'esemplarità della santità dei sacerdoti, sull'attenzione ai germi di vocazione presenti in molti giovani e sulla preghiera assidua e fiduciosa, secondo la raccomandazione di Gesù (cfr. Mt 9, 37).

Rivolgo un saluto cordiale e riconoscente a tutti i sacerdoti e alle persone consacrate, spesso sovraccarichi di lavoro e desiderosi del sostegno e dell'amicizia del loro Vescovo e dei loro confratelli, senza dimenticare i sacerdoti più anziani che hanno dedicato tutta la loro vita al servizio di Dio e dei loro fratelli. Non dimentico neppure i missionari. Che tutti — sacerdoti, religiosi, religiose e laici del Belgio — ricevano il mio incoraggiamento e l'espressione della mia gratitudine e che non si dimentichino che è solo Cristo che può placare ogni tempesta (cfr. Mt 8, 25-26) e che ridà forza e coraggio (cfr. Mt 11, 28-30 e Mt 14, 30-32), per condurre una vita santa in piena fedeltà al loro ministero, alla loro consacrazione a Dio e alla testimonianza cristiana.

La Costituzione Sacrosanctum concilium sottolinea che è nella liturgia che si manifesta il mistero della Chiesa, nella sua grandezza e nella sua semplicità (cfr. n. 2). È dunque importante che i sacerdoti curino le celebrazioni liturgiche, in particolare dell'Eucaristia, affinché esse permettano una comunione profonda con il Dio vivente, Padre, Figlio e Spirito Santo. È necessario che le celebrazioni si svolgano nel rispetto della tradizione liturgica della Chiesa, con una partecipazione attiva dei fedeli, secondo il ruolo che corrisponde a ognuno di essi, unendosi al mistero pasquale di Cristo.

Nei vostri resoconti, vi mostrate attenti alla formazione dei laici, in vista di un inserimento sempre più effettivo nell'animazione delle realtà temporali. È un programma lodevole, che nasce dalla vocazione di ogni battezzato configurato a Cristo sacerdote, profeta e re. È bene discernere tutte le possibilità che scaturiscono dalla vocazione comune dei laici alla santità e all'impegno apostolico, nel rispetto della distinzione fondamentale fra il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune dei fedeli. Tutti i membri della comunità cattolica, ma in modo particolare i fedeli laici, sono chiamati a testimoniare apertamente la loro fede e a essere fermento nella società, rispettando la sana laicità delle istituzioni pubbliche e le altre confessioni religiose. Una simile testimonianza non può essere limitata al solo incontro personale, ma deve anche assumere le caratteristiche di una proposta pubblica, rispettosa ma legittima, dei valori ispirati dal messaggio evangelico di Cristo.

La brevità di questo incontro non mi permette di sviluppare altri temi che mi sono cari e che anche voi avete menzionato nei vostri resoconti. Concluderò dunque pregandovi di trasmettere alle vostre comunità, ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose e a tutti i cattolici del Belgio, i miei saluti affettuosi, assicurandoli della mia preghiera per loro dinanzi al Signore. Che la Vergine Maria, venerata in tanti santuari del Belgio, vi assista nel vostro ministero e vi protegga tutti con la sua tenerezza materna! A voi e a tutti i cattolici del Regno, imparto di cuore la Benedizione apostolica.

Il Papa: L'annuncio del Mistero Pasquale si realizza nei sacramenti. Insieme sono il centro della missione dell Chiesa e dei presbiteri

Benedetto XVI e la missione di santificare dei sacerdoti


Catechesi all'Udienza generale in piazza San Pietro


CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 5 maggio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale in piazza San Pietro e dedicato alla missione di santificare gli uomini affidata ai sacerdoti.



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Cari fratelli e sorelle,

domenica scorsa, nella mia Visita Pastorale a Torino, ho avuto la gioia di sostare in preghiera davanti alla sacra Sindone, unendomi agli oltre due milioni di pellegrini che durante la solenne Ostensione di questi giorni, hanno potuto contemplarla. Quel sacro Telo può nutrire ed alimentare la fede e rinvigorire la pietà cristiana, perché spinge ad andare al Volto di Cristo, al Corpo del Cristo crocifisso e risorto, a contemplare il Mistero Pasquale, centro del Messaggio cristiano. Del Corpo di Cristo risorto, vivo e operante nella storia (cfr. Rm 12, 5), noi, cari fratelli e sorelle, siamo membra vive, ciascuno secondo la propria funzione, con il compito cioè che il Signore ha voluto affidarci. Oggi, in questa catechesi, vorrei ritornare ai compiti specifici dei sacerdoti, che, secondo la tradizione, sono essenzialmente tre: insegnare, santificare e governare. In una delle catechesi precedenti ho parlato sulla prima di queste tre missioni: l'insegnamento, l'annuncio della verità, l'annuncio del Dio rivelato in Cristo, o — con altre parole — il compito profetico di mettere l'uomo in contatto con la verità, di aiutarlo a conoscere l'essenziale della sua vita, della realtà stessa.

Oggi vorrei soffermarmi brevemente con voi sul secondo compito che ha il sacerdote, quello di santificare gli uomini, soprattutto mediante i Sacramenti e il culto della Chiesa. Qui dobbiamo innanzitutto chiederci: Che cosa vuol dire la parola «Santo»? La risposta è: «Santo» è la qualità specifica dell'essere di Dio, cioè assoluta verità, bontà, amore, bellezza — luce pura. Santificare una persona significa quindi metterla in contatto con Dio, con questo suo essere luce, verità, amore puro. È ovvio che tale contatto trasforma la persona. Nell'antichità c'era questa ferma convinzione: Nessuno può vedere Dio senza morire subito. Troppo grande è la forza di verità e di luce! Se l'uomo tocca questa corrente assoluta, non sopravvive. D'altra parte c'era anche la convinzione: Senza un minimo contatto con Dio l'uomo non può vivere. Verità, bontà, amore sono condizioni fondamentali del suo essere. La questione è: Come può trovare l'uomo quel contatto con Dio, che è fondamentale, senza morire sopraffatto dalla grandezza dell'essere divino? La fede della Chiesa ci dice che Dio stesso crea questo contatto, che ci trasforma man mano in vere immagini di Dio.

Così siamo di nuovo arrivati al compito del sacerdote di «santificare». Nessun uomo da sé, a partire dalla sua propria forza può mettere l'altro in contatto con Dio. Parte essenziale della grazia del sacerdozio è il dono, il compito di creare questo contatto. Questo si realizza nell'annuncio della parola di Dio, nella quale la sua luce ci viene incontro. Si realizza in un modo particolarmente denso nei Sacramenti. L'immersione nel Mistero pasquale di morte e risurrezione di Cristo avviene nel Battesimo, è rafforzata nella Confermazione e nella Riconciliazione, è alimentata dall'Eucaristia, Sacramento che edifica la Chiesa come Popolo di Dio, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo (cfr. Giovanni Paolo II, Esort. ap. Pastores gregis, n. 32). È quindi Cristo stesso che rende santi, cioè ci attira nella sfera di Dio. Ma come atto della sua infinita misericordia chiama alcuni a «stare» con Lui (cfr. Mc 3, 14) e diventare, mediante il Sacramento dell'Ordine, nonostante la povertà umana, partecipi del suo stesso Sacerdozio, ministri di questa santificazione, dispensatori dei suoi misteri, «ponti» dell'incontro con Lui, della sua mediazione tra Dio e gli uomini e tra gli uomini e Dio (cfr. po, 5).

