DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Haiti, una suora disarmata arriva là dove i soldati dell'ONU non provano neanche ad andare

da Tempi del 13 aprile 2010

di Rodolfo Casadei

Il pagliaccio fa la seconda capriola sopra il cemento consumato del campo da pallacanestro, la parrucca di riccioli biondi rischia di cadere. Ma la piccola folla di bambini ancora non sa esattamente da che parte guardare. Più interessanti dei due clown che si stanno esibendo sono i fucili mitragliatori della sessantina di soldati brasiliani della Minustah in mimetica e giubbotto antiproiettile che affollano quest’area di Waf Jeremie, la più malfamata e la più falcidiata dal terremoto di tutte le baraccopoli di Port-au-Prince. I loro anfibi incutono soggezione. Gli occhiali a specchio suscitano desideri illegittimi.
Alla televisione avete visto i grandi crolli del Centre Ville: la cattedrale, il palazzo presidenziale, la sede dell’Onu. Forse ricordate l’apocalisse di Leoganes, cittadina non grande che ha avuto il 98 per cento di edifici distrutti o inagibili. Ma a sollevare il numero delle vittime all’ordine delle centinaia di migliaia (230 mila l’aleatoria cifra ufficiale) sono stati gli invisibili sfasci negli slum. Dove i mattoni traforati si usano eccome, ma tenuti insieme con cemento di sabbia marina che si sfarina come niente e appoggiati al suolo senza fondamenta. Sono venuti giù, a pioggia o tutti insieme con la parete, e hanno ucciso astanti e abitanti.
A Waf Jeremie i caschi blu non entrano mai. Ci entra solo la polizia haitiana alla caccia di qualcuno dei quattromila criminali evasi dalle prigioni a causa del terremoto. Ogni volta sono sparatorie dove a rimetterci sono soprattutto passanti e bambini. Oggi i brasiliani sono qui per consegnare generi alimentari donati dal governo cinese: una pratica borsa di rafia con dentro quattro razioni di noodles (specie di tagliatelle di riso), quattro scodelle di plastica, un pacchetto di biscotti. Le donne (gli uomini non sono ammessi alle distribuzioni di generi alimentari, i mitra sono lì anche per evitare che se lo dimentichino) non sanno che da più di un’ora stanno facendo la coda per questa miseria. I brasiliani, che non sono stupidi, per pompare un po’ lo show hanno installato anche uno stand con un parrucchiere per uomo e una clinica dentistica volante. Fra due ali di caschi blu a mitra spianato arriva un pulmino con dentro una delegazione dell’ambasciata cinese. Scendono giù una decina di persone in camicia bianca e pantaloni beige. Non si capisce se sorridono o cosa, perché davanti alla bocca hanno quasi tutti la mascherina.
Sorride invece, amaramente, suor Marcella Catozza, francescana di Busto Arsizio (nella foto che dobbbiamo al sito dell'ONLUS Key La che ne sostiene l'opera) che in questo posto svolge opera missionaria da cinque anni. Un volto mistico su un corpo brevilineo da lottatrice: «Domani la gente sarà molto agitata. Sperando che le cose non finiscano male stasera. Però la differenza tu l’hai vista, vero?». La differenza è che giusto poco fa, a duecento metri dal posto dove i cinesi hanno convocato la loro recita, 150 bambini hanno pasteggiato a riso e fagioli cucinati dai volontari haitiani dell’associazione Kay La di suor Marcella dopo una mattinata di scuola informale animata da un ragazzo francese, una giovane italiana e due suore americane. E non c’è stato bisogno nemmeno di un poliziotto scalcinato. Intanto sulla strada che va al molo che dà il nome al quartiere due suore spagnole e una volontaria americana stanno facendo visite pediatriche nell’ambulatorio di fortuna che suor Marcella ha riaperto con l’aiuto di Regione Lombardia sotto una tenda, essendo pericolante l’edificio che prima del terremoto l’ospitava, e mezzo chilometro più in là il dottor Fabio, un oncologo e consulente sanitario milanese, in un’altra tenda ambulatorio si occupa anche degli adulti. La sera torna a casa un po’ stralunato ripassando la lista dei casi statisticamente dominanti: infestazioni di parassiti intestinali, infezioni delle vie urinarie, patologie respiratorie, infezioni e micosi ginecologiche, malattie veneree: e pensare che le haitiane sono belle come dee, e i giovani uomini come dèi.

La professionalità dei missionari
A suor Marcella si devono anche le cinquanta tende che la Protezione civile italiana ha installato sul posto dopo aver ripulito l’area e posato ghiaia grossa per la prevenzione di allagamenti: in ognuna vivono due famiglie di terremotati scelti fra i più svantaggiati. Le due cucine da campo si devono ai militari italiani della Cavour e ai Vigili del Fuoco. E adesso gli ambulatori, la mensa e le attività educative per i bambini conosceranno giorni radiosi perché Avsi e Terre des Hommes, Ong presenti ad Haiti da prima del terremoto, li trasformeranno in interventi di salute pediatrica e di lotta alla malnutrizione infantile. Ogni giorno Marcella e gli altri volontari e missionarie stranieri entrano a Waf Jeremie senza neanche una pistoletta, perché la gente li conosce e si fida: da quando cinque anni fa la religiosa è venuta qui e ha cominciato a parlamentare coi capi delle bande, si è guadagnata la fiducia di tutti.
Parc Bobi e Place Fierté sono due delle centinaia di tendopoli sorte in Haiti per dare riparo a 1 milione e 300 mila senzatetto. La cifra aumenta ad ogni nuova scossa di terremoto e anche perché la distribuzione di aiuti attira i residenti delle zone più povere, anche se le loro dimore sono rimaste in piedi. Nonostante il fenomeno, unico nella storia del Terzo Mondo, di 500 mila persone che dopo il terremoto sono tornate nei distretti rurali dai quali erano emigrate in città (solo i khmer rossi in Cambogia finora erano riusciti a produrre una contro-migrazione, coi noti metodi).

