DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Visualizzazione post con etichetta Catechismo della Chiesa Cattolica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Catechismo della Chiesa Cattolica. Mostra tutti i post

COME IN CIELO COSI’ IN GUERRA. Il lungo addio alle armi della chiesa novecentesca. Tra profezia, diplomazia e un vago sentore di gnosi

di Maurizio Crippa

Questo è il mio fucile. Ce ne sono
tanti come lui, ma questo è il
mio… Al cospetto di Dio giuro su questo
credo. Il mio fucile e me stesso siamo
i difensori della patria, siamo i dominatori
dei nostri nemici, siamo i
salvatori della nostra vita e così sia,
finché non ci sarà più nemico ma solo
pace. Amen”. Il testo di riferimento,
sul rapporto di natura religiosa che
lega il soldato alla sua arma, è il sulfureo
trattato teologico di Stanley Kubrick,
“Full Metal Jacket”. Sui mirini
dei marine sono incisi riferimenti a
versetti sacri. Quello del vangelo di
Giovanni, “Chi segue me non camminerà
nelle tenebre ma avrà la luce
della vita”, sarebbe piaciuto assai a
Kubrick. Ora la notizia (vedi articolo
in questa pagina), è che la Nuova Zelanda
ritirerà i fucili con quelle iscrizioni
sacre, e anche negli Stati Uniti
la “scoperta” di questo connubio altamente
simbolico tra il Dio cristiano e
la guerra sta provocando polemiche.
Lì la Bibbia di riferimento è quella di
San Giacomo; ma del resto anche nella
chiesa cattolica l’argomento è, da
lungo tempo, estremamente scabroso.
All’Angelus del 18 febbraio 2007, commentando
il precetto evangelico
“amate i vostri nemici”, Benedetto
XVI lo definì “la magna charta della
non violenza cristiana”. E pronunciò
in materia parole di non lieve impegno:
“La non violenza per i cristiani
non è un mero comportamento tattico,
bensì un modo di essere della persona,
l’atteggiamento di chi è così convinto
dell’amore di Dio e della sua potenza,
che non ha paura di affrontare
il male con le sole armi dell’amore e
della verità”. Ora la querelle sui fucili
dei marine riapre una ferita simbolica
della chiesa contemporanea.
All’argomento lo storico contemporaneista
della Normale di Pisa, Daniele
Menozzi, aveva dedicato un libro
molto documentato, “Chiesa, pace
e guerra nel Novecento - Verso una
delegittimazione religiosa dei conflitti”
(Il Mulino, 2008). Che prendeva come
spunto di partenza – ma in realtà
sarebbe quello d’arrivo – proprio
quelle frasi di Benedetto XVI. Vi ripercorreva
il complesso e anche contraddittorio
rapporto tra la chiesa moderna
e la guerra, attraverso l’analisi
del magistero e la minuziosa ricostruzione
del dibattito culturale interno al
mondo cattolico. Come in ogni lavoro
storico c’è una tesi di fondo, per quanto
non eccessivamente forzata. Secondo
Menozzi, quella frase di Benedetto
XVI costituisce il punto d’arrivo – forse
un punto di non ritorno – di un’evoluzione
che attraversa tutto il Secolo
breve e che culminerebbe appunto
nella “delegittimazione dei conflitti”
e nell’assunzione della nonviolenza “a
cifra decisiva della definizione della
corretta forma di presenza dei fedeli
nella vita collettiva”. Un’innovazione
persino rispetto alla “Gaudium et
Spes”, in cui con formula compromissoria
si elogiava sì la non violenza, ma
solo se praticabile “senza pregiudizio
dei diritti e dei doveri degli altri e
della comunità”.
Ma il rifiuto della guerra da parte
della chiesa è davvero univoco e teologicamente
motivato? E se lo è, si
tratta di una posizione davvero sostenibile,
storicamente utile in un contesto
come quello contemporaneo? Pur
esplicitando l’ampiezza delle posizioni
anche nel magistero, Menozzi ritiene
di poter dimostrare che il pendolo
tende ormai a stazionare nel campo
della condanna sic et simpliciter della
guerra. E certe prese di posizione
recenti sul medio oriente sembrerebbero
confermare. Ma dentro e fuori la
chiesa, non è mai venuta meno la posizione
di chi ritiene non sia così. E
che anzi quell’approdo “delegittimante”
non sia scontato né esclusivo. Pena
la rinuncia da parte della chiesa al
proprio essere. Che non è di questo
mondo, ma è pur sempre dentro questo
mondo. Uno degli argomenti cardine
di questa linea lo aveva esplicitato
un politologo liberale come Ernesto
Galli della Loggia, sul Corriere della
Sera, ai tempi del conflitto di Gaza,
che aveva fortemente criticato la pratica
del “rifiuto/denuncia della guerra,
virtualmente di ogni guerra”. Secondo
il politologo, proprio quel rifiuto
di tipo culturale/ideologico renderebbe
oggi più debole, quasi irrilevante,
la posizione della chiesa nella soluzione
di conflitti: “Una vera politica
pacifista è in realtà impossibile per
qualunque organizzazione vasta e
complessa, tutrice di vari e molteplici
interessi, perché, intesa coerentemente,
essa implicherebbe la rinuncia di
fatto a svolgere un qualunque vero
ruolo politico – basato, come questo
inevitabilmente è, sulla contrattazione
(anche del silenzio) e le alleanze –
per limitarsi, viceversa, a un ruolo di
esclusiva testimonianza morale, sempre
e comunque”.
Sulla stessa linea di pensiero si era
sempre schierato, non lesinando le
polemiche, un teologo fieramente anticonciliare,
ma attento alla dimensione
politica, come don Gianni Baget
Bozzo: “La pace è una dimensione
escatologica, perché è dono di Dio ed
è compito della chiesa annunciarla
agli uomini – sosteneva – Ma per sua
natura la chiesa non può nemmeno
sottrarsi alla dimensione storica, nella
quale i conflitti esistono perché fanno
parte della vita imperfetta degli
uomini. Si può forse fare obiezione di
coscienza alla storia?”.
Il libro di Menozzi racconta un percorso
storico e le sue conseguenze culturali.
Punto di partenza è il pontificato
di Benedetto XV, con la celeberrima
frase dell’agosto 1917 in cui, rivolgendosi
alle cancellerie delle potenze
belligeranti, definisce la guerra “inutile
strage”. Ma questa frase non va
confusa con un’improbabile dichiarazione
di pacifismo assoluto. Nella visione
del pontefice prevale piuttosto
la preoccupazione di fronte al “nuovo
ordine mondiale” ormai affermatosi e
nel quale una chiesa in difficoltà ha
perduto il suo ruolo di guida morale.
In sostanza, la guerra è “inutile strage”
perché è figlia delle colpe del
mondo moderno. E solo una rinnovata
accettazione dei precetti cristiani consentirà
alle nazioni di ritrovare pace
e giustizia. Il “peccato delle nazioni”,
dirà Benedetto XV nella sua prima
enciclica, è che “si è lasciato di osservare
nell’ordinamento statale le norme
e le pratiche della cristiana saggezza,
le quali garantivano esse sole la
stabilità e la quiete delle istituzioni”.
E’ interessante notare che questa visione
quasi “medievale”, annota Menozzi,
ritorna alla fine del secolo anche
in Giovanni Paolo II. In pratica,
una costante del papato novecentesco
in base alla quale “solo il perseguimento
di un ordine voluto da Dio può
portare alla costruzione di una pace
autentica, sicché la chiesa, cui spetta
la capacità di definire i criteri per stabilire
tale ordine nelle relazioni tra i
popoli e gli stati, è in grado di indicare
