DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Ritorno ad Haiti, quattro mesi dopo il terremoto

Un bambino rimasto orfano in una casa di accoglienza di SOS  Children

(AP Photo/Brennan Linsley)

A quattro mesi dal terremoto del 12 gennaio scorso, si riaccendono a Haiti gli endemici conflitti che turbano da decenni il Piccolo paese caraibico. Per chiedere le dimissioni del Presidente René Perval e contestare il prolungamento del suo mandato, gruppi di manifestanti si sono scontrati ieri con la polizia, nel centro della capitale Port-au-Prince. I manifestanti, mobilitati da 28 tra partiti e gruppi di opposizione, volevano raggiungere il palazzo presidenziale, semi-distrutto dal sisma, ma sono stati bloccati dagli agenti.

Ciò che resta di una statua di Santa Rosa da Lima

Ciò che resta di una statua di Santa Rosa da Lima (AP Photo/Esteban Felix)

La protesta contro il presidente Reval. Dimostranti in fuga dalla polizia
La protesta contro il presidente Reval. Poliziotti lanciano gas lacrimogeni verso i manifestanti
Jessica Thelusma, nata prermatura, al suo terzo giorno in grembo alla madre
Ciò che resta di una statua di Santa Rosa da Lima
I familiari di Elypsie Julien

Accanto a Bob Marley
Un bambino giocando con carte e sassi
Loaine Paul allatta i suoi gemelli, Christeline e Chrisma
Il tenente Ben Stollerman della marina americana circondato da bambini
Un uomo intento a riparare una tenda

Guardando Haiti-Argentina su un grande schermo
Il soldato spagnolo Omar San Carrion mostra le sue armi a dei bambini sulla spiaggia di Petit Goave
Dal barbiere
Il dolore di un'orfana
Una donna prega di fronte alle rovine della Chiesa del Sacro Cuore

In barca da Jeremie a Port-au-Prince
In barca da Jeremie a Port-au-Prince
Caffè caldo al porto
Tuffi al porto di Cite Soleil
In pausa al tramonto

Un bambino rimasto orfano in una casa di accoglienza di SOS Children
Al porto di Cite Soleil
La bandiera di Haiti nel campo rifugiati "Obama"
Una donna tra i resti della sua casa
Orfanotrofio Bambino Gesù a Malpasse


Ieri il Senato ha approvato un emendamento, già passato alla Camera, che consentirà a Perval di restare in carica fino al 14 maggio 2011, se entro l’anno non si terrano elezioni.
I dirigenti dell’opposizione contestano la scelta ed affermano che il Paese non accetterà mai “una nuova dittatura“.

La bandiera di Haiti nel campo rifugiati "Obama"

La bandiera di Haiti nel campo rifugiati "Obama" (AP Photo/Ramon Espinosa)

Nel corso della manifestazione, il Governo è stato accusato di avere svenduto il Paese agli stranieri, contestando la gestione del terremoto che ha ucciso tra le 250 mila e le 300 mila persone e provocato danni incalcolabili alla già devastata economia del Paese. Alcuni manifestanti, secondo vari testimoni, brandivano armi da fuoco ed hanno aggredito i passanti facendosi consegnare denaro, telefoni cellulari e gioielli.

Il dolore di un'orfana

(AP Photo/Esteban Felix)

Lo scorso marzo, la comunità internazionale si è impegnata a fornire ad Haiti 10 miliardi di dollari in 10 anni per la ricostruzione. Il processo deve essere gestito da una commissione presieduta dal premier Jean Max Bellerive e dall’ex presidente americano Bill Clinton, nella sua veste di emissario dell’ONU.
Anche la commissione è contestata ed alcuni oppositori sostengono che la sua creazione violi la sovranità di Haiti e la sua Costituzione. (ANSA-REUTERS)



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HAITI - Appello del Nunzio ad Haiti: “I seminari e i seminaristi hanno perso tutto. Far tornare alla vita normale i seminaristi è una priorità”

