DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Quei laicissimi roghi che il Corriere dimentica. Rino Cammilleri


Il Corsera, omaggiando il politicamente corretto, affianca il rogo del pilota giordano a quelli dell’Inquisizione, tanto per ricordare che a rosolare gli avversari ideologici hanno pensato prima i cristiani. Certo, un commento è un commento e il commentatore, anche se esperto, deve fare i conti con lo spazio che gli viene concesso. Cito: «Furono bruciati per primi gli eretici, cristiani che avevano idee un po’ diverse».

Queste «idee un po’ diverse» erano, per esempio, quelle dei catari. Che cristiani non erano affatto. E vediamole, queste “idee”. Secondo i catari la materia era stata creata da una divinità malvagia, perciò occorreva evitare che le anime (create dalla divinità buona) finissero prigioniere nei corpi (creati da quella cattiva). E come? Smettendo di procreare. Il catarismo fu un problema talmente serio che ad accendere i roghi furono prima la gente comune e poi le autorità, tanto che la Chiesa dovette intervenire per avocare a sé il problema. Cioè: in tema di religione solo la Chiesa ha la competenza necessaria nonché la misericordia occorrente affinché sul rogo non ci finisca qualche sprovveduto. Perciò creò l’Inquisizione, un tribunale di esperti teologi con tanto di garanzie che accertava che l’”eretico” fosse veramente tale e non un poveraccio tratto al catarismo da ignoranza (o paura, perché in certi luoghi i catari erano potenti e privi di scrupoli). Se l’imputato persisteva nelle sue “idee”, la Chiesa non poteva fare più nulla per lui e passava la mano all’autorità civile. La quale non intendeva permettere che, a furia di vietare la procreazione, l’umanità si estinguesse (tra l’altro, i catari proibivano il giuramento, che era la base della società feudale).

Proprio contro le “idee” dei catari san Francesco intonò il suo Cantico delle creature e a contrastarli mandò il francescano più colto e santo: sant’Antonio di Padova. Non a caso l’Inquisizione fu affidata ai nuovissimi ordini mendicanti, francescani e domenicani, i più amati dalla gente. Naturalmente, è buona norma politicamente corretta non menzionare mai gli inquisitori a cui gli eretici fecero la pelle. Andiamo avanti col commento del Corrierone. Cito ancora: «dal Duecento fino a metà del Settecento (…) una stima approssimativa calcola che i roghi delle Inquisizioni cattoliche fossero circa 20mila, mentre le condanne capitali per eresia in Inghilterra e Svizzera furono molto minori». Prendiamo per buona la cifra approssimata e ricordiamo che va spalmata su seicento anni e su Spagna, Francia, Italia, Portogallo. In Inghilterra, però, gli «eretici» erano i cattolici, e bastò un solo paio di secoli per giustiziarne sui 70mila. É vero, non erano roghi ma forca con squartamento. Quanto alla Svizzera, era meglio non avvicinarsi: lo stesso Giordano Bruno scappò.

Il commento del Corsera, bontà sua, ammette che, per quanto riguarda le streghe, i protestanti ne eliminarono molte di più dei cattolici; anzi, questi ultimi molto poche. E che il loro numero complessivo va ridimensionato di parecchio. Cose note, certo, però una stoccatina finale alle «sentenze» emanate «in nome di Gesù Cristo» riequilibra le cose, non sia mai che la Chiesa cattolica passi per buona e giusta. Aggiungiamo, noi, a beneficio dei nostri lettori, che la pena del rogo non fu un’invenzione medievale, ma era stata presa pari pari dal diritto romano (che ancora oggi si studia nelle università) e risaliva a un decreto di Diocleziano. Veniva comminata per «lesa maestà» e fu inaugurata contro i manichei. Per quanto riguarda le sentenze emanate in nome di Cristo, infine, una buona volta bisogna prendere il toro per le corna e chiedere: avete mai visto una civiltà, una sola, senza inquisizione? Socrate fu inquisito e fatto fuori dai civilissimi greci. Dei romani sappiamo (v. le persecuzioni anticristiane). Sappiamo dei Paesi musulmani di ieri e di oggi. Paesi buddhisti come la Thailandia e Myanmar salvaguardano le basi religiose (un “laico” direbbe ideologiche) delle loro società. L’India ha leggi anticonversione e tribunali appositi. Dei Paesi comunisti come Cina e Vietnam e Cuba e Corea del Nord non è il caso di parlare, perché abbiamo già visto all’opera l’impero sovietico. La Germania hitleriana e l’Italia fascista avevano, com’è noto, le loro inquisizioni. Ma ne aveva una anche il Messico del XX secolo e scusate se abbiamo dimenticato qualcuno.

Ai laicisti odierni che si rifanno ai loro antenati Illuministi ricordiamo il Comitato di Salute Pubblica e la ghigliottina per quelli che avevano «idee un po’ diverse». Oggi, a Terzo Millennio inoltrato, abbiamo leggi che sbattono in galera chi professa «idee un po’ diverse» su omosessualità e minoranze (anche animali) che l’odierno Stato ideologico ha dichiarato sacre. Morale: non esiste, né può esistere, una società che non si basi su un corpus strutturato di idee (chiamateli, se volete, valori, princìpi, religione civile) e che non lo difenda se vuole continuare a sussistere. Chi dissente può essere tollerato, ma se insiste diventa sovversivo. La nostra liberalissima Italia prevede quelli che sono a tutti gli effetti reati di opinione (legge Mancino, divieto di apologia del fascismo etc.), ma non fa altro che difendere quel famoso corpus di idee su cui si fonda. Nei secoli cristiani tale corpus era la dottrina cristiana, tutto qui. Sotto quale inquisizione sia meglio vivere lo sa chi conosce la storia. 