Dieci anni di presenza
Le due tendopoli suddette si trovano a Cité Soleil, quartiere-comune della capitale che ha fatto la storia recente di Haiti: da lì venivano i famigerati Tonton Macoutes, sicari al servizio della dinastia dei despoti Duvalier, e ancora lì hanno dominato le Chimères, le bande armate al servizio del presidente populista Aristide, oggi esule in Sudafrica. L’ultima volta che in questi posti sono entrate truppe americane è stato nel 1994, quando Bill Clinton mandò i marines per restaurare l’allora popolarissimo Aristide, deposto dai militari. È successo nuovamente il 31 marzo 2010, quando il generale a tre stelle Visot è entrato con una dozzina dei suoi prodi prima nell’una e poi nell’altra tendopoli e ha chiesto di parlare con… Marino Contiero, logista di Avsi. La voce che l’associazione italiana tiene le chiavi della più tumultuosa bidonville della capitale deve essersi sparsa dopo che la Protezione civile italiana, la Regione Lombardia, l’Unicef e il Programma alimentare mondiale (Pam) si sono appoggiati su di essa per fare affluire tende, medicine, generi alimentari e materiale didattico che sono andati a chi più aveva bisogno. Pam e Unicef l’hanno scelta come partner di un progetto di quattro mesi per la lotta contro la malnutrizione infantile, nel corso del quale saranno distribuiti 413 quintali di alimenti. Avsi s’è costruita la sua credibilità e libertà di movimento a Cité Soleil in dieci anni di presenza con progetti rivolti ai giovani, dalla formazione professionale alla mediazione dei conflitti fra le bande che controllano e agitano allo stesso tempo il quartiere. Persino alcuni capibanda hanno deciso di cambiar vita, e oggi li si riconosce in mezzo al personale locale dei progetti.

«La nostra sicurezza sono le opere»
Visot, affabilissimo coi suoi tratti afro-ispanici, pone tantissime domande, e alla fine fa la sua offerta: «Visto che pagate 500 dollari alla settimana per l’acqua, sareste d’accordo se noi vi offrissimo di rifornire gratis i serbatoi a Parc Bobi?». Marino ha mangiato la foglia e sorride: la base del generale confina con quella tendopoli, gli americani hanno studiato di fare un gesto di buon vicinato accertandosi prima di tutte le possibili controindicazioni. Accetta la proposta con mille ringraziamenti e un solo appunto: «Per noi è meglio se non venite come avete fatto oggi, ad armi dispiegate. La nostra incolumità non è legata a un dispositivo di sicurezza, ma alle cose che facciamo con questa gente».

Vacanze di Pasqua nelle tendopoli
I volontari amici di suor Marcella e le dottoresse degli ambulatori di Avsi nelle tendopoli alloggiano, insieme ad altri volontari italiani e a religiose ispaniche, presso il seminario dei padri scalabriniani, quartiere Croix de Bouquet. Un’oasi di civiltà e di speranza circondata da un mare di bisogno, rovina e confusione. Qui tutti i giorni si vedono arrivare container dall’Italia e dagli Stati Uniti carichi di ogni genere di aiuti. Rapidamente vengono svuotati e altrettanto rapidamente il materiale raggiunge luoghi di bisogno effettivo come un proiettile che colpisce il bersaglio. Perché a reggere la barra qui è il padre Giuseppe Durante, 35 anni di missione 15 dei quali in Haiti. Tanti aiuti e tanti volontari affluiscono qui perché c’è la certezza che nulla verrà sprecato, grazie alla saggezza e al know-how dei missionari che sono presenti da una vita.

Le notti alla missione sono percorse dagli eccessi bronchitici e dalle corse al bagno di medici, infermiere e suore da ambulatorio: prendersi cura dei terremotati non è senza un prezzo. Chiedetelo a Raffaella Pingitore, a Clotilde Manzoni e a chi le ha incontrate. Attorno a un tavolo Carlo, giovane ingegnere romano, Piero, perito elettrotecnico della Bergamasca, e Filippo, suo ex collega catanese trapiantato a Milano, scherzano con Alessandro Caretti, logista dell’Associazione Protezione civile A2A, sullo sbrego che attraversa il suo polpaccio sinistro. Hanno rinunciato alle vacanze di Pasqua in famiglia per venire qua a installare pannelli solari del valore di 30 mila euro per sostituire l’antiquato impianto elettrico alimentato dai diesel. La ferita è solo l’ultima di una serie di disavventure: perquisizioni in aeroporto, notti dentro a un camion alla frontiera fra Haiti e Repubblica Dominicana, acrobazie tecniche per supplire alla mancanza di attrezzature in loco. Nel 2004 erano stati nello Sri Lanka post-tsunami a riparare impianti e linee elettriche nella zona tamil. Anche allora a subire i dispetti dei militari singalesi e a beccarsi la dissenteria. Nonostante questo nessuno rimpiange di essere andato là e poi di essere venuto qua. Perché gli italiani, quando vogliono, fanno così.

Haiti, sacrifici e devozioni woodoo

Bagno cerimoniale

Bagno cerimoniale (AP Photo/Jorge Saenz)

Presente in Africa sin da tempi antichissimi, la religione Woodoo si è diffusa nelle Americhe - dapprima nelle isole caraibiche e successivamente in tutta l’America centrale - nell’epoca coloniale, attraverso la deportazione degli schiavi neri, per i quali ha rappresentato un forte elemento identitario e comunitario.

Sacrificio cerimoniale di un gallo

Sacrificio cerimoniale di un gallo (EPA/ANDRES MARTINEZ CASARES)

Fortemente avversato, anzitutto dal cattolicesimo, il woodoo - per lo più, descritto come un insieme di superstizioni e magia nera - è riuscito a sopravvivere a persecuzioni e criminalizzazioni, adattandosi progressivamente, nella sua forma moderna, all’iconografia cristiana.