Negli ultimi decenni, vi sono state tendenze orientate a far prevalere, nell'identità e nella missione del sacerdote, la dimensione dell'annuncio, staccandola da quella della santificazione; spesso si è affermato che sarebbe necessario superare una pastorale meramente sacramentale. Ma è possibile esercitare autenticamente il Ministero sacerdotale «superando» la pastorale sacramentale? Che cosa significa propriamente per i sacerdoti evangelizzare, in che cosa consiste il cosiddetto primato dell'annuncio? Come riportano i Vangeli, Gesù afferma che l'annuncio del Regno di Dio è lo scopo della sua missione; questo annuncio, però, non è solo un «discorso», ma include, nel medesimo tempo, il suo stesso agire; i segni, i miracoli che Gesù compie indicano che il Regno viene come realtà presente e che coincide alla fine con la sua stessa persona, con il dono di sé, come abbiamo sentito oggi nella lettura del Vangelo. E lo stesso vale per il ministro ordinato: egli, il sacerdote, rappresenta Cristo, l'Inviato del Padre, ne continua la sua missione, mediante la «parola» e il «sacramento», in questa totalità di corpo e anima, di segno e parola. Sant'Agostino, in una lettera al Vescovo Onorato di Thiabe, riferendosi ai sacerdoti afferma: «Facciano dunque i servi di Cristo, i ministri della parola e del sacramento di Lui, ciò che egli comandò o permise» (Epist. 228, 2). È necessario riflettere se, in taluni casi, l'aver sottovalutato l'esercizio fedele del munus sanctificandi, non abbia forse rappresentato un indebolimento della stessa fede nell'efficacia salvifica dei Sacramenti e, in definitiva, nell'operare attuale di Cristo e del suo Spirito, attraverso la Chiesa, nel mondo.

Chi dunque salva il mondo e l'uomo? L'unica risposta che possiamo dare è: Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, crocifisso e risorto. E dove si attualizza il Mistero della morte e risurrezione di Cristo, che porta la salvezza? Nell'azione di Cristo mediante la Chiesa, in particolare nel Sacramento dell'Eucaristia, che rende presente l'offerta sacrificale redentrice del Figlio di Dio, nel Sacramento della Riconciliazione, in cui dalla morte del peccato si torna alla vita nuova, e in ogni altro atto sacramentale di santificazione (cfr. po, 5). È importante, quindi, promuovere una catechesi adeguata per aiutare i fedeli a comprendere il valore dei Sacramenti, ma è altrettanto necessario, sull'esempio del Santo Curato d'Ars, essere disponibili, generosi e attenti nel donare ai fratelli i tesori di grazia che Dio ha posto nelle nostre mani, e dei quali non siamo i «padroni», ma custodi ed amministratori. Soprattutto in questo nostro tempo, nel quale, da un lato, sembra che la fede vada indebolendosi e, dall'altro, emergono un profondo bisogno e una diffusa ricerca di spiritualità, è necessario che ogni sacerdote ricordi che nella sua missione l'annuncio missionario e il culto e i sacramenti non sono mai separati e promuova una sana pastorale sacramentale, per formare il Popolo di Dio e aiutarlo a vivere in pienezza la Liturgia, il culto della Chiesa, i Sacramenti come doni gratuiti di Dio, atti liberi ed efficaci della sua azione di salvezza.

Come ricordavo nella santa Messa Crismale di quest'anno: «Centro del culto della Chiesa è il Sacramento. Sacramento significa che in primo luogo non siamo noi uomini a fare qualcosa, ma Dio in anticipo ci viene incontro con il suo agire, ci guarda e ci conduce verso di Sé. (...) Dio ci tocca per mezzo di realtà materiali (...) che Egli assume al suo servizio, facendone strumenti dell'incontro tra noi e Lui stesso» (S. Messa Crismale, 1 aprile 2010). La verità secondo la quale nel Sacramento «non siamo noi uomini a fare qualcosa» riguarda, e deve riguardare, anche la coscienza sacerdotale: ciascun presbitero sa bene di essere strumento necessario all'agire salvifico di Dio, ma pur sempre strumento. Tale coscienza deve rendere umili e generosi nell'amministrazione dei Sacramenti, nel rispetto delle norme canoniche, ma anche nella profonda convinzione che la propria missione è far sì che tutti gli uomini, uniti a Cristo, possano offrirsi a Dio come ostia viva e santa a Lui gradita (cfr. Rm 12, 1). Esemplare, circa il primato del munus sanctificandi e della giusta interpretazione della pastorale sacramentale, è ancora san Giovanni Maria Vianney, il quale, un giorno, di fronte ad un uomo che diceva di non aver fede e desiderava discutere con lui, il parroco rispose: «Oh! amico mio, v'indirizzate assai male, io non so ragionare... ma se avete bisogno di qualche consolazione, mettetevi là... (il suo dito indicava l'inesorabile sgabello [del confessionale]) e credetemi, che molti altri vi si sono messi prima di voi, e non ebbero a pentirsene» (cfr. Monnin A., Il Curato d'Ars. Vita di Gian-Battista-Maria Vianney, vol. i, Torino 1870, pp. 163-164).

Cari sacerdoti, vivete con gioia e con amore la Liturgia e il culto: è azione che il Risorto compie nella potenza dello Spirito Santo in noi, con noi e per noi. Vorrei rinnovare l'invito fatto recentemente a «tornare al confessionale, come luogo nel quale celebrare il Sacramento della Riconciliazione, ma anche come luogo in cui “abitare” più spesso, perché il fedele possa trovare misericordia, consiglio e conforto, sentirsi amato e compreso da Dio e sperimentare la presenza della Misericordia Divina, accanto alla Presenza reale nell'Eucaristia» (Discorso alla Penitenzieria Apostolica, 11 marzo 2010). E vorrei anche invitare ogni sacerdote a celebrare e vivere con intensità l'Eucaristia, che è nel cuore del compito di santificare; è Gesù che vuole stare con noi, vivere in noi, donarci se stesso, mostrarci l'infinita misericordia e tenerezza di Dio; è l'unico Sacrificio di amore di Cristo che si rende presente, si realizza tra di noi e giunge fino al trono della Grazia, alla presenza di Dio, abbraccia l'umanità e ci unisce a Lui (cfr. Discorso al Clero di Roma, 18 febbraio 2010). E il sacerdote è chiamato ad essere ministro di questo grande Mistero, nel Sacramento e nella vita. Se «la grande tradizione ecclesiale ha giustamente svincolato l'efficacia sacramentale dalla concreta situazione esistenziale del singolo sacerdote, e così le legittime attese dei fedeli sono adeguatamente salvaguardate», ciò non toglie nulla «alla necessaria, anzi indispensabile tensione verso la perfezione morale, che deve abitare ogni cuore autenticamente sacerdotale»: c'è anche un esempio di fede e di testimonianza di santità, che il Popolo di Dio si attende giustamente dai suoi Pastori (cfr. Benedetto XVI, Discorso alla Plenaria della Congr. per il Clero, 16 marzo 2009). Ed è nella celebrazione dei Santi Misteri che il sacerdote trova la radice della sua santificazione (cfr. po, 12-13).