http://www.lanuovabq.it/


Nel giorno di Mattarella, la vita di re Baldovino


di Andrea Vannicelli

Baldovino è nato il 7 settembre
1930, secondo figlio di Leopoldo III,
che diventerà re nel 1934, e della
moglie, Astrid di Svezia. Il 29 agosto 1935,
la Regina Astrid muore in un incidente
stradale. Baldovino è profondamente
segnato da tale scomparsa: avrà per
sempre la foto della madre sul comodino.
Leopoldo III affida l’educazione dei tre
figli (Giuseppina Carlotta, nata nel 1927,
Baldovino e Alberto, nato nel 1934) ad
una giovane olandese; Baldovino le si
affeziona profondamente. Negli studi, si
rivela un ragazzo come gli altri.
Nel 1940, all’inizio della guerra, la famiglia
reale, tranne il re Leopoldo, si rifugia
in Francia, ma, dopo la capitolazione
dell’esercito belga, essa fa ritorno in
Belgio, dove si trova prigioniera dei
Tedeschi. Nel 1944, essi la deportano in
Germania, quindi in Austria. Dopo la fine
della guerra mondiale, il clima politico
non permette a Leopoldo di riprendere
le proprie funzioni, e, nel settembre
del 1945, raggiunge la Svizzera, dove
rimarrà con i figli fino al 1950. Tornato
in Belgio, un referendum gli accorda una
vasta maggioranza favorevole alla ripresa
delle funzioni reali. Tuttavia, davanti alle
sommosse cruente organizzate contro
di lui, preferisce nobilmente abdicare in
favore del figlio, piuttosto che vedere i
Belgi affrontarsi gravemente per causa
sua. Lo stupendo esempio di un Re che
si sacrifica per il suo popolo, rimarrà
profondamente impresso nel cuore di
Baldovino.
Gli inizi del suo regno
Per assicurare la transizione, Leopoldo
III continua a regnare per un anno, e il
16 luglio 1951, Baldovino diventa Re.
Accetta la carica per dovere. Timido, senza
esperienza, conserva un’imperturbabile
serietà in qualsiasi circostanza e esita
a prendere quell’indipendenza di cui
avrebbe bisogno. Questi difetti dell’inizio
del suo regno non sono dovuti ad una
mancanza di carattere; Baldovino ha una
forte personalità e non esita a manifestare
le proprie convinzioni. Ma deve scoprire a
poco a poco il ‘mestierè di Re.
Il suo primo viaggio nel Congo, allora
colonia belga, nel maggio-giugno 1955, è
rivelatore. Accolto da una folla esuberante
e traboccante di entusiasmo, abbandona il
suo abituale riserbo e non esita a pagare di
persona. Di ritorno in Belgio, più fiducioso
nelle proprie capacità, sfoggia un sorriso
che conquista i suoi compatrioti. Quattro
anni dopo, si reca negli Stati Uniti. La sua
giovinezza ed il suo fascino conquistano
gli Americani ed il successo del viaggio è
totale.
Un giorno di febbraio del 1960, Baldovino
passeggia nel parco del castello reale di
Laeken, vicino a Bruxelles, in compagnia
di Monsignor Suenens, che diventerà
Arcivescovo di Malines e Cardinale.
La conversazione è confidenziale, non
protocollare. Nel corso della passeggiata,
viene evocata, come per caso, la città
francese di Lourdes. Il prelato suggerisce
allora al Re di recarvisi, un giorno, in
incognito, e di mescolarsi alla folla dei
pellegrini: «Ma, risponde il Re, torno
appunto da Lourdes: ci ho passato la
notte in preghiera nei pressi della Grotta,
ed ho affidato a Nostra Signora di Lourdes
l’incombenza di risolvere il problema del
mio matrimonio».
Fidanzamento e matrimonio
Il fidanzamento ufficioso fra il Re
Baldovino e Fabiola si svolge a Lourdes,
l’8 luglio 1960. «Quel che mi piace di
più in lei, dirà il Re, è la sua umiltà, la sua
fiducia nella Santissima Vergine e la sua
trasparenza... So che essa sarà sempre
un grande incentivo ad amare sempre
più Dio». Il matrimonio sarà celebrato
il successivo 15 dicembre. Per parecchi
anni, la speranza di avere figli rimane
molto vivace nel cuore dei coniugi reali.
Ma, col passar del tempo, capiscono che
non ne avranno. «Ci siamo interrogati sul
senso della nostra sofferenza, confessa
un giorno il Re; a poco a poco, abbiamo
capito che il nostro cuore era più libero
per amare tutti i bambini, assolutamente
tutti i bambini».
In occasione del venticinquesimo
anniversario dell’accessione al trono,
nel 1976, il Re crea la «Fondazione
Re Baldovino» il cui scopo è quello di
prendere «qualsiasi iniziativa tendente
al miglioramento delle condizioni di vita
della popolazione, pur tenendo conto
dei fattori economici, sociali, scientifici e
culturali che influenzeranno l’evoluzione
del paese negli anni futuri». Chiederà alla
fondazione di abbordare argomenti quali
la tratta delle donne, i problemi carcerari,
l’accesso alla giustizia, i maltrattamenti
sessuali relativi ai bambini, ecc.
Il suo amore per quei bimbi che non
poté avere
Nel 1979, i Sovrani ricevono a Laeken
settecento bambini. In un angolo, c’è un
gruppo di bambini handicappati, di cui
parecchi mongoloidi. «Porto un piatto
pieno di caramelle ad una piccola che
riusciva difficilmente a controllare la
sua mano, racconta il Re. Con immense
difficoltà, riesce ad afferrare una
caramella, ma, con mia grande sorpresa,
la dà ad un altro bambino. Per un bel
po’, senza mai tenersene neppur uno, ha
distribuito i confetti a tutti i bambini sani
che la guardavano sbalorditi... Che mistero
d’amore in questi esseri fisicamente
deformati...».
Per concludere il ricevimento, il Sovrano
pronuncia un breve discorso per i giovani
ascoltatori: «Il mondo ha bisogno d’amore
e di gioia. Voi siete capaci di darli. È presto
detto, ma è una cosa molto difficile.
Bisogna esercitarsi e ricominciare tutti
i giorni. Facendolo, vedrete cambiare le
cose attorno a voi, per esempio, aiutando
i vostri genitori, esprimendo loro il vostro
affetto, li renderete più felici, darete loro
voglia di fare la stessa cosa fra di loro e nei
riguardi di altre persone. E così, un po’ alla
volta, i rapporti fra la gente diventeranno
migliori. Provate, perseverate nello
sforzo di amare attraverso gli atti. Non
scoraggiatevi mai. Se lo farete, ve lo
ripeto, vedrete cambiare perfino la faccia
delle persone attorno a voi, e, tutte le
sere, proverete nel cuore una grande
gioia. Diventate costruttori d’amore».
La preghiera occupa il primo posto
nell’orario del Re. Vi si dedica
abitualmente all’inizio della giornata.
L’aridità spirituale non lo risparmia: «Era
quasi sempre difficile, scriverà, rimanere
immobile a contemplare Dio nel silenzio e
l’aridità della fede». La Messa quotidiana
è per lui il momento privilegiato della
giornata. In tutti i paesi del mondo, in cui
lo conduce la sua carica, chiede che si
trovi un sacerdote per celebrarla. Vive al
ritmo della liturgia, annotando sull’agenda
un pensiero tratto dai testi della Messa. Si
accosta regolarmente al sacramento della
Penitenza e parte spesso con la Regina per
un fine settimana di ritiro spirituale.
Una vita spesa per la gloria di Dio
Il colloquio con il Signore, che costituisce
la sua preghiera, lo aiuta ad esser attento
alle persone che incontra. Scrive: «Oggi,
proverò ad essere particolarmente
attento a tutti coloro che il Signore
metterà sulla mia strada... Dio non ci
domanda di essere periti tecnici nei
campi più diversi, dalla musica alla
politica, ma, guidati dal suo Spirito, di
amare gli uomini con il suo Amore, di
guardarli con i suoi occhi, di ascoltarli
con i suoi orecchi, di parlar loro con le
sue parole. Signore, noi, io e Fabiola,
lo desideriamo, con tutta la nostra
anima». È così che vede le sue funzioni
di Re. Per conoscere la volontà di Dio
nella sua attività quotidiana, invoca lo
Spirito Santo: «Come devo comportarmi?
Spirito Santo, non lasciarmi neanche un
attimo, te ne supplico. Sii la mia forza,
la mia saggezza, la mia prudenza, il
mio umorismo, il mio coraggio, la mia
dialettica. Mi sento talmente sprovveduto
di linguaggio! D’altro canto, so che
hai bisogno della mia debolezza per
manifestare la tua gloria... Penso troppo
spesso alla missione che mi hai affidata e
per la quale sono nato. Dimentico troppo
spesso che esisto prima di tutto per
Te, per adorarTi, per contemplarTi, per
amare tutti coloro che Tu metti sulla mia
strada».
La vita spirituale del Re lo sostiene e lo
stimola nelle funzioni governative, ed
egli segue da vicino gli affari del Paese.
Conscio dei limiti che la Costituzione
impone al suo potere, esercita un’influenza