Urla e lacrime

Urla e lacrime (EPA/ANDRES MARTINEZ CASARES)

Oggi le pratiche di questa religione sono diffuse in alcuni stati africani (Benin, Thogo e Ghana) negli Stati Uniti e nell’America meridionale, ma è osservata soprattutto ad Haiti, dove dal 2003 ha ottenuto il riconoscimento di religione ufficiale. È praticata da quasi tutta la popolazione, parallelamente al Cristianesimo.



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HAITI - Appello del Nunzio ad Haiti: “I seminari e i seminaristi hanno perso tutto. Far tornare alla vita normale i seminaristi è una priorità”

Port au Prince (Agenzia Fides) – Il Nunzio apostolico ad Haiti, l'Arcivescovo Bernardito Auza, ha inviato un rapporto sulla situazione attuale dei seminaristi e un appello a Missio Inghilterra (Pontificie Opere Missionarie), che l’Agenzia Fides rilancia.
La situazione. Il Seminario Maggiore nazionale (Teologia e Filosofia) è crollato, uccidendo 15 seminaristi, un professore e alcuni membri del personale. Un certo numero di seminaristi sono rimasti feriti, due o tre dei quali hanno subito amputazioni. Molti di coloro che sono rimasti intrappolati sotto le macerie sono stati salvati dopo qualche giorno, altri sono stati in grado di uscire da soli. Prima del sisma c'erano 159 seminaristi e 8 Formatori residenti e docenti presso il Dipartimento di Teologia, e 97 seminaristi e 2 Formatori presso il Dipartimento di Filosofia.
La Conferenza Episcopale ha deciso che i 28 seminaristi del quarto anno di Teologia potranno finire l'anno accademico. Saranno alloggiati nelle tende, così saranno ordinati diaconi durante l'estate.
Per mancanza di strutture, i seminaristi di teologia saranno rimandati nelle loro diocesi. I rispettivi Ordinari si organizzeranno con dei professori per lezioni saltuarie, ma perderanno l'anno accademico. Questa decisione forse potrà essere modificata, data la situazione di dipendenza dalle risorse finanziarie e per altre considerazioni. I 97 seminaristi di Filosofia saranno rimandati alle loro rispettive diocesi. Anche loro perderanno l'anno accademico.
Quelli della pre-Filosofia (15 circa), appartenenti alla diocesi di Port-au-Prince, saranno ospitati in locali non ancora definiti.
Di cosa abbiamo bisogno. I seminari e i seminaristi hanno perso tutto. Nulla si è salvato, tranne alcuni libri della biblioteca al terzo piano. Le maggiori esigenze dei seminaristi sono capi di abbigliamento, articoli di biancheria, tende per dormire. Molti dei seminaristi sono stati rimandati nelle loro diocesi, ma le diocesi sono estremamente povere e hanno grande bisogno di assistenza.
Occorre sistemare il luogo delle tende per ospitare i 28 seminaristi di teologia del quarto anno, in modo da facilitarne l'uso (aule, cucine, servizi, ecc).
Bisogna assicurare il vitto e l’alloggio per i suddetti seminaristi, così come per tutti coloro che sono rimasti nelle loro diocesi. Dobbiamo ancora avere un preventivo su questo. La maggior parte delle parrocchie di Haiti non sono in grado di ospitare i seminaristi perché non possono provvedere al loro sostentamento. Haiti era molto povera prima, e ancor più lo è dopo il terremoto.
Occorre acquistare Bibbie e testi fondamentali (Documenti del Concilio Vaticano II, Catechismo della Chiesa Cattolica, ecc) dal momento che quelli che avevano sono andati tutti persi tra le macerie.
Il metodo più semplice, più flessibile e veloce per aiutare questi sfortunati seminaristi è attraverso gli aiuti finanziari che possiamo utilizzare in base alle esigenze più urgenti del momento.
L'Arcivescovo ha aggiunto: “Grazie anche per il vostro impegno a favore dei nostri seminaristi traumatizzati. Noi crediamo che far tornare alla vita ‘normale’ i seminaristi è una priorità. Nessuno qui (tranne pochissimi di noi!) vuole dormire all'interno degli edifici. Questa è un'altra sfida che dobbiamo prendere in considerazione nella ricostruzione”.
Mons. John Dale, direttore nazionale di Missio-Inghilterra e Galles, ha detto: “Missio sarà accanto alla Chiesa di Haiti nel tentativo di ripristinare un senso di normalità. Saremo lì per aiutare l'Arcivescovo Auza e quelli che stanno lavorando per l'assistenza ai Pastori del futuro. Missio ci sarà per tutto il tempo che il popolo di Haiti avrà bisogno di noi e per tutti gli anni che servono".

Le spedizioni di aiuti medici ad Haiti ritardati da massicce spedizioni di preservativi

di John-Henry Westen e Kathleen Gilbert

PORT-AU-PRINCE, Haiti 12 febbraio, 2010 (LifeSiteNews.com) - Secondo quanto riferito da un testimone oculare, il flusso di medicine in attesa di essere distribuite a decine di migliaia di vittime del terremoto ad Haiti è stato ritardato per settimane da una fornitura massiccia di preservativi che dominavano lo spazio del principale magazzino.

Il centro dei rifornimenti farmaceutici, chiamato PROMESS (sta per Program on Essential Medicine and Supplies), è il quartier generale delle operazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms)/Organizzazione pan-americana della sanità di questa zona. "Senza PROMESS avremme avuto una seconda catastrofe," ha detto recentemente il dott. Alex Larsen, Ministro haitiano della sanità.