Port au Prince (Agenzia Fides) – Il Nunzio apostolico ad Haiti, l'Arcivescovo Bernardito Auza, ha inviato un rapporto sulla situazione attuale dei seminaristi e un appello a Missio Inghilterra (Pontificie Opere Missionarie), che l’Agenzia Fides rilancia.
La situazione. Il Seminario Maggiore nazionale (Teologia e Filosofia) è crollato, uccidendo 15 seminaristi, un professore e alcuni membri del personale. Un certo numero di seminaristi sono rimasti feriti, due o tre dei quali hanno subito amputazioni. Molti di coloro che sono rimasti intrappolati sotto le macerie sono stati salvati dopo qualche giorno, altri sono stati in grado di uscire da soli. Prima del sisma c'erano 159 seminaristi e 8 Formatori residenti e docenti presso il Dipartimento di Teologia, e 97 seminaristi e 2 Formatori presso il Dipartimento di Filosofia.
La Conferenza Episcopale ha deciso che i 28 seminaristi del quarto anno di Teologia potranno finire l'anno accademico. Saranno alloggiati nelle tende, così saranno ordinati diaconi durante l'estate.
Per mancanza di strutture, i seminaristi di teologia saranno rimandati nelle loro diocesi. I rispettivi Ordinari si organizzeranno con dei professori per lezioni saltuarie, ma perderanno l'anno accademico. Questa decisione forse potrà essere modificata, data la situazione di dipendenza dalle risorse finanziarie e per altre considerazioni. I 97 seminaristi di Filosofia saranno rimandati alle loro rispettive diocesi. Anche loro perderanno l'anno accademico.
Quelli della pre-Filosofia (15 circa), appartenenti alla diocesi di Port-au-Prince, saranno ospitati in locali non ancora definiti.
Di cosa abbiamo bisogno. I seminari e i seminaristi hanno perso tutto. Nulla si è salvato, tranne alcuni libri della biblioteca al terzo piano. Le maggiori esigenze dei seminaristi sono capi di abbigliamento, articoli di biancheria, tende per dormire. Molti dei seminaristi sono stati rimandati nelle loro diocesi, ma le diocesi sono estremamente povere e hanno grande bisogno di assistenza.
Occorre sistemare il luogo delle tende per ospitare i 28 seminaristi di teologia del quarto anno, in modo da facilitarne l'uso (aule, cucine, servizi, ecc).
Bisogna assicurare il vitto e l’alloggio per i suddetti seminaristi, così come per tutti coloro che sono rimasti nelle loro diocesi. Dobbiamo ancora avere un preventivo su questo. La maggior parte delle parrocchie di Haiti non sono in grado di ospitare i seminaristi perché non possono provvedere al loro sostentamento. Haiti era molto povera prima, e ancor più lo è dopo il terremoto.
Occorre acquistare Bibbie e testi fondamentali (Documenti del Concilio Vaticano II, Catechismo della Chiesa Cattolica, ecc) dal momento che quelli che avevano sono andati tutti persi tra le macerie.
Il metodo più semplice, più flessibile e veloce per aiutare questi sfortunati seminaristi è attraverso gli aiuti finanziari che possiamo utilizzare in base alle esigenze più urgenti del momento.
L'Arcivescovo ha aggiunto: “Grazie anche per il vostro impegno a favore dei nostri seminaristi traumatizzati. Noi crediamo che far tornare alla vita ‘normale’ i seminaristi è una priorità. Nessuno qui (tranne pochissimi di noi!) vuole dormire all'interno degli edifici. Questa è un'altra sfida che dobbiamo prendere in considerazione nella ricostruzione”.
Mons. John Dale, direttore nazionale di Missio-Inghilterra e Galles, ha detto: “Missio sarà accanto alla Chiesa di Haiti nel tentativo di ripristinare un senso di normalità. Saremo lì per aiutare l'Arcivescovo Auza e quelli che stanno lavorando per l'assistenza ai Pastori del futuro. Missio ci sarà per tutto il tempo che il popolo di Haiti avrà bisogno di noi e per tutti gli anni che servono".

Le spedizioni di aiuti medici ad Haiti ritardati da massicce spedizioni di preservativi

di John-Henry Westen e Kathleen Gilbert

PORT-AU-PRINCE, Haiti 12 febbraio, 2010 (LifeSiteNews.com) - Secondo quanto riferito da un testimone oculare, il flusso di medicine in attesa di essere distribuite a decine di migliaia di vittime del terremoto ad Haiti è stato ritardato per settimane da una fornitura massiccia di preservativi che dominavano lo spazio del principale magazzino.