sulla vita politica più attraverso consigli e
avvertimenti che attraverso decisioni. Per
questo, s’informa precisamente su tutti
gli argomenti, interrogando direttamente
persone competenti che riceve in
udienza. Annota metodicamente su un
quaderno l’essenziale dei colloqui. I pareri
che dà poi ai suoi collaboratori sono
apprezzati: «Ha più informazioni di noi,
confessa uno di loro. È pertanto evidente
che lo ascoltiamo e che, spesso, seguiamo
i suoi consigli». Il Re completa le sue
informazioni attraverso numerose visite
in tutto il Paese, nel corso delle quali
incontra la più vasta gamma possibile
di persone: uomini e donne di tutte le
tendenze politiche ed ideologiche. Tutti
i suoi viaggi, in Belgio o all’estero, tutti
i discorsi, sono oggetto di un’accurata
preparazione. Legge le opere che gli
consigliano i collaboratori ed esamina
minuziosamente i fascicoli che gli
presentano, non abbandonando nulla al
caso. Benché abbia il dono di distinguere
l’essenziale dall’accessorio, non trascura i
particolari.
La mattina del 4 aprile 1990, una
notizia inaudita viene trasmessa alla
radio: il Belgio non ha più Re! Avendo
Baldovino rifiutato di firmare la legge
che autorizzava l’aborto provocato, il
governo ha dichiarato che egli si trovava
nell’impossibilità di regnare. Il 29 marzo,
il Parlamento aveva votato una legge che
autorizzava l’aborto provocato, legge già
accolta favorevolmente dal Senato il 6
novembre precedente. Ora, secondo la
Costituzione belga, nessuna legge così
votata dalle Camere può esser promulgata
senza aver ricevuto la firma del Re.
Scelte talvolta dolorose
Nelle nostre società, sembra che il voto
di una maggioranza non vada discusso, e
che sia sufficiente per rendere legittima
una legge. Nella sua enciclica Evangelium
vitæ, pubblicata il 25 marzo 1995,
Giovanni Paolo II ricorda che il voto
democratico non costituisce un assoluto:
«In ogni caso, nella cultura democratica
del nostro tempo si è largamente diffusa
l’opinione secondo la quale l’ordinamento
giuridico di una società dovrebbe limitarsi
a registrare e recepire le convinzioni della
maggioranza [...] In realtà, la democrazia
non può essere mitizzata fino a farne un
surrogato della moralità o un toccasana
dell’immoralità [...] Il suo carattere ‘moralè
non è automatico, ma dipende dalla
conformità alla legge morale a cui, come
ogni altro comportamento umano, deve
sottostare» (nn. 69-70). Il Re Baldovino si
trova nella situazione che Giovanni Paolo
II descriverà nella precitata enciclica:
«L’introduzione di legislazioni ingiuste
pone spesso gli uomini moralmente
retti di fronte a problemi di coscienza in
materia di collaborazione in ragione della
doverosa affermazione del proprio diritto
di non essere costretti a partecipare ad
azioni moralmente cattive. Talvolta le
scelte che si impongono sono dolorose
e possono richiedere il sacrificio di
affermate posizioni professionali o
la rinuncia a legittime prospettive di
avanzamento nella carriera» (n. 74).
Baldovino sa che, rifiutando di firmare,
si espone all’incomprensione di molti
suoi concittadini il cui senso morale è
affievolito, e rischia addirittura di dover
rinunciare al trono.
Ora, la legge sull’aborto votata dal
Parlamento belga è in contraddizione
con il bene espresso dalla legge di Dio.
«Infatti, Dio, padrone della vita, ha
affidato agli uomini l’altissima missione
di proteggere la vita: missione che deve
essere adempiuta in modo umano. Perciò
la vita, una volta concepita, deve essere
protetta con la massima cura; e l’aborto
come l’infanticidio sono abominevoli
delitti» (Gaudium et spes, n 51).
Il rispetto della vita del nascituro è un
principio sacro e universale: «Il bambino,
aveva dichiarato il Re Baldovino qualche
mese prima, per via della sua mancanza
di maturità fisica ed intellettuale, ha
bisogno di una protezione speciale,
di cure speciali, in particolare di una
protezione giuridica appropriata, prima
e dopo la nascita». Sapendo che dovrà
render conto a Dio delle sue decisioni,
Baldovino scrive al Primo Ministro Wilfried
Martens la seguente lettera: «Signor
Primo Ministro, In questi ultimi giorni ho
potuto manifestare a numerosi esponenti
politici la mia grande preoccupazione
circa il progetto di legge relativo
all’interruzione di gravidanza. Questo
testo sta per essere votato alla Camera,
dopo esserlo stato al Senato. Mi rincresce
che non sia stato raggiunto un accordo
fra le principali forze politiche su un
argomento così fondamentale. Questo
progetto di legge suscita in me un grave
problema di coscienza. Temo infatti che
esso venga recepito da una gran parte
della popolazione come un’autorizzazione
ad abortire durante le prime dodici
settimane dopo il concepimento. Nutro
anche una serie di preoccupazioni circa
la disposizione secondo la quale l’aborto
potrà essere praticato al di là delle
dodici settimane se il nascituro è affetto
“da una menomazione di particolare
gravità e riconosciuta come incurabile al
momento della diagnosi”. Si è meditato
come tale messaggio sarebbe recepito
dagli handicappati e dalle loro famiglie?
In sintesi, temo che questo progetto porti
a una sensibile diminuzione del rispetto
della vita nei confronti dei più deboli.
Comprenderete, dunque, perché io non
voglio essere coinvolto in questa legge.
Ritengo che firmando questo progetto
di legge e dimostrando nella mia qualità
di terzo ramo del potere legislativo
il mio accordo con questo progetto,
assumerei inevitabilmente una certa
corresponsabilità. E questo non posso
farlo, per i motivi sopra esposti. So che
agendo così non scelgo una strada facile
e che rischio di non essere capito da un
buon numero di concittadini. Ma è la sola
via che in coscienza posso percorrere.
Chiedo a quelli che si stupiranno della
mia decisione: «Sarebbe normale che
io fossi il solo cittadino belga costretto
ad agire contro la propria coscienza in
una questione essenziale? La libertà di
coscienza vale per tutti, salvo che per
il re? Capisco peraltro molto bene che
non sarebbe accettabile che, a causa
della mia decisione, venisse bloccato il
funzionamento delle nostre istituzioni
democratiche. Per questo invito il
Governo e il Parlamento a trovare una
soluzione giuridica che concili il diritto
del re a non essere obbligato ad agire
contro coscienza con la necessità del
buon funzionamento della democrazia
parlamentare. Vorrei terminare questa
lettera sottolineando due punti importanti
sul piano umano. La mia obiezione di
coscienza non vuole esprimere alcun
giudizio sulle persone che sono favorevoli
al progetto di legge. D’altra parte, la
mia decisione non significa che io sia
insensibile alla situazione molto difficile e
talvolta drammatica con la quale alcune
donne devono confrontarsi. Vi chiedo,
signor Primo Ministro, di rendere nota
questa lettera, nei modi che riterrete più
opportuni, al Governo e al Parlamento».
Di fronte a questa crisi politica e
istituzionale, il Governo belga si riunisce
e escogita, dopo febbrili trattative,
una scappatoia giuridica, appellandosi
all’articolo 82 della Costituzione. Esso
prevede che «qualora il re si trovi
nell’impossibilità di assolvere le sue
funzioni di Capo dello Stato», il Governo
stesso può farne le veci. La pratica e la
dottrina avevano finora individuato due
casi in cui applicare quella norma: la
prima volta, per la malattia grave e per
la privazione di libertà personale. Questo
secondo caso si era verificato nel 1940,
quando il Governo aveva esautorato
Leopoldo II, arresosi ai tedeschi e da loro
imprigionato. Nel caso di Baldovino i
termini sono però diversi: il Governo
parla stavolta di ‘impossibilità
moralè, perché la sua coscienza
gli impedisce di compiere il
dovere costituzionale di firmare
le decisioni parlamentari in
materia di aborto. Baldovino
viene quindi sospeso dalle
sue funzioni per la giornata di giovedì 4
aprile 1989 e fino alle ore 15 del giorno
successivo. Venerdi’ 5 aprile alle ore 15
le due Camere riunite in seduta plenaria,
con 245 sì e 93 astensioni, restituiscono
al monarca i suoi poteri, ponendo fine
allo stato di emergenza. Al di là della
sostenibilità tecnica e giuridica, la
soluzione elaborata avrà permesso di
rispettare il valore delle posizioni morali
del re, il suo diritto all’obiezione di
coscienza, senza però aprire un conflitto
politico e istituzionale che sarebbe stato
lacerante per il Belgio.
Cercare la verità, sulla via della santità
Questo nobile rifiuto è il coronamento di
una lunga ascensione, spesso dolorosa,
sulla via della santità. La fedeltà ai doveri
del proprio stato nelle azioni ordinarie ha
preparato il Re a quest’atto esemplare
che manifesta una coscienza retta,
perfettamente docile alla voce di Dio.
«La coscienza – scrive san Bonaventura
– è come l’araldo di Dio e il messaggero,
e ciò che dice non lo comanda da se
stessa, ma lo comanda come proveniente
da Dio, alla maniera di un araldo quando
proclama l’editto del re. E da ciò deriva
il fatto che la coscienza ha la forza
di obbligare» (vedi Giovanni Paolo II,
Enciclica Veritatis splendor, 6 agosto 1993,
n. 58). «Certamente, per avere una ‘buona
coscienza’ (1Tm 1, 5), l’uomo deve cercare la
verità e deve giudicare secondo questa stessa
verità. […] La Chiesa si pone solo e sempre
al servizio della coscienza, aiutandola a non
essere portata qua e là da qualsiasi vento
di dottrina secondo l’inganno degli uomini
(cfr. Ef 4,14), a non sviarsi dalla
verità circa il bene dell’uomo,
ma, specialmente nelle
questioni più difficili,
a raggiungere
con sicurezza
la verità e a
r ima n e r e
in essa»
(Ibid., nn.
62 e
64).
Rispondendo
alla lettera del
Re, e per uscire dal
vicolo cieco in cui
si trova il governo,
il Primo Ministro fa
appello ad un articolo
della Costituzione belga che
prevede che il Re possa, in casi
estremi, trovarsi nell’impossibilità
di regnare. Il 3 aprile, il Consiglio dei
Ministri constata che, nella presente
situazione, tale impossibilità è reale. Lo
stesso Consiglio agisce allora come se
non ci fosse più il Re, e promulga la
legge rifiutata da Baldovino. Ma
perché il Re sia reintegrato
nelle sue funzioni, si
rende necessario
un voto del
C a m e r e
riunite. Il
5 aprile, il
voto del
Parlamento
permette a
Baldovino di
riprendere il
suo posto di
Capo dello
Stato.
Il Re
reintegra dunque le sue funzioni al servizio
del paese; ma, da dieci anni ormai, la sua
salute si è deteriorata ed egli sente che
la morte si avvicina. Nel 1991 e nel 1992,
subirà due interventi chirurgici, di cui uno
a cuore aperto. Il 21 luglio 1993, giorno
della festa nazionale, si rivolge ai suoi
concittadini e, poco dopo, lascia il Belgio
per recarsi in Spagna a riposarsi. La sera
del 31 luglio, si installa sulla terrazza della
dimora. Verso le 21, la Regina lo chiama
per la cena. Non ottenendo risposta, gli
si avvicina e lo trova accasciato nella
poltrona, fulminato da una crisi cardiaca.
In occasione dei funerali, una folla
notevole va a manifestare l’attaccamento
alla sua persona, e poveri fra i più poveri
testimoniano quanto il cuore fraterno
del Re fosse stato vicino alle più grandi
miserie umane.
Il Re Baldovino «aveva un segreto: era il
suo Dio, che amava follemente e da cui
era tanto amato. Sotto il fogliame delle
attività pubbliche e politiche, scorreva una
sorgente tranquilla e nascosta: era la sua
vita in Dio... Mentre il Re serviva gli uomini,
non cessava di pensare a Dio. In ogni viso
umano che gli si presentava, ravvisava il
viso di Cristo» (Cardinale Danneels, Omelia
per i funerali del Re Baldovino, 7 agosto
1993). Papa Giovanni Paolo II l’ha definito
«Re esemplare» e «fervente cristiano».
La Chiesa cattolica ha aperto un fascicolo
per la sua eventuale beatificazione presso
la Congregazione per le cause dei santi.

La Croce 3 febbraio 2015


Così l’utopia della civilizzazione ci sta preparando un posto nel letamaio della Storia



Luigi Amicone

Dove nascondere una foglia se non in un bosco? In un poco conosciuto racconto di Chesterton ripubblicato anni fa da questo giornale, si narra di un generale che per nascondere un omicidio promuove una guerra. Stiamo celebrando il centenario della Prima Guerra Mondiale. «Inutile strage», come la definì papa Benedetto XV, che provocò 16 milioni di morti. Per il grande storico François Fejtö si trattò allora di nascondere nel bosco di un grande macello l’obiettivo (la foglia) dell’eliminazione dell’impero austro-ungarico. Che da vecchio e acciaccato erede dell’Europa cristiana, resisteva all’utopia massonico-illuminista del “Progresso”.
Ma la vita umana, la vita di un uomo e di 16 milioni di esseri umani, possiede un senso e uno scopo oltre il “Progresso”?
L’utopia del Progresso nega ogni libertà della creatura in rapporto al suo Creatore, l’Eterno, Dio; trasferisce l’eterno nel tempo, ha come idolo la scienza, come strumento la violenza, come fede il futuro. Progresso è anche sinonimo di civilizzazione e l’utopia del califfato mondiale islamico sembra in contrasto con questa visione. In realtà, non soltanto il jihadista si nutre delle stesse piattaforme (digitali, geopolitiche, finanziarie, armi) che fanno da tessuto connettivo a tutte le rivoluzioni postmoderne, ma è un altro aspetto della medesima civilizzazione che genera funzioni e ombre.
Nikolaj Berdjaev, grande filosofo russo di inizio Novecento che cominciò l’attività intellettuale abbracciando il marxismo e finì cacciato in esilio da Lenin perché grazie all’incontro con Solov’ev passò al realismo religioso, ci ha profetizzato fin dal 1922 il nostro destino. «Civilizzazione significa che ogni istante, ogni esperienza, è soltanto un mezzo per accelerare i processi della vita lanciati verso una cattiva infinità, è rivolto all’onnivoro vampiro del futuro, di una futura potenza e una futura felicità. Il “borghesismo” è esattamente il regno civilizzato di questo mondo, la volontà civilizzata di potenza organizzata e di godimento di vita che non ama l’eternità».
Tanti anni fa, in un sobborgo di Gerusalemme, chi scrive si imbatté in una vecchissima suora cattolica che con altre consorelle reggeva un asilo frequentato quasi solo da musulmani. «Da bambina, quando per la prima volta vidi un cadavere, pensai: “Ma se questa è la vita, perché aspettare la morte e non darsi subito a Dio?”. Ed entrai in convento da bambina». Tutto il mondo distratto si lascia civilizzare per finire nel letamaio della “Storia”. Tutte le chiese parlano di Dio con la bonarietà e l’abitudinarietà della dimenticanza. E frustrati come sono dall’utopia civilizzata che li sovrasta, uomini e donne di tutte le chiese sempre più spesso trovano uno scopo alla loro vita (oltre che un onesto mestiere e uno stipendio) nell’assecondare lo spirito borghese. Anch’essi non sono che funzioni e ombre della civilizzazione. Mentre tu capisci che risorge l’uomo reale in chi vede che ogni cosa è intrisa di morte e agisce facendosi sovrastare dalla ricerca di Dio.