Cari amici, siate consapevoli del grande dono che i sacerdoti sono per la Chiesa e per il mondo; attraverso il loro ministero, il Signore continua a salvare gli uomini, a rendersi presente, a santificare. Sappiate ringraziare Dio, e soprattutto siate vicini ai vostri sacerdoti con la preghiera e con il sostegno, specialmente nelle difficoltà, affinché siano sempre più Pastori secondo il cuore di Dio. Grazie.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]

Sette ragioni per dire che il primo è anche l'ultimo. I sacramenti e la risurrezione

di Inos Biffi

Specialmente nel tempo pasquale, quando lo sguardo della Chiesa è rivolto con particolare intensità a Gesù risorto e assiso alla destra del Padre, ci è dato di comprendere l'origine e il senso dei sacramenti. Affidarsi, per una loro rinnovata intelligenza, alle varie e attuali filosofie del simbolo, o alle riflessioni sulla naturale ritualità dell'uomo, variamente assunte lungo la storia, significherebbe percorrere una via inconcludente, e persino deviante.
I sacramenti cristiani non trovano giustificazioni all'interno della natura umana; non valgono per una loro coerenza con la sua inclinazione cultuale: se mai un confronto possa valere, esso sarebbe in ogni caso secondario.
La genesi dei sacramenti, il loro fondamento e la loro possibilità provengono radicalmente dall'intenzione di Cristo che li ha istituiti e dalla sua attualità gloriosa.
I sacramenti - a partire dall'Eucaristia - sono essenzialmente atti del Signore assiso alla destra del Padre, segni e impronta della sua signoria.
Né per questo si attenua l'opera storica di Gesù e, quindi, il suo sacrificio sul Calvario. Al contrario, proprio a motivo della sua gloria l'azione salvifica di Cristo e la sua immolazione possono risaltare nella loro singolare e inesausta efficacia.
Se Gesù Cristo non fosse risuscitato, nessun suo gesto sarebbe risultato valido per la redenzione: tutta la sua esistenza sarebbe apparsa precaria e, come ogni altra, si sarebbe fatalmente dissolta nel flusso del tempo, lasciando spazio solo a un rammarico senza speranza.
Al contrario, la vita di Cristo, e in particolare il suo sacrificio in croce, avvenuti nel tempo, furono sottratti alle effimere vicissitudini della temporalità, bisognosa di sempre nuove energie che ne riparino la precarietà e ne rimedino l'esaurimento. E infatti - secondo il grandioso messaggio della Lettera agli Ebrei - l'evento del Calvario fu un evento "celeste", "spirituale", "glorioso".
Il suo compiersi storico, a differenza del sacrificio levitico, terreno, carnale e quindi dalle risorse esauribili e provvisorie, fu capace di perenne e insolubile validità, per la gloria che lo attraversava e lo costituiva. Non sarebbe esatto pensare che tale gloria si sia aggiunta in un tempo successivo al suo sacrificio dapprima puramente terreno. In realtà, essa era intrinseca a questo sacrificio, avvenuto certamente nella storia, ma in una storia intimamente trasfigurata in gloria.
La Chiesa può celebrare l'Eucaristia come sacramento del sacrificio della croce proprio perché questo è stato "storicamente" un sacrificio glorioso e ora, dalla destra del Padre, Gesù gli conferisce garanzia e presenza nel corso del tempo che ancora scorre per noi.
Da Gesù assiso alla destra del Padre provengono l'Eucaristia e gli altri sacramenti che la irradiano. Ogni forma di presenza sacramentale di Cristo è dono del Risorto e quindi reale inizio di una comunione con la sua gloria.
"Chi è l'autore dei sacramenti - si chiedeva sant'Ambrogio - se non il Signore Gesù?", e continuava, riferendosi in particolare all'Eucaristia ma nella prospettiva di tutti "i misteri dei cristiani (mysteria christianorum)": "Questi sacramenti sono venuti dal cielo, poiché ogni disegno riguardo ad essi è dal cielo" (De sacramentis, iv, 4, 13).
Per capire questo occorre avere una concezione esatta della condizione gloriosa di Gesù.
Mentre la cronologia significa l'incompiutezza, la mobilità, l'incertezza, il divenire, il Cristo risorto rappresenta il compimento e la definitività.
L'ora della sua croce è l'ora della sua gloria (Giovanni, 12, 23 e seguenti). Una volta che Gesù è innalzato da terra, si avvera "il giudizio di questo mondo" e "il principe di questo mondo" è "gettato fuori" (Giovanni, 12, 31), mentre nel trionfo di Cristo, Principati e Potenze sono privati della loro forza (Colossesi, 2, 15)
In questa sua elevazione egli solleva e attrae tutti e tutto a sé (cfr. Giovanni, 12, 32).
Allora diviene Signore del cielo, della terra e degli inferi (cfr. Filippesi, 2, 16), collocato "al di sopra di ogni Principato e potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro" (Efesini, 1, 21). E, sempre perché glorificato, si aprì come fonte dello Spirito (Giovanni, 7, 39).
Ma Gesù, con la sua esaltazione, non ha dato l'avvio a un'altra temporalità. Ha invece creato una dimensione totalmente differente rispetto a questa, conteggiata dalla cronologia, ossia la dimensione escatologica, disposta - si direbbe - tra il tempo e l'eternità. San Tommaso parlerebbe di "evo (aevum)", o di "eternità partecipata (quaedam aeternitas participata)" (1 Sententiarum, 8, 2, 2, c): dimensione che trascende assolutamente il tempo e lo include, che lo "sovrasta" e vi è "imminente".
Per quanto la successione cronologica si estenda e si prolunghi, essa non giungerà mai a oltrepassare, o anche solo ad adeguare, i confini dell'escatologia che irraggiungibilmente comprende - anzi "precomprende" - tutta la storia, per quanto possa indefinitamente estendersi.
È il senso della signoria di Gesù - il Primo e l'Ultimo (Apocalisse, 22, 13) - che con la sua gloria si trova incessantemente presente nel fluire del tempo e nel succedersi della nostra storia ci associa al suo inesauribile sacrificio con la sua grazia perenne.
Tutti i sacramenti sono il frutto della gloria di Cristo, l'impronta viva del Crocifisso risuscitato. Essi vengono da un altro mondo. Sono l'Èschaton - ossia Gesù risuscitato - che opera nel tempo: proprio a motivo di questo Èschaton i gesti del Signore sono attinti nella loro irrepetibile e inesauribile attualità salvifica.
I sacramenti non nascono da questo mondo. Come del resto la vita cristiana più autentica e vera appartiene al mondo di "lassù", come scrive Paolo, che così esorta i Colossesi: "Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio" (Colossesi, 3, 1-3).
Per rinnovare l'intelligenza dei sacramenti non tanto si deve ricercare una più sottile e seducente filosofia o antropologia, quanto si deve ripensare la sostanza stessa della fede cristiana, e tenere la riflessione fissa sulle "cose di lassù", esistenti quaggiù solo in labile immagine.