con il suo insegnamento morale le
vie per scongiurare quel ‘quadro di
morte’ che grava sull’umanità”. In tale
linea si colloca anche il non facile
rapporto del papato con l’istituzione
sovranazionale che si impone come
nuovo arbitro dei rapporti tra gli stati:
dagli iniziali sospetti verso la “massonica”
Società delle Nazioni alla fiducia
accordata all’Onu da Giovanni
XXIII e Paolo VI – esemplare il suo
viaggio al Palazzo di Vetro nel 1965 –
fino al ritorno di un rapporto più conflittuale
nel dopo Guerra fredda. Il
pontificato di Giovanni Paolo II è ricco
di appelli all’Onu per interventi
umanitari, di peace-keeping e addirittura
di “ingerenza umanitaria”, come
per la ex Jugoslavia. Ma allo stesso
tempo torna il giudizio negativo sull’insufficienza
dell’ideologia onusiana
per ciò che riguarda i “veri valori”
umani: quelli che Benedetto XVI indicherà
come i “valori non negoziabili”.
Un percorso di “lenti slittamenti”, attraverso
il quale Menozzi ripercorre
“il lungo e frastagliato dibattito che ha
portato nel corso di circa cento anni la
chiesa cattolica a svuotare – o almeno
a elaborare una retorica discorsiva
che tende a svuotare – la guerra della
legittimazione religiosa a essa assicurata
da una lunghissima tradizione
teologica e da una concreta prassi ecclesiastica”.
Svuotamento e retorica
discorsiva sono proprio i due termini
chiave: non una rivoluzione dottrinale,
non un pronunciamento in punta
di teologia o diritto. Ma un progressivo
cambio di atteggiamento, secondo
Menozzi, che è nei decenni proceduto
di pari passo ad altri cambiamenti
dell’autocoscienza ecclesiale. E attraverso
alcuni passaggi simbolici chiave:
come la frase di Pio XII, “con la
guerra tutto è perduto, con la pace tutto
è salvo” e soprattutto la “Pacem in
terris” di Giovanni XXIII (1963), con la
sua celebre affermazione: “Riesce
quasi impossibile pensare che nell’era
atomica la guerra possa essere utilizzata
come strumento di giustizia”.
La guerra “impensabile” di Papa
Giovanni è anche il discrimine che, da
allora, divide i cattolici in pacifisti integrali
e realisti problematici. Dell’enciclica
di Roncalli, Menozzi tende a
sottolineare la continuità con il precedente
magistero, smussandone la radicalità
al di là di una certa retorica sui
roncalliani “segni dei tempi” di cui
l’enciclica sulla pace sarebbe uno dei
massimi esempi. Basterebbe invece
ripercorre il lungo e poliedrico, a tratti
quasi contraddittorio, pontificato di
Giovanni Paolo II per rendersi conto
che l’aut-aut è impossibile. Wojtyla ha
alternato la condanna radicale della
guerra (“Oggi la portata e l’orrore della
guerra moderna, sia essa nucleare
o convenzionale, rendono questa guerra
totalmente inaccettabile come mezzo
per comporre dispute e vertenze
tra le nazioni”, a Coventry nel 1982) all’invocazione
dei bombardamenti
umanitari, all’esaltazione del dovere
di resistenza armata per legittima difesa,
all’anatema contro la violenza di
matrice religiosa e ogni guerra santa:
(“Basta con la guerra in nome di Dio!
Basta con la profanazione del Suo Nome
santo!”, in Azerbaijan nel 2002).
Ciò nonostante un lavoro come quello
di Menozzi, a oggi una delle rassegne
più complete sull’argomento, sembra
indicare come il mainstream incontrovertibile
della chiesa novecentesca
sia appunto quello della delegittimazione
e di un progressivo approdo a
un pacifismo pieno. Addio alle armi.
Ma non essendo il rifiuto della forza
militare codificato da pronunciamenti
del magistero – “la possibilità di una
‘guerra giusta’ non viene esclusa in via
di principio e la proscrizione del conflitto
è presentata come un’aspirazione
o un esito di un cammino che nella
situazione del presente è ancora da intraprendere”
- ammette Menozzi, questo
approdo disarmato non può essere
considerato definitivo. E anzi può essere
sottoposto alla critica, oltre che
della teologia, della dimensione storica.
“Ad esempio andrebbe detto che,
accanto alla sacrosanta ‘inutile strage’,
chiunque ami la libertà e la giustizia
non può che benedire la Seconda
guerra mondiale; e anzi ancora in questi
giorni vediamo le conseguenze negative
di una certa timidezza diplomatica
che la chiesa ebbe nello schierarsi
subito contro Hitler”. Nell’analisi di
Vittorio Emanuele Parsi, docente di
Relazioni internazionali all’Università
Cattolica di Milano, ma che preferisce
guardare le cose dal punto di vista laico
dello scienziato della politica, le
dottrine cristalline applicate alla
realtà mostrano sempre qualche contraddizione.
Il percorso della chiesa
andrebbe inquadrato in prospettiva:
“In un certo profetismo di Giovanni
XXIII e dei suoi fan c’è ad esempio un
errore di valutazione. La guerra ‘sistemica’,
il grande conflitto, esce dalla
storia e diventa impraticabile nell’occidente
del secondo Novecento per
motivi ‘tecnici’ e non certo morali. Perché
la bomba atomica c’è, non perché
la morale mette fuori gioco la bomba
atomica. Dire che la guerra non è più
possibile è un po’ una profezia che si
autoavvera. In realtà la riflessione della
chiesa segue, e non precede, il diritto
internazionale. E’ il diritto che autonomamente
e progressivamente limita
il ricorso al conflitto, non la religione”.
Secondo Parsi, con la negazione teorica
del conflitto il pensiero della chiesa
rischierebbe l’anacronismo, nel
senso letterale di collocarsi fuori dalla
storia: non funziona in ogni luogo e
tempo, come invece pretenderebbe:
“La chiesa insiste su un elemento profetico,
la pace. Ma finisce per mettersi
in asincrono con il mondo: perché laddove
il conflitto esiste, l’unico uso della
forza ‘proporzionato’ è quello che ti
fa vincere”. Un’affermazione di ferrea
logica, che sembra la traduzione in
chiave politica della “fede” scritta sui
fucili dei marine.
Un teologo-politologo come Baget
Bozzo, invece, preferiva sottoporre il
percorso “pacifista” della chiesa a
una serrata critica storico-teologica:
“Definire la guerra ‘inutile’ e dunque
mettersi in posizione di neutralità è
stato il modo con cui il papato, perso
il potere temporale, si è posto al riparo
come istituzione. Bene. Ma per gli
episcopati nazionali non è mai stato
così, non hanno mai smesso di avere
cappellani militari o di sostenere i
soldati in guerra. Perché la chiesa è
nella storia, e mentre riconosce la pace
dono di Dio nell’ordine spirituale,
riconosce all’ordine temporale il diritto
e dovere di provvedere al bene comune.
Quindi riconosce agli stati la liceità
di decidere sulla guerra. Se negasse
legittimità a questo ordine temporale,
se negasse di farne parte, diventerebbe
gnostica. Direbbe che la
materia è cattiva e si ritirerebbe dal
mondo. Cioè tradirebbe la sua natura”.
Giusto che la chiesa oggi non benedica
più i fucili degli eserciti, e
chieda soluzioni pacifiche. Ma, come
ricordava Baget Bozzo, diverso sarebbe
negare l’ordine naturale: “Sarebbe
tradire la propria natura. Per questo
il pacifismo assoluto è in realtà anticristiano,
è gnostico”. E invece i soldati
hanno sempre pregato, aggrappati
alla canna del proprio fucile.