Tempi.it 

Nella mente dei khmer rossi


Avvenire 
by Lorenzo Fazzini


«Solo più tardi ho saputo che la maggior parte di coloro che transitavano dal mio ufficio finivano i loro giorni nel S-21 (il famigerato lager di Phon Phem, ndr)». Ordinarietà di un genocidio. Il più sanguinoso di tutta la storia. Un terzo della popolazione cambogiana fu sterminato nell’arco di soli 4 anni, da quel 17 aprile 1975 quando le truppe di Pol Pot conquistarono il potere in quella che fu celebrata (purtroppo anche in Occidente) come la Kampuchea democratica, "paradiso" proletario per generazioni di intellettuali "democratici". Un milione e mezzo di persone, su poco più di 4 milioni di abitanti, sacrificate sull’altare di nozioni come "lotta di classe", "dittatura del proletariato" e altri diktat di marca marxista-leninista. 

Ora, per la prima volta, la genesi e la "normalità" del genocidio cambogiano è descritto nel suo formarsi, nel suo accrescere e nel suo svolgere da una voce interna. A farlo è Suong Sikoeun, intellettuale asiatico che militò nelle forze khmer, anzi fu il "megafono" della propaganda di Pol Pot quando nel 1977 al ministero degli Affari Esteri - denominato B-1, in stretto linguaggio burocratico-comunista - fu incaricato della sezione "stampa", precipuamente dell’Agence Kampuchéa d’Information. Fu così, en passant, che Suong - che ha da poco pubblicato in Francia le sue poderose memorie, Itinéraire d’un intellectuel khmer rouge (Cerf, pp. 540, euro 35) - ebbe a che fare con Oriana Fallaci, la celebre inviata italiana, e Tiziano Terzani, la prima "insistente" nel cercare un’intervista con Ieng Sary, numero due del regime; il secondo autore di una memorabile intervista allo stesso per il settimanale L’Espresso. Nella quale lo stesso Ieng -  nota bene: il mattatoio ordito da Pol Pot per "purificare" il popolo da tutti gli elementi borghesi era già in atto - qualificava "l’esperienza rivoluzionaria cambogiana" come "senza precedenti". 

Ma torniamo a Suong e al suo itinerario all’interno del comunismo orientale. L’apprendistato di salsa marxista avviene per lui, come per altri, a Parigi, santuario degli studenti cambogiani, dove una serie di insegnanti universitari introducono quella che domani sarà un domani l’elite dello sterminio asiatico ai concetti della Rivoluzione del 1789 coniugati all’esperienza comunista. Confessa Suong: «Per quel che mi riguarda, vi è stato un lento processo che risale agli anni ’50 in cui, mentre ero alle superiori, mi sono esaltato per la Rivoluzione francese di cui feci miei gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità. 

Questa influenza è stata rafforzata dal mio arrivo in Francia per l’università. Nel corso degli anni mi sono gettato a peso morto nelle attività e nei dibattiti politici, attraverso riflessioni personali approfondite, si è formato a poco a poco nel mio spirito un amalgama di concetti che mi ha condotto alla convinzione che solo una rivoluzione violenta, condotta per un manipolo di militanti devoti e risoluti, intimamente legati alle masse, sotto la direzione del Partito marxista-leninista, potesse mettere un termine ai mali di cui soffriva il mio Paese e il mio popolo: dominazione straniera, oppressione feudale e ingiustizia sociale». Ancora: «Ho letto con avidità tutto quello che riguardava sulla Rivoluzione francese, con preferenza per i giacobini e il suo capo, Robespierre, che era il mio eroe e il mio idolo. Mi sono convinto all’idea di una trasformazione della società con il metodo rivoluzionario e la necessità di una dittatura proletaria». 

Suong dà così ragione direttamente al compianto cardinale di Parigi Jean-Marie Lustiger il quale nel suo libro-intervista (La scelta di Dio, Longanesi) indicava nel mix Rivoluzione del ’89-marxismo - di cui era imbevuta una certa cultura francese del Novecento - la responsabilità di aver "armato" la pistola del genocidio cambogiano: «Abbiamo saputo più tardi che un futuro braccio destro di Pol Pot faceva parte di uno dei gruppi estremisti dell’Ecole Normale di Parigi», attivi durante il ’68 francese.

Non mancano, nelle pagine di Suong, racconti di fatti e curiosità quotidiane in salsa polpotiana: negli uffici dei ministeri non si potevano usare i ventilatori anti-caldo, "pratica borghese", sebbene ci fossero tutti gli strumenti del caso; la famiglia veniva "rieducata", i genitori perdevano il diritto di educazione verso i figli (terribile l’aneddoto per cui la seconda figlia di Suong, vedendo il padre insieme al fratello, indica a questo la presenza "di suo padre", distanziandosi così dal genitore secondo le direttive del Partito); nessuna possibilità di celebrare delle feste, addirittura i matrimoni veniva combinati dai responsabili del Partito; e seguendo il celebre detto della Fattoria degli animali, anche nella Cambogia proletaria vi era qualcuno "più uguale degli altri": i membri del Comitato centrale del Partito ricevevano 3 pasti al giorno, i cittadini normali dovevano far meno della colazione. 

Lo stesso Suong, al culmine della propria fede nel comunismo, non aveva esitato a pensare di dare un nome "sovietico" alla primogenita, chiamandola Néva in onore del fiume che attraversava Leningrado. Poi, però, quando l’Urss aveva cambiato atteggiamento verso l’esperienza rivoluzionaria cambogiana, anche la piccola mutò nome. 

Eppure, una domanda serpeggia nel racconto di Suong, e talora affiora in superficie nel racconto dell’interessato: come è potuto succedere che una persona all’interno della stessa classe politica ai massimi livelli del regime non si sia potuta accorgere della strage, tanto massiccia, quanto invisibile, che Pol Pot metteva in atto? «Perché non ci siamo accorti di niente? È certo che il sistematico lavaggio del cervello combinato ad una psicosi della paura ci ha resi muti e ciechi. Da qui, a parlare di lassismo e complicità, il limite è aleatorio. Nessuno, tra di noi, ha avuto il coraggio di riconoscerlo». 

Eppure qualche avvisaglia un politico ed esperto come Suong (che ha girato il mondo, in nome della rivoluzione perfetta alla Pol Pot) poteva averlo. Ma, è lui ad ammetterlo, «ho preferito chiudere orecchi e occhi». Come quando, nel 1977 un contrattempo durante un viaggio con gli ambasciatori di Thailandia e Svezia lo costringe a fermarsi per strada. La delegazione si vide avvicinata da una bimbetta malnutrita che chiedeva di esser portata a vivere a Phnom Penh. «Per convincerci iniziò a raccontare la vita che faceva nella cooperativa locale. Con un lavoro molto duro e un solo pasto di riso al giorno, non le era possibile sopravvivere. E lei non ci poteva mentire visto il suo aspetto di malnutrizione avanzata e di grande malessere fisico». Ma si sa, l’ideologia rende ciechi anche di fronte all’evidenza. E allora a Suong non resta che ammettere: «La Rivoluzione è morta. Abbasso la Rivoluzione!».

Avvenire


Come il medioevo chi ha regalato gli ospedali

Dal sito Recensioni & Storia.it 12 aprile 2011

“E’ ancora materia di dibattito se si possa dire che nell’antica Grecia e nell’antica Roma siano esistite istituzioni che somigliassero agli ospedali come li intende l’età moderna… Tutto fa pensare che sia stata la Chiesa ad aprire la strada alla fondazione di istituzioni fornite di medici che facessero diagnosi e prescrivessero rimedi, e dove fossero presenti anche mezzi di cura.” A tali conclusioni giunge lo storico americano Thomas E. Woods Jr. nel suo volume “Come la Chiesa cattolica ha costruito la civiltà occidentale”, tradotto e pubblicato in Italia da Cantagalli (Siena, 2007, pagg. 270).


Secondo Woods già nel IV secolo la Chiesa iniziò a promuovere la costituzione di ospedali su larga scala, al punto che quasi ogni città principale si trovò ad averne uno. In origine questi ospedali offrivano ospitalità agli stranieri, ma all’occasione si prendevano cura dei malati, delle vedove, degli orfani e dei poveri in genere.

Woods nel suo libro cita lo storico della medicina Fielding Garrison, il quale osserva che prima della nascita di Cristo l’atteggiamento degli uomini verso la malattia e le situazioni difficili della vita non era ispirato alla compassione: il merito di aver dato sollievo su vasta scala alla sofferenza umana è proprio del cristianesimo.

Uomini e donne dei primi secoli (spesso annoverati fra i Santi che la Chiesa venera) istituirono centri di accoglienza assimilabili ai nostri ospedali; ma come al solito furono i monasteri a svolgere un ruolo importante nella cura dei malati. L’Autore ricorda che in seguito alla caduta dell’Impero romano i monasteri gradualmente diventarono luoghi in cui si offrivano cure mediche organizzate che per molti secoli in Europa non furono disponibili altrove.