(©L'Osservatore Romano - 17 aprile 2010)

Il Papa spiega che dove inculturazione e perdita di fede nel potere di Dio la liturgia non è più cristiana completamente dipendente dal Signore

Discorso ai Vescovi della regione Norte 2 del Brasile in “visita ad limina”


CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 15 aprile 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo giovedì da Benedetto XVI nel ricevere in udienza i presuli della regione Norte2 della Conferenza episcopale del Brasile, in occasione della loro visita “ad limina Apostolorum”.



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Amati Fratelli nell'Episcopato,

La vostra visita ad limina ha luogo nel clima di lode e giubilo pasquale che avvolge la Chiesa intera, adornata dalla luce sfolgorante di Cristo Risorto. In lui, l'umanità ha superato la morte e ha completato l'ultima tappa della sua crescita entrando nei Cieli (cfr Ef 2, 6). Ora Gesù può liberamente ritornare sui suoi passi e incontrare, come, quando e dove vuole, i suoi fratelli. In suo nome, sono lieto di accogliervi, devoti pastori della Chiesa di Dio che peregrina nella Regione Norte 2 del Brasile, con il saluto fatto dal Signore quando si presentò risorto agli Apostoli e compagni: «Pace a voi» (Lc 24, 36).

La vostra presenza qui ha un sapore familiare, poiché sembra riprodurre il finale della storia dei Discepoli di Emmaus (cfr Lc 24, 33-35): siete venuti per narrare quello che è accaduto lungo il cammino fatto con Gesù dalle vostre diocesi disseminate nell'immensità della regione amazzonica, con le loro parrocchie e le altre realtà che le compongono, come i movimenti, le nuove comunità e le comunità ecclesiali di base in comunione con il loro vescovo (cfr Documento di Aparecida, n. 179). Nulla potrebbe rallegrarmi maggiormente del sapervi in Cristo e con Cristo, come testimoniano i resoconti diocesani che avete inviato e per i quali vi ringrazio. Sono riconoscente in modo particolare a monsignor Jesus Maria Cizaurre per le parole che mi ha appena rivolto a nome vostro e del popolo di Dio a voi affidato, sottolineando la sua fedeltà e la sua adesione a Pietro. Al vostro ritorno, assicuratelo della mia gratitudine per questi sentimenti e della mia benedizione, aggiungendo: «davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!» (Lc 24, 34).

In quell'apparizione, le parole — se ci sono state — sono sfumate nella sorpresa di vedere il Maestro redivivo, la cui presenza dice tutto: ero morto, ma ora sono vivo e voi vivrete attraverso di me (cfr Ap 1, 18). E, essendo vivo e risorto, Cristo può divenire «pane vivo» (Gv 6, 51) per l'umanità. Per questo sento che il centro e la fonte permanente del ministero petrino sono nell'Eucaristia, cuore della vita cristiana, fonte e culmine della missione evangelizzatrice della Chiesa. Potete così comprendere la preoccupazione del Successore di Pietro per tutto ciò che può offuscare il punto più originale della fede cattolica: oggi Gesù Cristo continua a essere vivo e realmente presente nell'ostia e nel calice consacrati.

La minore attenzione che a volte si presta al culto del Santissimo Sacramento è indice e causa dell'oscuramento del significato cristiano del mistero, come avviene quando nella Santa Messa non appare più preminente e operante Gesù, ma una comunità indaffarata in molte cose, invece di essere raccolta e di lasciarsi attrarre verso l'Unico necessario: il suo Signore. Ora l'atteggiamento principale e fondamentale del fedele cristiano che partecipa alla celebrazione liturgica non è fare, ma ascoltare, aprirsi, ricevere... È ovvio che, in questo caso, ricevere non significa restare passivi o disinteressarsi di quello che lì avviene, ma cooperare — poiché di nuovo capaci di farlo per la grazia di Dio — secondo «la genuina natura della vera Chiesa. Questa ha infatti la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e tuttavia pellegrina; tutto questo, in modo tale, però, che ciò che in essa è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all'invisibile, l'azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura, verso la quale siamo incamminati» (Sacrosanctum Concilium, n. 2). Se nella liturgia non emergesse la figura di Cristo, che è il suo principio ed è realmente presente per renderla valida, non avremmo più la liturgia cristiana, completamente dipendente dal Signore e sostenuta dalla sua presenza creatrice.

Quanto sono distanti da tutto ciò coloro che, a nome dell'inculturazione, incorrono nel sincretismo introducendo nella celebrazione della Santa Messa riti presi da altre religioni o particolarismi culturali (cfr Redemptoris Sacramentum, n. 79)! Il mistero eucaristico è un «dono troppo grande — scriveva il mio venerabile predecessore Papa Giovani Paolo II — per sopportare ambiguità e diminuzioni», in particolare quando, «spogliato del suo valore sacrificale, viene vissuto come se non oltrepassasse il senso e il valore di un incontro conviviale fraterno» (Ecclesia de Eucharistia, n. 10). Alla base delle varie motivazioni addotte, vi è una mentalità incapace di accettare la possibilità di un reale intervento divino in questo mondo in soccorso dell'uomo. Questi, tuttavia, «si trova incapace di superare efficacemente da sé medesimo gli assalti del male, così che ognuno si senta come incatenato» (Costituzione Gaudium et spes, n. 13). La confessione di un intervento redentore di Dio per cambiare questa situazione di alienazione e di peccato è vista da quanti condividono la visione deista come integralista, e lo stesso giudizio è dato a proposito di un segnale sacramentale che rende presente il sacrificio redentore. Più accettabile, ai loro occhi, sarebbe la celebrazione di un segnale che corrispondesse a un vago sentimento di comunità.

Il culto però non può nascere dalla nostra fantasia; sarebbe un grido nell'oscurità o una semplice autoaffermazione. La vera liturgia presuppone che Dio risponda e ci mostri come possiamo adorarlo. «La Chiesa può celebrare e adorare il mistero di Cristo presente nell'Eucaristia proprio perché Cristo stesso si è donato per primo ad essa nel sacrificio della Croce» (Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, n. 14). La Chiesa vive di questa presenza e ha come ragion d'essere e di esistere quella di diffondere tale presenza nel mondo intero.

«Resta con noi, Signore!» (cfr Lc 24, 29): così pregano i figli e le figlie del Brasile in vista del XVI Congresso eucaristico nazionale, che si terrà fra un mese a Brasilia e che in tal modo vedrà il giubileo aureo della sua fondazione arricchito con l'«oro» dell'eternità presente nel tempo: Gesù Eucaristia. Che egli sia veramente il cuore del Brasile, da dove proviene la forza per tutti gli uomini e le donne brasiliani di riconoscersi e di aiutarsi come fratelli, come membri del Cristo totale. Chi vuole vivere, ha dove vivere, ha di che vivere. Si avvicini, creda, entri a far parte del Corpo di Cristo e sarà vivificato! Oggi, e qui, tutto questo auguro a quella porzione speranzosa di questo Corpo che è la Regione Norte 2, nell'impartire a ognuno di voi, a quanti collaborano con voi e a tutti i fedeli cristiani, la Benedizione Apostolica.