Il Pentagono difende i versetti sui fucili.“Elimineremo ‘In God we trust’ dal dollaro?”


Roma. Il portavoce del comando centrale americano,
John Redfield, non vuole sentir parlare di ritiro
dal mercato dei migliori mirini per i fucili: “Smetteremo
di usare il denaro perché sulle banconote c’è
scritto ‘In God we trust’?”. La Trijicon del Michigan,
ditta fornitrice dei mirini ad alta precisione dei marine,
è da trent’anni che iscrive in codice sui mirini
passi della Bibbia (versione di re Giacomo). Un
esempio è “JN 8:12”, l’invito di Gesù sul vangelo di
Giovanni: “Chi segue me non camminerà nelle tenebre
ma avrà la luce della vita”. Un altro è “2 COR
4:6”, un passo della seconda lettera di san Paolo ai
Corinzi, dove si parla della “gloria divina che rifulge
sul volto di Cristo”.
La Trijicon fornisce ai marine 800 mila mirini ogni
anno, e ne fornisce altrettanti all’esercito, per 660
milioni di dollari. L’azienda e il Pentagono sono al
centro di uno dei casi più eclatanti sul primo emendamento
che impone la neutralità religiosa e vieta il
proselitismo nelle forze armate. La rivelazione della
Abc ha già diviso il Congresso. Secondo i liberal,
ai musulmani i codici della Trijicon possono evocare
il ricordo delle crociate, termine usato dal presidente
Bush, che poi lo abbandonò, per la lotta al terrorismo.
Secondo i conservatori e i repubblicani i
codici della Trijicon sono di conforto ai soldati che
nutrono una profonda fede cristiana. Il fondatore
della Trijicon, Glen Bunde, era molto religioso ed
esigeva che i dipendenti conoscessero la Bibbia. L’America,
ribadisce la Trijicon nel difendere i suoi fucili,
“è una nazione buona perché i suoi valori si basano
sull’insegnamento biblico” che non deve essere
abbandonato. La ditta aggiunge di far parte dell’establishment
industriale militare perché crede
nelle guerre giuste.
Un anno fa era
uscita la notizia che
sui frontespizi dei
memorandum di intelligence
che l’allora
segretario alla difesa
Donald Rumsfeld faceva
quotidianamente
arrivare sulla scrivania
del presidente George W. Bush, foto a colori
della guerra in Iraq venivano accompagnate da citazioni
di versetti della Bibbia. Su un memorandum
del 31 marzo 2003 si vede un carro armato che attraversa
il deserto accompagnato da un versetto della
lettera agli Efesini: “Prendete l’armatura di Dio, perché
possiate resistere nel giorno malvagio e restare
in piedi dopo aver superato tutte le prove”. Poi un riferimento
al libro di Giosuè: “Sii coraggioso e forte,
non essere spaventato perché il signore tuo Dio sarà
con te dovunque tu vada”. Nel 2008 un gruppo di allievi
della più prestigiosa accademia militare americana,
West Point, sostenuti dall’organizzazione liberal
Aclu, aveva deciso di fare causa alla propria
istituzione. Il motivo era la predicazione religiosa
cristiana sempre più invasiva a West Point e all’accademia
navale di Annapolis. Una precedente controversia
aveva costretto l’accademia dei piloti a scoraggiare
preghiere pubbliche alle cerimonie e agli
incontri. Nel 2003 il generale William Boykin aveva
detto al Pentagono, destando polemiche senza precedenti,
che “Dio è la vera patria e le forze armate
sono la sua casa”. L’ex speechwriter di Bush, Michael
Gerson, oggi columnist del Washington Post, ricorda
che non sono stati i repubblicani a portare la
Bibbia nell’esercito americano. Il presidente democratico
Roosevelt era solito definire la Seconda
guerra mondiale come “lo scontro mortale fra la croce
e la svastica”. E di citazioni simili abbonda l’intera
storia militare americana. “Questo della Trijicon
è il miglior esempio di violazione della separazione
tra stato e chiesa”, dice Michael Weinstein della Military
Religious Freedom Foundation. La Nuova Zelanda
ha annunciato che ritirerà i fucili con iscrizioni
bibliche e l’Inghilterra sembra avviata sulla stessa
strada. La Trijicon si difende così: “Aiutiamo i soldati
a vincere la guerra al terrore e a tornare a casa
salvi dalle proprie famiglie. Incidiamo le scritture
sui nostri prodotti da trent’anni”.

Giulio Meotti

Il Foglio 22 gennaio 2010

Catechismo della Chiesa Cattolica: I dieci comandamenti


http://www.sapergalleries.com/ChagallMoise.jpg

http://www.virtualmuseum.ca/Exhibitions/Annodomini/THEME_01/IMAGES/J980028.jpg

http://www.aqurette.com/journal/assets_c/2009/12/chagall_moses-thumb-550x565-1338.jpg




  • CAPITOLO PRIMO “AMERAI IL SIGNORE DIO TUO CON TUTTO IL CUORE, CON TUTTA L'ANIMA, CON TUTTE LE FORZE”
  • CAPITOLO SECONDO “AMERAI IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO”

  • PARTE TERZA
    LA VITA IN CRISTO

    SEZIONE SECONDA
    I DIECI COMANDAMENTI

    «Maestro che cosa devo fare...?»

    2052 « Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? ». Al giovane che gli rivolge questa domanda, Gesù risponde innanzi tutto richiamando la necessità di riconoscere Dio come « il solo Buono », come il Bene per eccellenza e come la sorgente di ogni bene. Poi Gesù gli dice: « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti ». Ed elenca al suo interlocutore i comandamenti che riguardano l'amore del prossimo: « Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre ». Infine Gesù riassume questi comandamenti in una formulazione positiva: « Ama il prossimo tuo come te stesso » (Mt 19,16-19).

    2053 A questa prima risposta se ne aggiunge subito una seconda: « Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi » (Mt 19,21). Essa non annulla la prima. La sequela di Gesù implica l'osservanza dei comandamenti. La Legge non è abolita,1 ma l'uomo è invitato a ritrovarla nella persona del suo Maestro, che ne è il compimento perfetto. Nei tre Vangeli sinottici, l'appello di Gesù, rivolto al giovane ricco, a seguirlo nell'obbedienza del discepolo e nell'osservanza dei comandamenti, è accostato all'esortazione alla povertà e alla castità.2 I consigli evangelici sono indissociabili dai comandamenti.

    2054 Gesù ha ripreso i dieci comandamenti, ma ha manifestato la forza dello Spirito all'opera nella loro lettera. Egli ha predicato la giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei3 come pure quella dei pagani.4 Ha messo in luce tutte le esigenze dei comandamenti. « Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere [...]. Ma io vi dico: chiunque si adira contro il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio » (Mt 5,21-22).