Per migliorare l’assistenza sanitaria e specialistica, tra il V e il X secolo i monasteri diventarono anche sedi di studio di dottrina medica. Oltre ai monasteri, nel corso del Medio Evo si distinsero per la cura degli ammalati anche i grandi ordini cavallereschi e militari impegnati nelle crociate. Uno di questi ordini, i Cavalieri di San Giovanni, non a caso noti come “gli Spedalieri” e più tardi divenuti Cavalieri di Malta, lasciarono un’impronta significativa nella storia degli ospedali europei.

La loro sede principale fu fondata a Gerusalemme intorno al 1080 in funzione dei pellegrini poveri ed ammalati. Quando Gerusalemme fu riconquistata dai Crociati nel 1099, l’ospedale di San Giovanni grazie alle donazioni dei fedeli crebbe fino a diventare un centro di assistenza di prim’ordine.

Lo stesso Goffredo di Buglione, appena entrato in Gerusalemme, volle visitare l’ ospedale e ne restò tanto edificato che fece ad essi copiose donazioni. I cronisti del tempo riferiscono che la struttura disponeva di un migliaio di letti per la degenza, ma molti di più erano i sofferenti e i poveri che vi potevano trovare cure ed accoglienza. L’articolo 16 di un codice che riguardava l’amministrazione dell’ospedale recitava: “Come i nostri signori ammalati dovrebbero essere ricevuti e serviti”…

Thomas E Woods, Come la Chiesa cattolica ha costruito la civiltà occidentale - Cantagalli, Siena 2007, pagg. 270


Così la sinistra aprì la strada a Franco

Di Francesco Agnoli


Da un po' di tempo Paolo Mieli, storico e laico e di sinistra, sul Corriere, affronta temi coraggiosi, con un certo spirito anticonformista. Martedì 17 maggio, per esempio, ha spiegato bene come la vera storia della guerra civile spagnola sia ancora da scrivere, e come in realtà la sinistra comunista abbia fatto di tutto per permettere a Franco l'ascesa.

Come successe, del resto, in Italia, dove senza il bienno rosso e le agitazioni comuniste, il fascismo non sarebbe mai decollato.

Nel suo lungo articolo di recensione al libro di G. Ranzato, Mieli sottolinea tra le altre cose l'odio della sinistra verso la Chiesa:

"Quarto e più drammatico errore delle sinistre fu il loro atteggiamento nei confronti della Chiesa. Anche qui non furono assenti colpe della Chiesa stessa. «In nessun altro Paese dell' Europa occidentale - scrive Ranzato - la Chiesa era così insensibile alle aspirazioni di emancipazione delle classi subalterne, così irrigidita in una visione del mondo basata su gerarchie sociali immutabili, così ostinata nell' opporre le sue opere di carità a "pretese" e diritti dei lavoratori, così incapace di rimonta rispetto a quel processo di "apostasia delle masse" che da tempo andava ridimensionando il suo ascendente sul popolo». Ma, a fronte di tutto ciò, le sinistre spagnole misero in atto contro la Chiesa «una vera e propria persecuzione religiosa».

Il 17 marzo Manuel Azaña così scriveva al cognato: «Ho perso il conto delle località in cui hanno bruciato chiese e conventi». Allo scoppio della guerra civile erano ben 239 i luoghi di culto dati alle fiamme. E in più si ebbero, ad opera delle sinistre, roghi di quadri confessionali precedentemente accatastati nelle piazze; violazione dei tabernacoli e delle ostie consacrate, che erano state sparse a terra per essere calpestate; disseppellimento dei cadaveri di parroci e vescovi; tassazione dei funerali cattolici (talvolta impedimento alla loro stessa celebrazione); divieto per i simboli cristiani sulle tombe; proibizione della processione pasquale; equiparazione della Settimana Santa a una «riunione clandestina» con conseguenti arresti; impedimento delle prime comunioni dei bambini; cani lasciati liberi di scorrazzare nelle città con un crocifisso al collare. «Non occorre essere credenti - puntualizza Ranzato - per sentire e capire quanto dolore e quanto risentimento provocassero queste ferite alle coscienze religiose, cui spesso si accompagnarono altre grandi e piccole vessazioni, come il divieto o la tassazione delle immagini esposte nella pubblica via, o dei rintocchi di campana».

Purtroppo questo virus contagiò in qualche modo anche esponenti della cultura liberale. Già all' inizio degli anni Trenta alcuni tra i massimi intellettuali del Paese - in testa José Ortega y Gasset - diedero alle stampe, su «El Sol», un documento in cui condannavano sì l' incendio delle chiese, ma aggiungevano che gli autori di quei misfatti, se ispirati da autentici sentimenti democratici, anziché bruciare quegli edifici, avrebbero dovuto «utilizzarli per fini sociali».

«Questo suggerimento - chiosa l' autore - che in sostanza equivaleva anch' esso a una negazione della libertà di culto, soltanto meno cruenta, non solo fu diffusamente seguito nel corso della guerra civile, quando molte chiese furono destinate agli usi più diversi (magazzini, garage, mense, scuole, cantine), ma in diverse località cominciò a essere tradotto in pratica già nei mesi che la precedettero». Inoltre «forse più degli atti vandalici contro gli edifici e i simboli religiosi colpisce la quasi inesistenza di un' opera di prevenzione e di repressione contro di essi». Cosa che provocò il passaggio dalla parte di Franco di «legioni di cattolici incolleriti dalle fiamme delle loro chiese».

E fu, poi, la «leggenda delle caramelle avvelenate». Nei mesi che precedettero il pronunciamento di Franco si diffuse la voce (ovviamente infondata) che suore e dame cattoliche andavano distribuendo tra i bimbi bonbon letali che avevano già prodotto un' ecatombe di bambini. Il deputato monarchico Juan Antonio Gamazo denunciò alle Cortes che una folla aveva aggredito monache e pie donne giudicate sospettate di aver provveduto a quegli avvelenamenti; misfatto per il quale le insegnanti di un istituto religioso erano state quasi linciate. Il deputato socialista Alvarez Angulo così rispose a Gamazo: «La colpa è vostra che avete mandato le donne con le caramelle». E le persecuzioni proseguirono nell' ormai consueta indifferenza delle autorità di polizia..."

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Garibaldi e la massoneria


Relazione dalla prof. Antonella Grippo, esperta di esoterismo, sull'appartenenza massonica di Garibaldi, le sue implicazioni esoteriche e le ripercussioni sulle vicende risorgimentali.
È noto a tutti, fin dai banchi di scuola, che non si può «parlare male di Garibaldi»: il suo “coraggio” e il “purissimo idealismo” ne fanno un eroe dell’apologetica risorgimentalista.
Ma analizzando con maggiore accuratezza la vita del presunto eroe, si possono mettere in luce molti aspetti oscuri o poco noti del suo passato. Di certo il nizzardo non brillava per coerenza di idee se Mazzini lo definì «una vera canna al vento» e Denis Mack Smith lo valutò «rozzo e incolto».

Indagando meglio si scopre, ad esempio, che la sua lotta contro l’oppressore non comprende la tappa in Uruguay dove preferì combattere dalla parte degli inglesi, per garantirne il monopolio commerciale sul Rio della Plata e contrastare così l’egemonia spagnola, nazione troppo cattolica per il proverbiale antipapismo garibaldino e soprattutto per il suo iniziale avvicinamento alla Massoneria d’oltreoceano. O ancora che fu artefice di un meschino traffico di schiavi al suo ritorno dal Perù nel 1852. Garibaldi «m’ha sempre portato i Chinesi nel numero imbarcati e tutti grassi e in buona salute, perché li trattava come uomini e non come bestie», scriveva con ammirazione e una punta di ironia l’armatore torinese Pietro Denegri.
Nel 1835 a Rio de Janeiro, Garibaldi strinse amicizia con Livio Zambeccari, esponente di spicco della massoneria e segretario del presidente del Rio Grande. Ma fu a Montevideo nel 1844 che indossò il primo “grembiulino” ed “ebbe la luce” massonica. Aveva trentasette anni, e la loggia era L’Asil de la Vertud, una loggia irregolare, emanazione della massoneria brasiliana, non riconosciuta dalle principali obbedienze massoniche internazionali, quali erano la Gran Loggia d’Inghilterra e il Grande Oriente di Francia. Sempre nel corso del 1844 regolarizzò la sua posizione presso la loggia Les Amis de la Patrie di Montevideo posta all’obbedienza del grande Oriente di Parigi. La sua affiliazione comparve successivamente anche nella loggia Tomp Kins, a Stapleton nello stato di New York.

La carriera massonica di Garibaldi culminò nel 33° grado del rito Scozzese ricevuto a Torino il 17 marzo 1862, nella elezione a Gran Maestro del 21 maggio 1864 e nella suprema carica di Gran Hierofante del Rito Egiziano di Memphis-Misraim nel 1881.[1] Garibaldi, inoltre si interessò anche di spiritismo e occultismo.
Ma prima di passare a descrivere più nel dettaglio l’influenza della massoneria sul nizzardo è opportuno ricordare che tutti i Riti massonici, sebbene divisi al loro interno, fin dalla Rivoluzione francese perseguivano un disegno finale metapolitico, che aveva come fine ultimo la distruzione del Cristianesimo e il ritorno dell’umanità ad un’età precristiana, pagana, gnostica.
Il potere della massoneria si rafforzò con Napoleone, con cui l’attacco alla Chiesa di Roma divenne sempre più palese fino all’annessione del 10 giugno 1808 dello Stato pontificio all’Impero francese.
Il convegno massonico di Strasburgo del 1847 organizzò i moti rivoluzionari dell’anno successivo che si propagarono contemporaneamente a Parigi, Vienna, Berlino, Milano, Roma e Napoli.
La più nota ma, al contempo, impenetrabile società segreta dell’Ottocento fu la Carboneria, emanazione della loggia dei Filaleti, cioè Amici della libertà, francesi. Organizzata in Vendite, operava in stretto contatto col Rito Scozzese, era diretta da un vertice chiamato Alta Vendita composta a livello internazionale da quaranta membri. Molto diffuse in Piemonte e nell’Italia settentrionale, la prima Vendita meridionale fu stabilita a Capua, nel 1809.
Mazzini fu iniziato alla Carboneria fra il 1827 e il 1829. I Carbonari appartenevano agli Illuminati di Baviera e vi apparteneva anche Mazzini che – tra l’altro – credeva fermamente nella reincarnazione. Conobbe la Blavatsky, fondatrice della Società Teosofica, e fu molto amico di John Yarker, Gran Jerofante di Memphis e Misraim.
Carboneria e Alta Vendita entrarono in gioco per l’unificazione dell’Italia: alla prima spettava il compito di rovesciare il Trono, alla seconda quello di assalire il Papa e disgregare il clero. Il loro braccio armato era l’orda garibaldina. Ma, per portare a termine la sua missione, Garibaldi aveva bisogno di un protettore potente: la onnipresente massoneria britannica. Perfino lo storico ufficiale della Massoneria italiana Aldo Alessandro Mola scrive «la spedizione dei Mille si svolse dall’inizio alla fine sotto tutela britannica: o, se si preferisce, della Massoneria inglese».