[Traduzione dal testo originale in portoghese a cura de “L'Osservatore Romano”]

Approfondimenti pasquali: il rito del "Resurrexit"

La Messa pasquale del Papa è preceduta dal rito del "Resurrexit", antica venerazione dell'icona del Salvatore risorto, ripresa dall'anno 2000 dopo secoli di oblio. L'icona usata oggi è una copia di quella antica e più volte restaurata, custodita nel Sancta Sanctorum della chiesa romana.



Eccone la descrizione che riportiamo dall’Ordo Romanus XII:
“Il mattino di Pasqua, dopo Prima, il Pontefice Romano, rivestito di piviale bianco, con i diaconi Cardinali che indossano le dalmatiche e le mitre, i suddiaconi in tunicella e gli altri ordini inferiori di chierici e i suoi cappellani, va alla cappella di San Lorenzo (...) Qui fatta orazione, (il Papa) riveste i paramenti sino alla dalmatica, quindi si reca ad adorare il Salvatore. Apre l’immagine, bacia i piedi del Salvatore dicendo tre volte: Surrexit Dominus de sepulchro, a cui tutti rispondono: Qui pro nobis pependit in ligno. Alleluia. Baciato il Salvatore, si reca al trono e dà la pace all’arcidiacono, il quale dopo di lui ha baciato il piede dell’immagine, dicendogli: Surrexit Dominus vere; questi risponde: Et apparuit Simoni. Il secondo diacono, baciati i piedi del Salvatore, si accosta a ricevere la pace dal Sommo Pontefice e dall’arcidiacono e si pone in fila. Gli altri Cardinali fanno egualmente (...) In tanto la schola canta: Crucifixum in carne e Ego sum alpha et omega. Terminata la pace il Pontefice indossa la pianeta bianca, il pallio e la mitra solenne”[6] e in processione si va a Santa Maria Maggiore per la Messa pontificale.
Col trasporto della sede in Avignone, la funzione del Resurrexit dinanzi all’Acheropita decadde e quando i Papi tornarono a Roma, la stazione di Pasqua venne trasferita nella basilica di San Pietro. Sarà nella Domenica di Pasqua dell’anno 2000 quando il Resurrexit, l’antico rito della testimonianza di fede del Papa di fronte all’icona del Salvatore, sarà ripreso di nuovo.

Ulteriori approfondimenti, con tutta la storia di questo antico rito, si trovano a questa pagina del sito vaticano da cui è tratta la citazione precedente.


L'icona originale conservata nel Sancta Sanctorum



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Surrexit Dominus vere et apparuit Simoni.
Il rito del Resurrexit nella domenica di Pasqua

A Roma, nel Medio Evo la Messa pasquale aveva un solenne preludio nella storica cappella di S. Lorenzo al Laterano (oggi Santuario della Scala Santa). L’Oratorio chiamato ancora oggi comunemente Sancta Sanctorum, era considerato uno dei luoghi più sacri della città di Roma. In esso con la preziosa reliquia della Croce, si custodiva l’immagine Acheropita del Salvatore.

L’immagine era chiamata acheropita perché creduta non dipinta di mano d’uomo (è una parola di origine greca: da "(a-)" privativo, "χείρ (chèir)" (mano) e "ποιείν (poièin)" (fare) il cui significato è "non fatto da mano umana"). L’origine di questa immagine è sconosciuta ma probabilmente fu portata a Roma dall’Oriente. La prima menzione si trova nel Liber Pontificalis nella biografia di Stefano II (752-757)[1]. Riproduce l’immagine completa del Salvatore, in grandezza quasi naturale, seduto in trono, dipinta su tela applicata sopra una tavola di legno delle dimensioni di m. 1,50 x 0,70 circa.

L’icona è stata restaurata diverse volte. Innocenzo III (1198-1216) fece coprire con un rivestimento d’argento tutta la figura ad eccezione del volto. Inoltre, più tardi, fu aperta una porticina all’altezza dei piedi, la quale permetteva di fare la lavanda rituale e l’unzione dei medesimi in talune circostanze (come nella processione del giorno dell’Assunta) e di baciarli quando il Papa si recava a venerare l’immagine.

Nel secolo XII, secondo un’antica tradizione, che già S. Girolamo faceva risalire ai primi secoli cristiani, l’annuncio della Risurrezione veniva dato dal Papa, prima di recarsi a cantare la Messa solenne a Santa Maria Maggiore, la basilica stazionale di Pasqua. Lo attestano il Liber Politicus[2] (anche Ordo Romanus XI)[3], cerimoniale scritto nel 1143-1144, e il Liber Censuum Romanae Ecclesiae[4] (anche Ordo Romanus XII)[5], redatto intorno al 1192 da Cencio Camerario, il futuro Papa Onorio III. Eccone la descrizione che riportiamo dall’Ordo Romanus XII seguendo la traduzione di Schuster:

“Il mattino di Pasqua, dopo Prima, il Pontefice Romano, rivestito di piviale bianco, con i diaconi Cardinali che indossano le dalmatiche e le mitre, i suddiaconi in tunicella e gli altri ordini inferiori di chierici e i suoi cappellani, va alla cappella di San Lorenzo (...) Qui fatta orazione, (il Papa) riveste i paramenti sino alla dalmatica, quindi si reca ad adorare il Salvatore. Apre l’immagine, bacia i piedi del Salvatore dicendo tre volte: Surrexit Dominus de sepulchro, a cui tutti rispondono: Qui pro nobis pependit in ligno. Alleluia. Baciato il Salvatore, si reca al trono e dà la pace all’arcidiacono, il quale dopo di lui ha baciato il piede dell’immagine, dicendogli: Surrexit Dominus vere; questi risponde: Et apparuit Simoni. Il secondo diacono, baciati i piedi del Salvatore, si accosta a ricevere la pace dal Sommo Pontefice e dall’arcidiacono e si pone in fila. Gli altri Cardinali fanno egualmente (...) In tanto la schola canta: Crucifixum in carne e Ego sum alpha et omega. Terminata la pace il Pontefice indossa la pianeta bianca, il pallio e la mitra solenne”[6] e in processione si va a Santa Maria Maggiore per la Messa pontificale.

Col trasporto della sede in Avignone, la funzione del Resurrexit dinanzi all’Acheropita decadde e quando i Papi tornarono a Roma, la stazione di Pasqua venne trasferita nella basilica di San Pietro. Sarà nella Domenica di Pasqua dell’anno 2000 quando il Resurrexit, l’antico rito della testimonianza di fede del Papa di fronte all’icona del Salvatore, sarà ripreso di nuovo[7].

Nel svolgimento di questo momento di preghiera, espressione di fede nella risurrezione, troviamo almeno tre elementi molto antichi, di cui il terzo non è stato ripreso nell 2000: l’annunzio della risurrezione, la venerazione dell’icona e il bacio di pace.

Il primo elemento, l’annunzio festoso della risurrezione Christus Dominus resurrexit! che a Gerusalemme, come sappiamo dal suo Typicon, già nel IV sec. era dato nell’Anastasis dal Patriarca il mattino di Pasqua[8], si constata comune, sebbene con forme diverse, in tutte le Comunità occidentali[9]. E così si fa tuttora nel rito bizantino[10].