    2055 Quando gli si pone la domanda: « Qual è il più grande comandamento della Legge? » (Mt 22,36), Gesù risponde: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti » (Mt 22,37-40).5 Il Decalogo deve essere interpretato alla luce di questo duplice ed unico comandamento della carità, pienezza della Legge:

    « Il precetto: Non commettere adulterio, Non uccidere, Non rubare, Non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore » (Rm 13,9-10).

    Il Decalogo nella Sacra Scrittura

    2056 La parola « Decalogo » significa alla lettera « dieci parole » (Es 34,28; Dt 4,13; 10,4). Queste « dieci parole » Dio le ha rivelate al suo popolo sulla santa montagna. Le ha scritte con il « suo dito »,6 a differenza degli altri precetti scritti da Mosè.7 Esse sono parole di Dio per eccellenza. Ci sono trasmesse nel libro dell'Esodo8 e in quello del Deuteronomio.9 Fin dall'Antico Testamento i Libri Santi fanno riferimento alle « dieci parole ».10 Ma è nella Nuova Alleanza in Gesù Cristo che sarà rivelato il loro pieno senso.

    2057 Il Decalogo si comprende innanzi tutto nel contesto dell'Esodo che è il grande evento liberatore di Dio al centro dell'Antica Alleanza. Siano esse formulate come precetti negativi, divieti, o come comandamenti positivi (come: « Onora tuo padre e tua madre »), le « dieci parole » indicano le condizioni di una vita liberata dalla schiavitù del peccato. Il Decalogo è un cammino di vita:

    « Ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi » (Dt 30,16).

    Questa forza liberatrice del Decalogo appare, per esempio, nel comandamento sul riposo del sabato, destinato parimenti agli stranieri e agli schiavi:

    « Ricordati che sei stato schiavo nel paese d'Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso » (Dt 5,15).

    2058 Le « dieci parole » riassumono e proclamano la Legge di Dio: « Queste parole pronunciò il Signore, parlando a tutta la vostra assemblea, sul monte, dal fuoco, dalla nube e dall'oscurità, con voce poderosa, e non aggiunse altro. Le scrisse su due tavole di pietra e me le diede » (Dt 5,22). Perciò queste due tavole sono chiamate « la Testimonianza » (Es 25,16). Esse contengono infatti le clausole dell'Alleanza conclusa tra Dio e il suo popolo. Queste « tavole della Testimonianza » (Es 31,18; Es 32,15; Es 34,29) devono essere collocate nell'« arca » (Es 25,16; 40,1-3).

    2059 Le « dieci parole » sono pronunciate da Dio durante una teofania (« Il Signore vi ha parlato faccia a faccia sul monte dal fuoco »: Dt 5,4). Appartengono alla rivelazione che Dio fa di se stesso e della sua gloria. Il dono dei comandamenti è dono di Dio stesso e della sua santa volontà. Facendo conoscere le sue volontà, Dio si rivela al suo popolo.

    2060 Il dono dei comandamenti e della Legge fa parte dell'Alleanza conclusa da Dio con i suoi. Secondo il libro dell'Esodo, la rivelazione delle « dieci parole » viene accordata tra la proposta dell'Alleanza11 e la sua stipulazione,12 dopo che il popolo si è impegnato a « fare » tutto ciò che il Signore aveva detto e ad « obbedirvi ».13 Il Decalogo non viene mai trasmesso se non dopo la rievocazione dell'Alleanza (« Il Signore nostro Dio ha stabilito con noi un'Alleanza sull'Oreb »: Dt 5,2).

    2061 I comandamenti ricevono il loro pieno significato all'interno dell'Alleanza. Secondo la Scrittura, l'agire morale dell'uomo prende tutto il proprio senso nell'Alleanza e per essa. La prima delle « dieci parole » ricorda l'iniziativa d'amore di Dio per il suo popolo:

    « Poiché l'uomo, per castigo del peccato, era venuto dal paradiso della libertà alla schiavitù di questo mondo, per questo la prima parola del Decalogo, cioè la prima voce dei comandamenti di Dio, tratta della libertà dicendo: "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione di schiavitù" (Es 20,2; Dt 5,6) ».14

    2062 I comandamenti propriamente detti vengono in secondo luogo; essi esprimono le implicanze dell'appartenenza a Dio stabilita attraverso l'Alleanza. L'esistenza morale è risposta all'iniziativa d'amore del Signore. È riconoscenza, omaggio a Dio e culto d'azione di grazie. È cooperazione al piano che Dio persegue nella storia.

    2063 L'Alleanza e il dialogo tra Dio e l'uomo sono ancora attestati dal fatto che tutte le imposizioni sono enunciate in prima persona (« Io sono il Signore... ») e rivolte a un altro soggetto (« Tu... »). In tutti i comandamenti di Dio è un pronome personale singolare che indica il destinatario. Dio fa conoscere la sua volontà a tutto il popolo e, nello stesso tempo, a ciascuno in particolare:

    « Il Signore comandò l'amore verso Dio e insegnò la giustizia verso il prossimo, affinché l'uomo non fosse né ingiusto, né indegno di Dio. Così, per mezzo del Decalogo, Dio preparava l'uomo a diventare suo amico e ad avere un solo cuore con il suo prossimo [...]. Le parole del Decalogo restano validissime per noi. Lungi dall'essere abolite, esse sono state portate a pienezza di significato e di sviluppo dalla venuta del Signore nella carne ».15

    Il Decalogo nella Tradizione della Chiesa

    2064 Fedele alla Scrittura e in conformità all'esempio di Gesù, la Tradizione della Chiesa ha riconosciuto al Decalogo un'importanza e un significato fondamentali.

    2065 A partire da sant'Agostino, i « dieci comandamenti » hanno un posto preponderante nella catechesi dei futuri battezzati e dei fedeli. Nel secolo quindicesimo si prese l'abitudine di esprimere i precetti del Decalogo in formule in rima, facili da memorizzare, e positive. Sono in uso ancor oggi. I catechismi della Chiesa spesso hanno esposto la morale cristiana seguendo l'ordine dei « dieci comandamenti ».

    2066 La divisione e la numerazione dei comandamenti hanno subito variazioni nel corso della storia. Questo Catechismo segue la divisione dei comandamenti fissata da sant'Agostino e divenuta tradizionale nella Chiesa cattolica. È pure quella delle confessioni luterane. I Padri greci hanno fatto una divisione un po' diversa, che si ritrova nelle Chiese ortodosse e nelle comunità riformate.

    2067 I dieci comandamenti enunciano le esigenze dell'amore di Dio e del prossimo. I primi tre si riferiscono principalmente all'amore di Dio e gli altri sette all'amore del prossimo.

    « Come sono due i comandamenti dell'amore, nei quali si compendia tutta la Legge e i Profeti – lo diceva il Signore [...] –, così gli stessi dieci comandamenti furono dati in due tavole. Si dice infatti che tre fossero scritti su una tavola e sette su un'altra ».16

    2068 Il Concilio di Trento insegna che i dieci comandamenti obbligano i cristiani e che l'uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli.17 Il Concilio Vaticano II afferma: « I Vescovi, quali successori degli Apostoli, ricevono dal Signore [...] la missione di insegnare a tutte le genti e di predicare il Vangelo ad ogni creatura, affinché tutti gli uomini, per mezzo della fede, del Battesimo e dell'osservanza dei comandamenti, ottengano la salvezza ».18

    L'unità del Decalogo

    2069 Il Decalogo costituisce un tutto indissociabile. Ogni « parola » rimanda a ciascuna delle altre e a tutte; esse si condizionano reciprocamente. Le due tavole si illuminano a vicenda; formano una unità organica. Trasgredire un comandamento è infrangere tutti gli altri.19 Non si possono onorare gli altri uomini senza benedire Dio loro Creatore. Non si potrebbe adorare Dio senza amare tutti gli uomini sue creature. Il Decalogo unifica la vita teologale e la vita sociale dell'uomo.