E mentre il Pisacane – anche lui massone - falliva l’azione di Sapri, Garibaldi tramava nell’ombra in Inghilterra nell’areopago della loggia Philadelphes contro il Regno delle Due Sicilie. Nella loggia londinese si raccoglievano infatti i più importanti esponenti dell’internazionalismo democratico e socialista, tutti propensi a collocare la massoneria su posizioni fortemente antipapiste.
Presi i necessari accordi con la massoneria inglese, il nizzardo partì da Liverpool alla volta del Nuovo mondo dove frequentò e batté cassa presso le logge massoniche di New York.

La sconfitta dei Borbone fu comprata a peso d’oro. Oro massonico che corruppe le tasche dei generali quasi quanto la propaganda ne aveva corrotto la mente. Lo studioso De Vita ha accuratamente ricostruito la provenienza di questo tesoro attraverso una documentata ricerca negli archivi delle logge massoniche scozzesi di Edimburgo.
A Garibaldi furono quindi fatti pervenire, per l’organizzazione della spedizione, tre milioni di franchi francesi, tutti convertiti in piastre d’oro turche per occultarne la provenienza e per favorirne il cambio in tutto il bacino del Mediterraneo. Non è facile valutare il valore finanziario di una somma così ingente, ma si tratta senza dubbio di milioni di dollari odierni. Alla colletta contribuirono, oltre ai fratelli inglesi e americani, anche quelli canadesi. La massoneria mal sopportava quei sovrani di Napoli: troppo cattolici e ben difesi, da un lato dall’ “acqua santa” del Papa, dall’altro da quella salata e ricca di traffici del Mediterraneo; ma soprattutto bruciava loro ancora la persecuzione ordinata, tra il 1825 e il 1832, contro le logge massoniche siciliane.

L’appartenenza massonica di Garibaldi contribuì quindi, a finanziare la conquista del Sud. Come è dimostrato dallo stesso Garibaldi che, nel ringraziare i propri fratelli di Palermo per il conferimento dell’altissimo grado assegnatogli in seno alla Massoneria, tenne a precisare, nella lettera inviata il 20 marzo 1862, che assumeva «di gran cuore il Supremo Ufficio» perché, da una parte, conferito dal libero voto di uomini liberi, e dall’altra per «l’appoggio che essi diedero da Marsala al Volturno, nella grande opera dello affrancamento delle province meridionali»…
Ai Maestri Massoni dell’Italia, Garibaldi fece notare inoltre l’importanza che ogni Massone cooperasse affinché Roma divenisse, oltre che italiana, la capitale di una «grande e possente Nazione».
Tutti i fratelli, perciò, dovevano tenersi pronti ad accorrere «sotto quella bandiera per la quale fu sparso tanto sangue italiano».
E tra i Mille che si mossero dallo scoglio di Quarto o tra i loro sostenitori più o meno ufficiali, ci furono molti massoni: a iniziare da Bixio (della Trionfo ligure, tessera numero 105), a Crispi, compreso Cavour, primo ministro del governo sardo, e lord Palmerston, ministro di Sua Maestà britannica.

Lo studioso che più di ogni altro ha sottolineato l’importanza di questa «setta» - come da lui stesso più volte è definita – nella dissoluzione del Regno della Due Sicilie è stato Giacinto DÈ Sivo: la «setta che da ottant’anni va minando i troni e gli altari, guadagnava a’ nostri tempi un re, nato re, nato cristiano e cattolico» e ne ha fatto sua «vittima e strumento», inducendolo a spargere la corruzione nel Regno delle Sicilie, a fornire oro e legittimazione all’orda garibaldina, a colpire egli stesso alle spalle il monarca delle Sicilie, quando questi era ormai sul punto di fermare l’invasione .[2]
Continua il de’ Sivo «il Piemonte co’ suoi ambasciatori sparse tra noi il veleno delle sette;corruppe con oro e promesse i duci e i ministri napoletani; metteva in armi sulle genovesi terre un capitano di ventura, al quale con bugiarde mistificazioni aveva preparato immeritata rinomanza, gli dava oro, navi e bandiere, gli dava seguaci d’ogni nazione e d’ogni linguaggio, e il lanciava famelico e sitibondo sulle nostre terre felici» . [3]
Questo dunque, il complotto che ha corrotto il Regno: inglesi e piemontesi corruppero e comprarono con oro massonico gran parte del governo di Francesco II, compreso il primo ministro Liborio Romano e con lui, larga parte degli stati maggiori militari e della burocrazia.
Il dÈ Sivo avverte e mette in guardia contro la minaccia dei settari, svelandone il disegno ultimo di attacco alla Chiesa «la guerra che oggi si fa, non è al Papa come Re di Roma solamente, non si limita solo al potere temporale, non è contro la dominazione pontificia che si scaglia la bava velenosa dei settari: è anche direttamente contro i principi della religione, che vorrebbe farsi sostituire dal vantato razionalismo» . [4]
E, a distanza di più di un secolo, non possiamo che riconoscere la perspicacia dello storico di Maddaloni che nutriva la consapevolezza del carattere intrinsecamente rivoluzionario e anticristiano dell’aggressione al Regno delle Due Sicilie. Un episodio del ben più ampio scontro fra religione e ateismo.

La setta iniziò dalla soppressione degli ordini religiosi per passare all’incameramento dei beni ecclesiastici, sempre in nome della libertà e della costituzione. Poi la massoneria scatenò in Italia una vera e propria guerra alla Chiesa cattolica, utilizzando i Savoia e i liberali, come avanguardia della rivoluzione.
Si dichiararono soppresse «tutte le corporazioni e gli stabilimenti di qualsivoglia genere degli Ordini monastici e delle corporazioni regolari o secolari esistenti» e si impose a tutti i religiosi di lasciare i conventi. A distanza di un mese, seguì la soppressione degli ordini religiosi e la confisca dei beni.
La persecuzione anticattolica fece intascare all’élite illuminata e liberale circa un milione di ettari di terra e migliaia di edifici, tra conventi e romitori. La popolazione perse gli usi civici per secoli garantiti dalla Chiesa e insorse ovunque guadagnandosi l’appellativo di briganti. I decreti del 18 ottobre 1860, sulla abolizione dei privilegi del clero[5] , e quelli del 17 febbraio 1861, che abrogarono il concordato del 1818 fra il Regno delle Due Sicilie e la Santa Sede, comportarono la laicizzazione delle opere ecclesiastiche, la soppressione di numerosi ordini religiosi oltre all’impedimento di celebrare messe e alla chiusura di alcuni luoghi di culto[6] e spinsero all’opposizione anche quella parte del clero ancora indecisa nei confronti della rivoluzione. Numerosi frati e sacerdoti, militarono nelle fila della reazione, i vescovi incoraggiavano gli insorti con le loro pastorali e rinnovavano le scomuniche della Santa Sede che definiva sacrilego il Governo italiano. Si fronteggiarono dunque, come già era stato nel 1799 e durante le invasioni napoleoniche, due idee del mondo, l’una che trovava nei simboli sacri della religione e della chiesa la sua bandiera, l’altra che riecheggiava e diffondeva le idee propugnate dalla massoneria, quella “setta” che, per dirla ancora una volta con il de’ Sivo, tanto ha inciso nelle vicende del Risorgimento italiano.
D’altra parte la stessa massoneria non nasconde, anzi rivendica orgogliosamente l’apporto al Risorgimento. Il Gran Maestro Armando Corona, in un Convegno dell’88 sul tema La liberazione d’Italia nell’opera della massoneria, così conclude «la liberazione d’Italia – opera eminentemente massonica – fu sorretta, in ogni suo passaggio fondamentale, dalle iniziative delle Comunioni massoniche d’oltralpe». La massoneria «fu il vero ispiratore e motore del Risorgimento» [7]. Scopo della sua missione era quello di distruggere la Chiesa cattolica e sostituirla con quella massonica guidata da Londra.
Suo artefice era Garibaldi, che aveva speso la sua vita a scristianizzare i popoli, in particolare quello italiano. Definiva il papa Pio IX «un metro cubo di letame»[8] , lo riteneva «acerrimo nemico dell’Italia e dell’unità», lo considerava «la più nociva di tutte le creature, perché egli, più di nessun altro, è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e dei popoli».