Il centro dei rifornimenti farmaceutici, chiamato PROMESS (sta per Program on Essential Medicine and Supplies), è il quartier generale delle operazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms)/Organizzazione pan-americana della sanità di questa zona. "Senza PROMESS avremme avuto una seconda catastrofe," ha detto recentemente il dott. Alex Larsen, Ministro haitiano della sanità.

Ma, secondo una fonte interna, l'intasamento dei preservativi in questo magazzino ha ritardato il flusso massiccio di aiuti che arrivavano da tutto il mondo, e può essere costato delle vite. La fonte riferisce che non era possibile scaricare le navi container piene di provviste mediche da suddividere e distribuire alla popolazione in quanto una fornitura enorme di preservativi ha intasato la struttura fino ai primi giorni di febbraio, quando è stato possibile toglierli. I preservativi occupavano circa il 70 per cento dello spazio del magazzino di 17.000 piedi quadrati (= grosso modo 6.000 mq, ndt)

L'afflusso di rifornimenti è gigantesco. Secondo Reliefweb “solo dal 16-21 gennaio sono arrivati all'aeroporto di Port-au-Prince 483.091 kg di medicinali e 4.990 kg di prodotti sanitari come i guanti di lattice e le maschere.”

Nicholas Reader dell'Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari umanitari ha dichiarato di "non essere al corrente" del problema, e ha indirizzato LifeSiteNews all'OMS per avere altre informazioni. Anche il responsabile delle comunicazioni per le emergenze e gli affari umanitari all'Oms, Paul Garwood, ha detto di non esserne al corrente. Garwood ha girato la domanda ai colleghi ad Haiti, che al momento di andare in stampa non avevano risposto.

Mentre i funzionari Oms non parlano specificamente dell'intasamento dei preservativi, hanno in termini più generici ammesso le difficoltà logistiche nell'affrontare il flusso dei rifornmenti.

[....] La scena che vede le strutture mediche del mondo in via di sviluppo occupate soprattutto da preservativi, ma gravemente carente di rifornimenti medici, non è nuova.

Quando il Generale canadese Romeo Dallaire ritornò dal Rwanda in seguito al massacro ruandese, notò in un discorso del 1996 che quando il personale militare si riferiva all'ONU e ad altri aiuti esteri parlava del "tappezzare il paese con il lattice."

Dallaire spiegò che tonnellate di preservativi ed altri contraccettivi venivano spediti e distribuiti in giro per la regione in quantità di gran lunga superiori a quelle che la popolazione potesse usare e al posto di cibo, medicine ed altri aiuti cruciali. I negozi di medici, egli disse, erano pieni di contracceettivi ed estremamente carenti del necessario per curare le ferite dei ruandesi.

Alcune persone del mondo in via di sviluppo hanno aguzzato l'ingegno e sono riusciti a trasformare la montagna di preservativi scaricati dall'Occidente in un vantaggio. Secono un servizio della BBS, in una sola città indiana si usavano 600.000 preservativi al giorno nell'industria della tessitura dei sari. I tessitori di sari usano il lubrificante presente nei preservativi per ungere il meccanismo del telaio e velocizzare la tessitura senza rischiare di macchiare la seta.

La strategia dell'ONU di promuovere massicciamente i preservativi come soluzione primaria alla crisi dell'AIDS è riportata anche in rapporti recenti, e non ci sono segni di rallentamento.

Carol Ugochukwu, Presidente di United Families of Africa a Enugu, in Nigeria, ha detto in un'intervista del 2000 che le delegazioni occidentali all'ONU stavano cercando di "sterminare l'intera razza" con la loro promozione di preservativi.

Ugochukwu si disse esasperata che il Canada, gli USA e l'UE sprecassero la maggior parte del tempo all'ONU per cercare di ottenere l'approvazione dell'omosessualità, mentre i bisogni delle donne africane come il cibo, un tetto e l'acqua pulita venivano in gran parte ignorati. "Le grosse organizzazioni spendono tanti soldi," ella disse," ma quando sentono che stai facendo fronte a tutto questo [bambini e madri moribondi] non si interessano. Devi dire loro che ti occupi di diritti riproduttivi prima di ottenere del sostegno."