    Il Decalogo e la legge naturale

    2070 I dieci comandamenti appartengono alla rivelazione di Dio. Al tempo stesso ci insegnano la vera umanità dell'uomo. Mettono in luce i doveri essenziali e, quindi, indirettamente, i diritti fondamentali inerenti alla natura della persona umana. Il Decalogo contiene un'espressione privilegiata della « legge naturale »:

    « Fin dalle origini, Dio aveva radicato nel cuore degli uomini i precetti della legge naturale. Poi si limitò a richiamarli alla loro mente. Fu il Decalogo ».20

    2071 Quantunque accessibili alla sola ragione, i precetti del Decalogo sono stati rivelati. Per giungere ad una conoscenza completa e certa delle esigenze della legge naturale, l'umanità peccatrice aveva bisogno di questa rivelazione:

    « Una completa esposizione dei comandamenti del Decalogo si rese necessaria nella condizione di peccato, perché la luce della ragione si era ottenebrata e la volontà si era sviata ».21

    Noi conosciamo i comandamenti di Dio attraverso la rivelazione divina che ci è proposta nella Chiesa, e per mezzo della voce della coscienza morale.

    L'obbligazione del Decalogo

    2072 Poiché enunciano i doveri fondamentali dell'uomo verso Dio e verso il prossimo, i dieci comandamenti rivelano, nel loro contenuto essenziale, obbligazioni gravi. Sono sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dappertutto. Nessuno potrebbe dispensare da essi. I dieci comandamenti sono incisi da Dio nel cuore dell'essere umano.

    2073 L'obbedienza ai comandamenti implica anche obblighi la cui materia, in se stessa, è leggera. Così l'ingiuria a parole è vietata dal quinto comandamento, ma non potrebbe essere una colpa grave che in rapporto alle circostanze o all'intenzione di chi la proferisce.

    «Senza di me non potete far nulla»

    2074 Gesù dice: « Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla » (Gv 15,5). Il frutto indicato in questa parola è la santità di una vita fecondata dall'unione con Cristo. Quando crediamo in Gesù Cristo, comunichiamo ai suoi misteri e osserviamo i suoi comandamenti, il Salvatore stesso viene ad amare in noi il Padre suo ed i suoi fratelli, Padre nostro e nostri fratelli. La sua persona diventa, grazie allo Spirito, la regola vivente ed interiore della nostra condotta. « Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati » (Gv 15,12).

    In sintesi

    2075 « Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? » – « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti » (Mt 19,16-17).

    2076 Con il suo agire e con la sua predicazione, Gesù ha attestato la perennità del Decalogo.

    2077 Il dono del Decalogo è accordato nell'ambito dell'Alleanza conclusa da Dio con il suo popolo. I comandamenti di Dio ricevono il loro vero significato in questa Alleanza e per mezzo di essa.

    2078 Fedele alla Scrittura e in conformità all'esempio di Gesù, la Tradizione della Chiesa ha riconosciuto al Decalogo un'importanza ed un significato fondamentali.

    2079 Il Decalogo costituisce un'unità organica in cui ogni « parola » o « comandamento » rimanda a tutto l'insieme. Trasgredire un comandamento è infrangere tutta la Legge.22

    2080 Il Decalogo contiene un'espressione privilegiata della legge naturale. Lo conosciamo attraverso la rivelazione divina e con la ragione umana.

    2081 I dieci comandamenti enunciano, nel loro contenuto fondamentale, obbligazioni gravi. Tuttavia, l'obbedienza a questi precetti comporta anche obblighi la cui materia, in se stessa, è leggera.

    2082 Quanto Dio comanda, lo rende possibile con la sua grazia.


    (1) Cf Mt 5,17.

    (2) Cf Mt 19,6-12.21.23-29.

    (3) Cf Mt 5,20.

    (4) Cf Mt 5,46-47.

    (5) Cf Dt 6,5; Lv 19,18.

    (6) Cf Es 31,18; Dt 5,22.

    (7) Cf Dt 31,9.24.

    (8) Cf Es 20,1-17.

    (9) Cf Dt 5,6-22.

    (10) Cf, per esempio, Os 4,2; Ger 7,9; Ez 18,5-9.

    (11) Cf Es 19.

    (12) Cf Es 24.

    (13) Cf Es 24,7.

    (14) Origene, In Exodum homilia, 8, 1: SC 321, 242 (PG 12, 350).

    (15) Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 16, 3-4: SC 100, 566-570 (PG 7, 1017-1018).

    (16) Sant'Agostino, Sermo 33, 2: CCL 41, 414 (PL 38, 208).

    (17) Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canoni 19-20: DS 1569-1570.

    (18) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 24: AAS 57 (1965).

    (19) Cf Gc 2,10-11.

    (20) Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 15, 1: SC 100, 548 (PG 7, 1012).

    (21) San Bonaventura, In quattuor libros Sententiarum, 3, 37, 1, 3: Opera omnia, v. 3 (Ad Claras Aquas 1887) p. 819-820.

    (22) Cf Gc 2,10-11.

    Il Papa ai vescovi Brasiliani: La Teologia della liberazione ha portato ribellione, divisione, dissenso, offesa, anarchia, si fanno ancora sentire

    Discorso del Papa ai Vescovi della Conferenza Episcopale Brasiliana


    Riceve i rappresentanti della Regione SUL 3 e SUL 4


    CITTA' DEL VATICANO, domenica, 6 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito il testo del discorso pronunciato questo sabato mattina da Papa Benedetto XVI ricevendo in udienza i Vescovi della Conferenza Episcopale del Brasile (Regione SUL 3 e SUL 4).

    * * *

    Venerati fratelli nell'episcopato,

    Do il benvenuto e saluto tutti e ciascuno di voi, nel ricevervi collegialmente nell'ambito della vostra visita ad limina. Ringrazio monsignor Murilo Krieger per le parole di devota stima che mi ha rivolto a nome di tutti voi e del popolo affidato alle vostre cure pastorali nelle regioni ecclesiastiche Sul 3 e 4, esponendo anche le vostre sfide e le vostre speranze. Nell'ascoltare queste cose, sento levarsi dal mio cuore azioni di rendimento di grazie al Signore per il dono della fede misericordiosamente concesso alle vostre comunità ecclesiali e da esse zelantemente conservato e coraggiosamente trasmesso, in obbedienza al mandato che Gesù ci ha lasciato di portare la sua Buona Novella a ogni creatura, cercando di pervadere di umanesimo cristiano la cultura attuale.

    Riguardo alla cultura, il pensiero si volge a due ambiti classici in cui essa si forma e comunica - l'università e la scuola -, fissando l'attenzione principalmente sulle comunità accademiche che sono nate all'ombra dell'umanesimo cristiano e che s'ispirano a esso, onorandosi del nome di «cattoliche». Ora «è proprio nel riferimento esplicito e condiviso da tutti i membri della comunità scolastica - sia pure in grado diverso - alla visione cristiana, che la scuola è "cattolica", poiché i principi evangelici diventano in essa norme educative, motivazioni interiori e insieme mete finali» (Congregazione per l'Educazione Cattolica, La scuola cattolica, n. 34). Possa essa, in una convinta sinergia con le famiglie e con la comunità ecclesiale, promuovere quella unità fra fede, cultura e vita che costituisce l'obiettivo fondamentale dell'educazione cristiana.