Ma, secondo una fonte interna, l'intasamento dei preservativi in questo magazzino ha ritardato il flusso massiccio di aiuti che arrivavano da tutto il mondo, e può essere costato delle vite. La fonte riferisce che non era possibile scaricare le navi container piene di provviste mediche da suddividere e distribuire alla popolazione in quanto una fornitura enorme di preservativi ha intasato la struttura fino ai primi giorni di febbraio, quando è stato possibile toglierli. I preservativi occupavano circa il 70 per cento dello spazio del magazzino di 17.000 piedi quadrati (= grosso modo 6.000 mq, ndt)

L'afflusso di rifornimenti è gigantesco. Secondo Reliefweb “solo dal 16-21 gennaio sono arrivati all'aeroporto di Port-au-Prince 483.091 kg di medicinali e 4.990 kg di prodotti sanitari come i guanti di lattice e le maschere.”

Nicholas Reader dell'Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari umanitari ha dichiarato di "non essere al corrente" del problema, e ha indirizzato LifeSiteNews all'OMS per avere altre informazioni. Anche il responsabile delle comunicazioni per le emergenze e gli affari umanitari all'Oms, Paul Garwood, ha detto di non esserne al corrente. Garwood ha girato la domanda ai colleghi ad Haiti, che al momento di andare in stampa non avevano risposto.

Mentre i funzionari Oms non parlano specificamente dell'intasamento dei preservativi, hanno in termini più generici ammesso le difficoltà logistiche nell'affrontare il flusso dei rifornmenti.

[....] La scena che vede le strutture mediche del mondo in via di sviluppo occupate soprattutto da preservativi, ma gravemente carente di rifornimenti medici, non è nuova.

Quando il Generale canadese Romeo Dallaire ritornò dal Rwanda in seguito al massacro ruandese, notò in un discorso del 1996 che quando il personale militare si riferiva all'ONU e ad altri aiuti esteri parlava del "tappezzare il paese con il lattice."

Dallaire spiegò che tonnellate di preservativi ed altri contraccettivi venivano spediti e distribuiti in giro per la regione in quantità di gran lunga superiori a quelle che la popolazione potesse usare e al posto di cibo, medicine ed altri aiuti cruciali. I negozi di medici, egli disse, erano pieni di contracceettivi ed estremamente carenti del necessario per curare le ferite dei ruandesi.

Alcune persone del mondo in via di sviluppo hanno aguzzato l'ingegno e sono riusciti a trasformare la montagna di preservativi scaricati dall'Occidente in un vantaggio. Secono un servizio della BBS, in una sola città indiana si usavano 600.000 preservativi al giorno nell'industria della tessitura dei sari. I tessitori di sari usano il lubrificante presente nei preservativi per ungere il meccanismo del telaio e velocizzare la tessitura senza rischiare di macchiare la seta.

La strategia dell'ONU di promuovere massicciamente i preservativi come soluzione primaria alla crisi dell'AIDS è riportata anche in rapporti recenti, e non ci sono segni di rallentamento.

Carol Ugochukwu, Presidente di United Families of Africa a Enugu, in Nigeria, ha detto in un'intervista del 2000 che le delegazioni occidentali all'ONU stavano cercando di "sterminare l'intera razza" con la loro promozione di preservativi.

Ugochukwu si disse esasperata che il Canada, gli USA e l'UE sprecassero la maggior parte del tempo all'ONU per cercare di ottenere l'approvazione dell'omosessualità, mentre i bisogni delle donne africane come il cibo, un tetto e l'acqua pulita venivano in gran parte ignorati. "Le grosse organizzazioni spendono tanti soldi," ella disse," ma quando sentono che stai facendo fronte a tutto questo [bambini e madri moribondi] non si interessano. Devi dire loro che ti occupi di diritti riproduttivi prima di ottenere del sostegno."

Concludeva la Ugochukwu, "[Gli occidentali] adesso vengono con i preservativi - abbiamo preservativi dappertutto! Spendono così tanto sui preservativi e così spingono i nostri bambini alla promiscuità. Dicono che questo fermerà l'AIDS - ma sta peggiorando! Non ha senso."



http://www.lifesitenews.com/ldn/2010/feb/10021812.html

IL DRAMMA DI HAITI Wharf Jeremie, lo slum dove vivono «gli ultimi»

Nella baraccopoli alla periferia di Port-au-Prince regnano violenza e miseria: l’Onu non ci entra. La gente si ciba dei rifiuti


Sono cominciate le piogge e l’e­mergenza raddoppia. Oltre un mi­lione di persone vive in strada a Port-au-Prince in condizioni che ri­chiedono un intervento assisten­ziale urgente prima dell’intensifi­carsi della stagione degli uragani nei Caraibi in estate. A lanciare il dram­matico appello è stato a New York l’ambasciatore di Haiti presso le Na­zioni Unite: intervenendo al Consi­glio di Sicurezza, Leo Merores ha detto che il sisma del 12 gennaio ha provocato la morte di 270mila per­sone, ha causato la distruzione di 250mila edifici, ed ha lasciato oltre un milione di haitiani senza casa: «Le cifre parlano da sé».