Questo gioioso annunzio trova il loro autentico significato nel testo del Vangelo di Luca che descrive lo stupore di Pietro nel vedere il sepolcro vuoto e l’attestazione degli Undici che il Signore era davvero risorto ed era apparso a Simone (Lc 24, 12.34; cf. Gv 20, 3-10). L’apparizione del Risorto a Pietro e agli altri testimoni è il fondamento teologico della fede pasquale. Così lo ricorda il Catechismo: “Le donne furono così le prime messaggere della risurrezione di Cristo per gli stessi Apostoli. A loro Gesù appare in seguito: prima a Pietro, poi ai Dodici. Pietro chiamato a confermare la fede dei suoi fratelli, vede dunque il Risorto prima di loro ed è nella sua testimonianza che la comunità esclama: ‘Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone’ (Lc 24,34)”[11].

Il Papa, Vescovo di Roma e successore di san Pietro, incontra il Signore risorto nell’icona del Santissimo Salvatore e con la semplicità e la spontaneità della Sacra Scrittura grida, Surrexit Dominus de sepulchro. Nel giorno di Pasqua, il Romano Pontefice diventa, il primo testimone davanti a tutta la Chiesa, della risurrezione del Signore.

Il secondo elemento, la venerazione dell’icona risulta parimenti antico. In realtà non possiamo dimenticare che un’espressione di grande importanza nell’ambito della pietà popolare è l’uso di immagini sacre che, secondo i canoni della cultura e la molteplicità delle arti, aiutano i fedeli a porsi davanti ai misteri della fede cristiana. La venerazione per le immagini sacre appartiene, infatti, alla natura della pietà cattolica.

Ambedue gli elementi, l’annunzio della risurrezione e la venerazione dell’icona, caratteristici di questa sosta di preghiera adorante e di fede, che il Romano Pontefice fa nella mattina di Pasqua, ci collegano al linguaggio della pietà popolare. “Il linguaggio verbale e gestuale della pietà popolare, pur conservando la semplicità e la spontaneità d’espressione, deve sempre risultare curato, in modo da far trasparire in ogni caso, insieme alla verità di fede, la grandezza dei misteri cristiani (...) Una grande varietà e ricchezza di espressioni corporee, gestuali e simboliche caratterizza la pietà popolare. Si pensi esemplarmente all’uso di baciare o toccare con la mano le immagini, i luoghi, le reliquie e gli oggetti sacri. Simili espressioni, che si tramandano da secoli di padre in figlio, sono modi diretti e semplici di manifestare esternamente il sentire del cuore e l’impegno di vivere cristianamente”[12].

Così la religiosità, come la pietà popolare, “costituisce un’espressione della fede che si avvale di elementi culturali di un determinato ambiente, interpretando ed interpellando la sensibilità dei partecipanti in modo vivace ed efficace. La religiosità popolare (...) ha come sorgente la fede e dev’essere, pertanto, apprezzata e favorita. Essa, nelle sue manifestazioni più autentiche, non si contrappone alla centralità della Sacra Liturgia, ma, favorendo la fede del popolo, che la considera una sua connaturale espressione religiosa, predispone alla celebrazione dei sacri misteri”[13]. Nel quadro di queste parole s’inserisce questo particolare annunzio della Risurrezione da parte del successore di Pietro, prima della celebrazione eucaristica.

Il rito del Resurrexit, come atto di fede, di pietà e di devozione del Romano Pontefice davanti all’icona del Santissimo Salvatore, trova il suo spazio al di fuori della celebrazione dell’Eucaristia, sebbene abbia il suo naturale coronamento nella celebrazione liturgica che si svolge subito dopo. Questa sosta di preghiera adorante, e lieto annunzio del Risorto, prepara la celebrazione.

Come ricordava Benedetto XVI, “la fede dei discepoli ha dovuto adeguarsi progressivamente. Essa ci si presenta come un pellegrinaggio che ha il suo momento sorgivo nell’esperienza del Gesù storico, trova il suo fondamento nel mistero pasquale, ma deve poi avanzare ancora grazie all’azione dello Spirito Santo. Tale è stata anche la fede della Chiesa nel corso della storia, tale è pure la fede di noi, cristiani di oggi. Saldamente appoggiata sulla "roccia" di Pietro, è un pellegrinaggio verso la pienezza di quella verità che il Pescatore di Galilea professò con appassionata convinzione: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16)[14]. E possiamo domandarci, com'è arrivato Pietro a questa fede? E che cosa viene chiesto a noi, se vogliamo metterci in maniera sempre più convinta sulle sue orme? La risposta è chiara: “solo l'esperienza del silenzio e della preghiera offre l'orizzonte adeguato in cui può maturare e svilupparsi la conoscenza più vera, aderente e coerente, di quel mistero”[15]. Il rito del Resurrexit ci dispone ad essere testimoni e contemplatori di questo grande mistero: Surrexit Dominus vere et apparuit Simoni. Alleluia, alleluia, alleluia.



[1] Cfr. H. GRISAR, “L'immagine acheropita del Salvatore al Sancta Sanctorum”, La Civiltà Cattolica 58 (1907) 434-435; M. RIGHETTI, Manuale di Storia Liturgica 2. L'anno liturgico, Ed. Ancora, Milano 19693.20052, 281.

[2] Cfr. P. FABRE – L. DUCHESNE, Benedicti beati Petri Canonici Liber Politicus in Le Liber Censuum de l'Eglise romaine II, Parigi 1905/1910, 152.

[3] Cfr. J. MABILLON – M. GERMAIN, Museum Italicum seu collectio veterum scriptorum ex Bibliothecis Italicis II, Lutetiae Parisiorum 1724 (PL 78) 1042.

[4] Cfr. P. FABRE L. DUCHESNE, Gesta Pauperis Scolaris Albini 32, 131 in FABRE - DUCHESNE, Le Liber Censuum de l'Eglise romaine XV, I, Parigi 1905/1910, 297.

[5] Cfr. J. MABILLON – M. GERMAIN, Museum Italicum seu collectio veterum scriptorum ex Bibliothecis Italicis II, Lutetiae Parisiorum 1724 (PL 78) 1077.

[6] I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum I, Ed. Marietti, Casale Monferrato 1963, 379.

[7] Cfr. Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, Magnum Iubilaeum. Trinitati Canticum, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007, 287-292; P. MARINI e altri, La nuova icona acheropita di Cristo Salvatore per la liturgia papale nella domenica di Pasqua, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007.

[8] Cfr. J. SUNTINGER, Mimetisch-anamnetische Elemente in der päpstlichen Ostersonntagsliturgie “Verkündigung der Auferstehung” und “Stationsvesper” AM Lateran, Dissertatio ad Doctoratum Sacrae Liturgiae assequendum in Pontificio Instituto Liturgico, Roma 2002, 115.

[9] Cfr. M. HUGLO, “L'Annuncio Pasquale della Liturgia Ambrosiana”, Ambrosius 33 (1957) 88-91.

[10] Cfr. M. RIGHETTI, Manuale di Storia Liturgica 2. L'anno liturgico, Ed. Ancora, Milano 19693.20052, 282.

[11] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 641.

[12] Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Direttorio su Pietà popolare e Liturgia. Principi e orientamenti, Città del Vaticano 2002, nn. 14-15.

[13] GIOVANNI PAOLO II, Discorso alla Plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 21-IX-2001.