Nel 1862 si tenne la prima Costituente massonica italiana: 26 le Logge i cui delegati nominarono Garibaldi, insignito da Crispi dei gradi scozzesi dal 4° al 33°, Primo Massone d’Italia.
Il Grande Oriente Italiano, dunque, inizialmente dominato da esponenti vicini a Cavour, preferì affidare la carica di Gran maestro a Costantino Nigra e conferire a Garibaldi soltanto un titolo onorifico, come quello di Primo Massone d’Italia, gratificandolo di una medaglia commemorativa di oro massiccio.
Nel cuore massonico del Risorgimento si facevano quindi strada due sentimenti: quello cavouriano, decisamente elitario e dinastico, e quello democratico, più popolare. Iniziava una dura lotta per assicurarsi la guida della famiglia massonica. Garibaldi divenne immediatamente il candidato sostenuto dai democratici, ma quando Costantino Nigra rassegnò le dimissioni da Gran maestro e un’assemblea straordinaria fu chiamata a eleggere il suo successore, il prescelto risultò Filippo Cordova, già ministro di Cavour, che prevalse su Garibaldi con 15 voti contro 13.
Per l’anno successivo, il ’63, i “figli della vedova” [9] fissarono l’appuntamento «a Roma liberata» ma non riuscirono a portarsi oltre Firenze.
Dopo la nomina a sovrano Gran Commendatore del Gran Consiglio, conferita nel 1863, l’assemblea dei liberi muratori italiani riunitasi a Firenze nel maggio del 1864 e comprendente ormai ben 72 logge, elesse Garibaldi al primo scrutinio con 45 voti (fave) su 50, Gran Maestro dei liberi muratori comprendenti i due riti, scozzese ed italiano. La speranza era quella di organizzare tutte le frange della Massoneria italiana in una obbedienza universale, con una aggregazione, come lui stesso scrisse, «in una sola, di tutte le società esistenti, che tendono al miglioramento morale e materiale della famiglia italiana».
La nomina a Gran Maestro rappresentò un momento fondamentale nella storia della massoneria italiana, nelle logge infatti, iniziò a scatenarsi sempre più intensamente la bufera dell’anticlericalismo radicale di cui Garibaldi era il principale e insuperato esponente.
Bisognava conquistare Roma: chi voleva farlo era amico dei massoni, chi temporeggiava, nemico. Il Papato era l’arcinemico da combattere e abbattere.
Con un linguaggio che fondeva insieme misticismo messianico e positivismo razionalistico, Garibaldi intendeva condurre i fratelli tre puntini ad una «religione del vero». Così farneticava da Torino fin dal ‘61 «incombe ai veri sacerdoti di Cristo una missione sublime»: liberare i popoli e finalmente un giorno la patria riconoscente «inciderà i loro nomi tra gli eroici figli che la redensero»[10] .

Il 18 marzo del ‘67 da Firenze, Garibaldi attaccava «non abbiamo ancora Patria, perché non abbiamo Roma, chi in massoneria potrà contenderci una Patria, una Roma morale, una Roma massonica? Io sono del parere che l’unità massonica trarrà a sé l’unità politica d’Italia». L’obiettivo era chiaro: l’iniziativa militare che doveva condurre a Roma, necessitava l’armonia interna e l’abbandono di beghe e dispute su rituali e tra Obbedienze. Tutti uniti in vista di un obiettivo preciso: la breccia di Porta Pia.

L’antiteismo garibaldino lo spinse al punto di affermare «Se sorgesse una società del demonio, che combattesse dispotismo e preti, mi arruolerei nelle sue file».
Garibaldi, nel giugno 1867, pur conservando la carica di Gran maestro del Consiglio scozzesista palermitano, accettò anche la nomina a Gran maestro onorario a vita del Grande Oriente d’Italia che gli venne conferita dalla Costituente massonica di Napoli.
Il legame con l’istituzione liberomuratoria era ormai saldissimo. Non valsero a incrinarlo neppure le divergenze emerse in occasione dell’Anticoncilio di Napoli del 1869, a cui Garibaldi aderì e dal quale invece la Massoneria, rimase sostanzialmente estranea.
Nell’autunno del ‘67 il vessillo della Vedova sventolò sull’orda garibaldina diretta a Roma. L’azione dei volontari avrebbe dovuto avere man forte da una insurrezione preparata dai cosiddetti patrioti romani. Ma la partecipazione popolare fu scarsa e il 3 novembre 1867, le truppe francesi – da poco sbarcate a Civitavecchia – attaccarono e sconfissero i garibaldini nella gloriosa battaglia di Mentana.
Fermato a Sinalunga, per paura che potesse realizzare un colpo di mano sulla frontiera pontificia, Garibaldi si ritirò a Caprera dove si diede alla scrittura.
Nel romanzo autobiografico il Clelia ovvero il governo dei preti, il Primo Massone divenuto ormai il Solitario di Caprera, come si autodefinì, descrisse giovani patrioti fanatici, preti demoniaci e licenziosi in pagine trasudanti anticlericalismo e antiteismo.

Dall’isola, nel luglio del 1868, inviò al Supremo Consiglio della massoneria una missiva per comunicare la sua rinuncia a qualunque titolo o grado a lui attribuito, rimanendo però legato alla fratellanza laica, considerata fattore trainante della Massoneria. I componenti del Supremo Organo decisero di trasmettere a Garibaldi un messaggio per dissuaderlo dalla rinuncia ma lui si chiuse nel silenzio e non diede neanche una risposta alla missiva del Supremo Consiglio che, in sua vece, elevò alla carica di Gran Maestro del rito scozzese antico ed accettato il fratello Federico Campanella.
In una lettera del 1869 alla loggia Il vero progresso sociale di Genova, Garibaldi – nonostante la rinuncia a cariche massoniche – continuò comunque a sostenere che «la massoneria che porta l’impronta dell’Alleanza Democratica Universale e della Fratellanza umana ha per missione di combattere il dispotismo ed il prete, entrambi rappresentanti dell’oscurantismo, del servaggio e della miseria».

Era ormai però lontano dalle dispute interne alla fratellanza. Per questo non partecipò neppure all’Assemblea costituente massonica riunita nella capitale Firenze il 31 maggio 1869 per ratificare la fusione del Gran Consiglio simbolico di Milano con il Grande Oriente d’Italia.
Unione sancita con la firma di un documento sottoscritto nel maggio del precedente anno. Accettò, invece, nel 1872 la carica di Gran Maestro onorario a vita del grande Oriente d’Italia. Secondo Marcel Valmy, autore dell’ opera I Massoni edita da Contini nel 1991, Garibaldi fu anche il primo Gran Maestro della loggia Odre du rite Mamphis Misrain, un sistema a 90 gradi gerarchici legato a tradizioni dell’antico Egitto.

Sul versante del razionalismo positivistico di stampo massonico, Garibaldi iniziò anche una battaglia volta a diffondere in Italia l’idea e la pratica della cremazione. Tutto il movimento pro-cremazione fu infatti direttamente promosso dalle logge massoniche e ebbe fra i suoi maggiori dirigenti molte figure di primo piano della Massoneria. Senza l’appoggio dei vertici della Massoneria la cremazione non avrebbe avuto lo sviluppo che invece ebbe nel ventennio tra il 1875 e il 1895.
La nascita della cremazione in Italia non fu solo determinata da un impegno individuale di alcuni singoli massoni, ma fu la conseguenza di un intervento ufficiale, tanto dal punto di vista economico che organizzativo, delle logge. Lo stretto vincolo cremazione-massoneria fu ben chiaro alla Chiesa che infatti si oppose strenuamente allo sviluppo di questa pratica.
Tre erano gli intenti massonici in questa battaglia: il primo era quello di laicizzare – o meglio scristianizzare - oltre la società civile anche la scienza, cercando di privare la realtà naturale di ogni riferimento metafisico. Il secondo intento riguardava l’aspetto medico-igienico della cremazione. A questo proposito è interessante notare la massiccia presenza di medici nelle logge, e il ruolo di primo piano svolto nella Società di Cremazione da medici-massoni.
Il terzo e più importante intento era, come sempre, portare un attacco alla Chiesa cattolica che vedeva questa pratica come contraria alla fede nella resurrezione dei corpi.
Pleonastico sottolineare che Garibaldi stesso scelse di farsi cremare dopo la morte.

La propaganda massonica contribuì a creare e diffondere il mito di Garibaldi negli anni a venire. Il radicale antiteismo massonico si espresse in una blasfema quanto indicativa giaculatoria che adorava Garibaldi come «Padre della nazione, Figlio del popolo e Spirito della libertà». Appare chiaro il tentativo di sostituire con nuovi santi e nuovi eroi quelli della tradizione cattolica, come già era avvenuto durante la rivoluzione francese.
Specialmente negli anni di Crispi, intorno alla figura di Garibaldi si cercò di costruire una religione civile imperniata sul mito laico del Risorgimento, e la Massoneria, all’epoca sotto la guida di Adriano Lemmi, ebbe un ruolo centrale nell’orchestrazione e nella riuscita dell’operazione. Garibaldi fu il nome più diffuso fra quelli dati alle logge della penisola o alle logge italiane d’oltremare. Altre denominazioni a lui riferibili - come Caprera, Luce di Caprera, Leone di Caprera – risultavano chiaramente ispirate dall’intento di rendere omaggio al nizzardo.
La Massoneria inoltre si fece promotrice di innumerevoli cerimonie, commemorazioni, inaugurazioni di lapidi e monumenti, intitolazioni di strade e piazze alla memoria di Garibaldi. La più importante di queste iniziative fu l’inaugurazione a Roma del monumento sul Gianicolo, che si tenne emblematicamente il 20 settembre 1895, nel venticinquesimo anniversario di Porta Pia. Nella cerimonia il massone e capo del governo Francesco Crispi sproloquiò in un enfatico discorso sul contributo fornito dalle forze laiche all’unità.
Il Risorgimento appare così chiaramente come una tappa di quel processo rivoluzionario e anticristiano che mira a scardinare «ogni vincolo più sacro, - come si legge in un articolo della Civiltà Cattolica del 1852 - che lega uomo con uomo, nella Chiesa, nella società, nella famiglia, per ricostruire l’umanità sotto una nuova forma di totale servaggio in cui lo Stato sia tutto, e i capi della setta sieno lo Stato». Tra questi capi Garibaldi, né eroe né puro idealista ma avido calcolatore e cinico esecutore degli interessi di un solo padrone, la massoneria e la sua visione anticristiana del mondo.
Note