DAL NOSTRO INVIATO A PORT-AU-PRINCE

CLAUDIO MONICI

N
on c’è luogo come questo dove si può cadere più in basso di così, con la vita e i piedi che sprofondano in una palu­de di cloaca. I bassifondi di Wharf Je­remie, al margine estremo della ca­pitale, si tuffano nella baia portan­dosi con loro tutto quello che la gran­de città scarta, la sua immondizia e i suoi rifiuti, compreso il dolore u­mano della malattia e della solitudi­ne di chi ci vive. Più appropriato sa­rebbe dire che è una vita che arran­ca. Come quella degli “uomini ca­vallo”, padri di famiglia, con la fron­te che quasi sfiora terra, mentre trai­nano enormi e pesanti carri, resi an­cora più gravosi dal carico che tra­sportano. Prima che il molo venisse spezzato dal terremoto, scaricavano dalle navi, adesso trasportano sac­chi di carbone ammonticchiati sul pianale, mentre la pancia resta sem­pre per metà vuota. È la miseria che tormenta se stessa e che crea altra miseria, ancora più emarginata, ancora più povera. Una periferia stracciona di uno slum do­ve non entra nessuno che non sia l’a­bitante di quelle catapecchie di la­miera arrugginite che stanno in pie­di come una teoria di carte da gioco. Una accostata all’altra e che sem­brano lì per lì pronte a crollare da un momento all’altro. Ma è un gioco che dentro non ha nulla perché non c’è nulla che si possa portare, quando i pochi spiccioli raccimolati servono per nutrirsi di pietanze preparate sulla strada, non si sa bene con qua­li ingredienti e soprattutto come sia­no stati conservati. Spesso per giaci­glio c’è solo il pavimento e i suoi e­normi insetti, oppure una vecchia rete senza materasso, anche questa mangiata dalla ruggine.
Nessuno, nemmeno i Caschi blu del­la missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite “Minustah”, in massa sull’isola dal 2004 per sradicare le bande criminali che hanno violato
Haiti per anni, entrano a Wharf Jere­mie. L’ordine è chiaro questo luogo resta da Codice rosso.
Tranne che per una suora italiana, di Busto Arsizio, che qui vive da quat­tro anni e che prima del terremoto mandava avanti un piccolo ambu­­latorio e un centro educativo. Mis­sionaria della fraternità francesca­na, suor Marcella Catozza, la sfida l’aveva cominciata sapendo che «questo posto non è un luogo indi­cato per chi non è dell’ambiente: ma qui siamo proprio gli ultimi e se li si va a cercare qua si trovano».
La casetta ambulatorio della suora si è piegata su un fianco, ha ceduto al terremoto del 12 gennaio. Da qual­che giorno l’attività è ripresa, è sta­ta trasferita sotto due tende messe a disposizione della Protezione civile italiana, con l’aiuto del Genio alpini. In una c’è la suora che così può con­tinuare la sua attività, soprattutto nutrizionale per i minori, e nell’al­tra, un consultorio per adulti, assi­stito dal personale medico imbarca­to sulla portaerei Cavour, coordina­to dal direttore sanitario, il capitano di vascello Aldo Ciufo.
«I soldati italiani e la protezione ci­vile mi stanno dando una grossa ma­no. Qui non c’è mai stato nessuno e nulla. Niente. Non è mai venuto nes­suno nemmeno nei giorni successi­vi
al terremoto, se non quelli che ho incontrato io come gli operatori lo­cali di Cisp, Cesvi e Terres des hom­mes, tanto questa zona è considera­ta particolarmente poco sicura», rac­conta suor Marcella.
In questo cuore di tenebra e lamie­ra, girano ancora parecchie armi e sono attive le bande rimaste fedeli all’ex presidente Jean Bertrand Ari­stide.
Violenza pronta a farsi risenti­re pur di assistere al ritorno dell’ex seminarista dal suo esilio dorato in Sudafrica, anche se per il momento il terremoto sembra avere messo un freno sugli episodi delinquenziali.
Quando arrivò in questo luogo per­duto, quattro anni fa, unica bianca, donna, sola, in un mare di pelle ne­ra e ogni tipo di dolore, con ancora le bande armate in azione a fare rapi­menti, la francesca­na provò a fare un conto di quanta po­polazione ci poteva stare a Wharf Jere­mie. Dicevano che c’erano 70 mila per­sone. Mentre segui­va il suo progetto nutrizionale per i più piccoli, di vicolo in vicolo, la suora annotava numeri, nomi. Poi si ac­corse
che non era ancora ar­rivata a metà dell’intera zo­na da scrutare che aveva già raggiunto la cifra di 150mila presenze: «E qui – adesso di­ce sorridendo – ho lasciato perdere».
«Come quattro anni fa, i pro­blemi di oggi sono ancora le­gati alla denutrizione. Quan­do cominciai, solo nella pri­ma settimana di attività, 12 bambini mi morirono tra le braccia – racconta la suora –
. Diarree, polmoniti, tutto quello che la mancanza di acqua potabile e i­giene può causare, qui c’è. Aids e si­filide, anche nei bambini con le in­fezioni tipiche trasmesse da genito­ri malati cronici e che mai sono sta­ti curati. La febbre dengue. Mentre in questi giorni ho avuto notizia che la malaria sta tornando in maniera e­sponenziale. In tutto il tempo che sono stata qui avrò riscontrato non più di 5 casi. Adesso ne­gli ospedali di Port­au- Prince ogni gior­no si segnalano dai 15 ai 20 casi. Qui il mare è uno schifo e forse i ristagni d’ac­qua dopo il sisma hanno contribuito alla diffusione del parassita».
La sera quando la suora chiude le due tende che den­tro hanno, brande, tavoli, medicina­­li, qualche strumento sanitario, e al­tri oggetti che potrebbero fare gola a qualcuno, non prova ansia. Non ac­cadrà nulla fino al giorno dopo: «La mattina ritrovo tutto come ho la­sciato. Perché questa è gente, che seppure è povera più dei poveri, è a­nalfabeta, è disperata, è malata, sa­ranno sempre loro i primi a darti u­na mano, un aiuto e un sostegno, anche in questo modo. Perché san­no che è qualcosa che facciamo per loro, che sono gli ultimi degli ultimi».