Concludeva la Ugochukwu, "[Gli occidentali] adesso vengono con i preservativi - abbiamo preservativi dappertutto! Spendono così tanto sui preservativi e così spingono i nostri bambini alla promiscuità. Dicono che questo fermerà l'AIDS - ma sta peggiorando! Non ha senso."



http://www.lifesitenews.com/ldn/2010/feb/10021812.html

IL DRAMMA DI HAITI Wharf Jeremie, lo slum dove vivono «gli ultimi»

Nella baraccopoli alla periferia di Port-au-Prince regnano violenza e miseria: l’Onu non ci entra. La gente si ciba dei rifiuti


Sono cominciate le piogge e l’e­mergenza raddoppia. Oltre un mi­lione di persone vive in strada a Port-au-Prince in condizioni che ri­chiedono un intervento assisten­ziale urgente prima dell’intensifi­carsi della stagione degli uragani nei Caraibi in estate. A lanciare il dram­matico appello è stato a New York l’ambasciatore di Haiti presso le Na­zioni Unite: intervenendo al Consi­glio di Sicurezza, Leo Merores ha detto che il sisma del 12 gennaio ha provocato la morte di 270mila per­sone, ha causato la distruzione di 250mila edifici, ed ha lasciato oltre un milione di haitiani senza casa: «Le cifre parlano da sé».