[1]. Per le notizie inerenti alle cariche massoniche ricoperte da Giuseppe Garibaldi cfr. Aldo A. Mola, Storia della massoneria italiana, Bompiani, Milano 2001, pp. 66ss.; cfr. anche A.A. Mola, Garibaldi vivo, Antologia degli scritti con documenti inediti, Mazzotta, Milano 1982; A.A. Mola e L. Polo Friz, I primi vent’anni di Giuseppe Garibaldi in Massoneria, estratto dalla Nuova Antologia, f.2143, luglio-settembre 1982, Le Monnier, Firenze. Per parte cattolica cfr. invece Epiphanius, Massoneria e sette segrete: la faccia occulta della storia, Editrice Ichthys, Roma.
[2]. Introduzione di Silvio Vitale a Giacinto de’ Sivo, L’Italia e il suo dramma politico nel 1861, Editoriale Il Giglio, Napoli 2002, p. XII.
[3]. Giacinto de’ Sivo, op. cit., p.70.
[4]. Giacinto de’ Sivo, op. cit.,p. 21.
[5]. La Chiesa risponde con le Istruzioni del 16 novembre e del 18 dicembre 1860 che sanciscono l’assoluta incompatibilità delle leggi sabaude con il magistero cattolico.
[6]. Le manifestazioni di odio religioso durante il Risorgimento furono molteplici: veri e propri assalti a convegni cattolici, processioni disperse dai militari, giovani francescani incarcerati per renitenza alla leva, santuari e luoghi di culto incendiati. Cfr.Marco Invernizzi, I cattolici contro l’Unità d’Italia?, Ed. Piemme, Alessandria 2002.
[7]. In Angela Pellicciari, L’altro Risorgimento, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2000, pp. 264-265.
[8]. Per le citazioni di Garibaldi cfr. G. Garibaldi, Scritti politici e militari. Ricordi e pensieri inediti, Voghera 1907.
[9]. Tale definizione risalirebbe alla costruzione del Tempio di Gerusalemme ai tempi del re Salomone. Hiram, figlio di una vedova e di un fabbro fu ucciso perché si riteneva che fosse in possesso della Parola Sacra. La massoneria rappresenterebbe quindi la vedova, madre di Hiram.
[10]. A.A. Mola, Storia della massoneria italiana, cit., p.69
FONTE: Editoriale Il Giglio

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Il sangue dei martiri che sconfisse il comunismo



Secondo lo storico George Weigel, quella sferrata contro la Chiesa fu una vera e propria guerra tra due concezioni opposte del mondo. A decenni di distanza di quella tragedia non va persa la memoria

di Luca Marcolivio

La parola “martirio” non è un concetto da relegare all’immaginario della Chiesa delle origini. Esso caratterizza ogni momento ed ogni epoca del cristianesimo ed oggi ne abbiamo un drammatico riscontro nel continente asiatico, in particolare in Medio Oriente. Il secolo scorso, del resto, ha segnato un drammatico ritorno delle persecuzioni anticristiane, il cui momento più emblematico è proprio quello dell'oppressione dei regimi totalitari, nelle loro varie forme.

La maggior parte di tali martirii si è verificata sotto i regimi comunisti. L'argomento è stato affrontato dallo storico e teologo George Weigel, biografo di papa Wojtyla, che in questi mesi sta affrontando in modo sistematico il tema, attraverso un ciclo di letture negli Stati Uniti e in Europa, dal titolo The Communist War Against the Church. New Evidences from the Past and Lessons for the Future. “Ventuno anni dopo il crollo del Muro di Berlino – afferma Weigel – la memoria di tutto ciò sta svanendo”. Eppure stiamo parlando di una vera e propria guerra che messo in campo spie, talpe, agenti segreti, propaganda, disinformazione, fino alla soluzione finale dei gulag.
Un notevole contributo di notizie inedite proviene dal ben noto “archivio Mitrokhin”: a questa ed altre fonti Weigel ha attinto per la sua ultima biografia di Giovanni Paolo II, The End and the Beginning. Pope John Paul II – The Victory of Freedom, the Last Years, the Legacy, uscita negli USA lo scorso settembre. “La guerra del comunismo contro la Chiesa Cattolica – spiega Weigel - i modi in cui fu condotta, le forme di resistenza ecclesiale (alcune fallimentari, altre di successo) rappresentano un importante monito per il futuro, oltre che un contributo alla chiarificazione del passato. Sin dalla Rivoluzione d'Ottobre, la Chiesa ha rappresentato per i sovietici una ‘minaccia mortale per i propri programmi ed interessi’”. Se da un lato gli USA erano il principale avversario militare e politico, il Vaticano rappresentava il principale avversario ideologico, nonché principale ostacolo nell'esportazione degli ideali marxisti, nel Terzo Mondo, in particolare in America Latina.
A fronte di ciò la menzogna dei sovietici fu clamorosa: per tutta la Guerra Fredda, il Cremlino negò sempre, finanche nei rapporti diplomatici con la Santa Sede, qualsiasi persecuzione nei confronti dei cristiani d'oltrecortina. Mentendo e sapendo di mentire i ministri degli esteri sovietici affermavano costantemente che nel loro paese la libertà religiosa era tutelata. Negli ultimi anni della Guerra Fredda, peraltro, furono soprattutto i servizi sovietici ad alimentare la leggenda nera di papa Pio XII antisemita e connivente con i nazisti. Distruggere la reputazione della Chiesa Cattolica e del suo massimo rappresentante era l'unica strada per far trionfare il socialismo reale.
I primi trent’anni di comunismo si caratterizzarono per una più o meno tenace resistenza da parte delle chiese nazionali: emblematiche, in tal senso, sono figure come quella del cardinale ucraino Josyf Slipyi, per quasi vent’anni prigioniero nei gulag, o di monsignor Alojzije Stepinac, controverso vescovo croato, considerato un martire dagli anticomunisti e un fascista dai comunisti, in quanto presunto colluso con il regimeustasha. In questa prima fase storica la figura “vincente” è tuttavia soprattutto quella del primate di Polonia, Stefan Wyszyński, testimone della fede in un paese inossidabilmente cattolico, che è riuscito a resistere all’ortodossia, al protestantesimo e, nell’ultimo secolo, a nazismo e comunismo.
Negli anni ’60 la convocazione e lo svolgimento del Concilio Vaticano II, con l’arrivo a Roma di numerosi vescovi d’oltrecortina, rappresentò una ghiotta occasione per il KGB, la Stasi, il SB e tutti i servizi segreti dei regimi comunisti europei per assumere un controllo più incisivo del Vaticano dall’interno. La ostpolitik di papa Giovanni XXIII, spinse ad una strategia di prudenza nei confronti dell’avversario, che in tante occasioni si dimostrò abile nella sua opera di corruzione di numerosi prelati e funzionari curiali.
Nel 1978 l’elezione al soglio pontificio del cardinal Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia e degno discepolo di Wyszyński, sparigliò le carte in tavola. Già dagli anni ’50, Wojtyla era considerato una vera e propria mina vagante per la stabilità del comunismo in Polonia. Diventato pontefice, Giovanni Paolo II, ben consapevole che i servizi segreti comunisti erano ben radicati in Vaticano, mutò strategia: “I documenti che concernevano la Polonia ed altri affari delicati – afferma Weigel – non venivano più affidati alla Segreteria di Stato ma mantenuti all’interno dell’appartamento papale, al riparo da speculazioni”. Quel papa slavo era ritenuto un “sovversivo”, responsabile di una “lotta ideologica”, mirata a danneggiare i regimi socialisti. Il fallito attentato alla vita del pontefice del 13 maggio 1981 non rappresentò affatto la fine della guerra del comunismo alla Chiesa. Pochi mesi dopo, infatti, in Polonia viene proclamata la legge marziale e la repressione si intensifica. Tra i martiri di questo difficile passaggio figura Jerzy Popiełuszko, cappellano di Solidarnosc, uno dei sacerdoti polacchi più fedeli al papa e più tenacemente anticomunisti. La guerra era totale e senza tregua.
La prima lezione che si può trarre da questa storia è che “Cattolicesimo e comunismo – afferma Weigel - offrivano al mondo due visioni radicalmente diverse della natura umana, della comunità umana, delle origini umane e del destino umano”. In altre parole: erano incompatibili al cento per cento. Ed è proprio da questa incompatibilità che scaturì la strategia di Giovanni Paolo II, secondo il quale era in corso una vera e propria lotta tra il Bene e il Male e il perseguimento di una vittoria della libertà sulla tirannia era qualcosa di molto più lungimirante che non una politica di compromesso e di un’evoluzione in senso socialdemocratico di entrambi i blocchi.
Quello della libertà religiosa rimane un problema aperto in molti paesi comunisti, post-comunisti (Cina, Vietnam, Corea del Nord, Cuba) o islamici, i cui regimi, in modo neanche troppo velato, si ispirano al nazismo o al leninismo. La storia, però, ci ha insegnato che “l’appeasement non funzionò né con Napoleone, né con i regimi anticlericali spagnolo o messicano e nemmeno nell’Austria, dopo l’Anschluss nazista”, afferma Weigel. Basta anche guardare alle condizioni in cui versano le comunità cattoliche nell’Europa dell’Est: in Repubblica Ceca e in Ungheria, dove l’acquiescenza dei vescovi ai regimi totalitari raggiunse i suoi massimi livelli, la chiesa è in profonda crisi. Esattamente il contrario di quanto avviene in Lituania, Ucraina e, soprattutto, in Polonia.
L’altra grande lezione per il futuro concerne i rapporti tra Chiesa Cattolica e Chiesa Ortodossa russa, nonché tra Vaticano e Russia. La chiesa di Roma e quella moscovita sono infatti unite dallo straordinario numero di martiri che hanno versato il sangue durante il comunismo. Ed è proprio il sangue dei martiri, anche nella nostra epoca, il seme della vittoria cristiana. “Il loro sacrificio – conclude Weigel – e ciò che possiamo impararne sulla virtù della fortezza (cioè, il coraggio) non dovranno mai essere dimenticate”.