Suor Marcella da 4 anni aiuta la gente della bidonville. Il suo «ambulatorio», distrutto dal sisma, è ora una tenda messagli a disposizione dalla Protezione civile: «Qui non è mai venuto nessuno dopo il terremoto». L’ambasciatore haitiano alle Nazioni Unite: uccise 270mila persone, un milione senza casa Ora la paura è la stagione delle piogge



© Copyright Avvenire 21 febbraio 2010

Haiti, tutti in fila sognando di fuggire

Ovunque in città gente in coda per il cibo e un passaporto: «Qui il futuro non esiste»


DAL NOSTRO INVIATO A PORT-AU-PRINCE

CLAUDIO MONICI

U
na lunga fila di gente di ogni età e ceto si raduna tutte le matti­ne, molto presto, e resta per o­re sotto un sole cattivo davanti all’edi­ficio degli Uffici emigrazione e immi­grazione, in rue Lalue. Il luogo non è distante dalla centralissima Champs de Mars, dove giacciono i resti del Palaz­zo nazionale e sorge la grande tendo­poli che ha fagocitato monumenti e giardini pubblici. Molte di quelle per­sone in fila vengono da sotto quei fra­gili tetti improvvisati, per alcuni anche solo un lenzuolo annodato da un albe­ro a un lampione. Tra grida e richiami, decine di braccia allungate al cielo, sopra teste che si schiacciano fin contro la cancellata e agitano convulse grandi buste com­merciali con dentro le pratiche per la domanda di un passaporto. «C’è mol­ta confusione. Non è ancora stato de­finito niente di concreto. Nessuna idea chiara sugli interventi, perché nessu­no sa che cosa fare e che cosa sarà de­ciso di fare, né che soluzioni prenderà il governo dato che le sue istituzioni e i suoi uffici sono stati azzerati dal ter­remoto – ci dice Jéròme Orbert, im­piegato statale, anche lui in fila –. Mol­ti della città, coloro che hanno potuto, se ne sono tornati ai paesi d’origine, nei villaggi, in campagna. Io voglio rag­giungere i miei parenti in Francia. Non voglio che la mia vita diventi prigio­niera della provvisorietà di una strada. Devo solo rinnovare il passaporto sca­duto. Sì, siamo in tanti, come potete vedere, e non so quando riuscirò ad a­vere il documento. Ma poi parto e non torno indietro più. Il futuro a Haiti non esiste».
Sono file che si allungano ogni giorno che il calendario si allontana da quel 12 gennaio che ha portato un sisma di 7,3 gradi Richter; si gonfiano intanto che nuovi giorni si aggiungono come a evidenziare quella che appare una im­pietosa sentenza di impotenza orga­nizzativa di fronte all’immensità del di­sastro
accumulato. Numerosi, intanto, si fanno gli assem­bramenti umani che si formano da­vanti alle ambasciate straniere. Come per quella del Canada, in Delmas 75, dove sono militari con la foglia di ace­ro rossa sulla spallina della mimetica, armati di fucili d’assalto, a badare al­l’ordine sulla strada.
Altrettante sono le file davanti agli spor­telli bancari di Unibank o Sogebank. Le guardie haitiane di sicurezza privata, armate di fucili a pompa, mantengono le persone alla debita distanza del «si entra uno alla volta». Si va per preleva­re il contante che servirà a due cose fon­damentali: affrontare la giornata con i prezzi dei generi di consumo che lievi­tano, oppure per organizzare il proprio viaggio che si concluderà in un altro Paese, a cominciare dagli Stati Uniti, dove vive una folta comunità haitiana. E poi ci sono le file della fame, quelle che sembrano comporsi d’improvviso, là dove si diffonde la voce che ci sarà la distribuzione di generi alimentari. Ma nei quartieri più disperati, le baracche di lamiera arrugginita sul mare di La saline, Cité Soleil, Cité Militaire, dove è sempre stato difficile sopravvivere, e nulla è mai stato portato, se non per qualche emergenza, quasi nulla è cam­biato. Niente c’era e niente c’è ancora. Sembra di assistere a un impulso spon­taneo. Le file di persone a Port- au­Prince appaiono come qualcosa che deriva da un moto di ritorno da un trau­ma, quello del terremoto, evidente­mente. Qualcosa che avviene quando
chi è sopravvissuto a u­na tragedia o a un incu­bo, giunge a stabilire che gesti e parole sono inutili. Solo una deci­sione alla quale, a quanto sembra, non si può che obbedire. E ad Haiti, in questa fase di incertezza sul suo futu­ro, la decisione che sta passando si chiama: andare via.
Non solo perché c’è stato il terremoto che ha portato la sua catastrofe uma­na e materiale. Le sconquassate ca­mionette bianche con i caschi blu del­la missione di stabilizzazione delle Na­zioni Unite, che armate salgono e scen­dono le strada costeggiate di edifici crollati e ancora qualche cadavere e­stratto dalle macerie in condizioni a dir
poco pietose, sono lì a ricordare un passato mai spento, fatto di bande, a metà strada tra la delinquenza, il traffico di droga e la vio­lenza politica, armate di pistole e bastoni, che per anni hanno spa­droneggiato in quartie­ri dove ancora è diffici­le entrare, senza una sicurezza armata. «Port-au-Prince era la zona più ricca di tutto il Paese. L’università, un minimo di servizi, e il lavoro. Dopo il terremo­to nemmeno uno dei diciotto edifici ministeriali è rimasto integro. Il gover­no non sembra ancora essersi ripreso dallo choc – racconta un diplomatico occidentale –. Solo se consideriamo che gli haitiani sono un popolo che ha sem­pre vissuto il digiuno come abitudine sociale, perché è un popolo che ha sem­pre mangiato una sola volta al giorno, quello che ancora regge nella gente, e che gioca un ruolo fondamentale di fronte alla consapevolezza di avere per­so tutto, è solo la fede. Questo, però, non basta a frenare l’emorragia, l’eso­do che si sta preparando. Ci vorrà qual­cosa di più di un idea di tipo ' Piano Marshall' per risollevare Haiti. Certo – aggiunge il diplomatico – si dovrà pun­tare su un robusto coordinamento tra i grandi attori internazionali, i Paesi a­mici dei Caraibi, e l’America del sud. Ma i responsabili delle istituzioni loca­li devono sapere da subito che è anche venuto il momento di fare le cose giu­ste e il bene per tutti, altrimenti ci fa­remo tutti attori responsabili della fu­ga degli haitiani dalla loro isola».
«Il governo non si è ripreso dallo choc. Quello che ancora sorregge il popolo è la fede Ma per fermare l’esodo non basta»