    Anche le scuole statali, secondo diverse forme e modi, possono essere aiutate nel loro compito educativo dalla presenza di professori credenti - in primo luogo, ma non esclusivamente, i professori di religione cattolica - e di alunni formati cristianamente, come pure dalla collaborazione delle famiglie e della stessa comunità cristiana. In effetti, una sana laicità della scuola non implica la negazione della trascendenza, e neppure una mera neutralità dinanzi a quei requisiti e valori morali che si trovano alla base di un'autentica formazione della persona, includendo l'educazione religiosa.

    La scuola cattolica non può essere pensata né vivere separata dalle altre istituzioni educative. Essa è al servizio della società: svolge una funzione pubblica e un servizio di pubblica utilità, non riservato solo ai cattolici, ma aperto a tutti coloro che desiderano usufruire di una proposta educativa qualificata. Il problema della sua equiparazione giuridica ed economica alla scuola statale potrà essere correttamente impostato solo se partiamo dal riconoscimento del ruolo primario delle famiglie e da quello sussidiario delle altre istituzioni educative. Nell'articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo si legge: «I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli». L'impegno plurisecolare della scuola cattolica va in questa direzione, spinto da una forza ancora più radicale, ossia dalla forza che fa di Cristo il centro del processo educativo.

    Questo processo, che ha inizio nelle scuole primaria e secondaria, si realizza in modo più alto e specializzato nelle università. La Chiesa è stata sempre solidale con l'università e con la sua vocazione di condurre l'uomo ai più alti livelli della conoscenza della verità e del dominio del mondo in tutti i suoi aspetti. Mi compiaccio di esprimere la mia viva gratitudine ecclesiale alle diverse congregazioni religiose che fra di voi hanno fondato e sostenuto rinomate università, ricordando loro tuttavia che queste non sono proprietà di chi le ha fondate o di chi le frequenta, ma espressione della Chiesa e del suo patrimonio di fede.

    In tal senso, amati fratelli, vale la pena ricordare che, lo scorso agosto, ha compiuto venticinque anni l'Istruzione Libertatis nuntius della Congregazione per la Dottrina della Fede, su alcuni aspetti della teologia della liberazione; in essa si sottolineava il pericolo che comportava l'accettazione acritica da parte di alcuni teologi di tesi e metodologie provenienti dal marxismo. Le sue conseguenze più o meno visibili fatte di ribellione, divisione, dissenso, offesa, anarchia, si fanno ancora sentire, creando nelle vostre comunità diocesane grande sofferenza e una grave perdita di forze vive. Supplico quanti in qualche modo si sono sentiti attratti, coinvolti e toccati nel proprio intimo da certi principi ingannatori della teologia della liberazione, di confrontarsi nuovamente con la suddetta Istruzione, accogliendo la luce benigna che essa offre a mani tese; a tutti ricordo che «la "regola suprema della propria fede" (della Chiesa) ... proviene dall'unità che lo Spirito ha posto tra la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il magistero della Chiesa in una reciprocità tale per cui i tre non possono sussistere in maniera indipendente» (Giovanni Paolo ii, Fides et ratio, n. 55). Che, nell'ambito degli organismi e comunità ecclesiali, il perdono offerto e accolto in nome e per amore della Santissima Trinità, che adoriamo nei nostri cuori, ponga fine alla sofferenza dell'amata Chiesa che peregrina nelle terre della Santa Croce.

    Venerati fratelli nell'episcopato, nell'unione con Cristo ci precede e ci guida la Vergine Maria, tanto amata e venerata nelle vostre diocesi e in tutto il Brasile. In Lei troviamo, pura e non deformata, la vera essenza della Chiesa e così, attraverso di Lei, impariamo a conoscere e ad amare il mistero della Chiesa che vive nella storia, ci sentiamo profondamente parte di essa, diveniamo a nostra volta «anime ecclesiali», imparando a resistere a quella «secolarizzazione interna» che minaccia la Chiesa e i suoi insegnamenti.

    Mentre chiedo al Signore di effondere l'abbondanza della sua luce su tutto il mondo brasiliano della scuola, affido i suoi protagonisti alla protezione della Vergine Santissima e imparto a voi, ai vostri sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai laici impegnati, e a tutti i fedeli delle vostre diocesi, una paterna benedizione apostolica.

    [Traduzione a cura de L'Osservatore Romano, © Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]

    IL PECCATO ORIGINALE NEL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA

    ARTICOLO 1
    «IO CREDO IN DIO, PADRE ONNIPOTENTE,
    CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA»

    Paragrafo 7
    LA CADUTA

    385 Dio è infinitamente buono e tutte le sue opere sono buone. Tuttavia nessuno sfugge all'esperienza della sofferenza, dei mali presenti nella natura – che appaiono legati ai limiti propri delle creature – e soprattutto al problema del male morale. Da dove viene il male? « Quaerebam unde malum et non erat exitus – Mi chiedevo donde il male, e non sapevo darmi risposta », dice sant'Agostino, 501 e la sua sofferta ricerca non troverà sbocco che nella conversione al Dio vivente. Infatti « il mistero dell'iniquità » (2 Ts 2,7) si illumina soltanto alla luce del mistero della pietà. 502 La rivelazione dell'amore divino in Cristo ha manifestato ad un tempo l'estensione del male e la sovrabbondanza della grazia. 503 Dobbiamo, dunque, affrontare la questione dell'origine del male, tenendo fisso lo sguardo della nostra fede su colui che, solo, ne è il vincitore. 504

    I. «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia»

    La realtà del peccato

    386 Nella storia dell'uomo è presente il peccato: sarebbe vano cercare di ignorarlo o di dare altri nomi a questa oscura realtà. Per tentare di comprendere che cosa sia il peccato, si deve innanzi tutto riconoscere il profondo legame dell'uomo con Dio, perché, al di fuori di questo rapporto, il male del peccato non può venire smascherato nella sua vera identità di rifiuto e di opposizione a Dio, mentre continua a gravare sulla vita dell'uomo e sulla storia.

    387 La realtà del peccato, e più particolarmente del peccato delle origini, si chiarisce soltanto alla luce della rivelazione divina. Senza la conoscenza di Dio che essa ci dà, non si può riconoscere chiaramente il peccato, e si è tentati di spiegarlo semplicemente come un difetto di crescita, come una debolezza psicologica, un errore, come l'inevitabile conseguenza di una struttura sociale inadeguata, ecc. Soltanto conoscendo il disegno di Dio sull'uomo, si capisce che il peccato è un abuso di quella libertà che Dio dona alle persone create perché possano amare lui e amarsi reciprocamente.

    Il peccato originale - una verità essenziale della fede

    388 Col progresso della Rivelazione viene chiarita anche la realtà del peccato. Sebbene il popolo di Dio dell'Antico Testamento abbia in qualche modo conosciuto la condizione umana alla luce della storia della caduta narrata dalla Genesi, non era però in grado di comprendere il significato ultimo di tale storia, che si manifesta appieno soltanto alla luce della morte e della risurrezione di Gesù Cristo. 505 Bisogna conoscere Cristo come sorgente della grazia per conoscere Adamo come sorgente del peccato. È lo Spirito Paraclito, mandato da Cristo risorto, che è venuto a convincere « il mondo quanto al peccato » (Gv 16,8), rivelando colui che del peccato è il Redentore.