DAL NOSTRO INVIATO A PORT-AU-PRINCE

CLAUDIO MONICI

N
on c’è luogo come questo dove si può cadere più in basso di così, con la vita e i piedi che sprofondano in una palu­de di cloaca. I bassifondi di Wharf Je­remie, al margine estremo della ca­pitale, si tuffano nella baia portan­dosi con loro tutto quello che la gran­de città scarta, la sua immondizia e i suoi rifiuti, compreso il dolore u­mano della malattia e della solitudi­ne di chi ci vive. Più appropriato sa­rebbe dire che è una vita che arran­ca. Come quella degli “uomini ca­vallo”, padri di famiglia, con la fron­te che quasi sfiora terra, mentre trai­nano enormi e pesanti carri, resi an­cora più gravosi dal carico che tra­sportano. Prima che il molo venisse spezzato dal terremoto, scaricavano dalle navi, adesso trasportano sac­chi di carbone ammonticchiati sul pianale, mentre la pancia resta sem­pre per metà vuota. È la miseria che tormenta se stessa e che crea altra miseria, ancora più emarginata, ancora più povera. Una periferia stracciona di uno slum do­ve non entra nessuno che non sia l’a­bitante di quelle catapecchie di la­miera arrugginite che stanno in pie­di come una teoria di carte da gioco. Una accostata all’altra e che sem­brano lì per lì pronte a crollare da un momento all’altro. Ma è un gioco che dentro non ha nulla perché non c’è nulla che si possa portare, quando i pochi spiccioli raccimolati servono per nutrirsi di pietanze preparate sulla strada, non si sa bene con qua­li ingredienti e soprattutto come sia­no stati conservati. Spesso per giaci­glio c’è solo il pavimento e i suoi e­normi insetti, oppure una vecchia rete senza materasso, anche questa mangiata dalla ruggine.
Nessuno, nemmeno i Caschi blu del­la missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite “Minustah”, in massa sull’isola dal 2004 per sradicare le bande criminali che hanno violato
Haiti per anni, entrano a Wharf Jere­mie. L’ordine è chiaro questo luogo resta da Codice rosso.
Tranne che per una suora italiana, di Busto Arsizio, che qui vive da quat­tro anni e che prima del terremoto mandava avanti un piccolo ambu­­latorio e un centro educativo. Mis­sionaria della fraternità francesca­na, suor Marcella Catozza, la sfida l’aveva cominciata sapendo che «questo posto non è un luogo indi­cato per chi non è dell’ambiente: ma qui siamo proprio gli ultimi e se li si va a cercare qua si trovano».
La casetta ambulatorio della suora si è piegata su un fianco, ha ceduto al terremoto del 12 gennaio. Da qual­che giorno l’attività è ripresa, è sta­ta trasferita sotto due tende messe a disposizione della Protezione civile italiana, con l’aiuto del Genio alpini. In una c’è la suora che così può con­tinuare la sua attività, soprattutto nutrizionale per i minori, e nell’al­tra, un consultorio per adulti, assi­stito dal personale medico imbarca­to sulla portaerei Cavour, coordina­to dal direttore sanitario, il capitano di vascello Aldo Ciufo.
«I soldati italiani e la protezione ci­vile mi stanno dando una grossa ma­no. Qui non c’è mai stato nessuno e nulla. Niente. Non è mai venuto nes­suno nemmeno nei giorni successi­vi
al terremoto, se non quelli che ho incontrato io come gli operatori lo­cali di Cisp, Cesvi e Terres des hom­mes, tanto questa zona è considera­ta particolarmente poco sicura», rac­conta suor Marcella.
In questo cuore di tenebra e lamie­ra, girano ancora parecchie armi e sono attive le bande rimaste fedeli all’ex presidente Jean Bertrand Ari­stide.
Violenza pronta a farsi risenti­re pur di assistere al ritorno dell’ex seminarista dal suo esilio dorato in Sudafrica, anche se per il momento il terremoto sembra avere messo un freno sugli episodi delinquenziali.
Quando arrivò in questo luogo per­duto, quattro anni fa, unica bianca, donna, sola, in un mare di pelle ne­ra e ogni tipo di dolore, con ancora le bande armate in azione a fare rapi­menti, la francesca­na provò a fare un conto di quanta po­polazione ci poteva stare a Wharf Jere­mie. Dicevano che c’erano 70 mila per­sone. Mentre segui­va il suo progetto nutrizionale per i più piccoli, di vicolo in vicolo, la suora annotava numeri, nomi. Poi si ac­corse
che non era ancora ar­rivata a metà dell’intera zo­na da scrutare che aveva già raggiunto la cifra di 150mila presenze: «E qui – adesso di­ce sorridendo – ho lasciato perdere».
«Come quattro anni fa, i pro­blemi di oggi sono ancora le­gati alla denutrizione. Quan­do cominciai, solo nella pri­ma settimana di attività, 12 bambini mi morirono tra le braccia – racconta la suora –
. Diarree, polmoniti, tutto quello che la mancanza di acqua potabile e i­giene può causare, qui c’è. Aids e si­filide, anche nei bambini con le in­fezioni tipiche trasmesse da genito­ri malati cronici e che mai sono sta­ti curati. La febbre dengue. Mentre in questi giorni ho avuto notizia che la malaria sta tornando in maniera e­sponenziale. In tutto il tempo che sono stata qui avrò riscontrato non più di 5 casi. Adesso ne­gli ospedali di Port­au- Prince ogni gior­no si segnalano dai 15 ai 20 casi. Qui il mare è uno schifo e forse i ristagni d’ac­qua dopo il sisma hanno contribuito alla diffusione del parassita».
La sera quando la suora chiude le due tende che den­tro hanno, brande, tavoli, medicina­­li, qualche strumento sanitario, e al­tri oggetti che potrebbero fare gola a qualcuno, non prova ansia. Non ac­cadrà nulla fino al giorno dopo: «La mattina ritrovo tutto come ho la­sciato. Perché questa è gente, che seppure è povera più dei poveri, è a­nalfabeta, è disperata, è malata, sa­ranno sempre loro i primi a darti u­na mano, un aiuto e un sostegno, anche in questo modo. Perché san­no che è qualcosa che facciamo per loro, che sono gli ultimi degli ultimi».