© Copyright Avvenire 18 febbraio 2010

La terra dannata e il patto con il diavolo per cacciare i francesi. Nel 179 gli haitiani s’accordarono con Satana. Leggenda e rivolta degli schiavi

New York. Anche questa volta Pat Robertson,
il televangelista più famoso d’America,
ha trovato una giustificazione all’ira
di Dio espressa sotto forma di terremoto
ad Haiti. Dopo l’11 settembre, il fondatore
della Christian Coalition aveva accusato
“pagani, abortisti, femministe, gay
e lesbiche e tutti quelli che hanno cercato
di laicizzare l’America” di aver contribuito
con i loro comportamenti peccaminosi
a irritare il Signore e quindi a far meritare
a New York gli attacchi islamisti del
2001 (successivamente s’è scusato). Qualcosa
del genere aveva detto anche dopo
l’uragano Katrina che ha colpito la città
creola di New Orleans. La negazione di
Dio, secondo Robertson, c’entra anche con
il terremoto di Haiti. Nell’edizione di martedì
del suo programma televisivo “The
700 Club”, visto quotidianamente da un
milione di persone, Robertson ha detto
che c’è una ragione storica a spiegare la
devastazione sismica di Haiti: nel 1791 i
suoi abitanti fecero un patto col diavolo
per liberarsi dall’oppressione francese e
da allora subiscono la maledizione di Dio.
Da due secoli, storici, predicatori, missionari,
uomini religiosi e gente comune
credono a questo patto spirituale con Sa-
tana, malgrado non sia nemmeno sicuro
che la cerimonia in questione ci sia stata.
La leggenda dell’isola dannata di Dio ovviamente
è pura fantasia, ma continua a
circolare. Come spiegare, altrimenti, che
guerre, fame, disperazione e ora il terremoto
abbiano colpito soltanto la metà haitiana
dell’isola di Hispaniola e non quella
occupata dalla Repubblica dominicana timorata
di Dio? Non c’è altra ragione che il
diavolo, secondo Robertson: “L’isola di Hispaniola
è una sola. E’ divisa perfettamente
a metà. Da una parte c’è Haiti, dall’altra
la Repubblica dominicana. La Repubblica
dominicana è ricca, in salute, un
paradiso delle vacanze. Haiti è in una situazione
di povertà disperata. Eppure è la
stessa isola”.
La tesi di Robertson è costruita intorno
all’avvio della rivolta indipendentista degli
schiavi haitiani alla fine del Settecento.
L’isola era stata spagnola e poi francese.
Gli indigeni erano stati convertiti al
cattolicesimo con la forza e sostituiti come
manovalanza dagli schiavi arrivati
dall’Africa. Nel 1791 è cominciata la rivolta
degli schiavi, terminata con la vittoria,
unico caso al mondo in cui un movimento
rivoluzionario di schiavi sia riuscito
a sconfiggere i loro proprietari, il colonialismo
e anche a costruire un nuovo
paese indipendente.
Sarebbe cominciato tutto a Bois Caïman,
nell’agosto del 1791, grazie a una cerimonia
officiata dal prete vudu Dutty
Boukman, che ha ispirato gli haitiani alla
resistenza antifrancese e ancora adesso è
presente nello spirito degli isolani. “Saremo
tuoi servitori – avrebbero detto gli
haitiani al diavolo – se ci aiuterai a liberarci
dai francesi”. La risposta del diavolo,
secondo Robertson, è stata “ok, ci sto”.
Tredici anni dopo, i francesi sono stati
davvero sconfitti, si sono rifugiati nella zona
orientale dell’isola e Haiti è diventata
indipendente.
La leggenda del patto col diavolo nasce
dalle parole attribuite al leader vudu durante
la cerimonia a Bois Caïman: “Il Dio
bianco chiede ai suoi di commettere crimini.
Il nostro Dio, invece, predica il bene.
Il nostro Dio, che è buono e giusto, ci ordina
di vendicare i torti subiti. Sarà lui a guidare
i nostri eserciti e a condurci alla vittoria.
Ci assisterà. Spetta a noi spazzare
via l’immagine dello spietato Dio dell’uomo
bianco”. Per i cattolici bianchi francesi
e per gli schiavisti di Haiti, ha scritto
Matthew Yglesias dell’Atlantic, si capisce
perché quella preghiera di Boukman sia
stata considerata un’offerta al diavolo. Loro
credevano a un solo Dio, mentre gli haitiani
parlavano di due divinità, una per i
bianchi e una per i neri e lo veneravano
durante una cerimonia vudu. Non potevano
che essere riti satanici, non potevano
che aver siglato un patto col diavolo.
Più seriamente, la rivolta degli schiavi
potrebbe avere a che fare con l’estrema
povertà di Haiti, ma per motivi più terreni.
Haiti probabilmente ha tagliato i legami
con le colonie troppo presto, rispetto
alle altre nazioni caraibiche. Altre ex colonie
francesi, come Martinica e Guadalupe,
ancora oggi contano sugli aiuti francesi
per una buona parte del proprio pil.
Un’altra spiegazione della povertà haitiana,
secondo l’economista Tyler Cowen, potrebbe
essere un altro tipo di maledizione,
quella dell’abbondanza delle risorse non
rinnovabili. Così come oggi i paesi produttori
di petrolio tendono ad avere una crescita
inferiore e dati di sviluppo peggiori
rispetto a chi ha meno risorse, tra il Settecento
e l’Ottocento anche Haiti è stata colpita
dalla maledizione dell’abbondanza.
Nel suo caso, di canna da zucchero.