    389 La dottrina del peccato originale è, per così dire, « il rovescio » della Buona Novella che Gesù è il Salvatore di tutti gli uomini, che tutti hanno bisogno della salvezza e che la salvezza è offerta a tutti grazie a Cristo. La Chiesa, che ha il senso di Cristo, 506 ben sa che non si può intaccare la rivelazione del peccato originale senza attentare al mistero di Cristo.

    Per leggere il racconto della caduta

    390 Il racconto della caduta (Gn 3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all'inizio della storia dell'uomo. 507 La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori. 508

    II. La caduta degli angeli

    391 Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c'è una voce seduttrice, che si oppone a Dio, 509 la quale, per invidia, li fa cadere nella morte. 510 La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo. 511 La Chiesa insegna che all'inizio era un angelo buono, creato da Dio. « Diabolus enim et alii dæmones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali – Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi ». 512

    392 La Scrittura parla di un peccato di questi angeli. 513 Tale « caduta » consiste nell'avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno. Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: « Diventerete come Dio » (Gn 3,5). « Il diavolo è peccatore fin dal principio » (1 Gv 3,8), « padre della menzogna » (Gv 8,44).

    393 A far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell'infinita misericordia divina. « Non c'è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta, come non c'è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte ». 514

    394 La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama « omicida fin dal principio » (Gv 8,44), e che ha perfino tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre. 515 « Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo » (1 Gv 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l'uomo a disobbedire a Dio.

    395 La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l'edificazione del regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni – di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica – per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell'uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell'attività diabolica è un grande mistero, ma « noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio » (Rm 8,28).

    III. Il peccato originale

    La prova della libertà

    396 Dio ha creato l'uomo a sua immagine e l'ha costituito nella sua amicizia. Creatura spirituale, l'uomo non può vivere questa amicizia che come libera sottomissione a Dio. Questo è il significato del divieto fatto all'uomo di mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male, « perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti » (Gn 2,17). « L'albero della conoscenza del bene e del male » (Gn 2,17) evoca simbolicamente il limite invalicabile che l'uomo, in quanto creatura, deve liberamente riconoscere e con fiducia rispettare. L'uomo dipende dal Creatore, è sottomesso alle leggi della creazione e alle norme morali che regolano l'uso della libertà.

    Il primo peccato dell'uomo

    397 L'uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore 516 e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell'uomo. 517 In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà.

    398 Con questo peccato, l'uomo ha preferito se stesso a Dio, e, perciò, ha disprezzato Dio: ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione di creatura e conseguentemente contro il suo proprio bene. Costituito in uno stato di santità, l'uomo era destinato ad essere pienamente « divinizzato » da Dio nella gloria. Sedotto dal diavolo, ha voluto diventare « come Dio » (Gn 3,5), ma « senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio ». 518

    399 La Scrittura mostra le conseguenze drammatiche di questa prima disobbedienza. Adamo ed Eva perdono immediatamente la grazia della santità originale. 519 Hanno paura di quel Dio 520 di cui si sono fatti una falsa immagine, quella cioè di un Dio geloso delle proprie prerogative. 521

    400 L'armonia nella quale essi erano posti, grazie alla giustizia originale, è distrutta; la padronanza delle facoltà spirituali dell'anima sul corpo è infranta; 522 l'unione dell'uomo e della donna è sottoposta a tensioni; 523 i loro rapporti saranno segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza all'asservimento. 524 L'armonia con la creazione è spezzata: la creazione visibile è diventata aliena e ostile all'uomo. 525 A causa dell'uomo, la creazione è soggetta alla schiavitù della corruzione. 526 Infine, la conseguenza esplicitamente annunziata nell'ipotesi della disobbedienza 527 si realizzerà: l'uomo tornerà in polvere, quella polvere dalla quale è stato tratto. 528 La morte entra nella storia dell'umanità. 529

    401 Dopo questo primo peccato, il mondo è inondato da una vera « invasione » del peccato: il fratricidio commesso da Caino contro Abele; 530 la corruzione universale quale conseguenza del peccato; 531 nella storia d'Israele, il peccato si manifesta frequentemente soprattutto come infedeltà al Dio dell'Alleanza e come trasgressione della Legge di Mosè; anche dopo la redenzione di Cristo, fra i cristiani, il peccato si manifesta in svariati modi. 532 La Scrittura e la Tradizione della Chiesa richiamano continuamente la presenza e l'universalità del peccato nella storia dell'uomo:

    « Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti, se l'uomo guarda dentro al suo cuore, si scopre anche inclinato al male e immerso in tante miserie che non possono certo derivare dal Creatore che è buono. Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l'uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo ultimo fine, e al tempo stesso tutto il suo orientamento sia verso se stesso, sia verso gli altri uomini e verso tutte le cose create ». 533

    Conseguenze del peccato di Adamo per l'umanità

    402 Tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo. San Paolo lo afferma: « Per la disobbedienza di uno solo, tutti sono stati costituiti peccatori » (Rm 5,19); « Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato... » (Rm 5,12). All'universalità del peccato e della morte l'Apostolo contrappone l'universalità della salvezza in Cristo: « Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita » (Rm 5,18).

    403 Sulle orme di san Paolo la Chiesa ha sempre insegnato che l'immensa miseria che opprime gli uomini, la loro inclinazione al male e l'ineluttabilità della morte non si possono comprendere senza il loro legame con la colpa di Adamo e prescindendo dal fatto che egli ci ha trasmesso un peccato dal quale tutti nasciamo contaminati e che è « morte dell'anima ». 534 Per questa certezza di fede, la Chiesa amministra il Battesimo per la remissione dei peccati anche ai bambini che non hanno commesso peccati personali. 535

    404 In che modo il peccato di Adamo è diventato il peccato di tutti i suoi discendenti? Tutto il genere umano è in Adamo « sicut unum corpus unius hominis – come un unico corpo di un unico uomo ». 536 Per questa « unità del genere umano » tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo, così come tutti sono coinvolti nella giustizia di Cristo. Tuttavia, la trasmissione del peccato originale è un mistero che non possiamo comprendere appieno. Sappiamo però dalla Rivelazione che Adamo aveva ricevuto la santità e la giustizia originali non soltanto per sé, ma per tutto il genere umano: cedendo al tentatore, Adamo ed Eva commettono un peccato personale, ma questo peccato intacca la natura umana, che essi trasmettono in una condizione decaduta. 537 Si tratta di un peccato che sarà trasmesso per propagazione a tutta l'umanità, cioè con la trasmissione di una natura umana privata della santità e della giustizia originali. Per questo il peccato originale è chiamato « peccato » in modo analogico: è un peccato « contratto » e non « commesso », uno stato e non un atto.

    405 Il peccato originale, sebbene proprio a ciascuno, 538 in nessun discendente di Adamo ha un carattere di colpa personale. Consiste nella privazione della santità e della giustizia originali, ma la natura umana non è interamente corrotta: è ferita nelle sue proprie forze naturali, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza e al potere della morte, e inclinata al peccato (questa inclinazione al male è chiamata « concupiscenza »). Il Battesimo, donando la vita della grazia di Cristo, cancella il peccato originale e volge di nuovo l'uomo verso Dio; le conseguenze di tale peccato sulla natura indebolita e incline al male rimangono nell'uomo e lo provocano al combattimento spirituale.