Suor Marcella da 4 anni aiuta la gente della bidonville. Il suo «ambulatorio», distrutto dal sisma, è ora una tenda messagli a disposizione dalla Protezione civile: «Qui non è mai venuto nessuno dopo il terremoto». L’ambasciatore haitiano alle Nazioni Unite: uccise 270mila persone, un milione senza casa Ora la paura è la stagione delle piogge



© Copyright Avvenire 21 febbraio 2010

Haiti, tutti in fila sognando di fuggire

Ovunque in città gente in coda per il cibo e un passaporto: «Qui il futuro non esiste»


DAL NOSTRO INVIATO A PORT-AU-PRINCE

CLAUDIO MONICI

U
na lunga fila di gente di ogni età e ceto si raduna tutte le matti­ne, molto presto, e resta per o­re sotto un sole cattivo davanti all’edi­ficio degli Uffici emigrazione e immi­grazione, in rue Lalue. Il luogo non è distante dalla centralissima Champs de Mars, dove giacciono i resti del Palaz­zo nazionale e sorge la grande tendo­poli che ha fagocitato monumenti e giardini pubblici. Molte di quelle per­sone in fila vengono da sotto quei fra­gili tetti improvvisati, per alcuni anche solo un lenzuolo annodato da un albe­ro a un lampione. Tra grida e richiami, decine di braccia allungate al cielo, sopra teste che si schiacciano fin contro la cancellata e agitano convulse grandi buste com­merciali con dentro le pratiche per la domanda di un passaporto. «C’è mol­ta confusione. Non è ancora stato de­finito niente di concreto. Nessuna idea chiara sugli interventi, perché nessu­no sa che cosa fare e che cosa sarà de­ciso di fare, né che soluzioni prenderà il governo dato che le sue istituzioni e i suoi uffici sono stati azzerati dal ter­remoto – ci dice Jéròme Orbert, im­piegato statale, anche lui in fila –. Mol­ti della città, coloro che hanno potuto, se ne sono tornati ai paesi d’origine, nei villaggi, in campagna. Io voglio rag­giungere i miei parenti in Francia. Non voglio che la mia vita diventi prigio­niera della provvisorietà di una strada. Devo solo rinnovare il passaporto sca­duto. Sì, siamo in tanti, come potete vedere, e non so quando riuscirò ad a­vere il documento. Ma poi parto e non torno indietro più. Il futuro a Haiti non esiste».
Sono file che si allungano ogni giorno che il calendario si allontana da quel 12 gennaio che ha portato un sisma di 7,3 gradi Richter; si gonfiano intanto che nuovi giorni si aggiungono come a evidenziare quella che appare una im­pietosa sentenza di impotenza orga­nizzativa di fronte all’immensità del di­sastro
accumulato. Numerosi, intanto, si fanno gli assem­bramenti umani che si formano da­vanti alle ambasciate straniere. Come per quella del Canada, in Delmas 75, dove sono militari con la foglia di ace­ro rossa sulla spallina della mimetica, armati di fucili d’assalto, a badare al­l’ordine sulla strada.
Altrettante sono le file davanti agli spor­telli bancari di Unibank o Sogebank. Le guardie haitiane di sicurezza privata, armate di fucili a pompa, mantengono le persone alla debita distanza del «si entra uno alla volta». Si va per preleva­re il contante che servirà a due cose fon­damentali: affrontare la giornata con i prezzi dei generi di consumo che lievi­tano, oppure per organizzare il proprio viaggio che si concluderà in un altro Paese, a cominciare dagli Stati Uniti, dove vive una folta comunità haitiana. E poi ci sono le file della fame, quelle che sembrano comporsi d’improvviso, là dove si diffonde la voce che ci sarà la distribuzione di generi alimentari. Ma nei quartieri più disperati, le baracche di lamiera arrugginita sul mare di La saline, Cité Soleil, Cité Militaire, dove è sempre stato difficile sopravvivere, e nulla è mai stato portato, se non per qualche emergenza, quasi nulla è cam­biato. Niente c’era e niente c’è ancora. Sembra di assistere a un impulso spon­taneo. Le file di persone a Port- au­Prince appaiono come qualcosa che deriva da un moto di ritorno da un trau­ma, quello del terremoto, evidente­mente. Qualcosa che avviene quando
chi è sopravvissuto a u­na tragedia o a un incu­bo, giunge a stabilire che gesti e parole sono inutili. Solo una deci­sione alla quale, a quanto sembra, non si può che obbedire. E ad Haiti, in questa fase di incertezza sul suo futu­ro, la decisione che sta passando si chiama: andare via.
Non solo perché c’è stato il terremoto che ha portato la sua catastrofe uma­na e materiale. Le sconquassate ca­mionette bianche con i caschi blu del­la missione di stabilizzazione delle Na­zioni Unite, che armate salgono e scen­dono le strada costeggiate di edifici crollati e ancora qualche cadavere e­stratto dalle macerie in condizioni a dir
poco pietose, sono lì a ricordare un passato mai spento, fatto di bande, a metà strada tra la delinquenza, il traffico di droga e la vio­lenza politica, armate di pistole e bastoni, che per anni hanno spa­droneggiato in quartie­ri dove ancora è diffici­le entrare, senza una sicurezza armata. «Port-au-Prince era la zona più ricca di tutto il Paese. L’università, un minimo di servizi, e il lavoro. Dopo il terremo­to nemmeno uno dei diciotto edifici ministeriali è rimasto integro. Il gover­no non sembra ancora essersi ripreso dallo choc – racconta un diplomatico occidentale –. Solo se consideriamo che gli haitiani sono un popolo che ha sem­pre vissuto il digiuno come abitudine sociale, perché è un popolo che ha sem­pre mangiato una sola volta al giorno, quello che ancora regge nella gente, e che gioca un ruolo fondamentale di fronte alla consapevolezza di avere per­so tutto, è solo la fede. Questo, però, non basta a frenare l’emorragia, l’eso­do che si sta preparando. Ci vorrà qual­cosa di più di un idea di tipo ' Piano Marshall' per risollevare Haiti. Certo – aggiunge il diplomatico – si dovrà pun­tare su un robusto coordinamento tra i grandi attori internazionali, i Paesi a­mici dei Caraibi, e l’America del sud. Ma i responsabili delle istituzioni loca­li devono sapere da subito che è anche venuto il momento di fare le cose giu­ste e il bene per tutti, altrimenti ci fa­remo tutti attori responsabili della fu­ga degli haitiani dalla loro isola».
«Il governo non si è ripreso dallo choc. Quello che ancora sorregge il popolo è la fede Ma per fermare l’esodo non basta»