Il Foglio 15 gennaio 2010

Le maledizioni dell’isola scomparsa. Per secoli l’isola è stata nell’immaginario un centro purulento di infezione morale e politica

Le piaghe di Haiti dal vomito nero ai Tonton Macute, zii orchi

Per secoli l’isola è stata nell’immaginario un centro purulento di infezione morale e politica, tra massacri ed emigrazione coatta

Quando ripartì da Saint-Domingue, la parte francese di
Santo Domingo che oggi si chiama Haiti, Paolina Bonaparte
era vedova. Suo marito, il generale della Repubblica
francese Charles Victor Leclerc, era morto sull’isola,
“più giallo di una mela gialla”. L’epidemia di febbre
gialla (detta anche vomito nero o febbre delle Antille) aveva
ucciso forse metà dei soldati francesi, generale Leclerc
in testa, mandati dal primo console Napoleone Bonaparte
a riconquistare alla Francia la neonata Repubblica di
Haiti. Nel 1802 della malattia si sapeva poco e si sapeva
nulla dei virus. Non si sospettava ancora che il vettore fosse
la zanzara che quasi un secolo dopo sarebbe stata classificata
come Aedes aegypti. Si sapeva che l’epidemia aveva
infierito quaranta anni prima a Philadelfia e ricompariva,
con diversa virulenza ma con una costanza preoccupante,
qua e là sul continente americano, da San Salvador
di Bahia alla Nouvelle Orléans. Alcuni medici ne attribuirono
l’origine agli schiavi che avevano portato la malattia
dall’Africa, altri erano convinti che derivasse da una
scimmia platirrina, originaria del Nuovo Mondo. Che l’epidemia
si presentasse un po’ dappertutto non bastò a impedire
che si formasse la convinzione che il luogo di diffusione
fossero le Antille e in particolare Haiti. Non c’era
stata una recrudescenza proprio a New Orléans, dove si
erano raggruppati in maggior numero i creoli venuti via
da Haiti per sfuggire agli eccessi della rivoluzione? Curiosamente,
ma forse non troppo, il calco di pensiero si è
ripetuto quasi identico nei primi tempi dell’insorgenza
della sindrome di immunodeficienza acquisita. Anche
per l’origine dell’Hiv si parlò di Africa e di scimmie, ma
soprattutto si raccontò di due haitiani che sarebbero stati
all’origine della diffusione del male.
Per secoli Haiti ha rappresentato nell’immaginario
una specie di piaga nell’occidente, un centro purolento
di infezione morale e politica. Era stata per la Francia
una colonia prospera e redditizia, ma la rivoluzione la
gettò nel caos. Cosa pensavano i rivoluzionari francesi
della schiavitù? Erano naturalmente contrari, in nome
dell’uguaglianza di tutti gli uomini. Ma qualcuno all’Assemblea
nazionale aveva accusato di tradimento chi ne
chiedeva l’abolizione. Non era l’abolizione della schiavitù
un’iniziativa dei nemici inglesi, per colpire l’economia
degli Stati Uniti, da poco indipendenti? Toussaint,
uno schiavo che aveva avuto la possibilità di studiare, che
si riteneva un monarchico lealista, cattolico fervente e insieme
un massone militante, organizzò un vero esercito.
Combatté per il re contro inglesi e spagnoli. Combatté
con inglesi e spagnoli, dopo la decapitazione del re.
Quando la Convenzione abolì la schiavitù, si proclamò repubblicano
e combatté contro inglesi e spagnoli. Le stampe
con l’immagine di lui a cavallo, vestito da generale
inondarono l’Europa. Riuscì nonostante i massacri e la
fuga dei coloni a rimettere in moto l’economia, fondata
soprattutto sulla produzione dello zucchero e sulla tratta
clandestina degli schiavi. Fu rapito da Leclerc con la famiglia
e mandato a morire di tisi e stenti in Francia. Leclerc
invece non tornò da Haiti.
La vendita della Louisiana agli americani e l’estrazione
dello zucchero dalla barbabietola raffreddò l’interesse
della Francia per l’isola. Le incisioni rappresentavano
ora un nuovo capo, Jean-Jacques Dessalines, sempre in feluca
piumata. Era il nuovo crudele imperatore della parte
nord dell’isola. A sud la Repubblica di Alexandre Pétion
diede a Haiti un ruolo di motore nella lotta di indipendenza
delle colonie americane dalla Spagna. A Haiti
si rifugiarono i sopravvissuti della Repubblica di Cartagena.
Da Haiti, con l’appoggio di Pétion, ripartì Simón
Bolívar per liberare le colonie. Fu l’ultimo momento di luce
nell’isola. Se mai era esistita, la vita democratica annegò
sempre più in un’economia asfittica, in un sistema di
potere autoritario in cui solo i colpi di stato permettevano
un ricambio al vertice. Tra il 1914 e il 1934 ci fu un’occupazione
diretta degli Stati Uniti, che riuscì a creare
qualche infrastruttura, ma non a eliminare il groviglio di
violenza e di superstizione che dominava l’isola. Haiti finì
per diventare un luogo notturno persino per il dittatore di
Santo Domingo Trujillo, che lanciò la “dehaitizzazione”
per sopprimere un gran numero di abitanti neri di Santo
Domingo. Proprio quando i casinò e gli alberghi di Cuba
chiudevano e la parte ispanica dell’isola di santo Domingo
godeva di un rilancio economico grazie alla voga del turismo
di massa, imperversò sull’isola un nuovo dittatore,
un medico addestrato negli Stati Uniti per combattere le
malattie croniche tropicali. Figlio di un giudice e di una
pazza, François Duvalier, più noto come Papa Doc, si prese
cura dei suoi concittadini con i Tonton Macute, gli zii
orchi, una milizia specializzata nel fare sparire oppositori
di ogni tipo. L’obiettivo era di ridurre l’intera popolazione
alla specialità locale, gli zombi, i morti viventi che
ubbidiscono ciecamente, inconsapevoli della loro condizione,
finché qualcuno non gli dà del sale. Due secoli di
massacri e di emigrazione coatta hanno asciugato l’energia
dell’isola. Non ci mancava che il terremoto.