[14] BENEDETTO XVI, Omelia nella solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, 29-VI-2007.

[15] GIOVANNI PAOLO II, Lett. apost. Novo millennio ineunte (6-I-2001) n. 20.


Venerdì Santo. A Elberti. E' la Pasqua del Signore. Come celebrare la liturgia dell'Addorazione della Croce



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A. Elberti. E' la Pasqua del Signore. Giovedì Santo. Come celebrare la liturgia della lavanda dei piedi


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Battisteri. L’ottagono della bellezza

Romanici o gotici, nella forma evocano l’ottavo giorno, cioè la salvezza (ma a Pisa,circolare, rappresenta l’eterno). A Firenze custodisce il genio della città, a Parma c’è il simbolismo più denso, a Ravenna il passaggio dall’arte classica a quella cristiana

Di Antonio Paolucci

Sette sono i giorni della settimana. Di sette giorni ha avuto bisogno Dio onnipotente per creare il mondo. Poi ci sarà per tutti lOctava dies, il giorno senza tramonto dell'Eternità. Il battistero medioevale è ottagono perché con il sacramento del battesimo si entra nell'ottavo giorno, nel tempo infinito che è stato promesso a ogni credente. A volte l'edificio è a pianta circolare (come a Pisa) perché anche il cerchio è simbolo di perfezione e di eternità. Dio è un cerchio che ha la circonferenza ovunque e il centro in ogni luogo, dicevano gli antichi teologi.
Fermiamoci di fronte al battistero fiorentino di San Giovanni, perfetto ottagono di marmo bianco e verde. Le sue origini affondano nel mito. Era il tempio di Marte Ultore, antico come la città romana. Poi la giovane Chiesa fiorentina lo consacrò e lo dedicò al santo protettore Giovanni. Così raccontano le antiche cronache. Noi sappiamo che è una costruzione interamente romanica che ha preso forma compiuta mille anni fa, fra XI e XIII secolo. Da allora il battistero dei fiorentini è diventato Umbilicus urbis, immemoriale santuario del genio della città, emblema dei valori religiosi e politici, degli ideali e delle utopie che Firenze ha espresso nei secoli. Il valore identitario-patriottico si è sovrapposto a quello evangelico. Non lo ha oscurato tuttavia perché il battistero di Firenze conserva ancora oggi intatto e perfettamente comprensibile il suo formidabile significato catechetico. Un tempo si entrava per la porta di bronzo raffigurante la vita di Cristo che Lorenzo Ghiberti realizzò fra il 1401 e il 1425. «Chi per me passerà sarà salvo» dice l'Evangelista (Gv. 10, 9) e il credente sapeva che quella porta è figura di Cristo «ianua salutis», varco di salvezza. Una volta entrati nell'ottagono sacro si è nel sacramento del battesimo e dunque nell'universo «sub gratia» e nel tempo del Giudizio. Ed ecco i mosaici duecenteschi della volta a raccontarci, nell'ipnotico splendore dell'oro, la Maiestas Domini e il Giudizio. Gli angeli presentano i simboli della Passione come prove testimoniali del processo. Cristo, fulgido implacabile autocrate, accoglie i giusti con la mano destra, con la sinistra precipita nell'Inferno i malvagi.
Ai pari della cattedrale, il battistero è un libro scolpito e dipinto, sintesi di dottrina teologica, di catechesi, di massime sapienziali, di cultura laica; Biblia pauperum e Speculum mundi allo stesso tempo. Quando Benedetto Antelami fra il 1196 e il 1216 alzò nel cuore di Parma il suo ottagono foderato di marmi bianchi e rosa, volle che la squadra dei suoi lapicidi raccontasse tutto, ma proprio tutto: i mesi, le stagioni, i segni zodiacali, re David e il centauro, la regina di Saba ed Ercole, la storia sacra e il mito. Nel portale ovest (detto del «Giudizio Finale») la severità del tribunale divino è mitigata dai rilievi scolpiti che rampicano sui pilastri laterali. Gli uni raccontano la parabola della vigna (anche gli operai dell'ultima ora avranno piena mercede) gli altri descrivono le sette opere di Misericordia. Come dire che Dio accoglie in qualsiasi momento il peccatore pentito e che l'amore per il prossimo è la chiave del Paradiso. Nel portale sud lo scultore antelamico ha dato immagine a una iconografia di origine probabilmente buddista, molto popolare nel medioevo. È la storia di Barlaam e di Josaphat. Il rilievo rappresenta un giovane che arrampicato su un albero sta gustando un favo di miele e non si accorge, lo sventurato, che due roditori e un drago stanno consumando il tronco alla base. Intanto, a simboleggiare lo scorrere del tempo, le figure allegoriche del Sole e della Luna attraversano il firmamento sui loro carri celesti. Il tutto è trasparente metafora della vita che il Male insidia e che, nel veloce precipitare dei giorni, può finire all'improvviso, proprio quando ci sembra più dolce. Se poi entriamo dentro il battistero di Parma, rimaniamo sconcertati dalla vastità della decorazione ad affresco. Vera e propria Summa theo logica realizzata da maestri di cultura occidentale e da botteghe bizantine fra Duecento e Trecento. C'è l'Antico e c'è il Nuovo Testamento, ci sono i patriarchi e i profeti, i dottori e gli apostoli, gli evangelisti e i re d'Israele, c'è la vita di san Giovanni e quella di Gesù. C'è, infine, a dominare l'immenso teatro sacro, la Deesis: Cristo in trono affiancato dalla Vergine regina del Cielo e dal Battista.
Fra tutti gli antichi battisteri italiani quello che mi affascina di più è il battistero della cattedrale di Ravenna, detto anche «neoniano» perché fu il vescovo Neone a costruirlo intorno o poco dopo la metà del V secolo. Questo edificio ottagono rivestito di mosaici e di stucchi al suo interno, mi affascina perché rappresenta il momento storico nel quale la cultura classica tardo antica, diventa idioma cristiano. Qui non ci sono scene apocalittiche. Al centro della volta è raffigurato il «Battesimo di Gesù nel Giordano». Intorno al battesimo si dispongono in circolo i dodici apostoli ritagliati contro il fondo azzurro cupo e divisi l'uno dall'altro da un cespo dorato di acanto. Indossano mantelli d'oro, portano fra te mani la corona simbolo della gloria celeste e si muovono vivacemente, festosamente quasi, del tutto consapevoli della loro individualità umana. Le stoffe coprono forme reali, espresse con sicuro rilievo plastico, l'ombra si addensa nelle pieghe dei panneggi, i volti diversi l'uno dall'altro sono definiti nei loro precisi caratteri fisionomici e psicologici. Immediatamente al di sotto della ruota degli apostoli, si dispiega una figurazione circolare che per il suo aspetto dichiaratamente mistico ed esoterico, ha reso possibili le più diverse interpretazioni. Gli elementi ricorrenti che si ripetono per tutto il giro della decorazione sono l'altare con il libro aperto e il trono vuoto sovrastato dalla Croce, l'uno e l'altro inseriti in un motivo architettonico di transenne ed esedre. L'idea che si vuole esprimere è probabilmente quella della san tità dei Vangeli (il libro aperto) e della presenza invisibile del Salvatore (il trono vuoto segnato dalla Croce). Oppure - è l'interpretazione che mi piace di più perché ci riporta al concetto iniziale del battistero figura dell'Eternità - i seggi vuoti sono immagine della città ultraterrena, della Gerusalemme celeste che presenta i troni preparati per gli eletti fin dall'inizio dei tempi.