© Copyright Avvenire 18 febbraio 2010

Il racconto di un missionario: la vita di un popolo che i media ignorano

Da Il Sussidiario l'intervista al missionario Leonardo Grasso

Leonardo Grasso, in questi giorni, si è recato ad Haiti per comprendere cosa la gente del posto stia vivendo e dare il proprio contributo. Dal Venezuela, dove è in missione da 16 anni, non appena ha avuto modo di partire, è volato verso l'isola devastata dal terremoto. E ha incontrato una realtà molto differente da come, finora, è stata raccontata dai media. Costituita da un popolo che sta reagendo in maniera imprevista al sisma. Desideroso di tornare alla vita normale e di essere protagonista della ricostruzione. Il missionario racconta a ilsussidiario.net la realtà di cui è stato testimone oculare e spiega le sue impressioni.

Lei vive in Venezuela. Cosa l'ha spinta ad andare ad Haiti?

Ho percepito immediatamente la situazione come una provocazione a lasciarmi toccare nella mia vita personale e a dare tutto l'aiuto di cui sono capace. Assieme agli amici del Venezuela ho deciso di partire subito con Juan Carlos dell'associazione Icaro.

Che situazione ha trovato?


Anzitutto una distruzione enorme. Non solo a Port-au-Prince ma anche in molte città dell'interno, distrutte all'80%, 90%. E poi, ho trovato un popolo che non si riflette nelle notizie che stanno girando, dipinto come disperato, in preda alla violenza, che saccheggia gli aiuti. Questa non è la realtà.

Qual è la realtà?

Quella, anzitutto, di un popolo che sorprende per il suo atteggiamento pacifico. Personalmente non ho assistito a episodi di violenza. Nè l'ho ravvisata parlando con le persone del luogo.
Certo, le condizioni sono molto difficili. Le case sono tutte inagibili. Anche quelle non crollate sono pericolanti. La gente dorme per strada, nei parchi. Eppure ho trovato un popolo che sorprende per il modo in cui riesce ad affrontare la circostanza. Con dignità, tranquillità e la voglia di ricominciare.

Lei dice che gli haitiani non sono un popolo di disperati. Com'è possibile che non lo siano, considerato quello che è successo?