    406 La dottrina della Chiesa sulla trasmissione del peccato originale è andata precisandosi soprattutto nel V secolo, in particolare sotto la spinta della riflessione di sant'Agostino contro il pelagianesimo, e nel XVI secolo, in opposizione alla Riforma protestante. Pelagio riteneva che l'uomo, con la forza naturale della sua libera volontà, senza l'aiuto necessario della grazia di Dio, potesse condurre una vita moralmente buona; in tal modo riduceva l'influenza della colpa di Adamo a quella di un cattivo esempio. Al contrario, i primi riformatori protestanti insegnavano che l'uomo era radicalmente pervertito e la sua libertà annullata dal peccato delle origini; identificavano il peccato ereditato da ogni uomo con l'inclinazione al male (« concupiscentia »), che sarebbe invincibile. La Chiesa si è pronunciata sul senso del dato rivelato concernente il peccato originale soprattutto nel II Concilio di Orange nel 529 539 e nel Concilio di Trento nel 1546. 540

    Un duro combattimento

    407 La dottrina sul peccato originale – connessa strettamente con quella della redenzione operata da Cristo – offre uno sguardo di lucido discernimento sulla situazione dell'uomo e del suo agire nel mondo. In conseguenza del peccato dei progenitori, il diavolo ha acquisito un certo dominio sull'uomo, benché questi rimanga libero. Il peccato originale comporta « la schiavitù sotto il dominio di colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo ». 541 Ignorare che l'uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale 542 e dei costumi.

    408 Le conseguenze del peccato originale e di tutti i peccati personali degli uomini conferiscono al mondo nel suo insieme una condizione peccaminosa, che può essere definita con l'espressione di san Giovanni: « il peccato del mondo » (Gv 1,29). Con questa espressione viene anche significata l'influenza negativa esercitata sulle persone dalle situazioni comunitarie e dalle strutture sociali che sono frutto dei peccati degli uomini. 543

    409 La drammatica condizione del mondo che « giace » tutto « sotto il potere del maligno » (1 Gv 5,19) 544 fa della vita dell'uomo una lotta:

    « Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta incominciata fin dall'origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l'uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l'aiuto della grazia di Dio ». 545

    IV. «Tu non l'hai abbandonato in potere della morte»

    410 Dopo la caduta, l'uomo non è stato abbandonato da Dio. Al contrario, Dio lo chiama, 546 e gli predice in modo misterioso che il male sarà vinto e che l'uomo sarà sollevato dalla caduta. 547 Questo passo della Genesi è stato chiamato « protovangelo », poiché è il primo annunzio del Messia redentore, di una lotta tra il serpente e la Donna e della vittoria finale di un discendente di lei.

    411 La Tradizione cristiana vede in questo passo un annunzio del « nuovo Adamo », 548 che, con la sua obbedienza « fino alla morte di croce » (Fil 2,8), ripara sovrabbondantemente la disobbedienza di Adamo. 549 Inoltre, numerosi Padri e dottori della Chiesa vedono nella Donna annunziata nel « protovangelo » la Madre di Cristo, Maria, come « nuova Eva ». Ella è stata colei che, per prima e in una maniera unica, ha beneficiato della vittoria sul peccato riportata da Cristo: è stata preservata da ogni macchia di peccato originale 550 e, durante tutta la sua vita terrena, per una speciale grazia di Dio, non ha commesso alcun peccato. 51

    412 Ma perché Dio non ha impedito al primo uomo di peccare? San Leone Magno risponde: « L'ineffabile grazia di Cristo ci ha dato beni migliori di quelli di cui l'invidia del demonio ci aveva privati ». 552 E san Tommaso d'Aquino: « Nulla si oppone al fatto che la natura umana sia stata destinata ad un fine più alto dopo il peccato. Dio permette, infatti, che ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande. Da qui il detto di san Paolo: "Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Rm 5,20). Perciò nella benedizione del cero pasquale si dice: "O felice colpa, che ha meritato un tale e così grande Redentore!" ». 553



    (501) Sant'Agostino, Confessiones, 7, 7, 11: CCL 27, 99 (PL 32, 739).

    (502) Cf 1 Tm 3,16.

    (503) Cf Rm 5,20.

    (504) Cf Lc 11,21-22; Gv 16,11; 1 Gv 3,8.

    (505) Cf Rm 5,12-21.

    (506) Cf 1 Cor 2,16.

    (507) Cf Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 13: AAS 58 (1966) 1034-1035.

    (508) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 3: DS 1513; Pio XII, Lett. enc. Humani generis: DS 3897; Paolo VI, Discorso ai partecipanti al Simposio di alcuni teologi e scienziati sul mistero del peccato originale (11 luglio 1966): AAS 58 (1966) 649-655.

    (509) Cf Gn 3,1-5.

    (510) Cf Sap 2,24.

    (511) Cf Gv 8,44; Ap 12,9.

    (512) Concilio Lateranense IV (anno 1215), Cap. 1, De fide catholica: DS 800.

    (513) Cf 2 Pt 2,4.

    (514) San Giovanni Damasceno, Expositio fidei 18 [De fide orthodoxa 2, 4]: PTS 12, 50 (PG 94, 877).

    (515) Cf Mt 4,1-11.

    (516) Cf Gn 3,1-11.

    (517) Cf Rm 5,19.

    (518) San Massimo il Confessore, Ambiguorum liber: PG 91, 1156.

    (519) Cf Rm 3,23.

    (520) Cf Gn 3,9-10.

    (521) Cf Gn 3,5.

    (522) Cf Gn 3,7.

    (523) Cf Gn 3,11-13.

    (524) Cf Gn 3,16.

    (525) Cf Gn 3,17.19.

    (526) Cf Rm 8,20.

    (527) Cf Gn 2,17.

    (528) Cf Gn 3,19.

    (529) Cf Rm 5,12.

    (530) Cf Gn 4,3-15.

    (531) Cf Gn 6,5.12; Rm 1,18-32.

    (532) Cf 1 Cor 1-6; Ap 2-3.

    (533) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 13: AAS 58 (1966) 1035.

    (534) Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 2: DS 1512.

    (535) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 4: DS 1514.

    (536) San Tommaso d'Aquino, Quaestiones disputatae de malo, 4, 1, c.: Ed. Leon. 23, 105.

    (537) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canoni 1-2: DS 1511-1512.

    (538) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 3: DS 1513.

    (539) Cf Concilio di Orange II, Canoni 1-2: DS 371-372.

    (540) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali: DS 1510-1516.

    (541) Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 1: DS 1511; cf Eb 2,14.

    (542) Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 25: AAS 83 (1991) 823-824.

    (543) Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Reconciliatio et paenitentia, 16: AAS 77 (1985) 213-217.

    (544) Cf 1 Pt 5,8.

    (545) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 37: AAS 58 (1966) 1055.

    (546) Cf Gn 3,9.

    (547) Cf Gn 3,15.

    (548) Cf 1 Cor 15,21-22.45.

    (549) Cf Rm 5,19-20.

    (550) Cf Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus: DS 2803.

    556) Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 23: DS 1573.

    (552) San Leone Magno, Sermo 73, 4: CCL 88A, 453 (PL 54, 151).

    (553) San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, q. 1, a. 3, ad 3: Ed. Leon. 11, 14; le parole qui riportate da san Tommaso vengono cantate nel preconio pasquale dell'« Exsultet ».