La liturgia radice ed essenza del ministero. di Manlio Sodi

Il ministero presbiterale è strettamente connesso con l'azione liturgica della Chiesa. L'Anno sacerdotale indetto da Benedetto XVI è un'occasione per approfondire tale connessione. Lo richiede sia l'essenza del sacerdozio ministeriale in sé, sia il rapporto che tale sacerdozio ha con l'insieme della storia della salvezza e la realtà della Chiesa in cammino e, soprattutto, la certezza che l'anno liturgico è il perenne e permanente anno sacerdotale. "Partecipi del suo ministero di salvezza": in questa definizione offerta dalla lex orandi e che la liturgia canta nel prefazio della messa crismale, abbiamo la radice del ministero presbiterale. Da questa fons scaturiscono conseguenze che a livello teologico, pastorale, spirituale e mistico costituiscono l'essenza di tale ministero.
Il primo termine di identificazione è dunque il Cristo. Da qui la linea cristocentrica che viene a caratterizzare l'essenza del ministero presbiterale, e l'insieme delle attività che tale ministero è chiamato a svolgere. Ma sarà anche la linea cristocentrica a dare volto alla spiritualità e alla mistica che - tipica del presbitero - si muove da Cristo per immergersi nella vita trinitaria sotto l'azione dello Spirito proprio in conseguenza di quell'epiclesi che il presbitero è chiamato ad attuare in ogni azione sacramentale. Infatti, dall'esperienza profonda e unica dei santi misteri scaturisce la vita mistica del presbitero.
La definizione proviene ancora dalla lex orandi, dalla collecta della missa pro sacerdotibus. Nel presentare un aspetto del compito ministeriale, la collecta definisce l'identità del presbitero. "Dispensare" è un verbo che significa "dividere, distribuire fra più persone, regolare, ordinare", ma anche "amministrare, governare, aver cura"; in sintesi esso denota l'impegno in un servizio per gli altri; un impegno che non chiama in causa un lavoro di routine ma la trasmissione di una realtà che parte dal cuore di chi la deve trasmettere, perché è attraverso il cuore, le mani, la voce, e soprattutto la vita del presbitero che Cristo continua nel tempo ad agire.
"I santi misteri": i termini rinviano immediatamente sia alla missione salvifica del Cristo sia all'identità profonda del presbitero chiamato in prima istanza a servire Cristo nei fratelli, come si esprime ancora lo stesso prefazio della messa crismale. Il momento e il gesto epicletico dell'imposizione delle mani rende i fedeli chiamati al presbiterato partecipi del ministero di salvezza proprio del Cristo. Ma la impositio manuum che richiama sempre l'evento originario del momento dell'ordinazione è anche il perenne gesto con cui l'azione dello Spirito Santo trasforma persone e realtà creaturali in segni ed eventi di salvezza. Tutti i sacramenti hanno almeno un'epiclesi (due per l'Eucaristia). E tale momento sacramentale non è solo per indicare il cuore del sacramento, ma anche per sperimentare che da questa azione dello Spirito scaturisce la grazia che rende la vita sempre più "spirituale". La vita del presbitero non può che essere all'insegna della spiritualità liturgica.
È ancora il prefazio della messa crismale a richiamare l'essenza della missione del presbitero e - di conseguenza - la sua identità: la Parola e i sacramenti. L'abbondanza di Parola di Dio presente oggi nella liturgia - quella eucaristica in particolare, ma non si dimentichi quella della Liturgia delle Ore e quella presente in tutti gli altri sacramenti e sacramentali - pone con rinnovata urgenza l'approfondimento del tema della sacramentalità della stessa liturgia della Parola, a partire da due dati di fatto: la presenza di Cristo "nella sua parola, perché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura" (Sacrosanctum concilium 7), e la profonda unità che lega la mensa della Parola a quella Eucaristica tanto "da formare un solo atto di culto" (ibidem 56).
Dall'approfondimento di questa realtà scaturisce un articolato elemento essenziale per la missione del presbitero: individuare i mezzi e percorrere le vie attraverso cui il fedele è nutrito con la Parola, e cogliere come questo essenziale nutrimento costituisca la base di quella refectio (= ristoro, riposo, sollievo, e soprattutto nutrimento spirituale) quale si attua nei sacramenti, e che l'eucologia del Missale Romanum del Vaticano ii evidenzia ben cinquantadue volte.
Ogni "anno" è sempre chiuso in se stesso e presto dimenticato - al di là della colluvie più o meno ampia di "prodotti" - se non fa costante riferimento a quell'"anno" che permane sempre al di là di qualunque tematica. Sulla linea della Sacrosanctum concilium e della successiva riforma, è l'anno liturgico che ha bisogno di ritrovare la sua identità e la forza propulsiva di quanto ivi racchiuso. Dimenticare questo è fare un servizio molto parziale alla formazione dell'intero popolo di Dio. Anno sacerdotale, anno eucaristico, anno mariano, anno paolino, anno compostellano... sono tutti segmenti con grande capacità evocativa; la loro lectio permane però nella misura in cui contenuti e metodologie risultano strettamente radicati nella pedagogia costituita dall'anno liturgico, perché questo è Cristo stesso, e in questo deve confluire tutto il resto.
Un anno sacerdotale non passa invano qualora permetta di cogliere almeno tre ambiti che qualificano l'essenza stessa del sacerdozio ministeriale, ossia l'identità, la missione, la spiritualità.
I documenti del Vaticano ii, a partire dalla Sacrosanctum concilium e dalla Lumen gentium, e i documenti successivi hanno contribuito a mettere a fuoco tale identità.
Anche nel nostro tempo si percepisce l'urgenza di una ecclesiologia del ministero ordinato, che al di là delle connotazioni proprie di sacerdos e presbyter, aiuti a cogliere l'essenza di una missione che risulta essenzialmente radicata sul rapporto tra Cristo e il suo popolo attraverso la mediazione del presbitero.
La distinzione tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale richiede di essere frequentemente sottolineata perché è nell'equilibrio delle due identità che si coglie la distinzione e insieme la reciprocità.
Né psicologo né manager del sacro, ma "mezzo" per l'azione salvifica del Cristo. Può essere questo un titolo per attirare l'attenzione; di fatto è una sintesi che invita a considerare l'essenza della missione del presbitero.
Il confronto con i testi di ordinazione racchiusi nel Pontificale è quanto mai ricco di conseguenze. L'assidua meditazione di quei testi costituisce un richiamo eccellente per mantenere viva l'idea centrale della missione presbiterale.
Spiritualità è parola magica per alcuni; essa sembra racchiudere tutto, ma quando si cerca di scendere in dettaglio allora la diversità di opinioni rischia di non far percepire l'essenza della vita nello Spirito qual è appunto la spiritualità e, di riflesso, la mistica. Il presbitero trae la linfa della sua spiritualità da ciò che egli "celebra".


(©L'Osservatore Romano - 29-30 marzo 2010)