La ragione è insita nell'animo degli haitiani. Sono un popolo che ha sofferto moltissimo. Ma che, per questo, è anche capace di affrontare condizioni che sembrano impossibili. Si tratta di gente, inoltre, molto religiosa. In grado di riconoscere, dentro le circostanze della catastrofe, un punto di forza che viene dal rapporto con Dio e con gli altri. Gli haitiani sanno affrontare e abbracciare le difficoltà con una positività estrema.

In che modo reagiscono agli aiuti?

Con estrema gratitudine, senza la pretesa o la violenza di chi si sente solamente vittima. Anche qui: i media descrivono un popolo rassegnato, che assiste passivamente agli sforzi di chi li sta aiutando. E' vero il contrario. Gli haitiani reagiscono con grande protagonismo. Si respira, dentro la catastrofe, la voglia di ricominciare.

Ci faccia qualche esempio
...

La gente ha ripreso a vendere, a recuperare le cose che ha perso. Gli haitiani si stanno organizzando all'interno degli amparos, gli accampamenti realizzati con quello che hanno trovato. Moltissimo dell'appogio logistico, poi, lo danno i locali. Tutte le automobili utilizzate dalle agenzie di cooperazione, sono guidate da loro. E locali sono gli interpreti, indispensabili all'interazione tra agenzie e popolazione. La maggior parte degli haitiani, infatti, parla il creyòl, un misto di spagnolo, francese ed elementi autoctoni. Chi è più istruito, invece, parla il francese.

Perché secondo i media, invece, sono sprofondati nella più assoluta apatia?


Le differenze culturali non hanno permesso di cogliere le loro potenzialità. Gli haitiani sono un popolo molto pacifico, tranquillo e silenzioso. Agli occhi della nostra frenesia occidentale appaiono apatici e immobili.

E gli episodi di violenza, come quelli delle bande armate di machete raccontati dai media?


In tutti i Caraibi il machete si usa perché è uno strumento di lavoro. E' usato sui campi, per preparare da mangiare, per raschiare via lo sporco. Ci possono essere, certo, episodi di violenza e delinquenza del genere. Ma ci sono in tutte le città dei Caraibi, non è un'anomalia di Haiti.

Di cos'hanno più bisogno, adesso, gli haitiani?

C'è stato un momento in cui l'emergenza era quella di salvare i sopravissuti, portar via i cadaveri e curare i feriti. E' inizato, da alcuni giorni, un secondo momento. Si tenta di riprendere, nei limiti del possibile, una vita normale. Il terzo apre la questione della ricostruzione e del dibattito sul modello da seguire. Di sicuro, gli haitiani non hanno bisogno di alcuno schema esterno da applic are alla loro realtà automaticamente. L'opera di ricostruzione dovrà basarsi sulla capacità di interpretare correttamente e saper dialogare con la loro cultura e la loro socialità.

Cosa intende?

Sarà necessario valorizzare le persone che vogliono sentirsi protagoniste della ricostruzione e quelle trame sociali già esistenti. Come la Chiesa. Che è la struttura più capillare e ramificata all'interno della società haitiana. Ho visto una profonda penetrazione e una grande capacità di dialogo da parte delle parrocchie e delle congregazioni religiose. Queste sono profondamente immerse nell'animo e nella cultura degli haitiani. Anche a livello di assistenza sociale ed educa
tiva. Molti amperos, ad esempio, si sono costituiti negli spazi esterni che le parrocchie o i collegi cattolici hanno reso disponibili.

Qual è stato e - se farà ritorno ad Haiti - quale sarà il suo contributo?

Ci tornerò - a breve - di sicuro. In questi giorni ho voluto stare in mezzo a questo popolo, vedere come vivono, immedesimarmi e comprendere la loro cultura. Ho visto professori e maestri riprendere la vita con i loro allievi, anche se, magari, sotto un lenzuolo. Sono realtà che, se aiutate, sono in grado di svilupparsi. Credo di poter dare il mio contributo, a livello educativo. Appoggiando quei tentativi potenzialmente capaci di generare frutti positivi. Specie nell'ambito
della Caritas. O nel mondo del lavoro. Che è il contesto in cui la persona ha maggiori possibilità di sentirsi protagonista.